Ammirà, Vincenzo

Vincenzo Ammirà (Vibo Valentia, 2 ottobre 1821 – 3 febbraio 1898)

Poeta e patriota, nacque a Monteleone Calabro (oggi Vibo Valentia), in una casetta dell’attuale corso Vittorio Emanuele da Domenico, farmacista, e da Maria Lo Judice. Fu allievo dell’umanista Raffaele Buccarelli, fervente liberale, e alla sua scuola si educò al culto dei valori del Risorgimento e ne condivise e propugnò gli ideali di libertà e di indipendenza. Nel 1849 sposò Caterina Giannotta, dalla quale ebbe sei figli, quattro dei quali morirono in giovanissima età.
Ammirà fu tra i principali promotori del Comitato rivoluzionario monteleonese, con il quale partecipò a un assalto alla locale gendarmeria nel 1848. In quegli anni a cavallo di metà ottocento, compose liriche di vivace intonazione patriottica, non infrequenti nell’ambito della sua produzione. Sul finire del 1847 celebrò i cinque martiri di Gerace giustiziati il 5 ottobre di quell’anno. Allo stesso anno appartiene un sonetto per Pio IX, che allora appariva un pontefice liberale sulla scia del movimento neoguelfo in linea col pensiero politico di Gioberti. Nel 1848 compose Per un prigioniero morente, un polimetro sul tema comune ai poeti romantici, dall’inglese Byron all’italiano Berchet. 
Il suo attivismo politico lo rese una sorta di sorvegliato speciale da parte delle autorità borboniche. Durante una perquisizione domiciliare nel 1854, la polizia rinvenne a casa del poeta una copia manoscritta della sua opera Ceceide e una del Decamerone di Boccaccio, per questo venne accusato di detenzione di scritto e libro contrari al «buon costume». Il Tribunale lo condannò a due mesi di esilio correzionale, a una multa di venti ducati e alla perdita del libro e del manoscritto. Pena che fu modificata in appello, a Catanzaro, e ridotta alla sola multa, oltre alle spese di giudizio.
La persecuzione nei suoi confronti si intensificò dopo la condanna. Quattro anni dopo fu nuovamente arrestato e condotto in carcere per sospetti politici. Il suo spirito liberale, tuttavia, prese il sopravvento sulla oppressione poliziesca. Ed è per questo che senza esitare decise di seguire Garibaldi nel suo passaggio a Vibo Valentia, il 27 agosto 1860, e con lui combatté a Soveria Mannelli. Nella poesia In morte di Giuseppe Garibaldi, il poeta accenna al suo incontro con l’Eroe dei due Mondi. 
Anche dopo l’Unità, nonostante tanta produzione poetica e la sua lotta per l’indipendenza al fianco di patrioti quali Benedetto Musolino e Luigi Bruzzano, la sua vita fu di ristrettezze. L’Ammirà garibaldino forse non seppe cogliere a fondo l’occasione di conquistare qualcosa anche per sé. Lo studioso Vito Galati narra, nella sua biografia del poeta vibonese, «giunto presso le scale del governo napoletano, invece di recarsi dal suo amico Francesco Stocco, ritornò nella sua Monteleone, dove venne escluso (i suoi nemici si serviranno nientemeno che del processo borbonico per colpirlo) dalla lista degli insegnanti del ribattezzato Regio Liceo Filangieri». 
L’intensa delusione dovuta alla percezione che la repressione post-unificazione avesse peggiorato le condizioni del Sud, venne espressa da Ammirà nella poesia La ninna d’u briganteju in cui, con intonazioni pascoliane, esplicitò la profetica sensazione che anche a distanza di una generazione e forse di molte altre, i problemi della Calabria e del Mezzogiorno non sarebbero stati risolti dai Savoia.
Tra il 1866 e il 1888 ottenne un impiego al locale ufficio del Dazio. Dell’amarezza che lo accompagnò in tale lavoro che non lo soddisfaceva affatto, scrisse nella poesia Un commesso nel dazio consumo: «Ed il caduto giorno ripenso, / qual la fatica, qual il compenso; / ed esclamando la pipa allumo: / oh maledetto dazio consumo». Tuttavia A. non abbandonerà mai l’insegnamento privato, unica importante fonte di sostentamento per la sua famiglia. 
Ammirà ebbe una produzione prolifica, ma il suo nome viene da sempre associato alla sua opera più famosa, quella che in vita lo fece mettere all’indice dalla società civile: la licenziosa Ceceide, un poemetto dialettale la cui prima parte fu composta di getto in una sola notte il 4 marzo 1848, su sollecitazione dell’amico Saverio Costanzo che lo aveva incitato a scrivere un ricordo nell’anniversario della scomparsa della meretrice e ruffiana Cecia. L’opera è stata per lungo tempo tramandata da numerosi manoscritti eseguiti da anonimi copisti che solo in parte hanno rispettato il testo originale. La Ceceide non è altro che il testamento della più famosa prostituta di Monteleone, la tropeana Cecia, «amata da nobili e popolani», da «santi prevituni» e uomini di cultura, che diviene da una parte un inno alla libertà in un contesto fortemente e falsamente moralistico e repressivo, sarcasticamente preso di mira dall’autore (che cita tra i frequentatori assidui del postribolo anche il filosofo Pasquale Galluppi); dall’altra è la celebrazione del corpo di Cecia, che diviene una metafora che affonda le radici nella grecità calabra e di Hipponion, in cui il corpo della donna era percepito come autosufficiente e quindi autonomo. Fa notare Antonio Piromalli: «Come per un richiamo ancestrale Cecia è esaltata ancora come simbolo di liberazione singola e collettiva…. liberazione dal soffocamento di credenze restrittive… La Ceceide diventa grido di libertà contro la reazione e la repressione dei Borbone».
Un vero capolavoro viene ritenuto dalla critica il canto A Pippa (1886), in ottava rima, valutato fra i più belli e appassionati che abbia la poesia vernacolare italiana; dove l’amore per la donna e la vita giovanile avventurosa e squattrinata, annegano in una malinconia a volte fatta amara che alla fine si scioglie in un immaginato «giudizio universale» dai forti accenti descrittivi, appassionante, ironico, suggestivo. 
Altre composizioni in vernacolo sono la favola in versi ’Ngagghia (letteralmente: “Indovina!”, nome del protagonista), in cui si narra la beffa al marito sciocco compiuta dalla moglie, e la Rivigghiade, il canto-lamento per la morte di Rivigghia, una prostituta collega di Cecia, pubblicate postume per la prima volta nel 1979, uscendo così dalla circolazione e dalla fruizione clandestina.
Tra le altre opere di Ammirà, un volume di Poesie giovanili (Tipografia Troyse, Monteleone 1861), in cui raccolse i versi in lingua e la novella I Romiti. Alcune poesie, in cui si rintracciano vaghi accenti leopardiani, vedono la luce solo in giornali e riviste: A la luna (in «L’Avvenire Vibonese», 20 agosto 1882); Addio alla cetra(in «Strenna dell’Avvenire Vibonese», 1885); Donna Fulgenzia (Ivi, 1887); La lacrina (Ivi, 1888); Lamentu di ‘na monaca (Ivi 1889); Lu candidatu Lipari (in «La Sentinella», I, 1889, n. 1); Nu dujellu arricchi (in «La Falce», I, 1891, n. 5).
Nonostante fosse stato un uomo di lettere e un acceso patriota, insegnante per generazioni di giovani, Ammirà morì come era vissuto: solo e negletto il 3 febbraio 1898. Al suo funerale presenziarono soltanto i figli e qualche vicino di casa del rione Carmine, dove aveva passato gran parte della sua vita. Sui giornali locali non apparve neanche un necrologio, soltanto sul periodico «La Calabria», diretto da Luigi Bruzzano, nel numero del 3 agosto venne data una scarna notizia su Ammirà e le sue opere. Per il resto lo accompagnò il silenzio, ma non l’oblìo, le sue opere lo porteranno infatti a una rivalutazione postuma che lo farà ritenere il più importante poeta in vernacolo della Calabria. Sotto il Fascismo, a Vibo Valentia fu costituito un comitato per commemorarlo e una lapide fu apposta sulla facciata dell’ex convento dei Minori Riformati: ma non ci fu alcuna commemorazione pubblica, in quanto ancora in molti lo valutavano come un poeta maledetto. Uno dei promotori, Bruno Giordano, su «Il Mattino» di Napoli del 18 maggio 1929, scrisse in difesa del poeta che lo stesso aveva valore per le sue liriche e non per le occasionali poesie pornografiche.
Il figlio Domenico, nel 1928, raccolse in due volumi una parte delle opere inedite del padre: Tragedie, poesie ePoesie dialettali (Froggio, Vibo Valentia 1928). Nel primo volume, oltre alle poesie non suddivise per argomento o per ordine cronologico, sono inserite due tragedie, Valenzia Candiano (1848) Lida (1875), rappresentate nel teatro comunale di Monteleone rispettivamente nel 1875 e nel 1891. Nel secondo volume trovano spazio le poesie dialettali, con esclusione delle poesie oscene. Domenico raccolse anche alcuni scritti critici sul padre nel volume La Calabria e Vincenzo Ammirà (Tip. Passafaro, Vibo Valentia, 1931).
Nel 1990 su iniziativa del Kiwanis, il Comune di Vibo Valentia gli ha dedicato una piazza e un busto bronzeo, una via a lui intestata già esisteva nel centro storico. Altre vie gli sono state intitolate a Tropea e a Rizziconi. (Michele La Rocca) © ICSAIC

Nota bibliografica

  • Vito G. Galati, La Cultura Calabrese, parte I, «Il Baretti», II, 14, 1925;
  • Vito G. Galati, Vincenzo Ammirà poeta e patriota calabrese, Vallecchi, Firenze 1930;
  • Antonio Piromalli e Domenico Scarfoglio, Vincenzo Ammirà, La Ceceide, Athena, Napoli 1975;
  • Domenico Scafoglio, Vincenzo Ammirà e il carnevalesco, in Per una idea di Calabria, a cura di Pasquale Falco e Mario De Bonis, Edizioni Periferia, Cosenza 1982;
  • Carmine Chiodo., La poesia in lingua italiana e in dialetto di Vincenzo Ammirà, in Poeti calabresi tra Otto e Novecento, Bulzoni, Roma 1992;
  • G. Scalamandrè, Vincenzo Ammirà e la critica. Storia di un’edizione postuma, «Hipponiana», II, 6, aprile-giugno 1994; 
  • Antonio Piromalli, La letteratura calabrese, vol. I, Pellegrini, Cosenza 1996, pp. 378-388;
  • Carlo Carlino, Vincenzo Ammirà un patriota in versi, «Gazzetta del Sud», 23 giugno 1998
  • Giorgio Bàrberi Squarotti, Ritorna la satira, «La Stampa», 9 aprile 1976;
  • Giuseppe Candido e Filippo Curtosi, Donnu Pantu e Vincenzo Ammirà – Canti erotici calabresi, Non mollare edizioni, s.l. 2011;
  • Giacinto Namia, Vincenzo Ammirà l’uomo, il patriota il poeta, «Limen»,  1, 2008, pp 72-73
  • Vincenzo Ammirà, La Ngagghia e la Rivigliade, a cura di Antonio Piromalli e Domenico Scafoglio, Edizioni Brenner, Cosenza 1979;
  • Pino Cinquegrana, Quando il dialetto diventa arte, la grande tradizione di Vincenzo
    Ammirà
    ; «Il Domani», 15 novembre 2000, Speciale Vibo Valentia, p. 20;
  • Maria R. Malfarà, Vito Giuseppe Galati e Vincenzo Ammirà, «La Barcunata» (S. Nicola da Crissa), aprile 2011, pp. 22-23.
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