Cananzi, Francesco

Francesco Cananzi [Tresilico (Reggio Calabria) 5 novembre 1907 – Reggio Calabria, il 24 novembre 1973]

Nacque a Tresilico (oggi Oppido Mamertina) da Raffaele e Felicetta Macrì, donna dolce e mite che lo rese orfano all’età di tredici anni. Visse in un ambiente familiare sereno e permeato da spirito di fede e valori d’umiltà cristiana. La salda educazione religiosa fu testimoniata nei suoi scritti e nella vita sociale e professionale.  Era profondamente convinto che la vita fosse servizio verso il prossimo e preghiera verso Dio. Nel mondo cattolico non volle, per varie ragioni, avere delle cariche. Fu Terziario dell’Ordine domenicano e accettò soltanto l’elezione a Presidente dell’Unione dei Giuristi Cattolici di Reggio Calabria, costituita nel gennaio 1960. Lo spirito profondamente cattolico fu pregnante anche nell’educazione dei suoi sei figli avuti dalla moglie Dora Vinci. Il figlio Raffaele, avvocato dello Stato e politico italiano (nato a Caulonia il 28 dicembre 1939), sarà Presidente dell’Azione cattolica nazionale dal 1986 al 1992.
Francesco Cananzi compì studi classici e fu particolarmente incline per le materie umanistiche che continuò a coltivare anche dopo gli studi universitari di Giurisprudenza. Si dedicò soprattutto alla lettura dei classici latini e greci ammirando delle lettere italiane la Commedia di Dante e l’opera di Carducci. Nel 1927 aderì alla Federazione Italiana Liberi Intellettuali, fondato nel 1926 da Giuseppe Tympani, Domenjco Scoleri e Alfredo Pedullà Audino.
Si laureò in Giurisprudenza presso l’Ateneo di Messina con una tesi in diritto civile sulla questione della «Prescrizione e decadenza». Subito dopo, il 25 novembre 1929, venne nominato vicepretore e destinato alla Pretura di Reggio Calabria. Durante tale mandato fece eco una sua sentenza «storica» che richiamava in causa i diritti dei lavoratori, una sentenza datata 8 ottobre 1930 sui riposi settimanali spettanti ai lavoratori pubblicata su varie riviste giuridiche («Giurisprudenza Italiana» del gennaio 1931, «Foro Italiano» del gennaio1931); su giornali economici quali «Il Sole» di Milano del 2 gennaio 1931, l’«Eco del Commercio» del 13 dicembre 1930 e su «La Voce Forense» dell’1 febbraio 1931. 
Il 17 maggio 1931 fu nominato reggente della Pretura di San Sosti (Cosenza). Di questa cittadina e dei suoi abitanti conservò sempre un caro ricordo. Nelle sue memorie, infatti, scrisse: «A me basta la soddisfazione di aver portato l’entusiasmo della mia età, la ferma volontà del lavoro e soprattutto la purezza dei sentimenti dell’onesto e del giusto. Nella coscienza della delicatezza e difficoltà della mia funzione, ho portato sempre il senso dell’umanità per contemplarlo con il rigore della legge. Se talora fui costretto a rigore, lo feci sempre con riluttanza dell’animo per il dovere del caso e per un principio di bene. Il giudice talvolta opera a guisa del chirurgo; la sua sentenza è il bisturi che crudelmente taglia per sanare». 
Nel febbraio 1932 fu nominato titolare della Pretura di Caulonia (Reggio Calabria) che da molto tempo ne era priva per cui il provvedimento di nomina di un titolare fu salutato con apprezzamento. A Caulonia rimase fino a marzo del 1945, occupandosi anche della sede distaccata di Roccella Jonica. I noti «fatti di Caulonia» del marzo 1945 costituirono l’occasione per chiedere il trasferimento a Reggio Calabria, dove le esigenze scolastiche dei figli gli imponevano di tramutare la sua residenza. I momenti “caldi” della Repubblica Rossa di Caulonia lo videro suo malgrado coinvolto della vicenda. Nel corso delle «cinque giornate», infatti, i rivoltosi circondarono la sua casa, con all’interno la sua famiglia.
Nonostante la triste vicenda, non dimenticò mai Caulonia, che tenne nel cuore per dolci motivi familiari e cari ricordi professionali. Lì era chiamato «il Giudice della Pace» e per tredici anni fu instancabile nell’opera di pacificazione fra contendenti. A lui facevano ricorso agiati e poveri, certi di trovare il giusto interprete delle vicende umane e l’esatta applicazione della legge. 
Negli anni successivi fu destinato alla Pretura di Reggio Calabria e poi al Tribunale della stessa città. 
Nel 1957 i giornali locali e nazionali diedero la notizia della promozione a magistrato della Corte di Cassazione e fu destinato a Catanzaro dove per 18 mesi svolse le funzioni di Presidente della Corte di Assise di Appello. 
Dal 1959 al 1966, presso la Corte di Messina fu presidente della prima sezione promiscua, presidente della sezione minorile e, fino al 1963, presidente della Corte di Assise di Appello. In quegli anni fu, inoltre, presidente dell’Unione dei giuristi cattolici di Reggio Calabria, costituita nel gennaio del 1960.
Dopo il 1966 ritornò a presiedere la sezione di Corte di Appello di Reggio. Nel 1970 fu Procuratore Generale della Corte di Appello di Trieste e in seguito ottenne il titolo onorifico di Grande Ufficiale della Repubblica e di Procuratore Generale della Corte di Cassazione. Fu però costretto a lasciare la magistratura a causa della sua malattia che lo portò alla morte all’età di 66 anni.
Il 26 novembre 1973 i magistrati reggini sospesero tutte le udienze per dare, nella chiesa di S. Lucia, l’ultimo saluto al magistrato scomparso due giorni prima nella sua casa di Reggio Calabria.
Francesco Cananzi ha lasciato molti scritti che affrontano le tematiche più disparate. Non solo argomenti di giurisprudenza, ma anche saggi filosofici e letterari raccolti nel saggio Scritti, edito nel 1976 a Napoli e poi ristampato anastaticamente in occasione dell’intitolazione, il 9 ottobre 2010, di una via a Reggio Calabria al suo nome.
Per concludere, ecco qual era la sua idea di giustizia e di pena, esposta in una conferenza dove partecipò come brillante oratore il 9 aprile in Messina nei locali dell’Istituto «Sant’Ignazio» dei Padri Gesuiti, conferenza confluita in sintesi ne «La Tribuna del Mezzogiorno» del 13 aprile 1960: «Il delitto si combatte non con il rigore delle pene, ma con l’elevamento delle idee e delle funzioni educative dello stato […]. Abbia il delinquente il castigo che merita e se la pena è giusta egli stesso sentirà che è meritato quel castigo, donde un risveglio della sua coscienza morale; lo si avvicini poi durante l’esecuzione della pena perché non si senta solo ed abbia il conforto di una parola, di un consiglio, di un indirizzo; gli si faccia capire il valore della persona umana. È umano dare a quello spirito, sconsolato di bellezze e di idealità, la speranza di vedere il sole, infondergli la forza di conquistarlo, di possederlo; è dovere della società, su cui talvolta ricade anche la responsabilità del delitto». 
Le città di Reggio Calabria e Oppido Mamertina lo ricordano con una via intestata a suo nome. (Caterina Provenzano) © ICSAIC 2020

Opere

  • Scritti, Arte tipografica, Napoli 1976.

Nota bibliografica

  • L’ideale francescano ed i nostri giorni in un convegno tenuto da Francesco Cananzi, in «La Gazzetta», 30 marzo 1938;
  • L’ingresso del dott. Cananzi alla Suprema Corte, in «Il Giornale d’Italia», 2 agosto 1957;
  • L’attualità di Dante in una conferenza tenuta dal magistrato Francesco Cananzi,  in «La voce di Calabria», 11 Maggio 1954;
  • La pena nell’evoluzione storica, nel pensiero giuridico e negli attuali orientamenti legislativi, «La Tribuna del Mezzogiorno», 13 aprile 1960;
  • Meritato riconoscimento al Magistrato Francesco Cananzi, «Gazzetta del Sud», 9 ottobre 2010;
  • Caterina Provenzano, Francesco Cananzi: “Il giudice della pace” che amava la letteratura, «Lettere Meridiane», VI, 22, 2010.
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