Caminiti, Filippo

Filippo Caminiti (Soverato (Catanzaro), 5 marzo 1895-22 ottobre 1955)

Imprenditore e politico, sindaco prefascista e poi podestà, senatore liberale nel dopoguerra, nacque dal capitano di lungo corso Rocco e da Elena Fusto, originaria di Petrizzi. Fece gli studi primari nel paese natale e poi fu mandato a Messina per quelli superiori. Dopo il terremoto del 1908 in cui morì il fratello più piccolo rientrò definitivamente a casa e iniziò a lavorare nella azienda paterna, la «Rocco Caminiti & C». Si dedicò, così, fin dall’adolescenza agli affari di famiglia. I Caminiti erano una famiglia di marinai e commercianti originaria di Acciarello di Villa San Giovanni. I fratelli Domenico e Rocco si stabilirono a Soverato nell’ultimo quarto dell’Ottocento assieme ai genitori, diventando entrambi protagonisti della vita economica e sociale del paese: il palazzo che si costruirono nel 1888 sul corso principale era il segno del loro ruolo di primo piano. Addirittura, nel 1906, Rocco fece edificare, «per grazia ricevuta», una chiesa privata dedicata alla Madonna di Porto Salvo: era una promessa alla Madonna dei marinai che invocò per essere salvato quando durante una tempesta la sua imbarcazione rischiò di essere travolta. Le attività mercantili e marinare, il piccolo cabotaggio con bastimenti propri e la parentela stretta con Rocco Caminiti, medico e docente universitario che nel 1919 fu eletto deputato nella circoscrizione di Reggio Calabria, diedero alla famiglia influenza politico-economica e prestigio sociale.
Autodidatta prodigioso, come è stato definito, tanto da diventare negli anni esperto in problemi industriali e  finanziari, crebbe sia nell’azienda e sia in politica con l’esempio del padre che dal 1914 al 1920 fu sindaco di Soverato, a capo di una maggioranza filogovernativa, sostenuta dalla borghesia mercantile. Nel 1920 avvenne il ricambio generazionale con una staffetta familiare. Il padre si ritirò dall’attività politica e lasciò “in eredità“ la guida del Comune al figlio Filippo che fu eletto sindaco a capo di una maggioranza monarchico-costituzionale, sempre e comunque dalla parte del “ministero”. Già vicino ai «Combattenti», dopo la marcia su Roma e la presa del potere da parte di Mussolini, provò forte simpatia per il fascismo e vi aderì convintamente. Sei anni dopo, così, da sindaco subentrò a se stesso come podestà e – caso abbastanza raro – fu confermato in tale incarico per quattro volte. Si dimise agli inizi di aprile 1942, quando fu coinvolto in una vicenda giudiziaria con l’accusa di turbata libertà degli incanti. I quasi trent’anni dei Caminiti alla guida del comune rappresentano un caso di egemonia politica locale non molto ricorrente. Durante il suo mandato di sindaco e poi di podestà avviò un programma di modernizzazione, con la costruzione dell’acquedotto e del cimitero e alcuni edifici scolastici.
Il ruolo politico non gli impedì di rafforzare e potenziare l’azienda di famiglia. Nel 1928 sposò la diciottenne Esterina Chiefari, appartenente a una famiglia soveratese molto conosciuta, con la quale ebbe sette figli: Rocco, Maria, Milena, Giuseppe, Gianfranco, Antonio ed Elena. 
Alla caduta del fascismo, continuò senza pausa le proprie attività commerciali e industriali. Si occupava infatti di commercio di agrumi, ma anche di ferro e altri materiali per l’edilizia, e possedeva un’impresa boschiva. Quest’ultima attività lo proiettò nel mondo dell’industria di cui molto presto divenne uno dei più attivi nell’organizzazione della categoria. Iniziò pure ad allargare la propria rete di relazioni e quando nel 1946 a Soverato fu costituita una loggia massonica dell’Obbedienza di Piazza del Gesù (conosciuta anche come «massoneria di Palermi», che raccolse fascisti in tutta la provincia) e gli fu chiesto di farne parte, non esitò e in poco tempo diventò maestro venerabile.
Sempre nel 1946 alle elezioni per la Costituente appoggiò il Blocco nazionale della libertà che a Soverato ottenne il 30% dei voti. 
L’anno successivo fu nominato presidente della Confederazione provinciale degli industriali di Catanzaro che era stata fondata tre anni prima da 50 imprenditori. È il trampolino di lancio per la sua attività pubblica. Tenne l’incarico per otto anni.
Nonostante i suoi trascorsi in camicia nera e orbace, chiusa la vicenda giudiziaria per la quale si era dimesso da podestà, fece il suo reingresso nell’agone politico senza alcuna difficoltà. Cancellato dal suo curriculum i sedici anni di podestà fascista, fu accolto nel Partito liberale italiano di cui divenne uno dei massimi dirigenti regionali. Spiegherà di aver aderito al Pli nel 1943 ma senza alcun riscontro. È il 1948, tuttavia, l’anno della sua consacrazione politica, perché fu eletto senatore per il Partito liberale nel collegio di Catanzaro con 15.362 voti, grazie anche al pieno di preferenze fatto nella sua Soverato (il 50 per cento dei votanti si espresse per lui).
In Senato partecipò attivamente ai lavori delle Commissioni permanenti a cui in successione fu assegnato: Industria, commercio interno ed estero; Igiene e sanità; Lavoro, emigrazione e previdenza e, infine, Agricoltura e alimentazione. Inoltre, dal 23 maggio 1951 al 24 giugno 1953, fu membro della Commissione parlamentare consultiva per gli enti di riforma fondiaria, sezione speciale dell’Opera per la valorizzazione della Sila. Intervenne diverse volte anche in aula: tra l’altro sui disegni di legge riguardanti la colonizzazione della Sila del Marchesato di Crotone, le disposizioni a favore della piccola proprietà contadina, la regolamentazione del prezzo delle sanse, la disciplina su produzione e commercio di saponi e detersivi, l’autorizzazione di spesa per l’esecuzione di opere di sistemazione di fiumi e torrenti.
Dal momento della sua elezione a senatore accumulò cariche dopo cariche. Fece parte del Consiglio di amministrazione del Banco di Napoli, fu membro della Giunta della Camera di Commercio e consigliere di amministrazione della Società elettrica delle Calabrie, presidente del Consorzio di Bonifica Assi-Soverato e delle Commissioni comunale e distrettuale delle imposte dirette; fu inoltre consigliere dell’Automobile Club, dell’Istituto delle Case popolari, vicepresidente del Rotary Club di Catanzaro e di molti altri enti e associazioni. Dal marzo 1950 e fino alla sua morte, nella sua qualità di titolare di una importante azienda di produzione di legname, fu presidente della Federazione delle industrie del legno e del sughero e in tale veste il 30 aprile 1952 firmò con i sindacati il contratto di lavoro dei lavoratori del settore. Fece parte anche del Comitato permanente di Confindustria per l’industrializzazione del Mezzogiorno.
Fu un uomo del suo tempo e, alle elezioni del 1953, quando ripresentò la propria candidatura al Senato, come presidente provinciale degli industriali si adoperò per favorire anche i candidati dei partiti di governo. Alle aziende associate, infatti, inviò una circolare «Riservata – Urgentissima» con la quale sollecitò «un particolare sforzo contributivo» straordinario di mille lire per ogni dipendente per poter «esplicare in campo politico quell’attività che è indispensabile per sostenere elettoralmente i candidati governativi». La richiesta trovò qualche resistenza tra i piccoli industriali catanzaresi e, venuta a galla, provocò una forte polemica nazionale per iniziativa del Partito comunista che accusò gli industriali di «pretese assurde».
Una attività frenetica la sua, che subì una decisiva battuta di arresto con la mancata rielezione, nonostante l’impegno profuso nel corso della campagna elettorale che ebbe una coda drammatica per la morte del primogenito Rocco, deceduto il 5 giugno 1953 in seguito a un incidente stradale, mentre viaggiava sull’auto paterna utilizzata nei giri di propaganda, nel tratto della statale jonica tra Catanzaro Lido e Squillace (assieme a lui perse la vita il corridore automobilistico Giuseppe Falcone). Per lui, che poco tempo prima aveva perso un altro figlioletto fu un colpo da cui non si riprese più. Continuò ancora per due anni nelle proprie attività politiche e imprenditoriali. Ma, già malfermo per problemi cardiaci e di circolazione, morì improvvisamente all’età di sessant’anni nel primo pomeriggio del 22 ottobre 1955. I suoi funerali furono molto partecipati. Per l’occasione il sindaco socialista di Soverato dichiarò il lutto cittadino. Il 25 ottobre fu solennemente commemorato sia al Senato, sia alla Camera. Soverato lo ricorda con una via intestata a suo nome. (Pantaleone Sergi) © ICSAIC 2020

Nota bibliografica

  • Gli industriali finanzieranno la campagna elettorale clericale, «l’Unità», 2 aprile 1953;
  • Allo scrutinio centrale dei voti devono assistere tutte le liste!, «l’Unità», 30 maggio 1953;
  • Morto in un incidente stradale il figlio del senatore Caminiti, «Corriere della Sera», 6 giugno 1953;
  • Non batte più il grande cuore dell’on. Filippo Caminiti, «Corriere calabrese», 23 ottobre 1955;
  • Senato della Repubblica, Atti parlamentari, Discussioni, 25 ottobre 1955;
  • Camera dei Deputati, Atti parlamentari, Discussioni, 25 ottobre 1955;
  • F.R. Fabiani, Profondo cordoglio a Catanzaro per la improvvisa morte del sen. Caminiti, «Il giornale di Italia» (edizione Calabria), 26 ottobre 1955;
  • T. (Egidio Trapasso), Filippo Caminiti: una nobile vita spesa per esaltare il lavoro e la famiglia, «Il Grido della Calabria», 26 ottobre 1955;
  • Il sen. Filippo Caminiti manca ai vivi, «Magna Graecia», 29 ottobre 1955;
  • Jole Lattari Giugni, I parlamentari della Calabria dal 1861 al 1967, Casa Editrice Morara, Roma 1967, pp. 231-232;
  • Ulderico Nisticò, Tonino Fiorita, Santa Maria di Soverato. La storia e le cronache della Festa della Madonna a mare, Sudgrafica, Davoli Marina 2001;
  • Alessio Di Stefano e Annalisa Pontieri, Una città borghese, in Fulvio Mazza (a cura di), Soverato. Storia cultura economia,Rubbettino, Soveria Mannelli 2009, ad indicem.

Nota archivistica

  • Archivio Comune di Soverato, Delibere Giunta comunale, dicembre 1920;
  • Archivio di Stato di Catanzaro, Gabinetto di Prefettura, b. 420, Soverato, fasc. Sindaci e fasc. Podestà.
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