Losardo, Giovanni

Giovanni Losardo [Cetraro (Cosenza), 23 luglio 1926 – Paola (Cosenza), 22 giugno 1980] 

Era figlio di Giuseppe, artigiano, antifascista, che a seguito della scissione del Partito socialista nel 1921 aveva sposato la causa comunista, e di Angelina Seta, casalinga. I genitori si erano sposati nel 1911 ed avevano avuto altri due figli, Anna Maria Carmela, nata nel 1912, e Francesco Ferdinando Rosario, nato nel 1916, che emigrò da giovane a Montevideo, tornando in Italia nel 1962. Giovanni, nato dieci anni dopo il fratello forse anche per questo motivo venne chiamato “Giannino”.
Animato, sin da piccolo, dalla voglia di leggere e imparare, benché aiutasse il padre nella bottega di calzolaio, negli anni del secondo conflitto mondiale riuscì, grazie anche al prof. Francesco Aita, di Cetraro, a preparare gli esami per la licenza ginnasiale, conseguendo poi nel 1946 la maturità presso il Liceo Classico Morelli di Vibo Valentia. Si iscrisse in seguito alla facoltà di Giurisprudenza presso l’Università di Napoli, ma lasciò gli studi a pochi esami alla laurea. Già dal 1945, si era iscritto al Partito comunista italiano, il cui segretario a Cetraro era il lombardo Giuseppe Rigamonti, confinato politico, partecipando sull’onda delle lotte agrarie alla politica del territorio, e condividendo con intensità i problemi dei lavoratori e dei disoccupati. Si occupò, in particolare, delle amministrazioni locali di Cetraro e di Fuscaldo, realtà che evidenziavano serie problematiche di bilancio e disastrose condizioni viarie, fognarie e di igiene pubblica, portandole all’attenzione già dal 1949 con suoi articoli nella pagina calabrese «L’Unità».
Partecipò a un concorso per segretario comunale, risultando idoneo, ma non venne mai assunto, probabilmente per via della sua militanza politica. Nel 1955 ebbe esito favorevole, invece, il concorso indetto dal Ministero di Grazia e Giustizia per il ruolo di cancelliere, e venne assegnato al Tribunale di Verbania-Pallanza, sul Lago Maggiore, all’epoca in provincia di Novara. In quel periodo dovette giocoforza allontanarsi dalla vita politica del suo territorio, nel quale la situazione economica e sociale continuava a essere molto precaria. Ottenne, dopo qualche anno, su sua richiesta, il trasferimento presso la Pretura di Paola con successivi avanzamenti di carriera sino al ruolo di Segretario generale della Procura della Repubblica.

Sposò Rosina Gullo, che aveva conosciuto nel 1954 e che lo attendeva al suo ritorno in Calabria: ebbero due figli, Raffaele e Angela. Assieme alla moglie seguì la crescita dei figli inculcando loro valori di giustizia, uguaglianza, solidarietà, legalità e lealtà.
Considerato un funzionario preparato e stimato all’interno dell’ambiente di lavoro, con un forte senso di appartenenza allo Stato, mostrava altri validi interessi: oltre alla politica e alla lettura dei classici, era appassionato di musica e praticava la pesca sportiva. Dopo il trasferimento a Paola riprese l’attività politica e nel 1970 venne nominato segretario della sezione del Pci di Cetraro. Frattanto, aveva iniziato a coniugare l’interesse per la politica locale con le più ampie problematiche meridionalistiche e con forti richiami ai valori della Resistenza, che definì: «quanto di più alto, di più nobile e di più utile abbia potuto realizzare il movimento operaio nella lotta contro il fascismo prima e nella tutela costante degli istituti democratici poi». Sulla questione meridionale evidenziò, criticamente, che «si è rivelata, col tempo e sotto molti aspetti, quasi un banco di prova accademico, svuotato di ogni contenuto vivo ed attuale, così determinando, magari in parte ed indirettamente, proprio tra la gente meridionale, quel diffuso senso d’evasione dalla realtà sociale che fa oggi di essa la maggiore vittima del deteriore qualunquismo dilagante».
Fu molto attento ai problemi della scuola e condivise le lotte unitarie di studenti e lavoratori del ’68 ritenendole giudizio negativo sulla società e sulla cultura così come erano allora strutturate. Per lui le forze politiche popolari dovevano avere un compito che definì «grave e nobile insieme: difendere le libertà conquistate nelle lotte passate, nell’unità antifascista e nello spirito della Resistenza, indicare alle masse sempre nuovi traguardi e prospettive sociali, consolidare sempre più quelle libertà nelle istituzioni democratiche e nel rispetto della costituzione, influendo così decisamente su tutta la politica del paese, che estenderà poi inevitabilmente i suoi frutti innegabili anche nel campo etico e culturale». 
L’attività strettamente politica lo portò sullo scenario amministrativo. Nel 1975 venne candidato e poi eletto al Consiglio comunale con largo consenso popolare, e ricoprì la carica di sindaco, per pochi mesi. Venne rieletto nelle successive consultazioni del 1979 e nominato assessore ai Lavori Pubblici. In quegli anni, in piena coerenza con le sue idee e con la sua determinazione, fu molto attivo nel contrastare l’illegalità diffusa e la criminalità organizzata, il degrado sociale e istituzionale, l’abusivismo edilizio, la sanità e l’ambiente. Le attività di denuncia le aveva iniziate già attraverso suoi articoli oltre che su «L’Unità», anche sulle riviste «Chiarezza» e «Prospettiva Socialista» e le sue dichiarazioni, i suoi scritti e il suo operato amministrativo divennero simbolo della gente perbene e della legalità, ma diedero fastidio alla criminalità organizzata, che individuò in lui (che il 24 marzo 1980, in via provocatoria, aveva restituito la delega ai Lavori Pubblici) il bersaglio da centrare.
Nella tarda serata del 21 giugno 1980, mentre rientrava a casa, a Fuscaldo dopo una breve visita alla madre, al termine di un’animata seduta del consiglio comunale, era a bordo della sua automobile quando venne affiancato da due killer che lo centrarono sparandogli addosso da distanza ravvicinata numerosi colpi di arma da fuoco. Provò a reagire, ma venne raggiunto da un altro colpo e si accasciò a terra. Soccorso, venne trasportato d’urgenza all’ospedale di Paola, ma le sue condizioni si rivelarono da subito gravissime e nel pomeriggio seguente cessò di vivere.
La sua uccisione, avvenne pochi giorni dopo di quella di Giuseppe Valarioti, dirigente del Pci di Rosarno, ed ebbe grande eco mediatica, al di là della presenza ai funerali, che si tennero in forma privata il 24 giugno, dell’allora segretario del Pci, Enrico Berlinguer, dirigenti e parlamentari tra i quali La Torre, Occhetto, Martorelli, Rodotà e molti altri, nonché delle mobilitazioni sindacali in tutta la regione. La stampa nazionale diede ampio spazio all’esecuzione di Losardo, seguendo poi le varie fasi investigative e processuali, ben oltre la sentenza della Corte d’Assise di Bari del 20 marzo 1986, che portò all’assoluzione di 43 imputati rinviati a giudizio.
Nel 1983 il Comune di Cetraro istituì un premio di saggistica, giornalismo e arte dedicato alla sua memoria. Venne poi fondato il 3 agosto 2003 il «Laboratorio Sperimentale Giovanni Losardo», con l’obiettivo principale di dare un futuro alla sua memoria, trasmettere alle nuove generazioni il gusto per la bellezza e la legalità, valorizzare i giovani talenti con l’organizzazione di eventi culturali e attività di formazione nell’ambito della legalità, del giornalismo, del cinema, del teatro e delle arti figurative, e con il «Premio Internazionale Losardo», attribuito a personalità di prestigio impegnate nella lotta alle mafie. Il Comune ha poi allargato le ricerche e le denunce a tutte le vittime calabresi della ‘ndrangheta. Il figlio Raffaele ritiene che «è necessario mantenere vivo il ricordo e suscitare consapevolezza per andare al di là delle manifestazioni esteriori e fare in modo che le forze politiche assumano un maggiore impegno, ricordando che la questione morale continua ad essere un tema centrale nel nostro Paese».
Riposa nel cimitero di Cetraro, dove il 21 giugno di ogni anno si celebra la giornata a lui dedicata con la deposizione di una corona di fiori. A lui sono state intitolate vie e piazze a Cetraro, Fuscaldo, Scalea, Belvedere Marittimo, Bonifati, Polistena, Pianopoli, un’aula dei Tribunali di Paola e Teramo, un presidio dell’Associazione Libera a Scalea, una sala (assieme a Giuseppe Valarioti) del Municipio di Palmi. (Letterio Licordari) © ICSAIC 2021 – 09 

Nota bibliografica

  • Roberto Losso, Lotte contadine ed operaie nel Tirreno Cosentino: alle radici del delitto Losardo, Editrice Effesette, Cosenza 1981;
  • In memoria di Giannino Losardo, a cura dell’Amm. Comunale di Cetraro, Roma 1986;
  • Gaetano Bencivinni (con Francesca Villano), Quel giugno dell’80, Lab. Sperim. Losardo, Cetraro 2008
  • Gaetano Bencivinni (con Fernando Caldiero e Francesca Villano), Non vivere in silenzio, Lab. Sperim. Losardo, Cetraro 2010;
  • Annalisa Ramundo, Il caso Losardo (tesi di Laurea), Lab. Sperim. Losardo, Cetraro 2012;
  • Il barbaro assassinio di Losardo nei giornali degli anni ’80, a cura del Lab. Sperim. Losardo, D.G.M. Informatica, Cetraro 2016;
  • Enzo Ciconte, Alle origini della nuova ‘ndrangheta. Il 1980. Le reazioni del Pci e le connivenze della politica e della magistratura, Rubbettino, Soveria Mannelli 2020
  • Mimmo Rizzuti, Calabria 1980: quando la ‘ndrangheta assassinò i comunisti Valarioti e Losardo, in «Left», 1 luglio 2020.
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