Calàuti, Michele

Michele Calàuti [Siderno (Reggio Calabria), 13 marzo 1861 – 28 marzo 1935]

Nacque dal cavalier Francesco, possidente, sindaco beneamato della città jonica per un quarto di secolo, e dalla baronessa Filomena Correale Santacroce. Dopo gli studi di base si spostò a Napoli e a Roma, dove nel 1884 si laureò in giurisprudenza e lettere. Ansioso di nuove conoscenze viaggiò molto e si recò in Francia, Gran Bretagna, Germania e Austria.
Ritornato a Siderno, sposò Clotilde Falletti, di un’altra antica famiglia benestante, e il loro matrimonio fu allietato dalla nascita di ben otto figli.
Ricordato come il poeta dell’amore e del dolore, esordì ancora giovanissimo con due volumi di versi: Nebulose (1882) e Meteore (1886). Le due opere gli procurarono la stima e l’apprezzamento di Giosuè Carducci, Giovanni Prati, che collaborava con lui alla rivista «Ateneo italiano», e Victor Hugo. Il grande scrittore francese così gli scrisse: «J’ai recu votre livre de vers “Nebulose”, qua j’ai lu et que j’ai admiré». Fu in corrispondenza, tra i tanti, anche con Grazia Deledda. Anche se ricevette mezze stroncature, come quella contenuta in una recensione del 1882 sulla «Fornarina», giornale artistico, letterario e illustrato.
Amico di illustri nomi della letteratura italiana (Giosuè Carducci, Luigi Capuana Gabriele D’Annunzio, Giovanni Pascoli), considerato uno degli ultimi poeti romantici, a Roma frequentò i più importanti salotti e collaborò con le principali riviste letterarie del tempo, dalla «Cronaca Bizantina» al «Fanfulla», da «La Scena Illustrata» a «Roma Letteraria», diretta dal sacerdote e poeta Vincenzo Boccafurni, suo compaesano.
Seguendo le orme paterne, ricoprì anche lui, sebbene per pochi anni, a metà della penultima decade dell’Ottocento, la carica di Sindaco di Siderno, gestendo il delicato esodo verso la Marina. Quel periodo fu segnato dalla rivalità con il cognato Giovanni Falletti, fratello della moglie, che aspirava a diventare deputato ma che egli si rifiutò di aiutare, preferendogli il deputato uscente Rocco Scaglione.
Per provvedere all’educazione dei figli, lasciò l’antico palazzo di famiglia a Siderno Superiore e si trasferì a Reggio Calabria in un villino di via Santa Lucia. Nel 1908, aveva 47 anni, in quella casa fu travolto con l’intera famiglia dalla catastrofe sismica di immani proporzioni che il 28 dicembre rase al suolo Messina e Reggio provocando migliaia e miglia di morti. In quel tremendo disastro perse tre figli i (Eugenio di 15 anni, Guido di 9 e Leone di 7) ) e la madre e per quattro giorni, insieme ai superstiti della sua famiglia (tra cui il figlio fratesco, diciassettenne, che subì traumi gravi), rimase sepolto tra le macerie del villino. A distanza di alcuni mesi riprese a scrivere per raccontare lo strazio causatogli dalla perdita dei suoi figli e della madre. Lo fece, con dolore e con amore, in un breve e straziante racconto che intitolò LacrymaeovveroRicordi di un dissepolto, che ricevette parole di elogio da tanti letterati e critici, tra cui Croce, Fogazzaro, D’Ovidio, Zumbini, D’Annunzio, Grazia Deledda e Matilde Serao, per la quale «Chi sa fare qualche cosa del suo dolore, quello solo merita di essere consolato». Da queste pagine e dal romanzo Le baracche di Fortunato Seminara (due storie che ben s’intrecciano) è stato tratto il film Questa casa non si tocca per la regia di Laszlo Barbo.
Altre sue opere sono Paesi e figure (Bozzetti e scene), Vita Nova (novissimi versi), Christus vincit ed Eco lontana. In queste liriche – è stato scritto – si rivela uno dei più melodiosi e robusti poeti dell’ultimo Ottocento; uno dei più aristocratici artisti del migliore classicismo italiano». «Dall’assolata Calabria – ancora – ereditò una ipersensibilità morale ed estetica che lo accendeva di entusiasmo e lo faceva sussultare davanti a ogni visione di bene e di bello».
Dopo la tragedia familiare rientrò a Siderno, Dopo la guerra aderì al fascismo e nel 1926 divenne primo podestà di Siderno. Il figlio Orazio vestì subito la camicia nera e fu impegnato in politica, mentre il primogenito Francesco, futuro senatore della Repubblica, seguace di Don Sturzo, fu tra i fondatori del Partito Popolare in Calabria. Michele Calauti si spense serenamente a 74 anni, lasciando un compianto unanime: «Con lui – scriveva un giornale del tempo – veniva a mancare un vivido ingegno, una gloria purissima della generosa terra di Calabria, che lo ebbe diletto figlio, un alato cantore delle sconosciute bellezze della terra natia, un appassionato assertore della libertà». L’Istituto magistrale di Siderno fu intitolato al suo nome. (Aldo Lamberti) © ICSAIC 2020

Opere

  • Fiori d’arancio. Serto nuziale per mia sorella Laura, Tipografia dell’Accademia Reale delle Scienze, Napoli 1880;
  • Nebulose. Versi, E. Detker editore, Roma 1882;
  • Meteore. Nuovi versi, E. Quadrio editore, Milano 1886;
  • In memoria di Francesco Calauti morto a Siderno il 31 gennaio 1891, M. Calauti Edit., Siderno 31 gennaio 1892;
  • Lacrymae, ovvero Ricordi di un dissepolto, Officina tipografica cooperativa, Pistoia 1910 (seconda edizione, M. Bretschneider, Roma 1915; infine: Ricordi d’un dissepolto. La tragedia famigliare di un poeta nel terremoto di Reggio e Messina, a cura di Enzo Romeo,Rubbettino, Soveria Mannelli 2007);
  • Cristus vincit, Desclee & C. editori, Roma 1914;
  • Eco lontana, P. Maglione editore, Roma 1934;

Nota bibliografica essenziale

  • In memoria di Michele Calàuti nel primo anniversario della sua morte, 28 marzo 1935 – 28 marzo 1936. Scritti di Anile, Amalfi, Bianchi-Cagliesi, Carafa Di Noja, Carducci, Contessa Lara, Federzoni, Nencioni, e molti altri, Sansaini, Roma 1936;
  • L’orazione di Giovanni Greco per il poeta Michele Calauti, «Cronaca di Calabria», 10 ottobre 1937;
  • Luigi Malafarina, Siderno, Edizioni Frama’s, Chiaravalle Centrale 1973, pp. 67-69;
  • Giuseppe Errigo, Protagonisti del Novecento jonico, vol. II, Arti Grafiche Edizioni, Ardore Marina, 1999, pp. 12 sgg.;
  • Domenico Romeo (a cura di), La magia della scrittura. Bibliografia degli Autori di Siderno di tutti i tempi, Arti Grafiche Edizioni, Ardore Marina 2006, ad nomen;
  • Luisa Lombardo, “Quel che resta” racconta la tragedia del sisma del 1908, «Gazzetta del Sud», 14 giugno 2010.
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