Yaria, Armiro

Armiro Yaria (Reggio Calabria, 7 settembre 1901 – Roma, 15 febbraio 1980) 

Nasce da Domenico e da Maria Felicita che allo Stato Civile gli danno il nome di Armiro Bernardo. Frequenta le scuole di base nella città natale, ma ancora bambino, a 12 anni, si allontana da Reggio e con la con la famiglia si trasferisce a Torino. Qui effettua la sua formazione artistica frequentando l’Accademia Albertina sotto la direzione di Giacomo Grasso, rinomati ritrattista, e di Giovanni Guadotti. oltre che la Scuola d’Arte decorativa. Nella stessa città aderisce al secondo movimento futurista con Fillia, pittore, poeta e narratore (alias Luigi Colombo), e Alberto Sartoris, e prende parte così alla I Mostra Futurista tenutasi nel capoluogo piemontese. Figura rilevante del Futurismo calabrese, assieme a Enzo Benedetto e Antonio Marasco, in questo periodo produce opere di sicuro impianto futurista, ma pregne di tensione emozionale. 
La sua militanza artistica futurista, però, è in qualche modo ben presto compromessa dal suo antifascismo. Nel 1923 viene, infatti, arrestato nel corso di un conflitto armato con squadristi. Dopo la scarcerazione è costretto a emigrare in Francia, dove, per sopravvivere, lavora come
tipografo e litografo. Nel 1926 torna in Italia e nel 1930 si stabilisce a Roma e in questi anni sviluppa la sua produzione futurista. Un rapporto della prefettura di Torino del 1931 lo segnala ancora come un anarchico, ma accurate indagini successive della polizia l’anno successivo lo “scagionano” per cui viene radiato dal novero dei sovversivi. Della sua vita privata, allo stato, si conosce ben poco.
A Roma apre il suo studio in via Rasella. Fa esperienza nell’ambito del tonalismo romano. All’epoca la sua produzione è vicina a quella degli artisti della scuola di via Cavour sia per le tematiche sociali sia per l’apertura espressionistica. È presente alle Sindacali romane degli anni 1936, 1938 e 1940; nonché a tre edizioni – III, V, VII – della Quadriennale d’arte. Nel 1941 espone a Roma alla Galleria delle Terme assieme a Cesare Zampaloni e allo scultore Liu Jah Fan.
Alla fine della seconda guerra mondiale si avvicina al centro artistico del Partito comunista italiano, partecipando alle sue attività artistiche. Nel secondo dopoguerra risente del clima neorealista della capitale, pur esprimendo alcune suggestioni postcubiste. Infine, dopo esperienze più libere dalla figurazione, approda a una figurazione più elementare, riprendendo esplicitamente i moduli espressivi del futurismo, che caratterizzano, così, l’ultimo periodo della sua produzione.
La sua attività è molto frenetica. Nel 1947 espone alla Mostra d’Arte Italiana a Berna e nel 1949 alla I Mostra Internazionale dell’Art-Club di Torino; nel 1949 è presente alla Mostra d’Arte astratta alla Galleria nazionale d’arte moderna e contemporanea di Roma; nel 1951, sempre a Roma, è tra i 60 espositori alla mostra «L’arte contro la barbarie» (aveva preso parte anche a quella del 1944) con il quadro «Reduci e liberatori»; nel 1952 partecipa al Premio Michetti e ottiene il Premio acquisto Pirelli; partecipa poi 1953 alla Mostra «L’Arte nella vita del Mezzogiorno» al Palazzo delle Esposizioni di Roma (mostra di arti figurative e di arti applicate dell’Italia meridionale), nel 1954 al Premio Avezzano e ottiene il II Premio; nel 1955 espone alla Exposition des Artistes Indépendants a Parigi. Espone anche a Terni e Spoleto e partecipa a varie edizioni del «Maggio di Bari» e alle esposizioni del Premio Villa San Giovanni.
Richiama molta attenzione sulla sua opera con alcune mostre personali, tra cui quelle alla Galleria delle Carrozze nel febbraio 1955 e alla Galleria della Cassapanca nel 1960 e dal 4 al 15 febbraio 1963. Una mostra antologia con una quarantina di sue opere dal 1922 al 1968, in quest’anno diede avvio all’attività del nuovo studio d’arte Hermes di Roma. Presso la cooperativa Cassapanca, nel 1971 si tenne una nutrita rassegna di avori prodotti nell’ultimo decennio, dal titolo «Omaggio a Yaria», rassegna che fu bissata quattro anni dopo a Castrovillari presso la galleria «Il Coscile»
Molti sono i critici d’arte che si sono occupati della sua attività: Vito Apuleo, Maria Albini Brandon, Aristarque, Luigi Aversano, Fortunato Bellozzi, Michele Biancale, Francesco Paolo Catalano, Umberto Cesaroni, Aniceto de Massa, James Etna, Ivanoe Fossati, Marcello Gallina, Virgilio Guzzi, Ettore La Padula, Ercole Maselli, Dario macaques, Dino Morelli, Mario Morelli, Ugo Moretti, Franco Miele, Luigi Olivero, Arturo Peyrot, Giuseppe Pensabene, Marino Pitch, Claudia Refice, Vittorio Scorza, Giuseppe Selvaggi, Lorenza Tricheurs, Marcello Venturoli.
Sue opere figurano alla Galleria nazionale d’arte moderna e contemporanea, alla Galleria comunale d’arte moderna e contemporanea di Roma al Museo Storico dell’Arma dei Carabinieri di Roma, alla Galleria Nazionale di Tel-Aviv, alla Galleria della Città di Eilath, al Kibbuz dei Combattenti del Ghetto di Haifa, alla Presidenza della Repubblica di Roma, all’Istituto Nazionale Infortuni sul lavoro di Roma, all’Ente Nazionale della Previdenza Sociale di Roma, all’Istituto Bancario San Paolo di Roma, alla Collezione Pirelli di Milano, alla Fondazione Morellini di Cesena e presso privati collezionisti di Roma, Firenze, Milano, Torino, Pescara, Parigi, Fontainebleau, Nizza e New York.
Poco o niente si conosce, al momento, della sua vita privata, a incominciare dalla famiglia d’origine e dalla sua adolescenza a Reggio Calabria.
Muore a 79 anni. (Leonilde Reda) © ICSAIC 2021

Opere principali

  • La città meccanica, 1922
  • L’uomo e la città, 1922 
  • Uomo che attraversa la strada, 1923 
  • Filobus, 1924 
  • Studio di testa, 1930 
  • Ritratto, 1931 
  • Ritratto di Anna, 1931 
  • Maternità, 1934 
  • Paesaggio, 1937 
  • Appunti di lettera, 1941, 
  • Interno, 1944
  • Donne e officine, 1945
  • I profughi, 1945
  • Un pover’uomo, 1945
  • Figura, 1946
  • I Pazzi, 1947
  • Tre vecchie, 1947
  • Chitarrista all’osteria, 1950
  • Il pittore, 1950
  • Ritratto di Gianni Novak, 1950
  • Reduci e liberatori, 1951
  • Ritratto dello scultore Italo Ciampolini, 1951
  • Camera d’albergo, 1953
  • Donna che cuce, 1953
  • La città si desta, 1956
  • Donna e limone, 1957
  • Case e fabbriche, 1958
  • La Diva, 1960
  • Uomo al bar, 1960
  • Vinto e vincitore
  • Ore otto, 1961
  • Fantasmi, 1963
  • Il cimitero dei deportati di Treblinka, 1964
  • Le tre età, 1965
  • Strada di città, 1965
  • Alberi della periferia, 1966
  • Forme in movimento, 1966, 
  • La Boutique fantastique, 1966
  • La Torre di Babele, 1966
  • Cariatide, 1967
  • Figure di oggi, 1967
  • Prigionieri, 1967 
  • Ultime notizie, 1968
  • Uomini e maschere, 1968

Nota bibliografica

  • Arturo Peyrot, Armiro Yaria, «Il Piccolo» (Roma), 25 aprile 1941;
  • Fortunato Bellonzi, Armiro Yaria (presentazione mostra personale), «La Cassapanca», Roma 1960;
  • Giuseppe Selvaggi, Cento pittori e una modella. Cronache d’arte contemporanea, Edizioni, dell’Albero, Torino 1964;
  • Dal Futurismo a oggi, catalogo della mostra, Studio d’arte Hermes, Roma 1968
  • Giorgio Di Genova, Storia dell’arte italiana del 900. Generazione primo decennio, Bora, Bologna 1986;
  • Enzo Benedetto, Futuristi calabresi, «Futurismo oggi», 1-4, gennaio-aprile 1988;
  • Vittorio Cappelli e Luciano Caruso (a cura di), Calabria Futurista, Rubbettino, Soveria Mannelli, 1997;
  • Roberta Bernabei, Yaria, Armiro, in Carlo Pirovano (a cura di), La Pittura in Italia, Il Novecento/1, Electa, Milano, 1992, pp. 1115-1116 ; 
  • Anna Maria Ruta e Salvatore, Ventura (a cura di), Catalogo della mostra «Futuristi e aeropittori a Catania», Galleria d’Arte Moderna, 29 marzo – 1 maggio 1996, Edizioni Publinews, Catania 1996, p. 96;
  • Claudio Crescentini, Mario Verdone, Vittorio Cappelli, Arianna Antoniutti, Agostino Bagnato, Patrizia Chianese, Benedetto + Futurismo, Ed. AreS, Catanzaro 2004;
  • Ugo Campisani, Artisti calabresi: Otto-Novecento. Pittori, scultori, storia, opere, Pellegrini, Cosenza 2005, ad nomen;
  • Enzo Le Pera, Enciclopedia dell’arte di Calabria, Ottocento e Novecento, Rubbettino, Soveria Mannelli 2008, ad nomen;
  • Gustavo Valente, Dizionario Bibliografico biografico geografico storico della Calabria, vol. VI, Edizioni GeoMetra, Cosenza 2008, pp. 569-570;
  • Carla Mazzoni (a cura di), Sole Futurista. Futurismo e Aeropittura, Galleria Pulcherrima, Roma 2018;
  • Antonietta De Fazio, La Calabria e i suoi artisti. Dizionario dei pittori (1700-1930), Rubbettino, Soveria Mannelli 2020, pp.378-379.

Nota archivistica

  • Archivio Centrale dello Stato, Casellario politico Centrale, b. 5484, f. 97793.

Spinelli, Raffaele

Raffaele Spinelli [S. Agata d’Esaro (Cosenza), 15 gennaio 1898 – Latina, 22 gennaio 1988]

Fratello minore di Vincenzo, giornalista e scrittore con il quale ebbe una vita per lunghi anni parallela, nacque da Filiberto, possidente, e Maria Sirimarco, e fu registrato allo stato civile con i nomi di Raffaele, Antonio, Garibaldi, Aurelio, Mazzini, a testimonianza della fede risorgimentale del padre. Dopo gli studi di base nel paese natale, nel 1911-1913 si trasferì a Catanzaro dove conseguì la Licenza e l’Abilitazione magistrale. Da studente, a Catanzaro conobbe tra gli altri il futuro scrittore Corrado Alvaro, al quale rimase legato da profonda amicizia. Da Catanzaro si spostò a Roma per frequentare il Corso Superiore di Perfezionamento per i licenziati delle scuole normali che intendevano intraprendere la carriera di Direttori didattici e Ispettori ministeriali. 
Fu costretto a interrompere momentaneamente gli studi per partecipare alla Grande Guerra come tenente degli Alpini, dopo avere frequentato con il fratello il corso all’Accademia di Modena nel 1917. Combatté sulla Terza Tofana e poi sul fronte del Monte Grappa, ove fu ferito a un ginocchio da una mitragliatrice tedesca nella notte tra il 26 e il 27 novembre 1917 mentre attaccava le posizioni tenute dai Bavaresi della Infanterie LeibsRegiment. Si ristabilì in tempo per rientrare in linea in occasione della battaglia vittoriosa di Vittorio Veneto.
Riprese, quindi, gli studi nel 1919 e conseguì la licenza al Liceo Classico «Bernardino Telesio» di Cosenza. Si iscrisse, allora, alla facoltà di Lettere e Filosofia presso l’Università di Roma, dove era stato preceduto dal fratello, seguendo anche lui le lezioni di Giovanni Gentile e Adolfo Venturi che ne influenzarono le idee. Ancora al terzo anno di Lettere, fu attratto dalla politica e aderì al neo-costituito Fascio di Combattimento di S. Agata (1921), sempre sulla scia del fratello Vincenzo che ne era segretario e che lo indicò al Partito nazionale come addetto alla propaganda della sezione. In seguito divenne comandante della milizia, e ad appena un mese dalla marcia su Roma, con un articolo sulla «Cronaca di Calabria» (forse il suo debutto giornalistico) denunciò un tentativo dei notabili locali, già avversari tenaci del fascismo, che avevano costituito un gruppo nazionalista con l’intento di transitare nel Pnf. 
Si laureò in Lettere antiche e nel 1924 emigrò in America Latina, dove era stato preceduto dal fratello.  A Buenos Aires nel 1928  I due fratelli Vincenzo e Raffaele portarono all’altare le loro spose nello stesso giorno. Raffaele si sposò con Virginia Vercellesi, chiamata Gina, che aveva conosciuto a Roma dove anche lei si era laureata in Lettere antiche. La giovane lo raggiunse in Argentina accompagnata dal padre di lui, Filiberto, il quale rimase nella capitale porteña fino al 1929, quando nacque il nipote Italo. La coppia non ebbe altri figli.
Si dedicò all’insegnamento nelle scuole italiane e si occupò anche di giornalismo, collaborando dal 1930 al 1934 anche con il «Corriere della Sera», spesso con articoli di prima pagina che condannavano la presenza degli antifascisti in America Latina e la «diffamazione» e l’«ingiuria», che la loro attività arrecava nei confronti del regime anche mediante «le cospirazioni interrotte» e i «gravi attentati». Scrisse, ovviamente, anche articoli di diverso argomento, sebbene legati all’enfasi del regime, come uno sulle spedizioni di alpinisti italiani sulle Ande. Fu, inoltre, segretario della Delegazione generale del Partito nascita per la Repubblica Argentina, nonché gerente della locale sezione della Lega Navale e tenne diverse conferenze e conversazioni.
Nella capitale argentina apparve il suo libro Compendio de Gramatica Italiana con esercizi.
Lasciò la repubblica platense, seguendo il fratello che nel 1934 si trasferì in Brasile e lì continuò a insegnare. Del periodo brasiliano sono alcune sue pubblicazioni, tra cui un’antologia dei poeti brasiliani dal titolo Croce del Sud, primo volume della Biblioteca mondiale Bocca. Dal Brasile si spostò in Perù ove diresse l’Istituto italo-peruviano di cultura e in “camicia nera” tenne diversi discorsi “patriottici”. A Lima insegnò Storia Generale dell’Arte nell’Università Cattolica del Perù, e pubblicò il volume Historia Romana, un testo autorizzato dal Ministero dell’Educazione Pubblica per le scuole del Paese. Si occupò anche di poesia spagnola e nel 1938 sul «Meridiano di Roma» pubblicò quattro traduzioni dalla raccolta Poema del cante jondo: Il grido, Il silenzio, Quartiere di Cordoba, Dopo che è passato di Garcia Lorca. Tradusse anche poesie di Fernando Pessoa.
Nel 1942, tornò co la famiglia in Italia e partecipò alla seconda guerra mondiale. Arruolatosi come volontario, fu inviato a Caltanissetta, dove prestò servizio fra gli ufficiali della Censura Militare, e poi a Ragusa. Comattè a Gela. Du catturato dagli anglo-americani, trasportato in Algeria e rinchiuso nel Campo di Prigionia di Chanzy a sud di Orano «dove i Nordamericani avevano installato il campo 127, che ospitava più di 2000 ufficiali italiani rastrellati in Sicilia», come si legge nel suo diario di prigionia, scritto a matita su carta igienica. Fedele alla monarchia, dopo l’8 settembre e la cobelligeranza si arruolò volontario con il Regio esercito prestando servizio in Toscana con un reparto di manutenzione dell’autoparco.
Finita la guerra si stabilì a Roma, dedicandosi esclusivamente all’insegnamento (fu professore all’Istituto Magistrale Margherita di Savoia fino alla pensione negli anni Settanta), alla letteratura e alla poesia.
In questi anni ha pubblicato diversi saggi tra cui Letteratura e folklore in Colombia e César Vallejo e la poesia indigenista del Perù. Tradusse diverse opere da poeti spagnoli, portoghesi e latinoamericani. Tra di esse O amanuense Balmiro di Ciro Dos Anjos che, con il titolo “arbitrario” di Carnevale a Belo Horizonte, fu pubblicato nel 1954 dall’editore Bocca. 
Non tralasciò l’attività giornalistica e dal 1950 al 1962 per i programmi della Rai curò una rubrica radiofonica in lingua spagnola, con note e commenti di attualità letteraria destinati destinati agli emigrati italiani dell’America latina.
Poeta e traduttore di valore, collaborò a diverse riviste letterarie, tra cui «La Fiera Letteraria» e «America Latina». Saggista, scrittore, di notevole preparazione umanistica, poeta, fra le due opere di vario argomento vanno ricordate Santa Maria sopra Minerva e Per la coscienza della Vittoria, scritto in occasione della ricorrenza del dodicesimo anniversario della Vittoria nella Prima guerra mondiale.
Nel volume S. Agata una pieve sull’Esaro, il sacerdote Antonio Montalto, si sofferma sulla «sua arte poetica e il suo estro letterario» che a suo giudizio «si dispiegano in tutta la loro bellezza nella produzione delle liriche Momento di amore a una corolla e Luce sulle acque, pubblicate rispettivamente a Milano nel 1949 e a Roma nel 1957». E aggiunge: «La poesia dello Spinelli, sostenuta da una salda consapevolezza ideologica, sembra abbia colto la crisi dell’uomo contemporaneo, non privo di angosce e di tentennamenti nel cammino verso un approdo positivo, come sembrerebbe rilevare Duarte de Montalegre, quando parla di “itinerarium cordis in Deum”, nel suo saggio premesso alla traduzione in portoghese delle liriche dell’autore. Apprezzabile la sua poesia anche per questo messaggio di speranza. che ci consegna, e per la sua espressione letteraria, ampiamente sottolineata dai suoi numerosi critici».
Rimase molto legato alla Calabria e ogni estate tornava volentieri nella sua S. Agata, «per ritemprarsi nel corpo e nello spirito al contatto con i luoghi natii».
Visse sempre a Roma, nell’appartamento di Via Nomentana 322. Come ricordano in famiglia amò sempre la sua indipendenza e non volle mai trasferirsi a Latina con il figlio e i nipoti. Morì però a Latina all’età di 90 anni, nella clinica San Marco dove fu ricoverato in seguito a un ictus. Per suo espresso desiderio è sepolto a Sant’Agata, dove riposa anche la moglie che volle seguirlo anni dopo. La biblioteca comunale di S. Agata è stata intitolata a lui e al fratello Vincenzo. (Pantaleone Sergi) © ICSAIC 2021

Opere

  • Santa Maria sopra Minerva (Le chiese di Roma illustrate), Libreria Fratelli Treves, Roma 1928;
  • Compendio de Gramatica Italiana, Mele-Dante Alighieri, Buenos Aires 1935;
  • Historia Romana, Editorial Minerva, Lima 1942;
  • Momento di amore a una corolla, Gastaldi, Milano 1949;
  • Letteratura e folklore in Colombia, «America Latina», I, 2, 1952;
  • César Vallejo e la poesia indigenista del Perù, «America Latina», 1, 3, 1952;
  • Croce del Sud [precede: Disegno storico della Poesia brasiliana. Traduzione dal portoghese], Roma, Ed. F.lli Bocca, Milano-Roma 1954 (poi Nuova Accademia, Milano 1957);
  • Luce sulle acque, Quaderni Veltri, Roma 1957;
  • Stralci dal Diario di Guerra, in Vittoria Giorgi e Anna Maria Stecconi (a cura di), Non perdiamo la memoria, Associazione Culturale Eur-Ferratella, Roma 2009 pp. 27-31.

Nota bibliografica essenziale

  • Raffaele Spinelli, Nazionalisti e fascisti a S. Agata, «Cronaca di Calabria», 10 dicembre 1922;
  • Duarte de Montalegre, Alta mensagem de poesia. Estudo crítico e versâo portuguesa da poesia de Raffaele Spinelli , in «Revista de Portugalidade Gil Vicente», Guimarães 1955;
  • Ugo Mariani, Risonanze poetiche, «L’Osservatore Romano», 29 febbraio 1956;
  • Steno Vazzana, Poeti del nostro tempo: Raffeele Spinelli, «Sicilia del Popolo», 31 maggio 1957;
  • Vincenzo L. Fraticelli, Poesia si raffaele Spoinelli, «Rivista Latina», Xi, 5, 1958;
  • Ferdinando Cordova, Il fascismo nel Mezzogiorno: le Calabrie, Rubbettino, Soveria Mannelli 2003, p. 142;
  • Antonio Montalto, S. Agata una pieve sull’Esaro, Amministrazione Comunale, S. Agata d’Esaro 2013, pp. 443-444.

Nota archivistica

  • Comune di Sant’Agata d’Esaro, Registro degli atti di nascita, atto n. 4 del 10 gennaio 1898;
  • Comune di Latina, Registro degli atti di morte, atto n.17, parte I, 1988.
  • Archivio Centrale dello Stato, Mostra della Rivoluzione Fascista, b. 39, f. 113, sf. 475: “Carteggio del C.C. dei Fasci. S. Agata d’Esaro (Cosenza)”.

Nota

  • Si ringraziano il dott. Luca Branda, già sindaco di S. Agata per i materiali messi a disposizione e il dottor Raffaele Spinelli, nipote omonimo del biografato, che con il suo contributo ha consentito il completamento e il perfezionamento di questa voce.

Schiffini, Luigi

Luigi Schiffini [Orsomarso (Cosenza) 30 maggio 1855 – São Paulo (Brasile) 25 luglio 1920]

Nasce da Saverio e da Domenica Maradei, una famiglia di proprietari terrieri. Brillante negli studi, tiene lezioni serali ai figli del popolo e per tale motivo riceve un pubblico encomio, come rivela il certificato rilasciatogli il 15 maggio 1873 dall’ispettore del Circondario di Paola, Giuseppe La Guardia, in visita alle scuole. Il 10 marzo 1878 supera gli esami di segretario comunale, ma sente di non essere adatto alla vita burocratica e decide così, nel 1881, di emigrare in Brasile e di stabilirsi a Caçapava, nel nord dello Stato di São Paulo dove vivono molti suoi conterranei. Lì apre la «Casa di Gioie, Bigiotteria ed Orologeria» con la quale opera in tutto l’interno dello Stato dove vivono i ricchi proprietari terrieri produttori di caffè. 
Abile commerciante, si dedica alla vita associativa e alle opere assistenziali per i connazionali più indigenti. Il 16 dicembre 1881 è nominato consigliere delegato della «Società Italiana di Mutuo Soccorso» di Taubaté, mentre il 16 aprile 1885 diventa socio onorario e l’anno dopo tesoriere della Philothespis di Caçapava. 
Si dedica con passione alla campagna abolizionista della schiavitù in Brasile, un impegno per il quale il 12 settembre 1887 riceve un attestato di stima dal Comitato di Jacarahy per «il modo cavalleresco e umanitario» con il quale ha condotto la sua azione. È proprio girando tra le fattorie di Caçapava per vendere i propri prodotti che fa spesso salire gli schiavi sul suo carro per aiutarli a fuggire. Un giorno, però, un fattore e più uomini se ne accorgono, fugge via ma la carrozza si rovescia bloccandogli una gamba. Gli schiavi vorrebbero soccorrerlo ma lui li invita a scappare e così da quel tragico incidente rimane zoppo. Nel 1887 decide di lasciare Caçapava per trasferirsi a São Paulo dove in pochi anni non ci sarà società, comitato, o manifestazione patriottica nella quale non ricoprirà un ruolo importante. 
Il primo gennaio 1888, la colonia italiana di Caçapava saluta il «Distinto e Valoroso» Luigi Schiffini con una «festa patriottica» e gli conferisce il diploma d’onore e una medaglia d’oro. Nel maggio del 1888, invece, l’Associazione dei Benemeriti di Palermo lo nomina socio corrispondente con medaglia d’oro di II Classe per «meriti patriottici e filantropici», mentre il 10 agosto l’accademia «La Nuova Italia» gli concede il diploma di presidente onorario per «meriti filantropici e commerciali».
A São Paulo continua la propria attività di commerciante di preziosi aprendo la gioielleria La Royale in rua João Alfredo. Nella sua vasta casa signorile, sita vicino alla chiesa ortodossa di Vila Mariana, ospita spesso i propri conterranei bisognosi d’aiuto. In un grande stanzone c’è un’ampia tavola sulla quale sono forniti pasti caldi ai connazionali sbarcati a São Paulo, che poi aiuta a trovare lavoro. Molti conterranei infatti arrivano a São Paulo con una “lettera di raccomandazione” per Schiffini, affermato industriale e commerciante nonché rispettato fondatore, finanziatore e presidente della «Società Calabresi Uniti e Tommaso Campanella (a.1896)», che tra le tante iniziative benefiche ha il servizio gratuito di medico e medicine per i soci, circa mille, e le scuole sociali per i loro figli. Schiffini conquista così a São Paulo un’alta posizione sociale e il 28 ottobre 1890 fonda la loggia massonica «Ordine e Progresso». Il 31 agosto 1892, è tra i fondatori del «Centro Commerciale ed Industriale Italiano». 
Il 23 gennaio 1897, promuove la commemorazione di Garibaldi nella «Loggia Romana» di São Paulo mentre il primo dicembre la «Società Italiana di Beneficenza e di Mutuo Soccorso di São Paulo» (poi Circolo Italiano) della quale era stato membro fondatore sul finire del 1886, lo nomina «socio perpetuo benemerito». Due anni dopo fa parte della Commissione Direttiva e tesoriere della «Unione Magistrale Italiana». Nel 1898 Schiffini è nominato presidente del Comitato di ricevimento dei marinai della squadra navale italiana a São Paulo.
All’Esposizione internazionale di Torino del 1898 sono presenti 24 ditte dello Stato di São Paulo, ma la «Monzini e Schiffini» riceve la Medaglia d’argento per la qualità dei prodotti. Per ingrandirla, Schiffini ne amplia il numero dei soci e a Milano il 26 giugno 1899, riceve 460.000 lire da Valera e Ricci, noti creatori di cappelli. Di fatto la sua fabbrica di cappelli maschili giungerà a impiegare 200 operai e a produrne 200.000 all’anno
Nel 1900, Schiffini aderisce al Comitato per le onoranze funebri di re Umberto I e quando la colonia italiana intende fondare un ospedale a São Paulo il suo nome è tra i partecipanti più generosi al punto che nel 1904 ne diventa “Socio perpetuo”. 
Il 29 settembre 1900 è nominato Cavaliere d’Italia: i suoi operai gli offrono una medaglia d’oro con inciso «Onore al Merito» mentre i conterranei gli donano una targa d’oro con monogramma di brillanti e la dedica «Gli Orsomarsesi residenti in San Paolo Brasile felicitano il Cav. Luigi Schiffini che la terra natale e la Patria onora». Gli invia le insegne cavalleresche il conterraneo Luigi Splendore di Fagnano Castello, padre di Alfonso, suo futuro genero (sposò la figlia Marietta) e scopritore della Toxoplasmosi e della Blastomicosi sudamericana
Nel 1902, è eletto venerabile e membro onorario della Loggia «Roma» e gran cancelliere del Grande Oriente dello Stato di São Paulo. Il 15 settembre 1903 la società «Unione Meridionale Italiana» lo nomina socio onorario, mentre due anni dopo fa parte del Comitato di Soccorso per le vittime del terremoto in Calabria. Ricco ed affermato, è già proprietario di diverse abitazioni nella popolosa Vila Mariana quando decide di dedicarsi ai remunerativi affari immobiliari. Vi promuove così la costruzione di sei edifici, ma ha già oltre venti fabbricati in vari punti della città. Negozia poi, tra il 1906 ed il 1912, parte dei propri terreni con la Prefettura per consentire l’apertura del largo Guanabara. Possiede inoltre capitali impegnati in prestiti in quanto nel 1910 deve pagarvi 25.000 reis di tasse. 
Nel 1907 è tra i fondatori della Camera di Commercio Italiana mentre nel 1908 fa parte del Comitato di Soccorso per il terremoto calabro-siculo. Eletto consigliere della società «Dante Alighieri» ne diviene tesoriere nel 1909 e, nel 1911, fa parte del Comitato per le feste del cinquantenario. 
Il 3 novembre 1909 è chiamato nella commissione direttiva dell’Unione Magistrale, e poi fa da tesoriere, mentre alla creazione dell’Istituto scolastico Medio «Dante Alighieri» di São Paulo contribuisce offrendo 5.000 lire. L’8 novembre 1910 invece entra nella sezione di São Paulo dell’Istituto Coloniale Italiano. Nel 1912 la colonia italiana sostiene la flotta aerea nazionale e Schiffini offre 5.000 lire. La Prima guerra mondiale porta a São Paulo una forte crisi economica per cui si organizzano subito dei comitati di soccorso. Il 30 agosto 1914 Schiffini dirige quello di Vila Mariana in qualità di tesoriere insieme al suo potente amico Freitas Valle, sub-procuratore dello Stato di São Paulo dal 1895, deputato dal 1903 e ricco mecenate. Il 20 settembre 1914 riceve il diploma d’onore dai «Reduci Garibaldini e Patrie Battaglie», mentre nel maggio 1915, nasce a São Paulo il «Comitato di Assistenza Civile» per il quale verserà 800 lire al mese per tutta la durata della guerra per le famiglie dei richiamati. 
Il 6 settembre invece la Società Italiana di Mutuo Soccorso «E. Fieramosca», lo acclama vicepresidente onorario. Nell’aprile del 1915 si schiera apertamente con gli interventisti e in casa del prof. Di Lorenzi, nasce il «Comitato interventista» i cui soci gli offrono la presidenza che subito accetta. Viene così pubblicata una sua biografia che lo descrive come: «Uno dei veterani della Colonia Italiana in mezzo alla quale ha sempre svolto una benefica attività in favore di tutte le opere buone e di tutte le istituzioni nazionali». Entrata in guerra l’Italia, Schiffini fa subito parte del Comitato «Pró-Patria» di São Paulo. Schiffini sottoscriverà 50.000 lire al primo Prestito nazionale italiano per la guerra; stessa somma verserà per il secondo Prestito, oltre a 17.000 lire date a nome delle figlie e dei nipoti ed altre 10.000 lire donate ai comitati. 
Sposato con Antonia Salerni, Luigi Schiffini ebbe due figlie: Marietta, nata ad Orsomarso, e Teresa. La famiglia sarà sempre tra i suoi maggiori interessi. A São Paulo possiede una grande fattoria nella quale spesso vi si trasferisce con la famiglia perché la figlia Teresa, che sposerà lo psichiatra Joaquim Basilio Pennino, fondatore della prima scuola per ragazzi disabili di São Paulo, è gracile e anemica. La Chácara Schiffini, sarà poi venduta dai coniugi Pennino per diventare il fulcro dell’ospedale universitario di São Paulo.
Tra le sue innumerevoli opere filantropiche è da ricordare infine la costruzione della chiesa di Santa Generosa, demolita però nel 1964. Morto a 65 anni, al suo funerale partecipano decine di migliaia di persone tra i quali i membri di spicco del mondo del commercio e dell’industria, degli affari e della politica dello Stato di São Paulo dei primi decenni del ’900. (Vincenzo Caputo). © ICSAIC 2021

Nota bibliografica

  • Luigi Schiffini, Cav. della Corona d’Italia, Fondatore e Presidente del Comitato interventista di San Paolo e membro del Comitato Pro-Patria, São Paulo 1915;
  • William Dean, The industrialization of São Paulo, 1880-1945, «Latin American monographs», vol. 17, Austin 1969, p. 58;
  • Vincenzo Caputo, Brillanti personalità calabresi nella São Paulo di primo ’900: Luigi Schiffini, in Vittorio Cappelli, Giuseppe Masi, Pantaleone Sergi (a cura di), Calabria migrante, Centro di Ricerca sulle Migrazioni, Rende 2013, pp. 71-84.

Prestifilippo, Silvestro

Silvestro Prestifilippo [Caronia (Messina), 17 settembre 1921 – Messina, 10 giugno 1975]

Anche se nasce e muore in Sicilia, può essere considerato un calabrese di fatto, perché in Calabria trascorre molti anni della sua vita, impegnato nel giornalismo democratico del dopoguerra, e perché in Calabria si sposa con una calabrese e qui nascono i suoi figli. Il padre, Antonio, era un piccolo possidente, la madre Eraclide, una casalinga. Compie la sua formazione professionale, culturale e politica a Genova, città natale della madre, dove la famiglia si trasferisce quando è ancora un ragazzo. Studia infatti nel capoluogo ligure e debutta come critico teatrale nel 1938, sulle pagine dell’organo della comunità mazziniana nazionale, il genovese «Il Grido d’Italia», diretto da Umberto Riparbelli, e scrive sul «Contemporaneo». Già dal 1939, a soli 18 anni, frequenta i salotti antifascisti della città, tra i quali la casa di Umberto Cavassa, che sarà poi il direttore del quotidiano «Il Secolo XIX», al quale collaborerà, la casa di De Allegri, scrittore e giornalista, e poi direttore dell’edizione genovese de «L’Unità», e la redazione de «Il Lavoro». A Genova si iscrive alla facoltà di giurisprudenza, ma finirà i suoi studi a Messina, alla fine della guerra.
Intrapresa la carriera giornalistica, nel 1941 esordisce anche nel mondo della narrativa, pubblicando il suo primo racconto lungo, «Amore antico», sulla testata «Il Brennero». Pubblica inoltre sulle pagine de «Il Grido», la raccolta di racconti brevi «Ricordi di Bohème» e il suo primo saggio dedicato alla «Letteratura, oggi».
Nel 1942 giunge per la prima volta a Reggio Calabria; non è un viaggio di piacere, poiché in Calabria, in divisa da sottotenente, si trova a causa della guerra: prima a Reggio, poi nel 1943, a Soverato, in provincia di Catanzaro, con l’ottavo gruppo Lancieri d’Aosta. In questo periodo pubblica la seconda raccolta di racconti brevi dal nome «Anima amara», del 1943. 
Il giovane giornalista decide, intanto, che alla fine del conflitto, non tornerà al Nord ma continuerà la sua attività a Reggio Calabria. Nel 1944, fa fede alla promessa fatta e, tornato dal fronte di Cassino, si stabilisce a Reggio e sposa Caterina Lucianò, una ragazza di Palizzi. La coppia avrà due figli, Eraclide e Antonio che seguirà le orme del padre come giornalista e scrittore. 
A Reggio conosce Guglielmo Calarco, con il quale intraprende molte attività, sia in ambito giornalistico che politico, ottenendo la tessera del partito socialista.
Di fatto, l’esperienza della guerra gli aveva provocato, come lui stesso afferma, un sentimento «di amarezza e di raccapriccio»: attraverso il saggio «Pagine di passato e di avvenire», che è più un diario, pubblicato nel 1943, racconta i momenti più cupi, vissuti durante il conflitto.
Nel 1945 la raccolta «Storie d’amore» conclude il suo iniziale periodo narrativo caratterizzato dalla scelta letteraria di esprimere il suo stile lirico e descrittivo, attraverso il racconto breve. 
La sua attività giornalistica continua: sostenuto da Guglielmo Calarco, scrive sul quotidiano socialista «La Luce», della cui impaginazione si occupa personalmente; tra la fine di settembre e i primi di ottobre del 1944, scrive su «Il Tempo», diretto da Franco Cipriani e Edoardo Rodinò, voluto dal comando militare alleato al posto di altri quotidiani nati a Reggio dopo la liberazione. Impegnato nell’informazione, si dedica anche alla narrativa, con il romanzo «Il solitario»,pubblicato nel 1945.
Il 1947 è per lui un anno fondamentale: giornalista affermato, scrittore cospicuo e ispirato, si innamora dell’arte cinematografica, e si dedica al genere del documentario, realizzando «Appuntamento sullo Stretto», prodotto da Filippo Rizzo, direttore ed editore del quotidiano democristiano di Reggio Calabria, «La Voce di Calabria», testata che accoglie la penna insolita e vibrante di Prestifilippo dal 1948 al 1958, ultimo anno di vita del quotidiano, affidato a lui come condirettore. Dal 1948 al 1949 sulle pagine de «La Voce», pubblica in ventotto puntate, il romanzo, «Il nome del dolore», preceduto da due racconti brevi «L’anima triste» e «Tempo di febbre». 
Pubblica anche, nel 1948, il romanzo, «Il mondo sulle strade». Nel 1949 crea con Guglielmo Calarco la rivista culturale «L’Airone», in vita fino al 1956, della quale è direttore responsabile.
Continua intanto la sua attività di regista: per poter meglio dedicarsi al lavoro cinematografico, si trasferisce a Roma, dove ha modo soprattutto, di confrontarsi e conoscere intellettuali e personaggi del cinema e della cultura neorealista; nella capitale conosce Alberto Moravia, Vittore Quèrel, frequenta Orsino Orsini, Corrado Alvaro, Giancarlo Vigorelli, Massimo Bontempelli, e molti altri. 
Nel 1949 partecipa ai «premi qualità», indetti dallo Stato, con il documentario «Cuore d’Aspromonte», anche questo finanziato da Filippo Rizzo. Sempre nel 1949, dà prova del suo talento anche nell’ambito teatrale, con il dramma in tre atti «Crepuscolo» e, con il romanzo «E domani è lunedì», si fa conoscere anche all’estero, soprattutto in Germania, dove il libro viene tradotto e apprezzato: il protagonista Stelio, diventa emblema e simbolo dell’autore stesso, riproponendosi ancora nella sua produzione letteraria come portavoce dei sentimenti dello scrittore.
Nel 1950 l’attività letteraria si unisce a quella della cinematografia: dalla sua opera «Il mondo sulle strade», trae una sceneggiatura, da lui stesso trasferita su pellicola e realizza il suo primo lungometraggio, di stampo drammatico sociale, legato al filone populista del neorealismo italiano, «Terra senza tempo», del 1950. 
A «Terra senza tempo» segue, nel 1951, il cortometraggio «Anime al sole», rimasto incompiuto, e nel 1952, il secondo ed ultimo lungometraggio «Carne inquieta», dal romanzo pubblicato nel 1930, «La carne inquieta», dello scrittore calabrese Leonida Repaci. 
Si dedica a tempo pieno all’attività di regista cinematografico ma dei molti progetti intrapresi nel 1952 porta a termine un solo documentario, «Uva a settembre», proiettato a Reggio Calabria.
I due unici lungometraggi segnano un ciclo conchiuso di Prestifilippo, il quale decide di non occuparsi più di cinematografia: un ultimo tentativo lo fa, in verità, nel 1953, progettando l’adattamento filmico de «La Tempesta» di William Shakespeare. Del cinema, continua però a esaltare le utilità e la bellezza, quale strumento per l’arte e per la società. 
L’autore rivive il periodo letterario degli esordi, dedicandosi al racconto breve, con la raccolta «L’amore malato» del 1952, alla drammaturgia con «Paura della primavera» in tre atti, del 1953, seguito nel 1954 dall’atto unico «La bambola vera». Alla raccolta in prosa «Il tempo e la memoria», del 1955, segue il volume di saggi «Un mare d’ombra» che ottiene la segnalazione d’onore al «Premio Viareggio» nel 1958.
Nello stesso anno è giornalista de «L’Ora», quotidiano palermitano diretto dal calabrese Vittorio Nisticò, che apre una redazione a Messina.
Nel 1960 pubblica il racconto lungo «Una stagione per morire», seguito nel 1961 dalla raccolta di saggi «Incontri col Sud», opera che, insieme a «Un mare d’ombra», sono ricordate da lui stesso, con più soddisfazione.
Nel 1961 ha inizio il suo rapporto con l’antico quotidiano napoletano «Il Mattino», del quale diventa inviato speciale, spostandosi tra Messina e Napoli. Nello stesso periodo è editorialista sulla «Tribuna del Mezzogiorno», quotidiano liberale messinese, diretto da Nino Amadori. 
Nel 1964 riprende la strada del romanzo, con l’eccezionale «Tramonto di un personaggio», esistenzialistica prova letteraria in prosa, dalle componenti autobiografiche, per la quale sceglie il personaggio di Stelio, chiamato dal romanzo «E domani è lunedì» per interpretare e provare a sciogliere i turbamenti dell’autore. Con «Tramonto di un personaggio» lascia la via del racconto lungo, da poco ripresa dopo molti anni.
Gli elementi tipici del suo stile minuzioso ed evocativo giungono per la prima volta alla poesia con la raccolta in versi «Blues», del 1966, ripubblicata e ampliata da nuove poesie nel 1969, con il titolo «Delirare il mare». 
Intanto nel gennaio del 1968, il terremoto avvenuto nella valle del Belice, e che ha sconvolto la Sicilia occidentale, causandovi centinaia di morti, lo assorbe completamente, facendone un impegnato cronista, sulle pagine de «Il Mattino». Segue attivamente, con inchieste e articoli di cronaca, i moti avvenuti a Reggio Calabria, nel luglio 1970 e, segue il caso Mauro De Mauro, giornalista de «L’Ora», scomparso nel settembre dello stesso anno. Scrive anche sulle pagine de «Il Messaggero» di Roma, del «Secolo XIX» di Genova, ed è collaboratore del «Daily Mirror» di Londra.
Il fervore con cui si dedica al lavoro, lo scuote e subisce il primo di due gravissimi infarti; ma la sua attività continua incessantemente e nel 1974, scrive «Mafia: quarta ondata», volume che riceve, nello stesso anno di pubblicazione, l’importante «Premio Calabria». Scrive molto e molte delle sue opere stampate sono irrintracciabili.
Nel gennaio del 1975, colpito da un secondo infarto, lascia «Il Mattino», ma continua la collaborazione con «Il Messaggero», «Il Secolo XIX» e il «Daily Mirror».
Muore all’età di 54 anni. (Francesca Tortorella) © ICSAIC 2021

Opere

Romanzi

  • Il solitario (1945)
  • Il mondo sulle strade (1948);
  • Il nome del dolore (1949);
  • E domani è lunedì (1950);
  • Tramonto di un personaggio, Edizioni di Controvento, Messina 1964;
  • Vendo fantasmi, Stab. tip. La Voce di Calabria, Reggio Calabria 1972;
  • Le notti della paura, Stab. tip. La Voce di Calabria, Reggio Calabria 1972.

Racconti

  • Ricordi di Bohème (1941);
  • Anima amara (1943);
  • Storie d’amore (1945);
  • L’amore malato (1952);
  • Il tempo e la memoria, Gastaldi, Milano 1955;
  • Una stagione per morire, Edizioni di Stampasud, Messina 1960;

Poesia

  • Delirare il mare, Tip. Samperi, Messina 1969.

Drammi

  • Crepuscolo, Casa editrice Meridionale, Reggio Calabria 1950;
  • Paura della primavera (1953);
  • La bambola vera, Ed La Procellaria, Reggio Calabria 1954.

Saggi

  • Letteratura, oggi (1941)
  • Pagine di passato e di avvenire (1943);
  • Un mare d’ombra, La Procellaria, Reggio Calabria 1958;
  • Incontri col Sud, Ediz. di Stampasud, Messina 1961;
  • Messina: artistica e monumentale, Industria poligrafica della Sicilia, Messina 1974.

Film

  • Terra senza tempo (1950) soggetto e regia;
  • Carne inquieta (1952) sceneggiatura e regia.

Documentari

  • Appuntamento sullo Stretto (1947);
  • Cuore d’Aspromonte (1949);
  • Uva a settembre (1952).

Occhiuto, Bruno

Bruno Occhiuto [S. Procopio (Reggio Calabria), 28 febbraio 1884 – Cassano allo Jonio (Cosenza), 28 giugno 1937]

Nato da Felice e Caterina Chiappalone, una famiglia modesta e profondamente religiosa nella quale maturò la sua vocazione. Alcuni congiunti vestivano l’abito talare (l’arciprete Giuseppe Occhiuto e don Antonino Occhiuto, economo curato di Santa Eufemia d’Aspromonte). Ebbe un fratello, Francesco, e tre sorelle. Da San Procopio, piccolo centro del Reggino, all’epoca nella vastissima diocesi di Mileto, la famiglia si spostò a Santa Eufemia quando egli era ancora un bambino ma già desideroso di vestire l’abito talare, tanto che il sacerdote Rocco Cutrì, nel 1892, scrisse al vescovo di Mileto perché concedesse al bambino «il permesso di vestire ed avere benedetto l’abito chiericale, ed essere ascritto all’albo dei chierici inservienti in questa chiesa arcipretale di S. Maria delle Grazie». 
Studiò così nel Seminario diocesano di Mileto e fu considerato «un ottimo allievo, di robusta cultura e salda fede». Conseguì la laurea in Lettere e Filosofia all’Università di Messina. Il 25 agosto 1906 – aveva 22 anni –  fu ordinato sacerdote nel Seminario di Mileto. Inizialmente esercitò il suo ministero presso lo stesso seminario, dove rimase 4 anni come professore di storia e filosofia, impegnandosi con zelo e grande spessore pedagogico. Affiancando il vescovo Giuseppe Morabito e interpretandone fedelmente le intenzioni, andò in soccorso dei colpiti dal terremoto del 1905 e del 1908, cooperando nell’assistenza ai bambini rimasti soli al mondo, nella fondazione di Colonie agricole e di altre istituzioni provvidenziali per alleviare le sofferenze create dall’immane disastro. Collaborò anche all’osservatorio sismico-meteorico creato dal vescovo Morabito nel 1907 a Mileto e scrisse alcuni opuscoli e memorie sull’argomento, apprezzati dagli scienziati, in particolare dal giapponese Omuri.
Quindi fu destinato parroco al suo paese natale dove rimase quasi 15 anni. 
Negli anni in cui resse la parrocchia di S. Procopio e si dimostrò infaticabile organizzatore di una cinquantina di istituzioni di previdenze sociali nel territorio della Diocesi. Fu anche redattore del giornale cattolico regionale «L’Alba», mostrando in diversi scritti giornalistici una «spiccata tendenza nazionalista e filosalandrina» (Violi, 46), ma ponendo, comunque, interrogativi sociali ed ecclesiali. Secondo lo storico Roberto Violi, «appare come un tipico prodotto del “risveglio” calabrese». Durante la guerra – assertore dei diritti d’Italia – s’impegnò, senza risparmio di forze, nell’organizzazione di forme di assistenza religiosa e civile sul territorio diocesano.
Nel solco di tale impegno, durante l’epidemia di febbre Spagnola, si prodigò «incurante della propria vita e soffocando l’immane dolore d’aver visto morire, in un sol giorno, tre giovanissime sorelle e, qualche giorni dopo, la santa mamma» (Cronaca della Calabria), a favore di tutti i suoi parrocchiani in particolare di quelli più poveri.
Fu anche fu assistente diocesano dell’azione cattolica femminile e nel 1920, in tale veste, raccolse oltre sedicimila firme contro la legge sul divorzio,
Per questi e altri meriti, ad appena 37 anni – all’epoca era il più giovane prelato italiano – fu elevato alla dignità episcopale ed eletto vescovo di Cassano allo Jonio. Fu il nuovo vescovo di Mileto, mons. Paolo Albera, il 12 novembre del 1921 ad annunciare la sua nomina. La consacrazione avvenne a Roma l’11 dicembre successivo nella chiesa di san Francesco di Paola ai Monti, celebrante il cardinale Gaetano De Lai. Un tripudio di popolo lo accolse al suo rientro a San Procopio, dopo una settimana dalla sua consacrazione episcopale
Da San Procopio partì l’11 marzo 1922 per insediarsi nella sede vescovile assegnatagli. A Cassano, dove è considerato «un vero ricostruttore spirituale e materiale della diocesi» (Violi), è ricordato anche come un vescovo paterno, di elevata spiritualità e grande carisma, attivo nelle parrocchie, il quale «sapeva essere spigliato, giovane, anziano, a seconda delle circostanze» (Milito).
Costituì e diede impulso, anche qui, all’Azione Cattolica femminile e istituì l’ufficio catechistico.
Con caparbietà, pose mano i tutti i settori pastorali a lui affidati. Si adoperò per ricostruire, ristrutturare e abbellire le chiese e i santuari della Diocesi seguendo spesso i lavori direttamente, come nel caso del consolidamento e dei restauri della Cattedrale, che adornò di marmi, di stucchi, di ori e di pitture (per questo chiamò il pittore veneziano Mario Prayer che, dal 1934 al 1936, eseguì le decorazioni con affresco), del Seminario e della sede vescovile. Curò, ancora, la rinascita del clero, indisse missioni popolari, congressi eucaristici e celebrò feste locali. E continuò l’attività pubblicistica: con il nome de plume «Don Abbondio», collaborò anche a «L’Unione Sacra».
Fu anche cooperatore salesiano, ed ebbe attenzione per le opere di quella congregazione e una grande venerazione per S. Giovanni Bosco, come scrisse il «Bollettino salesiano» dopo la sua morte. 
Si spense molto giovane, ad appena 53 anni, e le sue spoglie riposano nella Cattedrale di Cassano.
San Procopio per ricordarlo gli ha intitolato la piazza principale del paese. Cassano gli ha dedicato una delle vie più importanti del centro storico. (Francesca Raimondi) © ICSAIC 2021

Nota bibliografica

  • Myriam, Il nuovo vescovo di Cassano Jonio. Il più giovane vescovo d’Italia, «Cronaca della Calabria», 29 settembre 1921;
  • L’ultimo grappolo… a ricordo dei festeggiamenti celebrati per il 25 ° anno di sacerdozio, 10° di episcopato di mons. Bruno Occhiuto in Cassano Ionio 8 Dicembre 1931, Tip. Eduardo Patitucci, Castrovillari 1932;
  • Francesco Milito, Azione Cattolica e “L’Unione sacra” in Calabria dal 1920 al 1931, AVE, Roma 1980, p. 9;
  • Roberto P. Violi, Episcopato e società meridionale durante il fascismo (1922-1939), AVE, Roma 1990, pp. 43, 46, 193;
  • Vincenzo Borgia, Bruno Occhiuto. L’uomo, il sacerdote, il vescovo, Laruffa, Reggio Calabria 2009.

Mauro, Gaetano

Gaetano Mauro [Rogliano (Cosenza), 13 aprile 1888 – Montalto Uffugo (Cosenza), 31 dicembre 1969]

Primo figlio di un’umile coppia di Rogliano: Raffaele, artigiano, e Virginia, tessitrice e sarta. La famiglia era completata dal fratello Vincenzo e dalle sorelle Elisabetta ed Erminia. La sua educazione fu affidata a uno zio sacerdote, curato a Paterno Calabro, e poi al parroco della Chiesa di Santa Lucia di Rogliano, don Michele Caruso. Erano anni di fermento civico ed ecclesiale, segnati nel Cosentino dal lavorìo di “preti sociali” come Carlo De Cardona e Luigi Nicoletti. In quel contesto maturò la sua vocazione religiosa, e nel 1903 entrò nel seminario di Cosenza. Suo direttore spirituale fu il padre redentorista Carmine Cesarano, futuro vescovo di Aversa, che lo seguì anche nel percorso presbiterale.
Ordinato sacerdote il 14 luglio del 1912, fu parroco a Petrone di Aprigliano e San Giovanni in Fiore, prima di essere assegnato alla collegiata di Montalto Uffugo, ruolo che gli conferiva il grado di “decano” tra i chierici del paese agricolo, che contava allora settemilacinquecento abitanti e dove prevalevano le correnti politiche più anticlericali. Si ispirò all’opera di Don Bosco e trasformò l’ex convento dei Minimi in “Ricreatorio” per la gioventù. I risultati furono subito tangibili, ma l’entrata in guerra dell’Italia interruppe ogni attività. Fu inviato al fronte in Friuli, quale cappellano militare. Qui strinse amicizia con un giovane ufficiale, Giuseppe Bottai, che diverrà gerarca fascista e ministro dell’Educazione nazionale. Bottai, iniziato dal padre alla massoneria, si avvicinò alla Chiesa grazie a don Mauro e ricevette dalle sue mani la prima comunione. Dopo Caporetto il cappellano fu deportato dagli austriaci nei lager di Singmundsherberg e Katzenau, dove era stato prigioniero anche Alcide De Gasperi.
Fece ritorno a Montalto Uffugo nella primavera del 1919, provato profondamente dall’esperienza bellica. «Avevo 31 anni ma ne mostravo 60», commentò nei suoi ricordi. Pian piano si riprese e considerò la guarigione un miracolo della Madonna della Serra, venerata dai montaltesi nell’omonimo santuario. Rilanciò l’impegno coi giovani, che organizzò nell’Azione Cattolica. Sostenne anche il percorso di Elena Aiello, la mistica destinata a fondare l’istituto delle Suore Minime della Passione di N.S.G.C. (beatificata nel 2011 da Benedetto XVI).
La constatazione dei bisogni spirituali del mondo contadino fece maturare in lui l’idea di una nuova congregazione religiosa. Dopo contatti con Giacomo Alberione, iniziatore dei Paolini, e con Annibale Maria di Francia, promotore dei Rogazionisti, alla fine del 1927 diede vita all’ARDOR (Associazione Religiosa degli Oratori Rurali). Quello degli “Ardorini” era il primo ordine religioso che nasceva in Calabria dal 1470, anno di istituzione dei Minimi di Francesco di Paola. Per redigere le costituzioni don Mauro ebbe l’ausilio dell’abate benedettino di San Paolo fuori le Mura, Ildefonso Schuster, futuro cardinale arcivescovo di Milano. Con lui rimarrà in rapporti per tutta la vita. «Come vanno le sue cose?», gli chiedeva Schuster. «Grazie al Signore, bene, eminenza». «Male, se vanno bene! Guai, se non ci sono dolori, incomprensioni, contrasti, anche coi più intimi». E lui, accennando un sorriso: «Appunto, eminenza, mi pare che vadano bene…». «Me ne congratulo. Dio è con lei».  
In effetti, non mancarono le prove. La salute del decano era precaria, aggravata dalle preoccupazioni finanziarie che rendevano difficile la formazione dei sacerdoti e dalle incomprensioni con l’arcivescovo Nogara. Fu sul punto di fare assorbire la sua piccola organizzazione nell’alveo dei Salesiani, con i quali si sentiva in affinità di vocazione. Le cose andarono in un altro verso: una donazione permise di aprire un nucleo a Petilia Policastro e da Roma arrivò l’invito a prendere in cura la Chiesa di Santa Caterina della Rota, nei pressi di Piazza Farnese.
Nel 1941 nacque un ramo femminile, le Suore Catechiste Rurali Ausiliatrici dei Sofferenti e nel 1943 gli Ardorini furono congiunti a un altro ordine religioso in via di estinzione, quello dei Pii Operai. Nasceva così la Congregazione dei Pii Operai Catechisti Rurali, la cui sede romana era (ed è tuttora) in Via della Lungara, a pochi passi dal carcere di Regina Coeli.
Nel secondo dopoguerra si adoperò per risollevare la popolazione sfinita e impoverita. Strinse contatti con la Poa (Pontificia opera di assistenza), antenata dalla Caritas, e avviò «stazioni missionarie» per l’aiuto spirituale e materiale alle zone rurali più depresse. Il 9 settembre del 1948, in una conferenza a Rogliano, affermò: «La nostra Regione, dobbiamo pur confessarlo, non ha ancora lo sviluppo di altre Regioni. Perché mai in altre parti d’Italia, e specialmente da Roma in su, le istituzioni religiose e civili sono ad ogni passo di via, mentre nel Mezzogiorno non abbiamo altro che qualche boccone di beneficenza? Manca forse a noi la fede, manca l’intelligenza, mancano i mezzi materiali?». La risposta – sosteneva – è che spesso non c’è in Calabria e in genere nel Sud d’Italia la «forza unitiva» capace di cementare le energie dei singoli. Era convinto che in Calabria non mancassero le doti intellettuali e morali, ma erano ingabbiate fra croniche deficienze strutturali e nuove tendenze sociali segnate dall’emigrazione, dallo spopolamento rurale e dall’urbanizzazione disordinata.
Si estendeva intanto la fama degli Ardorini. Negli anni Cinquanta e Sessanta scrissero a don Mauro i vescovi di Melfi, Castellammare di Stabia, Nardò, Viterbo, Cariati, Brindisi, Oria, Potenza… Vere e proprie suppliche perché si venisse in soccorso di popolazioni emarginate. Giunsero richieste e appelli anche dall’estero (Brasile, Stati Uniti, Canada, Cile, Congo, Iran). Fu impossibile accontentare tutti con le poche forze e i pochi mezzi a disposizione. Il fondatore cercò, almeno, di perfezionare l’organizzazione della Congregazione, che nel 1956 tenne a Montalto il suo primo capitolo generale. Ormai gli Ardorini erano un ramo della Chiesa riconosciuto a tutti gli effetti. Don Mauro, apostolo delle campagne, ebbe due udienze private con il «papa contadino», Giovanni XXIII, nel 1959 e nel 1961. Altre aspettative vennero alimentate dall’elezione di Paolo VI. Due mesi prima dell’elezione a pontefice, l’arcivescovo di Milano gli aveva spedito un biglietto di auguri per il suo 75° compleanno. Si prospettava l’affidamento agli Ardorini di una parrocchia alla periferia del capoluogo lombardo per la cura dei tanti immigrati meridionali. Progetto che rimase in embrione a causa della partenza di Montini.
Era convinto che Dio «dal nulla sa trarre tante cose belle» (25 maggio 1965). Scrisse: «Siamo un niente; e un vero niente ci sia dato di essere in mano di Dio. Noi nulla abbiamo di ciò che forma la gloria, il successo, la potenza di un’opera. Se avessimo queste grandezze umane temeremmo che Dio non sarebbe con noi». I tempi mutavano; il 1968 aprì la stagione della contestazione giovanile. Il sacerdote raccomandò ai padri Ardorini un metodo educativo fatto di colloqui personali con i giovani, che per essere conquistati devono sentirsi amati e seguiti. La Congregazione era la più dinamica tra quelle operanti in Calabria, con centri a Roma, Napoli, Petilia, Reggio Calabria; e stava per varcare l’oceano e impiantarsi nel continente americano. Ma don Gaetano Mauro si sentiva ormai prostrato. Si spense circondato dai suoi nella casa madre di Montalto sul finire dell’ultimo giorno del 1969. Fu tumulato nella chiesa di San Francesco di Paola, Casa Madre della Congregazione.
La famiglia religiosa che ha fondato è oggi formata da una quarantina di consacrati, presenti oltre che in Italia a Toronto (Canada) e a Garzòn (Colombia). Il 9 maggio del 2002 è stata introdotta la causa di beatificazione, conclusa nella sua fase diocesana il 21 aprile 2012. (Enzo Romeo) © ICSAIC 2021

Opere

  • Propositis.n., Cosenza 1912;
  • Diario 1915-1918. Composto durante la guerra Italo-Austriaca dal soldato sac. Gaetano Mauro parroco decano di Montalto Uffugo, s.n., s.l., s.a.
  • Circolari per la festa dell’Immacolata Concezione. 1939-1969Ardor, Montalto Uffugo 1995;

Nota bibliografica

  • Francesco Martino, Quando parli tu o Signore…, Paoline, Bari 1976;
  • Ferdinando Perri, Rogliano & dintorni, Progetto 2000, Cosenza 1987;
  • Vincenzo Romano, Don Gaetano Mauro (1888-1969): fondatore dei missionari Ardorini, 3 voll., Biblioteca regionale dei Domenicani, Publisicula, Palermo 2007;
  • Enzo Romeo, Il niente in mano di Dio. Don Gaetano Mauro prete del Sud, Àncora, Milano 2009. 

Guarna Logoteta, Carlo

Carlo Guarna Logoteta (Reggio Calabria, 15 giugno 1815 – 29 agosto 1882)

Nacque da Pasquale e Giovanna Logoteta, fu battezzato con i nomi di Carlo Antonio nella parrocchia di santa Maria d’Itria nel quartiere di Sbarre dalla nonna materna Monsolina Prato, vedova di Didaco Logoteta, appartenente a un’importante famiglia reggina (i Monsolino erano Cavalieri ierosolimitani); i nonni paterni Carlo Guarna e Vittoria Griso, appartenevano a due nobili famiglie di Reggio.
Carlo Guarna Logoteta, così è conosciuto, frequentò il Real Collegio dove ebbe modo di manifestare da subito il suo orientamento per la storia e l’archeologia. Appassionato studioso di latino e greco entrò a far parte del gruppo di scrittori e cronisti che ruotavano intorno al periodico «La Fata Morgana» (1838) che, in quel periodo, esprimeva l’intellettualità più vivace nel contesto cittadino e regionale, una rivista capace di intercettare abbonati-lettori nel resto della penisola e all’estero. Il suo primo articolo si intitolò Osservazioni sopra un punto di topografia reggina.
La sua attività di studioso di cose antiche fu molto intensa e nel 1845 riuscì a pubblicare le Ricerche storiche sul titolo di Itria dato a Maria Santissima e sul culto a lei prestato nel Regno di Napoli. E nel 1851 diede alle stampe l’opuscolo di Diana Fascelide e del suo tempio in Reggio, nel quale definiva un aggiornamento sulla ricerca del sito, potenzialmente un boschetto sacro dove oggi si trova l’attuale villa comunale di Reggio, spesso confusa con il tempio a mare ormai inabissato da secoli: luogo dove, secondo la tradizione, durante la sosta tecnica presso lo scalo portuale reggino della nave che lo conduceva a Roma, Paolo di Tarso aveva predicato e con un miracolo convertito i primi reggini edificando la prima comunità cristiana nel Bruzio e lasciando a capo di questa Stefano da Nicea. Tale lavoro aveva incontrato il favore di personaggi importanti come De Lorenzo e Moscato, due dei maggiori studiosi calabresi e reggini di archeologia, nonché di studiosi tedeschi.  
Nel 1882 pubblicò un’appendice al primo opuscolo, in cui vi furono gli interventi di Diego Vitrioli, suo amico e di Raffaele Garrucci. Le sue ricerche sulle epigrafi si incrociano con i suoi studi sulla Chiesa reggina e l’utilizzo da parte sua degli appunti del De Rebus Reghinis di Gian Angelo Spagnolio, che segnala nel 1600, nella zona fuori dalla Gabella di Sbarre a poche centinaia di metri dalla casa-esilio di Guarna Logoteta, l’esistenza, secondo una memoria orale locale, di un sepolcro dove era stato seppellito Santo Stefano da Nicea.      
Fu redattore del primo periodico reggino «La Fata Morgana» e successivamente dell’«Albo reggino» di monsignor Caprì, lavorando al fianco di altri intellettuali di diverso orientamento politico. 
Luigi Aliquò Lenzi, a seguito di acute e fortunate indagini su un manoscritto della Biblioteca Comunale Pietro De Nava, intitolato Tre lustri di Storia patria. Memorie di un reggino: dal 1846 al 1860, con prove ineccepibili e con osservazioni puntuali dimostrò che la paternità del volume è di Carlo Guarna Logoteta, di cui è ben nota la Cronistoria di Reggio Calabria dal 1799 al 1847 pubblicata nel 1891. L’opera è una continuazione di questa Cronistoria che è rimasta manoscritta; riporta una serie di notizie e di episodi che arricchisce la storia della Calabria con un contributo vasto e complesso e con una serie di preziose testimonianze su uomini e fatti del Risorgimento che altrimenti sarebbero rimaste ignorate. Guarna Logoteta, secondo il parere dell’Aliquò Lenzi, «si appalesa narratore degno d’essere tenuto in buon conto, perché se è vero che tal volta scrive con simpatia verso il Governo Borbonico, è anche vero che è mosso precipuamente da rigida coscienza e da manifesto spirito d’italianità; cosicché le sue pagine, ricche di circostanze, con richiami a particolari veduti coi propri occhi e colti nella loro essenza con giudizio commosso, costituiscono una fonte varia e diretto, la quale deve essere consultata e utilizzata con senso critico; onde è sperabile che presto venga per intero alla luce». Caprì nell’introduzione lo esaltava come equilibrato e basato nella valutazione storica, un equilibrio che non varrà dopo l’Unità d’Italia in quanto diverrà un fervente Borbonico ed un militante attivista del borbonismo politico, una scelta che ne mette in luce la forte adesione ideale, l’adesione disinteressata ed il sovrano disprezzo verso l’opportunismo politico dei più. Una esaltazione che veniva sostenuta da una positiva recensione della Civiltà Cattolica nel 1891 che elogiava il Guarna, ormai defunto, per la fedeltà e l’abbondanza della documentazione trovata e consultata. Spanò Bolani gli scrisse: «prego Dio di tutto cuore che voglia ancora lungamente conservarvi in vita, salute e lena per poter proseguire».
Infatti, la monumentale opera della Storia di Reggio dello Spanò Bolani fu portata avanti da Carlo Guarna Logoteta in Cronistoria di Reggio dal 1797 al 1847 e aggiornata successivamente dallo storico Domenico De Giorgio nel 1957. Lo stesso De Giorgio mise in evidenza «che i giudizi che dà su uomini e fatti sono spesso quelli che può dare un sanfedista ed un borbonico dall’orizzonte molto chiuso e limitato». Il suo lavoro resta comunque il segno di un contemporaneo alla vicenda unitaria che dà un’opinione discutibile ma viva e immediata, che ci aiuta a cogliere il clima e il sentimento che attraversava una parte della vecchia aristocrazia borbonica cittadina. In alcuni passaggi del suo manoscritto esprime giudizi spietati su suoi concittadini senza quella obiettività che dovrebbe caratterizzare uno storico, pertanto alla nuda cronaca dei fatti fa seguito un giudizio immediato e tagliente che non dà scampo su episodi e persone; spesso i suoi commenti sono la rappresentazione plastica dei conflitti che vi furono in città a seguito dei moti risorgimentali e con l’avvento dello stato unitario.
Si spense nel villaggio di Sbarre, nel villino di famiglia, ancora oggi in parte esistente, all’età di 67 anni, come se si fosse ritirato in un esilio silenzioso: lo definiva, infatti, il suo eremo delle Sbarre. Un luogo dove si era confinato dopo il suo ritorno da Malta nel 1862.  
Riportò un’attenta cronaca della battaglia di Piazza Duomo, dove i Mille di Garibaldi affrontarono una feroce resistenza delle truppe borboniche guidate dal Colonnello Dusmet, che perse la vita con il figlio durante l’inizio dello scontro. Inoltre, grazie a Guarna Logoteta viene raccontato l’episodio della morte di un giovane tenente del I Battaglione Bersaglieri, Ernesto Nobile Bellone, che morì per un colpo di fucile sparato da una finestra che lambì Garibaldi, mentre questi sorseggiava un caffe, ma attinse in pieno il giovane veneto che gli stava accanto, che morì all’istante. Il funerale di questi fu celebrato il giorno dopo dal Canonico Paolo Pellicano nella Chiesa del Crocefisso, dove lo stesso feretro fu tumulato. Importante è anche il resoconto dei moti legittimisti contro il Plebiscito, nell’ottobre 1861, nel circondario di Palmi, con epicentro a Cinquefrondi e negli abitati di Maropati, Giffone, Caridà e Serrata, iniziative sostenute dai fedelissimi di Luigi Ajossa di Gioiosa Jonica, ministro di Francesco II. Vale la pena ricordare anche le notizie riportate dallo storico reggino sulla colonna guidata dal generale carlista Josè Borjes.
Elaborò diversi saggi, in particolare uno sulla storia della Cattedrale di Reggio e delle sue parrocchie, sull’antico pomerio e il posteriore recinto della città di Reggio, pubblicato nel 1906, un altro sulla storia delle confraternite della città di Reggio, manoscritto pubblicato successivamente dal canonico Rocco Cotroneo nel 1908. (Fabio Arichetta) © ICSAIC 20121

Opere 

  • Ricerche storiche sul titolo d’Itria dato a Maria Santissima e sul culto a Lei prestato nel Regno di Napoli, tipografia del Reale Orfanotrofio Provinciale, Reggio di Calabria 1845;
  • Di Diana Fascelide e del suo tempio a Reggio, Tipografia del Reale Orfanatrofio Provinciale, Reggio 1851;
  • Memorie della S. Chiesa di Bova e dei suoi prelati: raccolte ordinate ed annotate, Siclari, Reggio di Calabria 1878;
  • Tre lustri di storia patria: memorie di un reggino, dal 1846 al 1860, s.n., Reggio di Calabria 1880;
  • Cronaca dei vescovi ed arcivescovi di Reggio Calabria con annotazioni storiche, Tip. Morello, Reggio di Calabria 1899;
  • Storia di Reggio di Calabria: con la continuazione sino al 1847 di Carlo Guarna Logoteta, vol. I, Dom. D’angelo fu Antonio Editore, Reggio Calabria 1890;
  • Storia di Reggio di Calabria: con la continuazione sino al 1847 di Carlo Guarna Logoteta, vol. II, Dom. D’angelo fu Antonio Editore, Reggio Calabria 1891; 
  • Cronistoria di Reggio di Calabria: dal 1789 al 1847, D. D’Angelo fu Ant., Reggio di Calabria 1891;
  • Storia di Reggio di Calabria: dà tempi primitivi sino all’anno di Cristo 1797/ Domenico Spanò-Bolani, Carlo Guarna-Logoteta; con note e bibliografia di Domenico De Giorgio, La Voce di Calabria, Reggio di Calabria 1957;
  • Dopo il ’48 in Reggio di Calabria, Brenner, Cosenza 1988.

Nota archivistica 

  • Parrocchia di Santa Maria Itria di Reggio Calabria, Registro battesimi, anni 1790-1819;
  • Archivio storico comune di Reggio Calabria, Registro morti, atto n. 814, 30 agosto 1880. 

Nota bibliografica

  • Storia di Reggio di Calabria: dà tempi primitivi sino all’anno di Cristo 1797/ Domenico Spanò-Bolani, Carlo Guarna-Logoteta; con note e bibliografia di Domenico De Giorgio, La Voce di Calabria, Reggio di Calabria 1957, ad indicem.
  • Luigi Aliquò Lenzi, Filippo Aliquò Taverriti, Gli Scrittori Calabresi, Tipografia editrice il Corriere di Reggio, Reggio Calabria 1955, pp. 71-73  
  • Domenico Coppola, Profili di calabresi illustri, Pellegrini, Cosenza 2010, pp. 71-76

Giunta, Nicola

Nicola Giunta (Reggio Calabria, 4 maggio 1895 – 31 maggio 1968)

Nicola Riccardo nasce da Pietro e da Ippolita Catanoso, di nobile famiglia reggina. Figlio unico intraprende, con successo, gli studi liceali interrompendoli per seguire una sua grande vocazione, e si trasferisce a Napoli dove si iscrive al Conservatorio di Santa Cecilia per studiare canto con il maestro Ferdinando De Lucia. Diventato attore lirico, grazie alla sua voce forte e possente di baritono, gli vengono, in seguito, assegnate scritture in diversi teatri: Napoli, Roma, Milano, Catania, Reggio Calabria e Londra.
Diventa amico di illustri personalità del mondo della cultura e di artisti, tra i quali Ermete Zacconi, Mascagni, Cilea, Ettore Petrolini, e ciò influenzò fortemente la sua formazione culturale e caratteriale.
Ma un’altra scintilla illumina il suo universo di artista: quella della scrittura!
È proprio nella città partenopea che gli giunge il primo successo anche come autore di drammi, con la Compagnia di Giovanni Grasso: al Teatro Mercadante viene rappresentata Anna Verduci, con discreto successo.
Autodidatta, è stato certamente uomo di notevole spessore culturale, vivendo, come detto, negli anni giovanili, in quegli ambienti artistico-culturali napoletani interessanti e stimolanti.
Avvincente il concetto della poesia con funzione elevatrice delle coscienze, che, ritroviamo in tutta la sua produzione letteraria.
Dal 1920 al 1927 Giunta elabora il suo teatro in vernacolo, assieme a diversi testi in lingua, producendo intensamente, perché il periodo teatrale è stato per lui ricco come attore lirico, drammaturgo e commediografo. Rientra a Reggio, preso da forte nostalgia. Quando la dittatura fascista partorisce mostri e chiude le menti oltre che le bocche, il Poeta contesta il sistema, con il suo carattere indomabile, strappa le “tessere” senza le quali non si poteva lavorare, deride e beffeggia in maniera pesante i rituali del Fascio; un certo giorno è “convocato”, insieme all’altro poeta dialettale Matteo Paviglianiti, noto esponente socialista, dal Federale nella sede del Fascio, dove viene “invitato” a trangugiare un buon bicchiere di olio di ricino. Lo beve, ma poi, sprezzante, esclama: «Purgate il mio stomaco, non la mia Idea!». 
Sopraggiunge anche il tempo di piacevoli canzoni musicate da Giuseppe Travia e Pasquale Benintende per la «Settembrata Calabrese» del 1944, curata dallo stesso Giunta per incarico del sindaco socialista Diego Andiloro, che lo stimava molto. E nasce anche una singolare produzione di testi poetici fortemente lirici che lo rendono una delle voci più alte della poesia dialettale calabrese. Rime intense, composte magari mentre si trovava… al Caffe, o scritte… su una cambiale… Rappresentazione di un mondo minuto, nel quale egli pur non riconoscendo di appartenervi, tuttavia, attraverso l’uso del dialetto, può indagare e vedere nell’animo della sua gente.           
Vive, sicuramente, con sofferenza un rapporto di odio-amore con la sua città, forse rabbiosa reazione ai riconoscimenti sempre delusi per la sua produzione letteraria in lingua. 
È direttore della Biblioteca Civica reggina dal 1944 sino al 1963.
Ma, oggi come ieri, la notorietà di Poeta gli deriva per il notevole contributo offerto alla Poesia popolare, quale “Vate” dell’intera Calabria, perché, profondo conoscitore della parlata “riggitana”, manifestazione dell’anima popolare.
Egli partiva dalla convinzione che il dialetto avesse una sua grande capacità «per dire certe cose» dando all’espressione quella forza che, la lingua nazionale non possiede.
Ma il Poeta più autentico e poliedrico lo troviamo, soprattutto, nelle favole e nella silloge Fauliàta, in cui fa parlare gli animali e le cose, alla Trilussa, usando la metafora. 
Nella sua vita abbiamo anche due “digressioni” giornalistiche: quando, subito dopo l’arrivo degli Alleati, collaborò con il giornale «Calabria libera» edito da Carlo Lacava, e quando, nel 1956, fece parte di un gruppo di intellettuali che collaborarono al quotidiano «La Calabria», stampato a Cosenza
È stato personaggio, certamente, notevole e poliedrico nel panorama culturale reggino, eppure, purtroppo, scarsamente considerato. 
Ha passato gli ultimi anni con la vecchia madre (“a mammuzza”), a cui era legato possessivamente. Non si è sposato; malato e paralizzato, è morto in solitudine, dimenticato da parenti e amici, all’età di 73 anni. Riposa nel grande cimitero di Condera a Reggio Calabria. Alla sua scomparsa, il poeta dialettale Giuseppe Ginestra ha raccolto suoi manoscritti, appunti e quant’altro poté, depositando il tutto presso la Biblioteca Civica di Reggio Calabria. Bene ha fatto il Circolo culturale Rhegium Julii a istituire il «Premio per la Poesia Dialettale Nicola Giunta», che purtroppo non è più riproposto, ed è meritevole di menzione l’intitolazione di una strada cittadina a suo nome. (Minella Bellantonio) © ICSAIC 2021

Opere principali

  • Il satiro al fonte, Alfredo Guida, Napoli 1931
  • Commedie ironiche, Edizioni Cosmopoli, Roma 1932;
  • Francesco da Paola, Libreria Emiliana Editrice, Venezia 1937;
  • Reghion, Edizioni Giuli, Reggio Calabria 1946;
  • Fauliàta, Rhegium Julii, Reggio Calabria 1946;
  • Il poema della mia Terra, Libreria Editrice Carmelo Franco, Reggio Calabria 1951;
  • I canti della Repubblica, Febea, Reggio Calabria 1954;
  • I canti del focolare, Febea, Reggio Calabria 1955;
  • I canti della Costa Viola, Libreria Editrice Carmelo Franco, Reggio Calabria 1958;
  • I canti d’Aspromonte, Libreria Editrice Carmelo Franco, Reggio Calabria 1959;
  • Poesie dialettali, a cura di Antonio. Piromalli e Domenico Scarfoglio, Edizioni Casa del Libro, Reggio Calabria 1977;
  • Poesie e favole dialettali, Città del Sole, Reggio Calabria 2011.

Nota bibliografica

  • Antonio Piromalli, La Letteratura calabrese, vol. II, Pellegrini, Cosenza 1966, pp. 165-174;
  • Nicola Giunta, l’uomo, l’opera, a cura dell’Amministrazione comunale, Reggio Calabria 1980;
  • Pasquale Tuscano, Letteratura delle regioni d’Italia, Calabria, La Scuola, Brescia 1986; 
  • Pasquale De Filippo, Nicola Giunta, un reggino poeta contro la fatalità, «Giornale di Calabria», 6 novembre 1990 (poi in Uomini e libri, Il Grifo, Reggio Calabria 1992, pp. 289-292); 
  • Mimmo Scappatura, Nicola Giunta, Il Grifo, Reggio Calabria 1995;
  • Francesco Chirico, Antologia critica dei poeti dialettali reggini, Laruffa, Reggio Calabria 2003;
  • Francesco Fiumara, Ricordo di Nicola Giunta a 50 anni dal mio primo incontro con lui, «La Procellaria», 1, 2003.
  • Minella Bellantonio, Il teatro dialettale calabrese, «Calabria sconosciuta», 122, giugno 2009;
  • Emiliano Scappatura, Breve storia della poesia dialettale nella Reggio del dopoguerra, Città del Sole, Reggio Calabria 2012.

Fici, Giovanni

Giovanni Fici (Siena, 1 gennaio 1920 – Reggio Calabria, 30 maggio 1988)

Primo di cinque figli nati dal matrimonio della veneta Carmen Daipré e del siciliano Michele Fici, conosciutisi a Siena dove il padre era ufficiale dell’esercito regio, si trasferì presto con i genitori a Catania, dove nacquero le due sorelle Anna Maria e Maria Teresa e i due fratelli Edoardo e Luigi.
Pur non avendo alcun legame parentale con la città natale, lasciava talvolta trasparire un malcelato orgoglio per essere nato a Siena, città dove, a suo dire, si parlava il migliore italiano.
Quando era ancora adolescente, il padre, che non avrebbe mai più rivisto, abbandonò la famiglia: egli dovette accudire e seguire le sorelle e i fratelli nei loro studi.
Nonostante le difficoltà e le ristrettezze economiche, riuscì a frequentare con grande profitto il Liceo Classico «Nicola Spedalieri» di Catania e, nel poco tempo libero, un corso di pittura.
Nel 1938 si iscrisse alla facoltà di lettere dell’Università cittadina, la più antica della Sicilia, e qui conobbe una reggina, Ada Battelli, che divenne compagna di studi prima e di vita dopo. Nel 1940 la sua classe fu chiamata alle armi, ma egli non fu mandato al fronte e riuscì a laurearsi, insieme alla futura moglie, nell’estate del 1942.
Poco dopo la laurea seguì la famiglia Battelli, sfollata da Reggio Calabria ad Antrodoco, in provincia di Rieti, dove risiedevano alcuni parenti, e qui cominciò ad insegnare.
Dopo l’8 settembre sfuggì rocambolescamente ai fascisti, che erano venuti a conoscenza delle sue posizioni da sempre contrarie al regime, restando per alcuni giorni nascosto nel sottotetto della casa dei parenti. Ad Antrodoco si sposò il 28 ottobre 1944. All’inizio dell’estate del 1945, la famiglia Battelli rientrò a Reggio Calabria, dove quasi subito i due novelli sposi la raggiunsero e iniziarono a insegnare.
Giovanni Fici divenne presto docente amato e stimato, inizialmente presso la Scuola media statale «Vittorino da Feltre», successivamente all’Istituto magistrale «Tommaso Gullì» e infine presso il Liceo classico «Tommaso Campanella», dove ebbe per molti anni la cattedra di italiano e latino. Risale a quegli anni una febbrile attività di studio e scrittura, affiancata a quella di docente, dedicata agli allievi liceali e a tanti futuri insegnanti che richiedevano il suo aiuto per la preparazione ai concorsi. Scrisse una nota su Scilla e una sul 50° anniversario della prima trasmissione radio attraverso l’Atlantico, poi un breve saggio su Machiavelli ed infine, dopo aver ottenuto l’ambita cattedra del liceo classico, pubblicò nel 1964 il volume Lineamenti critici della letteratura italiana, un’opera innovativa che aveva il pregio di offrire una visione sintetica, ma chiara e rigorosa, della storia della critica della letteratura italiana. L’opera, esauritasi velocemente per il successo e l’apprezzamento dei colleghi, fu riveduta e ampliata tre anni dopo per una seconda edizione, in cui furono aggiunti due fondamentali capitoli su Pirandello e sui Contemporanei.
All’inizio degli anni Settanta cominciò a insegnare alla Facoltà di Magistero dell’Università di Messina, dove con passione lavorò con il professor Calogero Colicchi fino al 1978, quando un ictus cerebrale pose improvvisamente e bruscamente fine alla carriera universitaria, relegandolo su una sedia a rotelle fino alla scomparsa. Prima di quell’evento era comunque riuscito a pubblicare, nel 1974, Note pascoliane (appunti per una interpretazione della poetica pascoliana), frutto di un’attenta e meticolosa ricerca di documenti e testimonianze, effettuata personalmente a Castelvecchio Pascoli, in Garfagnana. Il testo è corredato da una ricca appendice con articoli di Pascoli stesso, D’annunzio, Pirandello, Gargano, Croce e Pietrobono, reperiti e riprodotti con tanta difficoltà in un’epoca in cui anche una fotocopiatrice poteva considerarsi un lusso.
Il male che aveva sopraffatto il fisico non ebbe tuttavia il sopravvento sullo spirito: con la sensibilità culturale e l’amore verso il sapere, che lo avevano costantemente accompagnato nella vita, continuò ad ascoltare l’amata musica classica e a dipingere, pur con la mano sinistra.
Personalità eclettica, si appassionava a tanti campi del sapere, dalla letteratura alle lingue straniere (la sua ricca biblioteca conteneva classici inglesi, francesi, tedeschi e qualcosa anche in russo, letti senza grandi difficoltà), dalla medicina alla botanica. Amava la solitudine tanto da rifugiarsi appena possibile in una casetta sui piani dello Zomaro, nel Reggino e, nel cuore dell’Aspromonte, ascoltava musica e dipingeva paesaggi e nature morte che oggi abbelliscono le case delle tre figlie, Maria, Renata e Isabella.
Presso la filiale del Banco di Napoli di Reggio Calabria partecipò nel 1976 a una mostra collettiva, riscuotendo ampi consensi. Tra un quadro dei sentieri aspromontani e un ascolto della Moldava di Smetana, preparava originali liquori di erbe aromatiche e le dispense delle lezioni che, ciclostilate, hanno per anni costituito un prezioso sussidio didattico per gli studenti di ogni ordine e grado.
Ha formato più generazioni di professioniste e professionisti che lo ricordano con grande affetto per il suo carattere estroverso e mai serioso e per il suo amore specialmente dedicato a Pascoli e Dante, del quale conosceva a memoria l’opera maggiore. Amava recitare la Divina Commedia, dondolandosi sulla sedia, e spiegarla con dovizia di particolari, che rendevano piacevoli e comprensibili persino le più complesse parti di astronomia.
Morì per un edema polmonare acuto nella sua casa di Reggio Calabria, quando aveva solo 68 anni. (Marco Surace) © ICSAIC 2021

Opere

  • Lineamenti critici della letteratura italiana ad uso delle scuole medie superiori, Ceschina, Milano 1964 (II ediz. 1967);
  • Il Pascoli a Messina, «Nuovi quaderni del Meridione», n. 37 e 38, Banco di Sicilia, Palermo 1972;
  • Note pascoliane, Editori meridionali riuniti, Reggio Calabria 1974.

De Roberto, Pietro

Pietro De Roberto (Cosenza, 1 giugno 1815 – 2 aprile 1890)

Di padre magistrato, Pietro De Roberto compì i primi studi nella propria città d’origine e si diresse poi a Napoli, laddove conseguì la laurea in Medicina e dove, soprattutto, restò profondamente influenzato dai fermenti politici e ideologici dell’epoca: aderente dal 1835 alla Giovine Italia, fu affiliato dapprima alla Carboneria e perseguitato così dalla polizia borbonica. Nel 1843 tentò una sommossa in Cosenza e nel 1848 partecipò ai moti assieme a suo fratello Gaetano. Capo della Guardia Nazionale, scontò quattro anni di carcere «per attentati volti a distruggere e cambiare il Governo ed eccitare gli abitanti del Regno ad armarsi contro l’autorità» nonché, appunto, «per aver senza diritto o motivo legittimo preso il comando delle Guardie Nazionali».
Quando Giuseppe Garibaldi nominò Governatore della Provincia Donato Morelli, quest’ultimo chiamò proprio De Roberto a prendere parte al Governo Provvisorio. Nel 1861, egli fu inoltre Consigliere provinciale per il mandamento di Cosenza: in occasione delle elezioni suppletive comunali di Cosenza del 1886 – dovute alle dimissioni del sindaco Clausi – il giornale «La Sinistra» auspicò la creazione di una lista guidata proprio dal medico, candidandolo contrariamente al suo stesso parere a «sindaco perenne» per «l’onorabilità della vita e la fermezza del carattere». De Roberto tuttavia rifiutò poiché non concepiva il cumulo delle cariche, così come in passato aveva rifiutato la candidatura al parlamento dichiarando di non possedere le virtù indispensabili a un legislatore e di non avere i mezzi per vivere nella capitale. Nello stesso anno 1886 si trovò però assieme ad altri massoni – compreso il futuro senatore Nicola Spada – tra i fondatori della neonata succursale della Banca Agricola in Piazza piccola, nel centro storico di Cosenza. Pietro De Roberto era appartenuto infatti alla loggia cosentina Pitagorici Cratensi Risorti e il 7 ottobre 1874 aveva fondato, assieme ad altri Fratelli della stessa, la loggia Bruzia, in seno alla quale si sarebbero affrontati con particolare impegno i problemi dell’educazione elementare e di quella domenicale per le donne, dell’educandato femminile, della polizia urbana, dell’annona, delle società e scuole operaie, di un dispensario gratuito per i poveri e finanche della fondazione di un Gabinetto di lettura come mezzo di lavoro e propaganda. Nel biennio 1888-1889 risulta Venerabile, e di grado 33°, della stessa loggia Bruzia. Grande risalto ebbe, il 25 marzo 1889, il meeting promosso dal periodico filomassonico «La Lotta» per incalzare i parlamentari della provincia nell’antica rivendicazione dell’istituzione di un Reggimento in città. Un comitato organizzatore di questa agitazione legale, presieduto da De Roberto, riunì nel Teatro Garibaldi i delegati di molti municipi della provincia, le logge di Cosenza e di Rogliano e le due società operaie a guida massonica. Il 2 aprile dell’anno successivo, De Roberto morì e venne commemorato nella sala dell’Istituto Tecnico cittadino dal Fratello Camillo Oliveti e, il 3 aprile, si svolsero le sue esequie in forma civile: «aprivano il corteo le società operaie, seguivano i Fratelli delle due logge cittadine con i labari, le Scuole, i Consiglieri Comunali e Provinciali, le autorità militari e civili. La bara fu portata dai Maestri Venerabili della Bruzia e della Telesio, e dal Presidente del Consiglio Provinciale. Il corteo, dopo aver attraversato la città fra la più profonda commozione, si fermò presso il Palazzo dei Tribunali, dove il De Roberto fu commemorato dal Sindaco e dal Presidente della Provincia».
Tre anni dopo, venne inoltre ricordato durante la visita in Calabria da parte di Ernesto Nathan, futuro sindaco di Roma e, all’epoca, Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia: risultando a quest’ultimo confortante l’operosità dei sodalizi liberomuratori cosentini, l’Oratore della loggia Bruzia Oreste Dito pronunciò di fronte al Gran Maestro le seguenti parole, dalla particolare coloritura politica: «il nostro assiduo lavoro è stato quello di sostituire l’opera nostra all’opera negativa del governo, e ciò spiega come la Massoneria in Cosenza sia circondata di stima generale. Quest’Officina quindi, dopo aver promossa l’istituzione di una Società operaia di mutuo soccorso […], ha speso tutta la sua operosità per una Banca Popolare, che sotto la vigile direzione del fratello [Nicola] Spada ha liberati i cosentini dagli artigli dell’usura. Ed accanto a queste due istituzioni un’altra ancora più nobile ne è sorta per opera esclusiva della Massoneria, e più semplicemente per l’instancabile operosità dei nostri compianti Fratelli De Roberto e Le Piane. Parlo del Giardino d’infanzia foebelliano [sic] che, assieme all’istruzione dà gratuitamente a 100 bambini la refezione scolastica […]. Fin dal 19 febbraio [1898] fu aperta, per nostra esclusiva iniziativa, una cucina economica che distribuiva al puro prezzo di costo i generi e alleviò potentemente la miseria cittadina […]. Nel successivo anno la nostra attività si è rivolta alla costituzione della società di patronato scolastico. Il patronato funziona colle contribuzioni dei soci quasi tutti massoni e, sotto la presidenza del nostro amato Venerabile, ha nello scorso anno fornito la refezione gratuita […] ad 80 alunni della scuola elementare. Nel corrente anno il numero […] è aumentato a 150».
Il busto in memoria di Pietro De Roberto, opera di Giuseppe Scerbo, scultore massone reggino, dell’ingegnere Marino e del geometra Prato, fu inaugurato nel cimitero di Cosenza qualche mese dopo la sua morte, il 3 novembre 1890, con un discorso di Giacomo Manocchi, tesoriere della loggia Bruzia (e, in quel biennio, di grado 18°) nonché pastore valdese impegnato nell’evangelizzazione nelle cittadine di Corigliano, Altomonte, Lungro, S. Sofia d’Epiro, S. Demetrio Corone, e Vaccarizzo Albanese. Il monumento è munito di piccole figure esoteriche sui quattro lati del basamento: le insegne del Rito Scozzese Antico e Accettato, poste frontalmente; una squadra assieme ad un serpente accollato al maglietto e a un piccolo destrocherio di scalpellino; le insegne del 33° grado e, infine, squadra e compasso in grado di Compagno (e non, come sarebbe stato più corretto, in grado di Maestro) accompagnate da un teschio accollato a una tibia e trafitto da un pugnale. Il basamento riporta la seguente epigrafe di mano del cavaliere Zanci: “Pietro De Roberto 33\ / nei moti / pel civile riscatto / uno de’ primi / cariche ed onori / sdegnando / menò vita povera / esempio ai posteri / di antica virtù».
A De Roberto è dedicata una via nel centro di Cosenza, dove pure ha sede un’omonima loggia del Grande Oriente d’Italia. (Luca Irwin Fragale) © ICSAIC 2021

Nota bibliografica

  • «La Sinistra», 7 luglio 1886;
  • Camillo Oliveti, Pietro De Roberto ed i suoi tempi, Tipografia del giornale «La Lotta», Cosenza 1890;
  • Discorso pronunziato il 3 novembre 1890 dal Signor Giacomo Manocchi in occasione dell’inaugurazione del monumento a Pietro De Roberto, a spese del Fr\ Luigi Aprea 18\, tipografo-editore, Cosenza 1891;
  • «Rivista Massonica Italiana», 31 luglio 1900;
  • Rosalia Cambareri, La Massoneria in Calabria dall’Unità al Fascismo, Brenner, Cosenza 1998;
  • Giuseppe Guidi, Memorie massoniche. La Loggia Bruzia – Pietro De Roberto 1874 n. 269 all’Oriente di Cosenza, Brenner, Cosenza 2005;
  • Anonimo (ma Giuseppe Guidi), Massoneria e massoni a Cosenza, Orizzonti Meridionali, Cosenza 2012;
  • Luca Irwin Fragale, Microstoria e Araldica di Calabria Citeriore e di Cosenza. Da fonti documentarie inedite, Banca Ca.Ri.Me., Milano 2016.
  • Maria Teresa Sorrenti, Scerbo, Giuseppe, in Dizionario biografico della Calabria Contemporanea,www.icsaicstoria.it/scerbo-giuseppe/;
  • Oreste Mario Dito, Dito, Oreste, in Dizionario biografico della Calabria Contemporanea,www.icsaicstoria.it/dito-oreste/.

Taccone-Gallucci, Domenico

Domenico Taccone-Gallucci [Mileto (Vibo Valentia) 26 aprile 1852 – Roma, 9 ottobre 1917]

Figlio del barone Nicola, profondo cultore di studi filosofici ed estetici, e della marchesina Maria Antonietta Ajossa, nobile, ricca e numerosa famiglia di Mileto (sette figli). I familiari volevano che intraprendesse la carriera militare ma Domenico ad appena 9 anni entrò in seminario col desiderio espresso di diventare sacerdote.  Fu avviato, così, agli studi ecclesiastici dal cugino, don Pasquale Taccone vescovo di Bova dal 28 settembre 1849 al 30 settembre 1850 e in seguito a Teramo. Collaborarono alla sua formazione culturale altri sacerdoti; per le lettere, don Domenico Lopreiato e don Francesco Paolo Scuteri; per la filosofia e scienze sacre, don Raffaele Lomoro. 
A 22 anni, il 19 dicembre 1874, fu ordinato sacerdote da monsignor Filippo Mincione ma, data la giovane età, fu necessaria la dispensa apostolica. Nell’aprile del 1882, morto il vescovo Mincione, fu eletto vicario capitolare don Pasquale Colloca e don Domenico Taccone-Gallucci ne diventò valido collaboratore. L’allora Papa Leone XIII nominò vescovo di Mileto monsignor Luigi Carvelli, già vescovo di Potenza: il 23 agosto 1883 il nuovo vescovo si insediò a Mileto e in tale occasione don Domenico Taccone-Gallucci lesse un solenne discorso.
Il nuovo vescovo ebbe molta stima del giovane sacerdote e gli affidò delicati incarichi. Grande fu l’attività del giovaneprelato, che seppe unire una vasta cultura a una vita esemplare. Canonico Penitenziere della Cattedrale di Mileto, esaminatore prosinodale e dottore in Sacra Teologia, tra il 1882 e il 1888 fu incaricato della risistemazione dell’archivio curiale, togliendolo da una «incredibile confusione e da un informe acervo, ponendolo in ordine, secondo i singoli luoghi della Diocesi, nel nuovo Episcopio». Curò nel frattempo una Monografia della città e diocesi di Mileto, e un’altra sulla Certosa d Serra San Bruno, nonché un volume di prose e poesie In morte di Adolfo dei Marchesi Aiossa. 
Nel dicembre del 1887, intanto, moriva a Tropea monsignor Luigi Vaccari, vescovo ausiliare di monsignor Filippo De Simone, ormai vecchio e ammalato, il quale chiedeva subito un nuovo collaboratore. Di lì a poco, il primo giugno 1888, proprio Domenico Taccone-Gallucci fu nominato vescovo ausiliare di Nicotera e Tropea, consacrato nella chiesa di S. Alfonso a Roma dal cardinale Raffaele Monaco La Valletta, dall’arcivescovo Elia Bianchi e dal vescovo Raffaele Sirolli.Aveva appena 36 anni. L’anno dopo fu nominato vescovo titolare di Amathus in Palestina e il 14 dicembre 1889vescovo di Nicotera e Tropea per successione.
Ricercatore instancabile di memorie storiche calabresi, nella sua nuova sede diocesana, oltre alle attività pastorali, si dedicò a studi storici, nonché letterari e teologici, pubblicando diversi volumi di storia della Chiesa in Calabria, tra cui, nel 1904, una Monografia delle diocesi di Nicotera e Tropea.
Come pastore, produsse molto impegno, innanzi tutto, per l’innalzamento del livello spirituale e culturale del clero e della formazione dei fedeli. E in occasione dell’Anno Santo del 1900 oltre ad abbellire molte chiese della diocesi, curò l’ampliamento della Cattedrale di Tropea e fece restaurare la cattedrale di Santa Maria Assunta a Nicotera, ricostruita a carico dello Stato dopo il terremoto del 1783, su progetto dell’Ing. Sintes, allievo del Vanvitelli.
Fu proprio monsignor Taccone-Gallucci il primo luglio 1893 a far traslare da Vizzini (nella diocesi di Caltagirone) a Tropea le reliquie della giovane martire tropeana Santa Domenica.
Nel 1897 presentò gli atti del processo ordinario dei miracoli del Servo di Dio, padre Vito De Netta, redentorista, definito «Apostolo delle Calabrie». Valorizzò il culto dei santi calabresi. Si adoperò attivamente dando aiuto materiale ai senzatetto del terremoto del 1905.
Autore prolifico, logorato soprattutto da una intensa attività pastorale e afflitto da una triste storia familiare, il 21 luglio 1908 mons. Taccone-Gallucci presentava alla Santa Sede le sue dimissioni. Fu nominato allora arcivescovo titolare di Costanza, in Romania, dal 21 luglio 1907. Il 20 agosto successivo si trasferiva a Roma, dove fu anche consulente presso diverse congregazioni. A riconoscimento della sua attività culturale, nel giigno 1914 lo nominò socio onorario. Vescovo emerito di Nicotera e Tropea morì a 65 anni. (Francesca Raimondi) © ICSAIC 2021 – 02

Opere

  • Monografia della città e diocesi di Mileto, Tip. degli Accattoncelli, Napoli 1881 (poi Antica tipografia Soliani, Modena 1882); 
  • Memorie storiche della Certosa dei Santi Stefano e Brunone in Calabria, Napoli 1885;
  • In morte di Adolfo dei Marchesi Aiossa (prose e poesie), Tip. L. F. Cogliati, Milano 1886;
  • Memorie di storia calabra ecclesiastica, Tip. Morello, Reggio Calabria 1887;
  • La chiesa cattedrale di Mileto, memoria storica e descrittiva, Tip. Morello, Reggio Calabria 1888;
  • Memoria storica di Santa Domenica vergine e martire e il suo culto in Tropea, Palmi 1893;
  • Scritti pastorali, Tip. Morello Reggio Calabria 1899;
  • S. Domenica verg. e martire e le sue reliquie in Tropea, Tip. F. Morello, Reggio-Calabria 1900;
  • Monografia del santuario di S. Francesco in Paola, Stab. Tip. di Francesco Morello, Reggio di Calabria 1901;
  • Regesti dei romani pontefici per le chiese della Calabria con annotazioni storiche, Tipografia Vaticana, Roma 1902;
  • Cronotassi dei metropolitani, arcivescovi e vescovi della Calabria, Tip. di Vittorio Nicotera, Tropea 1902;
  • Monografia delle diocesi Nicotera e Tropea, Tip. F. Morello, Reggio Calabria, 1904
  • La famiglia Taccone-Gallucci (Mileto in Calabria), Roma 1904;
  • Pel cinquantenario dalla definizione dogmatica della concezione immacolata della B. V. Maria: lettera pastorale, Tip. Morello, Reggio Calabria 1904;
  • Il culto dei martiri in Calabria, Lanciano, Veraldi e C., Napoli 1905;
  • Epigrafi cristiane del Bruzio (Calabria), Stab. tip. Morello, Reggio Calabria 1905;
  • Memorie di storia calabra ecclesiastica, Tip. Buongiovanni & Coccia, Tropea 1906;
  • Della vita e delle opere del barone Nicola Taccone-Gallucci, Reggio Calabria 1906;
  • Monografia del cardinale Guglielmo Sirleto nel secolo decimosesto, Societa Tipografico-editrice Romana, Roma 1909;
  • Monografia della patriarcale basilica di Santa Maria Maggiore, Tip. italo-orientale S. Nilo, Grottaferrata 1911.

Nota bibliografica

  • Accademia Cosentina, «Cronaca di Calabria», 25 giugno 1914;
  • Filippo Ramondino, Origini e vicende dell’Archivio Storico Diocesano di Mileto, «Limen», 1, 2008, pp. 50-53;
  • Carmela Galasso, Biografie di personaggi noti e meno noti della Calabria, Pellegrini, Cosenza 2009, pp. 439-440.

Poerio, Pasquale

Pasquale Poerio [Casabona (Crotone), 1 ottobre 1921 – Catanzaro, 30 novembre 2002]

Figlio di un vecchio socialista, Anselmo, nato negli Stati Uniti, e di una donna coraggiosa, Angela Curcio, viene alla luce a Casabona, al tempo in provincia di Catanzaro, prima dei fratelli Francesco e Carlo e di due sorelle. Nel 1929, quando ha già otto anni, il papà torna definitivamente dall’America e con i proventi dell’emigrazione acquista 27 tomolate di terra che trasforma prevalentemente in vigneto e oliveto con qualche albero da frutta. Durante il fascismo, Anselmo fu iscritto nell’elenco delle persone pericolose da sottoporre a vigilanza speciale. L’ambiente familiare, quindi, contribuì non poco, a spingere Pasquale verso l’impegno politico, ma intanto, come si conviene al figlio primogenito di una famiglia contadina benestante, incomincia a studiare, frequentando le scuole medie a Crotone, poi il liceo Classico Morelli di Vibo Valentia per conseguire la maturità a Nicastro. Successivamente si iscrive alla facoltà di medicina presso l’Università di Pisa.
Sono anni difficili. Il 10 luglio del 1940 l’Italia entra ufficialmente in guerra e nell’Alto Crotonese le condizioni di vita sono davvero drammatiche. In questa situazione, interrompe gli studi, e torna a Casabona. Tenterà di riprenderli, senza mai concluderli, iscrivendosi a Lettere all’Università di Bari, dove trova il tempo di frequentare le lezioni di Aldo Moro a Scienze Politiche.
Gli anni Quaranta e Cinquanta del Novecento, decisivi per la sua formazione e le sue scelte, presentano un quadro d’insieme particolarmente drammatico. A Casabona la situazione non è diversa dal resto dei comuni del Crotonese. Braccianti e contadini senza terra, guidati da Nicola Caligiuri, Francesco Comito e Francesco Curcio, tra il 16 e il 18 settembre 1943 occupano i fondi demaniali Spartizzi e Acquedolci, usurpati dal marchese Berlingeri.
Pasquale ha appena 22 anni, davanti a sé un futuro di medico. Non sarà medico e neanche professore di lettere, ora ha altri maestri e, con la liberazione dell’Italia dal nazi-fascismo e la ripresa della vita democratica, cede al fascino della politica e alla pressione del segretario della Federazione Comunista, Gennaro Miceli; abbandona gli studi universitari e si trasferisce a Catanzaro dove inizia l’avventura “rivoluzionaria”, provocando, in tal modo, la reazione dei familiari (ci volle davvero del tempo prima che le ire del padre si placassero).
Già nel 1946 è sindaco del suo paese natale; successivamente alla testa della Federterra, dell’Alleanza dei Contadini e della Camera del Lavoro, dirigente del Partito Comunista; poi consigliere comunale a Catanzaro; consigliere provinciale sempre a Catanzaro per tre legislature; sindaco di Isola capo Rizzuto dal 1976 al 1979. Nella quarta legislatura viene eltto deputato al Parlamento nazionale per la circoscrizione calabrese e senatore della Repubblica nella quinta e sesta legislatura per il collegio di Crotone. Al Senato è anche segretario dell’ufficio di presidenza.
Nel corso della sua attività parlamentare, è molto attivo per via dei numerosi interventi svolti sia in aula sia nelle commissioni, delle tante proposte di legge presentate e delle centinaia di interrogazioni sempre rivolte a evidenziare le gravi condizioni di abbandono nelle quali versavano varie realtà della regione.
Uomo delle istituzioni, ma anche e sempre capopopolo e leader del movimento degli oppressi, sostenitore delle loro ragioni. Non c’è battaglia nella quale non si lancia con entusiasmo: raccoglitrici di olive, gelsominaie, assegnatari. 
Nel 1963 sposa Rosa Maria Barbarelli che lo accompagnerà con discrezione per tutta la vita. Il matrimonio è celebrato in Campidoglio il 29 dicembre, e il 31 rientrano in Calabria. Nei giorni successivi, nella fascia jonica del reggino esplode uno degli ultimi scioperi delle raccoglitrici di gelsomino. Inutile dire dove e come Poerio trascorre il suo “viaggio” di nozze. Non hanno figli.
La “fama” del ragazzo, cresciuto a immagine e somiglianza della politica, varca i confini della Calabria: Ruggero Grieco, Giorgio Amendola, Emilio Sereni, Mario Alicata, Pietro Ingrao, Giancarlo Pajetta, Gerardo Chiaromonte, Abdon Alinovi, Emanuele Macaluso, Giorgio Napolitano, futuro presidente della Repubblica, e tanti altri apprezzano quel giovane calabrese, educato e di poche parole. E proprio Emanuele Macaluso, dirigente storico del Pci, mette in luce come Poerio «ha scelto una militanza che in molti hanno pagato con la vita; lo ha fatto per rendere un servizio alla democrazia e alle sorti del Mezzogiorno. Se vogliamo onorare adeguatamente uomini come lui, dobbiamo prendere esempio dai suoi insegnamenti e dalle sue intuizioni per poter ricollocare e rilanciare la questione meridionale per offrire alle nuove generazioni la possibilità di poter affrontare i processi della globalizzazione e della liberalizzazione dei mercati, tendenze ormai irreversibili che non possono essere esorcizzate».
Il suo impegno, infatti, è sempre proteso a riaffermare l’urgenza di un’azione organica, nazionale, per la rinascita del Mezzogiorno operando, nel contempo, per far riconoscere il ruolo decisivo dell’agricoltura in una moderna società di tipo industriale, quale fattore di riequilibrio produttivo, territoriale e sociale. 
Notevole è stata, anche, la sua curiosità e la sua sensibilità culturale, caratterizzata da grande apertura e disponibilità alle novità presenti nella società. In questo contesto si collocano alcuni emblematici episodi come il viaggio-inchiesta tra i contadini del Marchesato con l’eminente meridionalista Umberto Zanotti Bianco, la collaborazione, da Sindaco di Isola Capo Rizzuto, con Pier Paolo Pasolini per il film, girato nel suggestivo paesaggio di Le Castella, Il Vangelo secondo Matteo, il rapporto instaurato con la Chiesa calabrese, in particolare con monsignore Giuseppe Agostino, con il quale discute del rapporto tra etica e politica.
Non smette mai di fare politica. Il 9 novembre 2002 avrebbe dovuto svolgere un intervento al convegno indetto dall’Associazione «Questione Meridionale» sul tema «Fatti di Melissa; un nuovo meridionalismo», nella sala del Consiglio comunale di Catanzaro. Ma, proprio qualche giorno prima, il 6 novembre, nel corso di una manifestazione della Cgil con il segretario nazionale Guglielmo Epifani, nel Teatro Comunale di Catanzaro perde l’equilibrio e cade rovinosamente dalle scale mentre si accinge a porgere un saluto ai numerosi lavoratori presenti. Viene a mancare all’affetto dei suoi cari e dei tanti che lo hanno conosciuto e stimato, dopo il ricovero all’ospedale Pugliese, nonostante le cure attente e premurose dei medici, il 30 novembre successivo. Diversi paesi della Calabria lo ricordano con una via suo nome. (Michele Drosi) © ICSAIC 2021 – 02

Scritti

  • Una nuova politica di opere pubbliche per impieghi sociali e la piena occupazione. Discorso pronunciato alla Camera dei Deputati nella seduta del 29 marzo 1966, Stabilimenti tipografici C. Colombo, Roma 1966;
  • La Calabria e le leggi speciali. Discorso pronunciato alla Camera dei Deputati nella seduta del 12 dicembre 1966, Stabilimenti tipografici C. Colombo, Roma 1967;
  • Necessaria una politica per lo sviluppo della olivicoltura italiana / discorsi pronunciati al Senato dai Sen. comunisti Compagnoni e Poerio il giorno 24 gennaio 1969, s.n, s.l s.d.

Nota bibliografica

  • Ciccio Caruso, Il “mestiere di vivere” di un dirigente politico: Pasquale Poerio, «Ora Locale», n. 26 (settembre-novembre) 2001;
  • Damiano Lacaria, Pasquale Poerio comunista fino all’ultimo, «Il Crotonese», 3 dicembre 2002;
  • Michele Drosi, Terra e libertà. Itinerario di un riformista: Pasquale Poerio, Rubbettino, Soveria Mannelli 2008.

Mancini, Giacomo

Giacomo Mancini [Cosenza 21 aprile 1916 – 8 aprile 2002].

Figlio del deputato socialista Pietro e di Giuseppina de Matera, ha quattro sorelle: Anna detta Pupà, Franca, Ginevra e Teresa detta Ninì.  Dopo essersi diplomato al liceo classico “Bernardino Telesio” di Cosenza va a studiare a Torino, dove nel 1938 si laurea in giurisprudenza. Ufficiale aviatore nel Regio esercito durante la Seconda guerra mondiale, militante nella resistenza romana dopo l’8 settembre, decide alla fine del conflitto di dedicarsi alla politica nonostante la sua difficoltà a parlare in pubblico, che egli stesso definiva «il complesso del microfono».
Già iscritto al Psiup, nel 1946, subito dopo essere tornato nella sua città, diventa segretario di federazione. Nel 1947 entra nella direzione socialista e diviene membro dell’esecutivo nazionale con ufficio per il Mezzogiorno. Viene eletto parlamentare nelle prime elezioni dell’Italia repubblicana, quelle del 18 aprile 1948; lo sarà, con alterne fortune, per altre dieci volte e – contemporaneamente – sarà quasi sempre consigliere comunale di Cosenza, a dimostrazione di un’attenzione costante per la sua città, che egli riserva parimenti allo sviluppo del Mezzogiorno e in particolare della Calabria.
Ha un rapporto fortissimo e privilegiato con il territorio, di cui conosce a fondo e concretamente i problemi. La sua azione politica è caratterizzata dalla compresenza di istinto e pragmatismo, più che da motivazioni ideologiche; non a caso, diversi anni dopo adotterà lo slogan della «politica delle cose». È già di questo periodo la caratterizzazione della sua leadership come una sorta di contropotere. Fa anzi di questa sua specificità, dell’essere cioè uomo di potere, ma sui generis, uno dei suoi punti di forza. Intraprende battaglie contro la legge Sila e contro l’Opera Sila che promuove una vergognosa emigrazione di braccianti calabresi in Brasile, poi contro il monopolio elettrico della SME, contro le ferrovie calabro-lucane, contro l’amministrazione provinciale cosentina, contro la degenerazione della spesa pubblica operata dalla Cassa per il Mezzogiorno, contro l’uso clientelare della Cassa di Risparmio e – più tardi – quelle, ben più eclatanti, per una “giustizia giusta”, contro “le greche e gli ermellini” e contro i “settenati”. L’azione di denuncia riesce a coagulare attorno alle sue posizioni un gruppo di politici e intellettuali che fa opinione, mentre lo scalpore suscitato dalle questioni messe in campo gli fa acquisire una notorietà a livello nazionale.
Il 15 gennaio 1949 sposa Tilde Gabriele, dalla quale avrà due figli, Pietro e Giosi; sua moglie morirà il 27 dicembre 1959, a soli 37 anni. Rimasto vedovo giovanissimo, incontrerà e sposerà poi Vittoria Vocaturo, che gli resterà accanto fino alla sua morte.
Designato suo successore alla guida del partito da Nenni, nel dicembre del 1963 entra a far parte come ministro della Sanità del primo governo di centro-sinistra. Imposta immediatamente un piano per la costruzione di nuovi ospedali e per il potenziamento di quelli già esistenti e concepisce una riforma sanitaria di ampio respiro, ma certamente l’atto più significativo è l’adozione del ben più efficace vaccino Sabin contro il precedente vaccino Salk, nonostante le fortissime resistenze delle case farmaceutiche in possesso di importanti scorte da smaltire. La campagna antipolio viene realizzata in pochi mesi, salvando migliaia di bambini dalla malattia e dalla morte. L’azione, certamente meritoria, gli frutta molto in termini di visibilità e consenso ed è accompagnata da una campagna pubblicitaria di dimensioni inedite, che vede la mobilitazione della Rai, di giornali nazionali e riviste femminili, di associazioni di medici e genitori e addirittura la creazione di un annullo postale («Vaccinate contro la poliomelite»).
Nel successivo ruolo di ministro dei Lavori pubblici, affidatogli nel secondo e terzo governo Moro, la sua immagine politica si consolida. Dopo la frana di Agrigento ingaggia un braccio di ferro contro i vertici democristiani siciliani e istituisce una commissione d’inchiesta per accertare le singole responsabilità. I palazzinari autori del “sacco” organizzano manifestazioni contro Mancini che sfociano in una vera e propria rivolta cittadina che culmina con l’assalto del Municipio e del Genio civile, dove vengono dati alle fiamme i documenti che provano le connivenze tra amministratori e malaffare. «Il ministerialista per antonomasia» diventa un acceso oppositore del sistema che vede alleati, alla regione come nel governo di Agrigento e del Paese, la DC e il Partito socialista. Frutto di tale azione è la legge ponte approvata nell’agosto del ’67, provvedimento tampone che avrebbe dovuto preludere a una riforma organica poi mai attuata.
La sua popolarità cresce in maniera esponenziale quando impone la ripresa dei lavori dell’Autostrada Salerno-Reggio Calabria, che i precedenti governi avevano interrotto a Eboli. È questo, probabilmente, il punto più alto della sua affermazione come uomo di governo. Verranno poi (in risposta alla battaglia condotta contro i petrolieri e l’Eni di Eugenio Cefis) le campagne del «Candido» di Giorgio Pisanò sulle aste truccate dell’Anas, l’opposizione – sia dentro che fuori dal partito – alla sua denuncia contro le distorsioni dello sviluppo, le critiche di utilizzare il Psi calabrese come suo patrimonio personale. A tutto questo risponderà con la grande vittoria alle elezioni politiche del 19 maggio 1968, contrapposta al deludente risultato nazionale ottenuto da socialisti e socialdemocratici che si erano presentati assieme. In quelle consultazioni trionfa con 109.000 preferenze, cifra record che nessun candidato socialista aveva mai raggiunto.
Vicesegretario nella nuova segreteria De Martino, il 23 aprile 1970 viene eletto con voto unanime segretario del partito. È il culmine della sua parabola politica, ma qualche mese dopo, durante la rivolta di Reggio, il suo manichino sarà impiccato in piazza e alla campagna diffamatoria del «Candido» si uniranno quelle di altri giornali e i manifesti apparsi a Roma con la scritta «Mancini sei un ladro», in un clima di scandalo che si protrarrà fino alle elezioni del 1972, alle quali si presenta senza alcun supporto da parte dei vertici del PSI, che perderà – come lui – parecchi voti. In novembre lascia quindi la segreteria. Seguiranno il breve incarico di ministro per gli interventi straordinari nel Mezzogiorno nel quinto governo Rumor (marzo-novembre 1974) e, nel luglio 1976, il ruolo determinante svolto nell’elezione alla guida del partito di Bettino Craxi, con il quale ben presto i rapporti – politici e umani – si deterioreranno fino ad arrivare a una totale rottura.
Nelle elezioni politiche dell’aprile 1992 non viene rieletto; così, dopo 44 anni, non torna in Parlamento. Ma non demorde. Il 19 ottobre 1993 annuncia la sua candidatura a sindaco di Cosenza proponendo un progetto di rinascita civile appoggiato da due liste civiche – «Cosenza domani» e «Lista per Cosenza» – non collegate a nessuno dei partiti tradizionali; in una delle due, figurano anche candidati che avevano militato nel Msi. Conduce una campagna elettorale di grande impatto, tutta incentrata sulla sua personalità. Neanche l’indagine per reati gravi di complicità con la mafia – in un momento in cui anche un avviso di garanzia veniva vissuto più o meno come una condanna – riesce a danneggiarlo. Viene eletto al secondo turno con oltre 21.000 voti, pari al 58,6%. Ha 77 anni ed è l’unico socialista, in tutta Italia, ad essere eletto sindaco in una città capoluogo di provincia e, soprattutto, ad avere conseguito quel risultato avendo contro il suo partito, che aveva scelto – paradossalmente – di appoggiare il candidato di centrodestra. La giunta che sceglie è formata per metà da donne, caso mai accaduto prima. Grazie alla libertà di iniziativa prevista dalla nuova legge elettorale, può mettere in atto un disegno ambizioso per la città; realizza politiche simboliche che catalizzano l’attenzione e accendono dibattiti appassionati e mette in atto importanti interventi di sviluppo urbano che mirano al recupero del centro storico e delle periferie. Parallelamente, la città è investita da un’operazione culturale e artistica senza precedenti, che gli vale l’attenzione di gran parte dell’opinione pubblica nazionale.
Il percorso dell’anziano primo cittadino è accidentato, segnato anche da una lunga sospensione dalle sue funzioni dopo il rinvio a giudizio e il processo con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. In suo favore si mobilitano, andando a testimoniare in tribunale, politici di vari schieramenti, artisti, intellettuali e persino l’ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga. Il 25 marzo 1996 viene condannato dal tribunale di Palmi a tre anni e sei mesi di reclusione; annullata la sentenza per incompetenza territoriale, è prosciolto dal Gup di Catanzaro il 19 novembre 1999. Viene quindi ricandidato sindaco con il sostegno di tutti i partiti della sinistra, PDS in testa. I suoi concittadini, ancora una volta, gli danno fiducia. Il 16 novembre viene rieletto al primo turno con uno scarto di 30 punti percentuali rispetto al secondo candidato per numero di preferenze appoggiato dal centrodestra, ottenendo ancora una volta più voti rispetto alle liste che lo appoggiano (circa 3.000); la sua, ottiene anche il maggior numero di consiglieri. La sentenza del Gup viene, intanto, impugnata dall’accusa, ma il nuovo processo non si terrà per la morte dell’anziano leader. Di lì a poco, infatti, lo colpisce una lunga malattia, che però non gli impedisce di continuare a fare il sindaco. Muore a 86 anni mentre è ancora in carica, ricevendo l’ultimo saluto da una folla enorme, variegata e commossa.
Parallelamente, a sostegno dell’attività politica e per spezzare l’isolamento – non solo geografico – di cui soffre il territorio, promuove una intensa attività culturale con l’istituzione del prestigioso “Premio Sila” (già nel 1949), la fondazione di un’emittente televisiva, di giornali e case editrici e l’apertura della libreria Feltrinelli nel centro storico della città. Si deve a lui la nascita del quotidiano «Il giornale di Calabria» e la fondazione di «Calabria Oggi», nonché il rilancio, a Cosenza, della casa editrice Lerici. (Katia Massara) © ICSAIC 2021 – 02

Opere

  • La programmazione. Nuova frontiera per il Mezzogiorno. Discorsi – articoli, Seti, Roma 1967;
  • La presenza del PSI nella nuova società italiana, Seti, Roma dopo 1969;
  • Discorsi. 1967-1971, In.gr.ed.,Roma 1971;
  • Genova – 39° congresso PSI. Relazione del segretario del Partito La tipografica, Roma 1972;
  • Sul Mezzogiorno, Seti, Roma 1974:
  • Alternativa, compromesso, socialismo, Lerici, Cosenza 1977;
  • 7 aprile eclisse del diritto. Itinerario di un garantista, Lerici, s Cosenza 1982;

Nota bibliografica essenziale

  • Orazio Barrese, Mancini, Feltrinelli, Milano 1976.
  • Matteo Cosenza, Giacomo Mancini un socialista inquieto, Edizioni Sintesi, Napoli 1988.
  • Antonio Landolfi 2008, Giacomo Mancini. Biografia politica, Rubbettino, Soveria Mannelli 2008.
  • Enzo Paolini, Francesco Kostner, Agguato a Giacomo Mancini, Rubbettino, Soveria Mannelli 2011.
  • Pietro Mancini, … mi pare si chiamasse Mancini, Pellegrini, Cosenza 2016.
  • Vittorio Cappelli, Politica e politici in Calabria. Dall’Unità d’Italia al XXI secolo, Rubbettino, Soveria Mannelli 2018;
  • Katia Massara, La leadership politica di Giacomo Mancini, in Katia Massara, Paolo Perri (a cura di), Leadership, carisma e personalizzazione della politica nelle sinistre europee in età contemporanea, Pellegrini, Cosenza 2020, pp. 99-120.

Marincola Mauro, Giorgio

Giorgio Marincola Mauro [Pizzo (Vibo Valentia), 19 marzo 1914 – Roma, 15 aprile 1988]

Nacque a Pizzo Calabro, all’epoca in provincia di Catanzaro, da Gerlando, titolare di affermata sartoria già fornitrice di uniformi per il Regio Esercito, e Pasqualina Mauro, entrambi appartenenti a nobili famiglie del catanzarese (anche se i Marincola avevano radici napoletane), acquisendone entrambi i cognomi, unico figlio maschio tra i cinque avuti dai genitori. 
Compiuti gli studi classici in un istituto religioso di Reggio Calabria e laureatosi in lettere classiche a Messina, iniziò a insegnare italiano, latino e greco nelle scuole superiori del circondario vibonese, ma ben presto, anche per via dei problemi che ebbe per le sue attività contrarie regime fascista nella sua Pizzo e che avrebbero potuto arrecare serio danno anche alla propria famiglia, si trasferì a Roma, avendo vinto un concorso per un ruolo di alto funzionario presso il Ministero del Tesoro. Quel posto gli permise nel tempo, grazie alla stima acquisita, alla professionalità, alla cultura e alla riservatezza dimostrate, di guadagnare la fiducia di dirigenti, politici, porporati e alti prelati del Vaticano, divenendo nell’immediato dopoguerra non solo segretario particolare di diversi ministri e sottosegretari quali Attilio Piccioni e Giuseppe Pella, quest’ultimo divenuto poi presidente del Consiglio dei Ministri tra il 1953 e il 1954, ma confidente leale e affidabile di molti altri esponenti della politica, sia del mondo cattolico che laico, sia del centro democristiano che della destra e della sinistra.
Ebbe rapporti di amicizia e stima reciproca, difatti, tra i tanti, oltre ai citati Pella e Piccioni, con Giorgio La Pira, don Luigi Sturzo, Giulio Andreotti, Oscar Luigi Scalfaro, Dario Antoniozzi, Vito Giuseppe Galati, Giuseppe Arcaini, Riccardo Misasi, ma anche con Luigi Einaudi, esponente del mondo liberale e poi Presidente della Repubblica, con Giorgio Napolitano, Giorgio Amendola (che addirittura lo avrebbe proposto – non ci sono fonti certe – quale candidato all’Assemblea Costituente nel Pci, invito declinato per coerenza ideologica), Giacomo Mancini e Pietro Nenni, tutti leader della sinistra italiana, e con Raffaele Valensise, esponente della destra missina, del quale apprezzava le qualità di umanista. In passato aveva coltivato le amicizie di molti intellettuali e artisti, in particolare quelle con il pittore Andrea Cefaly junior, il teologo Federico Artese, il poeta dialettale catanzarese Giovanni Patari, e di alcuni esponenti dell’antifascismo, ed ebbe un intenso rapporto di stima e fraterna amicizia con lo scienziato e letterato Antonino Anile, anch’egli di Pizzo, esponente e deputato del Partito popolare e ministro della Pubblica Istruzione nel 1922 con i governi di Luigi Facta. 
Come l’Anile, il Marincola Mauro, aveva una passione per la scrittura, per la poesia e per le novelle in particolare, com’è dimostrato dalla sua non trascurabile produzione letteraria, anche se tra le pubblicazioni ve ne sono molte in edizioni ridotte non destinate alle librerie e riferibili alla circolazione in ambito ristretto o ecclesiastico. Peraltro, Anile divenne suo confidente e teneva moltissimo alle recensioni e agli scritti critici delle sue opere curati dal Marincola Mauro, come evidenziato da Beatrice Zerini, studiosa delle opere dell’Anile, nel corpo di una sua monografia.
Il Marincola Mauro, sin da quando era studente, collaborò a diverse riviste e quotidiani, «Il Giornale d’Italia», «L’Osservatore Romano», «L’Avvenire», «Il Messaggero», «Il Tempo» (nel dopoguerra, poi, scrisse per la «Gazzetta del Sud») e riuscì a coniugare i doveri d’ufficio al Ministero, interpretando il senso dello Stato e con grande scrupolo per il pubblico interesse, con comportamenti adamantini e rigore etico, con le sue passioni letterarie, archeologiche e storiche, allo stesso modo in cui l’Anile, che era un medico e ricercatore, si dedicò alla letteratura passando dai saggi di anatomia alla scrittura di testi umanistici, religiosi e di poesia. Vivendo a Roma, il Marincola Mauro ebbe modo di frequentare gli ambienti vaticani, traendo ispirazioni per molti suoi componimenti, tra i quali diverse preghiere dedicate al culto della Madonna e altri inni sacri, ma ebbe modo – altresì – di frequentare anche il Circolo Archeologico, il Convivio Romano, l’Alma Roma (di cui divenne Presidente), la Pontificia Accademia “Collegium Cultorum Martyrum” (ricoprendo la carica di “Curator”), istituzioni che lo ebbero quale socio e autorevole conferenziere. A lui venne affidata, peraltro, la commemorazione del 150° anniversario del miracolo della Vergine “Salus populi romani”. Frequentò anche l’alta aristocrazia romana, come le famiglie Barberini, Pallavicini e Colonna, conoscendovi la donna che sarebbe poi diventata sua moglie, Luigia De Sanctis, anch’essa di rango nobiliare, che poi sposò nell’immediato dopoguerra. I due non ebbero figli, e anche questo aspetto determinò in loro una forte propensione alle attività filantropiche, esercitate con discrezione e amorevolezza verso gli altri, ispirandosi ai principi della fede cristiana, della quale entrambi erano assidui praticanti.
Gli furono conferite numerose onorificenze e gli vennero attribuiti prestigiosi e onerosi incarichi sia dal Vaticano che dallo Stato italiano: fu Segretario Generale dell’Associazione della SS. Croce della Basilica di Santa Croce in Gerusalemme, che conserva le reliquie del Cristo, e ricoprì questa carica sino alla sua morte, fu insignito della Croce Lateranense d’Oro, e nominato Commendatore, Grand’Ufficiale di San Silvestro, Cavaliere di Gran Croce, onorificenze conferite personalmente dai Pontefici Pio XII e Paolo VI. Divenne anche Presidente della “Primaria Associazione Cattolica Promotrice di Buone Opere in Roma” sotto il papato di Giovanni XXIII. Inoltre, il 9 aprile 1975 venne proclamato in Campidoglio “Accademico della Città Eterna” per meriti storici e letterari, mentre dal 2 aprile 1970, su proposta dell’allora Correttore Generale dei Frati Minimi Padre Francesco Savarese, era già intervenuta la sua affiliazione all’Ordine di San Francesco di Paola.
Una figura importante, quella del Marincola Mauro, autorevole, colta e riservata, corretta e di specchiata onestà, un uomo sempre sensibile e colpito dai bisogni degli ultimi e degli oppressi, come avvenne durante gli anni della guerra e soprattutto in quelli successivi, quando divenne una sorta di ambasciatore del Vaticano prima per salvare molte vite umane dalla deportazione nei lager, poi per portare sollievo materiale e spirituale agli indigenti, mai manifestando discriminazioni di alcun genere, ma dialogando e sapendo ascoltare gli altri.
A Roma ebbe per molti anni il conforto della vicinanza del nipote Gerlando Giuffré, che insegnava nella Capitale, assieme al quale manteneva i legami con il suo indimenticato luogo d’origine, Pizzo, cittadina per la quale si adoperò presso l’amministrazione comunale capitolina per l’intitolazione nel 1949 di una strada, che si trova tra via Appia Nuova e l’ippodromo delle Capannelle. A seguito di suoi interventi presso le sedi competenti il busto marmoreo di Gioacchino Murat è rientrato nel Castello Aragonese, e le spoglie di Antonino Anile, che morì a Raiano (Aq), sono ritornate a Pizzo e collocate nella Chiesa Matrice di San Giorgio.
Una “vivida fiaccola di cultura e di fede”, come descritto dal giornalista e scrittore Mimmo Saverio Romei, che si spense improvvisamente all’età di 74 anni a Roma e che riposa nel Cimitero della sua Pizzo.
Il Comune di Pizzo gli ha intitolato una via della città. (Letterio Licordari) © ICSAIC 2021 – 02

Opere principali

  • Ricordando Francesco Filia, studio biografico-critico, II edizione, Tipografia Giuseppe La Badessa, Vibo Valentia 1935;
  • Il Giglio di Padova, liriche su Sant’Antonio, Tip. Miramare, Rimini 1935;
  • Primus Flos, raccolta di liriche, Tipografia De Rose, Cosenza 1939;
  • Gli inni sacri di Alessandro Manzoni, conferenza del 18 maggio 1941 presso il Palatino, Tip. Orfanotrofio Femminile, Roma, 1941.

Nota bibliografica

  • Franco Russo, Giorgio Marincola Mauro, «Pizzo Marinara», 6, 1988;
  • Mimmo Saverio Romei, Giorgio Marincola Mauro, vivida fiaccola di cultura e di fede, «Calabria Letteraria», 7-8-9, 1989, pp. 90-91;
  • Beatrice Zerini, L’opera poetica di Antonino Anile, Università Cattolica del Sacro Cuore, Milano 1993, p. 85;
  • Giuseppe Raffaele, Nel commosso ricordo di Giorgio Marincola Mauro, «Il Gabbiano» (Pizzo), III, 11-12, 2003, p. 3.
  • Domenico Luigi Costa, Giorgio Marincola Mauro luminoso esempio di cultura e di fede, «Il Gabbiano», III, 11-12, 2003, p. 3;
  • Gustavo Valente, Il Dizionario Bibliografico Biografico Geografico Storico della Calabria, Vol. IV Rubbettino, Soveria Mannelli, 2006 – pp. 311-312.

Nota archivistica

  • Comune di Pizzo, delibera del Consiglio comunale n. 39 del 15 giugno 1988; Commemorazione di Giorgio Marincola Mauro tenuta dal prof. Luigi Betrò.

Greco, Francesco Maria

Francesco Maria Greco [Acri (Cosenza), 26 luglio 1857 – 13 gennaio 1931]

Primo di cinque figli di Raffaele Greco, farmacista, e Concetta Pancaro, fratello di Maria Teresa che diventerà la prima superiora generale dell’ordine da lui fondato. La madre fu la sua prima educatrice nella fede, mentre un fratello di lei, don Luigi Pancaro, parroco di Acri, lo seguì negli studi. Conseguì la licenza ginnasiale a Cosenza il 31 luglio 1874, poi si trasferì a Napoli per frequentare il liceo. Suo padre, molto religioso come la moglie, sperava di fargli ereditare la propria professione di farmacista, ma lui maturò la scelta di essere sacerdote. Il 14 gennaio 1877 indossò quindi l’abito talare nella chiesa di San Nicola da Tolentino a Napoli ed entrò nel pensionato tenuto dal parroco del luogo, don Luigi Marigliano, per poter frequentare da esterno il liceo arcivescovile: era stato infatti ammesso dall’arcivescovo di Napoli nella Congregazione dei Chierici forestieri. Il 9 dicembre 1880 fu ospite dei padri Cappuccini di Acri per prepararsi a ricevere il diaconato, che gli fu conferito il 18 dello stesso mese dal vescovo di San Marco Argentano, monsignor Livio Parladore.
L’ordinazione presbiterale, invece, avvenne dopo un anno, il 17 dicembre 1881, sempre ad Acri, per mano di monsignor Filippo De Simone, già vescovo di Nicotera-Tropea e originario di Acri. Il suo desiderio era di completare la formazione sacerdotale proseguendo gli studi; così infatti affermò: «Farò ogni sacrificio per aprirmi la via alle classi di Teologia, per venire un poco istruito in queste materie, senza delle quali è meglio non farsi prete in questi tempi». Fu così che il 7 settembre 1889, a Napoli, conseguì il dottorato in Sacra Teologia, realizzando la sua aspirazione: non solo essere prete, ma «prete istruito», per compiere al meglio il proprio ministero.
Un primo evento che contribuì a dare al suo sacerdozio una diversa direzione fu l’epidemia di colera esplosa a Napoli nel 1884 che provocò 6999 morti. Affiancando don Marigliano, sotto la guida del cardinale Guglielmo Sanfelice, insieme a tanti sacerdoti, religiosi e laici si prodigò nell’assistenza medica e spirituale agli ammalati, rischiando il contagio in prima persona.
Il 10 settembre 1887, divenne parroco della parrocchia di San Nicola di Bari ad Acri e l’anno successivo fu nominato arciprete, ottenendo l’onorificenza di monsignore. Il contatto con gli effettivi bisogni della sua gente gli suggerì di cominciare dall’istruzione religiosa, in una terra dove anche quella culturale scarseggiava: basti pensare, ad esempio, che le ragazze difficilmente potevano uscire di casa da sole. Persuaso che è «educando alla fede che si educa alla vita», guidò le suore al servizio verso i poveri dell’altopiano della Sila e in numerose altre opere, sorte tutte dalla sua intensa preghiera. Quindi, organizzò una Scuola Catechistica a partire dalla più tenera età: divise bambini e bambine per fasce di età e per classi, ciascuna delle quali era affidata a ragazze particolarmente motivate. Il nome che aveva dato a quell’associazione di catechiste era «Figlie dei Sacri Cuori», poiché sin da diacono aveva mostrato una profonda devozione verso il Cuore di Gesù e verso quello della Vergine Maria.
Il 13 ottobre 1889 ottenne dal vescovo dell’allora diocesi di San Marco Argentano-Bisignano, monsignor Stanislao De Luca, una lettera di approvazione dell’associazione. Tuttavia, dopo pochi mesi dall’apertura, morì la responsabile, sua sorella Maria Teresa. Pensò dunque di affidare la direzione della scuola alla vice-responsabile, Raffaella De Vincenti, la quale da tempo desiderava consacrarsi a Dio, ma era stata impedita dai familiari. Il 21 novembre 1894, festa della purificazione della Beata Vergine al Tempio, l’arciprete accolse i suoi voti evangelici di castità, povertà, obbedienza. Ricevendo l’abito religioso, Raffaella cambiò il nome in suor Maria Teresa dei Sacri Cuori, proprio in memoria della prima responsabile dell’associazione. Altre giovani seguirono il suo esempio, tanto che non si parlava più di una semplice associazione, ma di un istituto religioso. Da «Figlie dei Sacri Cuori» cambiarono denominazione in «Piccole Operaie dei Sacri Cuori», poiché l’intento era quello di contribuire all’edificazione del Regno di Dio nell’insegnamento della catechesi e nel servizio ai più bisognosi. Monsignor Greco, oltre ad aver risvegliato la vita religiosa ad Acri, fu accompagnatore del vescovo nella visita pastorale alla diocesi di San Marco-Bisignano. Alla base della sua vita sacerdotale pose un’intensa e prolungata preghiera, spesso notturna, davanti all’Eucaristia: «Sono davanti a Gesù Sacramentato chiuso nel Santo ciborio; quanta pace si sperimenta nel silenzio della notte ai piedi del Maestro!», lasciò scritto. Era sicuro che la fecondità dell’azione apostolica, sua e in generale, dipendesse dal rapporto intimo e profondo con Gesù e Maria: per questo s’impegnò a «vivere intensamente per amore dei Sacri Cuori e per farli amare e conoscere dai fratelli». Ormai anziano, morì ad Acri il 13 gennaio 1931; era stato superiore dell’istituto da lui fondato per 35 anni. Madre Maria Teresa dei Sacri Cuori concluse la sua vicenda terrena il 23 novembre 1936.
La sua memoria liturgica è il 13 gennaio, giorno della sua nascita al cielo. Il profilo biografico di Francesco Maria Greco non può concludersi con la sua morte, poiché da fondatore di un Istituto religioso di suore, tuttora operante in Italia e in varie parti del mondo e di chiara fama di santità di vita il suo percorso è proseguito fino al riconoscimento delle virtù eroiche, per le quali venne dichiarato dalla Chiesa Cattolica prima servo di Dio, poi Venerabile il 19 aprile 2004 e infine Beato il 21 maggio 2016. Il rito di beatificazione si è svolto, nello stadio San Vito – Marulla di Cosenza. I suoi resti mortali, insieme a quelli di madre Maria Teresa dei Sacri Cuori (anche per lei è stato aperto il processo e di recente è stata dichiarata Venerabile) sono stati traslati nella chiesa di San Francesco di Paola ad Acri, annessa alla Casa madre e tumulati in due loculi nel presbiterio della chiesa, sulla destra dell’altare. Come presunto miracolo per la beatificazione è stato preso in esame il caso di una donna, Nina Pancaro, di Altomonte in provincia di Cosenza. Era affetta da una malattia grave per cui fu necessaria un’operazione chirurgica, a seguito della quale lei entrò in coma. Dopo pochi giorni si risvegliò guarita e rivelò ai medici e ai familiari di aver fatto un sogno: un sacerdote, che si era presentato come Francesco Maria Greco, le aveva garantito una pronta guarigione. Quando le fu mostrato un santino del Venerabile, Nina riconobbe in lui il prete del sogno. (Gaetano Federico) © ICSAIC 2021 – 02

Scritti 

  • Diario 1, 24 ottobre 1876, 3, Orig: in ACMA.
  • 2, 1884, 9, Orig: in ACMA.
  • Lettera alla madre Concetta Pancaro, 30 ottobre 1876, Orig: in ACMA.
  • Diari inediti, 12 febbraio 1919, 13 maggio 1922, Orig: in ACMA.
  • Lettera inviata al vescovo Scanu, Acri 11 febbraio 1930, Orig: in ACMA.

Nota bibliografica essenziale

  • Mario De Seta, Vita del servo di Dio Francesco Maria Greco, Laurenziana, Napoli 1965;
  • Raffaella Roberti, Positio super virtutibus et fama sanctitatis servi Dei Francisci Mariae Greco, Ed. Città del Vaticano, Roma 1994;
  • Giorgio Vecchio, Francesco M. Greco, prete calabrese, Rubbettino, Soveria Mannelli 1997;
  • Giampiero Fiore, Francesco Maria Greco, la voce dei senza voce, Laruffa, Reggio Calabria 2012;
  • Oliviero Giuseppe Girardi, Beato Francesco Maria Greco, Fondatore delle Suore Piccole Operaie dei Sacri Cuori, Editrice Velar, Bergamo 2016.