Adilardi, Saverio

Saverio Adilardi [Nicotera (Vibo Valentia), 14 aprile ì 1829 –  3 aprile 1895]

Nacque a Nicotera, al tempo nella Provincia di Calabria Ultra Seconda (Catanzaro) da Gregorio e da Maria Teresa della nobile famiglia Toro. Rimasto orfano di padre quando era ancora in fasce, venne allevato dallo zio paterno canonico Carlo Cesare, il quale gli diede un’educazione umanistica avviandolo agli studi presso il Seminario di Nicotera. Giovanissimo convolò a nozze con la nobildonna Innocenzia Cipriani di Carlo da cui ebbe numerosa prole che educò al culto della famiglia e della patria: gli ideali che lo animarono nel corso della sua vita.
Personaggio schietto e leale, di forte tempra e di elevato ingegno, pieno di disegni arditi e di nobili sentimenti, formatosi alla cultura liberarle, diffuse le idee mazziniane a Nicotera e nei paesi limitrofi, ottenendo numerose adesioni al movimento liberatore dalla tirannide borbonica. Partecipò alla rivolta di Reggio Calabria e nel 1848, quale luogotenente dell’esercito calabrese formato dal Governo provvisorio della Calabria, si distinse nella battaglia di Filadelfia. Sebbene fosse rigorosamente sorvegliato dalla Polizia borbonica, prese parte alla rivolta di Mileto capeggiata da Antonio Calcaterra, rischiando una dura condanna. «Già era per scoccare l’ora della grande riscossa – così scrisse di lui nell’orazione funebre l’avv. Giuseppe Cipriani – il Messia, il Redentore dei popoli oppressi era arrivato in Sicilia, ed ancora in Calabria, quando un  messo segreto informò Saverio Adilardi che nella notte del 18 agosto del 1860 una buona barca, guidato da Luigi Caruso, porterebbe i fucili  alla foce del Petrace; e mentre le soldatesche del Re Bomba incutevano il terrore, mentre il capitano Caldarelli spiava in Monteleone, podestà del dittatore della tirannide, egli si recò al luogo convenuto (ed io gli fui presente nella difficile spedizione) e col cimento della vita, o per lo meno della libertà, compì il nobile mandato». 
«Saverio Adilardi – è scritto in una Deliberazione del decurionato di Nicotera del 6 febbraio 1861 – non temette pericolo, apostolo dell’idea, propagando i santi principi, volle istituire la compagnia dei volontari nicoteresi». Il 26 agosto 1860, «sbarcato l’illustre Generale nella nostra Marina, fu accolto in casa del barone Cordopatri, ove, dopo il pranzo riposò qualche ora. In serata accompagnato dai volontari al comando dell’Adilardi, che aveva consegnato già alle truppe garibaldine i disertori borbonici della 15.ma linea al comando del sergente Vito Antonio Tassa, salì a Nicotera tra due ali di folla osannante e di bandiere al vento, accolto in casa di Carlo Cipriani, Sindaco, fu presentato alla folla che gremiva la piazza».
Nell’occasione l’Adilardi ricevette dal Generale il titolo di Capitano e venne assegnato al Comando di una Compagnia di Cacciatori calabresi al servizio del generale Stocco. Tenendo fede all’impegno seguì Garibaldi di battaglia in battaglia, partecipò alle imprese più rischiose, come quella del Calderaio, alla resa del’esercito borbonico di Soveria Mannelli e prosegui con le camicie rosse alla marcia trionfale verso il Volturno. In quel lasso di tempo, mentre Garibaldi preparava la strategia per l’ultima battaglia, scoppiò una sommossa a Napoli ed egli ebbe l’incarico di sedare la rivolta. In Piazza Liborio parlò al popolo così bene tanto da convincere i napoletani ad appoggiare l’eroe della liberazione.
Rientrato dalla campagna garibaldina si pose al servizio del Regno per ristabilire l’ordine ovunque ce ne fosse bisogno. Accorse a Rombiolo e liberò quel Comune da una banda di briganti che devastavano la zona; fu presente nel Comune di Joppolo per sedare una sommossa contro il Sindaco; a Limbadi per evitare una guerra cittadina. Nello stesso anno, il Sotto-Governatore di Nicastro, Stocco, gli conferì il grado di Capitano dei suoi volontari, e coadiuvato dai sacerdoti La Tessa e De Pietro (che indossarono la camicia rossa in omaggio a Garibaldi) iniziò a Nicotera una campagna in favore del plebiscito. In data 3 gennaio 1861 dal Governatore di Monteleone fu prescelto a far parte del Comitato di ricognizione per la formazione della Guardia Nazionale e successivamente fu nominato Capitano della seconda compagnia.
Intanto gli venero conferiti incarichi di prestigio: Delegato di Marina, Agente di sanità, Consigliere provinciale, Delegato scolastico. Al culmine della sua carriera, con R.D. del 5 ottobre 1864, ricevette la nomina di Sindaco della sua città per il triennio 1864-1866 e fu riconfermato, con R.D. del 31 gennaio 1867 per il triennio 67/69.
Durante gli anni del suo sindacato, essendo stato soppresso il Seminario vescovile per l’estensione dell’art 35 della legge Siccardi e del successivo R.D. n 3036 che abolì le rendite di tre conventi (di S. Francesco d’Assisi, dell’Annunziata in Nicotera e di Santa Maria ad Nives in San Nicola De Legistis nel comune di Limbadi) si batté per l’istituzione del Ginnasio. L’ispettore scolastico provinciale, cav. Vincenzo Chiodo, incaricato dal Prefetto di Catanzaro, pervenne a Nicotera e prese parte attiva nei due Consigli comunali del 7 e del 9 marzo 1866 in cui si deliberò di istituire il nuovo Ginnasio, senza ulteriore ritardo. Rimaneva da superare la controversia con l’autorità ecclesiastica sia per l’assegnazione dei locali che per i mezzi di mantenimento. Superate le difficoltà, il Consiglio comunale il 17 ottobre 1866 nominò il corpo docente che prese servizio il 5 maggio del 1867. 
Il primo docente fu il deputato Bruno Vinci, il quale designava per testamento olografo del 17 febbraio 1877, depositato presso il notaio Capria Domenico, suo erede universale e particolare di tutti i suoi beni immobili tanto rustici che urbani il Comune di Nicotera, affinché ne destinasse le rendite al mantenimento del Ginnasio-Convitto. 
Adilardi, come sindaco, dedicò la sua attività al miglioramento socio-economico della città, alla fondazione del Teatro Comunale, alla costruzione del Cimitero, alla realizzazione della prima rete idrica e fognante.
Si spense a Nicotera all’età di 66 anni, nel cordoglio generale della cittadinanza. (Pasquale Barbalace© ICSAIC 2021– 10

Nota bibliografica

  • Giovanni Galasso, Garibaldi a Nicotera, Tip. La badessa, Vibo Valentia 1934, pp. 16-17;
  • Pasquale Barbalace, Garibaldi a Nicotera e il garibaldino Saverio Adilardi, nicoterese, «Proposte», dicembre 2007 e «Monteleone», gennaio-fennraio 2008;
  • Garibaldi a Nicotera e la figura del garibaldino Saverio Adilardi, «Mediterranei News», 29 dicembre 2016(https://mediterraneinews.it/2016/12/29/garibaldi-a-nicotera-e-la-figura-del-garibaldino-saverio-adilardi/).

Barillari, Michele

Michele Barillari [Reggio Calabria, 25 ottobre 1872 – Torre del Greco (Napoli), 23 aprile 1965]

Filosofo del diritto, nacque da Bruno, architetto, originario della nota famiglia di artisti di Serra S. Bruno, e da Mariangela Borruto, appartenente alla famiglia reggina dei fratelli Borruto, patrioti condannati in carcere dal Borbone nel 1847.
In seguito a una infermità del padre che rimase cieco, ebbe un’infanzia di sofferenze e di ristrettezze economiche. Al termine degli studi ginnasiali a Reggio Calabria – come egli stesso annota in alcuni appunti biblio-autobiografici pubblicati nel 1965 dopo la sua morte – entrò in confidenza con il professore Antonio Rieppi, docente di lettere greche e latine il quale gli fu generoso maestro e iniziatore negli studi classici, segnalandolo anche al celebre latinista Diego Vitrioli che lo accolse in casa tra i suoi allievi.
Nel 1890, trasferitosi a Messina per frequentare il Liceo classico Maurolico, pubblicò un volumetto di Studi su la Satira latina che raccolse elogi e felicitazioni, tra cui quella dello stesso Vitrioli. Ebbe amici nel circolo dei letterati messinesi, come Gioacchino Chinigò, Eduardo G. Boner, Tommaso Cannizzaro, Italo Giuffrè e Stefano Ribera, direttore della «Gazzetta di Messina».
A quel primo saggio nel 1894 seguì un secondo stampato a Siena col titolo Studi critici, nel quale sono raccolti studi successivi, in cui l’attitudine filologica è collegata con quella speculativa. Con quel volume, tuttavia, la sua fase letteraria può dirsi chiusa. 
Una volta conseguita la licenza liceale, ebbe la necessità di trovarsi un lavoro. Si iscrisse, comunque, in Giurisprudenza all’Università di Messina poiché riteneva che l’avvocatura gli avrebbe consentito l’indipendenza economica. Tale professione non era comunque nelle sue corde. Una volta laureato, infatti, avrebbe voluto scegliere l’insegnamento ma l’ambito diploma gli arrivò con molto ritardo, nel 1899, da parte del Consiglio superiore della Pubblica istruzione, quando già era tornato nella città di nascita e aveva iniziato a lavorare come avvocato collaborando anche ad alcuni periodici locali, «Calabria», organo del partito del deputato Biagio Camagna, e «Ferruccio», «giornale del popolo» di cui fu direttore dal 1899 al 1900.
Dovette a uno dei suoi stimati maestri dell’Università di Messina, il prof. sac. Vincenzo Lilla, il decisivo incoraggiamento a riprendere gli studi puri nel campo della Filosofia del diritto, con un tema nuovo e difficile nella complessa dottrina della «Interpretazione della Legge». Pubblicato in volume nel 1903 col titolo Dell’influenza della filosofia del diritto nella interpretazione della legge, quel saggio gli procurò la considerazione di autorevoli giuristi-filosofi, tra i quali il Pessima, il Filomusi Guelfi, il Fiore. Nello stesso anno si trasferì quindi a Napoli per prepararsi alla libera docenza che conseguì. 
All’Ateneo napoletano nel 1905 gli fu affidato il corso pareggiato di filosofia del diritto. Dal 1905 divenne libero docente al concorso per la cattedra bandito dall’Università di Parma (tenne una lezione su «La influenza del marxismo nella interpretazione della legge»), insegnamento cui, senza protezioni accademiche, affluirono in gran numero i giovani di quel grande Ateneo. 
Fu tentato anche dalla carriera politica. Nel 1905 si candidò per la lista democratica nelle amministrative di Reggio Calabria e nel 1913 fu candidato per il Partito radicale alle politiche nel collegio di Serra San Bruno ma non fu eletto. 
Il suo destino era un altro. Studioso di Vico, Rosmini e Leibniz, dedicò la sua attività principale ai rapporti tra diritto e filosofia. La sua opera più importante ha per titolo Diritto e filosofia (1910-1916). Nel concorso deciso nel 1914, usci in terna con due professori ordinari (Adolfo Ravà e Antonio Falchi) che si contendevano la cattedra di Parma. In base al risultato di quel concorso venne chiamato dall’Università dị Cagliari, dove iniziò la carriera ufficiale nel novembre 1915. Il discorso inaugurale tenuto in quella occasione gli procurò la stima del corpo accademico, particolarmente del rettore, il chirurgo Roberto Binaghi, del pubblico e della stampa, Aveva per titolo: «L’ideale e il reale del diritto», e disegnava la trama metafisica del diritto.
Restò tre anni in quella sede, chiamato con voto unanime, nel 1918, dall’Università di Messina. E, ancora dopo tre anni, l’Università di Catania lo aveva chiamato per succedere al compianto prof. Vadalà Papale, ma rinunziò. Vi andò dopo altri tre anni, nel 1924. La sua permanenza a Catania, tuttavia fu alquanto breve, attratto dalla fondazione dell’Università di Bari, verso la quale si dirigeva la sua aspirazione, soprattutto per trovarsi più vicino a Torre del Greco, dove aveva lasciato la madre con i due figli Bruno e Bianca. Il padre era morto alla fine del 1920.
Col consenso del ministro Fedele, poco più che cinquantenne, poté raggiungere questa aspirazione, e andò a Bari, nel marzo del 1926, come professore di Filosofia del diritto e di Diritto costituzionale (nel 1937 transitò nella seconda disciplina come professore ordinario), con l’incarico di preside per organizzare la nuova facoltà giuridica, alla quale egli dedicò abnegazione ed esperienza, investendo tempo ed energia per farla decollare. 
Più tardi, nel 1935, fu eletto Rettore, incarico che mantenne fino al 1937. Di quel biennio basterà ricordare l’inaugurazione del nuovo palazzo universitario per la facoltà di Economia e commercio, della Biblioteca di facoltà e del busto marmoreo di Maffeo Pantaleoni, che fu il primo direttore dell’antico Istituto superiore e il primo assertore dell’Università di Bari.
A settanta anni, nel 1942, per ragioni politiche fu mandato in pensione. Il riposo in quegli anni drammatici fu, all’opposto, un tormento per la salute e il disagio economico.
Alla caduta del fascismo, comunque, partecipò alla vita politica del Paese e alle elezioni per l’Assemblea costituente si candidò, senza successo, nella lista del Partito repubblicano italiano.
Invitato dal nascente Istituto superiore pareggiato di magistero in Salerno, per tre anni (1945-1948) insegnò «Storia della filosofia», pubblicando la prolusione e le lezioni. Con una serie di articoli collaborò in quegli stessi anni a «Il Giornale», quotidiano di Napoli e alla rivista «Cultura e Azione» di Vito G. Galati.
L’Ateneo barese lo insignì del titolo di professore emerito. Nel 1957 partecipò al Congresso di Filosofia del diritto a Catania con una relazione sul «Diritto della vita dello spirito» e scrisse un saggio critico sulla «Rechtslehere» kantiana pubblicato sulla «Rivista internazionale di filosofia del diritto».
Il riconoscimento tardivo dell’opera compiuta a Bari gli venne col governo repubblicano, su proposta del ministro Aldo Moro, già studente di quella Università, con la medaglia di oro dei benemeriti della Scuola, dell’Arte, della Cultura.
Lontano da cenacoli e da interessi mondani, fu presidente della Società di storia patria per la Calabria negli anni Trenta, e appartenne all’Accademia Peloritana di Messina, all’Accademia cosentina, e a quella di Scienze di Bari.
Ritiratosi a Torre del Greco, morì all’età di 93 anni. (Leonilde Reda, sulla base degli Appunti biblio-autobiografici del biografato) © ICSAIC 2021 – 10 

Opere

  • Studi su la Satira latina, Tip. dell’Epoca, Messina 1890;
  • Studi critici, Tipografia cooperativa, Siena 1894;
  • Dell’influenza della filosofia del diritto nella interpretazione della legge, Stab. tip. Francesco Morello, Reggio Calabria 1903;
  • Criteri preliminari circa il metodo, Tip. della R. Università, Napoli 1910;
  • Sul concetto della persona giuridica. Contributo alla teoria filosofica della persona, E. Loescher, Roma 1910;
  • Diritto e filosofia, Tipografia della R. Università (poi L. Pierro), Napoli 1910-1912;
  • Criteri gnoseologici, L. Pierro, Napoli 1912;
  • La dottrina del diritto di Goffredo Guglielmo Leibniz, Federico Sangiovanni & Figlio, Napoli 1913;
  • L’ideale e il reale del diritto (discorso pronunziato per l’inaugurazione dell’anno accademico nella R. Università di Cagliari il 14 novembre 1915), Tipografia Pietro Valdès, Cagliari 1916;
  • Diritto razionale e diritto positivo come problema filosofico, Tip. F. Sangiovanni, Napoli 1919;
  • Per l’interpretazione vichiana della storia, Tipografia D’Angelo, Messina 192;
  • Il principio del diritto: Antonio Rosmini (a cura di), G.B. Paravia, Torino 1924;
  • Studi sul diritto naturale, F.lli D’ecclesia, Bari 1935;
  • Il diritto pubblico del Romagnosi, Cressati, Bari 1936;     
  • Francesco Fiorentino (quindicesima lettura di storia letteraria calabrese alla Biblioteca comunale di Reggio Calabria, 28 maggio 1933), Ed. di propaganda, Reggio Calabria 1933;
  • La filosofia di Leibniz e l’idea etica dello stato (Prolusione al corso di Storia della Filosofia letta il 12 dicembre 1945, nell’ Istituto superiore di magistero pareggiato in Salerno, Lino-tip. M. Spadafora, Salerno 1947.

Nota bibliografica

  • Studi in onore di Michele Barillari, Cressati, Bari  1937;
  • Appunti biblio-autobiografici, «Brutium», aprile-giugno 1965;
  • Luigi Aliquò Lenzi e Filippo Aliquò Taverriti, Gli scrittori calabresi, Vol. I, Tip. Ed. Corriere di Reggio, Reggio Calabria 1972, pp. 102-107;
  • Bruno Barillari, Michele Barillari, «Cronaca di Calabria», 30 maggio 1965;
  • Franco Tamassia, Barillari, Michele, Dizionario Biografico degli Italiani, Vol. 34, Roma 1988;
  • L’Università di Bari fra Otto e Novecento: politica, società e cultura, «Annali di storia delle università italiane», 17, 2013, passim;
  • Vittorio Marzi, I rettori dell’Ateneo barese (1925-2015), Adda editore, Bari 2015, ad indicem.

Capizzano, Achille

Achille Capizzano [Rende (Csennza), 11 maggio 1907 – Roma, 28 luglio 1951]

Figlio dell’omonimo Achille e di Annunziata Greco, nacque in una famiglia numerosa e modesta: il padre vendeva carbone e faceva anche il calzolaio per arrotondare, la madre faceva piccoli lavori di sartoria. Rimane orfano di madre a 4 anni e di padre a 11. Dopo il decesso improvviso della sorella Aida, insegnante elementare, avvenuto nel settembre 1922, dice: «Mi …venne… tolto l’unico aiuto che avessi al mondo», in quanto lei si era necessariamente sostituita alla madre nel compito educativo del fratello. Frequentò il ginnasio e nel frattempo si divertiva ad acquerellare i suoi primi disegni (L’Annunciazione e alcune Marine copiate dai lavori della sorella, poetessa e pittrice dilettante). Queste sono state le prime rivelazioni della sua tendenza artistica. 
Riprende gli studi interrotti, ma frequenta la Scuola Industriale e conosce l’intagliatore Prof. Esposito. In seguito concorre alla borsa di Studio del Legato Pezzullo e, grazie alla vincita, dal 1923 in poi, riesce a raggiungere Roma e a frequentare il Liceo artistico e l’Accademia di Belle Arti. Dal 1927 al 1930 partecipa, all’Accademia ai corsi di Decorazione sotto la guida del maestro Ferruccio Ferrazzi, insegnante di pittura murale e scultore, col quale non vi furono mai buoni rapporti a seguito di non precisati “contrasti”, mai chiariti negli appunti vergati da Capizzano. 
Nel 1920 esegue i primi lavori per conto del Prof. Paolo Paschetto, suo insegnante di Ornato disegnato al Liceo Artistico col quale collaborerà per l’esecuzione degli affreschi, nello studio del Ministero di Educazione Nazionale. È l’inizio della sua grande affermazione come pittore decorativo, che lo porterà ad alti traguardi negli anni successivi, quando, nel 1929, concorre – con lo scultore Andersen – all’esecuzione del monumento a Cristoforo Colombo per la Repubblica Dominicana. Dopo di che lo troviamo impegnato in molti concorsi accanto ad artisti già noti dell’ambiente romano, fra i quali il famoso architetto Luigi Moretti.
Dagli stilisti e dalle boutique riceve incarichi, dal 1930 in poi, per l’esecuzione di affreschi e ceramiche, nonché per articoli di pelletteria e cartoleria. Diventerà così un “grafico” e fonderà col Moretti il «Centro d’Arte» per la progettazione di arredi di pubblicità e decorazioni, fra le quali copertine di riviste, cartelli, mattonelle e addobbi.
Nel 1933 esegue l’affresco per la Sala delle adunate della Casa del Fascio di Monte Sacro, poi per la GIL di Piacenza e di Trastevere; nel 1934 lavora per la GIL di Trecate e per il progetto del Palazzo del Littorio in Via dell’Impero nella capitale. Nello stesso anno esegue il mosaico alla Fontana della Sfera al Foro Mussolini e nel 1936 gli affreschi nell’Accademia della Scherma e i mosaici sul Viale dell’Impero.
Nel periodo 1937-1940 esegue altri lavori per il Regime Fascista a Roma.
Nel 1932 sposa Finella De Paola e diventa padre di tre figli, Mirella, deceduta ad appena 7 mesi, Anna e Giuseppe, rispettivamente nati nel 1934 e 1937.
Nel 1939 diventa Assistente alla Cattedra di Ornato al Liceo Artistico di Roma, tenuta dal titolare Prof. Paschetto, e poi docente nello stesso istituto dal 1949 al 1951.
Nel 1941, insieme a Gentilini e a Quaroni, vince il concorso per i mosaici parietali del Palazzo del Congressi all’E 42 a Roma: opera che non sarà mai ultimata a causa degli eventi bellici. 
Mantiene i contatti con la Calabria e partecipa alle rassegne d’arte regionali. Nel 1938 vince il «Premio del Duce» a Cosenza alla V Mostra Sindacale d’Arte. Nel 1942 diviene protagonista del «Premio Città di Cosenza», città dove espone i bozzetti per i cartoni dei mosaici al Palazzo dei Ricevimenti e Congressi dell’E 42.
Dal 1942 al 1943 esegue, per l’architetto Adalberto Libera, la decorazione dell’Albergo Mediterraneo a Roma. 
A causa dei bombardamenti anglo-americani su Roma, città aperta, nel luglio 1943, intensifica i suoi viaggi in Calabria, e dopo la Liberazione, a Rende e a Cosenza espone al Gran Caffè Renzelli nell’ottobre 1944. Nello stesso anno riceve un premio dell’Accademia di S. Luca e inaugura una mostra personale a Roma. Nel 1945 si ferma a Rende per sette mesi ed esegue le decorazioni in casa del dottor Principe. Ritorna a Roma e sotto gli auspici della Democrazia Cristiana, espone per la sezione del «Bianco-Nero» alla II Mostra d’Arte Contemporanea presso la Galleria Gregoriana di Roma. Poi decora il Cinema Rivoli dove nel 1946 dipinge la tela «L’assalto alla diligenza» ora al Museo del Presente di Rende e «Il carro di Apollo». 
Nel 1947 compone il manifesto per la I Mostra d’Arte Sacra Calabrese in onore del 3° Congresso Eucaristico Regionale. Insieme a Angelo Savelli, Ciardo e Barillà, partecipa alla Biennale Calabrese della «Mattia Preti». Due anni dopo ottiene la Cattedra di Ornato disegnato del Liceo Artistico di Roma e partecipa alla III rassegna d’arte, patrocinata dalla Democrazia Cristiana per la pittura in bianco e nero ed esegue i cartoni per la ceramica nel Bar Cigno, i mobili e gli affreschi nella Sala Capri dell’Hotel Hasseler di Roma e lavora all’affresco della Cupola della Chiesa di S. Maria di Costantinopoli a Rende.
Il 28 luglio 1951, inopinatamente conclude in modo prematuro (all’età di soli 44 anni!) la propria esistenza, a seguito di un banale intervento chirurgico  nel Policlinico Italia di Roma. Resta così un vuoto grande e doloroso nel panorama dell’arte nazionale in genere e calabrese in modo particolare.
A cura di Maria Brunetti e Tonino Sicoli, con i testi di Emilio Crispolti e Alessandro Masi, la Casa Editrice dei Fratelli Palombi, ha pubblicato nel 1998 un volume, riccamente illustrato dalla riproduzione a colori e in bianco e nero dei tanti suoi disegni e opere, fra le quali è opportuno citare le seguenti: Doppio ritratto; Schizzi per la «Storia d’Ulisse» (eseguiti alla Frangipane, cioè col tratto guizzante e gentile quanto sintetico e preciso); «Achille» in uniforme di guerriero; «Natura morta» con vasi dal profilo monumentale; «Disegni e studi per le allegorie dell’Impero»; «La Vittoria»; «Frontespizio di pagella scolastica del 1942»; «Ex libris»; Progetto di copertina per la rivista cosentina «Calabria Nobilissima» di Mario Borretti. 
Rende lo ricorda con un Centro per l’Arte e la Cultura «Achille Capizzano», inaugurato nel1997. Una via di Roma porta il suo nome. (Biografia redatta da Ugo Campisani, adattata per il Dizionario e pubblicata per gentile concessione dell’editore Pellegrini di Cosenza) © ICSAIC 2021 – 10 

Nota bibliografica essenziale

  • Mario Borretti, In memoriam: Achille Capizzano, «Calabria nobilissima», V, 1-2 (gen./mar. 1951), p. 57-58;
  • Vincenzo Perugini, Achille Capizzano pittore, Pellegrini. Cosenza 1966;
  • Patrizia Jerace, Achille Capizzano – Appunti per un Percorso, Tesi di laurea in DAMS, Università della Calabria, a.a. 1995-1996;
  • Maria Brunetti e Tonino Sicoli (a cura di), Achille Capizzano 1907 – 1951, Fratelli Palombi Editori, Roma 1998;
  • Sergio Frau, Capizzano, la vita in un mosaico, «La Repubblica», 3 agosto 1998;
  • Ugo Campisani, Artisti calabresi. Otto-Novecento. Pittori – Scultori – Storia – Opere, Pellegrini, Cosenza 2005, pp. 75-86;
  • Flavia Vignati, Achille Capizzano – I Mosaici del Foro Italico”, Accademia delle Belle Arti di Roma, Corso di Decorazione 2007-2008;
  • Tonino Sicoli e Massimo Di Stefano (a cura di), Achille Capizzano. Arte Pubblica e Arte Privata, Edimond, Città di Castello 2010;
  • Stefania Tavolaro, Achille Capizzano – 1946 “Assalto alla diligenza al Cinema Rivoli di Roma”, Tesi di aurea in DAMS, Università della Calabria, a.a. 2015-2016;
  • Antonietta De Fazio, La Calabria e i suoi artisti. Dizionario dei pittori (1770-1930), Rubbettino, Soveria Mannelli 2020, pp. 71-73.

Nota archivistica

  • Archivio privato Giuseppe Capizzano

De Maio, Domenico

Domenico De Maio [Polistena (Reggio Calabria), 14 gennaio 1929 – Milano 24 ottobre 2006]

Vulcanico psichiatra calabro-milanese, come è stato definito, nacque dal palmese Vincenzo, a quel tempo direttore dei lavori dell’edificio scolastico di Polistena, e da Pasqualina Angilletta.
Ultimate le scuole elementari, si trasferii dai nonni paterni a Palmi dove frequentò le cinque classi del Ginnasio, mentre la famiglia passava da un trasferimento all’altro seguendo il programma di edilizia popolare e scolastica avviato dal governo fascista: Ricadi, S. Pietro a Maida, Seminara, Melicuccà, Sinopoli, Cittanova. Nel 1945, la famiglia si trasferì a Reggio, dove l’anno dopo egli conseguì la maturità classica presso il Liceo “Tommaso Campanella”. Nello stesso anno, si iscrisse alla facoltà di Medicina dell’Università di Messina dove frequentò i primi due anni, tra enormi difficoltà: «Il tragitto Reggio-Villa San Giovanni era una vera e propria avventura, si viaggiava sui carri merci, quindi all’impiedi e, una volta a Villa, l’imbarco non avveniva sulle agili navi traghetto quasi tutte in fondo al mare, bensì sugli scomodi zatteroni da sbarco lasciati dagli americani. Che, nelle condizioni di mare lungo, imbarcavano acqua da prua e riversavano da poppa», scrisse in una breve nota biografia destinata al Centro Studi Polistenesi, qui ampiamente utilizzata.
Nel dicembre del 1948, il padre ottenne il trasferimento a Milano. Si iscrisse al terzo anno di Medicina, continuando e portò a compimento gli studi iniziati a Messina, laureandosi e specializzandosi. E a Milano percorse tutta la carriera professionale da assistente volontario fino a primario (a 41 anni). 
Nel 1950, ancora, a Milano conobbe Anna Maria Rovere, figlia di Giuseppe, appartenente alla famiglia Rovere di Laureana di Borrello ma del ramo originario di Polistena, e di Amelia Sansone. L’incontro con Anna Maria, a sua volta studentessa presso il Conservatorio di Musica «Giuseppe Verdi», fu una meteora che ricomparve, anni dopo, lui già medico e alle prese con l’avvio della carriera, lei affermata soprano della Scala, dove debuttò a 23 anni, e dei più importanti teatri d’Italia e di Europa. Il secondo incontro fu decisivo per il comune destino: dal matrimonio celebrato a Milano nel 1959 nacquero Vincenzo Maria e Stefania che gli diedero la gioia di Chiara, Sofia e Andrea.
Segretario a partire dal 1972 della Sinpf, la Società di neuropsicofarmacologia – in quegli anni era direttore del Centro di pronto intervento per malattie nervose e mentali Riccardo Bozzi – curò con dedizione l’archivio della società scientifica, preservando così una documentazione di alto interesse storico-scientifico.
Nel 1978 a seguito dell’entrata in vigore della «Legge Basaglia» passò all’Ospedale Fatebenefratelli di Milano dove ricopri il ruolo di primario del neoservizio psichiatrico di diagnosi e cura e anche di responsabile dei centri psicosociali di tre zone di decentramento.
Nel 1985 ha istituito il «Centro per la terapia della depressione con sali di litio» che ha ottenuto risonanza internazionale e che è tuttora in attività.
Psichiatra tra i più considerevoli d’Italia conosciuto a livello internazionale sia per i suoi approfonditi studi sia per la sua umanità. Il suo principale campo di studi e di ricerca è stato quello neuropsicofarmacologico, seguito dall’impiego del Litio nei disturbi dell’umore e del comportamento, dalle tossicodipendenze alcolica (già nel 1971 affrontava uno studio sulle tossicomanie giovanili con il relativo interessamento di organi e apparati) ma anche da droga, dall’epilessia, dalla cronobiologia, dal suicidio e anche dagli aspetti psicologico-psichiatrici da tumore.
Ha tenuto corsi, seminari e lezioni di Psicopatologia e di Neuropsicofarmacologia presso la Scuole di Specialita’ in Psichiatria e in Neuropsichiatria infantile dell’Università di Milano per studenti in Medicina.
La sua attività Societaria si può così riassumere: Co-fondatore della Società Italiana di Neuropsicofarmacologia, di cui è stato segretario dal 1966 al 1998; Co-fondatore e consigliere della Società taliana di Cronobiologia: Co-fondatore della Società Italiana di Aggressologia; Membro della New York Academy of Science; Membro del Collegium Internationale Neuropsychopharmacologicum; Membro dell’European College of Neuropsychopharmacology; Co-fondatore del gruppo di Studio di Neuro-Psico Farmacoterapia Oncologica. 
In pensione nel 1998 nello stesso anno gli fu conferito il titolo di primario emerito ed è stato eletto presidente del Collegio dei Primari. 
Fu pubblicista iscritto all’Ordine dei Giornalisti della Lombardia. Nel 2002 fu nominato Presidente dell’Associazione Calabresi a Milano e amici dei Calabresi.
Tra i riconoscimenti e premi ricevuti, vanno segnalati quelli di Commendatore dell’Ordine della Repubblica, su proposta del Presidente del Consiglio On. Giuilo Andreotti; Premio ex aequo «Farmila» per una monografia sugli effetti terapeutici dello zolfo; Premio «Beduschi 1967» dell’Amministrazione Provinciale di Milano per la monografia Le Allucinazioni Olfattive dei Malati Psichici; Premio Internazionale «La Madonnina» 1985 per le Scienze Mediche; Premio Elleboro 1989 per «Dutur Di Matt» riservato ai medici scrittori; Premio «Anassilaos 2001» a Reggio Calabria nel 2001.
Sono state tante le sue pubblicazioni, oltre 170. Non ultima la sua collaborazione durata per anni alla pagina di Medicina del quotidiano milanese «il Giornale».
Dagli anni Sessanta in poi la sua calabresità ha rpreso il sopravvento e, oltre ad affrontare e pubblicare anche temi di interesse calabrese, ogni occasione era buona per tornarvi. Il suo rinnovato legame e l’affetto per la città natale che nel 1991 gli conferì il «Premio Città di Polistena», si tradusse, oltre che nell’organizzazione di diversi congressi e dibattiti di psichiatria cui hanno partecipato i più grandi studiosi di tutto il mondo, anche nella donazione, alla locale Biblioteca Comunale, di tutti i suoi libri e documenti (migliaia e migliaia di volumi), provvedendo a spedire, di volta in volta e a proprie spese, pacchi e pacchi contenenti la prima parte della donazione. In seguito al suo decesso una seconda donazione è stata elargita dai figli Stefania e Vincenzo De Maio.
Una via a suo nome è stata intitolata a Polistena. (Giovanni Russo) © ICSAIC 20121 – 10 

Opere

  • Juqueri. Esperienza psichiatrica di un artista presso un Ospedale Psichiatrico di San Paolo Brasile, Italseber Editore, Milano 1962;
  • Le allucinazioni olfattive dei malati psichici, Quaderni di «Acta neurologica», Napoli 1966;
  • Le tossicomanie giovanili. Contributo clinico-epidemiologico, psicopatologico, bioumorale e terapeutico, Il pensiero scientifico, Roma 1976;
  • Aspetti cronobiologici in neuropsichiatria, Il pensiero scientifico, Roma 1984 (con la collaborazione di A. Angeli et al.);
  • Mastriceddru (Fra cronaca e storia: 1928-1948), Campisi, Vicenza 1985;
  • Dutur di matt: (1948-1958: tra storie e cronache), Perego, Milano 1987;
  • Psichiatria, in Enciclopedia “Medicina e Salute”, Fabbri Editore, Milano 1988 (pp. 1-335);
  • Fanòi. Calabria, Musulmani, Torri Costiere, Edizioni Bolis, Bergamo 1990;
  • Litio. Vademecum farmaco terapeutico, Il Pensiero Scientifico Editore, Roma 1990;
  • La malattia mentale nel medioevo islamico, Edizione del Corriere medico, Milano 1993;
  • Agropsichiatra, Perego, MIlano 1995;
  • Il suicidio; compendio storico, clinico, casistico, biologico e terapeutico, Il pensiero scientifico, Roma 1997 (con Roberto Guiducci e Franco Vaccaneo);
  • Il Cardinale Fabrizio Ruffo tra psicologia e storia, Rubbettino, Soveria Mannelli 1999;
  • Anna Maria Rovere: la nipote di StesicoroBiografia di un soprano, Laruffa, Reggio Calabria 2000;
  • Imitando Didone. La morte volontaria di personaggi della realtà, della letteratura e della mitologia, Franco Angeli,Milano 2001 (con Cristina Bolla);
  • La solitudine sociale, Omega, Milano 2001 (con Roberto Guiducci);
  • San Rocco, l’uomo e il santo. Peste, leggende, storia e devozione, Laruffa Editore. Reggio Calabria 2003 (con Maurizio Lopresti);
  • Percorrenze. Tabella autobiografica di un “viaggio”, nella molteplicità di vicende e significati di una vita, Laruffa Editore, Reggio Calabria 2003;
  • Turbamenti olfattivi. Odore di femmina, di malattia, di malato, di santità, Laruffa Editore, Reggio Calabria 2005;
  • Scendere dalla vita. Dizionario di suicidi illustri, Laruffa, Reggio Calabria 2015, postumo (con Nicoletta Elli).

Nota bibliografica

  • De Maio, una vita dedicata alla psichiatria, «Il Giornale», 26 ottobre 2006
  • Viaggio nel suicidio e nella follia. Intervista postuma a Domenico De Maio, «Fondazione Mediterranea» 22 marzo 2009, http://www.fondazionemediterranea.eu/pubblicazioni/archivio/yo-pienso-y-es-asi/item/351-viaggio-nel-suicidio-e-nella-follia.html

Escobedo, Gennaro

Gennaro Escobedo [Reggio Calabria, 14 aprile 1868 – Roma, 30 marzo 1942]

Nato postumo da Gennaro, maestro di musica, e da Felicia Cambria che si erano sposati il 22 giugno 1867, fu accolto in casa degli zii Cambria. Ebbe un’infanzia triste e una giovinezza solitaria ma crebbe in mezzo ai libri della ricca biblioteca di Domenico Cambria, sviluppando l’amore per lo studio e nutrendo sin da adolescente una forte passione per la letteratura e la poesia. Superò brillantemente tutte le prove, scrivendo senza sosta versi e novelle che portarono quando aveva 18 anni, alla pubblicazione del volumetto Sonetti d’amore (1886). Dopo gli studi primari e quelli secondari al Ginnasio-Liceo Tommaso Campanella di Reggio Calabria, si iscrisse all’Università di Napoli dove si laureò in Giurisprudenza. Rientrato a Reggio cominciò a esercitare con successo la professione legale, debuttando in Corte d’Assise a fianco dell’insigne penalista Carlo Castellani. Ma molto presto si trasferì a Roma. Aveva con sé 50 lire donategli dallo zio Domenico che gli bastarono solo per il primo giornio trascorso nella capitale. Dopo le iniziali difficoltà di inserimento, che gli fecero temere un rientro “forzoso” a Reggio, trovò ospitalità in una modesta famiglia che apprezzava la sua esuberanza. La fortuna l’aiutò e aprì uno studio in un villino di via Giovanni Nicotera, senza mai più fare ritorno nella città natale. Pubblicò allora i suoi primi studi nella rivista «Cassazione penale» diretta da Enrico Pessina e Camillo De Benedetti, e nel «Foro Penale» diretto da Filippo Lopez, aiutando con i primi ricavi anche le sue due zie rimaste a Reggio Calabria.
Sposato, ebbe tre figli.
Grande cultore e animatore del diritto penale, di profonda cultura e di grande probità, non tardò davvero ad affermarsi come uno dei migliori avvocati d’Italia. Il successo professionale lo accompagnò per tutta la vita,
Assieme a Giovan Battista Impallomeni e Vittorio Sciarra, nel 1895 è fondatore della rivista di diritto e procedura penale «La Giustizia penale» di cui fu direttore, rivista che – come ricorda Gaetano Cingari – «s’inseriva in un momento decisivo, all’indomani dell’entrata in vigore del codice Zanardelli, nel duro scontro tra “La scuola positiva” di Ferri e la “Rassegna Penale” di Lucchini»
Questa rivista critica settimanale di dottrina, giurisprudenza e legislazione (ancora in vita dopo 125 anni), diretta dopo di lui dal figlio Giorgio, anche lui avvocato di prestigio, fu la sua cattedra dalla quale quotidianamente insegnava, specialmente con le sue rubriche Note a sentenza, Le sue memorie difensive che costituivano vere e proprie buone vie monografie nelle quali sapeva elevarsi dalle esigenze del patrocinio alle più geniali costruzioni giuridiche, Additando le vie maestre per l’adeguamento dei principi alla vita del diritto (Riello). Temi giuridici venivano affrontati anche in un’ottica psicoanalitica.
Sarebbe lungo fare l’elenco delle “Memorie” messe a stampa, ben 946, dal gennaio 1892 al marzo 1942. Molte riguardano i più clamorosi processi di quei tempi, da quello di Giuseppe Musolino a quello di Mulas, un caso in cui «si projettò l’ultimo e forse più fulgido [suo] trionfo professionale, come segnalò la rivista «La Scuola positiva». Centinaia di studi, articoli e note sono sparsi su molte riviste professionali.
Allo scoppio della Seconda guerra mondiale nel suo studio si riunivano giovani e meno giovani collaboratori della rivista, tra cui Giuliano Vassalli, tutti delle stesse idee e di sentimenti antifascisti.
Mori all’improvviso la mattina del 30 marzo 1942. Aveva 74 anni. «Eminente avvocato penalista di doviziosa cultura, di fine dialettica, di prodigiosa attività», come è stato scritto di lui, la sua scomparsa fu un gravissimo lutto per gli studiosi di diritto penale. Il grande penalista Alfredo De Marsico, parlando in memoria del collega, disse: «difese la libertà altrui, difendendo soprattutto la sua, col tenersi lontano dagli schieramenti di parte. Della funzione civile dell’avvocatura la sua vita fu una testimonianza ininterrotta; il suo patrocinio non era concesso o negato secondo che tra lui e chi lo chiedesse, tra lui e la causa, esistesse o mancasse una consonanza di pregiudiziali politiche, ma secondo che a lui, combattente del diritto, si offrisse o meno un motivo per intervenire. Nel suo studio s’incontravano uomini di ogni fede avvicinati da un unico bisogno, un bisogno di giustizia, ed il suo studio diventava idealmente un punto di partenza ed un punto di arrivo per tutti costoro, una fucina di quelle verità giuridiche che avanzano tutti i dissensi e ne coronano la soluzione. E una volta che si trattò di strappare un misero pastore sardo, assolto dalla Corte di Assise di Sassari da una imputazione che avrebbe portato alla condanna a morte, all’assalto che, in segreta intesa, gli muovevano per le vie procedurali il presidente con una sentenza congegnata per l’annullamento (sentenza suicida) e il procuratore generale col suo ricorso contro l’assoluzione, egli trasformò la causa in una crociata per la lealtà nella funzione giudiziaria, lanciò un appello di collaborazione a giuristi italiani e stranieri, accatastò sul banco dei giudici memorie su memorie, distribuì le ultime, con nuove impostazioni e nuovi argomenti, perfino dopo la discussione in udienza. E fu l’ultima vittoria: fu spezzato dalla grandezza dello sforzo e dall’ansia, o abbattuto dalla vertigine della cima oltre la quale nessun ‘altra causa egli pensava avrebbe potuto sospingerlo». (Pantaleone Andria) © ICSAIC 2021 – 10 

Opere principali

  • Sonetti di amoreSettembre 1886, Tip. P. Siclari, Reggio 1886; 
  • Pel ritorno in Napoli de’ feriti di Santi e Dogali, Tip. P. Siclari, Reggio 1887;
  • Commemorazione di Giordano Bruno, Tip. P. Siclari, Reggio 1889 (II ed., L. da Vinci, Città di Castello 1936;
  • La scienza del ricettatore della gravità del reato principale e delle sue qualifiche, Camera dei Deputati, Roma 1894; 
  • Volontarietà delle aggravanti dei delitti ed in ispecie della ricettazione, Camera dei Deputati, Roma 1894;
  • Ancora sulla volontarietà nelle aggravanti dei delitti e in ispecie della ricettazione, Lapi, Città di Castello 1894; 
  • Della natura giuridica del tentativo di subordinazione, Giacchetti, Prato 1895; 
  • La violenza sulle cose nell’esercizio arbitrario. Teoria e pratica, Giacchetti, Prato 1895; 
  • La Corte di Cassazione penale nel suo odierno funzionamento delle progettate riforme, Giacchetti, Prato 1901; 
  • Il titolo per la costituzione di parte civile specie in rapporto ai sindacati professionali: saggio critico sugli art. 3-4-5-9 del progetto di Codice di procedura penale italiano, L. da Vinci, Città di Castello 1912;
  • La cosa giudicata penale nel giudizio penale: in difesa dell’avv. Arturo Candian, L. da Vinci, Città di Castello 1924;
  • Memoriale a S.E. il Primo Presidente della Corte di Cassazione di Roma, Ferraiolo, Roma, 1931;
  • Altro memoriale a S.E. il Primo Presidente della Corte di Cassazione del Regno, Roma, 1931;

Nota bibliografica

  • Giorgio Escobedo, In commemorazione di Gennaro Escobedo, in Scritti in onore di Gennaro Escobedo, «La Giustizia penale», Parte Prima, XLVIII, 1942, pp. 157 e sgg.;
  • M. Escobedo, In commemorazione di Gennaro Escobedo, in Scritti in onore di Gennaro Escobedo, «La Giustizia penale», Parte Prima, XLVIII, 1942, pp. 161 e sgg.;
  • L. Ferrara, In commemorazione di Gennaro Escobedo, in Scritti in onore di Gennaro Escobedo, «La Giustizia penale», Parte Prima, XLVIII, 1942, pp. 215 e sgg.;
  • Italo Grasso Biondi, La medicina legale nell’opera giuridica di Gennaro Escobedo: in memoriaL. da Vinci, Città di Castello 1943;
  • Alfredo De Marsico, Voci e volti di ieri, Laterza, Bari 1948, ad vocem;
  • Filippo Aliquò Lenzi – XX Aliquò Taverriti, Gli Scrittori calabresi, I, Corriere di Reggio, Reggio Calabria, 19XXXX, pp. 289- 291;
  • Gaetano Cingari, Reggio Calabria, Laterza, Bari 1988, p. 162;
  • Alfredo De Marsico, Toghe d’Italia, Laterza, Bari 1982, ad vocem;
  • Gaetano Sardiello, Contro Crea e Gironda; Il viandante e la via; Magistrati e giurati; Mondo antico forense di provincia, Giuffrè, Milano 2010, pp. 259-261.
  • Claudia Storti, Escobedo, Gennaro, in Dizionario biografico dei giuristi italiani (XII-XX secolo), a cura di I. Birocchi, E. Cortese, A. Mattone, M. N. Miletti, vol. I, il Mulino, Bologna 2013, pp. 803-804;
  • Floriana Colao, Luigi Lacchè e Claudia Storti (a cura di), Gennaro Escobado, in Giustizia penale e politica in Italia tra Otto e novecentoModelli ed esperienze tra integrazione e conflitto, Giuffrè editore, Milano 2015, pp. 430 n., 442-444.

Perpiglia, Marco (“Pietro”)

Marco Perpiglia (“Pietro”) [Roccaforte del Greco (Reggio Calabria) 13 ottobre 1910 – 23 ottobre 1983]

Secondo di sei figli, nacque da Rocco e da Caterina Sergi. La madre era figlia di Marco Sergi, un vecchio garibaldino che nel 1862, a 17 anni, aveva raggiunto Garibaldi in Aspromonte. Dopo le elementari, il padre lo affidò a don Domenico Spanò, stimato sacerdote, nominato canonico-teologo dal vescovo Cognata di Bova. Seguì con interesse le lezioni del sacerdote.
All’età di 17 anni venne convocato in caserma dai Carabinieri e fu sottoposto a un interrogatorio e accusato di disinteresse verso il regime. Rispose che il suo tempo era impegnato nelle terre del padre con i fratelli e quindi non aveva tempo di interessarsi di politica. I carabinieri lo minacciarono, ed egli espresse allora il suo pensiero facendo presente che col fascismo la gente era sempre più povera, camminava scalza e in una casupola vicina un ammalato stava morendo perché i familiari non avevano neanche un soldo per comprare una pastiglia di chinino.
Da allora diventò antifascista e continuò a esserlo per tutta la vita. Si iscrisse al Partito comunista. 
Ancora minorenne s’innamorò di Giuseppina Russo che sposò nel 1930 dopo la classica “fuitina”, e che sarebbe diventata la sua compagna di vita, partigiana anche lei durante la Resistenza, che lo seguì in tutte le sue peripezie. Abbandonò gli studi, contro il volere del padre che deluso, lo mandò a Bova Superiore presso un suo amico ebanista ad apprendere un mestiere. Dopo Bova andò a Reggio Calabria e a 21 anni era già un esperto artigiano.
All’età di 23 anni si trasferì con la moglie a La Spezia, lavorando all’Arsenale come ebanista nella produzione di mobili pregiati per le navi. La moglie invece trovò lavoro presso lo jutificio della Montecatini. Si iscrisse al Pci. A La Spezia prese contatto con le organizzazioni clandestine antifasciste ma fu costretto, perché nel mirino della polizia fascista, a trasferirsi in Francia con il fratello Ninì, lasciando un lavoro sicuro, la moglie e un bambino di due anni, Rocco.
Allo scoppio della guerra civile spagnola del 1936 partì volontario in difesa della Repubblica. Dopo aver attraversato clandestinamente i confini francesi, raggiunse Albacete, centro di addestramento dei volontari, provenienti da tutta Europa e fu incorporato nel reparto mitraglieri nel IV Battaglione della XII Brigata d’assalto Garibaldi. Partecipò alla battaglia di Guadalajara, in cui i franchisti subirono una pesante sconfitta da parte delle Brigate Garibaldine. Aveva 26 anni. Col suo comportamento, attirò l’attenzione di Luigi Longo, comandante delle Brigate Garibaldine, che oltre a nominarlo segretario aggiunto del Pci nelle zone occupate, lo nominò Commissario Politico della Compagnia Mitraglia, incarico che assolse con grande impegno, prodigandosi affinché gli uomini fossero riforniti di tutto quello che serviva per continuare a combattere.
Da commissario si spostava da un fronte all’altro, combattendo sul fronte di Estremadura e Caspe, sino all’ultima disperata battaglia dell’Ebro, dove una pallottola lo colpì alla gola uscendogli da una spalla. Dopo la sconfitta dell’Ebro, intraprese il lungo viaggio con tutti i reduci verso la Francia col pensiero di rientrare in Italia. Ma in Francia il governo Petain, rinchiuse i combattenti di Spagna in campi di concentramento. Fu internato, prima in quello di Saint Cyprien, poi in quello di Gurs e in ultimo in quello di Le Vernet da cui riuscì a fuggire. Alla stazione di Mentone, fu arrestato e consegnato alla polizia italiana che lo riportò a La Spezia, dove, incarcerato, apprese dalla moglie la perdita del figlioletto Rocco travolto da un camion (la coppia aveva già perso la primogenita Adelina, nata subito dopo il matrimonio e morta pochi mesi dopo).
Processato dal Tribunale speciale fu condannato a cinque anni di confino a Ventotene. Durante il processo affermò dignitosamente le sue idee. A Ventotene si incontrò con altri combattenti di Spagna e con antifascisti di tutte le categorie. Al confino, grazie alla presenza di Pertini, Scoccimarro, Terracini, Parri, Altiero Spinelli, maturò la sua cultura politica.
Crollato il fascismo, fu liberato e tornò a La Spezia. Entrò subito nelle organizzazioni antinaziste, operando in seguito nel Cln, in qualità di segretario del Pci. Con i vecchi compagni organizzò i Comitati sindacali clandestini e con la moglie divenne uno dei principali promotori delle lotte sindacali della città, iniziando una propaganda nell’ambito delle varie fabbriche di La Spezia per preparare il grande sciopero del 1944.
Scoperta dalla Gestapo, Giuseppina fu arrestata e messa in fila per essere inviata nei campi di concentramento insieme alle operaie, che avevano svolto attività antinazista. Fu fortunata poiché saltata nel conteggio alternato nella scelta di coloro che dovevano essere mandate nei campi di concentramento.
Scoperto e portato in una caserma dell’esercito, a La Spezia, lui fu torturato insieme a un altro compagno, con il quale riuscì poi a fuggire. Braccato dai fascisti che perquisirono più volte la sua abitazione, fu costretto a entrare in clandestinità. Raggiunse la montagna ed entrò nella Brigata Gramsci con il nome di battaglia “Pietro”. Si adoperò per raccogliere mezzi, armi e uomini e fondò insieme ad altri sei compagni la Brigata Centocroci, nella IV zona operativa ligure, di cui diventò Ispettore di zona sino alla Liberazione. La moglie militò nella Brigata Gramsci. Durante la guerra partigiana collaborò con le altre brigate e con la Brigata del «Battaglione Internazionale», formata da prigionieri evasi di diverse nazioni, al comando del maggiore Lewis Ross, nome di battaglia dell’inglese Gordon Lett, di stanza a San Rossore, sempre nella IV zona operativa ligure. Il 25 aprile del 1945, con tutti i comandanti, entrò a La Spezia con 2.500 partigiani, accolti dagli spezzini in tripudio di festa.
Alla fine del 1945 decise di trasferirsi in Calabria con l’intenzione di collaborare insieme agli esponenti locali alla ricostruzione del Pci. Prima di lasciare La Spezia perché senza lavoro, la Federazione provinciale del partito lo propose come candidato alla Costituente, ma egli rifiutò e propose un altro compagno di sicura capacità. Nel 1948 gli fu offerta la candidatura al Senato ma rifiutò anche questa. In Calabria riabbracciò i genitori, fratelli e sorelle e poi s’insediò nella Federazione provinciale del Pci di Reggio Calabria, collaborando con vari esponenti del partito, spiegando la Resistenza in diversi paesi e aprendo varie sezioni del partito, nel suo paese per primo, Roccaforte del Greco, e quindi, tra le altre, a Palmi e Siderno.
Per divergenze con alcuni compagni di partito, l’anno successivo ritornò a La Spezia, assumendo l’incarico di segretario della Sezione del Pci «Sud Arsenale» con un numero enorme di iscritti, operai delle varie fabbriche.
Nel 1962 ritornò definitivamente in Calabria con la moglie e si stabilì a Roccaforte del Greco, accanto ai genitori. Continuò a mantenere rapporti con i compagni di partito della provincia. Non trovandosi d’accordo con la linea politica di alcuni di loro si ritirò definitivamente dall’attività di partito. Si immerse nella lettura dei suoi amati libri, leggeva regolarmente «l’Unità» ed era abbonato alla rivista «Rinascita» diretta da Palmiro Togliatti.
Giuseppina nel frattempo ebbe un ictus. Con gli anni cominciò a non stare bene per problemi asmatici e cardiaci. Quando comprese che i farmaci non gli erano più di aiuto, decise di togliersi la vita.  Aveva 73 anni. La moglie morirà nove anni dopo.
L’Amministrazione comunale di Roccaforte del Greco gli ha dedicato una piazza e una targa marmorea con la sintesi della sua vita; un’altra targa nella casa natale è stata posta dall’Associazione LiberaMente. Alla moglie è stata intitolata la Sala del Consiglio Comunale di Roccaforte del Greco.
Nel 2005, il regista reggino Maurizio Marzolla realizzò un docufilm sulla sua vita e quella della moglie Giuseppina con il titolo «La spiga di grano e il sole». (Carmelo Azzarà) © ICSAIC 2021 – 10 

Nota bibliografica

  • Antonio Bianchi, Storia del movimento operaio di La Spezia e Lunigiana 1861-1945, Editori Riuniti, Roma 1975;
  • Giuseppe Errigo, Lotte popolari in Calabria nel dopoguerra, Casa del Libro, Reggio Calabria 1984;
  • Enzo Misefari, Partigiani di Calabria, Pellegrini, Cosenza 1988;
  • Salvatore Carbone, Un popolo alla macchia. La persecuzione fascista in Calabria, Brenner, Cosenza 1989;
  • Nuccia Guerrisi e Rocco Lentini, I partigiani calabresi nell’Appennino ligure-piemontese, Rubbettino, Soveria Mannelli 1996;
  • Carmelo Azzarà, Marco Perpiglia Pietro: un calabrese volontario in Spagna e partigiano in Liguria, Bollettino Istituto calabrese per la storia dell’antifascismo e dell’Italia contemporanea, 1-2, f.15/16, 1996, pp. 40-42;
  • Nuccia Guerrisi, Cospirazione e guerra di liberazione a La Spezia. Marco Perpiglia comandante partigiano calabrese, «Sud contemporaneo», 1-2, 2004, pp. 13-22;
  • Luigi Palamara, 60° anniversario della Liberazione, Centro polifunzionale di Roccaforte del Greco, 1 maggio 2005;
  • Giorgio Castella, Lotte e Libertà, Città del Sole, Reggio Calabria 2013;
  • Giuseppe Lavorato, Rosarno, Città del Sole, Reggio Calabria 2016;
  • Toni Rovatti, Combattere lontano da casa. L’esperienza dei partigiani meridionali nelle regioni del nord, in Enzo Fimiani (a cura di), La partecipazione del mezzogiorno alla liberazione d’Italia (1943-1945), Le Monnier, Firenze 2016, ad indicem;
  • Carmelo Azzarà, La spiga di grano e il sole. Marco Perpiglia il partigiano Pietro e la moglie partigiana Giuseppina Russo, Caruso Editore, Reggio Calabria 2018;

Nota archivistica

  • Archivio Centrale dello Stato, Ministero dell’Interno, Direzione generale di Pubblica Sicurezza, Direzione Affari Generali e Riservati, Confino politico, fasc. 778.

Perri, Francesco (anarchico)

Francesco Perri (anarchico) [Pizzo Calabro (Vibo Valentia), 22 gennaio 1879 – Roma, 6 maggio 1935]

Figlio di Rocco e di Caterina Tarsia, famiglia di condizione sociale abbastanza agiata. Dopo le scuole di base fatte localmente, a sedici anni viene mandato a Napoli per studiare scultura e per sottrarlo all’ambiente del sovversivismo locale che stava già frequentando. Nel capoluogo campano, a contatto con una realtà più ricca e stimolante, intensifica – anziché ridurre – la sua azione politica. Nel 1896 si iscrive al partito socialista e mantiene contatti molto stretti con i compagni di fede e soprattutto con il corregionale Antonino Di Bella di Nicotera. Combatte come volontario con i garibaldini in Grecia durante la guerra contro la Turchia, poi toma a Pizzo e si iscrive al locale circolo socialista, collabora al giornale «Il Risorgimento» di Nicastro (oggi Lamezia Terme) e invia diversi articoli all’«Avanti!» firmandosi con pseudonimi; proprio per questo, secondo il sottoprefetto di Monteleone (oggi Vibo Valentia), merita «una costante e diligente vigilanza, perché mette di diventare un agitatore pericolosissimo».
Negli ultimissimi anni dell’Ottocento, è effettivamente un attivo propagandista; pubblica anche un opuscolo in versi dal titolo La Voce, che il 15 ottobre1897 viene sequestrato dall’autorità giudiziaria di Nicastro. In seguito viene più volte arrestato e denunciato per reati di stampa e per affissione di manifestini sovversivi, venendo assolto o condannato a pene lievi. Il 9 dicembre 1898 è assegnato al domicilio coatto per un anno e destinato a Lipari; liberato condizionalmente l’11 settembre 1899, è poi dichiarato idoneo al servizio militare e arruolato. Dopo aver soddisfatto gli obblighi di leva toma a Napoli. Qui, il 4 marzo 1900, il giornale socialista «La Propaganda» scrive: «Avvertiamo i partiti in lotta col governo che da qualche tempo si aggira in Napoli un sedicente anarchico, certo Perri Francesco, ex coatto di Lipari, che, a quanto ci consta, fra poco pubblicherà un giornale anarchico indipendente dal titolo «La Gogna». Quelli che vogliono maggiori informazioni in proposito, leggano le diffide pubblicate dall’«Avanti!», dalla «Questione sociale», e, recentemente, dall’«Avvenire sociale». In quell’anno, intanto, subisce una condanna a cinque mesi di reclusione per falsità e viene diffidato. Nel 1901 si stabilisce a Milano e riprende le pubblicazioni del giornale «La Gogna», mentre nell’anno successivo dirige «La Domenica dell’operaio», poi sospeso per mancanza di fondi. Il 3 agosto 1903 subisce una nuova pesante condanna a otto anni, undici mesi e dieci giorni di reclusione e un anno di vigilanza per associazione a delinquere a mezzo stampa dal Tribunale di Milano, pena ridotta prima in appello a due anni, dieci mesi e quindici giorni e successivamente a un anno e ventidue giorni di reclusione dalla Corte d’appello di Brescia, alla quale era stato rinviato dalla Cassazione. Tornato a Milano dopo la liberazione, il 25 agosto 1906 inizia la pubblicazione del suo nuovo settimanale, «Il Marchio» nel quale si professava anarchico e denunciava i soprusi e le ingiustizie della società. Essendosi reso contravventore agli obblighi imposti dalla vigilanza, m’ settembre subisce però una nuova condanna e nel luglio 1907 viene rimpatriato a Pizzo; ad aggravante ulteriormente la sua posizione, in questo periodo è anche sospettato di avere inviato al re una lettera anonima minatoria.
Nel 1908 si trasferisce in Svizzera e risiede prima a Lugano e – l’anno successivo – a Bellinzona, dove trova lavoro come scrivano in uno studio legale. 
Anche durante il soggiorno svizzero viene sottoposto a procedimenti penali per reati commessi a mezzo stampa, sfuggendo all’arresto solo perché residente all’estero. Nel 1910 è a Parigi, da dove continua a pubblicare per qualche tempo il giornale «La Gogna» e dove rimane per alcuni anni tranne, forse, una breve permanenza in Belgio. Nel 1911 è nominato direttore ed amministratore del periodico «Roma lutetica»; nello stesso periodo continua a frequentare gli anarchici italiani residenti nella capitale francese, fino a quando, nel 1916, a causa delle sue pendenze penali, non viene espulso dal Paese. Nel marzo 1917 è detenuto a Berna sotto l’imputazione di spionaggio, venendo n’lasciato poco tempo dopo. Entrato nei servizi segreti francesi, in seguito toma in Svizzera e si stabilisce a Ginevra, dove dirige il giornale «Le Document». Anche qui viene più volte arrestato perché sospettato di spionaggio e – nel luglio 1918 – processato per offese al popolo e all’imperatore tedesco a mezzo stampa, venendo condannato a quindici giorni di carcere. Espulso anche dalla Svizzera, nel 1919 toma in Italia, a Roma, dove nel 1924 inizia a pubblicare il settimanale proletario «Il Documento». Muore nella capitale il 6 maggio 1935. (Oscar Greco) © ICSAIC 2021 – 10

Nota archivistica

  • Archivio Centrale dello Stato, Casellario Politico Centrale, b. 3874, f. 86804, cc. 204.

Nota bibliografica

  • Katia Massara, L’emigrazione sovversiva. Storie di anarchici calabresi all’estero, Le Nuvole, Cosenza 2003, pp. 61 e 69.
  • Katia Massara e Oscar Greco, Rivoluzionari e migranti. Dizionario biografico degli anarchici calabresi, BS Edizioni, Pisa, 2010, pp. 168-169.

Note

  • Nelle carte del fascicolo personale del CPC si trovano un foglio del giornale «La Feuille» del 20 maggio, uno del 21 maggio e uno del 22 maggio 1920, uno senza data e un foglio della «Gazzetta Lucana» del 24 febbraio 1924, un foglio del giornale «L’Action radicale» del 28 dicembre 1918, uno del 15 marzo e un altro del 29 marzo, questi ultimi due privi dell’indicazione dell’anno, 1897-1926 e 1939. il titolo del giornale è citato sia «La Gogna» che «Alla Gogna».

Reale, Giuseppe

Giuseppe Reale, (Maratea (PZ), 12 giugno 1918 – Reggio Calabria, 16 maggio 2010)


Nacque da Rocco, ferroviere, e da Anna Maceri. Ebbe una sorella, Elisabetta. Abitarono in un casello ferroviario, a più di un chilometro da Maratea. Frequentò un liceo parificato a Sapri, quindi l’Università «La Sapienza» di Roma, ove conseguì la laurea in Lettere classiche, discutendo la tesi su I Malavoglia di Giovanni Verga.
Dal 1940 al 1942 fu ufficiale di artiglieria, combattente in Francia, fu decorato con medaglia al valor militare. Finita la guerra nel 1945 insegnò al Liceo Classico “Carlo Pisacane” di Sapri e fu presidente diocesano dell’Azione Cattolica. Vincitore (ottavo della graduatoria nazionale) del concorso per l’insegnamento nei licei, nel 1949 fu nominato docente di Lettere italiane e latine al Liceo Scientifico “Leonardo da Vinci” di Reggio Calabria e divenne reggino di adozione. Fortunato Aloi, suo allievo, poi docente al Liceo e parlamentare, scriverà di lui: «Vero educatore. Trasmetteva a noi giovani quei valori educativo-culturali che si ispiravano ai principi della pedagogia cristiana che associa, in termini reali, la conoscenza della disciplina alla formazione dell’Uomo».
Il 12 aprile 1951 sposò Concetta “Cettina” Pellegrino, di Sapri, una donna riservata e pia. Ebbero due figli: Rocco Maria, nato il 30 gennaio 1953, ingegnere elettronico, e Paolo Maria, nato il 5 novembre 1956, rettore del Convitto Nazionale «Vittorio Emanuele II» di Roma.
Profondamente religioso, la sua fede è significata dai secondi nomi dei figli, “Maria”. Fu molto legato all’arcivescovo mons. Giovanni Ferro, del quale più tardi perorò la causa di beatificazione. Oscar Luigi Scalfaro lo definì «lampada limpida… uomo di Fede profonda e convinta, vissuta, pagata, testimoniata, lontano da ogni eccessivo clamore e pubblicità.
Classico esempio di intellettuale prestato alla politica, intraprese la carriera nelle fila della Democrazia Cristiana. perrivalità e divisioni all’interno del partito, non ebbe successo il tentativo di farlo eleggere come candidato espressione dalla curia. Fu eletto deputato al Parlamento nel secondo tentativo. Durante i mandati parlamentari, dal 1958 al 7 luglio 1973, presentò 165 progetti di legge, tra le quali, il 19 maggio 1960 quella per la erezione di una statua per ricordare il passaggio di San Paolo di Tarso a Reggio Calabria. La proposta non fece strada in Parlamento, ma Reale continuò a sostenerla con tenacia. Basti pensare che la prima pietra fu posata il 4 giugno 1961 e l’inaugurazione avvenne il 29 giugno 2009. Nelle Legislature III, IV, V, VI fece parte delle Commissioni VIII (Istruzione e Belle Arti) e X (Trasporti). 
A Roma considerò la condizione degli studenti calabresi, e il 16 novembre 1958 fondò il Centro Cattolico Calabrese, per alleviare gli affanni delle loro famiglie. 
Partiva da Reggio con treno il lunedì, tornava da Roma il venerdì, per… sognare «la città di studi».
Grazie all’impegno decisivo profuso dall’on. Reale, il Liceo Artistico, sino a dicembre 1960 parificato, diventa statale, unico in Calabria, e ciò fu una tappa importante del percorso verso l’istituzione dell’Accademia di Belle Arti, avvenuta nel 1967; il 29 agosto 1964 venne istituita a Reggio una sezione del Conservatorio di musica di Napoli che nel 1968 ottenne l’autonomia, divenendo il Conservatorio «Francesco Cilea»; sempre su suo impegno fu istituita a Reggio una sede della Scuola Superiore della Pubblica Amministrazione (la quarta in Italia), inaugurata il 6 febbraio 1978 alla presenza dell’onorevole le Nilde Iotti.
Il 22 maggio 1959 Reale presentò alla Camera un ordine del giorno per l’istituzione dell’Università in Calabria, seguita da una proposta di legge sul medesimo argomento, presentata il 12 febbraio 1960. Fu artefice della nascita del Libero Istituto Universitario di Architettura, istituito il 17 giugno 1968 a Reggio, poi trasformata in Istituto Universitario Statale di Architettura con decreto del 14 febbraio 1970, poi diventata facoltà dell’Università del Mediterraneo. 
Il suo impegno a favore dell’Università in Calabria proseguì per tutta la sua vita. Nel 1984 promosse la costituzione dell’Università per stranieri «Dante Alighieri» di Reggio Calabria, per la diffusione della lingua e della cultura italiana nel mondo, della quale fu rettore per i primi dieci anni e poi presidente onorario.
Europeista convinto, a novembre 1965 fondò «Parallelo 38. Rivista per l’unità europea», mensile del quale fu direttore fino al 1972. Un impegno che ha portato la Calabria e i suoi problemi all’attenzione di lettori e di studiosi d’Europa e presso tutti gli Istituti italiani di cultura all’estero. Nel 1973, nel ruolo di editore, trasformò la rivista in «settimanale politico d’attualità» che durò solo dodici numeri. «Parallelo 38» riprese le pubblicazioni nel 1985, con il sottotitolo «Rivista per tutti gli altri», e fu in vita al 2010. 
Il 19 maggio 1968 scriveva: «Tutti siamo utili, strumenti d’oro o di acciaio, di platino o di ferro. Ognuno ha la propria funzione. Questo è importante: restare strumenti».
Dal 26 ottobre 1972 al 21 luglio 1976 fu membro della Rappresentanza italiana all’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa. 
Tra i valori, mise al primo posto la libertà «quella che nasce dalla coscienza di ciascuno, quando ci si accorge che nel rispetto dei diritti degli altri si esprime la propria persona». 
Testimoniò la sua passione per Reggio, fino a sfidare il partito, non partecipando alla votazione di fiducia al governo Andreotti (pertanto subì una sanzione disciplinare del gruppo democristiano alla Camera). 
Tra i suoi i suoi interventi alla Camera vanno ricordati quello del 3 giugno 1959 sulla proposta di legge, firmata con Giacomo Mancini, per l’aggregazione dei Tribunali di Palmi e di Locri alla Sezione di Corte d’Appello di Reggio; il 28 marzo e il 5 aprile 1962, fu relatore alla VIII Commissione della Camera per l’Università della Calabria e il 13 maggio 1965, per la proroga della Legge istitutiva della Cassa per il Mezzogiorno; difese a spada tratta i “diritti” di Reggio a diventare capoluogo di regione, per cui fece anche un prolungato sciopero della fame: il 14 luglio 1970, intervenne nella discussione per la designazione del Capoluogo della Calabria con legge della Repubblica e il 30 settembre successivo su «I fatti di Reggio»; due anni dopo, il 12 agosto 1972, illustrò al direttivo Dc della Camera le ragioni della rivolta di Reggio e indicò in dieci punti ciò che egli considerava urgente operare per favorire la «ripresa» di Reggio e provincia per cui aveva .
Fu Presidente del Comitato Provinciale di Reggio Calabria della Società Dante Alighieri e di altri problemi di Reggio e della Calabria ma il suo sguardo era più ampio, per cui si occupò, tra l’altro, anche della promozione dei direttori didattici a ispettori scolastici e di «disciplina dell’attività giornalistica svolta negli u.s. [uffici stampa, ndr] e similari di enti pubblici ed aziende private».
Nel 1992, a seguito dello «scandalo delle fioriere», il consiglio comunale venne sospeso, sciolto, commissariato. Quindi le elezioni del 13 dicembre 1992. Capolista della DC ottenne 2.394 voti e il 13 marzo fu eletto sindaco con un bicolore Dc-Pli (socialisti e repubblicani diedero un voto «tecnico»).
Lo stesso 13 marzo rese omaggio «al Consiglio Comunale, riconoscendone la centralità, l’autorità, l’insostituibilità; alla cittadinanza… Saremo sempre dalla parte della verità che alimenta la speranza; la speranza oggi è il grande rischio da correre a Reggio… Dal cuore del Mediterraneo riproporremo a tutti gli italiani, con la ricchezza della nostra cultura, con la tenacia del nostro carattere, la nuova primavera di Reggio. Che Iddio mi aiuti!».
Restò in carica fino al 18 novembre dello stesso anno. Il periodo fu breve, ma «grazie all’imparzialità dell’azione amministrativa, la città riprese a guardare con speranza agli inquilini di Palazzo San Giorgio… si apriva una nuova stagione per Reggio, quella della cosiddetta “Primavera”; il sindaco Reale si accostava con umiltà ai problemi, sempre al servizio della città con signorilità a competenza», scriverà Lucia Minniti, storica segretaria del Comune, nel suo libro Lucia dei Sindaci.
Il 20 gennaio 1996 costituì la Banca Popolare delle Province Calabre, che il 19 settembre 2008 fu autorizzata dalla Banca d’Italia allo svolgimento dell’attività bancaria. 
A Reale si deve anche l’insediamento a Reggio, nel 1973, della sezione reggina del Centrum Latinitatis Europae. Dal 1985 al 2010 con Antonio Altomonte diresse la collana “Calabresi nel tempo” di cui – editore Parallelo 38 – furono pubblicate 18 monografie), 
Tra i tanti incarichi rivestiti, ricordiamo anche quelli di Commissario del Comitato Provinciale di Reggio Calabria dell’Opera Nazionale Maternità e Infanzia, Presidente del CdA dell’Istituto Tecnico Agrario di Palmi, Presidente dell’Associazione “Amici del Museo” di Reggio Calabria, Consigliere nazionale dell’Associazione Nazionale Scuola Italiana, Presidente del Rotary Club reggino, nel 1992, e della Fondazione “Domenico Lentini”.
Ebbe in vita diversi riconoscimenti tra cui  nel 1978 la «Encumienda de numero» (Gran Croce) dell’Ordine di Isabella la Cattolica, da parte del re di Spagna Juan Carlos, il Premio Astràgalo d’oro nel 1988; il «San Giorgio d’Oro» nel 2010, il riconoscimento dell’Amministrazione ai suoi uomini migliori consegnatogli sul letto di morte dal sindaco pro-tempore della Città; e alla memoria il premio «Bertrand Russel 2012» ai «Saperi contaminati».
Alla sua morte, avvenuta all’età di 92 anni, la città gli rese omaggio allestendo la Camera ardente a Palazzo San Giorgio, sede del Comune, celebrando la cerimonia funebre nella Cattedrale di Reggio. 
Nel 2017 gli è stata intitolata la via in cui oggi ha sede il Conservatorio di Musica. L’amministrazione comunale di Cittanova ha deliberato di concedere uno spazio all’interno dei locali della biblioteca «De Cristo» al Centro studi «Giuseppe Reale» da adibire a sede dell’associazione. L’Università per Stranieri onora la sua memoria con l’intitolazione dell’aula magna. (Pasquale Nucara) © ICSAIC 2021 – 10 

Opere

  • Reggio in fiamme (con Sharo Gambino), Parallelo 38, Reggio Calabria 1970; 
  • Domenico Lentini: Santo di Paese, Parallelo 38, Reggio Calabria 1977;
  • 90 non ho paura, Parallelo 38, Reggio Calabria 2008;
  • Dalla parte degli altri. Cinquant’anni di articoli, Falco Editore, Cosenza 2008.

Bibliografia essenziale

  • Il Sindaco Giuseppe Reale, in «Corriere di Reggio», 19 marzo 1993;
  • Morte Giuseppe Reale, camera ardente al comune di Reggio, «il Quotidiano della Calabria, 17 maggio 2010;
  • Caterina Tripodi, Reale precursore dei tempi, «il Quotidiano della Calabria», 18 maggio 2010;
  • Pino Toscano, Commosso addio all’on. Giuseppe Reale, «Gazzetta del Sud», 19 maggio 2010;
  • Pino Bova, L’internazionalizzazione della città di Reggio nasce con l’on. Reale, «Gazzetta del Sud», 22 maggio 2010;
  • Fortunato Aloi, La scomparsa dell’on. Reale costituisce una grande perdita per Reggio, la Calabria, la politica, la cultura, «Gazzetta del Sud», 25 maggio 2010; 
  • Una strada per Peppino Reale, «il Quotidiano della Calabria», 8 novembre 2010;
  • Lucia Minniti, Lucia dei sindaci. Memoria della vita amministrativa di Reggio Calabria, Città del Sole, Reggio Calabria 2012;
  • Cristina Cortese, Una strada sarà dedicata alla memoria di Giiuseppe Reale, «Gazzetta del Sud», 18 otto0bre 2016.

Rossi, Cesare

Cesare Rossi [Rossano (Cosenza), 21 agosto 1899 –31 agosto 1942]

Nato da Virgilio e Achiropita Dolente. Sposato con Sigismina Toscano, ebbe otto figli per alcuni dei quali i nomi rispecchiavano la sua personalità: Spartaco Pasquale, Virgilio Carlo, Cesare junior morto di tifo a 17 anni, Maria Achiropita, Italia Spagna Grazia, Alba Vittoria, Mario morto ustionato all’età di due anni e Gioconda. 
Esercitava il mestiere di calzolaio e di commerciante di scarpe e fin da giovanissimo aveva militato nel Partito Socialista ricoprendo nel 1920 la carica di vice segretario della sezione di Rossano, all’epoca della prima amministrazione socialista della città con sindaco Francesco Rizzo.
Dopo il congresso di Livorno del 1921 aderì al Partito Comunista d’Italia e per la sua storia politica era sorvegliato in modo insistente dalla polizia in relazione all’attività di proselitismo che svolgeva con assiduità e riservatezza.
Nel 1920 fu sottoposto a processo per affissione di manifesti, ma il pretore il 4 giugno 1920 decise per il non doversi procedere perché il fatto non costituiva reato. Nel 1924, infatti, dopo il delitto Matteotti nei pressi del suo laboratorio espose un manifesto intitolato «lutto proletario» e una cinquantina di operai da lui guidati chiese l’iscrizione al Partito socialista italiano e in una delle tante perquisizione che subì, nello stesso a casa sua furono trovati una lista di contribuenti sottoscrittori dell’«Avanti!» e un timbro con la dicitura «Sezione del Partico Comunista di Rossano». 
Sottoposto di nuovo a processo nel 1926 per danneggiamenti, il 17 febbraio 1926 fu prosciolto dal pretore in quanto il fatto non costituiva reato. Nel novembre del 1926 fu diffidato ai sensi dell’articolo 166 del Testo Unico della legge di pubblica sicurezza. L’8 giugno 1929 fu invece condannato a pagare 20 lire di ammenda per contravvenzione sempre alla legge di pubblica sicurezza. Nel 1936, assieme a Greorio Minnicelli, Arnaldo Masaniello Pettinato e Marco De Simone, costituì na cellula comunista che riprese che riprese l’opposizione al fascismo.
Una relazione del prefetto di Cosenza del 29 novembre 1937 riferisce che Rossi faceva leggere i suoi libri, all’epoca sovversivi, «agli studenti De Simone Salvatore di Luciano e De Simone Espedito Antonio allo scopo di avvicinarli alle teorie comuniste». Un’altra relazione firmata dal Commissario di PS di Rossano, sempre del novembre del 1937, riporta che presentò Salvatore Marco De Simone ad alcuni confinati. Inoltre proprio insieme a Marco De Simone, Roberto Curti e Carmine Greco, in quel periodo, costituì a Rossano la prima cellula comunista cittadina.
Con il clima di sospetti di cui la polizia fascista l’aveva circondato, intorno a lui si era creato il deserto con pesanti ripercussioni sulla sua attività commerciale e con conseguenti criticità sul bilancio familiare. Però la triste situazione economica mai incise sui suoi ideali e sull’impegno politico che ovviamente espletava con le accortezze che i tempi richiedevano.
La mattina del 30 marzo 1937 i rossanesi si svegliarono trovando sulle mura di un palazzo di Rossano delle scritte antigovernative e la polizia accusò Rossi di questo episodio, insieme ai due De Simone citati prima. Nello specifico un’artigianale perizia calligrafica trovò delle similitudini tra le scritte sul muro e la grafia di Espedito Antonio De Simone. Inoltre i tre vennero ulteriormente inquisiti per la bandiera rossa che fu posta il 4 novembre dello stesso anno sopra il Monumento ai Caduti, dove quella mattina si sarebbe dovuta tenere la cerimonia della celebrazione della vittoria della prima guerra mondiale.
La perquisizione che subì da parte della polizia nella sua abitazione, nel novembre del 1937, portò al ritrovamento del libro I fondamenti del comunismo di Friedrich Engels e un altro di Lenin dal titolo Le elezioni per l’Assemblea Costituente e la dittatura del proletariato, più alcuni fogli dattiloscritti contenenti discorsi anticlericali. Egli era inoltre un fedele lettore de «Il Becco Giallo», rivista satirica antifascista, costretta a chiudere nel 1926 e dal 1927 stampata in Francia.
Nella seduta del 4 dicembre 1937 la Commissione provinciale per i provvedimenti di polizia decretò per Rossi la pena della “ammonizione”.
È quindi immaginabile l’atmosfera che in città lo circondava e che portava la sua clientela tradizionale dal guardarsi bene dall’andare a fare acquisti nel suo negozio, che invece fino ad allora aveva fornito le scarpe anche alla Rossano bene.
Giuseppina Callegari, nota antifascista confinata a Rossano, in quel periodo abitava in affitto in una casa di proprietà dell’ebanista Isidoro Toscano, doppio cognato di Cesare Rossi perché ognuno dei due aveva sposato la sorella dell’altro. Risiedendo a fianco, Giuseppina frequentava casa Toscano e in un suo libro di ricordi parla della situazione di estremo disagio economico che vivevano i Rossi per le idee di Cesare. Racconta: «Rossi, che aveva un negozio di calzature, essendo entrato nel mirino della polizia fascista, aveva visto sparire a poco a poco tutta la clientela, sicché la sua famiglia era ridotta alla fame. Con la moglie Gerosimina veniva di tanto in tanto a trovare la sorella cieca. Quando questa offriva loro qualcosa vi si gettavano come lupi affamati”.
Il 16 giugno del 1938, comunque, avvenne un altro episodio che aggravò ulteriormente la sua posizione. Quel giorno degli operai che stavano eseguendo dei lavori nella Villa Labonia, trovarono in uno scantinato seminterrato alcune copie del giornale «L’Asino», un foglio satirico socialista chiuso dal regime nel 1925, più una bandiera rossa dell’ex associazione giovanile comunista di Rossano, ventitré cartoline illustrate   raffiguranti leader socialisti e comunisti e una quarantina di opuscoli editi dalla casa editrice Nerbini di Firenze.  
Messo alle strette dalla polizia – si può immaginare con quali metodi – il giardiniere-custode della villa, il socialista Giuseppe Novelli, dopo aver prima negato di essere a conoscenza delle origini di quanto ritrovato, confessò che glielo aveva portato quattro anni prima Cesare Rossi, affinché lo nascondesse. La polizia invece sospettò che l’esigenza di nascondere il materiale fosse nata in Rossi dopo i fatti della bandiera rossa al Monumento ai Caduti, per evitare che saltasse fuori durante le perquisizioni che subì in quella occasione.
Nella relazione che il prefetto fece su tale vicenda il 4 agosto 1938 è riportato che l’attività antigovernativa di Rossi era svolta con «circospezione nell’ambiente operaio e contadino e tra l’elemento giovane è veramente deleteria, per cui è considerato come persona da sorvegliare attentamente». 

Finalmente in una riservata della prefettura di Cosenza del 24 aprile 1942 indirizzata                                                                                                        al Ministero si legge: «Il sovversivo in oggetto dal 1938 ad oggi non ha più dato luogo a rilievi con la sua condotta politica. Rossi però conserva tuttora idee contrarie all’attuale Regime e perciò viene riservatamente vigilato». E il 31 agosto dello stesso anno, dopo una vita di lotta per le sue idee e di sofferenze, morì a Rossano a soli 43 anni. Solo dopo morto e una lunga causa fatta dai familiari ebbe il riconoscimento di perseguitato politico del fascismo.
La città ha inteso onorare la sua memoria e per non disperderne il ricordo gli ha dedicato un piazzale cittadino antistante l’edificio del Tribunale. (Martino Antonio Rizzo) © ICSAIC 2021 – 10 

Nota bibliografica

  • Franco Scottoni, Solo dopo morto il riconoscimento di perseguitato ad un antifascista, «L’Unità», 16 novembre 1976;
  • Virgilio Rossi, In memoria del compagno Cesare Rossi, «La Regione», n. s., IX, 5, sett.-ott. 1981, pp. 21-22;
  • Giuseppina Callegari, Piccola borghese, Ed. La Pietra, Milano 1986;
  • Pasqualina Maria Trotta, Quaderno di un antifascista: Arnaldo Masaniello Pettinato, «Bollettino dell’Istituto calabrese per la storia dell’antifascismo e dell’Italia contemporanea», 1, giugno 1988, pp. 52-53;
  • Isolo Sangineto, Intervista al Sen. Salvatore Marco De Simone, «Bollettino Icsaic», fasc. 10, 1991, pp. 41-61.

Nota archivistica

  • Archivio Centrale dello Stato, Casellario politico centrale, busta 4438, f. Rossi Cesare;
  • Archivio Icsaic, Fondi minori, fasc. 35, Materiale Cesare Rossi di Rossano.

Vitrioli, Annunziato

Annunziato Vitrioli (Reggio Calabria, 14 aprile 1830 – 11 marzo 1900)

Pittore e musicista, nacque da Tommaso e da Santa Nava. Fratello di Diego. Compiuti i primi studi letterari in città, si recò a Napoli a studiare pittura e disegno presso l’Istituto di Belle Arti apprendendone i principi da Giuseppe Mancinelli, Gabriele Smargiassi, Michele Di Napoli, Salvatore Fergola, Tommaso De Vivo. All’età di 14 anni eseguì a penna una composizione, raffigurante il Diluvio Universale, da lui ideata, che fu in seguito premiata all’Esposizione del 1851 a Napoli con medaglia d’argento recante la dicitura: «Ferdinando II Re delle Due Sicilie. Premio al merito distinto a D. Annunziato Vitrioli».
Nello stesso anno il fratello Diego, di dieci anni più grande, in una lettera latina indirizzata allo storico Stanislao d’Aloe di lui scrisse: «Dunque, quando mio fratello, poco più che fanciullo, con il solo aiuto dell’indole naturale, impugnato il pennello, o uno stilo di piombo, tirò fuori da variati movimenti figure lineari, benché senza alcun colore e, ora le liete fatiche dei contadini, gli uccelli, le barche, le bellezze delle regioni e dei luoghi, ora le truppe militari, le battaglie in terra e in mare o le fittizie morti di eroi dipingeva, attirò su di sé tanta curiosità quanta forse ne hanno avuta in pochi. È assai bello, e non rimarrà l’unico, un suo grande dipinto, nel quale volle adombrato con un lieve velo di pittura scura il destino del mondo intero, quando la terra, sommersa da acque esondanti, avvolse i mortali in un’unica calamità […]. Sotto gli insegnamenti miei e dei dottissimi autori antichi spaziava nell’ambito degli studi umanistici, ma non troppo tempo dopo (tanta era la forza e la vivacità del suo ingegno) mio fratello, con uguale entusiasmo, abbracciò l’arte della musica, nella quale […] eccelse in agilità quell’abile mano. Nel 1874 l’Associazione Benemeriti Italiani di Palermo gli conferì la medaglia d’oro ed in seguito divenne socio della Reale Accademia di Raffaello di Urbino e di altre società artistiche dell’epoca.
Sposò Concetta Perrone di Napoli da cui ebbe sette figli; tra questi Tommaso (1857-1931) che fu anch’egli pittore, per lo più paesaggista, e a cui si deve il recupero delle tele del padre e delle opere dello zio Diego dal fabbricato di famiglia danneggiato dal sisma del 1908.
Come il fratello Diego, ottenne onorificenze da Pio IX e da Leone XIII per l’osservanza rigida e scrupolosa dei dettami della Chiesa e per la sua instancabile attività caritativa e benefica. Alla morte del padre nel 1879, fu costretto a trascurare la pittura e la musica per dedicarsi all’amministrazione del patrimonio familiare e parimenti ad opere di religione e carità; fu fondatore e presidente della Conferenza di San Vincenzo De Paoli.

Le opere pittoriche di Annunziato traggono ispirazione dal mondo classico, dal paesaggio e dalla religiosità. La sua personalità si manifesta particolarmente nell’interpretazione romantica delle scene e del paesaggio e soprattutto nel colore che, a volte, si esprime con larghi tratti d’ombra interrotta da luce irrompente e, a volte, si fa vivo con accenti di fresca modernità. Interessante il dipinto La pesca del pescespada che raffigura il tema narrato nello Xiphias del fratello Diego Vitrioli; è vasta la produzione di tele di tema religioso, quali Cristo nell’orto degli ulivi, che ricevette le lodi del Mancinelli, la Madonna col velo, che in Vaticano riscosse l’ammirazione di Papa Pio IX. Diverse tele a tema religioso sono collocate in chiese e santuari della provincia reggina. Fu anche ritrattista; oltre ai ritratti dei genitori e del fratello Diego, dipinse diverse tele di tipi calabresi, e specialmente reggini, con sincerità e naturalezza, cogliendone pose e atteggiamenti caratteristici. Tra di essi il ciabattino Colicchia Calabrò e Sensale di bergamotto.
Il Vitrioli, inoltre, univa alla passione per la pittura anche quella per la musica e per la poesia. Fu autore, infatti, di composizioni di varia natura tra cui l’opera lirica in quattro atti Palmira,  rappresentata con successo nel febbraio del 1896 presso il Teatro Comunale di Reggio, tanto che il musicista fu chiamato venticinque volte alla ribalta, ricevendo il plauso anche del Maestro Cilea. Compose musica da ballo (Gilda, Teodolinda…), numerose romanze (La lontananza, Sola, Fior perduto…), barcarole (È notte, Battista il Gondoliere), canzonette come Non ridere Terè.   
Morì all’età di 70 anni; ne elogiarono i meriti artistici il cavaliere Melissari nel giornale «Calabria» e l’amico scultore Giuseppe Scerbo nella «Gazzetta di Reggio Calabria» del 20-21 marzo, che di lui scrisse: «Amò l’arte che coltivò con l’entusiasmo di un vero innamorato. Amò i poverelli e con essi il bene. (Maria Pia Mazzitelli, Daniela Monteleone, biografia tratta da Il patrimonio Vitrioli: un’eredità cittadina). © ICSAIC 2021 – 10 

Nota bibliografica

  • La prima mostra d’arte calabrese, Istituto Italiano d’arti grafiche, Bergamo 1913;
  • Luigi Aliquò Lenzi e Filippo Aliquò Lenzi, Gli scrittori calabresi: dizionario bio-bibliografico, II, ed. “Corriere di Reggio”, Reggio Calabria 1955, ad nomen;
  • Cesare Minicucci, Figure di artisti reggini: Annunziato Vitrioli, in Brutium, VII, 5, 1928;
  • Enzo Le Pera, Arte di Calabria tra Otto e Novecento: dizionario degli artisti calabresi nati nell’Ottocento, Rubbettino, Soveria Mannelli XXXX.
  • Giovanni Musolino, Annunziato Vitrioli pittore e musicista (1830-1900), «Rivista Storica calabrese» N.S., XX 1-2, 1999; 
  • Enzo Le Pera, Enciclopedia dell’Arte di Calabria, Ottocento e Novecento, Rubbettino, Soveria Mannelli 2008;
  • Maria Pia Mazzitelli e Daniela Monteleone (a cura di), tratto da Il patrimonio Vitrioli: un’eredità cittadina, Pinacoteca civica, Reggio Calabria 2015.

Zanetti, Armando

Armando Zanetti (Cosenza, 15 marzo 1890 – Parma, ****1977) 

Nacque da Vittorio e da Adelaide Zerbini. Lasciò Cosenza con la famiglia ancora ragazzo. Studiò a Roma e fu giornalista e pubblicista. «Piccolo, tutto capelli e ciuffo» come lo ricorda Vera Modigliani, trascorse la gioventù nella capitale. Dopo la laurea in Lettere (1912) partì per la Serbia dove fu lettore di Lingua e letteratura italiana all’università di Belgrado e corrispondente per «Il Giornale d’Italia». A Belgrado fu testimone delle guerre balcaniche precedenti la prima guerra mondiale. In Russia dal 1913 al 1918, da Pietrogrado e Mosca, dove era collaboratore del Servizio della propaganda italiana (parlava il russo perfettamente), scrisse sulle rivoluzioni di febbraio e ottobre 1917 e sui problemi degli italiani nei Carpazi.
Rientrato in Italia, alla fine del 1918 condusse un’aspra campagna stampa contro l’Unione sovietica e nel 1919 divenne segretario dell’Associazione Nazionalista Italiana, carica che tenne fino al 1920, quando si distaccò dai nazionalisti e aderì al Partito Liberale Italiano. La stampa fascista romana, in quella occasione, fu molto aggressiva nei suoi confronti. Fra gli episodi di quegli anni c’è da ricordare un duello con un avversario politico. Esponente del dissidentismo nazionalista, nel primo antifascismo rappresentò la corrente di pensiero liberale o più precisamente liberal-democratica.
Formatosi alla scuola di Alberto Bergamini al «Giornale d’Italia», quando il giornale divenne proprietà di imprenditori totalmente legati al regime e venne fascistizzatodecise di cessare la collaborazione.
Dopo l’assassinio di Giacomo Matteotti, accentuò la sua opposizione al regime. Nel dicembre 1924, pur restando autorevole redattore del «Giornale d’Italia», con l’amico Adolfo Tino fu fondatore (e direttore) della rivista politica quindicinale «Rinascita liberale» che tra censura e sequestri fin dal secondo numero ebbe vita breve e difficile, anche se Renzo De Felice l’ha giudicata «l’unica voce originale e veramente proiettata verso il futuro che ebbe l’antifascismo nell’ultimo squarcio di vita semilegale»: vi collaboravano infatti Giovanni Amendola, Benedetto Croce, Luigi Einaudi e Carlo Sforza. Il fascismo la chiuse dopo soli sei mesi di vita, nel giugno 1925. Diresse quindi «La sera» di Milano. Il 7 aprile 1926 nella redazione del «Mondo», dove entrambi erano andati a porgere le condoglianze ad Alberto Cianca per la morte Giovanni Amendola, conobbe Alfredo Frassati che gli offrì il posto di corrispondente da Vienna. Dopo avere lavorato per alcuni mesi, quando «La Stampa» venne fascistizzata presentò le proprie dimissioni al nuovo direttore Andrea Torre, molto servile col fascismo già nel primo editoriale e, come numerosi giornalisti antifascisti di tutti gli orientamenti politici (comunisti, socialisti, liberali, cattolici), andò esule volontario in Svizzera. Era sposato con Celestina Spettrini e aveva già due figlie.
Liberale e studioso di linguistica italiana, fu uno dei rappresentanti dell’ala destra dell’antifascismo, quella monarchica e conservatrice. 
La sua biografia politica negli anni dell’esilio è stata sommariamente ricostruita da Amelia Paparazzo. Nel 1928 inviò da Bruxelles una lettera di ammonimento al popolo francese pubblicata sul «Journal des débats» di Parigi, segnalando il pericolo di un eventuale coinvolgimento con la politica italiana in seguito alle relazioni diplomatiche intercorrenti in quel periodo tra i due paesi. La risposta italiana non si fece attendere; il 17 febbraio 1928 «II Secolo» pubblicò un lungo articolo intitolato L’ospitalità ad un furfante, nel quale si accusava il giornale parigino di avere pubblicato «sconcezze simili». Nel marzo di quell’anno fu costituito a Bruxelles un «Comitato italiano di studi politici e sociali» (Comité italien de Bruxelles) con a capo l’avvocato cattolico Francesco Luigi Ferrari, ex deputato pòopolare. II 7 di quel mese Zanetti, insieme all’avvocato Ferrari e ad Arturo Labriola, fu ricevuto da Sturzo a Bruxelles e poco dopo fu nominato segretario generale del comitato italiano de «L’Observateur» che, in lingua francese, pubblicava anche il periodico moderato con lo stesso nome da lui diretto: le spese furono sostenute da don Luigi Sturzo e Gaetano Salvemini. Il movimento antifascista cercò di coordinare le opposizioni antifasciste in Belgio, mantenendo le distanze dai comunisti.
In contatto con Nenni, Labriola e Salvemini, dal quale fu ospitato a Londra, nei suoi frequenti viaggi in Francia collaborò con Treves e Turati.
II 20 aprile 1929 la moglie e le figlie, che da tempo avevano richiesto senza alcun esito i passaporti, espatriarono clandestinamente per Bruxelles. Dopo il fallimento de «L’Observateur», in vita fino al giugno 1929, dal marzo al maggio 1931 visse in Spagna lavorando come inviato speciale di alcuni giornali belgi. Rientrato a Ginevra, nel mese di giugno tenne una conferenza sulla Repubblica spagnola organizzata dalla Concentrazione, dalla sezione di Ginevra della Lidu, dal partito repubblicano e dal partito socialista. Tra novembre e dicembre lasciò Ginevra per rientrare a Bruxelles, dove era stato richiamato dal conte Sforza. Quindi, il direttore de «La Dernière heure», al quale collaborava da tempo, gli procurò un posto di corrispondente a Ginevra dove di trasferì con la famiglia rimanendovi alcuni anni, occupandosi principalmente della Società delle Nazioni e firmando gli articoli esclusivamente con le proprie iniziali. In Svizzera prese contatti con un’associazione antifascista composta da studenti italiani e con altri dissidenti e, assieme a personalità come Giuseppe Chiostergi, Egidio Reale, Olindo Gorni, Emilio Lussu, Guglielmo Ferrero e la moglie Gina Lombroso, fu tra i protagonisti di un’azione non solo politica, ma anche educativa, ricreativa e di socialità degli esuli antifascisti italiani che a Ginevra avevano costituito una delle più attive comunità di oppositori del fascismo (erano un migliaio le famiglie aderenti alla Colonia libera ginevrina). Con Reale rilanciò la Dante Alighieri, di cui fu segretario, «che s’impose all’attenzione del mondo ginevrino» come ebbe a dire, dopo tre anni di inattività dovuti alla tentata scalata fascista dell’associazione. Purtuttavia, in seguito a disposizioni di Francesco Saverio Nitti, fu espulso dal partito liberale, accusato di avere manifestato attività considerata rivoluzionaria e nettamente contraria ai principi del partito.
In tutti questi anni di esilio all’impegno politico affiancò l’attività di pubblicista. Il 10 giugno 1929, a Parigi, pubblicò un opuscolo dal titolo Il dovere della monarchia, con sottotitolo Lettera aperta al principe ereditario. Il fascismo fece intercettare e sequestrare tutte le copie spedite in Italia.
Nel 1932, a Bruxelles, pubblicò un libro sull’emigrazione politica italiana in cui disegnava un colorito quadro del fuoruscitismo antifascista, senza trascurarne gli aspetti meno positivi. A Cassis, in Provenza, mise mano a Il nemico (L’ennemi) che uscì in traduzione francese a Ginevra nel 1938. Il libro venne poi pubblicato in italiano per i tipi del giornale liberale «L’opinione», a Roma, nel 1944. Constava di quattro parti divise in trentatré capitoli. 
Rientrato in Italia nel 1943, dopo la caduta del fascismo, riprese i contatti con il Pli e partecipò alla Resistenza. Fu designato come componente della commissione antifascista per l’epurazione da cui si dimise nel luglio 1944. 
Un anno dopo entrò nel Comitato nazionale del Pli. Fu incaricato di curare alcune delle pubblicazioni del partito: diresse il quotidiano «L’Opinione», in posizione intermedia tra Pli e la formazione Concentrazione liberale del sen. Bergamini, collaborò a «Rinascita liberale» e fu direttore anche de «Il Giornale del lunedì» dal quale fu estromesso alla vigila delle elezioni del 1946. Iniziò così un lungo periodo nel quale fu assorbito dalla lotta politica. Candidato alla Costituente nella lista dell’Udn che elesse Vittorio Emanuele Orlando e Nitti, nel collegio Roma-Viterbo-Latina-Frosinone, ottenne solo 2.358 voti. Sostenne la monarchia (sul «Giornale dell’Emilia» pubblicò l’articolo Io voto per la monarchia), paventando quello che definì «un salto nel buio».
Ancora agli inizi degli anni Cinquanta, assieme a Orlando, Bergamini, Croce e Jannacone, fu uno dei dirigenti più attivi del Pli, battendosi all’interno del partito contro la cosiddetta “legge truffa”, contro la quale presentò una mozione al Congresso liberale del 1953. Abbandonò in seguito l’impegno politico attivo nel Pli e tornò al giornalismo: fu notista politico per numerose testate ed è considerato una delle figure più note e più autorevoli del giornalismo politico italiano del dopoguerra. Aderì al Movimento federalista europeo, per il quale fondò e diresse tra il 1959 e 1961 il periodico «L’Opinion européenne».
Autore di studi sul liberalismo e l’Europa, guardò con distacco all’ascesa del Partito comunista e della sinistra negli anni Settanta, nonostante un figlio, avuto a tarda età, aveva aderito a quel partito..
Si spense a Parma all’età di 87 anni.
Le sue carte sono state donate nel 1993 all’Istituto storico della Resistenza e dell’età contemporanea di Parma dal figlio, Marco Buttafuoco. (Aldo Lamberti) © ICSAIC 2021 – 09 

Opere principali

  • La Russia bolscevica. Tutto l’orrore, Stab. Tipo-Litografico P. Pellas, Roma 1919;
  • Dal Nazionalismo al Liberalismo, a cura del Gruppo Giovanile Liberale, Roma 1924;
  • Il dovere della monarchia, lettera aperta al principe di Piemonte, Paris 1927
  • L’ennemi, Libraiere Moser, Geneve 1932 (1939???) (Il nemico, La Vanga, Ambilly 1938; poi: L’Opinione, Roma 1944);
  • L’esilio ginevrino, in Egidio Reale e il suo tempo, La Nuova Italia, Firenze 1961, p. 109 sgg.
  • Une langue pour l’Europe., s.n., Paris s.d.;
  • Reprint in volume della collezione di «Rinascita Liberale», Bologna 1969.

Nota bibliografica

  • La stampa italiana nell’età fascista, a cura di Nicola Tranfaglia, Paolo Murialdi e M. Legnani, Laterza, Roma-Bari 1980;
  • Anne Morelli, Fascismo e antifascismo nell’emigrazione italiana in Belgio (1922-1940), Bonacci editore, Roma 1987, ad indicem;
  • Francesco Luigi Ferrari, Lettere e documenti inediti, vol. 1, a cura di Giuseppe Rossini, Edizioni di Storia e Letteratura e Edizioni Sias, Roma e Modena 1997, p. 166n e passim;
  • Amelia Paparazzo, Calabresi sovversivi nel mondo, Rubbettino, Soveria Mannelli 2005, pp. 71-76;
  • Marco ButtafuocoArmando Zanetti. Un giornalista antifascista, «La Repubblica – Parma», https://siamo-tutti-partigiani-parma.blogautore.repubblica.it/2014/12/18/armando-zanetti-un-giornalista-antifascista/;
  • Fabio Montella, «La vera Italia è all’estero». Esuli antifascisti a Ginevra e in Alta Savoia, «Diacronie. Studi di Storia Contemporanea», 5, 2010, Dossier, vww.studistorici.com/2011/01/29/montella_numero_5;
  • Armando Zanetti, in Dizionario del Liberalismo Italiano, Tomo II, Rubbettino, Soveria Mannelli 2015, pp. 1169-1171
  • Fabio Montella, Formare un’altra Italia. Le istituzioni educative, ricreative e di socialità degli esuli antifascisti italiani a Ginevra, «Formazione Lavoro Persona», IX, 28, 2019, pp. 9-25.

Nota archivistica

  • Comune di Cosenza, Archivio storico dello Stati civile, Registro delle nascite, atto n. 154, 1890;
  • Archivio Centrale dello Stato (ACS), Casellario Politico Centrale, b. 5521, f. 8922 (estremi cronologici 1926-1943);
  • ACS, Ministero dell’Interno, DGPS, DPP, fascicoli personali, b. 108-A, fascicolo «Zanetti Armando e moglie Spettrini Celestina»;
  • Istituto storico della Resistenza e dell’età contemporanea di Parma, Fondo Armando Zanetti.

Fondacaro, Antonio (Nino)


Antonio (Nino) Fondacaro [Palmi (Reggio Calabria), 24 gennaio 1894 – 11 febbraio 1965]

Conosciuto da tutti come Nino, nacque da Vincenzo e da Maria De Bruno. Compiuti i primi studi nella sua città, si trasferì ancora giovane negli Stati Uniti, nella città di Boston, dove rimase per ben sei anni, come impiegato presso una biblioteca. Fu, questo, un periodo di grandi assestamenti morali che incisero sul suo carattere e gli fecero acquisire nuove esperienze di vita e un approfondimento della lingua inglese, che poi metterà a frutto nel campo scolastico. Ritornato a Palmi si iscrisse alla facoltà di giurisprudenza presso l’Università di Messina conseguendo la laurea il 6 luglio 1923.
Nella sua città c’era un notevole fermento culturale intorno ad alcuni giovani come Felice Battaglia, Domenico Antonio Cardone, Luigi Lacquaniti, Antonino Lovecchio e altri che davano vita a manifestazioni di alta intellettualità. Con essi, ancora studente, aveva creato rapporti amichevoli e di stima profonda e con essi, nel 1920, fondò la rivista «Ebe», rivista letteraria quindicinale, divenendone direttore per il breve periodo di pubblicazione. Con gli stessi qualche anno dopo, diede vita al «Fondaco di cultura», fondato dal Cardone nel 1923, dove si pubblicò il periodico «Rivista», di cui divenne il responsabile. Collaborò più tardi all’altra rivista («Ricerche filosofiche») mentre, nel 1928, assunse la direzione di «Eolo».
Pur esercitando l’attività di avvocato penalista, non mancò di dedicarsi alla narrativa, alla saggistica ed alla poesia e nel 1931 pubblicò a Messina un dramma cinematografico in un preludio e quattro atti intitolato «Stratonica», con riferimento a quella regina della Siria (Stratonike) figlia di Demetrio Poliorcete, sposata nel 298 a.C. con Seleuco I; scritto, come egli stesso asserì, per richiamare dalla notturna portentosa quiete del passato un personaggio di cui nessun autore moderno si era occupato.
Nel 1940, essendo conoscitore della lingua inglese, fu incaricato di insegnare quella materia al locale Ginnasio. Insegnamento che durò fino al 1944 senza però interrompere o trascurare l’attività forense
Nello stesso anno si distinse per la preziosa collaborazione al «Fondaco di cultura» appena riprese l’attività.
Nel 1951 raccolse i quattro componimenti poetici (Reggio, Locri, Crotone e Sibari) e li pubblicò in un volume a cui diede il titolo «Enimmi e trofei» facendone curare la prefazione a Cardone il quale lo definì un poeta «rappresentativo del nostro tempo, in quanto riassumeva in sé la molteplice e spesso contraddittoria problematica di questa epoca, riuscendo infine a portarla a presentazione lirica in una particolare coincidenza degli opposti, ispirata alla metafisica nietzscheana». Un’opera divisa in quattro sezioni (Eroica, Erotica, Epigrammi, Quattro città), Una contraddittorietà che caratterizzò la sua vita, spesso tormentata da una anticristianità eccessiva durata fino al 1960, fino a quando «la sua anima paganeggiante e supromistica dovette flettersi dinnanzi all’orrore del proprio annientamento finale” (Crupi)). Proprio in quell’anno, infatti comunicò al suo grande amico Cardone di essersi accostalo all’altare di Cristo, di essersi convertito a Dio,
Mori all’età di 71 anni. Palmi lo ricorda con una via a suo nome.
A tre anni dalla sua morte la famiglia raccolse i numerosi libretti di trascrizioni e libretti altrui e li pubblicò in un interessante volume intitolato «Scritti critici e “pensieri” inediti» ove lo stesso Cardone, nella prefazione, scrisse che «Fondacaro resta una delle personalità più complesse, tragiche e liriche, del mondo moderno, tanto più autentica in quanto egli non ha mai cercato la grande popolarità chiuso
nel silenzio della sua provincia, malgrado gli allettamenti gli inviti che gli venissero sempre dall’esterno e anche dai suoi parenti d’America”.
Oltre le opere accennate scrisse pure sulla rivista «Ricerche filosofiche» due importanti saggi: «ll diavolo e Papini» e «Da Caldwell ad altre cose». Curò inoltre la prefazione alle poesie di Armando ed Attilio Zagari e di Pasquale Cotugno. (Bruno Zappone) © ICSAIC 2021 – 09 

Opere

  • Stratonica, D’anna, Messina 1931
  • Enimmi e trofei, Tip. G. Palermo, Palmi 1951;
  • Scritti critici e pensieri inediti, Mit, Cosenza 1968.

Nota bibliografica

  • Antonio Orso, Isabella Loschiavo, Ugo Verzì Borgese, Rassegna di poeti e prosatori nella Piana, Calabria. Letteraria Editrice, Soveria Mannelli 1986, p. 466;
  • Pasquino Crupi, Storia della letteratura calabrese. Autori e Testi, vol. IV, Periferia, Cosenza 1997, pp. 112-114;
  • Bruno Zappone, Uomini da ricordare. Vita e opere di palmesi illustri, AGE, Ardore Marina 2000, pp. 112-114.

Sardiello, Gaetano

Gaetano Sardiello (Catania, 6 ottobre 1890 – Reggio Calabria, 23 agosto 1985)

Nacque da Raffaele e Amalia Furci. Venti mesi più tardi, quando il padre morì, la madre si trasferì insieme a lui a Reggio Calabria, sua terra d’origine. Fece gli studi superiori al Liceo «Tommaso Campanella» di Reggio Calabria e successivamente frequentò l’Università a Messina, dove si laureò in giurisprudenza nel giugno 1914.
Sposò Maria Repaci, dalla quale ebbe tre figli: Amalia, Carmelina e Raffaello.
Da avvocato, fu uno degli esponenti di spicco del foro reggino. A lui è intitolata la Camera penale del distretto della Corte d’Appello di Reggio Calabria. Fu consigliere comunale a Reggio, dal novembre 1920 al febbraio 1923, quando la giunta Valentino si dimise, in polemica con il governo Mussolini.

Il 2 giugno 1946 fu eletto all’Assemblea Costituente, nelle liste del Partito Repubblicano Italiano. Al termine della legislatura, tornò a concentrarsi sulla professione e sugli studi letterari, senza peraltro tralasciare l’attività politica. Fu un raffinato umanista, i cui scritti riguardarono non solo il diritto e le questioni politiche e sociali, ma anche la critica letteraria e la letteratura. Leonida Repaci, scrittore e critico letterario, cofondatore del Premio Viareggio, lo definì «un uomo che potrebbe fare lo storico letterario, con la stessa eleganza, con la stessa goethiana olimpicità con cui esercita l’avvocatura».
A partire dal 1957 ridusse gli impegni pubblici, dopo che la sua vita fu profondamente segnata dalla prematura scomparsa del figlio Raffaello, anch’egli avvocato, giornalista e politico, che gli era compagno in tribunale e nella vita politica.
Ma, anche quando l’età non gli consentiva più di partecipare attivamente, continuò a seguire con passione le vicende della politica, sempre animato dalla fede repubblicana.
Nel 1907, mentre era ancora studente liceale, Sardiello s’iscrisse al Partito repubblicano, che a quel tempo a Reggio era in uno stato a dir poco embrionale.
Fu genuinamente antifascista e durante il ventennio rifiutò più volte di prendere la tessera del Partito Nazionale Fascista. Quando un manipolo di fascisti gli impose di bere l’olio di ricino, commentò compostamente «potete purgare il mio stomaco, non il mio cervello».
All’Assemblea Costituente, pur non facendo parte della Commissione dei 75, offrì contributi rilevanti alla redazione della Carta costituzionale, trattando in Aula con grande lungimiranza i temi della famiglia e della magistratura.
Sostenne le ragioni dell’eguaglianza giuridica e morale dei coniugi, della parità di diritti tra figli nati dentro e fuori del matrimonio, dell’indipendenza della Magistratura.
Si oppose con successo al tentativo di introdurre nella Carta costituzionale l’affermazione del principio dell’indissolubilità matrimoniale. Nel suo intervento del 21 aprile 1947, invitò a «non proiettare sull’avvenire le ombre del nostro tempo» e, al termine di un infuocato dibattito, l’emendamento che chiedeva di “blindare” il sacro vincolo suggellandolo nella carta repubblicana venne sconfitto per un solo voto.
Intervenendo sull’indipendenza della magistratura, propose di inibire ai magistrati l’iscrizione ai partiti politici e l’accettazione di cariche ed uffici pubblici elettivi, in quanto «se i magistrati non devono andare alla politica militante, la politica militante non deve andare ai magistrati». Inoltre, sottolineò l’importanza di un Consiglio Superiore della Magistratura a maggioranza togata, proponendo l‘abolizione del secondo vicepresidente (laico).
Si espresse in favore dell’ingresso delle donne in magistratura e propose che anche per i processi in Corte d’Assise ci fosse il grado d’appello, «il quale approfondisce il giudizio ed avvicina sempre più la pronunzia definitiva alla verità ed alla giustizia».
Durante la legislatura costituente, fu membro della Giunta delle Elezioni e partecipò attivamente ai lavori parlamentari “ordinari”, con interventi e interrogazioni che interessarono sia la politica nazionale sia l’amata Reggio Calabria.
Per lui, la professione forense fu una missione, un servizio, una passione.
È una passione che egli non si limitò a vivere nell’esercizio quotidiano dell’attività professionale e che celebrò a più riprese, elogiando l’opera dei suoi maestri e dei suoi colleghi e indicando la strada a chi sarebbe venuto dopo di lui.
Nel suo messaggio «al più giovane avvocato d’Italia», scrisse: «Voglio dirti che, di qua e di là dal successo, sono, pei grandi e per gli oscuri, una gioia ed un orgoglio che vengono dall’essenza della nostra opera: da questo sapersi donare, da questa abitudine (umile la parola, ma pure densa di un valore etico raro) di sapere protendere il cuore e la mente, vincendo stanchezze e sconforti, alle ferite dell’onore, della libertà, allo sconsolato patire dei vinti».
Quando l’ordine forense reggino gli assegnò la medaglia ricordo dei cinquant’anni di professione, espresse alcune considerazioni che ben sintetizzano il suo modo di guardare alle leggi morali e civili: «contro le infrazioni alle norme dell’etica e del diritto (…) non vi sono da sempre che due armi civili: l’educazione e la sanzione. Da vecchio mazziniano ho grandissima fede nella prima e da modesto studioso del diritto non sottovaluto l’efficacia dell’altra».
Pur essendo nato a Catania, era reggino sin nel midollo ed è stato per decenni un punto di riferimento per la vita civile e democratica reggina. Trascorse gran parte della sua vita a Reggio Calabria e, quando le circostanze avverse lo costrinsero a trasferirsi temporaneamente, prima a causa del terremoto del 1908 e poi durante la seconda guerra mondiale, patì fortemente la lontananza dalla città e dal tribunale.
Nel 1970, pur sostenendo la richiesta di assegnare a Reggio il capoluogo regionale, non ebbe timore di esecrare il comportamento degli elementi torbidi che inquinavano la piazza.
Tra le sue battaglie in favore della città, memorabile quella in favore della costituzione della sezione di Corte d’Appello, progetto avviato dalle autorità politiche e dagli organi forensi nel 1919, con una richiesta al capo del Governo, Giovanni Giolitti, che egli sostenne per lunghi anni, anche in Parlamento, e che giunse a compimento solo nel 1989, quattro anni dopo la sua morte.
Da giornalista, collaborò con numerosi quotidiani e periodici, di rilievo locale e nazionale: «Almanacco dell’Avvocato», «Calabria Giudiziaria», «Calabria Repubblicana», «Corriere di Calabria», «Eloquenza», «Epoca», «Fede e Avvenire», «Foro cosentino», «Gazzetta di Messina», «Gazzetta del Sud», «Gazzettino del Jonio», «Ibico», «Imparziale», «Il Mezzogiorno», «Il Mondo», «Il Tempo», «L’Airone», «La falce socialista», «La Luce», «La parola repubblicana», «La toga di Calabria», «L’educazione politica», «L’Italia contemporanea», «L’Oratoria», «La toga di Napoli», «Rivista Penale», «La Voce Repubblicana», «Nosside», «Tribune», «Zaleuco».
Nel corso della sua lunga vita, è stato anche presidente della Giovane Calabria, fondatore del Circolo di Cultura, segretario regionale del Pri, presidente del Movimento Federalista Europeo, presidente della sezione reggina dell’Associazione Mazziniana Italiana, presidente dell’Associazione reggina della Stampa, presidente della sezione di Reggio Calabria dell’Associazione Internazionale di diritto penale, presidente del Comitato locale e membro del Comitato nazionale della “Dante Alighieri”, presidente del premio Bergamotto d’oro, membro della commissione giuridica dell’Automobil Club reggino.
Ha voluto che sulla sua tomba si scrivesse che nella vita privata come nella vita pubblica aveva compiuto soltanto il «suo dovere». (Alessandro Massimo Nucara) © ICSAIC 2021 – 09 

Opere principali 

  • Can. Francisci Quattronii rhegini juliensis tomarmorimon carmen rhegii…. ex officina typografica Francisci Morello 1918, «Bollettino della Società calabrese di storia patria», I, 1 1917, pp. 61-62; 
  • Tramonti e vigilie: liriche, Ed. Pascale, Polistena 1925;
  • Giuseppe Casalinuovo, Ed. La Toga, Napoli 1928;
  • Favola di Natale, Ed. Nosside, Polistena 1929;
  • Nei solchi di Luce: Conferenze e discorsi, Ed. Muglia, Catania 1931;
  • Tormenti e Tormentati nella poesia di S. Di Giacomo, Ed. La Toga, Napoli 1934;
  • Antico e nuovo nella Poesia di Ada Negri, Ed. La Toga, Napoli 1935;
  • Il viandante e la via. Note a matita di un penalista, ed. La Toga, Napoli 1939;
  • Defascistizzazione, in «La Luce», 15 luglio 1944;
  • Roberto Mirabelli ed il problema meridionale, Tipografia San Francesco da Paola, Reggio Calabria 1953;
  • Una grande toga calabrese: Alessandro Turco, Ed. Arte della stampa, Roma 1955;
  • Mondo antico forense di provincia, Grafiche La Sicilia, Messina 1959;

Nota bibliografica

  • Leonida Repaci, Calabria grande e amara, Nuova Accademia, Milano 1964;
  • Armando Dito, Fascisti e Antifascisti a Reggio Calabria, Stab. Tip. La voce di Calabria, Reggio Calabria 1967;
  • Ferdinando Cordova, La lotta politica in Calabria. Memorie di protagonisti (1907-1945), «Rivista Storica Calabrese», VII, 1-4, pp. 249-291;
  • Italo Falcomatà, Democrazia Repubblicana in Calabria. Gaetano Sardiello (1890-1985), Bulzoni, Roma 1990;
  • Filippo Aliquò Taverriti, Reggio, 1908-1968: nel sessantesimo anniversario del terremoto del XXVIII dicembre, Stab. Tip. Corriere di Reggio, Reggio Calabria 1986, p. 309-327;
  • Francesco Giurato, Mendaciunculis Causam Conspergere Licet, in Enzo Laganà e Enza Barbaro, Reggio Calabria bella e gentile, vol. II, Sinefine, Catanzaro 1990, p. 89;
  • I Repubblicani all’Assemblea Costituente, a cura di Alessandro Massimo Nucara, Rubbettino, Soveria Mannelli 2010;
  • Vicenzo Panuccio, Introduzione a Gaetano Sardiello. Contro Crea e Gironda. Il viandante e la via. Magistrati e giurati. Mondo Forense di provincia, a cura di Vicenzo Panuccio, Consiglio Nazionale Forense. I Discorsi dell’Avvocatura, Giuffrè, Varese 2010, p. XCVII;
  • Renato Traquandi, C’eravamo anche noi. 1946-1948 Assemblea Costituente, Booksprint, Romagnano al Monte 2018, p. 186;
  • Alessandro Massimo Nucara, Gaetano Sardiello, in I calabresi all’Assemblea Costituente 1946-1948, a cura di Vittorio Cappelli e Paolo Palma, Rubbettino, Soveria Mannelli 2020.

Zehender, Rodolfo

Rodolfo Zehender (Reggio Calabria, 14 luglio 1862 – 19 novembre 1930)

Nato in una famiglia patriarcale e numerosa da Giovanni, proprietario e intendente di Finanza, e Maria Grazia Raho, era discendente di Nicolò, tenente colonnello del secondo reggimento estero (svizzero) del regno delle Due Sicilie. Il figlio del colonnello Nicolò, Giovanni venne poi inviato quale intendente di Finanza proprio in riva allo Stretto. 
Sposato con Luisa Mauro, Rodolfo ebbe sette figli: Maria, Goffredo, Guido, Elsa, Vincenza, Odoardo e Luigi. Goffredo “Freddie”, considerato un gentleman driver, tra le due guerre fu un grandissimo pilota automobilistico nelle scuderie della Mercedes, Maserati, Alfa Romeo e Ferrari, ed è considerato giustamente il più forte pilota che la città abbia mai avuto. Odoardo, ingegnere capo delle Opere marittime a Reggio e poi a Bari, fu per un certo tempo Segretario provinciale del Msi di Reggio. 

La sua infanzia è stata dura. Dopo la morte del padre, a soli 14 anni divenne capofamiglia. Si imbarcò come mozzo e poi, tornato sulla terraferma, pur continuando a lavorare per mantenere i suoi fratelli, con sacrifici si diplomò geometra a pieni voti. Sacrifici i cui frutti contribuirono non solo al mantenimento della sua famiglia ma anche alla crescita della Reggio dell’epoca. 
Giovane dall’intelligenza brillante fu impiegato prima nell’ufficio tecnico erariale di Reggio e poi in quello delle Ferrovie dello Stato. Lavorare e studiare erano per lui due azioni necessarie: la prima per aiutare la famiglia e la seconda per inseguire una vocazione che non tardò a manifestarsi.
Si laureò con il massimo dei voti in ingegneria civile al Politecnico di Napoli.
A lui uomo rigoroso, ingegnere illuminato, laborioso e determinato, si deve l’avvento della luce elettrica nella provincia di Reggio: nel 1906, infatti, fondò la “Società Riunite di Elettricità”, che lo vide direttore generale sotto la presidenza del barone avvocato Francesco Mantica. Il suo impegno non si fermò a Reggio Calabria ma si espanse in provincia di Salerno. A Casoletto Spartano, infatti, eseguì il complesso della Sieb (Società Anonima Idroelettrica Bussentina). Quindi fondò in Aspromonte la «Società Idroelettrica Vasì» (Cosoleto) per l’illuminazione di quella zona, avendo come socio il comm. Antonio De Leo di Bagnara. Le industrie del nord guardavano da lontano una rivoluzione che non credevano possibile in quel Meridione così “retrogrado” e invece capace di tali espressioni avanguardistiche nel settore idraulico ed energetico. 
Sempre nel 1906 diede vita alla «Zehender & C.» che aveva come socio accomandante l’on, Giuseppe Albanese e aveva sede a Palmi, che forniva energia elettrica per l’illuminazione anche a Bagnara e Scilla fornendo a queste cittadine e ad altri paesipaesi dell’Aspromonte: era il 15 aprile del 1906 quando l’acqua, della centrale idroelettrica con propri generatori sul torrente Sfalassà, si trasformava in luce per la città di Palmi e Scilla.
Gran parte degli impianti furono però distrutti dal terremoto del 1908 ma con grande caparbietà li ricostruì.
Il 20 novembre 1911 si riunì per la prima volta il comitato promotore della società tranviaria da lui stesso presieduto. Furono i primi passi verso la costituzione della «Società Anonima Tramvie di Reggio Calabria» (SATRC), il cui statuto venne approvato nel 1912 e di cui fu il primo direttore: la città e la sua borghesia con il suo popolo, decidono di dotarsi di un sistema tranviario (13 gennaio 1912).
Progettista, direttore, anima di tutto il progetto, si deve quindi alla sua intraprendenza, durante sua sindacatura di Giuseppe Valentino, l’inaugurazione della prima tranvia che il 10 marzo del 1918 percorse le strade di Reggio Calabria, attraversava l’intero centro cittadino, dal ponte Annunziata fino al Ponte Calopinace, alla chiesa dei Riformati (quasi 9 km), per la quale furono spesi 50 milioni di lire, che in seguito sviluppò con una “flotta” di sei elettromotrici bidirezionali  (il servizio tranviario terminò il 31 agosto 1937, per  la concorrenza del servizio di autobus municipali).
Protagonista del cambiamento che in quegli anni riguardò specialmente l’energia elettrica fece costruire anche una centrale termoelettrica nella via Possidonea di Reggio e un’altra a carbone nella rada Giunchi e alla fine degli anni Venti sostenne economicamente società in difficoltà come la «Società forestale delle Calabrie».
Importante anche il suo contributo alla vita sociale della città. Nel 1916, tra l’altro, con decreto ministeriale fu nominato componente del Consiglio di amministrazione della Regia Scuola industriale di Reggio Calabria, come delegato della Camera di Commercio della città.
Tra i quattrocento Cavalieri del lavoro nominati prima dell’ingresso in guerra nel 1915, vi era anche il suo nome. 
Morì a Reggio all’età di 68 anni.
La città metropolitana lo ricorda con una via a suo nome che va dalla rotonda Canale del viale delle Libertà fino alla sede del Dipartimento di Ingegneria dell’Università. (Francesca Raimondi) © ICSAIC 2021 – 09

Nota bibliografica

  • Associazione fra esercenti imprese elettriche in Italia, Notizie sui principali impianti elettrici d’Italia, Tipografia industriale G. Pizzi, Milano 1910;
  • Antonino Meduri, Il tram a Reggio Calabria, Città del Sole edizioni, Reggio Calabria 2014;
  • Stella Iaria, Il tram della bella Reggio nel post-terremoto. Una storia imprenditoriale tra borghesia illuminata e miopia pubblica, «Lettere Meridiane», IX ,35/37, 2014, p. 38;
  • Anna Foti, Rodolfo Sehender, l’ingegnere reggino che portò luce e progresso, Strill.it,  18 febbraio 2015, https://www.strill.it/rubriche/memorie/2015/02/memorie-rodolfo-zehender-lingegnere-reggino-che-porto-luce-e-progresso/?fbclid=IwAR0ZG7_4vLzVvMy5eHS_ diFX8JHyIz3hQ8MEmAMrJ7XEoimBHutcWVnGdgM.

Nota archivistica

  • Comune di Reggio Calabria, Registro degli atti di morte, n. 665,  20 novembre 1930.

Tommasi, Giuseppe

Giuseppe Tommasi (Cosenza, 16 maggio 1885 – Roma, 21 gennaio 1944)

Giuseppe Maria Giovanni (così nell’atto di nascita) nacque da Bartolomeo, “agronomista” e da Maria Deni, “civile”. Il padre, proveniente da una antica famiglia toscana di cui un ramo si era trapiantato in Calabria, fu professore di agronomia e direttore della Scuola pratica di agricoltura “Serra” di Cosenza dal 1871 per oltre trent’anni nonché dell’Osservatorio bacologico e del Consorzio agrario cooperativo bruzio. La madre era una casalinga. 
Dal padre ereditò la passione per l’agricoltura e per la ricerca pratica, per cui compiuti gli studi nella città natale, infatti, si trasferì a Roma per frequentare l’università. Qui fu allievo di Stanislao Cannizzaro, uno dei padri della chimica italiana formatosi alla scuola di Raffaele Piria, e nel dicembre 1908 si laureò con Emanuele Paternò. Inizialmente collaborò con Nicola Parravano, pubblicando con questi uno studio sull’acido feniltioglicolico, ma dopo un anno appena entrò come assistente di Gaspare Ampola alla Stazione chimico-agraria di Roma, dove nel 1913, neanche trentenne, divenne vicedirettore. Con Ampola si occupò di anticrittogamici e pesticidi, quindi con Francesco Scurti iniziò alcune ricerche di biochimica vegetale. Ottenne anche un campo sperimentale e la sua attività di ricerca s’orientò, decisamente, verso lo studio della fertilizzazione del suolo. Come scrive Luigi Marimpietro nel ricordarlo, «cominciò ad affermarsi con gli studi sulla determinazione del grado alcoolico, che portarono a correggere alcune inesattezze in quel campo; molte altre ricerche di chimica analitica sui frumenti, sulle rocce leucitiche, sui guani, sull’Henna, sulla magnolia, sui vini, ed altre di diversa indole sulla sterilizzazione del suolo, su un nuovo esplosivo, ecc., lo misero in grado, dapprima di essere ternato nel concorso per la cattedra di chimica agraria di Portici e, nel 1920, di concorrere al posto di direttore della Stazione, vacante per la morte di Ampola».
Nel 1920 fu, così, nominato direttore della Stazione chimico-agraria, inaugurando un nuovo corso dell’istituzione che guidò fino alla sua morte, nuovo corso ben rappresentato dalla nuova sede che riuscì ad ottenere la splendida Villa Celimontana ove si trasferì a vivere. Si impegnò tra l’altro non solo a potenziare quella che oggi è la Biblioteca del Centro di Ricerca per lo Studio delle Relazioni tra Pianta e Suolo, incrementandone la consistenza e dandole una sistemazione definitiva nei locali che ancora oggi occupa (Sala Storica o dei Libri Antichi e Sala dei Libri Moderni), presso l’edificio, in stile tardo Liberty, voluto dall’allora direttore Tommasi e realizzato dall’architetto Gian Ernesto Leschiutta.
Il 16 aprile 1924, a Roma, sposò Francesca Izzo. Della sua vita familiare e privata, tuttavia, al momento si conosce poco o niente.
Conseguì la libera docenza in Chimica agraria nella Facoltà di Scienze Matematiche Fisiche e Naturali dell’università di Roma, dove insegnò per molti anni, in via Panisperna 89 e in seguito nella nuova sede dell’Istituto Chimico edificato nel perimetro dell’Università nei pressi del Policlinico.
Autore di apprezzati studi di chimica analitica e di biochimica vegetale con una produzione scientifica considerevole (122 pubblicazioni), ottenne un certo successo scientifico con gli studi sulla determinazione del grado alcolico.
Nel corso della sua attività lavorativa svolse importanti ricerche nel settore della Biochimica vegetale e della Chimica analitica. In particolare compì studi sulla Pedologia e la fertilizzazione dei terreni.
Nel 1933, nell’ambito della bonifica dell’Agro pontino, gli fu assegnato il compito di risolvere il problema della messa a coltura dei terreni sterili: ottenne risultati eccellenti che gli consentirono, peraltro, di affinare ulteriormente le sue teorie sulla fertilizzazione e sulla concimazione dei terreni. Nel 1935 impiantò un campo sperimentale sull’altopiano silano, a Camigliatello, e riuscì a dimostrare le enormi possibilità di valorizzazione della Sila, attraverso l’impianto di colture del tutto innovative per quelle zone: canapa, fragole, lino, asparagi, oltre a numerose qualità di grano e altre produzioni delle quali oggi, purtroppo non v’è quasi nemmeno la memoria. La sua attività empirica si estese anche alla Piana di Sibari, bonificata in quegli anni, ove conseguì lusinghieri risultati dalla sperimentazione di un nuovo tipo di grani precoci.
Conseguì diversi premi (tra gli altri: nel 1935 il Santoro, nel 1940 il Ciamician, per la chimica applicata) ma soprattutto il suo nome è legato alla fertilizzazione del suolo nella quale, dopo ricerche teoriche e le sperimentazioni descritte, giunse ad enunciare una teoria innovativa esposta nella Nuova dottrina integrale della concimazione, libro che oltre alle novità teoriche conteneva importanti implicazioni pratiche: elaborò, fra l’altro, una tabella capace di dare un giudizio rapido sui fabbisogni del terreno. Acclamato in diversi congressi, la sua fama travalicò i confini nazionali e dal 1935 fu socio corrispondente dell’Accademia dei Lincei e aggregato dell’Accademia d’Italia, oltre che, dal 1937, dell’Accademia cosentina.
Morì all’età di 59 anni, in seguito a una lunga malattia.
Cosenza lo ricorda con una via intestata suo nome e con comunicazione ministeriale del 20 marzo 1961, gli è stato intitolato l’Istituto Agrario della città bruzia. (Leonilde Reda) © ICSAIC 2021 – 09

Opere principali

  • Rivista dei lavori recenti sugli anticrittogamici ed insetticidi, Tip. Editrice Italia, Roma 1915;
  • Sulla produzione vinicola del Lazio nel triennio 1920-22, Tip. ed. Italia, Roma 1923;
  • Nuova dottrina integrale della concimazione, Tip. Italia, Roma 1937;
  • La valorizzazione agraria della Sila, ITEA, Napoli 1937;
  • La valorizzazione agraria della Sila, Itea, Napoli 1937 («Studi silani», pp. 113-239);
  • Studio chimico-agrario dei terreni italiani. Calabria. Altipiano della Sila, Tipografia Ippolito Failli, Roma 1938;
  • Il contributo italiano al progresso della chimica agraria, negli ultimi cento anni, Società italiana per il progresso delle scienze, 1939;
  • Studio chimico agrario dei terreni italiani. Lazio, nota I, II, III, con Valentino Morani, Hoepli, Milano 1939-1941;
  • Nuove prospettive della chimica agraria, Società italiana per il progresso delle scienze, 1940, p. 17.
  • Il silaggio foraggero italiano, Istituto d’arti grafiche Mengarelli, Roma 1942.
  • Metodi di analisi per i concimi, gli anticrittogamici e gli insetticidi, Tip. ed. Italia, Roma 1988.

Nota bibliografica

  • Valentino Morani, Tommasi, Giuseppe, Enciclopedia Italiana, II Appendice, Roma 1949.
  • Luigi Marimpietro, Giuseppe Tommasi, in La chimica italiana, pp. 275-276. https://www.soc.chim.it/sites/default/files/Chimici%20Italiani.pdf.  

Nota archivistica

  • Comune di Cosenza, Archivio Storico dello Stato Civile, Registro delle nascite, atto n. 234, 21 maggio 1885;
  • Comune di Roma, Registro dei matrimoni, atto n. 877, 1924.