Altimari, Achille

Achille Altimari [San Demetrio Corone (Cosenza), 18 gennaio 1879 – 8 febbraio 1957]

Nacque a Macchia Albanese, piccola comunità arbëreshe frazione del Comune di San Demetrio Corone, da Camillo, papas (sacerdote di rito greco) della comunità e da Chiara Altimari, casalinga. Fece gli studi primari nella comunità di origine e apprese da giovane l’arte della sartoria – da cui il titolo di Mjeshtr’ Akilli (Maestro Achille), in albanese, con cui era comunemente conosciuto all’interno della comunità macchiota e sandemetrese, ma fu l’attività commerciale la sua professione. 
Dalle sue carte apprendiamo, attraverso le pagine di un memoriale che cominciò a curare negli ultimi mesi della sua vita e rimasto incompiuto, che la sua prima “uscita” pubblica avvenne nel 1899, quando appena ventenne accompagnò a Roma al XII Congresso degli Orientalisti, il celebre poeta arbëresh Girolamo De Rada (1814-1903), allora molto avanti negli anni, a cui era legato da stretti vincoli di parentela e che contribuì al completamento della sua formazione.
Nel 1906 si sposò con Adelina Marchianò, giovane diciottenne del posto, da cui ebbe dodici figli: Clementina, Roberto Camillo, Dionisia, Demetrio, Lavinia, Francesco, Oliverio, Leopoldo, Alfredo, Girolamo, Vincenzo, Virginia. Due di loro, Demetrio e Oliverio, seguirono la via monastica diventando monaci basiliani – assumendo nella vita religiosa rispettivamente i nomi di Stefano e Valerio nella celebre Badia greca di Grottaferrata, presso Roma, mentre Francesco, arruolato nella campagna militare di Russia, morì tragicamente nel 1943 in un campo di prigionia e fu sepolto in una fossa comune, con altri commilitoni italiani, a Tiomnikov (Repubblica di Mordovia), a 500 km circa da Mosca.
Fu tra i fondatori nel 1919 del Partito popolare in Calabria. Nel 1920 quale membro del Comitato provinciale prese parte a Napoli – dove per la prima volta conobbe don Luigi Sturzo – al Congresso nazionale di questo partito con la delegazione cosentina guidata da Francesca Sensi, Francesco Miceli Picardi e don Carlo De Cardona. Nel novembre dello stesso anno con una lista del Ppi vinse le elezioni amministrative e venne nominato pro-sindaco nella nuova amministrazione comunale. In quella occasione ricevette una lettera di congratulazioni da parte di Sturzo.
In quegli anni, per la malattia del sindaco, subentrò come sindaco facente funzione alla guida dell’ Amministrazione comunale – fu cosi l’ultimo sindaco “popolare” a San Demetrio prima dell’ avvento del fascismo – e in tale veste si adoperò per risolvere con l’appoggio del suo partito e dello stesso Sturzo, in prima persona, uno dei problemi che stava più a cuore alla sua comunità e a tutta la comunità albanese d’Italia qual era la “regificazione” (ossia la statalizzazione) del famoso Collegio italo-albanese di Sant’ Adriano, trasferito a San Demetrio Corone nel 1794 da San Benedetto Ullano, dove era stato fondato da papa Corsini nel 1732. Sul tormentato iter di statalizzazione del Collegio italo-albanese c’è una interessante delibera del Consiglio Comunale dato poi alle stampe dal titolo: Memoriale del Sindaco Sig. Altimari Achille in merito all’opera svolta dal Partito Popolare dal 1919 al 1922 a favore del Comune di San Demetrio Corone – Copia Delibera del Consiglio Comunale di San Demetrio Corone, 29 gennaio 1922. Nella delibera vengono registrati i passaggi politici messi in atto, con la mediazione dello stesso Sturzo, durante la sua missione romana e gli interventi in parlamento su questo disegno di legge governativo messi in opera dalla delegazione, non solo calabrese, del Partito popolare.
Presente al IV Congresso dei Popolari tenutosi a Torino tra il 12 e il 14 aprile del 1923, in cui insieme all’onorevole Sensi, come componente della delegazione cosentina, appoggiò la linea di Sturzo che sosteneva l’incompatibilità fra la concezione “popolare” dello Stato e quella totalitaria del fascismo e votò gli ordini del giorno minoritari di Sturzo-De Gasperi che si opponevano al nuovo sistema elettorale (la futura Legge Acerbo) che sanciva la svolta maggioritaria e autoritaria imposta dal Partito nazionale fascista.
Negli anni del regime non svolse attività politica ma dal 1926 al 1928 fu presidente della Cassa rurale di San Demetrio Corone, di cui erab stato direttore sin dalla sua fomndazione (1920).
Nel novembre del 1943, dopo il ventennio fascista, tornò alla politica attiva, e troviamo il suo nominativo tra le carte dell’archivio provinciale della Democrazia cristiana cosentina, nel gruppo storico guidato da don Luigi Nicoletti che fondò il partito della Democrazia cristiana nella provincia di Cosenza. Nel secondo documento dell’archivio provinciale della Dc datato 29 giugno 1944, lo troviamo nella seconda assemblea provinciale del partito, che rielesse Nicoletti segretario provinciale, in rappresentanza delle sezioni di Macchia Albanese, San Demetrio Corone e Bisignano.
All’indomani della Liberazione, nelle elezioni locali svoltesi il 17 marzo del 1946, venne eletto consigliere comunale nella
lista della Dc e come assessore anziano subentrò poi alla guida dell’Amministrazione, dopo le dimissioni per motivi di studio del sindaco Angelo Bugliari con delibera del 29 giugno 1946. Quale sindaco si adoperò alacremente per dare una positiva risposta alle gravi e più immediate emergenze sociali della comunità sandemetrese in quella difficile fase di transizione politica ed economica della nostra storia.
Nel suo archivio si conserva una assidua corrispondenza con lo stesso Sturzo che evidenzia la sua operosa attività amministrativa per la soluzione delle non poche emergenze della sua comunità, essendosi adoperato per mettere in cantiere con la sua Amministrazione una serie di opere pubbliche di rilevanza per la cittadinanza: dal completamento dell’acquedotto comunale alla costruzione di case popolari, alla progettazione dell’edificio scolastico nel capoluogo e della nuova strada di collegamento dalla frazione Macchia alla contrada San Nicola, che avrebbe facilitato i collegamenti della sua comunità con la Piana di Sibari.
Deluso per non poter vedere realizzate, ovviamente anche per la oggettiva difficile se non critica situazione del bilancio dello Stato all’indomani del secondo conflitto mondiale, tutto il programma di necessarie opere pubbliche vista l’emergenza sociale che caratterizzava gran parte della nostra realtà regionale, programma sicuramente ambizioso che si era prefisso di portare a termine per la comunità che lo aveva chiamato a guidare il Comune, amareggiato segnalò con una nota compilata nel maggio del 1949 allo stesso Sturzo – anche se lo stesso non aveva responsabilità politiche di direzione nel partito, essendo segretario della Dc Alcide De Gasperi – che in assenza di risultati concreti si sarebbe sentito purtroppo in obbligo di dimettersi dalla carica.
Evidentemente questa sua accorata richiesta di aiuto colpì la sensibilità del vecchio amico Sturzo se lo stesso gli mandò la risposta ricevuta il 10 giugno 1949 su sua sollecitazione personale dal ministro dei Lavori pubblici Tupini, che accoglieva in parte e dava alcune concrete soluzioni ad alcuni punti del piano di opere pubbliche del Comune di San Demetrio Corone, con un finanziamento di quattro milioni di lire per l’acquedotto di Macchia Albanese e la progettazione della strada che assicurava alla stessa comunità l’allacciamento alla strada provinciale San Demetrio Corone-Strada statale 106.
Nel giugno del 1952, un mese dopo la conclusione della sua nuova esperienza amministrativa alla guida della sua comunità, seguì una linea politica decisamente degasperiana e poco sturziana quando ci fu il rifiuto di papa Pio XIl a ricevere in udienza privata Alcide De Gasperi, conseguenza politica del netto rifiuto frapposto dallo statista altoatesino alla richiesta caldeggiata dal Vaticano di impegnare la Democrazia cristiana in una coalizione di centro-destra con i monarchici e i neofascisti del Movimento sociale italiano, alle elezioni comunali di Roma. All’epoca non più amministratore locale, secondo una testimonianza, intese dare un plateale segnale di solidarietà al leader del suo partito e alla sua scelta politica di non sottostare al diktat di papa Pacelli con un singolare gesto di obiezione civile, recandosi per due mesi a seguire le funzioni religiose non nella chiesa cattolica parrocchiale, come era solito fare puntualmente ogni domenica e in ogni festività religiosa, ma nella locale chiesa evangelica.
Questa scelta, chiaramente “politica” e non certo religiosa, ebbe una vasta eco e un forte impatto nella comunità locale avendo, come si è ricordato, due suoi figli – padre Stefano e padre Valerio – preso i voti religiosi, rispettivamente nel 1936 e nel 1943, all’interno della chiesa cattolica come monaci dell’ordine basiliano di rito bizantino, nella Badia greca di Grottaferrata.
Mori a Macchia Albanese all’età di 78 anni e i suoi funerali videro una straordinaria partecipazione, oltre che di autorità, religiose e civili, soprattutto di popolo. Diventava così visivo in quelle partecipate esequie religiose il legame forte che col suo appassionato impegno politico e civile uno sturziano arbëresh, libero e forte, aveva creato con la sua gente.
Una targa deliberata dal Consiglio comunale di San Demetrio Corone nel 2016 (sindaco il sen. Cesare Marini) e apposta nella sua casa natale nel 2017 (sindaco l’ing. Salvatore Lamirata) rende onore al suo impegno civico: «In questa casa visse Achille Altimari, Sindaco di San Demetrio Corone all’indomani della liberazione d’Italia dalla dittatura fascista, democratico partecipe della fondazione del Partito Popolare». (Francesco Altimari) © ICSAIC 2021 – 4 

Nota bibliografica

  • Francesco Altimari, I popolari arbëreshë e don Sturzo. Appunti dalle carte di Achille Altimari, in Lorenzo Coscarella e Paolo Palma (a cura di), Alla scuola di don Sturzo. Il popolarismo nel Mezzogiorno a cento anni dall’Appello ai liberi e forti, Pellegrini, Cosenza 2020, pp. 209-310.

Nota archivistica

  • Archivio privato Franco Altimari, San Basile (Cosenza);
  • Archivio privato Salvatore Bugliaro, Corigliano, Rossano (Cosenza);
  • Archivio privato Francesco Perri, Vaccarizzo Albanese (Cosenza);
  • Archivio provinciale della Democrazia Cristiana di Cosenza, Laboratorio di Documentazione dell’Università della Calabria.
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