Andreotti Loria, Davide

Davide Andreotti Loria (Cosenza, 24 ottobre 1823 – 27 aprile 1886)

Quinto di sette figli, nasce dal marchese Gaspare e da Anna Maria Marsico, una famiglia dell’antico patriziato di Cosenza di origini remote. Fatti i primi studi in casa, frequenta il Real Collegio di Cosenza e quindi si trasferisce a Napoli a studiare lettere e retorica, giurisprudenza e archeologia. Sposato con una principessina Caracciolo, si stabili per qualche tempo a Napoli, dove consolidò i suoi studi, incoraggiato dalla possibilità di frequentare archivi pubblici e privati. Poeta, letterato e storico, nel 1848 fondò e diresse «Il Caffè di Buono», un giornale politico e letterario che ebbe, purtroppo, vita breve. Con altri intellettuali calabresi ideò il «Saggio di Biblioteca Calabra», con l’obiettivo di rieditare opere rare, ma fu stampato soltanto un volume di Sertorio Quattromani.
Dopo il fallimento della spedizione guidata dai fratelli Bandiera, decise di rientrare a Cosenza. Senza tralasciare gli studi storici, si occupò di politica, interessandosi inizialmente alla vita amministrativa della sua città. Il 9 marzo 1863 fu eletto primo sindaco di Cosenza. Rimase in carica fino al 15 novembre 1864, ma in quell’anno e mezzo alla guida dell’amministrazione dotò la città di una villa comunale (oggi la «villa vecchia») e provvide alla sistemazione del Corso principale che intitolò al filosofo Bernardini Telesio.
Socio Ordinario dell’Accademia Cosentina, fu Presidente della Sezione di Letteratura, e tra i primi soci della Economica di Calabria citeriore. 
Eletto deputato al Parlamento nazionale per il Collegio della città natale per la IX Legislatura (1865-1867), ritornò alla Camera il 3 aprile 1867 per la successiva legislatura, la X (1867-1870), in seguito all’opzione di Luigi Miceli per il Collegio di Calatafimi.
Si dimise tre volte in seguito alla delusione di veder poco considerati gli interessi delle provincie meridionali che rendevano vana la sua attività e che lo facevano convinto di aver l’obbligo di non continuare a sacrificare il patrimonio della famiglia per sostenersi in Firenze, sede del Parlamento, senza che da quel sacrificio derivasse nulla di buono al Paese. Tuttavia una successiva candidatura per la XV (1882), quando scrisse una lettera ai cosentini per spiegare il perché delle sue continue dimissione e per chiedere nuovamente il voto, non gli diede i suffragi necessari percHhé gli elettori gli preferirono Antonio Zupi. Come deputato parlò nella discussione generale e in merito allo schema di legge per la liquidazione dell’asse ecclesiastico ma per il resto svolse una scarsa attività, in particolare a favore del suo collegio e della Calabria.
S’interessò di storia regionale ed ebbe un’intensa attività di scrittore, specialmente dal 1870 al 1882. Lasciò molte opere oltre alla Storia dei Cosentini, in tre volumi (1869) a cui il suo nome è legato. Scrisse tra l’altro I trovatelli, in due fascicoli (1863), Memorie storico-genealogiche di Ruggero e Andreotto LoriaRisposta al quesito: La famiglia di RuggeroLoria è catalana, siciliana, o calabrese? (1878); Donne illustri calabresi: Nosside, Gilda Britti,Zoè Alimena, Elisabetta Beccuti, Clarice Selvaggi (1880). Fu anche poeta: a Parigi nel 1846 pubblicò un volume di Poesie. Lasciò anche opere inedite: Le vite delle donne celebri ed illustri della Calabria e una Storia delle Calabrie, i cui manoscritti sono custoditi, parte dagli eredi a Venezia e a Cosenza e parte nella Biblioteca Civica di Cosenza.
Morì all’età di 63 anni. E per Cosenza e la Calabria fu un grave lutto. Ai suoi funerali furono pronunciati ben quattro discorsi (da Carlo Poncaro, Luigi Accattatis, Domenico Persiani e Biagio Cavaliere) che furono poi pubblicati sul periodico «Il calabrese» (1886). Una via di Cosenza, non lontano dal palazzo comunale, è intestata a suo nome. (Leonilde Reda) @ ICSAIC 2020

Opere

  • Fiori letterari, Mirando, Napoli 1844; 
  • Poesie, s.n., Parigi 1846; 
  • Biagio Miraglia in Cosenza, «Il Calabrese», V, 1, 1847;
  • Opere di Davide Andreotti Loria, Migliaccio, Cosenza 1862,
  • I Trovalelli, Bruzia, Cosenza 1863; 
  • Il noce di Benevento, s.n., Cosenza 1863;
  • Delle false origini asiatiche, Atti dell’Accademia Cosentina, Cosenza, IX, 1865, pp. 185-204; 
  • Delle origini calabre, Atti dell’Accademia Cosentina, Cosenza, X. 1866, pp. 173-210; 
  • Sul Pitagorismo di Numa, «Il Gravina», I, nn. 2 e 3, 1866;
  • Storia dei Cosentini, voll. 3, Marchese, Napoli, 1869-1874; ristampa anastatica, Brenner, Cosenza 1959; altra edizione: Pellegrini, Cosenza 1978;
  • Memoria pel Comune di Cosenza a S.E. il Ministro dell’Interno, Tip. Municipale Cosenza 1869;
  • Memorie storico-genealogicbe di Ruggero ed Andreatta Loria. Risposta al quesito: La famiglia di Ruggero Loria è catalana, siciliana, o calabrese? Marchese, Napoli 1878;
  • Rossana (Sara Rossi), «Il Calabrese», XI, 5, 1880;
  • Donne illustri calabresi: Nosside – (a.a.C. 301), Ivi, n. 10;
  • Gilda Britti, Donne illustri calabresi, Ivi, n. 12;
  • Donne illustri calabresi: Zoé Alimena (a. 9001), Ivi, n. 15; 
  • Elisabetta Beccati, «Fior di Brezia», Castrovillari 1880, pp. 34-38; 
  • Clarice Selvaggi. Donne illustri calabresi, «Il Calabrese», XIII, 5, 1881.

 Nota bibliografica

  • Atti dell’Accademia Cosentina, C, XI, 1894, pp. 207-210; 
  • Luigi Accattatis, Sulla bara di Davide Andreotti, «Il Calabrese» 1886; 
  • Luigi Aliquò Lenzi, Filippo Aliquò Taverriti, Gli Scrittori calabresi, vol. I, Tip. Editrice “Corriere della Calabria”, Reggio Calabria 1972, pp. 63-64; 
  • Francesco Bartolotta, Parlamenti e Governi d’Italia dal 1848 al 1970, vol. I, C. Bianco, Roma 1971, p. 390; 
  • Antonino Basile, Ripercussioni politiche della questione silana durante il Risorgimento secondo Davide Andreotti, CSC, 1954;
  • Mario Borretti, Per le onoranze a Davide Andreotti, «Brutium», XV, 5, 1936, p. 76;
  • Mario Borretti, Prefazione alla riedizione della «Storia dei Cosentini», Brenner, Cosenza 1960; 
  • Gaetano Cingari, Storia della Calabria dall’Unità a oggi, Laterza, Roma-Bari 1982, p. 64;
  • Vito G. Galati, Gli scrittori delle Calabrie. Dizionario bio-bibliografico, I, Vallecchi, Firenze 1928, vol. I, p. 147; 
  • «Il Calabrese», XVIII, 1886 (discorsi per i suoi funerali). 
  • Jole Giugni Lattari, I parlamentari della Calabria dal 1861 al 1967, Casa Editrice Morara, Roma 1967, pp. 201-203;
  • Francesco Martorelli, Ferrovie economiche silane Paola-Cosenza-Cotrone e diramazioni, Conferenza tenuta il 25 aprile 1897 in Cosenza, Ed. Trani, Napoli 1897;
  • C. Nardi, Documenti di un secolo tra le carte da macero. La tomba dello storico Davide Andreotti: Le delusioni di un Sacerdote storico, «Cronaca di Calabria», 12 maggio 1957;
  • Giuseppe Romeo Toscano, L’altra Calabria, Campanile, Roma 1979, p. 173;
  • Francesco Spezzano, La lotta politica in Calabria (1861-1925), Lacaita, Manduria 1968, pp. 215. 224. 225;
  • Gustavo Valente, Dizionario Bibliografico biografico geografico storico della Calabria, Frama’s, Chiaravalle Centrale 1988, pp, 219-220.

Cimato, Giuseppe

Giuseppe Cimato [Gallico Marina (Reggio Calabria), 14 dicembre del 1812 – Siderno (Reggio Calabria), 9 agosto 1897]

Patriota del Risorgimento Italiano, nato dal capitano marittimo ed armatore, Paolo e da Maria Crupi, famiglia originaria di Messina. Affiliato alla «Giovane Italia» e animato da sentimenti liberali, per sfuggire alle persecuzioni degli sbirri borbonici, si trasferì a Siderno dove il 13 giugno 1838 si unì in matrimonio con Concetta Romeo, di Francesco, degna compagna della sua vita. Capitano marittimo anche lui, mantenne contatti con i compagni in esilio mediante viaggi effettuati con i propri bastimenti a vela.
Intorno al 1834, è assegnatario di suolo comunale alla Marina di Siderno, “per uso di fabbriche” cioè di edifici.
Animatore delle congiure contro il Borbone seppe affrontare con temerarietà i più gravi peri— coli specialmente per le corrispondenze con i compagni in esilio a Malata, a Cipro, in Grecia e sulle coste adriatiche, che egli mantenne mediante viaggi effettuati con i propri bastimenti a vela. Sopportò continue denunce, perquisizioni domiciliari e sulle navi al suo comando.
Arrestato e compromesso assieme a Michele Bello, Pietro Mazzoni, Gaetano Ruffo, Domenico Salvadori, Rocco Verduci, i cinque martiri del 1847, venne sottoposto, nelle carceri di Gerace, a continue torture. Tra i capi d’imputazione elevati a suo carico così si legge: «Dopo cinque ore della notte del detto giorno cinque i sediziosi G. Cimato e P. Scozzafave, unitamente ad altri di Roccella batterono e infransero lo stemma reale che era affisso sull’arco della porta d’ingresso del botteghino dei generi di privativa della suddetta Marina di Siderno»,
In carcere, ai suoi aguzzini che lo invitavano a piegarsi con grande coraggio, rispondeva cos: «La vostra forza bruta, che è quella stessa del vile Maramaldo e di cui si adorna il vostro re, mi sprona alla maggiore resistenza. Potrete uccidermi, ma non potrete mai distruggere la mia idea, per la quale ho sfidato e sfido la morte».
Condannato anche lui a morte e sollecitato dal vescovo di Gerace, monsignor Perrone, che era stato incaricato dal sottintendente Bonafede, di chiedere la grazia al re, Giuseppe Cimato rispose sdegnosamente: «che il suo ideale lo aveva tanto innalzato che, abbassarsi al re, alla negazione di Dio, sarebbe lo stesso che precipitare nel fango. Giuseppe Cimato conosce la via del dovere e dell’onore, non quella della viltà.
Fu graziato dal re Francesco II di Borbone il quale temeva una rivolta popolare per la fucilazione, avvenuta alcuni giorni prima, di Michele Bello e dei suoi compagni.
Ritornato in libertà Giuseppe Cimato umiliò lo stemma reale ed affrontò e bastonò il capurbano del tempo e si diede poi alla latitanza trovando rifugio nelle montagne o nella torre medievale esistente in Siderno Marina. Costretto a rimanere a Siderno il Cimato subì un tracollo finanziario.
Nel 1860 mandò i figli Paolo, 21 anni, e Natale, 18 anni, incontro a Garibaldi, che coni suoi «mille garibaldini» era sbarcato a Melito Porto Salvo. Paolo e Natale Cimato parteciparono alla presa di Reggio e furono tra quei ardimentosi che tentarono la scalata del castello dove si erano asserragliati i borbonici.
Garibaldi nominò Paolo Cimato, nell’Aspromonte, suo ufficiale, mentre il quarto figlio del patriota, Antonino, fece parte della Guardia Nazionale. 
Giuseppe Cimato fu di animo generoso e nobile e risparmiò sempre i suoi nemici che lo avevano spiato e denunciato. Ospitò nella sua casa i bersaglieri e malgrado le sue condizioni di salute abbastanza critiche per le persecuzioni subite guidò la spedizione contro i briganti borbonici che terrorizzavano il territorio di Martone, scampando miracolosamente alla morte.
A Giovanni Nicotera, ministro dell’Interno nel governo Crispi, che gli voleva concedere un assegno vitalizio per le benemerenze riconosciute, Giuseppe Cimato — dice la monografia sul patriota sidernese pubblicata dallo «Studio araldico di Genova» —, non potendo scrivere di proprio pugno, perché divenuto paralitico, fece rispondere in suo nome, dal figlio Antonino, e inviare la lettera tramite il più piccolo dei suoi figli, Leopoldo, segretario particolare del ministro Nicotera, che «nessun compenso era dovuto ad un cittadino, seppur vecchio ed invalido, che aveva offerto la vita sua e dei suoi figli per l’unità della Patria diletta».
Giuseppe Cimato morì a 85 anni nella sua casa di Siderno Marina di via Giuseppe Mazzini, via che ora è intitolata a suo nome (dal 4 agosto 1966), dove unitamente ai cinque martiri di Gerace e a tanti altri compagni cospirò contro il Borbone. Anche Reggio Calabria gli ha dedicato una strada.
La sua leggendaria figura di cospiratore e patriota sarà sempre ricordata dai sidernesi. È sepolto nel cimitero di Siderno Superiore. Sulla lapide si legge: «Qui riposa nella pace del Signore / Giuseppe Cimato 1812-1897 / Grande patriota e padre di eroici garibaldini / Amò la patria quanto la propria famiglia / E tutto sacrificò per la causa dell’indipendenza / Rifiutando onori e compensi». (sulla base di una biografia di Luigi Malafarina) © ICSAIC 2020

Nota bibliografica

  • Nino Tripodi, I fratelli Geraci nel Risorgimento italiano, Edizioni Museo di Reggio C., Reggio Calabria 1930;
  • Luigi Malafarina, Siderno, Edizioni Frama’s, Chiarvalle Centrale 1973, pp. 52-5;
  • Luigi Vento, Siderno 1861-1918. Cicli amministrativi, vicende, personaggi, Vol. I, Grafiche Messaggero, Padova 1988. 
  • Domenico Romeo, Storia di Siderno, dall’eversione della feudalità all’avvento del fascismo, Arti grafiche, Ardore M., 1999.
  • Vincenzo Cataldo, Cospirazioni, economia, e società, Arti grafiche, Ardore M., 2000.

Coppola, Francesco

Francesco Coppola [Altomonte (Cosenza), 6 giugno 1858 – Spezzano Albanese (Cosenza), 7 maggio 1926].

Francesco di Paola Vincenzo, figlio di Vincenzo Gerardo e Maria Carmela Riccio, nacque in una casata calabrese di antiche radici napoletane: se i suoi avi furono subfeudatari di Altomonte e agenti del Principe di Bisignano, in tempi più recenti i cugini in primo grado di suo padre erano stati i parlamentari Ferdinando Balsano (1836-1869, arciprete, deputato nella IX legislatura del Regno) e Giacomo Coppola (1797-1872, senatore dal 1863, in qualità di ex Ministro delle finanze durante il Governo Garibaldi). Tra i fratelli di suo bisnonno Luzio Coppola, spiccano infine Reginaldo (1730-1810), vescovo di San Marco Argentano nel 1797, il domenicano Giacomo, l’abate Luigi, Silvio (sindaco d’Altomonte) e quella Isabella che, sposando Domenico Andreassi di Montegiordano, diventerà capostipite femminile dei nobili Andreassi del ramo di Amendolara.
Tuttavia proprio il milieu nobiliare dovette star stretto al Coppola il quale, in rotta con i suoi, scappò da Altomonte e abbandonò presto la famiglia d’origine sposandosi, la prima di tre volte, a diciotto anni (in data 14 ottobre 1876) con la giovanissima lungrese Lucrezia D’Aquila, che morirà al terzo parto, appena sette anni dopo. Dopo la prematura scomparsa di quest’ultima, il Coppola convolerà a seconde nozze il 15 agosto 1884 con Mariangela Italia Irene Diodati. Nuovamente vedovo, sposerà infine, il 21 novembre 1908, Ortensia Fera.
Il professor Coppola, benemerito educatore, dedicò l’intera sua esistenza all’insegnamento e, più in generale, all’istituto della Scuola, inteso come la più alta e nobile delle missioni civili. Benemerito primo direttore didattico delle scuole di Spezzano Albanese, educò – dapprima nella sua residenza di Palazzo Scorza, a Spezzano Albanese – generazioni di allievi, dalle elementari alle superiori e provvide pure con solerzia alla refezione scolastica del Ricreatorio per i figli dei richiamati in guerra.
Medaglia d’Oro al Merito Civile, conferita il 30 maggio 1912 dal Ministero della Pubblica Istruzione per i suoi alti meriti educativi e di direzione nel campo della Scuola, Coppola fu peraltro scrittore elegante, linguista, critico e studioso non comune di problemi pedagogici. 
Pubblicò infatti diversi saggi di pedagogia, tra cui è doveroso citare almeno i primi due: La morale dei fanciulli, dedicato al suo Maestro (il celebre pedagogo e filosofo Andrea Angiulli, educatore insigne e di spiccato animo anticlericale, a sua volta allievo di Bertrando Spaventa nonché affiliato alla loggia Fede Italica, all’Oriente di Napoli) ed espressamente ricalcato sugli Elements d’education civique et morale di Gabriel Compayré (Paris, 1881); e un saggio su Rousseau: Giangiacomo Rousseau. La sua vita, i suoi tempi e la sua fede pedagogica, opera che anticipa, davvero pioneristica, tutta una successiva e fortunata letteratura sul medesimo tema.
Di tempra laica (era affiliato alla loggia massonica Agostino Casini, di Spezzano Albanese, in seno al Grande Oriente d’Italia), considerava la Scuola «l’unica, vera, grande missionaria per la redenzione delle classi umili nell’inquieta ed incerta società» italiana dei suoi tempi.
Morì a 88 anni. Lasciò almeno undici figli, tra cui è opportuno segnalare almeno i due di primo letto, Alfredo Gerardo e Gustavo Luigi Ugo: il primo, già prigioniero in Austria e primo segretario comunale di Spezzano Albanese, venne assassinato da sconosciuti il 20 settembre del 1943; il secondo, istitutore nel 1905, affiliato dal 27 maggio del 1912 a una loggia cosentina del Grande Oriente d’Italia, sottotenente di Fanteria nel 1917, fu poi segretario presso il Liceo Classico di Cosenza nel 1919 e infine vicesegretario presso il Ministero della Pubblica Istruzione in Roma, laddove – già vedovo della nobile cosentina Regina Monaco – scomparve prematuramente nella sua abitazione di Monteverde. (Luca Irwin Fragale) © ICSAIC 2020

Opere

  • La morale dei fanciulli. Trattatello di doveri e diritti per le scuole elementari, Tipografia di Francesco Patitucci, Castrovillari 1887;
  • Giangiacomo Rousseau. La sua vita, i suoi tempi e la sua fede pedagogica, Tipografia di Francesco Patitucci, Castrovillari 1887;
  • Racconti e biografie di uomini illustri, per servire di storia patria nelle scuole elementari, Enrico Trevisini editore, Milano 1887;
  • Brevi racconti di storia patria sui fatti principali dell’unificazione d’Italia, per la terza classe elementare. Operetta conforme dei programmi ministeriali, Enrico Trevisini, Milano 1889 (sesta edizione, Enrico Trevisini, Milano-Roma 1894);
  • Primizie storiche tratte dalla storia ebraica, greca e romana, per la seconda classe elementare Inferiore, conforme ai nuovi programmi ministeriali, Enrico Trevisini, Milano 1889 (sesta edizione, Enrico Trevisini editore, Milano-Roma 1894)
  • Storia nazionale da Carlo 8° ad Umberto 1°, esposta in conformità dei nuovi programmi ministeriali, per la quinta classe elementare, terza edizione, Enrico Trevisini, Milano 1894;
  • Storia Nazionale dalla fondazione di Roma alla scoperta dell’America per la Quarta classe elementare, conforme ai nuovi programmi ministeriali, quarta edizione, Enrico Trevisini editore, Milano-Roma 1894;
  • Storia d’Italia dal 1848 al 1870 per la terza classe elementare, in conformità dei programmi ministeriali approvati con r. Decreto 29 novembre 1894, Enrico Trevisin editore, Milano-Roma, 1895;
  • Racconti e biografie di storia patria, ad uso della Quarta classe elementare, in conformità dei programmi ministeriali 29 novembre 1894, quinta edizione, Enrico Trevisini editore, Milano 1897.

Nota bibliografica

  • Camillo Tutini, Del origine, e fundatione de’ seggi di Napoli. Suplimento all’apologia del Terminio, et della varietà della fortuna, Napoli 1754, appendice II, pp. 79 e ss.;
  • Eugenio Garin, Andrea Angiulli, in Dizionario Biografico degli Italiani, Volume III, Roma 1961;
  • Arcangelo Barbati, Immagini del passato. A Spezzano Albanese dal 1912 al 1923, st. Cosenza s. d. ma 1982, pp. 58 e ss.;
  • Franz Von Lobstein, Settecento calabrese ed altri scritti, Napoli, 1973, nel capitolo Un ramo calabrese della famiglia Coppola.
  • Rosalia Cambareri, La Massoneria in Calabria dall’Unità al Fascismo, Brenner, Cosenza 1988, ad nomen
  • Vittorio Gnocchini, L’Italia dei Liberi Muratori, Mimesis, Milano 2005
  • Luca Irwin Fragale, Microstoria e araldica di Calabria Citeriore e di Cosenza, Banca Ca.Ri.Me, Milano 2016, p. 88.

Nota archivistica

  • Archivio di Stato di Cosenza, Comune di Lungro, Registri dello Stato Civile, Atto di nascita del 15 novembre 1824; Atto di matrimonio del 14 ottobre 1876; Atto di morte del 6 dicembre 1883. 

Errigo, Giuseppe

Giuseppe Errigo [Siderno Superiore (Reggio Calabria), 9 febbraio 1933 – 23 novembre 1998]

Primo di sette figli (quattro maschi e tre femmine) nacque da Angelo, vigile urbano, e da Elisabetta Gentile. La madre era sorella di Michele e Mimmo Gentile, i quali ebbero grande influenza nella vita del nipote. All’inizio degli anni Cinquanta, infatti, Michele aprì la prima Libreria di Siderno che, gestita poi dal fratello Mimmo, era considerata il salotto letterario della cittadina, un circolo di cultura e di politica, punto d’incontro degli intellettuali della zona. In quell’ambiente che, secondo Carmelo Filocamo, rappresentò per mezzo secolo «un pezzo, e forse ancor più, della storia di Siderno», egli si formò, sia culturalmente sia politicamente.
Dopo le elementari nel paese natale, frequentò la scuola media a Siderno e il Liceo Classico a Locri, e negli ultimi due anni du Liceo passava molto tempo in libreria prt aiutare lo zio che lo vedeva come suo erede naturale. 
Ottenuta la maturità, invece, si iscrisse alla facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Messina da dove, successivamente, si trasferì a quella di Palermo in cui si laureò il 16 novembre 1961.
Nel 1962 sposò Domenica “Mimma” Derosa, incontrata ai tempi del Liceo, pure lei laureatasi in Giurisprudenza a Palermo. Dal loro matrimonio nel 1963 nacque Elisabetta e nel 1966 Angelo.
Scelse di fare l’insegnante invece che l’avvocato (lo stesso fece la moglie) e fu ordinario di materie giuridiche ed economiche. Insegnò dapprima all’Istituto Alberghiero di Locri, e quindi, per tutta la vita, all’Istituto Tecnico Commerciale «Guglielmo Marconi» della sua Siderno. È stato un insegnante che ha dato molto alla scuola e ha lasciato ottimi ricordi tra i suoi allievi.
Conosciuto localmente con il nomignolo “’u Babbù” (ereditato dal padre che suonava il trombone nella banda cittadina), fin da giovane fu attratto dalla politica. Militò dapprima nel Partito socialista e nel 1957, come altri giovami, passò al Partito comunista, di cui divenne apprezzato dirigente locale e provinciale. Il suo primo incarico lo ebbe nel sindacato. Dal 1972 al 1975, infatti, fu segretario della Camera del lavoro di Siderno. Dall’anno successivo e fino al 1980 è stato segretario della sezione del Pci. Dal 1978 al 1981 fu componente della segreteria di zona del partito e poi, dal 1977 alla svolta della Bolognina che nel 1991 segnò la fine del Pci, del comitato federale reggino. Ebbe anche incarichi amministrativi: fu, infatti, consigliere comunale (1975-1989) e consigliere provinciale per il Pci (1980-1990), eletto nel collegio Siderno-Marina di Gioiosa-Agnana.
Non si è limitato, tuttavia, alla sola politica attiva, al servizio di una idea e dei bisogni della sua gente. È stato soprattutto un intellettuale a tutto tondo, profondo conoscitore della storia politica e sociale della Locride del secondo dopo guerra della quale in parte è stato protagonista. Su tali argomenti ha scritto e pubblicato pregevoli saggi: Lotte popolari in Calabria nel dopoguerraLa Locride, Società, politica ed economia (1943-1955)Dalle tensioni sociali alla fuga del proletariato in CalabriaProtagonisti del Novecento Jonico (voll. 1 e 2), La Locride tra programmi di sviluppo e insuccessiPartito Comunista Jonico dal Congresso di Livorno alla nascita del P.D.S.
Ha collaborato con il «Bollettino dell’Icsaic» (pubblicando anche la biografia politica di Francesco Malgeri in un volume curato dall’Istituto e dedicato al medico e parlamentare comunista di Grotteria), con le riviste «Quaderni calabresi» e «Filo rosso», e con i periodici «Calabria oggi» e la «Voce del Popolo». Sia come politico, sia come studioso ha lasciato una forte impronta e ancora oggi viene ricordato per le sue plurime attività nell’ambito di quella sinistra comunista che ha avuto, accanto a lui, uomini come ha annoverato tra i suoi rappresentanti politici uomini di grande valenza come Vincenzo Pedullà, Virgilio Condarcuri, Giuseppe Errigo, Giuseppe Fragomeni, Giuseppe Reale a tanti altri.
«È stato un uomo che ha vissuto la vita che voleva, ha seguito i suoi principi e non si è mai tirato indietro nelle battaglie decisive che ha incontrato, anzi le ha affrontate con una grande forza morale», ha scritto di lui Rosalba Topini sul settimanale «La Riviera». E così lo ricordano in tanti.
È morto all’età di 65 anni, a un anno dalla pensione, dopo una lunga malattia che affrontò con coraggio, consolato solo dall’arrivo di un nipotino che porta il suo nome. Ha lasciato una ricca e prestigiosa biblioteca di circa dieci mila volumi che andrebbe valorizzata e messa a disposizione degli studiosi. Qualche anno dopo l’amministrazione comunale, per iniziativa del sindaco dell’epoca Domenico Panetta, gli ha intestato una piazza a Siderno Superiore dov’era nato. (Aldo Lamberti) © ICSAIC 2020

Opere

  • Lotte popolari in Calabria nel dopoguerra. La sezione del P.C.I. di Siderno dal 1943 al 1953, Casa del libro. Reggio Calabria 1984;
  • Dalle tensioni sociali alla fuga del proletariato in Calabria. La sezione del P.C.I. di Siderno dal 1954 al 1963, Gangemi, Reggio Calabria 1986;
  • La Locride, Società, politica ed eEconomia (1943-1955), Pellegrini, Cosenza 1989;
  • La Locride, tra programmi di sviluppo e insuccessi (1956-1970), Pellegrini, Cosenza 1992;
  • Protagonisti del Novecento Jonico, vol. I, Arti Grafiche Edizioni, Ardore Marina 1993;
  • Partito comunista jonico dal Congresso di Livorno alla nascita del PDS, Arti Grafiche Edizioni, Ardore Marina 1997;
  • Protagonisti del Novecento Jonico, vol. II, Arti Grafiche Edizioni, Ardore Marina 1999 (pubblicato postumo).

Nota bibliografica

  • Carmelo Filocamo, Librerie e librai a Locri e Siderno. Ricordo di Mimmo Gentile e don Ciccio Pedullà, «Letteratura & Società», III, 1, 2001, pp. 136-138;
  • Domenico Romeo (a cura di), La magia della scrittura. Bibliografia degli Autori di Siderno di tutti i tempi, Arti Grafiche Edizioni, Ardore Marina 2006, ad nomen;
  • Rosalba Topini, Giuseppe Errigo, l’uomo che conosceva il significato della coerenza, «La Riviera», 16 agosto 2020.

Le Voci, Luigi

Luigi Le Voci [Castrovillari (Cosenza), 2 febbraio 1938 – Milano, 12 aprile 2015)

Nasce da Vincenzo e Agnese Di Maio. Pur avendo alle spalle una famiglia modesta, che però ne asseconda gli interessi, Gino, come era chiamato, si diploma al Liceo Artistico di Napoli, per proseguire i suoi studi e laurearsi in architettura al Politecnico di Torino. Ancora studente espone, per la prima volta, sue opere al Castello del Valentino del capoluogo piemontese.
Nel 1970, Marziano Bernardi famoso critico d’arte del quotidiano «La Stampa», che lo conosceva bene, lo propone per il catalogo Bolaffi Arte. Nel 1972 in occasione della prima mostra a Parigi, alla Galleria «Present Art» di Boulevard Saint Germain, il critico invia una lunga lettera di felicitazioni, dove, tra l’altro, dice: «il suo sogno si è realizzato, e ne sono lieto perché fin dai suoi primi saggi ho avuto fiducia in lei».
Con la mostra parigina Le Voci apre un suo studio nella Ville Lumiere, città che sarà, per lunghi anni, la sua sede prediletta e dove scoprirà le opere di Marc Chagall, sua primaria fonte di ispirazione. I paesaggi di Parigi saranno, nel tempo, sempre presenti nelle sue mostre e i personaggi ispirati da Chagall si libreranno sui tetti rossi della città e galleggeranno nell’aria e nelle placide acque della Senna.
Nel 1972, espone alla Galleria «L’Approdo» di Torino, città in cui, qualche anno dopo, apre una sua propria galleria, «Lo Spazio Le Voci», dove esporre le sue opere saltando l’intermediazione dei galleristi. La cosa, approvata dal Bernardi sulla «Stampa», solleva un vespaio di critiche da parte di altri artisti e, naturalmente, di galleristi.
Nel 1976 si reca a Milano, che gli darà la sua massima notorietà. Pubblica sul quotidiano «Il Giorno» e sulla rivista specializzata «Spirali» una serie di apprezzati disegni. Negli anni successivi continuerà a spostarsi nella sua attività nel triangolo Parigi-Milano-Torino, recandosi, però, spesso anche nella terra d’origine per mantenere vivi i rapporti con la sua gente. A Castrovillari, infatti, organizzata dal Municipio, allestisce una grande mostra di disegni dedicati a un suo viaggio a Marrakesh, mostra che farà scoprire la sua arte alla cittadina calabrese che ne sentiva parlare solo di riflesso dalle notizie che arrivavano da luoghi lontani.
I viaggi daranno spesso l’opportunità di nuove ispirazioni, tanto che i suoi taccuini diverranno, nel tempo, dei diari illustrati, completati da commenti e brevi liriche in cui si potrà leggere la vera essenza artistica del pittore.
Nel 1982, è ancora a Torino, nella «Galleria Dantesca», in una mostra presentata dal critico Ugo Ronfani. Nel 1984, espone a Cosenza e alla «Galleria Ponte Rosso» di Milano. Nel 1986, torna a Milano con una mostra al Centro Culturale Francese dal titolo «Da Parigi a Milano».
Nel 1988, illustra su «Hystrio», rivista di teatro diretta da Ugo Ronfani, Mother Adam, una commedia di Charles Dyer e nel 1990 espone alla Scuola di Giornalismo di Torino dei dipinti che ritraggono la Calabria, Venezia e la sempre presente Parigi.
Nel 1992 si presenta al Conservatorio di Digione con una serie di opere sul tema della musica, altra sua grande fonte d’ispirazione e passione personale, essendo lui stesso amante del violino e del mandolino con i quali intratteneva gli amici nelle lunghe serate invernali. Ancora la musica, che aveva già illustrato nella mostra raffigurante i concerti del Conservatorio Giuseppe Verdi di Milano, gli aprirà le porte del Teatro Alla Scala, dove i suoi acquerelli troveranno sempre ospitalità e gli permetteranno di conoscere personalmente musicisti e direttori d’orchestra come Uto Ughi, Riccardo Muti e Claudio Abbado.
Ancora oggi è possibile ammirare nelle vetrine e negli interni dei vari bistrò intorno alla Scala disegni del Maestro eseguiti sulle locandine del teatro milanese. 
Nel 1993 torna nella sua Castrovillari, dove apre uno studio dedicando il suo tempo all’arte e ai tanti ragazzi che vivono nei vicoli vicini, creando una sorta di scuola per occupare proficuamente il tempo libero.
Nel 2005, riceve il premio «We Build» del Kiwanis. Nello stesso periodo apre un nuovo studio a Roma, vicino a Campo dei Fiori, dedicandosi all’illustrazione dei monumenti e della vita della Città Eterna. Bellissimi saranno i disegni degli interni delle chiese barocche, che risveglieranno i suoi trascorsi studi di architettura, occhieggiando per sensibilità a certi dipinti che Giacinto Gigante aveva dedicato nell’Ottocento alle chiese partenopee.
Nel 2010, nella sala della Protomoteca del Campidoglio gli viene consegnato il premio «Personalità Europea 2010», organizzato dal Centro Europeo per il Turismo, Sport e Spettacolo, per l’impegno professionale nella sua attività di pittore apprezzato a livello nazionale ed internazionale e per il suo legame alla figura in un periodo storico di costante fuga verso l’informale.
Negli anni a seguire ancora mostre a Milano, Torino, Roma, Castrovillari e al MACA (Museo di Arte Contemporanea di Acri), fino a quando una subdola e indomabile malattia lo priverà della sua brillante testa e delle sue laboriosissime mani.
Sposato e con figli ebbe una vita privata molto complicata, Luigi Le Voci muore nella sua amata Milano nel 2015. Così l’ultimo artista bohemien intraprende il suo estremo viaggio, verso la luce. 
L’ultima mostra, postuma, di cui si ha notizia, dal titolo «La vita a chi la vive», si è svolta nel Foyer del Teatro Regio di Torino, nel maggio del 2018. (Gianluigi Trombetti) © ICSAIC 2020

Nota bibliografica

  • Luigi Le Voci, in Catalogo Bolaffi Arte, 1970;
  • Marziano Bernardi, Luigi Le Voci, «La Stampa», Torino 26 gennaio 1977;
  • Ugo Ronfani, Luigi Le Voci o la Pittura come Musica, Torino 1977;
  • Gianluigi Trombetti, Luigi Le Voci a Marrakesh, «Tribuna Sud», Castrovillari, XI, 5,1983;
  • Adriana De Gaudio, Personale di Luigi Le Voci, «Tribuna Sud», XII, 4, 1984;
  • Massimo Mila, I disegni dei concerti di Luigi Le Voci, «Piccolo del Teatro Regio di Torino», 1984;
  • Massimo Mila, Luigi Le Voci, «Il Giornale», 9 ottobre 1985;
  • Giuseppe Borgioli, Luigi Le Voci, «Toscana Oggi», 23 dicembre 1985;
  • Boris Brolla, Federico Bria, Luigi Le Voci: L’ultimo grande Bohemien, «Quaderni del Museo MACA», Acri 2010;
  • Omaggio al Maestro Luigi Le Voci nel 1° anniversario della morte, Galleria d’Arte Moderna «il Coscile», Castrovillari 2016;
  • Angelo Biscardi, Dentro Le Voci, Ediz. Arte26, Castrovillari 2018.

Mantica, Paolo

Paolo Mantica (Reggio Calabria, 14 dicembre 1878 –  Roma, 3 gennaio 1935)

Giovanni Paolo Fortunato, nacque da Giovanni e Fortunata Cimino, in una ricca famiglia di proprietari terrieri, che si fregiava del titolo di barone. Frequentò le scuole superiori nella sua città e s’iscrisse all’Università di Roma dove si laureò in giurisprudenza nel 1902. Aderì giovanissimo agli ideali del socialismo, del quale fu animatore in Calabria insieme con il fratello Giuseppe Giovanni, e contestualmente, secondo le tradizioni della famiglia, entrò nella Massoneria. Ci tenne a mantenere il titolo nobiliare, nonostante la qualifica di «barone rosso» sia stata sempre riconosciuta al fratello maggiore, in quanto amava sostenere che «rivoluzionari si nasce» e che la rivoluzione rappresenta il momento lirico ed eroico dei popoli che il Socialismo tende a esaltare poiché ha in sé qualcosa di estetico e di aristocratico.
Nel 1904 si stabilì definitivamente a Roma con l’intento di avviare l’attività forense, ma sempre più preso dall’impegno politico, si orientò in maniera ancor più decisa verso il nascente movimento sindacalista, che proprio nella capitale aveva avuto modo di svilupparsi con forza, grazie soprattutto all’opera di Enrico Leone. Il cospicuo patrimonio familiare di cui disponeva, gli consentì di dedicarsi alla lotta politica senza condizionamenti materiali e gli permise di contribuire finanziariamente alle attività del movimento, specialmente in campo pubblicistico.
Nel 1905 fondò insieme con Leone «Il Divenire sociale» Rivista del Socialismo scientifico, e al contempo divenne assiduo collaboratore dei principali periodici d’area: «Il Sindacato operaio»,«Lotta di classe», «L’Internazionale», «La Propaganda», «La Guerra sociale» fino a «Pagine libere»di Paolo Orano.  Si impose quindi come uno dei maggiori fautori in Italia della cosiddetta «azione diretta» perseguendo l’idea che il Sindacalismo rivoluzionario è la dottrina non tanto degli operai quanto dei «produttori». Agli inizi del 1906 fonda, con un ingente apporto finanziario (40.000 lire dell’epoca) «Azione Sindacalista», la cui redazione, come quella de «Il Divenire», viene stabilita nella sua bella casa romana di Piazza di Spagna.
In occasione del Congresso nazionale di Roma del Psi nel 1906, iniziò a rivedere, essendo stata nettamente sconfitta la prospettiva leoniana, le proprie posizioni politiche spostandosi progressivamente in direzione di un sindacalismo sempre più separato dal Partito. Egli, che aveva aderito alle conclusioni del congresso di Amiens e aveva appoggiato la risoluzione approvata al congresso di Limoges del Partito Socialista Francese, rimproverava alla neo costituta Confederazione generale del lavoro (CGdL) di essere nata grazie alla tutela dei deputati di estrema sinistra e di vivere sotto «il soffocante abbraccio del Partito Socialista». 
In questo periodo intensifica i rapporti con il Sindacalismo francese e stringe amicizia con Hubert Lagardelle, leader del movimento francese e direttore de «Mouvement Socialiste», del quale è spesso ospite nella sua casa di Parigi dove conosce Georges Sorel e i socialisti rivoluzionari russi Iserski, Boris Cricewski e  C. Racowski, che sarà poi ambasciatore dei Soviet in Francia.
Quando venne fondata l’Unione sindacale italiana (Usi), partecipò attivamente alla stagione dell’azione diretta. Nel 1907 partecipò al congresso dell’Internazionale socialista tenutosi a Stoccarda, dove accusò francesi e tedeschi di mantenere atteggiamenti «patriottici» e sciovinisti coperti «solo leggermente da una patina internazionalista». Nel settembre del 1908 a Firenze partecipò, come osservatore, al X Congresso nazionale del Psi. che sancì la definitiva rottura tra il partito e il movimento sindacalista. Impegnato sul versante antimilitarista, allo scoppio della guerra di Libia fu tra quei sindacalisti che si dichiararono contrari all’impresa coloniale, e si scontrò con il suo amico Francesco Arcà e con Arturo Labriola, entrambi favorevoli alla guerra. Né rimase particolarmente affascinato da Mussolini, non ritenendo credibile il suo tentativo di rilanciare un indirizzo rivoluzionario in virtù del rafforzamento del vecchio Psi, che lui aveva definitivamente abbandonato. 
La spaccatura che l’impresa libica causò all’interno del movimento sindacalista e le profonde lacerazioni che ne seguirono, lo indussero a rallentare l’intensa attività politica e pubblicistica in cui era impegnato.  La sua posizione, però, mutò dinanzi al primo conflitto mondiale, di fronte al quale assunse una posizione nettamente interventista in linea con quasi tutti gli altri sindacalisti. 
Su sollecitazione di Agostino Lanzillo iniziò a collaborare a «Il Popolo d’Italia», e contribuì alla fondazione a Roma, insieme con lo stesso Lanzillo, Nicolò Fancello, e Francesco Pucci, del Fascio rivoluzionario interventista. Schierato alla sinistra del composito mondo interventista, critico nei confronti dei governi Salandra e Boselli, anche dopo la conclusione della guerra, tentò di contrastare le spinte nazionaliste e antidemocratiche che stavano egemonizzando quell’area politica.
Arruolatosi volontario fu incaricato nel 1916 di seguire i corsi per allievi ufficiali a Rubignacco di Cividale dove si trovavano pure il sindacalista Livio Ciardi e Pietro Nenni.  Finita la guerra, nel 1918 collabora al «Giornale del popolo» di Giuseppe De Falco e a «Vie nuove» e nel 1919 diventa uno dei maggiori esponenti dell’Unione socialista italiana (Unsi), assumendo, sia pure  per breve tempo, la carica di Segretario. Questo nuovo raggruppamento, fondato nel 1917, che comprendeva ex sindacalisti come Arcà e Labriola, ma anche riformisti come Ivanoe Bonomi, Leonida Bissolati e Antonio Crespi, si riproponeva di non disperdere le forze d’ispirazione socialista collocate al di fuori dal Psi.
Fallita tuttavia l’esperienza dell’Unsi, scioltasi nel 1920 perché incapace di contenere le spinte centrifughe delle sue tre anime: sovversiva, nazionalista e democratica, accentuò la sua evoluzione in senso liberale. In questo ambito egli contrastò l’avvento del fascismo, seppur da posizioni ormai organicamente democratiche, ed ebbe modo di farsi valere collaborando intensamente a «Il Mondo»di Giovanni Amendola, o a giornali repubblicani come «La Critica politica», diretta da Oliviero Zuccarini, e «L’Iniziativa», nonché fondando egli stesso nel 1919 il periodico «La Calabria», che si batteva per un forte decentramento amministrativo. 
Malgrado la presenza all’interno del partito fascista di molti ex sindacalisti nonché di suoi amici come Lanzillo e Michele Bianchi, la sua opposizione al fascismo fu immediata e netta. Insieme con la moglie, la scrittrice e giornalista ungherese Margherita Veczy, anche lei vicina agli ambienti massonici e fervente oppositrice del fascismo, si mantenne in contatto tra il 1922 e il 1927 con numerosi esponenti antifascisti europei, in particolare della Germania e dell’Ungheria: ospitandoli in più di un’occasione nella sua abitazione romana, oppure recandosi in questi stessi Paesi, anche in qualità di conferenziere. Molto nota è una conferenza sul fascismo, tenuta a Berlino nel 1923, in cui respingendo l’idea che il nuovo movimento fosse «un fenomeno volontaristico con forti tinte rivoluzionarie», mette in evidenza i legami che Mussolini aveva intrecciato con «la plutocrazia e la burocrazia, con l’industria protetta e con i ceti privilegiati».
Negli anni successivi la sua critica si fa più stringente e riprende le tematiche care ai Sindacalisti: la polemica antiburocratica, l’ultraliberismo, l’antistatalismo e il disprezzo per il trasformismo ed accusa il fascismo di aver riportato in auge una forma di “statalismo” ancor più accentuata in quanto fondata sulla retorica e sul servilismo che viene manifestato nei confronti del vincitore e che non può portare altro che alla dittatura. Nel 1926 venne denunciato da una domestica, probabile confidente della polizia, per questa attività e per le relazioni sospette – seppur mai del tutto confermate – che, insieme con la moglie, avrebbe tenuto con l’ambasciata sovietica di Roma. Sottoposto a continui controlli e nella necessità impellente di ottenere dalle autorità italiane il passaporto per l’Ungheria, indispensabile per andare a trovare la sua unica figlia, dal 1928 attenuò sensibilmente la sua opera di dissidente, fino a farla scemare del tutto negli anni Trenta. Sorvegliato con attenzione dalla polizia politica fascista, a partire dal 1930 si perse nell’anonimato e da quella data non vi sono più tracce della sua attività. 
Morì a 57 anni d’età. (Antonio Orlando) © ICSAIC 2020

Opere 

  • Prefazione a M. Sorgue, Proletariato internazionale e rivoluzione russa, Tip. Industria e lavoro, Roma 1906; 
  • Pagine sindacaliste, Tipografia Abruzzese, Pescara 1908; 
  • Colonialismo, funzionarismo, militarismo e reazione, in La guerra di Tripoli – Pro e contro: discussioni nel campo rivoluzionario, Società editrice partenopea, Napoli 1912; 
  • I socialisti tedeschi e l’Impero, Tip. Fratelli Ciattini, Pistoia 1915; 
  • Il fascismo in Italia (conferenza tenuta a Berlino nel 1923), a cura di Alceo Riosa, «Historica, 2, 1970.

Nota bibliografica

  • Francesco Manzotti, Il Socialismo riformista in Italia, Le Monnier, Firenze, 1965;
  • Luigi Cortesi, Il Socialismo italiano tra riforme e rivoluzione, Laterza, Bari, 1969;
  • Enzo Misefari, Le lotte contadine in Calabria nel periodo 1914-1922, Jaca Book, Milano 1972; 
  • Alceo Riosa, Il Sindacalismo rivoluzionario in Italia e la lotta politica nel Partito Socialista nell’età giolittiana, De Donato, Bari, 1976;
  • Franco Andreucci e Tommaso Detti, Il movimento operaio italiano – Dizionario biografico (1853-1943), vol. III, Editori Riuniti, Roma 1977, ad nomen;
  • Armando Dito, Storia calabrese (Fatti e personaggi di questo secolo), I, s.n., Reggio Calabria 1977;
  • Giuseppe Mammarella, Riformisti e rivoluzionari nel P.S.I. (1900-1912), Marsilio, Venezia 1981;
  • Enzo Misefari, Il socialismo in Calabria nel periodo giolittiano, Rubbettino, Soveria Mannelli 1985, 
  • Alessandra Staderini, Combattenti senza divisa: Roma nella Grande Guerra, il Mulino, Bologna 1995;
  • Willy Gianinazzi, Intellettuali in bilico. “Pagine libere” e i sindacalisti rivoluzionari prima del fascismo, Unicopli, Milano 1996; 
  • Rosalia Cambareri, La massoneria in Calabria dall’Unità al fascismo, Brenner, Cosenza 1998;
  • Ferdinando Cordova, Massoneria in Calabria (Personaggi e documenti – 1863-1950),Pellegrini, Cosenza 1998.
  • Daniele D’Alterio, Dizionario Biografico degli Italiani, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, vol. 69, Roma, 2007, ad nomen.

Nota archivistica

  • Archivio Centrale dello Stato, Casellario Politico Centrale, busta 3000

Siciliani, Domenico

Domenico Siciliani [Cirò (Crotone) 1 maggio 1879 – Roma, 6 maggio 1938]

Nacque a Cirò, all’epoca in provincia di Catanzaro, da antica e benestante famiglia, dalla quale uscirono anche notevoli figure di intellettuali e uomini di cultura, come Benedetto e Ferdinando, entrambi magistrati e giureconsulti. Il padre Mario, noto possidente e produttore di vini, fu anche sindaco di orientamento politico monarchico-liberale della sua città e realizzò importanti opere pubbliche, come le strade di collegamento con i vicini comuni di Crucoli e Melissa; la madre si chiamava Antonietta Catanzaro. Suo fratello Luigi fu un noto letterato, poeta e politico. Sposò Matilde Serena Monghini.
Manifestò fin da giovanissimo spiccate attitudini per la vita militare e politica. Entrò nel 1891 nel Collegio militare, quindi frequentò la Scuola militare di Modena nel 1896-1898, completando l’iter formativo a Torino, presso la Scuola superiore di Guerra. Nel 1911, all’indomani dello scoppio della guerra italo-turca, partì per la Libia, partecipando attivamente a quel conflitto, dove si distinse nella presa di Derna, guadagnandosi una medaglia d’argento al valor militare. Tornato in Italia, alla vigilia dello scoppio della Grande Guerra 1915/18, partiva per il fronte e il 24 maggio; partecipò all’attacco di monte Porè, ottenendo la seconda medaglia d’argento al valore militare. Nel novembre del 1915 fu inviato come Capo di Stato Maggiore in Albania, dove disimpegnò incarichi delicatissimi e predispose le difficilissime condizioni di sgombero dell’esercito serbo, riuscendo a porre in salvo la vita stessa del re Pietro di Serbia. Rimpatriato nel 1917 e promosso colonnello ad appena 37 anni, venne destinato al Comando Supremo del Regio Esercito.
Nel 1918 fu nominato Capo dell’Ufficio Stampa e Propaganda del Comando Supremo e incaricato di redigere i bollettini di guerra. Il suo nome è legato al famoso storico Bollettino della Vittoria, da lui compilato il 4 novembre 1918, alle 5 del mattino. Secondo testimonianze familiari avrebbe collaborato alla stesura il fratello poeta Luigi che, per telefono, gli avrebbe dettato parte del testo. Ma questa tesi della collaborazione del fratello non è storicamente dimostrata e rimane un’ipotesi, che ancora oggi fa discutere. Secondo lo storico locale Egidio Mezzi, il testo del Bollettino della Vittoria non fu scritto a quattro mani ma è opera soltanto del Generale, del quale riflette lo stile lineare e fluido, riscontrabile in altri suoi scritti.
Domenico Siciliani, del resto, è stato non solo un uomo d’arme ma anche uno scrittore, autore di numerosi articoli non solo di argomenti militari, ma anche di carattere letterario. Di lui ci rimane anche un articolo apparso sulla «Rivista di storia», dal titolo: Come scrissi il Bollettino della Vittoriadel 4 novembre 1918, in cui «il Comando Supremo volle dare a tutti pari riconoscimento e gratitudine, esaltando sullo stesso piano meriti, azioni e intenzioni». Il Generale Diaz, che lo firmò, «volle che tutte le Forze Armate – scrive ancora – che avevano contribuito alla vittoria finale, figurassero nel documento ufficiale che la consacrava».
Luigi Aliquò Lenzi e Filippo Aliquò Taverriti, nel loro dizionario bio-bibliografico Gli scrittori calabresi scrivono che «lo storico Bollettino della Vittoria fu scritto da lui ed è un monumento di patriottismo e di prosa italiana». I biografi sopracitati riferiscono, inoltre, che nel 1919 Domenico Siciliani fu chiamato a dirigere l’Ufficio Storico dello Stato Maggiore, e alla fine dello stesso anno passò quale Capo di Stato Maggiore al Commissariato militare straordinario per la Venezia Giulia.
Nel dicembre del 1919 venne scelto dal Maresciallo Badoglio quale suo segretario, e nel luglio del 1921 lo seguì negli Stati Uniti d’America «per fare presso gli Americani ed i connazionali l’esaltazione della vittoria e contribuire a dare con la sua parola e con la sua presenza un senso di sicurezza e tranquillità che significasse agli occhi dei connazionali e degli americani quali realmente fossero le condizioni dell’Italia dopo la guerra» (Mezzi).Le impressioni sul viaggio nell’America del Nord, svoltosi  da luglio a settembre del 1921; furono riportate nel libro Fra gli Italiani negli Stati Uniti d’America, pubblicato nel 1922, in cui l’autore, oltre a descrivere il paesaggio delle sconfinate praterie e lo sfavillio di luci delle metropoli americane, ci parla  delle numerose colonie di italiani residenti in tutti i centri americani, da lui visitate, sottolineando di aver trovato nei nostri connazionali emigrati un popolo forte, lavoratore, legato con profonda nostalgia alla terra d’origine, ma che è riuscito in pochi decenni di duro lavoro a raggiungere alti gradi di benessere.
Rientrato in patria, fu nominato aiutante in campo del Re Vittorio Emanuele III e nel 1926 assunse il comando dei cacciatori delle Alpi. «Badoglio, governatore dell’unificata colonia di Tripolitania e Cirenaica (21 gennaio 1929), lo richiese per il vice governatorato della Cirenaica dal gennaio del 1929 al marzo del 1930, con l’intento di attuare una strategia politico-militare di negoziazione finalizzata alla spartizione del potere in colonia» (M. Ulturale). 
Siciliani si adoperò per avviare la Cirenaica verso un’era di pace e i suoi sforzi furono coronati inizialmente dal successo. Dopo il mancato rinnovo dell’accordo con Omar el Muktar, il vecchio guerriero nemico costante dichiarato degli Italiani, come fa notare lo storico Del Boca, ci fu una ripresa della politica fascista di guerra e la richiesta da parte del Ministro delle colonie (Emilio De Bono), di sostituire Siciliani, che nel marzo 1930 lasciava il vice governatorato della Cirenaica, per assumere il comando delle truppe della Tripolitania, comando che tenne fino al 24 aprile 1935. Il 1° maggio dello stesso anno venne chiamato al comando della Divisione “Fossalta” (Bologna).
Per queste sue benemerenze ricevette il titolo di Conte. Nell’aprile del 1936 assunse in Etiopia il Comando della I Divisione «Camicie Nere 23 marzo», soltanto un mese prima della conclusione della campagna che decise la costituzione dell’Impero Italiano in Africa Orientale. Rientrato in Italia, nel gennaio del 1937, fu promosso al comando del Corpo d’Armata di Roma. Vi rimase fino alla morte, avvenuta il 6 maggio del 1938, giorno della visita di Adolfo Hitler in Italia, in occasione della quale Siciliani avrebbe avuto il comando della rassegna delle truppe.
Il 6 novembre del 2018, in occasione del I Centenario della Grande Guerra, il Comune di Cirò, dopo averlo commemorato in un apposito convegno, ha collocato in una piazzetta del centro storico un busto bronzeo raffigurante il Generale, donato dalla famiglia. (Franco Liguori) © 2020

Opere

  • Fra gli Italiani degli Stati Uniti d’America, Stabilimento Tipografico per amministrazione della guerra, Roma 1922;
  • Paesaggi LibiciTripolitania, F. Cacopardo, Tripoli 1934:
  • L’esercito coloniale italiano, Succ. frat. Fusi, Pavia 1935;
  • Come scrissi il Bollettino della Vittoria, «Rivista di Storia», 1, 1938.

Nota bibliografica

  • In memoria di S.E. Domenico Siciliani, Tip. V. Ferri, Roma 1939
  • Luigi Aliquò Lenzi e Filippo Aliquò Taverriti, Siciliani Domenico, in Gli scrittori calabresi – Dizionario bio-bibliografico, Ed. del “Corriere di Reggio”, Reggio Calabria 1955;
  • Giuseppe Romeo Toscano, L’altra Calabria. Contributo dei Calabresi alla civiltà, Ed. Campanile, Roma 1979;
  • Augusto Del Boca, Gli Italiani in Libia, II, Dal fascismo a Gheddafi, Roma-Bari 1988
  • Egidio Mezzi, Cirò dotta. Figli illustri di Cirò e Cirò Marina, Studio Immagine Futura, Belvedere Spinello (Crotone) 1992, pp. 352-355
  • Antonella Cosentino e Anselmo Terminelli, La cultura nel Novecento, in Fulvio Mazza (a cura di) Cirò-Cirò Marina, Rubbettino, Soveria Mannelli 1997, p. 269;
  • Franco Liguori, A cent’anni dalla fine della Grande Guerra, un busto bronzeo dedicato a Cirò al Generale Domenico Siciliani, autore del Bollettino della Vittoria, «Il Nuovo Corriere della Sibaritide», III, 6, 2018, pp. 4-5.
  • Maurizio Ulturale, Siciliani Domenico, in Dizionario biografico egli Italiani, vol. 92, 2018;
  • Bruno Gemelli, Inchiostro calabrese nel Bollettino della Vittoria, i«Il Quotidiano del Sud», 4 novembre 2018, pp. 36-37.

Nota archivistica

  • Archivio Storico Diplomatico Ministero degli Esteri, Fondo Ministero dell’Africa Italiana, Libia, b. 150/21, f. 90.

Tallarico, Giuseppe

Giuseppe Tallarico [Casabona (Crotone), 28 aprile 1880 – Roma, 11 luglio 1965]

Primo di quattro figli di un ingegnere agronomo, Ludovico, e di Aurora Greco, appartenente a una famiglia di proprietari terrieri, frequentò le scuole elementari nel collegio di Santa Severina e proseguì il percorso scolastico presso il Ginnasio Liceo «Galluppi» di Catanzaro nel Regio Convitto Nazionale. Qui conseguì a 18 anni la licenza liceale «con molto onore» meritandosi l’assegnazione del Legato Pezzullo, un premio che gli consentì nel 1898 di iscriversi alla facoltà di Medicina dell’Università di Napoli. Nella città partenopea rimase un solo anno per poi trasferirsi all’Ateneo di Roma, ove vinse al terzo anno di medicina il Premio Rolli per la Fisiologia. Il 18 luglio 1905 si laureò col massimo dei voti con una tesi in Fisiologia sull’«Azione dei prodotti regressivi dei tessuti sul cuore e sul respiro» che gli valse il prestigioso Premio Girolami.
Nel 1906, dopo la laurea, si recò nel Crotonese ove diresse su incarico della Società Nazionale per gli Studi sulla Malaria i lavori di profilassi e cura nei campi del senatore Barracco.
Nel 1909 la Commissione tecnica del Ministero dell’Istruzione lo giudicò primo tra tutti i laureati in Medicina negli ultimi quattro anni in tutte le Università d’Italia e gli conferì un Premio di Perfezionamento all’estero per l’anno accademico 1909-1910. La sede prescelta fu Parigi ove compì studi in chimica fisiologica, presso il laboratorio di Fisiologia sperimentale della Sorbona, diretto dal prof. Albert Dastre.
Nel 1911 vinse per titoli il Concorso internazionale per la direzione dell’Ospedale italiano di Londra. Successivamente aprì al pubblico uno studio medico a Whirlpool Street e qui si affermò subito come medico brillante. Divenne consulente fidato di Ambasciate, Consolati e dei più rinomati alberghi londinesi, nonché il punto di riferimento degli italiani che lo elessero alla carica di Presidente della Lega Italiana a Londra.
Fu anche medico di fiducia di grandi personaggi del mondo della scienza, della politica e della cultura in genere (tra i tanti ricordiamo Ruggero Leoncavallo, il maharaja dell’India, il giornalista Wickham Steed, il generale Armando Diaz, il coreografo Sergej Djagilev, Pablo Picasso, Igor Strawinsky, il Re d’Egitto Fu’ād I, i Grimaldi di Monaco). Fu legato da fraterna amicizia con il filosofo Giovanni Gentile. Un ricordo a parte merita il legame con Guglielmo Marconi, per essere stato il suo medico di fiducia e per gli intensi rapporti di amicizia che continuarono anche in Italia.
Il 20 maggio 1913, a Parigi si sposò con la francese Marcella Bucher dalla quale ebbe una sola figlia, Jolanda. Due anni dopo, allo scoppio della Prima guerra mondiale, tornò in Italia come ufficiale medico al fronte e qui rimase fino al termine delle ostilità. Durante il periodo bellico conseguì la Libera docenza in Chimica Fisiologica e Biologica presso l’Università di Roma: la Commissione, lodando alcune sue pubblicazioni rilevò che Tallarico dimostrava una «spiccata tendenza e attitudine alle ricerche di chimica biologica».
Nel marzo del 1925, lasciò la remunerativa attività londinese per ritornare in Calabria, nel suo paese, Casabona (Marconi lo accompagnò con il suo yacht “Elettra” fino al porto di Crotone). Nella sua casa in contrada Montagnapiana si dedicò con passione e rigore scientifico allo studio e alla ricerca agro-pastorale e fece sorgere un giardino con i fiori più rari e con le piante più lussureggianti provenienti da ogni parte del mondo. Ancora oggi questo giardino è meta di studiosi di botanica. 
Obbedendo al “comandamento” di Mussolini «bisogna dare la massima fecondità̀ ad ogni zolla di terra», impiantò a sue spese la Stazione Agraria Sperimentale. I risultati ottenuti (sostituzione e introduzione di varietà, selezione di semi, spostamenti di seminagioni, ecc.) suscitarono enorme interesse nel campo scientifico e istituzionale. Nell’ottica della politica autarchica del regime fascista venne coinvolto da Marconi che gli propose di mettere a disposizione del Governo le sue ricerche. Si occupò prevalentemente di chimica e agricoltura e mise la scienza al servizio della politica autarchica e agricola del fascismo (nelle cui file era entrato nel 1927), insieme al medico cosentino Giuseppe Amantea e ad altri insigni ricercatori (Nazareno Strampelli e Francesco Todaro). 
Nel maggio del 1925, nell’ambito del Cnr, si costituì il Comitato nazionale per le scienze biologiche composto da 55 studiosi e quindi il Comitato permanente del grano dato che il Paese dipendeva quasi interamente dall’estero. Dopo che la Camera dei deputati lanciò la “battaglia del grano”, Tallarico fu chiamato a far parte del Comitato per le scienze biologiche e del Comitato permanente del grano, insieme a Luigi Razza, in rappresentanza della Federazione nazionale dei sindacati fascisti.
L’adesione al Fascismo gli procurò diversi incarichi. Nel 1930 fu nominato presidente della Società anonima italiana nitrato di soda e con decreto ministeriale del 10 aprile 1934 presidente del Consorzio di bonifica della Piana di S. Eufemia. Nello stesso anno diede vita sulle rive del lago Ampollino in Sila alla costruzione del primo stabilimento ittiogenico in Calabria. Tallarico vide nel lago «la possibilità di incrementare notevolmente la pesca nel centro della Calabria con criteri di notevole interesse propagandistico-economico», come segnalò Pietro Parenzan.
Oltre allo stabilimento, volse il suo sguardo all’intero altopiano silano, dedicandogli 25 anni (1932-1957) della sua lunga attività scientifica, dando vita a due campi agrari sperimentali che hanno avuto lo scopo di saggiare le più adatte colture redditive.  In qualità di parlamentare (deputato e consigliere nazionale della Camera dei fasci dal 1929 al 1943), Tallarico coinvolse in questo grande progetto per la bonifica e colonizzazione dell’altopiano silano il Ministero dell’Agricoltura al quale presentò nel 1937 un ambizioso progetto per l’intero altopiano, redatto insieme all’ing. Angelo Steiner, che richiedeva un enorme sforzo finanziario. 
Nel 1938 con decreto di Mussolini fu nominato tra i membri del comitato consultivo delle Corporazioni in rappresentanza dei chimici liberi professionisti. Proposto da Marconi, entrò a far parte del Consiglio Nazionale delle Ricerche di cui fu consigliere fino al 1943. 
Nel 1944 venne presentato anche al Ministro dell’Agricoltura Fausto Gullo il progetto per la trasformazione dell’altopiano silano. All’indomani della Seconda guerra mondiale, venne sottoposto a processo di epurazione per la sua attività politica ma venne prosciolto. Risultò infatti che nei suoi 14 anni di vita parlamentare non ebbe incarichi di partito e di governo; non manifestò sentimenti antisemiti disapprovando la politica antisemita del Duce, si prodigò per il progresso della popolazione etiope durante il periodo dell’Impero. Inoltre, aveva messo a disposizione di alcune famiglie ebree, la sua abitazione romana presso Villa Blanc, comunicante con le catacombe di Sant’Agnese, e aveva nascosto alcuni giovani, soprattutto meridionali, nelle stesse catacombe.
Riprese quindi la sua attività e dal 1946 al 1961 fu direttore del Centro Studi Silani e i risultati delle sue sperimentazioni furono da lui pubblicati. Nel 1953 il Governo lo designò, quale scienziato e titolare della cattedra di Chimica Biologica dell’Università di Roma, a rappresentare l’Italia al congresso sugli antibiotici che si svolse a Washington.
Tallarico fu anche poeta («il medico biologo con le ali di poeta», lo definì Giovanni Gentile), scrittore e conferenziere raffinato. I suoi scritti sono stati pubblicati dai maggiori giornali italiani e stranieri e la Rai gli ha riservato un ruolo in una delle sue più interessanti rubriche, quella sulla salute: le sue trasmissioni sono state raccolte in quattro volumi. Pubblicò numerosi volumi tradotti in varie lingue e una sessantina di articoli scientifici. Vinse diversi premi a livello nazionale (Bagutta, Rezzara, Braibanti, Marzotto). Si spense nella sua abitazione romana all’età di 85 anni. (Giuseppe Tallarico) © ICSAIC 2020

Opere

  • Il grano come alimento e come semente, «Memorie della Reale Accademia d’Italia», Roma 1931;
  • Lo sviluppo e la crescenza degli individui (con R. Pollitzer), Fratelli Bocca, Torino 1932;
  • Le sanzioni e gli elementi solari, Istituto nazionale fascista di cultura, Roma 1936;
  • Grano e pane, Ramo Editoriale degli Agricoltori, Roma 1933;
  • La vita degli alimenti, Sansoni, Firenze, I ed. 1934, II ed. 1936, III ed. 1938, IV ed. 1945.
  • Il sesso (con Renato Pollitzer), Sansoni, Firenze 1936;
  • Le possibilità agrarie della Sila, ITEA, Napoli 1937;
  • L’ Italia in Africa per diritto biologico, Soc. Ed. Torinese, Torino 1937;
  • Lo spreco e i ricuperi, Sansoni, Firenze, 1939;
  • L’olivo, l’olivastro ed il lentisco, Sansoni, Firenze, 1939;
  • Le magie del Mediterraneo, Sansoni, Firenze, 1943;
  • L’olio di crusca di frumento nella terapia della tubercolosi. Nota preventiva, Cnr, Roma 1943;
  • La vita delle piante, Sansoni, Firenze, I ed. 1946, II ed. 1949;
  • Elogio dei Microbi, Sansoni, Firenze 1949;
  • La Sila e i suoi valori, Ramo Editoriale degli Agricoltori, Roma 1950;
  • La forza del cosiddetto sesso debole, Atena, Roma 1950;
  • Conosci te stesso, Eri, Torino 1951;
  • I segreti della vita umanaquindici conversazioni di Giuseppe Tallarico, Eri, Torino 1951;
  • I segreti della vita umana, Eri, Torino 1952;
  • Nel misterioso mondo delle api, Atena, Roma 1953;
  • La frutta e la salute, Eri, Torino 1954;
  • Gli ortaggi e la salute, Eri, Torino 1954;
  • Le conserve zuccherate di frutta ed il loro valore nutritivo, Ed. Soc. Gen. delle Conserve Alimentari Cirio, Napoli 1954;
  • La conservazione dei foraggi freschi (con Benigno Fagotti), Litostampa, Roma 1957;
  • Nel misterioso mondo delle api, Atena, Roma 1958;
  • Trilogia di Bacco: La laude della vite, la sagra dell’uva, la cantica del vino, Tipografia operaia, Casale Monferrato 1958.

Nota bibliografica essenziale

  • Regio Decreto-legge 4 luglio 1925, n. 1181, Istituzione di un Comitato permanente per il grano, «Gazzetta Ufficiale del Regno», n. 165, 18 luglio 1925;
  • Raffaella Simili e Giovanni Paoloni (a cura di), Per una storia del CNR, Laterza, Roma-Bari 2001;
  • Pietro Parenzan, Contributi per la conoscenza dell’idrobiologia pura ed applicata dell’Italia Meridionale. N. 2. Il lago Ampollino in Sila (Calabria), «Bollettino di pesca, piscicoltura e idrobiologia», 10, 1934;
  • Giuseppe Tallarico, Giuseppe Tallarico, il medico biologo con le ali di poeta, Pubblisfera Edizioni, San Giovanni in Fiore 2018.

Tallarigo, Armando

Armando Tallarigo [Catanzaro, 14 agosto 1864 – Roma, 22 aprile 1952]

Figlio primogenito del Francesco, barone di Zagarise e Sersale e sindaco di quest’ultimo paese, e di Barbara Greco, avrebbe seguito gli studi primari con religiosi dell’Ordine benedettino per poi entrare Collegio militare di Napoli della Nunziatella (1 ottobre 1878) dove strinse fraterna amicizia con il futuro generale Alfredo Taranto. Primo del suo corso si diplomò in «astronomia sferica» e dal 1° febbraio 1882 entrò nell’accademia militare dell’esercito, diventando, così, un militare di carriera. Nel 1884 fu nominato sottotenente dello stato maggiore di artiglieria. La sua lunga e avventurosa vita di soldato cominciò così. Dopo l’accademia frequentò la Scuola di guerra (1897), della quale, anni dopo (dal 1° marzo 1925 al 7 febbraio 1926) sarebbe stato nominato Comandante. Nel 1894 è capitamo nel 29° Reggimento Fanteria a Torino e qui fece parte dello Stato maggiore del X Corpo d’Armata.
A Torino, il 24 febbraio 1900 sposò Margherita Eustachio-Savarese e dal matrimonio nacquero 4 figli: Carlo (1901), che intraprese la carriera militare in marina, dove fu capitano di vascello, Marcello (1902), che diventerà uno squadrista, diventerà prefetto per meriti fascisti e aderirà alla Repubblica sociale italiana, Francesco (1904), futuro ufficiale dell’esercito, e Paolo (1906) entrato, in seguito a concorso, nella carriera diplomatico-consolare, il quale fu internato in un campo di concentramento francese per non aver voluto aderire al fascismo.
Col grado di tenente colonnello, nel 1911-1912, Armando Tallarigo partecipò alla guerra di Libia conquistandosi una medaglia di bronzo al valor militare nel combattimento di Zanzur dell’8 giugno 1912 («Diede prova, come capo di stato maggiore del comando della 3ª divisione speciale, di spiccata attività e capacità, dimostrando calma e fermezza sotto il fuoco). Prese parte anche alla Grande Guerra guerra 1915-18 fin dall’inizio.
Nominato comandante (dall’8 marzo 1916 al 24 marzo 1917) del 152° Reggimento fanteria della Brigata Sassari, che operava all’interno della 25ª Divisione, si distinse nell’avanzata da Castel Gomberto a Casara Zembi rimanendo ferito e guadagnandosi la medaglia d’argento al valor militare «per il valoroso contegno tenuto nel condurre il reggimento durante l’avanzata da Monte Fior a Casera Zebio, e durante i combattimenti sostenuti dal 25 giugno al 23 luglio in quella regione; e per l’ardimentoso esempio dato nella giornata del 15 agosto, in cui rimase ferito al capo». 
Promosso genarle di Brigata, assunse poi il comando della Sassari (dal 25 marzo al 30 ottobre 1917), che in agosto guidò sull’altopiano della Bainsizza, alla conquista delle quote 865 e 862 con un’azione vincente che gli valse la promozione a maggior generale per merito di guerra. Prigioniero di guerra nella battaglia di Santa Lucia del Tagliamento, fu liberato il 24 dicembre 1918.
Dopo la guerra, col grado di generale di Divisione, ottenne il comando della 22ª Divisione di fanteria di Bari e quello della scuola di guerra. Promosso generale di Corpo d’Armata nel 1926 gli fu affidato il comando del IV Corpo di armata di Bologna.
Con Regio decreto del 15 marzo 1928 gli fu concesso il titolo di barone.
Cessò dal servizio per limiti di età il 14 agosto 1930, fissando la sua dimora a Firenze. Iscrittosi nella stessa data al Fascio di Firenze. quattro anni dopo, con Regio Decreto del 26 aprile fu nominato senatore per la 14ª categoria. La Calabria accolse con soddisfazione la notizia. «Al senatore Armando Tallarigo – scrisse la “Cronaca di Calabria” – la “Cronaca” porge le più vive felicitazioni, che sono poi quelle di tutta la sua gente che ha seguito sempre con soddisfazione l’ascesa di questo suo illustre figlio nelle eroiche imprese di guerra ed in quelle di pace servendo silenziosamente e fedelmente la patria»
Egli, rispondendo «con profonda gratitudine» alle congratulazioni del podestà di Catanzaro Domenico Larussa per la sua nomina rispose telegraficamente che «l’ambito plauso della mia città natale accresce la mia grande gioia e mi incita a dare ancora tutte le mie forze per meritare tanta benevolenza».
In Senato fece parte della Commissione delle forze armate (17 aprile 1939-5 agosto 1943) e intervenne per presentare alcuni progetti di legge che egli stesso definì “minori”. Nella sua funzione, tuttavia, Ebbe modo di essere ricevuto da Mussolini al quale fece «omaggio gradito» del suo volume I Capi.
La sua attività parlamentare e politica, una volta caduto il fascismo e avviata l’epurazione gli costò il Laticlavio. L’Alta Corte di Giustizia per le Sanzioni contro il Fascismo lo dichiarò decaduto dalla carica con sentenza del 5 dicembre 1944. Aveva allora 80 anni e nonostante la sua appassionata e articolata difesa nella quale cercò di dimostrare che di fatto non aveva mai aderito al fascismo perché «era tradizione dell’esercito mantenersi estranei alla politica», per cui non fu squadrista, non partecipò alla marcia su Roma, non ebbe incarichi di partito e nella milizia, non fu insignito di sciarpa littoria e non aderi alla Rsi. Anzi – sottolineò – tentò di tutto per far arrivare alle alte sfere del regime – politiche e militari – la sua ferma opposizione alla guerra.
Ritiratosi a vita privati di lui non si hanno notizie, fino alla sua morte avvenuta nel 1952 all’età di 88 anni. Lasciò diverse pubblicazioni.
Nel corso della sua cinquantennale carriera militare, oltre alle medaglie ai riconoscimenti per la sua attività, ebbe anche molte onorificenze: Croce d’oro per anzianità di servizio fu nominato Cavaliere dell’Ordine della Corona d’Italia (1904) Cavaliere dell’Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro (1912), Commendatore dell’Ordine della Corona d’Italia (1922), Ufficiale dell’Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro (1924), Grande ufficiale dell’Ordine della Corona d’Italia (1925), Gran cordone dell’Ordine della Corona d’Italia (1930), Commendatore dell’Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro (1930) e, infine, Grande ufficiale dell’Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro (1938). (Pantaleone Andria) © ICSAIC 2020

Opere

  • I capi e la loro preparazione morale alla funzione del comando,Rinascimento del libro, Firenze 1931;
  • Il generale Alfredo Taranto, Il rinascimento del libro, Firenze 1934.

Nota bibliografica

  • Il generale di corpo d’armata Armando Tallarico (sic!) nominato senatore, «Cronaca di Calabria», 10 maggio 1934;
  • Ferdinando Scala, Il generale Armando Tallarigo, dalla leggenda della Brigata Sassari al dopoguerra, Gaspari Editore, Udine 2018.

Turco, Alessandro

Alessandro Turco [Castrovillari (Cosenza), 16 gennaio 1869 – Catanzaro 1956]

Nacque da Vincenzo, agiato commerciante di tessuti, e da Filomena D’Alessandria. Terminati gli studi liceali in Calabria, s’iscrisse alla Facoltà di Giurisprudenza nell’Università di Napoli, laureandosi in legge ad appena vent’anni. Allievo di Pietro Rosano, già nel 1890 esordì in un processo presso la Corte di Assise di Castrovillari, difendendo quattro uomini di Terranova da Sibari, imputati dell’assassinio di una nobile signora, madre del sindaco del luogo. La sua arringa ottenne la piena assoluzione di tutti gli accusati. Due anni dopo, nel 1892, fece la sua prima apparizione alla Corte di Assise di Catanzaro, al fianco di Fortunato Precone, uno degli avvocati più in vista della città. A quel tempo, viveva a Catanzaro il magistrato Francesco Varcasia, anch’egli originario di Castrovillari, il quale, oltre a essere il presidente della Corte di Appello, era il padre di sua moglie Angela. Anche per questo motivo, il capoluogo calabrese divenne la sua città d’elezione, dove la moglie, Angela, avrebbe dato alla luce nel 1898 il figlio Vincenzo, che da adulto seguirà le orme professionali e politiche tracciate dal padre, e altri quattro figli: Francesco, Sara, Bianca e Flora. 
Alessandro conservò a lungo, però, stretti rapporti con Castrovillari, dove suo fratello Enrico più tardi sarebbe diventato sindaco. Infatti, pur vivendo e lavorando con successo a Catanzaro, la sua carriera politica ebbe inizio proprio nel suo luogo natio, dove nel 1899 comparve il periodico «La Vedetta», che preparò la sua prima candidatura politica, in vista delle elezioni che si sarebbero tenute nel 1900. 
Su «La Vedetta» comparvero anche due scritti di Alessandro Turco. Il primo, Nel regno del sale, era un reportage di notevole spessore realistico sulla storica Salina di Lungro, pubblicato allo scopo di denunciare l’arretratezza della miniera e promuoverne l’ammodernamento. Il secondo, Pei martiri del 1799, celebrava la Repubblica Partenopea e le sue vittime calabresi, in occasione del centenario di quella rivoluzione giacobina. 
Il risultato di questa iniziativa giornalistica fu un robusto sostegno politico-culturale alla candidatura del giovane radicale Alessandro Turco, nel collegio uninominale di Castrovillari, nelle elezioni politiche generali che si tennero il 2 giugno del 1900. La “scandalosa” candidatura ottenne, però, soltanto 426 voti, contro il deputato uscente, il barone Leopoldo Giunti, che fu riconfermato con 1.310 voti. 
Due anni dopo, a Catanzaro, Turco fu comunque assessore comunale alla pubblica istruzione, col sindaco Enrico De Seta, ex deputato e futuro senatore, distinguendosi per il suo attivismo nella lotta contro l’analfabetismo. Nel 1904, fu nuovamente candidato nelle elezioni politiche generali, questa volta nel collegio elettorale di Cassano contiguo a quello di Castrovillari, e batté clamorosamente, grazie anche al sostegno della massoneria, il barone Gennaro Compagna. 
Cinque anni dopo, nel 1909, si ricandidò e fu confermato deputato di Cassano senza alcuna opposizione. A quel punto il suo radicalismo, però, si era ormai stemperato, confluendo nel giolittismo trionfante. Nel 1913, scelse di ricandidarsi non più nel collegio di Cassano, ma in quello di Castrovillari, dove suo fratello Enrico era stato sindaco, ma dove era emersa nel frattempo anche la figura dell’agitatore regionalista Luigi Saraceni. La contrapposizione politica tra i due esasperava oltremisura uno scontro tra gruppi familiari contrapposti che aveva robuste radici locali. Il 26 ottobre 1913, da questa contesa elettorale, la prima a suffragio universale maschile, uscì vincitore Luigi Saraceni.
Nelle due legislature in cui era stato alla Camera dei Deputati, dal 1904 al 1913, Turco aveva svolto un’intensa attività. Aveva appoggiato le riforme del codice di procedura penale e aveva sostenuto l’introduzione nel codice civile del divorzio e di nuove norme sulla condizione giuridica della donna. Si era occupato assiduamente anche delle questioni locali: viabilità, ferrovie, bonifiche (con particolare insistenza intervenne per la realizzazione della ferrovia complementare Spezzano Albanese-Castrovillari-Lagonegro). Aveva cercato inoltre di ottenere una sistemazione giuridica internazionale per il Collegio Italo-Albanese di San Demetrio Corone, come antico centro di cultura e strumento di solidarietà tra le storiche colonie albanesi del Mezzogiorno d’Italia e l’Albania. 
Contestualmente all’attività politica e parlamentare, aveva intanto dato vita anche a un’intensa iniziativa culturale. Dagli inizi del secolo era stato uno degli animatori del Circolo di Cultura di Catanzaro, in cui si ritrovarono tutti gli intellettuali che avevano pubblicato nel 1899 la rivista «Il Pensiero Contemporaneo». 
Il Circolo fu guidato inizialmente dal sociologo Fausto Squillace e dal 1919, in seguito alla sua prematura scomparsa, da Turco. Il quale, in verità, già negli anni precedenti e dopo la sconfitta elettorale del 1913 aveva accentuato il suo impegno politico-culturale: nel 1908 tenne una conferenza su La donna e la politica e nel 1914 tenne, sempre presso il Circolo, una conferenza che tracciò un bilancio delle guerre balcaniche. 
Dopo la Grande Guerra, Turco sembrava ancora attratto dalle suggestioni radicalsocialiste della sua giovinezza. Nel 1925, espose ancora i suoi orientamenti politici, specialmente in tema di politica internazionale, in un discorso tenuto nel Teatro Comunale di Catanzaro, in occasione del venticinquesimo anniversario dell’avvento al trono del re Vittorio Emanuele III.
Ma dopo il consolidamento del regime fascista, il Circolo di Cultura, nato su posizioni democratiche e radicali, fu “normalizzato” e divenne gradualmente un megafono del consenso al regime. Intanto Turco aveva maturato una conversione spirituale, che lo condusse a coltivare studi di metapsichica, di cui si fece sostenitore negli anni Venti. Negli stessi anni ripiegò su toni intimisti, di cui è documento un componimento poetico dedicato ai suoi genitori.
Negli anni Trenta seguitò a praticare la metapsichica, mentre sul piano politico finiva con l’aderire al regime fascista.
Dopo la Liberazione, Turco riprese l’attività politica a Catanzaro, militando nella Democrazia Cristiana. Candidato alla Costituente, fu il settimo degli eletti con più di 17 mila voti, mentre suo figlio Vincenzo, anch’egli democristiano, veniva eletto sindaco di Catanzaro. In Assemblea Costituente fece parte della prima Commissione permanente per l’esame dei disegni di legge. 
Il 6 novembre 1947, a proposito del Titolo IV, relativo alla Magistratura, svolse un lungo intervento, nel quale, dopo aver criticato la «indipendenza assoluta del potere giudiziario» e negato per la magistratura il diritto di sciopero, affrontò il tema delle giurie popolari nelle Corti di Assise. Sostenne la sua contrarietà a questo istituto, che consentirebbe «la diretta partecipazione del popolo all’amministrazione della giustizia».
Nel 1948, sulla soglia degli ottant’anni, fu nominato senatore dal Presidente della Repubblica, per esser stato parlamentare per tre volte. Dal 1948 al 1953 fu membro della 2ª Commissione permanente del Senato (Giustizia e autorizzazioni a procedere). Negli ultimi mesi della legislatura, da marzo a giugno del 1953, fu membro della 6ª Commissione permanente (Istruzione pubblica e belle arti). Al tempo stesso, era stato, a Catanzaro, Presidente del Consiglio dell’ordine forense, presidente del Circolo di Cultura e presidente dell’Istituto Industriale.
Nel 1955, pochi mesi prima della sua scomparsa, avvenuta a Catanzaro il 23 marzo 1956, il repubblicano Gaetano Sardiello, avvocato e umanista, suo più giovane collega in Costituente, lo celebrò, rievocandone la figura e la carriera forense. (Vittorio Cappelli) @ ICSAIC 2020

Scritti

  • Nel regno del sale, «La Vedetta», 4 e 11 giugno 1899;
  • Pei martiri del 1799, «La Vedetta», 3 gennaio 1900;
  • Discorso dell’avvocato Alessandro Turco, Assessore per la Pubblica Istruzione, Commissario comunale nella giunta di vigilanza dell’Istituto Tecnico, nella premiazione scolastica del 20 novembre 1902, Stab. Tip. Silipo, Catanzaro 1902;
  • Commemorazione di Fausto Squillace pronunziata dall’on. Alessandro Turco il 6 aprile 1919, in Circolo di Cultura “Fausto Squillace” in Catanzaro, I, 1900, XX, 1922, Stab. Tip. La Giovine Calabria, Catanzaro s. d. (ma 1922);
  • Sul Codice di Procedura Penale: discorso dell’on. Alessandro Turco pronunziato alla Camera dei Deputati nella 2ª tornata del 4 aprile 1912, Tip. Camera dei Deputati, Roma 1912;
  • Dalla vita all’arte e dall’arte alla scienza: dalla conferenza tenuta al Circolo di Cultura di Catanzaro agli 11 novembre 1900, Tip. del Giornale del Sud, Catanzaro 1901;
  • La politica italiana in Albania, «Sapientia», 3-4, 1914;
  • Il Re. Discorso pronunziato nel Teatro Comunale di Catanzaro ad 11 agosto 1925 dall’on. Alessandro Turco, Stab. Tip. Abramo, Catanzaro 1925;
  • Alle soglie del mistero. Conferenza di Alessandro Turco, Grafiche Vecchioni, Aquila (s.d., ma 1926).
  • Ultima sosta, Tipo-Editrice Bruzia, Catanzaro 1929;
  • “Chi dite che io sia?”. Osservazioni di un metapsichico credente, Istituto di Studi Psichici, Milano 1938;
  • La dottrina dello Stato fascista per la sanità della Razza: orazione pronunziata in Catanzaro al Teatro Italia il 20 aprile 1933 (a cura del Consorzio Antitubercolare di Catanzaro).

Nota bibliografica

  • Enrico Turco, Uomini e cose di altri tempi. Rievocazioni castrovillaresi, Stab. Tip. Patitucci, Castrovillari 1942;
  • P. Francesco Russo, Gli scrittori di Castrovillari, Tipografia Patitucci, Castrovillari 1952;
  • Gaetano Sardiello, Una grande toga calabrese. Alessandro Turco, «La Calabria Giudiziaria», 9-12, 1955;
  • Jole Lattari Giugni, I Parlamentari della Calabria dal 1861 al 1967, Casa Editrice Morara, Roma 1967
  • Augusto Placanica, Fermenti dell’intellettualità meridionale nella crisi di fine secolo (1896-1899), Frama Sud, Chiaravalle Centrale 1975;
  • Raffaele Colapietra, Potere e cultura a Catanzaro, dall’Unità alla Repubblica, Rubbettino, Soveria Mannelli 1982;
  • Renato Nisticò, Poesia, scienza, società e istituzioni, in Catanzaro. Storia, cultura, economia, a cura di F. Mazza, Rubbettino, Soveria Mannelli 1994;
  • Vittorio Cappelli, Politica e politici in Calabria. Dall’Unità d’Italia al XXI secolo, Rubbettino, Soveria Mannelli 2018;
  • Vittorio Cappelli, Alessandro Turco, in Id. e Paolo Palma (a cura di), I calabresi all’assemblea costituente, 1946-1948, Rubbettino, Soveria Mannelli 2020.

Moscato, Giovan Battista

Giovan Battista Moscato [Valanidi Inferiore (Reggio Calabria), 25 maggio 1835 – San Lucido (Cosenza), 20 settembre 1909]

Nasce da Gregorio e da Teresa Dattola, nel minuscolo centro di Valanidi Superiore, ora assorbito dal comune di Reggio Calabria. Ancora bambino perde la madre e tale evento lo sconvolge segnandolo per tutta la vita. Giovan Battista (qualcuno scrive anche Giovambattista, altri Giovanni Battista) inizia gli studi di latino, filosofia e greco nel seminario di Reggio Calabria e per completarli, il 4 gennaio 1853, a 18 anni, si trasferisce a Napoli ed entra come novizio nel collegio della Compagnia di Gesù alla Conocchia. Il 21 maggio 1864 viene consacrato sacerdote. Già in giovane età – come ricordano i suoi biografi – ottiene incarichi d’insegnamento nel collegio Massimo di Napoli e quindi a Cosenza e a Lucera.
Le vicende seguite alla spedizione di Garibaldi (la Compagnia di Gesù, come è noto, è considerata uno dei principali ostacoli alla realizzazione dell’unità nazionale e i suoi ben al sud vengono confiscati) lo inducono a trasferirsi a Vals (Francia) dove, tra il 1862 e il 1863, perfeziona i suoi studi di filosofia e insegna sanscrito e arabo ai missionari destinati alla Siria e all’Algeria. Quindi nel 1866 viene trasferito a Manresa, in Spagna, per sostenere la terza prova prima dell’ammissione all’ordine. E qui le autorità religiose “sfruttano” le sue attitudini all’insegnamento.
A Tarragona, città a 100 chilometri da Barcellona che affonda le proprie radici nella storia dell’impero romano, gli viene affidata la cattedra di ebraico nel seminario arcivescovile, mentre nel seminario di Las Palmas, un’isola delle Canarie, insegna teologia dogmatica e diritto canonico. Quest’ultima disciplina, nel 1869, la insegna anche agli studenti collegio della Compagnia di Gesù del principato di Monaco.
Alla fine del 1869, il suo diretto superiore ordina il suo rientro in Italia. Viene destinato a Reggio Calabria come prefetto degli studi e docente di teologia morale e diritto canonico nel seminario diocesano. Circondato da intrighi e bassezze, ferito da calunnie e insinuazione, non riesce ad integrarsi in quel mondo. Per cui, pur sentendosi “gesuitissimo” nel cuore e nella mente come scrive Raffaele Staffa, con una sofferta e dolorosa decisione, il 30 aprile del 1875 decide di uscire dalla Compagnia di Gesù.
Dopo un periodo trascorso nel seminario di Oppido Mamertina e poi nel ginnasio di Nicotera dove è chiamato a insegnare retorica, nel dicembre del 1886 lascia la chiesa di Santa Elia di Amantea che gli era stata affidata dal vescovo di Nicotera e Tropea, perché viene trasferito a San Lucido come parroco della Chiesa di San Giovanni Battista, dove restea sino alla sua morte. Non è una situazione facile quella che trova, per cui nel 1887 si rivolge direttamente al Pontefice chiedendogli di devolvere alla parrocchia, che era sprovvista di tutto, qualche oggetto ricevuto durante il Giubileo.
«Trovata la serenità – scrive Francesco Faragò sulla rivista dei gesuiti dell’Italia meridionale – circondato dall’affetto dei suoi cari, venerato dal popolo… può finalmente attingere quella tranquillità alla quale ha invano sperato negli anni burrascosi della sua giovinezza».
nella sua nuova residenza si dedica agli studi di latino, archeologia e storia, divenendo collaboratore del grande storico Theodor Mommsen che lo chiama «vir doctus et eruditus», e gode la stima e l’amicizia dei maggiori intellettuali italiani e stranieri.
Esclusivamente grazie alla sua attività di studioso, come annota Faragò, tra la fine dell’800 e l’inizio del secolo successivo, «San Lucido diventa un centro di alta cultura umanistica» a cui guarda con ammirazione non solo in Calabria.
«Personaggio eclettico», come segnala Genoese, si interessa «di filologia, di archeologia, di linguistica, di storia» e compone poemetti e liriche. La maggior parte delle sue opere sono scritte in latino lingua utilizzata «con disinvoltura». È direttore della «Rivista storica calabrese», fucina di giovani storici meridionali, apparsa nel 1893 con il titolo originario di «Rivista Calabrese di Storia e Geografia», e che, dopo Siena e Catanzaro, per un biennio, dal 1895 al 1897 si stampa proprio a San Lucido con un sottotitolo mutato («Pubblicazione mensuale fondata dal prof. dott. Oreste Dito, diretta dal prof. Giovan Battista Moscato»). Succedendo al “laico” Dito nella direzione della «Rivista Storica Calabrese», Moscato fornisce un importante contributo alla cultura dell’intera Calabria.
Monsignor Moscato è cognato di Elvira Cipriani (ha sposato suo fratello Gregorio), sorella di Orazio, giornalista originario di Nicotera, che appena ventenne, con l’appoggio del monsignore impianta a San Lucido una tipografia e pubblica il periodico, «Giovane Brezzia» (primo numero il 1° gennaio 1895), poi diventato «Gazzetta del circondario di Paola». Quando Orazio si trasferisce a Reggio Calabria, la tipografia viene gestita dal cognato. In quella tipografia vengono stampati alcuni numeri della rivista storica calabrese di cui monsignor Moscato è direttore.
La sua produzione letteraria è molto vasta; suoi articoli e saggi sono pubblicati in volumi e in riviste. È uno dei collaboratori più attivi de «La Calabria», rivista di letteratura popolare pubblicata a Monteleone (odierna Vivo Valentia) e diretta da Luigi Bruzzano, sulla quale scrivono tra gli altri Antonio Julia, Salvatore Mele, Vincenzo De Cristo, Pietro Ardito, Giovanni di Giacomo, Nicola Lombardi Satriani e Ottavio Ortona.
Muore a 74 anni a San Lucido nel cui cimitero viene sepolto. Nel 1983, per iniziativa del parroco del tempo, le sue spoglie vengono traslate in una cripta nella chiesa parrocchiale di San Giovanni Battista. Il 2 dicembre 2016 gli viene intitolato l’Istituto comprensivo statale di San Lucido. (Leonilde Reda) © ICSAIC 2020

Opere principali

  • Cronaca dei musulmani in Calabria, Casa del Libro G. Brenner, Cosenza 1963 (poi 1979, 1983)
  • Sulle tracce di un paese scomparso: S. Lucido, Porto Balaro, Medma, Amantea, Fiumefreddo Bruzio, Temesa, Mit, Cosenza 1972 (con Antonio Ranieri Di Ferdinando e Mario Mandalari);

Nota bibliografica

  • Francesco Faragò, Giovan Battista Moscato storico e poeta, «Societas», 3, 1992, pp. 63-71;
  • Raffaele Staffa, Nicetum – S. Lucido – Temesa? Notizie sulla Calabria, II ed. a cura di Franco Staffa, Tipolitografia Roberto Gnisci, Paola 1999, pp. 123-125;
  • Pantaleone Sergi, Quotidiani desiderati, Memoria, Cosenza 2000, pp. 43-44.
  • Settimio Genoese, Giovambattista Moscato. Umanista e storico calabrese, parroco a San Lucido, in «Calabria letteraria», 7-8-9, 2003, pp. 100-101;
  • Alessandra Pagano, La chiesa parrocchiale di San Giovanni Battista in San Lucido (CS) attraverso le Visite Pastorali, «Rogerius», 1, 2016, p. 121;
  • Pietro De Leo, Giovanni Battista Moscato: un erudito ecclesiastico reggino al servizio della Chiesa e della società calabrese tra XIX e XX secolo, in «Archivio Storico per la Calabria e la Lucania», LXXXIV, 2018, pp. 235-248.

Schettini, Attilio

Attilio Schettini [Castrovillari (Cosenza), 27 agosto 1874 – Vedano Olona (Varese), 2 luglio 1960]

Attilio Schettini, allo Stato civile Alfredo Attilio, nacque da Vincenzo, funzionario dello Stato, e da Carmela Turco. Conseguita la maturità, si trasferì all’università di Camerino, dove frequentò i corsi di giurisprudenza. Nella città marchigiana fu segnalato dal prefetto di Macerata. 
Socialista fin dal 1895, favorì la nascita di leghe operaie a Castrovillari e nei comuni limitrofi e fu presidente del circolo socialista, senza sede fissa, di Castrovillari. Collaborò con «Cronaca di Calabria» e con l’«Avanti!», fin dai tempi della direzione di Leonida Bissolati.
Il 9 aprile 1896, partecipò al banchetto celebrato in onore del giurista socialista Enrico Ferri, uno dei suoi maestri, giunto nel Pollino per difendere Nicola De Cadorna dall’accusa «d’istigazione a delinquere e di sovversione dell’ordinamento sociale».
Nel luglio 1898, raggiunto il privilegium della laurea dottorale, si trasferì al Cairo (Egitto), dove esercitò l’attività forense in ambito penalista e difendendo vittoriosamente un principe egiziano imputato di omicidio. Nel dicembre di quell’anno sposò Maria Moscarelli, figlia di un farmacista di Altomonte emigrato in Egitto. Dal matrimonio nacquero Vincenzo e Nella. Nel febbraio 1899 tornò a Castrovillari con la moglie, la quale tempo dopo tornò in Egitto. Ben presto assunse una posizione di rilievo nel foro castrovillarese, all’epoca dominato da Francesco Pace e altri illustri avvocati. 
Con il repubblicano Luigi Saraceni, il socialista Vincenzo Varcasia Stigliani e altri intellettuali del circondario, animò il dibattito politico e culturale fino alla Grande Guerra sulle pagine de «La Vedetta» (1899), «Il Moto» (1906), «La Luce» (1909), «Vita Nuova» (1913).
Nel 1904 fu eletto consigliere comunale, il primo socialista nella storia politica di Castrovillari, ed entrò a far parte dell’amministrazione di Enrico Turco. Assessore alla Pubblica Istruzione, si focalizzò sul problema dell’istruzione delle classi popolari e contribuì all’acquisizione definitiva del monastero della Clarisse per trasformarlo in edificio scolastico. Inoltre, fu anche Assessore al Patrimonio. In tale veste, nel 1907, condusse un’indagine per dimostrare l’usurpazione delle terre demaniali operata dai marchesi Gallo nella Piana di Camerata. Nelle elezioni politiche del 6 novembre 1904 sostenne la candidatura di bandiera di Enrico Ferri nel collegio di Castrovillari.
Con Antonio Santantonio e Biagio Grisolia, partecipò al I congresso socialista provinciale di Cosenza, (9 dicembre 1906) dove si scontrarono la corrente sindacalista e quella riformista. Maggiore esponente della linea politica riformista di Filippo Turati, invitò i compagni a prendere atto della situazione esistente, ad applicare i principi fondamentali del programma per il miglioramento delle condizioni della classe operaia e contadina e, infine, ad adottare per la tattica elettorale delle decisioni caso per caso. La sua posizione fu minoritaria, poiché prevalse l’estrema sinistra capeggiata da Pietro Mancini, Fausto Gullo, Fausto Leporace e altri. Al termine dei lavori, entrò nel comitato federale provinciale e collaborò con il periodico locale «La Parola Socialista», organo provinciale del partito fondato nel 1905. 
Con l’obiettivo di sollevare le condizioni materiali e sociali delle classi lavoratrici ed educarle all’esercizio dei propri diritti istituì un Segretariato del lavoro a Castrovillari, il quale festeggiò solennemente il 1° maggio 1907.
Nel 1908 fu invitato a titolo personale e non come delegato a Firenze al X congresso nazionale del partito, (19-22 settembre) dove constatò la preparazione intellettuale e politica degli operai del Centro-nord e l’assenteismo calabrese. 
Nelle elezioni politiche del 7 marzo 1909 fu l’unico candidato socialista in Calabria, poiché negli altri collegi non emerse nemmeno la tattica delle candidature di bandiera, e con 775 preferenze, pari al 40,3%, fu sconfitto dal possidente Francesco Saverio Toscano. Il buon risultato ottenuto non fu frutto del sostegno ricevuto da un robusto movimento operaio e socialista, ma la conseguenza del suo prestigio intellettuale e professionale – riconosciuto anche da Luigi Fera – unito al sostegno di una parte del notabilato locale. Nel mese di maggio, promosse la nascita della sezione socialista di Castrovillari, con segretario Nicola De Cadorna e cassiere Antonio Santantonio; l’organizzazione, tuttavia, durò meno di un anno. Il 1° giugno 1909, a Castrovillari, diede inizio alle pubblicazioni del periodico socialista «La Luce». Il giornale durò solo pochi numeri e avanzò anche dure critiche a Giovanni Giolitti, in stile “salveminiano”. 
A Milano nel 1910 prese parte all’XI congresso nazionale del partito (21-25 ottobre), abbandonando le posizioni turatiane e sostenendo un ordine del giorno di Gaetano Salvemini. Incontrò Benito Mussolini, direttore dell’«Avanti!» e Genuzio Bentini, penalista e deputato socialista dal 1904 al 1924. 
Nel 1913, terminato il IV congresso regionale di Catanzaro (10-12 ottobre), entrò nel comitato della costituita federazione regionale. Nelle elezioni politiche del 26 ottobre 1913, rifiutò la candidatura propostagli dal Psi.
Nel 1913-1914 collaborò con il periodico di Morano Calabro «Vita Nuova», diretto da Nicola De Cadorna e Diego Ferrari. 
Alla vigilia della Grande guerra, su «Vita Nuova», si dichiarò interventista e solidale con le posizioni di Benito Mussolini, causando il malcontento dei compagni moranesi. Il medesimo foglio, inoltre, riportò le sue successive esternazioni in conferenze e comizi per la partecipazione dell’Italia al conflitto mondiale.
Nella Settimana Rossa (7-14 giungo 1914) manifestò simpatie per gli operai in rivolta ad Ancona, sdegno per la reazione del I governo di Antonio Salandra (21 marzo 1914- 5 novembre 1915) e si proclamò sindacalista rivoluzionario, fautore della violenza proletaria e dello sciopero generale. 
Nel primo dopoguerra ritornò sulle proprie posizioni riformiste e nelle elezioni politiche del 16 novembre 1919 sostenne, senza successo, la candidatura di Antonio Gioia, leader locale dell’associazione dei Combattenti e fondatore del giornale «La Rivolta», al quale fornì la sua collaborazione. Nel 1919 entrò a far parte dell’Accademia Cosentina. 
Nel febbraio 1923, per via del suo prestigio personale e intellettuale, fu vittima di un’aggressione di un gruppo di giovani fascisti. L’assalto, condannato unanimemente dall’ambiente borghese e forense, fu subito dimenticato. Poco dopo, esponenti di spicco della borghesia e del ceto proprietario entrarono nella sezione fascista, guidata dal marchese Nino Gallo.
Nel novembre 1943, fu nominato dal prefetto di Cosenza, Pietro Mancini, commissario prefettizio di Castrovillari. Subito dopo nominò sub-commissario l’avvocato Mario Cappelli (1910-1980), il suo allievo prediletto. Nella gestione della cosa pubblica, i due funzionari incontrarono numerose difficoltà e nel marzo 1944, con la motivazione ufficiale di “ragioni di salute”, rassegnarono le dimissioni; entrambe respinte dal prefetto Pietro Mancini. Solo nel mese di maggio, con la nomina di Goffredo Volpes a nuovo prefetto della città bruzia, Schettini fu sostituito da Silvio Saraceni.
Nel 1946 celebrò la vittoria della Repubblica. Nel 1947, con la scissione di palazzo Barberini di Giuseppe Saragat (11 gennaio), mostrò preoccupazioni per le sorti del partito e del socialismo.
Nelle elezioni politiche del 18 aprile 1948 fu il candidato socialista del Fronte democratico popolare per il Senato nel collegio di Castrovillari-Paola e con 22.105 preferenze (24,14%) fu il primo non eletto.
Dal 1952 sino al 1956 è stato consigliere nell’amministrazione provinciale di Cosenza per il Partito Socialista.
Nelle elezioni politiche del 7 giugno 1953 si candidò al Senato con il Psi nel collegio di Castrovillari-Paola e con 8.910 consensi (9,64%) fu il quinto non eletto.
In seguito a quest’ultima sconfitta elettorale, abbandonò la vita politica e si trasferì in Lombardia. 
Nel 1955 tornò per l’ultima volta a Castrovillari per partecipare, nel salone del Palazzo di Città, all’inaugurazione del busto dell’ex sindaco Enrico Turco. Nello stesso anno gli fu conferito il titolo di Ufficiale dell’Ordine al merito della Repubblica Italiana.
Morì all’età di 84 anni.
Nel corso della sua vita politica, strinse rapporti di amicizia con Pietro Nenni, Sandro Pertini e Leonida Bissolati. Fu uomo di grande cultura, conoscitore della letteratura italiana e francese, cultore dei Vangeli e delle dottrine esoteriche e mistiche. Numerosi furono i suoi scritti su quotidiani e riviste come «La Luce», «Vita Nuova», «La Vedetta», «Il Moto», l’«Avanti!», «Cosenza laica», «La Rivolta», «Rivista di filosofia e scienze affini» e «La Coopération des idées». (Prospero Francesco Mazza) © ICSAIC 2020

Scritti

  • Le crime du Prince Ahmed Bey Seif-el-Dine au point de vue medico-legal, Impr. Hindié, Le Caire 1898.
  • Socialismo e adattamento, «La Vedetta», 26.02.1899.
  • Genio e degenerazione in Mazzini, «La Vedetta», 26.03.1899.
  • Il concetto fisiologico della coscienza, «Rivista di filosofia e scienze affini», Vol. 1, 1899.
  • Democrazia nova, «Cosenza laica», 14 luglio 1899.
  • L’analfabetismo da noi – i contadini e la scuola – cifre dolorose, «Il Moto», 8 dicembre 1906.
  • Il congresso socialista e l’assenteismo calabrese, «Il Moto», 27 settembre 1908.
  • Il carattere dell’organizzazione operaia in Calabria, «Avanti!». 30 maggio 1909.
  • Lo spiritualismo moderno e il divenire proletario, «Vita Nuova», 1 maggio 1913.
  • Per la Repubblica Italiana – Classi e Partiti – L’azione socialista rivoluzionaria, «Vita Nuova», 8 agosto 1913.
  • Per l’ideale socialista, «Vita Nuova», 25 luglio 1914.
  • Il PSI di fronte alla guerra, «Vita Nuova», 4 novembre 1914.

Nota bibliografica

  • Pietro Mancini, Il partito socialista italiano nella provincia di Cosenza (1904-1924), Pellegrini, Cosenza 1974;
  • Vittorio Cappelli, Attilio Schettini e il giornale socialista «La Luce» (1909), in «Calabria Oggi», 1 maggio 1980, pp. 8-10;
  • Giuseppe Grisolia, Attilio Schettini, Cultura calabrese, Lamezia Terme, 1980; 
  • Giuseppe Masi, Socialismo e socialisti in Calabria: 1861-1914, Società Editrice Meridionale, Salerno-Catanzaro 1981, ad indicem;
  • Cingari Gaetano, Storia della Calabria dall’unità a oggi, Laterza, Roma-Bari, 1982, ad indicem
  • Giuseppe Grisolia, Attilio Schettini, in «Cultura Calabrese», 3-4, 1985; 
  • Enzo Misefari, Il socialismo in Calabria nel periodo giolittiano, Rubbettino, Soveria Mannelli 1985;
  • Vittorio Cappelli, Emigranti, moschetti e podestà: pagine di storia sociale e politica nell’area del Pollino (1880-1943), Il Coscile, Castrovillari 1995, ad indicem;
  • Michele Chiodo, L’Accademia cosentina e la sua biblioteca: società e cultura, Pellegrini, Cosenza 2002;
  • Fulvio Mazza (a cura di), Castrovillari: storia, cultura, economia, Rubbettino, Soveria Mannelli 2003, ad indicem;
  • Vittorio Cappelli, Politica e politici in Calabriadall’unità d’Italia al XXI secoloRubbettino, Soveria Mannelli 2018.

Nota archivistica

  • Archivio Centrale dello Stato, Casellario politico centrale, busta 4683, fasc. 026654;
  • Archivio di Stato di Cosenza, Prefettura gabinetto podestarile, busta 33, fasc. 349.

Riggio, Achille

Achille Riggio (Cosenza, 10 marzo 1891 –  Reggio Calabria, 9  settembre 1951)

Nacque da Stanislao e da Rosina Catalano. La famiglia, dopo le scuole di base, gli fece proseguire gli studi superiori e si diplomò ragioniere. Subito dopo il diploma, nella guerra italo-turca del 1911-12, prese parte alle operazioni in Libia e intervenne poi nel primo conflitto mondiale combattendo sul Carso e sul fronte albanese. Alla patria dell’eroe Giorgio Castriota Scanderberg e ai mesi trascorsi in terra skipettara, dedicò un volumetto di carattere letterario. 
In età di lavoro, vinto un concorso nelle ferrovie, fu assegnato alla stazione di Brancaleone Marina. Iscritto al partito socialista massimalista e al sindacato dei ferrovieri, negli anni del biennio rosso svolse un’attiva propaganda, confluita nel 1922 in una breve monografia, comprendente alcune riflessioni storico-politiche sui presunti intendimenti rivoluzionari del proletariato.
Con l’avvento del fascismo al potere, fu penalizzato. Per il suo dissenso e il suo operoso sostegno alla vita del sindacato, dapprima da Catanzaro Marina fu distaccato a Trivigno, piccolo comune della provincia di Potenza, ma presto venne licenziato  «per scarso rendimento», e qualche anno dopo, nel 1927, con regolare passaporto, incoraggiato ad abbandonare l’Italia e a trasferirsi in Tunisia. Raggiunto, l’anno successivo, dalla famiglia (moglie e due figli), incrementò la già folta collettività italiana, da tanti anni perfettamente integrata nel tessuto multietnico della nazione maghrebina, e pronta a misurarsi con la dittatura e la politica di rivendicazione nei confronti della colonia francese.
Ottenuto dalle autorità del protettorato, previo esame, il riconoscimento del titolo equipollente del diploma, per vivere si impiegò come contabile in una azienda vinicola compiendo periodici viaggi nelle isole della vicina Sicilia.
Al momento di partire dall’Italia, presso il Tribunale di Gerace per una sua impresa commerciale conclusasi negativamente, gli fu intentato un processo per truffa, falso e appropriazione indebita, del quale, il 13 febbraio 1930, fu assolto per insufficienza di prove.
In Tunisia, per i primi anni, continuò a manifestare le sue idee antifasciste. Fu iscritto nella Rubrica di frontiera e nel Bollettino delle segnalazioni del Ministero dell’Interno, come individuo da fermare e perquisire. Collaborò, con lo pseudonimo di Guido Del Buzzo, al giornale «Tunisie socialiste», ma sorvegliato attentamente dal consolato italiano, negli anni Trenta attenuò il suo atteggiamento, dando prova di «ravvedimento», serbando una «buona condotta morale e politica» e non intrattenendo contatti con elementi sospetti. Conseguentemente, il 15 settembre 1937, il Prefetto di Reggio Calabria, visto il parere favorevole del Console generale di Tunisi, propose al Ministero la sua radiazione dal novero dei sovversivi. 
Non rientrò, però, in Italia. Seguitò a occuparsi del suo lavoro e ad applicarsi, nel contempo, agli studi storici verso cui si era orientato non appena messo piede in terra africana.
Durante il regime di Vichy, per precauzione i nuovi responsabili francesi lo deportarono in un campo di concentramento. Liberato alla caduta del maresciallo Petain (le vicende tunisine, dall’occupazione italiana a quella alleata furono narrate in più puntate in una rivista), poté ritornare in Italia stabilendosi a Reggio Calabria, dove riebbe l’impiego di capostazione nelle ferrovie. Vi rimase pochi anni perché preferì andare in pensione e proseguire il suo impegno di storico.
Senza maestri, autodidatta appassionato e coinvolto, è stato una figura atipica del mondo culturale calabrese. Da una giovanile formazione condita di futurismo e di avanguardismo e di altre influenze derivate da cenacoli collegati alla «Voce» di Prezzolini, successivamente, attraverso la lettura dei classici antichi e moderni, dei meridionalisti e del pensiero marxiano e leniniano, acquisì specifiche competenze nella professione di storico.
Le conoscenze avviate nel paese arabo al tempo dell’impresa libica, e rilanciate immediatamente nella nuova residenza da esule, lo stimolarono a indagare sulle relazioni italiane col mondo musulmano. A Tunisi, nei ritagli lasciati liberi dal lavoro, frequentò gli archivi locali, avvalendosi dell’aiuto amichevole di Pierre Grandchamp, insigne paleografo e archivista, specialista di cronache schiavistiche tunisine, al quale si devono il riordinamento e l’analisi dei documenti inediti della Repubblica veneziana e del vecchio consolato di Francia in Tunisia.
Intraprese una ricerca, poco consueta in quegli anni, basata su informazioni di prima mano tali da lumeggiare il periodo barbaresco e mettere al sicuro i documenti dei consolati cristiani e della missione dei Cappuccini italiani. Ha avuto, così, la possibilità di ricostruire, i rapporti della Calabria e di altri Stati italiani con le coste nordafricane nel corso dei secoli e, in genere, con le Reggenze di Tripoli e Algeri. 
I suoi scritti hanno avuto molto credito perché determinanti nel setacciare gli aspetti  socio-economici  delle regioni mediterranee, e segnatamente dell’Italia meridionale. I marinai delle galere amalfitane ai tempi della Repubblica sono stati i primi a commerciare con la Tunisia. 
Centrale il ruolo della Calabria nell’indagine di Riggio. La regione, proiettata nel Mediterraneo, appare sotto una luce diversa, fatta di mobilità, di scambi reciproci,  di mutazione nel paesaggio costiero con le sue torri di guardia, di convertiti o di rinnegati passati all’Islam e viceversa (molti i calabresi, in aggiunta al noto Occhialì). Il concorso apportato alla fondazione degli stati musulmani ha schiuso nuove prospettive, attentamente evidenziate  dalla successiva storiografia nella complessità delle sue dinamiche. 
La sua produzione, protrattasi per diversi anni,  è stata pubblicata in svariate riviste storiche, dall’«Archivio storico per la Calabria e la Lucania» (più di 18 contributi dal 1935) a «Historica», a «Calabria Nobilissima»; da «Oriente Moderno», periodico dell’Istituto per l’Oriente, all’«Archivio storico per le province napoletane», agli «Atti della Regia Deputazione di storia patria per la Liguria», al «Giornale storico e letterario della Liguria», a  «Il Ponte» (numero speciale della rivista offerto alla regione  Calabria, settembre-ottobre 1950), alla «Revue Tunisienne», all’«Archivio storico di Corsica» e alla «Rassegna storica del Risorgimento» (atti del XIX congresso)
Un ulteriore interesse riguarda una storia degli Italiani in Tunisia e i riflessi nel Maghreb degli eventi risorgimentali, momenti che non potevano rimanere estranei alla comunità italiana, la più consistente numericamente e la più rilevante socialmente, per aver solidarizzato con i molti patrioti scampati alla repressione e rifugiatisi in Africa, rendendo le due sponde del Mediterraneo più vicine. Da segnalare una prima biografia di Niccolò Converti, il medico e anarchico calabrese vissuto a Tunisi e non conosciuto di persona perché impeditogli.
L’intenzione di concretizzare il suo progetto storiografico, finalizzato ad approfondire le esplorazioni sulla Tunisia barbaresca (per un redattore dell’«Archivio storico per la Calabria e la Lucania» era divenuto un maestro), non poté essere realizzata.
La fatica e un male inesorabile minarono la sua forte fibra. Morì a 60 anni. (Giuseppe Masi) © ICSAIC 2020

Opere

  • Nel paese di Skanderbeg: 9 dicembre 1915-24 aprile 1917, V. Giannotta, Catania 1918;
  • Ferrovieri calabresi: ricerche e considerazioni sintetiche sulla massa pre-rivoluzionaria, Tip. La Perseveranza, Potenza 1922;
  • Bibliografia sommaria dell’Oriente e dell’Africa, Il Ghibli, Tunisi 1933;
  • Note per un contributo alla storia degli Italiani in Tunisia, Bascone e Muscat, Tunisi 1936;
  • Schiavi genovesi nell’archivio consolare veneto di Tunisi 1779-1784, Stab. Tip. L. Cappelli, Rocca S. Casciano 1939.

Nota bibliografica

  • Saverio Napolitano, Turco- barbareschi e devozione leonardiana nell’Alto Tirreno cosentino  (XV.XVII secolo), «Archivio storico per la Calabria e la Lucania», 2003, pp. 91-112;
  • Mirella Mafrici, Propaganda fide e schiavitù barbaresca: l’attività dei Cappuccini nel Maghreb tra Sei e Settecento, in Schiavitù religione e libertà nel Mediterraneo tra medioevo ed età moderna, a cura di Giovanna Fiume, «Incontri Mediterranei», 1-2, 2008, p. 125n;
  • Valentina Zecca, Una pagina delle relazioni tra Calabria e Nord Africa. Occhialì e il problema dei rinnegati nel XVI e XVII secolo, «Rivista sul Mediterraneo islamico», 1, 2017, pp. 7-24;
  • Necrologi in «Historica», 6, 1951, pp. 173-174; «Calabria Nobilissima», 1-2, 1951, pp. 59-60; «Archivio storico per la Calabria e la Lucania», 1951, fasc. I-IV, pp. 139-141

Nota archivistica

  • Archivio Centrale dello Stato, Ministero Interno, Casellario politico centrale, b.  4322, fasc. 38288.

De Novellis, Fedele

Fedele De Novellis [Belvedere Marittimo (Cosenza), 15 dicembre 1854 – Roma, 21 maggio 1929]

Fedele Giuseppe De Novellis, del galantuomo Gennaro, proprietario terriero, e della gentildonna Adelaide Leo. Ebbe due sorelle, Raffaella e Rosina, e un fratello, Giovanni Battista. Dopo avere studiato a Belvedere Marittimo e a Castrovillari, si laureò in Giurisprudenza a Napoli il 4 novembre 1880.
Dapprima giovane diplomatico in diverse Legazioni, Fedele De Novellis intraprese in seguito una lunga e brillante carriera che lo vide ottenere un seggio alla Camera ininterrottamente per sei legislature, dal 1892 al 1913, eletto nel Collegio di Verbicaro per il gruppo parlamentare di Sinistra guidato da Giuseppe Marcora. Da deputato fu componente della Giunta delle elezioni e Segretario dell’Ufficio di Presidenza della Camera dal 1906 al 1909. Nell’Aula di Montecitorio presentò un progetto di legge, nella XXIII legislatura, mirante alla costituzione di San Nicola Arcella (al tempo frazione del Comune di Scalea) in Comune autonomo, e intervenne nelle varie legislature sui temi del bilancio degli esteri, degli interni, dei lavori pubblici, di grazia e giustizia, nonché sulle questioni inerenti le opere stradali, le comunicazioni ferroviarie con le Calabrie, sull’amministrazione della provincia di Cosenza, sulla fillossera nel circondario di Paola e sull’alluvione di Cosenza. Sui temi di politica estera scrisse con autorevolezza sul quotidiano «La Tribuna» di Roux. E sulla «Nuova Antologia di lettere, scienze ed arti» trattò argomenti come La convenzione anglo-francese. Marocco e Tripolitania (1905), Il Pacifico e le sue lotte (1909), L’Asia centrale e le sue lotte (1910), L’Europa in Africa (1911).
Di notevole rilievo, nel frattempo, fu la sua carriera diplomatica: alunno di prima categoria nell’amministrazione provinciale e quindi funzionario della Prefettura di Roma, in seguito a concorso fu poi addetto di legazione al Ministero degli affari esteri a Belgrado (1884), poi a Lisbona (1886), Costantinopoli (1888), Berlino (1891) e infine Segretario onorario di legazione (1892). Nominato Inviato straordinario e ministro plenipotenziario di II classe a Christiania – oggi Oslo –, dove impiantò la Legazione e si adoperò per favorire i commerci italiani, si dimise da deputato. Collocato a riposo il 30 giugno 1914 per ragioni di servizio e, il 30 dicembre successivo, nominato senatore per la terza categoria (quella composta dai deputati con sei anni di esercizio o dopo tre legislature). Siede dunque al Senato all’interno del gruppo liberale democratico (poi Unione democratica).
La sua nomina fu ben accolta dalla stampa. Ne diede notizia il «Corriere della Sera» il 1° gennaio 1915 e il periodico calabrese «Terra nostra», diretto da Roberto Taverniti, quindici giorni dopo scrisse su di lui: «Tutto ciò del resto, oltre che altamente lusinghiero, è anche veramente meritato, perché non è chi non sappia, solo che abbia avvicinato l’onorevole De Novellis, quali doti preclare egli possegga pur sotto l’infinita modestia della sua persona. Non conosce esibizionismo e odia ogni forma di stolta demagogia, rifugge dalle supine acquiescenze e dai proni consensi, aborre tutte le misere schermaglie e tutti i tentativi obliqui, onde purtroppo palpita il dietroscena della vita politica, rivestiti di sorridenti ipocrisie».
In qualità di senatore si prodigò essenzialmente su questioni finanziarie e fu membro della Commissione per il regolamento interno (1916-1921), della Commissione parlamentare d’inchiesta sulle gestioni per l’assistenza alle popolazioni e per la ricostituzione delle terre liberate (1920-1922) e, infine, della Commissione parlamentare d’inchiesta sull’ordinamento e funzionamento delle amministrazioni centrali, sui servizi da esse dipendenti e sulle condizioni del relativo personale (1921).
Pur conservando il laticlavio a vita, termina i suoi interventi in Senato poco prima dell’avvento del regime fascista. Affiliato alla massoneria, fu inoltre nominato Grande Ufficiale dell’Ordine della Corona d’Italia decorato di Gran Cordone. 
Morì a Roma all’età di 75 anni, lasciando la moglie Vittoria e l’unico figlio, Gennaro, che seguirà le orme paterne e diventerà anch’egli ambasciatore. Fu commemorato al Senato il 23 maggio 1929. Cosenza lo ricordano con una via a suo nome. Alla morte di Gennaro si estinse il ramo dei De Novellis di Belvedere Marittimo. (Luca Irwin Fragale) © ICSAIC 2020

Opere

  • Leggi e condizioni economiche della Serbia nel 1884-85 (Leggi e Finanze – Banche – Commercio), Ippolito Sciolla, Roma 1886;
  • Sulla questione cinese: interpellanza del deputato De Novellis svolta alla Camera dei deputati nella tornata del 2 maggio 1899, Tipografia della Camera dei deputati, Roma 1899;
  • Sul bilancio dell’Interno: discorsi del deputato De Novellis pronunziati alla Camera dei deputati nelle 2 tornate del 23 e 24 giugno 1901, Tipografia della Camera dei deputati, Roma 1901;
  • Sul bilancio degli Affari esteri: discorso del deputato Fedele De Novellis pronunziato alla Camera dei deputati nella 2a tornata del 16 dicembre 1903, Tipografia della Camera dei deputati, Roma 1903;
  • Il commercio italiano di esportazione in Norvegia, Cecchini, Roma 1914;
  • Sulle comunicazioni del Governo. Discorso del senatore Fedele De Novellis pronunziato nella tornata del 4 Luglio 1916, Tipografia del Senato, Roma 1916.
  • Sul bilancio d’agricoltura per l’esercizio 1916-17: discorso del senatore Fedele De Novellis pronunziato nella tornata del 21 giugno 1917, Tipografia del Senato, Roma 1917;
  • Sulle comunicazioni del governo: discorso del Senatore De Novellis Fedele pronunziato nella tornata del 31 marzo 1920, Roma, Tipografia del Senato, 1920

Nota bibliografica 

  • Fedele De Novellis, «Terra Nostra», 15 gennaio 1915;
  • Gennaro De Novellis, Antologia libertina, Trevi, Roma 1976;
  • Aldo Alessandro Mola, Storia della Massoneria italiana. Dalle origini ai giorni nostri, IV ed., Bompiani, Milano 2001, p. 362n;
  • Luca Irwin Fragale, La Massoneria in Parlamento. Primo Novecento e Fascismo, Morlacchi, Perugia, in corso di pubblicazione, ad nomen.

Nota archivistica

  • Comune di Belvedere Marittimo (Cosenza), Registro degli atti di nascita, atto n. 40 del 17 dicembre 1854;
  • Archivio Storico della Camera dei Deputati, Archivio della Camera Regia, Atti parlamentari, Discussioni, Legg. XVIII-XXIII, ad nomen.
  • Archivio Storico del Senato della Repubblica, Archivio del Senato Regio, Segreteria, Fascicoli personali, De Novellis, p. 10;
  • Archivio Storico del Senato della Repubblica, Archivio del Senato Regio, Atti parlamentari. Discussioni, 23 maggio 1929, p. 6.

Casini, Agostino

Agostino Casini (Cosenza, 3 febbraio 1848 – Napoli, 10 gennaio 1892]

Medico-chirurgo e patriota, visse una vita breve e intensa. Di umili origini, nacque da Nicola e da Carmela Scrivani, in una modesta casa di corso Telesio a Cosenza. Studiò al Liceo “Bernardino Telesio” e, dopo avere completato gli studi classici, si trasferì a Napoli con la famiglia e si iscrisse all’università, conseguendo la laurea in Medicina e Chirurgia. All’età di soli 18 anni nel 1867 era partito volontario assieme a Giovanni Nicotera e combatté con ardore giovanile a Mentana tra le fila garibaldine. Tornato a Napoli e laureatosi, fu chirurgo ordinario all’Ospedale Clinico, quindi chirurgo coadiutore all’Ospedale Ravascchieri, all’Ospedale Clinico Chirurgico degli Incurabili e ordinario nell’Ospedale della Pace, direttore dell’Ospedale Gesù e Maria e, infine, professore pareggiato in Patologia chirurgica presso l’Università di Napoli.
Aveva una grandissima abilità nell’operare e già in quei tempi e “osava” intervenire sull’addome e sul torace. Per tale abilità, e giustamente, ebbe una molto vasta rinomamza e si guadagnò la fama di chirurgo “audace”. Carmelo Bruni, altro noto chirurgo calabrese, originario di Parenti, al I Congresso della Società Medico Chirurgica Calabrese, esaltò la figura di Casini, affermando che si era distinto in sala operatoria essendo stato il primo a Napoli a estirpare una milza leucemica e «primo in Italia osò aprire un torace per curarne una caverna tubercolare». Operazioni mai tentate in precedenza. 
Ad alimentare la sua fama contribuì anche «il suo animo aperto e generoso verso il prossimo». Per lui, infatti, come ebbe a dire il presidente della Camera commemorandolo, «la scienza non si confinava alla scuola, era l’esercizio, pieno di abnegazione e di sacrificio, di un altissimo dovere di filantropia; era un sacerdozio consacrato alle cure dell’umanità povera sofferente».
Lo troviamo così a Casamicciola impegnato a soccorrere i feriti dopo il tragico terremoto del 28 luglio 1883. Fondò allora un’organizzazione sanitaria di pronto intervento che denominò Croce Bianca e nel 1884, accorse a Napoli durante l’epidemia di colera, sotto l’insegna della Croce Bianca, meritandosi la medaglia d’oro per l’opera prestata. In quella occasione fu egli stesso contagiato due volte e, in pericolo di vita, sopravvisse per miracolo, e non ancora ristabilito continuò a prestare la propria assistenza, sebbene l’unico suo fratello, Eugenio, fosse caduto vittima del morbo: gli morì tra le braccia. Il disinteresse e l’abnegazione dimostrati, nel 1888 gli valsero anche l’elezione a consigliere comunale di Napoli, ma si dimise da tale carica dopo poco tempo convinto che ogni suo sforzo in favore della città riusciva vano per la costante prevalenza dell’«opportunismo camorristico».
Irredentista repubblicano, seguace delle dottrine mazziniane, era prefetto del Regno quando, nel 1886, pose la candidatura nel collegio di Cosenza II. Per sostenere li candidati radicali – nella stessa tornata elettorale si era presentato anche Roberto Mirabelli ad Amantea –  il 6 maggio il “fratello” Giovanni Bovio tenne un comizio a Cosenza (la massoneria appoggiava, infatti, i candidati del nuovo gruppo radicale e Casini era massone, fondatore nel 1867, con Giovanni Sperandio, della Loggia Egeria di Napoli). Ostacolato dal Governo Depretis e, lottato sia dal prefetto di Cosenza sia dai “pentarchici”, in quella tornata fu sconfitto.
Riuscì, invece, a farsi eleggere nello stesso collegio, nelle elezioni del novembre 1890 (XVIII legislatura) e con votazione plebiscitaria. Alla Camera sedette a sinistra, militando nel Partito Repubblicano, e prese la parola per discutere problemi sanitari e per sostenere la tesi irredentista; parlò anche sul bilancio del Ministero dei Lavori Pubblici. Presentò inoltre alcune interrogazioni tra le quali una sulla ferrovia Metaponto-Cosenza e Metaponto-Cotrone.
Si conosce poco della sua vita privata. Gravemente ammalato, si spense a Napoli giovanissimo, ad appena 44 anni. Giovanni Bovio salutò al cimitero il compagno di fede.
Il 14 successivo venne commemorato alla Camera dei Deputati dal presidente Giuseppe Biancheri che parlò di una molto sentita e grave perdita. E tra l’altro aggiunse: «Di tempra gagliarda e di ferreo carattere, di animo dolce e modesto, generoso e caritatevole, pieno di affetti pei miseri, largo di consolazioni agli afflitti, il Casini fu accompagnato alla tomba da un vero plebiscito di rimpianto, di dolore del popolo napoletano». Parole di compianto su Casini espressero anche i deputati Luigi Miceli che lo definì un grande medico e un grande patriota, Carlo Altobelli (si sono spenti, disse, «un forte intelletto, ed un cuore generoso»), e Francesco Petronio, suo amico e collega («Indole pugnace e fiera, dovette davvero contrare moltissime difficoltà, e sormontandole, si conquistò una fama, che altamente onorò il suo nome presso la gioventù ed il paese»). A essi si associò il presidente del Consiglio Di Rudinì. Il 24 gennaio, poi, un gruppo di giovani suoi estimatori, organizzò a Lungro una solenne commemorazione a cui presero parte numerosi cittadini.
Casini ha lasciato diverse pubblicazioni scientifiche e un anno prima di morire pubblicò un resoconto degli interventi chirurgici da lui praticati all’Ospedale della Pace. In suo ricordo fu posta una lapide marmorea nell’aula della clinica chirurgica dell’Università di Napoli e un busto marmoreo presso l’Ospedale Civile di Cosenza. I cosentini posero questa lapide presso la sua casa: «In questa casa nacque di tenui origini Agostino Casini. E si creò nobile dalla cattedra, alla tribuna. Morte immatura. Gli invidiò la fama. Intorno al feretro riconsacrò incorruttibile l’aristocrazia della mente».
Una piazza di Lungro è a lui intestata. Vie a suo nome esistono a Cosenza e Saracena.  La Loggia massonica di Spezzano Albanese portò il suo nome. È rimasta celebra una sua frase: «Non si cade quando si cade con la propria bandiera» (Pantaleone Andria) © ICSAIC 2020

Opere

  • Elementi di anatomia patologica generale compilati sulle lezioni del dott. Ottone Schroen, 7 vollFlli. Testa, Napoli 1873;
  • Carbonchio e pustola maligna, Giovanni Jovene, Napoli 1880;
  • Lezioni cliniche sulla anemia, clorosi, reumatismo articolare, gotta, emiplegie, dispepsia, sifilide cerebrale, sifilide spinale e paralisi riflesse, o secondarie e infettive di Salvatore Tommasi, raccolte dal dottor Casini Agostino, G. Jovene, Napoli, 1881;
  • Contribuzione alla chirurgia pulmonale. Lettura fatta nell’Accademia medico-chirurgica, Stab. Tip. dell’Ancora, Napoli 1887;
  • Sui provvedimenti igienici e sulla pubblica istruzione della città di Napoli, s.e., Napoli 1889;
  • La chirurgia nelle sezioni dell’Ospedale della pace dirette dal dott. Agostino Casini, Enrico Detken, Napoli 1891;
  • Discorsi pronunciati dal deputato Casini nelle tornate del 20 e 21 giugno 1891Tip. della camera dei deputati, Roma 1891.

Note bibliografiche

  • Atti Parlamentari, Camera dei deputati, Discussioni, 14 gennaio 1892;
  • Commemorazione fatta a Lungro il 24 gennaio 1892. Discorsi, Stab. Tip. Luigi Battei, Parma 1892;
  • Agostino Casini, in «La lotta. Gazzetta di Cosenza», 21 gennaio 1892;
  • Francesco De Simone, In memoria di Agostino Casini. Discorso pronunziato nell’assemblea della Lega Giordano Bruno il 15 gennaio 1893 in Napoli, Filinto Cosmi, Napoli 1893;
  • Pietro Maria Greco, Per la solenne inaugurazione del busto marmoreo di Agostino Casini nella sala dell’armamentario agli incurabili il 21 maggio 1893, Stab. Tip: A. Tocco, Napoli 1893;
  • Carmelo Bruni, Agostino Casini, Ed.“Cronaca di Calabria”, Cosenza 1931;
  • Carmelo Bruni, Un gran chirurgo: Agostino Casini, «Gl’incurabili», giugno 1938, pp. 218-221
  • Rosalia Cambareri, La Massoneria in Calabria dall’Unità al fascismo, Brenner, Cosenza 1998, pp. 63-64.