Barillari, Michele

Michele Barillari [Reggio Calabria, 25 ottobre 1872 – Torre del Greco (Napoli), 23 aprile 1965]

Filosofo del diritto, nacque da Bruno, architetto, originario della nota famiglia di artisti di Serra S. Bruno, e da Mariangela Borruto, appartenente alla famiglia reggina dei fratelli Borruto, patrioti condannati in carcere dal Borbone nel 1847.
In seguito a una infermità del padre che rimase cieco, ebbe un’infanzia di sofferenze e di ristrettezze economiche. Al termine degli studi ginnasiali a Reggio Calabria – come egli stesso annota in alcuni appunti biblio-autobiografici pubblicati nel 1965 dopo la sua morte – entrò in confidenza con il professore Antonio Rieppi, docente di lettere greche e latine il quale gli fu generoso maestro e iniziatore negli studi classici, segnalandolo anche al celebre latinista Diego Vitrioli che lo accolse in casa tra i suoi allievi.
Nel 1890, trasferitosi a Messina per frequentare il Liceo classico Maurolico, pubblicò un volumetto di Studi su la Satira latina che raccolse elogi e felicitazioni, tra cui quella dello stesso Vitrioli. Ebbe amici nel circolo dei letterati messinesi, come Gioacchino Chinigò, Eduardo G. Boner, Tommaso Cannizzaro, Italo Giuffrè e Stefano Ribera, direttore della «Gazzetta di Messina».
A quel primo saggio nel 1894 seguì un secondo stampato a Siena col titolo Studi critici, nel quale sono raccolti studi successivi, in cui l’attitudine filologica è collegata con quella speculativa. Con quel volume, tuttavia, la sua fase letteraria può dirsi chiusa. 
Una volta conseguita la licenza liceale, ebbe la necessità di trovarsi un lavoro. Si iscrisse, comunque, in Giurisprudenza all’Università di Messina poiché riteneva che l’avvocatura gli avrebbe consentito l’indipendenza economica. Tale professione non era comunque nelle sue corde. Una volta laureato, infatti, avrebbe voluto scegliere l’insegnamento ma l’ambito diploma gli arrivò con molto ritardo, nel 1899, da parte del Consiglio superiore della Pubblica istruzione, quando già era tornato nella città di nascita e aveva iniziato a lavorare come avvocato collaborando anche ad alcuni periodici locali, «Calabria», organo del partito del deputato Biagio Camagna, e «Ferruccio», «giornale del popolo» di cui fu direttore dal 1899 al 1900.
Dovette a uno dei suoi stimati maestri dell’Università di Messina, il prof. sac. Vincenzo Lilla, il decisivo incoraggiamento a riprendere gli studi puri nel campo della Filosofia del diritto, con un tema nuovo e difficile nella complessa dottrina della «Interpretazione della Legge». Pubblicato in volume nel 1903 col titolo Dell’influenza della filosofia del diritto nella interpretazione della legge, quel saggio gli procurò la considerazione di autorevoli giuristi-filosofi, tra i quali il Pessima, il Filomusi Guelfi, il Fiore. Nello stesso anno si trasferì quindi a Napoli per prepararsi alla libera docenza che conseguì. 
All’Ateneo napoletano nel 1905 gli fu affidato il corso pareggiato di filosofia del diritto. Dal 1905 divenne libero docente al concorso per la cattedra bandito dall’Università di Parma (tenne una lezione su «La influenza del marxismo nella interpretazione della legge»), insegnamento cui, senza protezioni accademiche, affluirono in gran numero i giovani di quel grande Ateneo. 
Fu tentato anche dalla carriera politica. Nel 1905 si candidò per la lista democratica nelle amministrative di Reggio Calabria e nel 1913 fu candidato per il Partito radicale alle politiche nel collegio di Serra San Bruno ma non fu eletto. 
Il suo destino era un altro. Studioso di Vico, Rosmini e Leibniz, dedicò la sua attività principale ai rapporti tra diritto e filosofia. La sua opera più importante ha per titolo Diritto e filosofia (1910-1916). Nel concorso deciso nel 1914, usci in terna con due professori ordinari (Adolfo Ravà e Antonio Falchi) che si contendevano la cattedra di Parma. In base al risultato di quel concorso venne chiamato dall’Università dị Cagliari, dove iniziò la carriera ufficiale nel novembre 1915. Il discorso inaugurale tenuto in quella occasione gli procurò la stima del corpo accademico, particolarmente del rettore, il chirurgo Roberto Binaghi, del pubblico e della stampa, Aveva per titolo: «L’ideale e il reale del diritto», e disegnava la trama metafisica del diritto.
Restò tre anni in quella sede, chiamato con voto unanime, nel 1918, dall’Università di Messina. E, ancora dopo tre anni, l’Università di Catania lo aveva chiamato per succedere al compianto prof. Vadalà Papale, ma rinunziò. Vi andò dopo altri tre anni, nel 1924. La sua permanenza a Catania, tuttavia fu alquanto breve, attratto dalla fondazione dell’Università di Bari, verso la quale si dirigeva la sua aspirazione, soprattutto per trovarsi più vicino a Torre del Greco, dove aveva lasciato la madre con i due figli Bruno e Bianca. Il padre era morto alla fine del 1920.
Col consenso del ministro Fedele, poco più che cinquantenne, poté raggiungere questa aspirazione, e andò a Bari, nel marzo del 1926, come professore di Filosofia del diritto e di Diritto costituzionale (nel 1937 transitò nella seconda disciplina come professore ordinario), con l’incarico di preside per organizzare la nuova facoltà giuridica, alla quale egli dedicò abnegazione ed esperienza, investendo tempo ed energia per farla decollare. 
Più tardi, nel 1935, fu eletto Rettore, incarico che mantenne fino al 1937. Di quel biennio basterà ricordare l’inaugurazione del nuovo palazzo universitario per la facoltà di Economia e commercio, della Biblioteca di facoltà e del busto marmoreo di Maffeo Pantaleoni, che fu il primo direttore dell’antico Istituto superiore e il primo assertore dell’Università di Bari.
A settanta anni, nel 1942, per ragioni politiche fu mandato in pensione. Il riposo in quegli anni drammatici fu, all’opposto, un tormento per la salute e il disagio economico.
Alla caduta del fascismo, comunque, partecipò alla vita politica del Paese e alle elezioni per l’Assemblea costituente si candidò, senza successo, nella lista del Partito repubblicano italiano.
Invitato dal nascente Istituto superiore pareggiato di magistero in Salerno, per tre anni (1945-1948) insegnò «Storia della filosofia», pubblicando la prolusione e le lezioni. Con una serie di articoli collaborò in quegli stessi anni a «Il Giornale», quotidiano di Napoli e alla rivista «Cultura e Azione» di Vito G. Galati.
L’Ateneo barese lo insignì del titolo di professore emerito. Nel 1957 partecipò al Congresso di Filosofia del diritto a Catania con una relazione sul «Diritto della vita dello spirito» e scrisse un saggio critico sulla «Rechtslehere» kantiana pubblicato sulla «Rivista internazionale di filosofia del diritto».
Il riconoscimento tardivo dell’opera compiuta a Bari gli venne col governo repubblicano, su proposta del ministro Aldo Moro, già studente di quella Università, con la medaglia di oro dei benemeriti della Scuola, dell’Arte, della Cultura.
Lontano da cenacoli e da interessi mondani, fu presidente della Società di storia patria per la Calabria negli anni Trenta, e appartenne all’Accademia Peloritana di Messina, all’Accademia cosentina, e a quella di Scienze di Bari.
Ritiratosi a Torre del Greco, morì all’età di 93 anni. (Leonilde Reda, sulla base degli Appunti biblio-autobiografici del biografato) © ICSAIC 2021 – 10 

Opere

  • Studi su la Satira latina, Tip. dell’Epoca, Messina 1890;
  • Studi critici, Tipografia cooperativa, Siena 1894;
  • Dell’influenza della filosofia del diritto nella interpretazione della legge, Stab. tip. Francesco Morello, Reggio Calabria 1903;
  • Criteri preliminari circa il metodo, Tip. della R. Università, Napoli 1910;
  • Sul concetto della persona giuridica. Contributo alla teoria filosofica della persona, E. Loescher, Roma 1910;
  • Diritto e filosofia, Tipografia della R. Università (poi L. Pierro), Napoli 1910-1912;
  • Criteri gnoseologici, L. Pierro, Napoli 1912;
  • La dottrina del diritto di Goffredo Guglielmo Leibniz, Federico Sangiovanni & Figlio, Napoli 1913;
  • L’ideale e il reale del diritto (discorso pronunziato per l’inaugurazione dell’anno accademico nella R. Università di Cagliari il 14 novembre 1915), Tipografia Pietro Valdès, Cagliari 1916;
  • Diritto razionale e diritto positivo come problema filosofico, Tip. F. Sangiovanni, Napoli 1919;
  • Per l’interpretazione vichiana della storia, Tipografia D’Angelo, Messina 192;
  • Il principio del diritto: Antonio Rosmini (a cura di), G.B. Paravia, Torino 1924;
  • Studi sul diritto naturale, F.lli D’ecclesia, Bari 1935;
  • Il diritto pubblico del Romagnosi, Cressati, Bari 1936;     
  • Francesco Fiorentino (quindicesima lettura di storia letteraria calabrese alla Biblioteca comunale di Reggio Calabria, 28 maggio 1933), Ed. di propaganda, Reggio Calabria 1933;
  • La filosofia di Leibniz e l’idea etica dello stato (Prolusione al corso di Storia della Filosofia letta il 12 dicembre 1945, nell’ Istituto superiore di magistero pareggiato in Salerno, Lino-tip. M. Spadafora, Salerno 1947.

Nota bibliografica

  • Studi in onore di Michele Barillari, Cressati, Bari  1937;
  • Appunti biblio-autobiografici, «Brutium», aprile-giugno 1965;
  • Luigi Aliquò Lenzi e Filippo Aliquò Taverriti, Gli scrittori calabresi, Vol. I, Tip. Ed. Corriere di Reggio, Reggio Calabria 1972, pp. 102-107;
  • Bruno Barillari, Michele Barillari, «Cronaca di Calabria», 30 maggio 1965;
  • Franco Tamassia, Barillari, Michele, Dizionario Biografico degli Italiani, Vol. 34, Roma 1988;
  • L’Università di Bari fra Otto e Novecento: politica, società e cultura, «Annali di storia delle università italiane», 17, 2013, passim;
  • Vittorio Marzi, I rettori dell’Ateneo barese (1925-2015), Adda editore, Bari 2015, ad indicem.
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