Arnoni, Tommaso

Tommaso Arnoni [Cirò (Crotone), 24 dicembre 1877 – Cosenza, 23 ottobre 1950]

Nato a Cirò (all’epoca in provincia di Catanzaro) da un’antica famiglia originaria di Rovito (Cosenza) fu registrato allo stato civile con i nomi di Fortunato Tommaso. Figlio di Gerardo e di Maria Rosa Papaianni, sposò Maddalena De Simone ed ebbe cinque figli: Michele, Rosa, Raffaella, Gerardo, Gaetano.  All’avvio degli studi superiori fu affidato allo zio Michele (Docente di Diritto all’Università di Napoli ma residente a Cosenza) affinché lo ospitasse durante gli studi presso il Liceo «B. Telesio».
Laureatosi in Giurisprudenza il 6 agosto 1900 all’Università di Napoli, il primo incarico politico di un certo peso risale al 22 marzo 1903, quando venne eletto nel Consiglio provinciale di Cosenza in rappresentanza del mandamento di Celico; la candidatura era appoggiata dalle forze liberali. Sulla base di un analogo schieramento politico, l’anno successivo fu eletto consigliere comunale di Cosenza. Conquistò poi un seggio alla Camera dei deputati nel 1919, all’interno della lista liberal-democratica che si era presentata nella provincia di Cosenza. Risultò secondo per preferenze all’interno della sua lista. Si ricandidò nel 1921 nella circoscrizione regionale calabrese all’interno di una lista liberale che spaziava dai conservatori ai radicali denominata «Unione nazionale democratica», non venendo però rieletto. Ottenne comunque un buon risultato: fu il primo dei non eletti con poche preferenze in meno dell’ultimo degli eletti.
Iscrittosi il 9 febbraio 1924 al Pnf, durante le elezioni di quell’anno fu uno dei fiori all’occhiello del «listone» fascista del collegio unico Calabria-Basilicata. Nella città di Cosenza ebbe il più alto numero di preferenze (703) prevalendo su due uomini politici di peso e prestigio quali Pietro Mancini (608 voti) e Michele Bianchi (602 voti). Nell’intera provincia ebbe un altro lusinghiero risultato: raccolse difatti ben 35.595 preferenze e rimase secondo solo rispetto a Bianchi che ne ottenne 50.435. Risultò secondo anche in campo regionale ove ebbe 43.099 preferenze contro le 111.362 di Bianchi.
Industriale-agricoltore, nonché avvocato, tutta la sua azione politica fu svolta sino a quel momento su posizioni politiche liberal-conservatrici di impronta massoniche. 
Fu componente di numerosi enti amministrativi e di assistenza quale membro designato dall’amministrazione provinciale (a partire dal 1903) e dalla prefettura (a partire dal 1905). Fu presidente, poi commissario e successivamente ancora presidente, dell’Ospedale civile di Cosenza (dal 1916 al 24 settembre 1943). Fu inoltre commissario della filiale cosentina del Banco di Napoli (1931-1932), presidente della Cassa di risparmio di Calabria (dal 1931 al 1937), commissario del Consorzio di bonifica Valle media del Crati (dal 1932 al 1934), commissario della federazione provinciale di Cosenza dell’Opera nazionale per la protezione della maternità e dell’infanzia (dal 1926 al 1933).
Ma fu anche e soprattutto un podestà di Cosenza, anzi: il podestà per antonomasia della città bruzia.
L’8 agosto 1925 fu difatti nominato Commissario prefettizio del Comune. Il successivo 6 dicembre 1926, all’indomani della riforma fascista degli ordinamenti locali, fu nominato podestà del capoluogo. Al termine del mandato, il 23 dicembre 1931, venne nuovamente chiamato a rivestire l’incarico di commissario prefettizio. Il 30 gennaio 1932 ricevette la seconda nomina a podestà. Nel dicembre 1933 si dimise con la motivazione di obbedire all’invito del segretario nazionale del Pnf tendente a evitare un eccessivo cumulo delle cariche. Intenzione di Arnoni era quella di mantenere solo la presidenza della Cassa di risparmio di Calabria e di lasciare tutte le altre cariche allora ricoperte.
Contribuì notevolmente alla decisione di Arnoni anche una serie di atteggiamenti polemici assunti contro di lui da parte di taluni gerarchi locali. Ma il prefetto tentò di convincerlo a rimanere evidenziando come l’incompatibilità del podestariato con l’incarico di presidente della Cassa di risparmio fosse più apparente che reale. Il prefetto non nascondeva nelle sue considerazioni il fatto che fosse ben difficile trovare un’altra persona di livello che fosse adatta a fare il podestà. Il 27 marzo 1934 Arnoni rinnovò però la richiesta di abbandonare la guida dell’amministrazione comunale sottolineando anche che la sua decisione andava considerata «indipendentemente dal divieto di cumulo di cariche». Venne effettivamente sostituito il 17 maggio 1934 (il 28 gennaio di quell’anno si autocandidò a senatore del Regno senza successo).
Nei suoi rapporti con le gerarchie di regime, con l’opinione pubblica locale, con la stampa, i temi preferiti del podestà Arnoni erano quelli dell’austerità finanziaria, della dirittura politica e morale, dell’efficienza amministrativa.
Frequente era l’impiego del canale epistolare diretto con le gerarchie del regime. Spesso fece uso dei pubblici manifesti in coincidenza con le principali fasi della sua attività podestarile. A questo proposito, va notato che nel primo manifesto, affisso nel 1925 all’indomani della sua nomina commissariale, si appellava alla collaborazione dei «concittadini di tutti i partiti», affermando che la risoluzione definitiva dei problemi comunali sarebbe potuta avvenire solo dopo libere elezioni. Il manifesto di commiato del 1934, invece, era tutto intriso di riferimenti e di ringraziamenti a Mussolini e al fascismo.
I suoi «grandi elettori» furono Michele Bianchi, il gerarca regionale Agostino Guerresi e lo stesso Mussolini.
In conseguenza a quanto accennato, ebbe il costante appoggio dei vari prefetti succedutisi a Cosenza, ed in particolare di Pietro Giacone.
All’interno del regime ebbe numerosi oppositori fra i gerarchetti locali desiderosi di subentrargli a capo dell’amministrazione o, in ogni caso, infastiditi dallo strapotere amministrativo di Arnoni e dai suoi rapporti privilegiati con le alte gerarchie fasciste. Fra questi sono da menzionare il deputato e leader del fascismo locale Cesare Molinari, il centurione della milizia Michele Carbone e il vicepresidente della locale Camera di Commercio Raffaele Giordano. Sarà utile notare come la lotta di questi due fu dura. Pur se combattuta essenzialmente tramite denunce interne al regime, gli oppositori di Arnoni non disdegnarono nemmeno l’invio di lettere anonime e la pubblicazione di articoli allusivi sui giornali locali (nel 1933, ad esempio, Carbone pubblicò sul giornale locale «Gazzetta Calabrese» un articolo allusivo contro Arnoni dal titolo La torre di Najadi).
Forte di un prestigio personale non comune e di appoggi notevoli nelle gerarchie fasciste (e negli ambiti massonici) realizzò diverse opere pubbliche. Ricordiamo, oltre al risanamento delle finanze comunali, la pavimentazione di numerose vie cittadine; la sistemazione di piazze e giardini pubblici (fra cui la «Villa comunale»); la costruzione di una nuova sede della prestigiosa Biblioteca civica e dell’antica Accademia cosentina; la costruzione di un nuovo acquedotto («Sorgente del Merone»); la sistemazione dell’Ara dove furono fucilati i fratelli Bandiera; il restauro del Duomo.
A proposito del primo e fondamentale punto, il risanamento economico-amministrativo, bisogna sottolineare come fu possibile solo grazie al massiccio appoggio finanziario (il più delle volte finalizzato ad opere specifiche, ma talvolta anche a fondo perduto) elargito straordinariamente dal governo centrale.
Parallelamente all’attività amministrativa svolse anche un certo ruolo politico nazionale. Fu difatti riconfermato alla Camera dei deputati nelle elezioni plebiscitarie del 1929 e poi del 1934. Grande Ufficiale dell’Ordine della Corona d’Italia e Cavaliere Ufficiale dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro, ebbe la nomina a senatore nel 1939, su proposta del sacerdote Pietro Tacchi Venturi  e dal 17 aprile di quell’anno fino al 5 agosto 1943 fece parte  della Commissione dell’economia corporativa e dell’autarchia. 
Dopo la caduta del regime fascista Arnoni fu al centro di polemiche politiche e legali. Deferito all’Alta corte di giustizia per le sanzioni contro il fascismo nell’agosto 1944 fu dichiarato decaduto dalla carica di senatore con ordinanza del 28 dicembre. Con sentenza dell’8 luglio 1948 la Suprema Corte di Cassazione dichiarò nullo il decadimento. La sua attività venne tenacemente difesa dalla Democrazia Cristiana.
Negli ultimi anni della sua vita si dedicò esclusivamente alla famiglia e alla professione di avvocato. La Camera dei Deputati lo commemorò il 26 ottobre 1950, a pochi giorni dalla sua morte. Cosenza lo ricorda con una lapide posta all’ingresso dell’Ospedale dell’Annunziata, una targa posta al palazzo Arnone, un tempo Palazzo di Giustizia e oggi Galleria Nazionale, e con una strada intitolata a suo nome. (Fulvio Mazza) © ICSAIC

Nota bibliografica

  • Michele Arnoni, Fortunato Tommaso Arnoni nella vita e nelle opere, Scat, Cosenza 1951;
  • Giovanni Sole, Lettere anonime e lotta tra frazioni nel Cosentino (1926-1943), «Rivista di storia contemporanea», 4, 1986;
  • Fulvio Mazza, Procedure di selezione e ceto politico locale della Cosenza fascista (1925-1943), in «Incontri meridionali», 3, 1992;
  • Luca Addante, Cosenza e i cosentini. Un volo lungo tre millenni, Rubbettino, Soveria Mannelli 2001, p, 51.
  • Jole Lattari Giugni,  I parlamentari in Calabria dal 1861 al 1967,  Roma 1967, ad nomen
  • Vittorio Cappelli, Poltica e politici in Calabria, in Piero Bevilacqua e Augusto Placanica, in Storia d’Italia,. Le regioni dall’Unità ad oggi. La Calabria, Einaudi, Torino 1985, pp. 548-551;
  • Vittorio Cappeli, Potere politico e società locale. Podestà e municipi in Calabria durante il fascismo, «Meridiana», 2, 1988, pp. 85-124.

Nota archivistica

  • Atti parlamentari, Camera dei deputati, Discussioni, 26 ottobre 1950;
  • Senato della Repubblica, Arnoni Tommaso Fortunato, Fascicolo personale.
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