Bellissimo, Domenico

Domenico Bellissimo  [San Nicola da Crissa (Vibo Valentia), 20 novembre 1924, Giffone (Reggio Calabria), 22 agosto 1965]

Generoso e solidale, attento ai problemi della società e rivolto alla comunicazione interculturale, nacque da Vincenzo e da Maddalena Iori, una onesta famiglia dedita al lavoro e vicina al mondo cattolico. Studiò prima al seminario diocesano di Mileto, poi al seminario pontificio di Reggio Calabria. Ricevuta nel 1951 l’ordinazione sacerdotale, l’anno successivo fu nominato parroco a Capistrano, un paesino non distante dal suo luogo d’origine, ma due anni più tardi, quando non era ancora trentenne, il Vescovo gli affidò l’incarico a Giffone, a ridosso tra le Serre, l’Aspromonte e la Piana di Gioia Tauro, in provincia di Reggio Calabria, ma al tempo rientrante nel territorio della Diocesi di Mileto.
Iniziò in quel periodo, in questo piccolo centro all’epoca caratterizzato da grande arretratezza, dove la strada provinciale che saliva da Maropati e Galatro non proseguiva oltre, la «rivoluzione» di don Bellissimo, che «aveva a cuore il bene della sua gente, ma che dovette scontrarsi con la chiusura di una certa mentalità meridionale», come lo descrisse Antonio Minasi, giornalista e dirigente della RAI, che lo aveva frequentato. Francesco Albanese, studioso di storia e tradizioni locali, in un saggio dedicato al sacerdote, ha raccontato la carica umana e spirituale, descrivendolo come un uomo «caparbio e appassionato».
Pur non trascurando affatto la missione affidatagli, il giovane sacerdote iniziò a guardare la realtà che aveva intorno, le nebbie non solo reali presenti a Giffone, l’isolamento che non era costituito solo dalle strade, e iniziò quel suo lavoro che a molti ha permesso di definirlo il «don Bosco del Sud», avvicinando i giovani non solo alle attività legate alla religione, un’attività caratterizzata da una maieutica a quei tempi impensabile anche altrove, iniziando a ottenere risposte con entusiasmo e ampia partecipazione.
Gli orizzonti che scrutava don Bellissimo erano ampi, era affascinato dalla conoscenza, non disdegnava il sano e costruttivo confronto con il mondo laico, sapeva ascoltare, era votato alla ricerca e all’accoglienza dell’altro. E, oltre alle attività di oratorio, di raccolta dalla strada di giovani che spesso non erano neppure scolarizzati, nel 1960 decise di dare vita a un’iniziativa importante e per molti versi ambiziosa, grazie anche all’aiuto di molti giovani studenti delle scuole superiori o universitari, vale a dire la realizzazione di una rivista culturale bimestrale formato libro, «Alziamo le vele», diretta da Rita Lenza, che racchiudeva proprio nell’intestazione la volontà di partire verso mete lontane, anche solo attraverso il pensiero e gli scritti, una rivista che sul primo numero e in prima pubblicò l’augurio di Giorgio La Pira. 
«Alziamo le vele», allestito nelle redazioni di Giffone e Catania, veniva stampata nella Scuola Tipografica Arte e Vita, una tipografia da lui stesso avviata, non senza sacrifici economici, che dava lavoro ad alcuni giovani, caratterizzata da un notevole impegno nel discutere tematiche di ogni tipo. Era un periodico aperto e di avanguardia, primo stadio di un progetto di casa editrice che avrebbe dovuto permettere alla tipografia di lavorare a tempo pieno in un vicino futuro. Firme importanti, più che di articoli si pubblicavano saggi e si esaminavano le scuole di pensiero, passando da Camus ai grandi filosofi, non disdegnando le novità rappresentate ai quei tempi dai primi voli nello spazio, ad esempio, oppure temi scientifici, soprattutto legati agli aspetti geologici e della ricerca in genere, del diritto. L’ultimo numero fu dedicato interamente alla memoria del fondatore.
Vi scrivevano Piero Bargellini, scrittore e politico fiorentino, esponente del mondo cattolico, Michele Federico Sciacca, il meridionalista e scrittore Sharo Gambino, il citato Antonio Minasi (che dopo la morte di don Bellissimo tentò di riportare, senza successo, la rivista alla luce). E ancora, come elenca Rocco Liberti, vi collaborarono tra i tanti Ugo Carbone, Giuseppe Reale, Salvatore Veneziano, Giuseppe Oliva, Francesco Falbo, Giovanni Grasso, Paolo Aiello, Vito Giuseppe Galati, N. Puglisi e Giovanni Grasso, Antonio Pagano, Salvatore Veneziano, Antonino Murmura, Franco Scillone, Paolo Aiello, Giuseppe Mandaglio, Antonio Pagano, Fortunato Seminara e Maria Macrì.
Impegnato ed entusiasta, don Bellissimo profuse ogni energia per raggiungere gli obiettivi legati alla sua missione religiosa ma anche a quelli civili e sociali, non badando alla forma o all’appartenenza dei suoi interlocutori a qualsiasi titolo, in un periodo in cui gli steccati tra il pensiero cattolico e quello laico erano evidenti. Un prete anticonformista, insomma, apprezzato e amato da tanti ma che a molti iniziò a dare fastidio perché costituiva un’oggettiva interferenza verso gli schemi sociali e politici rigorosamente precostituiti e anche la Curia cominciò a non sostenerlo più.
Nel frattempo, le prime avvisaglie di una malattia privano la parrocchia e la tipografia della presenza di don Bellissimo per lunghi periodi. In seguito, si sentì isolato e deluso, ritenne di non essere più capito per ciò che stava portando avanti, anche contraendo debiti, e ciò potrebbe aver scatenato il turbinio interiore che il 22 agosto del 1965, dopo aver celebrato la messa domenicale e un matrimonio, lo portò a un gesto estremo, oltremodo atipico per un ministro della Chiesa, il suicidio. Non pochi furono i commenti per questa morte da lui stesso cercata, anche se il rispetto induce a un riflessivo silenzio.
Amava scrivere, anche belle poesie, contenute nei numeri della rivista, e in questa sua frase vi è, forse, la chiave per capire la sua fine: «In ogni uomo ci sono abissi e altezze: ogni vita, una e irresistibile, nei suoi molteplici aspetti, è fatta d’ideali che s’infrangono, spesso, contro la realtà. Ma nell’intimo sospiro del cuore c’è sempre la nostalgia di una vita calma, innocente e grande».
Il Comune di Giffone gli ha intitolato una via non distante dalla Chiesa di Maria S.S. del Soccorso.
L’Associazione Amici Casa della Cultura “Leonida Repaci” di Palmi ha promosso diverse iniziative riferite alla figura e all’opera del religioso. (Letterio Licoirdari) © ICSAIC

Nota bibliografica

  • «Alziamo le vele»,  annate dal 1960 al 1965;
  • Nicola Catalano, Don Domenico Bellissimo nel ventesimo anniversario della morte, «Calabria Letteraria», XXX, 1-2-3, 1986, pp. 51-54;
  • Nicola Pirone, Don Domenico Bellissimo, ecco il don Bosco del sud, «Calabria Ora»,  2 luglio 2008;
  • Rino Tripodi, In memora di un “don” Bellissimo, «LM Magazine», 18, 22 agosto 2011, suppl. a «LucidaMente», VI, 68, agosto 2011;
  • Antonio Minasi, Sharo Gambino, articoli , «Itaca», 13, giugno-luglio 2011,  pp. 8 e 9.
  • Rocco Liberti, Fede e Società nella Diocesi di  Oppido Mamertina-Palmi, «Quaderni Mamertini», 58, Litografia Diaco, Bovalino , 2005 (riveduto e corretto 2016), pp. 28-30.
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