Barillà, Pietro

Pietro Barillà [Taurianova (Reggio Calabria), 26 marzo 1887 – 16 ottobre 1953]

Nacque a Radicena, oggi Taurianova, da Giuseppe Barillà, carpentiere e da Teresa Stagnitta, tessitrice. Dopo una breve parentesi da autodidatta, ricevette una prima educazione presso la Scuola di Arti e Mestieri di Messina e in seguito si iscrisse all’Accademia di Belle Arti di Roma, dove studiò pittura. Conclusi gli studi nella capitale, durante il primo decennio del Novecento soggiornò a Venezia, ad Aix-en-Provence e a Parigi, dove ‒ come documentato dalle numerose tele dei boulevards (Mercato francese, olio su tela, 60x70cm, collezione privata) ‒ apprese le nuove istanze artistiche francesi, subendo, in particolare, il fascino del linguaggio cézanniano. 
Durante il primo conflitto mondiale, nel 1915 Barillà si arruolò e, combattendo sul Carso, perse un braccio, rimanendo mutilato, tuttavia ciò non costituì mai un impedimento per l’artista che nel corso degli anni lavorò instancabilmente. 
Nel 1920 il pittore partecipò al concorso per la cattedra di disegno d’ornato del Regio Istituto delle Arti Industriali di Napoli, ma soltanto nel 1922 divenne professore di decorazione della sezione ceramica; insegnò nell’istituto napoletano per diversi anni e nel 1932 fu affiancato da Alberto Chiancone, suo assistente, con il quale strinse un duraturo sodalizio artistico e professionale. Durante quegli anni il direttore dell’istituto era l’artista toscano Lionello Balestrieri, di cui Barillà nel 1924 divenne il genero sposando la figlia Jolanda, dalla quale nel 1927 ebbe un figlio, Luciano. 
Nel vivace clima partenopeo il pittore partecipò con fervore ai dibattiti circa il rinnovamento artistico, indirizzando l’arte napoletana verso gli stilemi del Novecentismo. Tra il 1927 e il 1930 aderì al «Gruppo degli Ostinati» insieme ad Alberto Chiancone, Eugenio Viti, Giovanni Brancaccio e Franco Girosi; il gruppo, solito riunirsi al Caffè Tripoli, intendeva promuovere una moderna arte figurativa svincolata dalla tradizione ottocentesca, mediante un linguaggio che irrigidiva le figure e prediligeva toni pastosi e freddi. 
La carriera artistica del pittore calabrese fu affiancata da quella politica e istituzionale: l’artista fu a lungo segretario del Sindacato fascista di Belle Arti in Campania per quasi tutto il Ventennio, promuovendone le esposizioni con grande impegno, coinvolgendo con attenzione la critica, considerata da Barillà come l’unico mezzo autorevole attraverso cui gli artisti napoletani potevano affermarsi a pieno titolo nel panorama artistico italiano.
Le rassegne sindacali promosse dal pittore si svolsero tra il 1929 e il 1942, fino a quando il suo incarico di Segretario passò all’artista Enzo Puchetti. La prima mostra sindacale che fu allestita dall’artista presso i locali del nuovo istituto di Posillipo nel 1929, ebbe grande successo; spiccò, fra le opere esposte, la sua tela Venditori di cipolle, di cui poi fu pubblicata una riproduzione dalla rivista «Dedalo». Tra il maggio e il dicembre dello stesso anno l’artista partecipò insieme a Saverio Gatto, Lionello Balestrieri e molti altri membri attivi del Sindacato fascista campano all’Esposizione Internazionale d’Arte di Barcellona. L’ultima sindacale organizzata dall’artista calabrese si tenne presso la Galleria d’Arte Moderna della Reale Accademia di Belle Arti di Napoli. 
Fu presente alle più importanti esposizioni nazionali: presentò le sue ceramiche nella sezione d’arte calabrese nel 1923 e nel 1925 alla Mostra di Arti Decorative di Monza; dal 1930 fino al 1948 partecipò alle Biennali d’Arte Internazionale di Venezia, esponendo spesso un cospicuo numero di tele. Di particolare interesse è la sua partecipazione alla biennale del 1942, dove le sue sette opere furono esposte all’interno del padiglione dedicato alla regia aeronautica. L’artista fu inoltre collaboratore del Bollettino della Biennale di Venezia durante gli anni Trenta, conciliando così l’attività artistica e quella intellettuale. Costante fu la sua presenza alle Quadriennali romane, cui prese parte sin dalla prima edizione del 1931 fino alla quinta del 1948; le sue opere furono esposte anche in seguito alla sua scomparsa, come alla Quadriennale del 1955. Spesso le tele presentate, quali ad esempio Paesaggio calabrese, Marinaio o Marinella rievocavano l’immaginario della sua amata terra d’origine, cui il pittore rimase sempre legato. Nel 1923 in un articolo su «Brutium»sosteneva infatti l’importanza dello sviluppo delle botteghe calabresi affinché le maestranze locali migliorassero la produzione del ferro battuto, dello stucco e delle stoffe. Nonostante i prestigiosi impegni, l’artista non mancò alle biennali di Reggio Calabria, dove nel 1931 espose la tela Fattucchiera, oggi conservata presso il Palazzo Municipale di Taurianova. 
Nel 1934 partecipò a un importante concorso nazionale bandito nel febbraio dalla regina Elena; il concorso pubblico era rivolto a pittori, scultori e incisori e aveva come oggetto la Grande Guerra e le imprese eroiche dei soldati premiate con l’onorificenza della medaglia d’oro. La selezione si articolava in due momenti: una prima esposizione dei bozzetti e in seguito la realizzazione delle opere in grande formato di un gruppo di artisti vincitori. Fra i finalisti del concorso vi furono Ugo Matania, Vincenzo Ciardo e Pietro Barillà. Quest’ultimo presentò Medaglia d’oro ad Angelo Cosmano(1934, olio su tela, 120×180 cm, Museo del Risorgimento, Roma), un’opera dedicata al militare reggino che si distinse per il coraggio durante l’offensiva di primavera sull’Asiago nel maggio del 1916. L’artista ritrasse con toni grigi e bruni Cosmano che fra polvere e fango imbraccia la mitragliatrice e attacca il nemico; la tela fu tra le favorite e in seguito al concorso entrò a far parte della collezione del Museo del Risorgimento di Roma. 
Tra il 1939 e il 1940 collaborò insieme a Chiancone a due importanti imprese decorative: il loggiato della Stazione Marittima e la facciata del Teatro Mediterraneo di Napoli.  Per il loggiato della Stazione, Chiancone e Barillà realizzarono un ciclo pittorico avente come oggetto i quattro continenti: Europa, Africa e America furono eseguiti dal primo, l’Asia invece dal secondo. Nello stesso periodo ai due artisti fu affidata la decorazione a encausto del fregio che riveste il loggiato della facciata del Teatro Mediterraneo facente parte del prestigioso complesso monumentale della Mostra D’Oltremare di Napoli; il soggetto dell’apparato iconografico era la raffigurazione dell’arte, della famiglia, della scienza e del lavoro, temi particolarmente cari alla propaganda del regime in quegli anni. 
Nel Salone d’Onore del Museo delle Arti e delle Tradizioni Popolari “Lamberto Loria” di Roma, tra il 1940 e il 1942, furono realizzati una serie di affreschi con scene raffiguranti le tradizionali festività e attività lavorative italiane, fra queste figurano la Battitura del grano del calabrese Domenico Colao e La mattanza dei tonni di Barillà. 
Tra gli anni Venti e Quaranta la carriera del pittore calabrese fu intensa e varia e tali attività ne testimoniano solo una parte: se, infatti, il suo atelier di Napoli non fosse andato distrutto durante i bombardamenti della Seconda guerra mondiale (subì un incendio che distrusse molte sue opere e il suo archivio), certamente oggi maggiori sarebbero le informazioni utili a riscostruire il suo percorso artistico ed espositivo.
Negli ultimi anni di vita, l’artista fu colpito da un ictus e, fortemente provato, non riuscì più a dipingere; le sue condizioni peggiorarono nel tempo e a 66 anni morì a Taurianova ed è sepolto nel locale cimitero. Taurianova lo ricorda con una via intitolata a suo nome. (Laura Mileto) © ICSAIC

Nota bibliografica

  • Relazione della Commissione giudicatrice del concorso alla cattedra di disegno di ornato nel R. Istituto artistico industriale di Napoli 16 ottobre 1920, in «Bollettino Ufficiale del Ministero per l’Agricoltura per l’Industria e ed il Commercio e per il Lavoro e la Previdenza Sociale», XIX, 2, f. I, Roma, 3 luglio 1920, p. 774;
  • Pietro Barillà, Per l’organizzazione delle Botteghe, «Brutium», II, 3, 1923, p. 1;
  • Giovanni Aritieri, Cronache napoletane. La I Mostra Sindacale d’Arte Napoletana Campana a Polisillipo, in «Emporium», LXX, 418, 1929, p. 246;
  • Piccola guida della VI mostra calabrese di arte in Reggio Calabria, «Brutium», X, 8, 19 settembre 1931, p.1;
  • Ugo Nebbia, La Diciottesima Biennale. Gli italiani, in «Emporium», LXXV, 450, 1932, p. 383;
  • Pietro Barillà, A Napoli, «Bollettino della Biennale L’Arte nelle mostre italiane», II, 1, gennaio-febbraio 1936, p. 12;
  • Prima Mostra delle Terre Italiane d’Oltremare, «Emporium», XCII, 548, 1940, p. 77;
  • Vincenzo Ciardo, Artisti scomparsi: Pietro Barillà, «Corriere di Napoli», 14 novembre 1953; 
  • Arte a Napoli dal 1920 al 1945: gli anni difficili, catalogo della mostra (Napoli, 28 ottobre – 3 dicembre 2000) a cura di Mariantonietta Picone Petrusa, Electa Napoli, Napoli 2000, p. 236;
  • Enzo Le Pera, Arte di Calabria tra Otto e Novecento: dizionario degli artisti calabresi nati nell’Ottocento, Rubbettino, Soveria Mannelli 2001, p. 24;
  • Francesc Fontbona, Repertori de catàlegs d’exposicions d’art a Catalunya (Fin a l’any 1938), Institut d’Estudis Catalans, Barcellona 2002, p. 179;
  • Isabella Valente, Pietro Barillà, in La pittura napoletana del ’900, a cura di Mariantonietta Picone Petrusa, F. Di Mauro, Sorrento 2005, p. 453;
  • Isabella Valente, Un secolo di “novecento” tra collezionismo privato ed esposizioni pubbliche, in Novecento, catalogo della mostra (Napoli, Galleria Vincent, 28 aprile – 8 maggio 2010) a cura di Isabella Valente, Edizioni Vincent, Napoli 2010, pp. 9-10, 12, 17-18, 21-22;
  • Maria Teresa Sorrenti, L’istruzione artistica in Calabria tra ’800 e ’900. La nascita dell’Istituto Statale d’Arte, in La Calabria e le Biennali di Monza, a cura di Serena Carbone, Alfa Gi, Villa San Giovanni 2013, p. 124; 
  • Gaia Salvatori, La grande Guerra fra pittura e illustrazione. La battaglia di Bligny in posa, in Musica, Arte e Grande Guerra, in Atti del convegno nazionale di studi (Avellino, 3 – 4 ottobre 2018) a cura di Antonio Caroccia e Tiziana Grande, Il Cimarosa, Avellino 2018, pp. 202 – 214. 

Nota archivistica

  • Archivio Comunale di Taurianova, Registro atti di nascita di Radicena, anno 1887, atto n. 131.
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