Quintieri, Maurizio

Maurizio Quintieri [Paterno Calabro (Cosenza), 24 dicembre 1884 – Cosenza, 7 febbraio 1975]

È stato compositore, pianista e direttore d’orchestra. La madre era una nobildonna di Paterno Calabro con un nome altisonante: Maria Barracco dei Conti di Eboli e dei Baroni di Lattarico e Regina; il padre, Demetrio, era un agiato possidente terriero, flautista e violinista dilettante che ospitava periodicamente nel suo salotto audizioni musicali cui partecipava il fior fiore della società cosentina e nelle quali veniva eseguita in prevalenza musica lirica, con il piccolo Maurizio impegnato di frequente nel ruolo di accompagnatore al pianoforte.
Ancora adolescente, sul finire del secolo, viene condotto a Napoli per studiare privatamente con quelli che erano considerati tra i migliori maestri del tempo: Alessandro Longo e Florestano Rossomandi per il pianoforte, Antonio Savasta per la composizione. Anche la famiglia si sposta nella città partenopea trascorrendovi buona parte dell’anno.
La prima esibizione musicale documentata di Quintieri è del febbraio 1902, quando nel salone dell’albergo Vetere di Cosenza partecipa a un concerto in qualità di pianista accompagnando un baritono e altri strumentisti. Risalgono allo stesso periodo le sue prime composizioni che possono essere individuate in un Valzer e una Polka per pianoforte andate poi perdute. Altre due sue esibizioni documentate sono del febbraio 1904, quando nell’abitazione del padre accompagna al pianoforte il baritono Gualtiero Lessi e presso il Convitto Nazionale di Cosenza dirige una singolare orchestra (4 violini, 3 mandolini, 1 flauto e 9 chitarre) in una rappresentazione teatrale che comprende brani tratti da Cavalleria rusticana e da Un ballo in maschera.
Sostenendo gli esami da privatista consegue nel 1906 presso il Conservatorio di Napoli il diploma di Composizione e nel 1908 il diploma di Pianoforte. A partire da questo momento egli si trasferisce in modo più stabile a Napoli e per il resto della sua vita alternerà poi periodi di permanenza prima a Milano e poi a Roma con soggiorni in Calabria in occasione delle vacanze. Solo a partire dal 1964, sulla soglia degli ottanta anni, sceglierà di abitare definitivamente a Cosenza.
Nel 1908 pubblica per i tipi della casa editrice Nagas di Milano la romanza Beltà divina. Il suo stile può essere accostato a quello dei compositori di lirica italiani del tempo: Mascagni, Leoncavallo. Per la musica operistica egli aveva una speciale predilezione, in sintonia con la moda dell’epoca, anche se la sua formazione pianistica lo portava ad apprezzare anche il genere strumentale. Tra il 1909 e il 1915 compone le bozze pianistiche di tre poemi sinfonici: La vita di un eroeEro e LeandroIn treno di cui però non realizza mai la versione per grande orchestra. Tra le composizioni giovanili va inserito anche l’Idillio per pianoforte e violino, uno dei suoi brani più eseguiti in pubblico.
Grazie all’agiata posizione economica della famiglia, non ha necessità di esibirsi di frequente in concerto per poter vivere e, di conseguenza, le sue apparizioni sul palcoscenico sono piuttosto diradate. Nella primavera del 1910 suona per due volte con successo presso il Circolo Calabrese di Napoli: la prima volta con un programma dedicato interamente a Chopin, la seconda con uno dedicato solo a proprie composizioni. Tra queste: Danse impromptuChant sans parolesMinuettoLa vita di un eroe. In entrambe le occasioni furono eseguiti anche brani per canto e pianoforte tra cui alcune delle Melodie polacche di Chopin, Amor nocchiero Beltà divina dello stesso Quintieri su versi del fratello Adolfo. Si manifesta dunque la predilezione per il bel canto da parte del musicista che matura l’idea della composizione del melodramma Julia su versi di Vittorio Bianchi.
Dopo la Prima guerra mondiale, nel 1920, Quintieri si trasferisce stabilmente a Milano con l’obiettivo di far rappresentare alla Scala il suo melodramma. Vi rimarrà per circa quindici anni lavorando come maestro sostituto, direttore d’orchestra e accompagnatore di cantanti al pianoforte, esibendosi anche più volte presso la Sala del Conservatorio. È questo un periodo della sua vita fitto di impegni, caratterizzato dall’attività di direttore di numerose rappresentazioni di opere di Puccini, Bellini, Rossini in molte città del nord Italia. Non si concretizza però il suo tentativo di far rappresentare a Milano l’opera Julia, che andrà invece in scena con successo al Teatro «Massimo» di Cosenza (oggi Rendano) il 18 gennaio 1923, seppur con organici orchestrali e mezzi scenici piuttosto carenti. Quintieri dirige personalmente l’opera la cui trama è ambientata all’epoca della Repubblica partenopea (1799). L’opera fu replicata a Genova in forma cameristica nell’aprile dello stesso anno. Il preludio del secondo atto fu radiotrasmesso dall’Eiar il 4 marzo 1931 con la direzione di Arrigo Pedrollo.
Sul finire del 1923 Quintieri inizia a lavorare alla sua seconda opera, La rosa di Sion, su libretto di Giuseppe Adami che aveva scritto i libretti per alcune opere di Puccini. Il lavoro ha lunga gestazione e conosce la sua stesura definitiva solo nel 1935. L’ambientazione ebraica della trama, in concomitanza col manifestarsi delle prime derive razziali del regime fascista, è molto probabilmente la principale causa della mancata rappresentazione dell’opera. 
Nel 1927 sposa Francesca d’Ippolito dei Marchesi di Sant’Ippolito e Nicastro dalla quale, nel 1931, nascerà la figlia Maria. Divenuto padre, egli cessa di colpo l’intensa attività di direttore d’orchestra che lo aveva visto nell’ultimo decennio protagonista sul podio per le rappresentazioni di numerose opere, quasi sempre nel nord Italia. Non sopporta più lo stress delle tournées e non riprenderà in mano la bacchetta neanche in occasione delle numerose rappresentazioni della sua successiva opera: Liliadeh. Da aggiungere che nel 1925 egli aveva scritto il libretto per l’opera Nazareth del compositore Franco Vittadini.
Intorno al 1936 Quintieri si trasferisce da Milano a Roma. Le motivazioni dello spostamento potrebbero essere legate alla sua previsione di maggiori possibilità di inserimento professionale che l’ambiente musicale romano avrebbe potuto offrirgli. 
Dopo un concerto tenuto a fine maggio 1937 come pianista presso il Teatro Verdi di Trieste, nel corso del quale esegue musiche di Chopin, Beethoven, Grieg, Respighi e proprie composizioni, l’attività pubblica di Quintieri si dirada quasi completamente. Ci saranno ancora radiotrasmissioni di sue musiche da parte dell’Eiar ma, a seguito della crescente deriva bellica, egli lascia Roma e si rifugia in Calabria. 
Dopo la guerra Quintieri ritorna a Roma dove il fratello Adolfo, amico di De Gasperi, farà parte dell’Assemblea Costituente e sarà poi deputato democristiano nella prima legislatura. Nella capitale avrà modo di lavorare all’Istituto Luce producendo le musiche di alcuni documentari diretti da Mario Verdone (padre del noto attore e regista Carlo); si legherà inoltre di stretta amicizia con Francesco Cilea che lo incoraggerà a comporre una nuova opera: Liliadeh su libretto di Emidio Mucci, che andrà in scena al Teatro Verdi di Padova nel 1951 e sarà ben accolta dal pubblico e un po’ meno dalla critica.
Intorno al 1955 Quintieri completa una nuova opera dal titolo Genziana, su libretto di Mario Verdone. Il lavoro, che si discosta dal filone verista che accomunava le tre opere precedenti e si apre ai più moderni echi dell’impressionismo francese e della dodecafonia, non giungerà però mai a essere rappresentato.
Nel 1964 Quintieri, insignito dell’onorificenza di Socio ordinario dell’Accademia Cosentina, lascia definitivamente Roma e si ritira a Cosenza dove, pochi giorni prima dell’ottantesimo compleanno, tiene l’ultimo concerto come pianista presso il Salone di rappresentanza del Casinò di Società con un programma dedicato per intero a sue composizioni: Passeggiando al PincioLontano ricordoBallataDanza bruzia. Lui che era stato un infaticabile viaggiatore, trascorre così l’ultimo decennio della sua vita in tranquillità vicino alla propria famiglia. 
Si spegne all’età di 91 anni. Quattro anni dopo, nel 1979, la figlia Maria fonda in città l’Associazione Concertistica, tuttora molto attiva, che porta il suo nome. (Massimo Distilo) © ICSAIC

Nota bibliografica

  • Alberto De Angelis, L’Italia musicale d’oggi. Dizionario dei musicisti. Appendice, Ausonia, Roma, 1928;
  • Attilio Gallo Cristiani, Musicisti di Calabria, Tip. Francesco Chiappetta, Cosenza, 1949;
  • Maria Roberta Milano, Maurizio Quintieri: la vita e le opere di un musicista calabrese, Caruso, Cosenza 2004;
  • Francesco Perri, Maurizio Quintieri ed il teatro musicale calabrese, Associazione Musicale Aura, Cosenza  2005.

Niutta, Vincenzo

Vincenzo Niutta [Caulonia (Reggio Calabria) 20 maggio 1802, Napoli 1 settembre 1867]. 

Figlio di Ilariantonio Niutta e Marianna De Blasio, nacque a Castelvetere (oggi Caulonia) in una famiglia cospicua, fu il primo ministro calabrese dell’Italia unita. Avviato agli studi, inizialmente presso religiosi del luogo, come i fratelli Domenico e Nicola (anch’essi futuri magistrati), venne successivamente avviato agli studi delle lettere e della filosofia a Catanzaro. 
Nel 1820, come da tradizione delle famiglie benestanti, fu mandato a Napoli per studiare Giurisprudenza, sulle orme dello zio materno Ilario Antonio De Blasio, che fu uditore generale del Regno delle Due Sicilie. Superati gli esami di alunnato di giurisprudenza pratica, presso i tribunali dell’ordine giudiziario, dal 1824 passava per tutti i gradi della magistratura del tempo: giudice di tribunale civile e giudice criminale, presidente del tribunale civile, procuratore del re, giudice di corte civile, consigliere della corte suprema, presidente della Gran Corte Civile, infine Presidente della Suprema Corte di Napoli. 
Furono sue sedi professionali: Napoli (uditore giudiziario), Catanzaro (giudice di tribunale civile, anno 1825), Potenza (giudice criminale, anno 1826), Avellino (presidente di tribunale civile, anno 1831), Palermo (promosso Procuratore regio e giudice di corte civile, 26 dicembre 1836), L’Aquila (presidente della Gran Corte civile dell’Aquila, 1848), infine Napoli (consigliere della Suprema corte di giustizia di Napoli dal 19 aprile 1848; presidente della Gran Corte civile di Napoli dal 30 ottobre 1854; vicepresidente della Suprema corte di giustizia di Napoli dal 18 maggio 1857; presidente della Suprema corte di giustizia di Napoli dal 29 agosto 1859,primo presidente della Corte di Cassazione di Napoli dal 12 giugno 1861 fino alla sua morte. 
Sposato con Amalia Franchi, ebbe cinque figli Ilario, Nicola, Luigi, Filomena e Francesco.
La sua folgorante carriera fu agevolata da qualità professionali e culturali non comuni. Gracile nella persona, freddo e poco espressivo nella fisionomia, difficile nella parola, difetto che si aggravò con l’avanzare dell’età. 
Fu liberale con il grande culto della Patria, pur rimanendo fedele al giuramento del mandato di magistrato. Ebbe grande rispetto della libertà, della concezione dello Stato, della giustizia. Seppe distinguere i doveri ed i diritti di regnanti e sudditi, la funzione regolatrice della magistratura. Il concetto di Costituzione «fondata sul doppio principio dell’onore e della verità – si legge nell’elogio funebre – la sua rettitudine morale, la sua indipendenza, la sua dottrina e dirittura, il suo patriottismo gli crearono non pochi problemi con la corte borbonica e con gli stessi sovrani». Tanto che, a seguito di alcune sue affermazioni, soprattutto sulla funzione della magistratura, il ministro di Grazia e giustizia stava per destituirlo dalla carica (1848). Ma, la solidarietà di tutti i magistrati del Regno gli valse la revoca del provvedimento. Fiero e ostinato com’era tirava dritto per la sua strada facendosi amare e rispettare nel Regno delle Due Sicilie e il 1849 faceva ritorno a Napoli con le funzioni di consigliere di corte superiore. Dieci anni dopo divenne primo presidente della Suprema Corte di Giustizia di Napoli. Gli eventi del 1860 lo videro quindi nel ruolo più alto della magistratura partenopea. E in tale veste il 3 novembre 1860, nella Piazza Regia a Napoli (oggi Piazza del Plebiscito),proclamò il risultato del Plebiscito di Napoli e delle provincie meridionali, che si era svolto il 21 ottobre 1860, concludendo con la storica frase: «Proclamo che il popolo delle provincie meridionali d’Italia vuole l’Italia una ed indivisibile con Vittorio Emanuele, Re costituzionale e suoi legittimi discendenti». In precedenza, il 10 settembre dello stesso anno, all’udienza della Corte Suprema di Giustizia di Napoli, aveva pronunciato un discorso in onore di Giuseppe Garibaldi nel quale estrinsecava l’animo e lo spirito con cui le popolazioni meridionali acclamavano all’unità nazionale, salutando «con gioia il Risorgimento Italiano». 
Il 20  gennaio 1861 fu nominato Senatore del Regno d’Italia con la particolarità del giuramento prestato ancor prima della convalida, in seduta reale. Vittorio Emanuele II e Cavour lo vollero nel primo governo dell’Italia Unita. Collaborò con lo statista piemontese alla concezione e pronunciamento del discorso sulla formula «Libera Chiesa in Libero Stato». Ministro senza portafoglio (come da lui preteso) nel governo Cavour (marzo-giugno 1861). Dei preliminari alla nomina informava il fratello Domenico che era magistrato al Avellino (manteneva stretti i contatti coi fratelli e con i congiunti di Castelvetere). 
Fu tra gli estensori, quale vice presidente della Commissione parlamentare e, successivamente, Presidente della Commissione di Magistrati nominata per l’elaborazione del Codice Civile. Al Senato la sua attività fu molto marginale. Parlò soltanto nella discussione di tre leggi: sull’affrancamento dell’enfiteusi nell’Emilia, sull’istruzione elementare e, infine, era prenotato a relazionare «intorno alla proposta di legge di abolizione dei vincoli feudali » quando fu convocato dal Conte Cavour che comunicò la decisione congiunta, con il re, di nominarlo ministro.
Fu anche insigne letterato. Le sue sentenze, relazioni ed inchieste hanno lasciato l’impronta di uomo colto, di grande dottrina e grande giurista.
Non diede nulla alle stampe, ma lasciò manoscritti che meriterebbero di essere riscoperti e valorizzati: Raccolta di Pensieri  e di Giudizi di vari autori sulla filosofia del diritto; Sul Diritto di Natura; Sulrapporto della morale del diritto;Influenza del Cristianesimo sulla civiltà; Sul Diritto e sulla emancipazione della donna; Sul Diritto di Proprietà, di successione, donazioni, testamenti, società civili, nazionalità, Stati; Opinioni e giudizi di autori diversi sulla legislazione; Sopra ogni materia di diritto (disposti per ordine alfabetico delle materie); Sull’organizzazione giudiziaria e di procedura; Principi e regole di diritto romano; Osservazioni critiche sul progetto del Codice Civile, modificato dalla Commissione del Senato; Osservazioni attorno all’ordinamento della Corte di Cassazione o altra Magistratura del Regno; Raccolta di dialoghi di Dante; Frutto delle mie letture (tre manoscritti); ecc. 
Duca e Marchese di Marescotti (assunse i titoli nobiliari per parte della moglie e della nuora duchessa, moglie del figlio maggiore Ilario) fu Grande Ufficiale dell’Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro.
Ammalato, si spense all’età di 65 anni. Ai funerali, che si svolsero due giorni dopo la sua morte,furono tenuti vari discorsi di personalità come Renato Matteo Imbriani, Giuseppe Pisanelli ed Enrico Pessina. Il suo amico Giovanni De Falco, avvocato generale della Corte di Cassazione  di Napoli medesima Corte e senatore, sul quotidiano «Il Pungolo» tracciò il profilo storico del grande giurista e magistrato calabrese. Il Senato lo ricordò nella seduta del 5 dicembre 1867. Il presidente Gabrio Casati, in quella occasione, affermò tra l’altro: «Si distinse ovunque per grande dottrina e specchiatezza, inflessibile nel rendere giustizia, giammai né sgomentato né lusingato, sebbene fossero i tempi difficilissimi».
A lui sono intestate una via a Napoli e una, quella principale, a Caulonia. (Ilario Camerieri) @ICSAIC

Nota bibliografica

  • Luigi Capuano, Elogi funerali e Cenni Biografici intorno a Vincenzo Niutta Presidente della Cassazione di Napoli Senatore del Regno Grande Uffiziale dell’ordine Mauriziano, Tipografia Rocco, Napoli 1868;
  • Giovanni De Falco, in Elogi funerali e cenni biografici intorno a Vincenzo Niutta, Presidente della Cassazione di Napoli, Senatore del Regno, Grande Ufficiale dell’Ordine Mauriziano, Tipografia Rocco, Napoli 1868, pp. 44-46;
  • Senato del Regno, Atti parlamentariDiscussioni, 5 dicembre 1867.
  • Davide Prota, Ricerche Storiche su Caulonia, Tipografia Toscano, Roccella Ionica 1913, pp. 147-149;
  • Francesco Genovese, I libri parrocchiali di Castelvetere (Caulonia) in provincia di Reggio Calabria, «Archivio storico per la Calabria e la Lucania», III, 1933, pp. 179-207;
  • Vincenzo Morelli, Vincenzo Niutta, in Dizionario del Risorgimento nazionale, vol. III, Vallardi, Milano 1933, pp. 708-709;
  • Antonio Collaci, Figure Calabresi: Vincenzo Niutta magistrato e poeta, «Il Popolo» 19 febbraio 1952;
  • Ubaldo Franco,Il 1860 ed il primo Governo Nazionale nei documenti dell’Archivio Comunale di Castelvetere (oggi Caulonia), «Archivio Storico per la Calabria e la Lucania», XXIII, fasc. III-IV, 1954, pp. 255-276;
  • Guido Miggiano, Vincenzo Niutta, «Corriere di Reggio», 26 agosto 1961;
  • Rocco Ritorto, Storia nelle storie della Costa dei Gelsomini in Calabria,  Vol. 1°, AGE, Ardore Marina 1991, pp. 219-221
  • Vincenzo Mezzatesta, Biografie di uomini illustri di Calabria, Gangemi Editore, Reggio Calabria 1993, pp. 147-151;
  • Scuteri Armando, Kaulon-Castelvetere,  Caulonia, Calabria Letteraria Editrice, Soveria Mannelli 2005, pp. 221-223;
  • Ilario Camerieri, La costituzione fondata su onore e verità,«il Quotidiano della Calabria», 27 dicembre 2009
  • Scuteri Armando, Quando Niutta accolse Garibaldi a Napoli, «Gazzetta del Sud», 17 marzo 2011;
  • La Calabria ai tempi dell’Unità d’Italia, Laruffa , Reggio Calabria 2011, pp. 41-43;
  • Alberto Scerbo, Vincenzo Niutta: forme della politica e dimensioni del diritto, in Id. (a cura di), Diritto ed economia nella Calabria moderna, Giuffrè, Milano 2013;
  • Rocco Ritorto, Un illustre figlio di Caulonia, www.caulonia2000.it.

Corso, Raffaele

Raffaele Corso [Nicotera (Vibo Valentia), 8 febbraio 1883 – Napoli, 28 luglio 1965]

Ebbe i natali a Nicotera, all’epoca in provincia di Catanzaro, dal medico Diego e da Teresa Stilo, nativa di Oppido Mamertina. Sposò Francesca Russo, figlia del preside Vincenzo, storico e letterato nicoterese, dalla quale ebbe tre figli: Teresa, docente di lettere; Diego, medico; Vincenzo, ufficiale dell’Aeronoautica.
Il padre Diego, che oltre a esercitare la professione di medico si dedicò con  passione e competenza anche agli studi storici e archeologici, lo avviò alla conoscenza dell’archeologia e delle tradizioni popolari, tant’è che egli volle rendergliene merito nella dedica alla prima serie di Riviviscenze: «Alla dolce memoria del padre mio che primo mi guidò nei campi ameni delle tradizioni popolari».
Frequentò le scuole primarie e il ginnasio a Nicotera e completò gli studi superiori al Liceo classico di Monteleone (oggi Vibo Valentia). Durante questi anni giovanili pubblicò alcune poesie su un giornale locale. Quindi si trasferì a Napoli per studiare Giurisprudenza, ma fu attratto dagli studi storici e dalle ricerche di etnologia, appassionandosi a tradizioni popolari, usi e costumi, anche di altri popoli. Negli anni della formazione, gli fu guida affettuosa Giuseppe Pitrè, l’antesignano e mecenate in Italia degli studi demopsicologici e il primo a occupare a Palermo l’unica cattedra universitaria allora esistente. Tra maestro e allievo nacque un solido rapporto di reciproca stima, testimoniato dalle 154 lettere che Pitrè inviò allo studioso nicoterese.
Nel 1906 si laureò con la tesi Proverbi giuridici italiani, che fu pubblicata e tradotta in due lingue, e si propose di delineare una nuova scienza, l’archeologia giuridica, intendendo con tale espressione ricollegarsi al concetto di sopravvivenza del Tylor e di farne la scienza «delle reliquie sociali e morali, dei simboli frammentari e delle infrante istituzioni, per comprendere quanto del passato è scomparso, quanto del vecchio rivive, quanto sulle antiche tracce si rinnova».
Per lui 1’archeologia giuridica ebbe la stessa importanza data dalla storia al materiale archeologico e paleografico, infatti «essa studia l’eredità barbarica, i resti dei monumenti giuridici, gli avanzi delle legislazioni attraverso le mine, le trasformazioni, le sostituzioni nel tempo e nello spazio, e li mette in rapporto con la storia».
Uomo di vasta cultura e di eccezionale talento, attratto dal retaggio delle antiche usanze, si trovò sospinto a svelare le motivazioni autentiche custodite nel cuore dei semplici, della gente umile e volle interpretare fino in fondo quella cultura, quella vita spirituale, quel mondo pittoresco e favoloso che affiorava autentico, integro ed incontaminato nelle tradizioni popolari, tramandate oralmente da generazione in generazione.
Fu suo il merito se la tradizione popolare, ritenuta un puro «collezionismo di riti, di detti, di proverbi, di usi delle classi subalterne», divenne profonda indagine con l’adozione del metodo analitico e di comparazione, che donò al folklore orientamenti innovativi, anticipatori di vedute più moderne e lo elevò a dignità scientifica.
Intanto videro la luce altri lavori: Gli sponsali popolari, Doni nuziali, Patti d’amore e pegni di promesse, Consuetudini sessuali, quest’ultimo stampato a Lipsia, in lingua tedesca.
Dall’Italia e dall’estero, gli arrivarono consensi positivi per l’introduzione del nuovo metodo di ricerca critica che certamente dava un’impostazione diversa alle tradizioni popolari; altre manifestazioni di stima gli giunsero dal Croce, dal Torraca, dal D’Annunzio, da Vittorio Emanuele Orlando, da giuristi, letterati e politici, e soprattutto dal Loria, etnologo insigne, a cui ven ne affidata la direzione del Museo d’Etnografia italiana, aperto nel 1906 a Firenze.
Il Loria chiese la collaborazione del Corso, allora venticinquenne, che gliela espresse con tanta competenza e fecondità di risultati da destare meraviglia allo stesso Loria.
Nel 1911 partecipò al Congresso etnografico di Firenze e riscosse un’affermazione che gli rese tanta notorietà nel mondo della cultura da esser chiamato nel 1914 alla docenza universitaria per 1’insegnamento dell’Etnografia all’Istituto di Antropologia di Roma fino al 1922, anno in cui «per chiara fama» gli fu conferita la cattedra di Etnografia all’Istituto universitario orientale di Napoli, ove rimase fino al 1953, data del collocamento in pensione.
Fu ricreatore delle dottrine demologiche e suscitatore d’interesse tant’è che i suoi corsi furono frequentatissimi da parte di giovani colonialisti, aspiranti alla carriera diplomatica, per la quale era indispensabile la conoscenza dei popoli e della loro cultura.
Nel periodo coloniale, si recò più volte in Africa orientale per conoscere gli usi e i costumi di quelle popolazioni, e nel 1935 la Società geografica lo incaricò di effettuare una ricerca nel Fezan. Quei viaggi e quelle escursioni gli consentirono di approfondire la conoscenza del mondo africano, ancora intatto e inesplorato. Pubblicò, a proposito diversi studi. Istituì così a Napoli due corsi di cultura africana: «L’Africanista» e «Le Istituzioni Abissine». 
Tra i folkloristi è stato considerato il più schierato apertamente con il regime e la sua ideologia. Anche perché, quando nel 1938 il regime assunse posizioni decisamente razziste, fu tra i firmatari del Manifesto degli scienziati razzisti. Studi recenti ipotizzano che la sua adesione al fascismo, come quella di tanti altri folkloristi, potrebbe avere  avuto motivazioni strumentali, per cui bisogna procedere con cautela nell’attribuirgli la “patente” di fascista. 
Fu chiamato a presiedere la Sezione di Etnografia africana al Congresso Internazionale di Scienze Antropologiche ed etnografiche di Londra. Ricoprì la carica di presidente della Società africana italiana e infine fu nominato membro del Governing of Body the International African Institut of London. 
Partecipò a tutti i congressi nazionali e internazionali che si svolsero dal 1911 al 1957 e ovunque apportò il suo geniale contributo scientifico.
Fondò e diresse dal 1925 la rivista «Il Folklore italiano» (per l’avversione del fascismo a nomi stranieri dovette cambiare testata in «Archivio per la raccolta e lo studio delle tradizioni popolari italiane»), tenuta in grande considerazione in Italia e all’estero, e nel 1946 varò la rivista «Folkore».
Fu nel suo campo un luminare e per dirla con Morore Best «da Napoli Raffaele Corso illumina il mondo».
Innumerevoli e di ampio respiro culturale le sue pubblicazioni (circa 250 che spaziano su tutti gli aspetti dell’etnografia), di cui nella sezione “Opere” oltre a quelle già citate, le più significative, alcune delle quali considerati i libri guida del nuovo metodo comparativo. Per la Calabria scrisse molti articoli e saggi, tra i quali: Una leggenda americana in Calabria; La Fanciullezza di S. Gennaro; Sulla patria di S. Gennaro; La leggenda del rinnegato di Nicotera; Echi leggendari delle incursioni barbaresche su Nicotera; Per un passo in onore di S. Francesco di Paola; Saggio sui blasoni popolari calabresi; Le consuetudini di Catanzaro; Piccole industrie calabresi; Usanze popolari in Calabria; Visione del Natale nella vecchia Calabria; La leggenda calabrese di donna Canfora; Miti e leggende di Calabria: la canzone popolare di  Rosa  e Flora;  Wellerismi calabresi,  napoletani,  pugliesi  e siciliani;  Il folklore  della Calabria ed i suoi studi; Per un Museo delle tradizioni popolari in Calabria; La Pasqua in Calabria; Una canzone popolare calabrese;  Tradizioni festive in Calabria; L’arte popolare in Calabria; Le farse di Carnevale in Calabria; Il mito delle sirene nella tradizione popolare calabrese; Il ciclope e le tradizioni popolari calabresi; Amuleti calabresi; L’arte  tessile di  Calabria;  Santi pluviali  in  Calabria;  L’ulivo  nella  Calabria; Tradizioni sull’olivo in proverbi calabresi; L’aleologia nei proverbi calabresi.
Era molto legato alla sua città natale e ogni anno vi tornava per l’estate. Collocato a riposo ma nominato professore emerito, ebbe un telegramma con grandi attestazioni di stima da parte di Aldo Moro, all’epoca Ministro della Pubblica istruzione, e una lettera del Presidente della Repubblica Giovanni Gronchi che gli comunicava la firma del decreto e si felicitava con lui per il conferimento del titolo di Professore emerito. 
Morì a Napoli, nella sua casa di via Michelangelo, all’età di 82 anni.
La Biblioteca comunale e una via di Nicotera portano il suo nome. A lui è intitolato il Museo calabrese di Etnografia di Palmi.

Opere

  • L’arte dei pastori, s.n., sl, 1920;
  • FolkloreStoria, obiettometodo, bibliografia,  Casa editrice Leonardo da Vinci, Roma  1923  (3ª ediz. R. Pironti, Napoli 1946);
  • Patti d’amore e pegni di promessa, Casa Ed. La Fiaccola D. Di Rubba, S. Maria Capua Vetere 1925;
  • Reviviscenze. Studi di tradizioni popolari italiane. Serie prima,  F. Guaitolini, Catania 1927;
  • Etnologia giuridica, Unione Tipografico-Editrice Torinese, Torino 1938
  • Africa ItalianaGenti e costumi, Raffaele Pironti, Napoli 1940;
  • Africa. Cenni razziali, Ediz. Universitarie, Roma 1941
  • Etnografia. Prolegomeni, R. Pironti, Napoli 1942;
  • Aspetti di vita africana, R. Pironti, Napoli 1943;
  • I popoli dell’Europa : Caratteristiche generali e distribuzione geografica. Appunti, R. Pironti, Napoli 1943;
  • I popoli dell’Europa; usi e costumi, R. Pironti e Figli, Napoli 1948;
  • Studi africani, R. Pironti e Figli, Napoli 1950;
  • Problemi di etnografia, Conte, Napoli 1956;
  • La vita sessuale nelle credenze, pratiche e tradizioni popolari italiane, ed. it. a cura di Giovanni Battista Bronzini; saggio introduttivo di Lutz Röhrich, L. S. Olschki, Firenze 2001.

Nota bibliografica

  • Teodor Onciulescu, L’opera scientifica del prof. Raffaele Corso, in Atti del Congresso di etnografia, R. Pironti e Figli, Napoli 1952;
  • Calabria 1908-10: la ricerca etnografica di Raffaele Corso, a cura di Luigi Lombardi Satriani e Annabella Rossi, De Luca, Roma 1973;
  • Marina Santucci, Corso Raffaele, in Dizionario biografico degli italiani, vol. 29, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, Roma 1983;
  • Ricciotti Mileto, Etnografia e folklore nelle opere di Raffaele Corso, Rubbettino, Soveria Mannelli 1985;
  • Pasquale Barbalace, Scuola Cultura e Società in un comune calabrese. Nicotera (Sec. XIX-XX), Laruffa Editore, Reggio Calabria 2003, pp. 187-190.
  • Carmela Galasso, Corso Raffaele, in Biografie di personaggi noti e meno noti della Calabria, Pellegrini, Cosenza 2009, pp. 134-136.

Bruni, Carmelo

Carmelo Bruni [Parenti (Cosenza) 26 aprile 1865 – Napoli, 2 agosto 1951]

Figlio di Pasquale, possidente di Parenti, e di Giuseppina Minnelli, originaria di Petilia Policastro, fu registrato allo Stato civile con i nomi di Carmelo Francesco Maria.
Fece i primi studi nel paese natio. Dopo aver completato il Ginnasio e il Liceo a Cosenza, si trasferì prima all’Università di Pisa e quindi a quella di Napoli dove nel 1890 conseguì la laurea in Medicina e Chirurgia. Accolto dall’igienista Vincenzo De Giaxia nell’Istituto di Igiene dell’ateneo napoletano perfezionò le tecniche di laboratorio. Frequentò anche la Clinica Chirurgica Universitaria diretta dal professore e senatore Carlo Gallozzi, al tempo molto conosciuto per la cosiddetta «operazione della pietra» che lo spinse a scegliere la specialità che in futuro gli avrebbe dato lustro. In quegli anni collaborò anche con l’anatomico prof. Antonelli, Decise così di approfondire l’urologia, una nuova disciplina, per cui nel 1895, grazie a due borse di studio, si trasferì a Parigi dove rimase due anni, dal 1895- al 1896: all’Ospedale Necker, fece apprendistato sotto la guida di due luminari, i professori Jules Emilie Péan e Félix Guyon, e sempre a Parigi, all’Istituto Pasteur, fu allievo del prof. Elie Metchnikoff a cui nel 1908 venne attribuito il Premio Nobel per la Medicina. Non pago dell’esperienza formativa parigina, allo scopo perfezionandosi in tecniche endoscopiche, nel 1897 si trasferì all’Università dia Berlino, dove rimase per un anno come assistente del prof. Maximilian Nitze, uno dei padri dell’urologia, conosciuto anche per essere stato l’inventore della cistoscopia con sistema di visione ottica che, come si legge in un trattato di Urologia clinica, «apri una nuova era alla diagnostica e alla terapia urologica».
Forte di queste importanti esperienze scientifiche e chirurgiche e con una preparazione nella diagnostica e nella tecnica operatoria, nel 1898 rientrò a Napoli. Sempre nel 1898 conseguì la Libera Docenza in Patologia Chirurgica all’Università di Napoli. Nel 1900 fondò il primo centro urologico presso l’Ospedale partenopeo Gesù e Maria e nello stesso anno fu nominato direttore dell’Ambulatorio urologico dell’Ospedale degli incurabili e grazie al sostegno economico del Banco di Napoli aprì il reparto urologico «Michele Troia» che guidò a lungo.
L’11 ottobre 1902 sposò la nobildonna Clelia Lucchetti.
Autorizzato dal Consiglio Superiore della P.I. tenne i primi corsi pareggiati sulle malattie delle vie urinarie e fu incaricato dell’insegnamento di Endoscopia nella clinica del suo maestro, prof. Gallozzi. Nel 1906, secondo in Italia dopo Michele Pavone che a Palermo istituì il primo Dipartimento Urologico, ottenne la Libera docenza in Clinica delle malattie urinarie, specialità nella quale aveva già prodotto una cinquantina di pubblicazioni, diventando da questo momento un caposcuola dell’Urologia italiana, anche se l’accademia lo boicottò e fu costretto a continuare la propria attività all’Ospedale degli Incurabili, ove nacque la sua Scuola. Nel 1921 scrisse il Compendio di Clinica Terapeutica delle Malattie Urinarie ad uso dei medici e degli studenti che raggiunse tre edizioni. Pubblicò anche un Manuale di Clinica Terapeutica delle Malattie Urinarie e moltissimi studi in italiano, francese e tedesco, collaborando con «La Rivista Medica», «Il Policlinico», «Il Giornale Internazionale della Medicina», «La Chirurgia Speciale», «Monatsberichte fur Urologie» e «Wiener Medicinischen Wochesshrift». Tra le sue pubblicazioni ci sono anche studi e ricerche di storia della medicina con i quali contribuì a valorizzare grandi medici del passato precursori dell’urologia.
Pioniere della specialità chirurgica fu tra i fondatori della Società italiana di Urologia, della quale fu anche Presidente dal 1930 al 1932. Dopo decenni di lavoro e di studio fu costretto all’inattività per la perdita della vista. Ottuagenario, però, lasciò il volume L’Urologia in cammino, quasi un testamento spirituale per i suoi discepoli e i giovani che si avvicinavano alla specialità. Tra questi anche il figlio Pasquale che ancor giovane era già una promessa e, seguendo le orme del padre, è diventato uno dei punti di riferimento dell’Urologia italiana.
Dopo dieci anni di cecità, si spense a Napoli all’età di 86 anni.
«Piccolo di statura ma grande di mente», come lo definì Ettore Gallo, suo discepolo, commemorandolo nella seduta inaugurale del VII Congresso medico-chirurgico a Cosenza, «come a un altro calabrese, il professore Rocco Jemma, va il merito di avere creato la clinica pediatrica staccandola dalla medicina generale, a Bruni va riconosciuto di aver fatto dell’urologia una branca a sé, separandola dalla chirurgia generale. E come Jemma, partecipò attivamente alle attività della Società Medico Chirurgica Calabrese e, in particolare a tutte le iniziative di aggiornamento medico nella sua Cosenza». Al I Congresso medico nella città dei Bruzi, Bruni ricordò un altro valente chirurgo calabrese, Agostino Casini, che a 18 anni combatté con Garibaldi a Mentana, era stato deputato e si era distinto in sala operatoria essendo stato il primo a Napoli a estirpare una milza leucemica e «primo in Italia osò aprire un torace per curarne una caverna tubercolare». Sempre nell’ottica di «rimporre come in un Pantheon figure di grandi medici vissuti nel secolo scorso», come egli stesso spiegò, al II Congresso a Reggio propose la vicenda umana e professionale del patriota e chirurgo Francesco Rognetta, e al III congresso si soffermò con intensità sulla breve vita di Diodato Borrelli.
Mostrò sempre un grande attaccamento nei confronti della sua terra e amò in particolare il suo paesino d’origine: nel 1936, «liberamente, spontaneamente e definitivamente», come si legge nell’atto notarile», donò la sua casa nativa che prima fu destinata a una scuola intitolata al padre («Scuola elementare Pasquale Bruni»), che poi è diventata il Palazzo Municipale. E due anni dopo, assieme al dottor Cesare Cardamone, «illustri e benemeriti concittadini», fu incaricato dal podestà di interessarsi presso la direzione della Società Elettrica Bruzia, per portare la luce a Parenti «senza alcun aggravio per le finanze del comune». Anche per questo, oltre che chirurgo e filantropo, è ricordato come un cittadino probo molto legato alla sua comunità d’origine. (Ubaldo Lupia) @ ICSAIC

Nota bibliografica

  • Ettore Gallo, La solenne rievocazione di Carmine Bruni, «Cronaca di Calabria», 12 settembre 1952;
  • Luigi Pisani, Carmelo Bruni, Archivio Italiano di Urologia, vol. XXV, fasc. II
  • Luigi Aliquò Lenzi e Filippo Aliquò Taverriti, Gli scrittori calabresi. Dizionario bio-bibliografico, vol. I, Tip. Editrice “Corriere di Reggio”, Reggio Calabria 1972, pp. 155-157, ad nomen;
  • Ubaldo Lupia, Parenti. Tra storia, memoria e cronaca del ’900 (1900-1950), Pellegrini, Cosenza 2006.

Nota archivistica

  • Comune di Parenti, Registro delle nascite, Atto n. 20 del 27 aprile 1865;
  • Comune di Parenti, Registri di morte, Atto n. 1, parte II, Serie A, 1951.

Palma, Luigi

Luigi Palma [Corigliano Calabro (Cosenza), 19 luglio 1837– Roma, 3 gennaio 1899]

Nacque da Pietro Paolo e da Maria Teresa Palopoli, in una famiglia della media borghesia. Il padre, piccolo proprietario terriero, gli garantì una vita decorosa, avviandolo ai primi studi in loco, sotto la guida del maestro don Giovanni Cirone, dal quale apprese il latino, il greco, la matematica e l’italiano. Nella sua città seguì, ancora giovanissimo, anche gli insegnamenti di Berardino Bombini, il più famoso e stimato avvocato di Corigliano nella prima metà dell’Ottocento. A sedici anni, incoraggiato da Bombini, si trasferì a Napoli per affinare la propria formazione letteraria e iniziare gli studi giuridici.
«A Napoli frequentò la scuola di un prete calabrese, Giuseppe Lamanna, allievo di Basilio Puoti, presso la quale apprese a curare la forma dei suoi scritti. Qui inoltre studiò diritto e storia, e in particolare diritto pubblico ed economia politica» (Mingrone). Da autodidatta, inoltre, imparò l’inglese, il tedesco, lo spagnolo, il portoghese. Si laureò in legge a vent’anni nel 1857, rimanendo a Napoli fino al 1860, senza alcun proponimento di applicarsi all’esercizio dell’avvocatura.
Durante il periodo napoletano ebbe modo di stringere rapporti di collaborazione con il giurista Pasquale Stanislao Mancini, docente all’Università di Napoli, e con Ruggero Bonghi, statista e uomo politico napoletano. Nel 1860 prese parte a un concorso per un impiego governativo e, dopo averlo superato, fu nominato «controllore interino per le contribuzioni dirette» a Vasto degli Abruzzi, e poi controllore effettivo nel luglio 1862. Mantenne quell’impiego solo due anni «perché avendo approfondito gli studi di economia politica e di diritto pubblico, si sentiva sprecato per quell’incarico, e perciò decise di abbandonarlo e di dedicarsi all’insegnamento» (Mingrone).
Alla fine del 1862, vincitore di concorso, ebbe l’incarico  per l’insegnamento di economia politica e diritto amministrativo, diritto e storia commerciale, nell’Istituto Tecnico di Bergamo, dove divenne titolare nel dicembre 1863 e poi preside, incaricato nel 1869, titolare nel 1871. Nel periodo del suo insegnamento a Bergamo, scrisse e pubblicò due opere che gli diedero fama nazionale, ponendolo all’attenzione degli ambienti universitari italiani: Del Principio di nazionalità nella moderna società europea (1867) «un’opera che dimostra ampia cultura e si può definire interdisciplinare e volta all’approfondimento delle scienze politiche sul piano interno e internazionale» (Lanchester),  e  Del potere elettorale negli Stati liberi (1869), in cui «esamina in modo approfondito un tema tipicamente costituzionalistico, ponendo sulla funzione elettiva il fondamento degli ordinamenti costituzionali contemporanei» (Lanchester).
Nel 1872 e nel 1873 la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Roma lo  propose a voti unanimi a professore di Diritto costituzionale in quell’Ateneo; ma essendo quel posto ambito da un gran numero di persone influenti, il Ministero della P.I. lo mise a concorso, e Palma, superando tutti i concorrenti, nell’ottobre del 1874 ottenne quella cattedra come professore straordinario. Nel 1878 divenne il primo docente ordinario di diritto costituzionale dell’Università di Roma. Due anni prima Pasquale Stanislao Mancini, chiamato al Ministero di Grazia e Giuistizia, volle che Palma occupasse, inoltre, la cattedra di Diritto Internazionale; e fu confermato in tale incarico fino al 1878. Molte volte il Ministero di Grazia e Giustizia «richiese l’opera del Palma per lo studio e la compilazione di progetti di legge, tra cui quello sulla Riforma elettorale a scrutinio di lista, per incarico  del presidente del Consiglio dei Ministri Agostino De Pretis» (Grillo).
Nel 1877-78 pubblicò un  Corso di Diritto Costituzionale in due volumi, poi ampliato e ristampato in una seconda (1880-81) e in una terza edizione (1884-85), un’opera che servì da base e guida a quasi tutti gli studiosi che successivamente si cimentarono nella composizione di opere organiche di diritto pubblico e amministrativo. Quegli stessi anni sono caratterizzati da un susseguirsi di saggi e articoli pubblicati sulle più importanti riviste italiane quali «Nuova Antologia»,  «Rassegna di Scienze sociali», «Rivista contemporanea», «Il Politecnico».
Nel 1879, ormai in età matura, sposò la romana Elena Bolasco, con la quale trascorse una vita serena , anche se non ebbe quei figli che tanto desiderava.
Negli anni 1884-1886  gli fu affidato l’incarico di insegnare materie pubblicistiche (diritto internazionale e costituzionale) all’erede al trono d’Italia, Principe di Napoli, futuro re Vittorio Emanuele III. A ricordare questo particolare della sua vita è anche Gioacchino Volpe, in un suo saggio sul sovrano sabaudo («Gli fu maestro Luigi Palma, celebrato scrittore di materie costituzionali, con spiccati orientamenti liberali»).
Nel 1886 fu nominato preside della Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Roma e membro del Consiglio Superiore dell’Istruzione Pubblica su designazione delle facoltà giuridiche del Regno.
Nonostante  i prestigiosi incarichi che fu chiamato a ricoprire, non dimenticò la Calabria e mantenne saldi i contatti con la terra natia, collaborando ai giornali «Il Popolano» di Corigliano e «Il Telesio» di Cosenza. Nell’anno 1886 gli amici di Corigliano, tramite il «Il Popolano» proposero la sua candidatura a deputato per le elezioni del 30 maggio, ma «l’illustre costituzionalista rifiutò perché impegnato in varie incombenze a Roma» (Cumino).
Il 7 agosto 1887 Francesco Crispi lo nominò Consigliere di Stato e il 4 dicembre dello stesso anno, con decreto reale, gli fu concesso il titolo di professore onorario della Facoltà di Legge dell’Università di Roma. Due anni dopo, nel 1889, fu nominato Ufficiale della Corona d’Italia. 
Tra il 1889 e il 1890 si dedicò alla stesura e alla pubblicazione della Raccolta dei Trattati e delle Convenzioni in vigore tra il Regno d’Italia ed i governi stranieri (1890). Nel 1894 pubblicò un’altra sua opera molto importante: Studi sulle costituzioni moderne. In quest’ultima opera «prende in esame le costituzioni di paesi come gli Stati Uniti d’America, la Francia, l’Inghilterra, il Belgio, la Spagna, la Germania, la Svizzera, e i tentativi di nuove costituzioni in Italia dal 1796 al 1815, esaminando come sono nate, da quali forze sociali sono state prodotte, quali principi ed insegnamenti derivano dalla loro attuazione o dalla loro caduta» (Cumino).
Gli ultimi anni della sua vita furono resi amari dalla tragica scomparsa del fratello Antonio, ingegnere, ex sindaco di Corigliano, professore di Disegno topografico nell’Università di Napoli, avvenuta il 3 marzo 1896. 
La morte lo colse all’età di 62 anni, a Roma, nella sua casa di Piazza Poli.
A ricordo del legame intenso che ebbe con l’Università di Roma, lasciò alla Biblioteca della Facoltà di Giurisprudenza i suoi libri e i suoi manoscritti. La città natia nel 1901 fece apporre una lapide marmorea sulla facciata della casa in cui egli era nato e intitolò al suo nome la via ove questa casa è situata; nel 1905 gli dedicò un busto marmoreo, collocato nella villetta del «Collegio Garopoli». Nel 1972 gli è stato intitolato l’Istituto Tecnico Commerciale di Corigliano.
Scrive  Francesco Grillo, suo biografo, in un articolo apparso su «Calabria Nobilissima» che «nella storia della giurisprudenza la figura di Luigi Palma risulta netta e chiara tra quelle dei più grandi classici del Diritto pubblico, per chiarezza di eloquio, per criterio storico, per senso civile e morale, per umanità e modernità di pensiero, con le quali doti egli seppe distintamente illustrare la cattedra di Diritto costituzionale dell’Urbe (1874-1887)  che poi sarà occupata da Costantino Mortati, un altro insigne coriglianese, dal 1953 al 1960». Fulco Lanchester, nel Dizionario biografico degli Italiani scrive che «Palma è il rappresentante più caratteristico della generazione di giuspubblicisti dei primi vent’anni di storia unitaria, un giurista rappresentativo dell’indirizzo storico-comparatistico che precede la nascita della scuola orlandiana” (Franco Liguori) @ ICSAIC

Opere principali

  • Prolusione allo studio dell’economia politica, Pagnoncelli, Bergamo 1863;
  • Del principio di nazionalità nella moderna società europea, Treves, Milano 1867;
  • Del potere elettorale negli Stati liberi, Treves, Milano 1869;
  • La libertà, Treves, Milano 1871;
  • L’Organamento dell’azione dello Stato in ordine alla Pubblica Istruzione in Francia, Germania, Inghilterra, Stati Uniti d’America, Sansoni, Firenze 1875;
  • Corso di Diritto costituzionale (tre volumi), Ed. Pellas, Firenze 1880-81;
  • Trattati di convenzione in vigore fra il Regno d’Italia ed i Governi esteri, Unione Tip. Editrice, Torino 1879;
  • Studi sulle costituzioni moderne, Unione Tip. Editrice, Torino 1892;
  • Testi delle principali Costituzioni moderne, Unione Tip. Editrice, Torino 1894;
  • Nuova raccolta dei Trattati e delle Convenzioni in vigore fra il Regno d’Italia ed i Governi esteri a tutto il 1892 (5 volumi), Unione Tip. Editrice, Torino 1892.

Nota bibliografica

  • La scomparsa di Luigi Palma, «Il Popolano», 18 gennaio 1899;
  • Livio Minguzzi, Commemorazione di Luigi Palma, Stab. Tip. Società Editrice Libraria, Milano 1899;
  • Domenico Persiani, Commemorazione di Luigi Palma, «Il Popolano», XIII, 10, giugno 1905;
  • Gioacchino Volpe, Vittorio Emanuele III, Industrie Grafiche A. Nicola & C, Varese-Milano 1939;
  • Bruno Barillari, La concezione giuridica di Luigi Palma, «Cronaca di Calabria», LVIII, gennaio 1960
  • Francesco Grillo, Profili calabresi: Luigi Palma, «Calabria Nobilissima», XVI, 1962, pp. 55-72;
  • Tommaso Mingrone, Luigi Palma e la riforma istituzionale, «Il Serratore», III, 14, 1990, pp. 37-40;
  • Gustavo Valente, Dizionario bibliografico biografico geografico storico della Calabria, vol. V, Edizioni Geometra, Cosenza 2006, pp. 90-91;
  • Enzo Cumino, Luigi Palma, in Id., Gli scrittori di Corigliano Calabro, Tip Mangone, Rossano 1997, pp. 175-190;
  • Fulco Lanchester, Palma Luigi, in Dizionario biografico degli Italiani, Volume 80, Treccani, Roma 2014. 

Arabia, Tommaso

Tommaso Arabia (Monteleone Calabro, aprile 1831, Roma, 25 marzo 1896).

Nacque da Pasquale e da Maria Teresa Fonzi, famiglia originaria di Dipignano (Cosenza). Il padre era un impiegato postale. Di ingegno vivo, di lui si racconta che a 14 anni all’Accademia Cosentina lesse una sua ricerca su  Francesco Stefanizzi di cui venivano celebrate figura e opere. Formatosi culturalmente con i classici, nel 1846 si trasferì a Napoli, dove lo aveva preceduto il fratello Francesco Saverio che lo introdusse negli ambienti culturali e letterari cittadini. Nella città partenopea seguì i corsi universitari, fu allievo di De Sanctis ed entrò nella cerchia dei fratelli Spaventa. In questo contesto si alimentò in lui l’afflato liberale, unitario e patriottico, tanto che aderì ai circoli studenteschi di idee liberali e, per il suo carattere irrequieto e impulsivo, attirò su di sé l’attenzione della polizia borbonica che per la sua imprudenza lo pose sotto sorveglianza. Prima e dopo l’attentato a Ferdinando II, nel 1856, aiutò i congiurati Nociti e Falcone che, ormai compromessi nell’attentato di Agesilao Milano, dovettero fuggire dalla capitale.
Avvocato e insegnante di lettere nell’Istituto Borselli di Napoli. Immerso negli studi giuridici e letterari, partecipò alle prime dispute fra classici e romantici. Malgrado non manifestasse un orientamento letterario, Arabia viene annoverato tra i romantici, in quanto propugnava, in aperto contrasto con il fratello, purista sostenitore della perfezione formale dell’opera d’arte, il verso libero e sciolto capace di manifestare senza mediazione la vibrante forza della passione. Nel 1856 col fratello fondò lo «Spettatore napoletano», riuscendo a scrivere una cronaca politica sul regno e la città, anche se sotto censura; nella stessa rivista pubblicò un importante studio sulla lirica italiana.
Compose diverse opere per il teatro e, ancor oggi, sono da ricordare le sue tragedie ispirate a temi classici: Francesco Ferrucci; Piccarda Donati (1853); Saffo (1857); Anna Bolena (1859), che costituivano il tentativo di risollevare il teatro italiano, prevalentemente dedito a rappresentazioni di opere classiche a partire da testi stranieri tradotti o rimaneggiamenti. La sua capacità poliedrica lo portò a inventarsi editore con la pubblicazione di una scelta di opere di Shakespeare tradotte da Carcano, in tre volumi, pubblicato a Napoli nel 1856.
Le sue opere furono di rottura verso le categorie strutturali del dramma, caratterizzate per lo più dall’ossequio alle tre unità aristoteliche, in particolare nelle parti poetiche; in realtà erano vivificate dall’autenticità e dalla spontaneità dell’espressione, che sgorgava come un fiume dalla passione viva, al di fuori del gusto classicheggiante. I critici contemporanei apprezzarono ben poco questo genere di componimento che, tra l’altro, inseriva nel testo motivi a carattere patriottico, quasi sempre a spese della verità storica. Va sottolineato, tuttavia, il tentativo d’innovazione da lui operato per liberare il teatro tragico dal peso della tradizione.
La censura borbonica soffocò alcuni dei suoi lavori: egli non poté rappresentare Francesco FerrucciPiccarda Donati della quale, alla fine, fu permessa la stampa nel 1853 e, in seconda edizione, nel 1858; nel giugno 1857, al teatro dei Fiorentini fu rappresentata Saffo, messa in scena dalla compagnia diretta da Adamo Alberti, malgrado anche lo stesso re Ferdinando II avesse manifestato preoccupazione per «questa femminuccia». La rappresentazione fu un’apoteosi, Saffo veniva presentata come colei che invita alle virtù civili e patriottiche, ma la censura di stato intervenne dopo la dodicesima serata, togliendola dal cartellone e censurata sine die. Alcuni accademici lo attaccarono violentemente, pur riconoscendo valore poetico alla sua opera; ne nacque una violenta polemica fra il giurista Pessina, suo sostenitore e amico del fratello Francesco Saverio, e Petra che, fermo nella tradizione classica, gli diede battaglia. Per il riverbero che ebbe nell’opinione pubblica, alla polemica fu riconosciuta dignità di pubblicazione, come si soleva fare ai tempi col titolo di La guerra saffica tra V. Petra ed E. Pessina, edita a Napoli nel 1857. Il 19 gennaio 1859, al teatro del Fondo, andò in scena Anna Bolena, una tragedia che Arabia aveva scritto per Adelaide Ristori ma, nonostante il valore dell’interprete, il successo fu limitato e si ebbe una sola replica il giorno successivo, anche a seguito di un boicottaggio e del controllo poliziesco. La critica sottolineò gli efficaci momenti poetici dell’opera, ma lo stroncò per via dei presunti contatti con il famoso libretto di Felice Romani e l’abbandono della struttura classica delle tre unità.
Nel 1856, insieme al fratello maggiore, Arabia fondò lo «Spettatore napoletano», dando corpo a una cronaca politica, seppur censurata. Con Vincenzo Cuciniello nel 1859 diede vita a «L’Opinione Nazionale», periodico unitario, favorevole a Cavour e con una forte vena polemica antimazziniana, che diresse per tutto il 1860. Nel 1861 abbracciò la carriera prefettizia (fra il 1872 e il 1884 resse ben quattro province) divenendo vicedirettore della «Gazzetta Ufficiale». Abbandonò il teatro, iniziando a scrivere saggi giuridici e riprendendo quel filone di studi a cui era stato da sempre versato come il fratello. Nel 1865 pubblicò a Firenze La legge comunale e provinciale del Regno d’Italia, un commentario che avrà un notevole successo a livello nazionale nei primi anni dopo l’Unità. Nel 1873 a Napoli pubblicò il saggio La Nuova Italia e la sua Costituzione, in cui racconta la vicenda del Risorgimento dal 1848 alla soluzione della questione romana, facendo riferimento al diritto costituzionale e individuando nella Costituzione inglese il modello culturale e politico di riferimento: «benché non abbia un principio generale che la informi e la domini, pure vive di consuetudini, è un sistema di diritti e di poteri in così grande equilibrio fra di loro, che sembra che fosse venuta su tutta in una volta».
Alcune pagine assumono una connotazione politologico-profetica. Scriveva, infatti: «La destra e la sinistra, quali oggi sono nel nostro Parlamento, che hanno in comune il programma e differiscono solo nei modi di attuarlo, dovrebbero avvicinarsi ancora, fondersi, lasciando in disparte i partigiani dell’estrema sinistra e dell’estrema destra; così uniti farebbero sentire l’azione attiva ed energica del governo, gli darebbero maggiore autorità». 
Allontanatosi dalla politica attiva, passò gli ultimi anni della sua vita in magistratura ed entrò a far parte del Consiglio di Stato.
Morì a Roma all’età di sessantacinque anni. (Fabio Arichetta) @ ICSAIC

Opere

  • La legge comunale e provinciale del Regno d’Italia / commentata da Tommaso Arabia e Mariano Adorni, Tipografia Franco-Italiana di A. De Clemente, Firenze 1865.
  • Silvino: racconto, Tipografia Cavour, Torino 1864.
  • Trattato di diritto costituzionale ed amministrativo, Tipografia Carlo Poerio, Napoli 1878.
  • La nuova Italia e la sua Costituzione, S. Starita, Napoli 1872.
  • Anna Bolena: tragedia, Tipografia di Gennaro Fabbricatore, Napoli 1859.
  • Piccarda Donati: tragedia, R. Migliaccio, Salerno 1858.
  • Saffo: tragedia, Stamperia della Sirena, Napoli 1858.

Bibliografia

  • Recensione a Piccarda Donati, «Omnibus», XXV, 45, 1857, p. 180,; 
  • Recensione alla Saffo, «Omnibus», XXV, 48, 1857, p. 192,; 
  • Recensione all’Anna Bolena, «Iride»,  III, 32, 1859, pp. 254 ss.; 
  • Luigi Antonio Villari, I tempi, la vita, i costumi, gli amici, le prose e poesie scelte di Francesco Saverio Arabia (Studio sulla Napoli letteraria dal 1820 al 1860), Firenze 1903, pp. 115-117, 134-136 e passim
  • Raffaele De Cesare, La fine di un Regno, Lapi, Città di Castello 1909, I, pp. 91, 129, 144, 152-53, 212; II, pp. 43, 309; 
  • Vito Giuseppe Galati, Gli scrittori delle Calabrie (Dizionario biobibliografico), I, Vallecchi, Firenze 1928, pp. 184-186; 
  • Paolo Romano, Silvio Spaventa. Biografia politica, Laterza, Bari 1942, pp. 113, 182; 
  • Luigi Aliquò Lenzi e Filippo Aliquò Taverriti, Gli scrittori calabresi. Dizionario bio-bibliografico, vol. I, Tip. Editrice “Corriere di Reggio”, Reggio Calabria 1972, pp. 72-73, ad nomen;
  • Enciclopedia dello Spettacolo, I, Le Maschere, Roma 1954, coll. 769;
  • Luca Borsi, Storia, nazione, costituzione: Palma e i preorlandiani, Giuffrè Editore, Milano 2007, pp. 354-359;
  • Riccardo Capasso, ArabiaTommaso, in Dizionario Biografico degli Italiani, Volume 3, Roma 1961;
  • Carmela Galasso, Biografie di personaggi noti e meno noti della Calabria, Pellegrini, Cosenza 2009, p. 44.

Arabia, Francesco Saverio

Francesco Saverio Arabia [Dipignano (Cosenza), 24 marzo 1821 – Napoli il 5 luglio 1899]

Nacque da Pasquale, impiegato delle poste, e Maria Teresa Fonzi. Versato negli studi umanistici e classici, si dimostrò brillante e dotato di una forte sensibilità letteraria. Fece i primi studi a Cosenza e giovanissimo si trasferì a Napoli per frequentare nell’ottobre 1842 i corsi di diritto in cui ebbe per maestri giuristi come Savarese, Clausi, Gigli e Mancini; frequentò inoltre la scuola di lingua italiana di Basilio Puoti e di De Sanctis, partecipando attivamente alla disputa tra romanticismo e purismo in cui si contrapponeva al fratello Tommaso, favorevole al verso libero e al componimento drammatico.
Laureatosi nel 1846, esercitò l’avvocatura nel prestigioso studio di Marini Serra, impartendo lezioni private di diritto penale; il numero degli allievi fu tale che aprì una scuola paragonata per didattica a quella contemporanea di diritto civile del giurista Fioretti. In tale ambiente egli maturò una personalità, in cui la passione politica si fondeva in un tutto indistinto alla cultura letteraria e poetica, sospingendolo verso il movimento liberale.
Nel 1848 collaborò con le testate «l’Unione» e «l’Indipendente». Pur non avendo avuto un ruolo di primo piano nell’azione rivoluzionaria vera e propria, fu considerato parte di quegli intellettuali che demolirono le vecchie istituzioni con la penna e il calamaio favorendo il rinnovamento della nazione italiana.
Nel 1845 pubblicò a Napoli il suo primo volume di Versi, seguito da alcune ottave dedicate a Giovan Battista Vico pubblicate a Palermo nel 1846, e da terzine In morte di Basilio Puoti pubblicate a Napoli nel 1847; successivamente, nel 1849, pubblicò la nuova raccolta napoletana di Poesie, seguita da Gherardo de’ Rinieri.Nel 1850 a Napoli pubblicò Novella in versi, dedicata a Gino Capponi, seguito da una raccolta di Prose e Poesie pubblicato a Salerno nel 1855 e da un volume di Nuovi versi nel 1858. Le poesie di Arabia manifestano l’afflato pedagogico della cultura classica fiorita tra il Quaranta e il Sessanta, ma il classicismo non gli impedì di pronunciare in versi storie e leggende claustrali e cavalleresche. Secondo Piromalli l’Arabia quando tocca il motivo del ricordo evoca lo stile leopardiano che non è universale ma ha un senso di dignitosa nobiltà.
Fu il primo tra i letterati del Mezzogiorno d’Italia a iniziare una nuova poetica che armonizzava il gusto classico della forma con un’ispirazione libera. Insieme al fratello Tommaso, nel 1856 fondò lo «Spettatore napoletano»,Giornale di Scienze Lettere ed Arti che, malgrado la forte passione politica, non superò l’anno di vita. Nel 1855 partecipò senza successo al concorso a cattedra di letteratura italiana nell’università.
Parallelamente alla fervida attività letteraria, egli svolse feconda l’attività teorica e pratica del penalista. Nel 1854 pubblicò a Napoli il primo tomo dei Principi del diritto penale applicati al Codice delle Due Sicilie col confronto de’ migliori codici d’Europa, seguito dopo da un secondo e terzo tomo (la seconda edizione: pubblicata a Napoli nel 1859-60; la terza edizione aggiornata, con il titolo I principi del diritto penale applicati al Codice italiano, fu stampata a Napoli nel 1891). Partecipò al concorso per la cattedra di diritto e procedura penale nell’ateneo napoletano senza successo.
A quarant’anni entrò nella magistratura italiana come Procuratore generale presso la Corte criminale di Salerno, sino a diventare presidente onorario di Corte d’appello, grado con cui andò a riposo nel 1895. Nel frattempo proseguì la sua importante produzione giuridica e letteraria, con numerosi volumi e collaborazioni a periodici che arricchirono il suo curriculum di pubblicista. La maggior parte dei suoi scritti in materia giuridico-penale è stata raccolta negli Atti e nei Rendiconti dell’Accademia di scienze morali e politiche della Società Reale di Napoli, di cui l’Arabia fu socio dal 1862, e dell’Accademia Pontaniana fin dal 1850. Arabia, inoltre, è legato alle riforme penali seguite all’unificazione, in quanto fece parte della commissione incaricata con R. D. 15 novembre 1865 di studiare, approfondire e proporre la riforma del sistema delle pene, con il fine ultimo di tracciare una base per la formazione del nuovo codice penale; successivamente fu componente della commissione nominata con R. D. 12 gennaio 1866 per la compilazione del progetto di codice, della commissione Mancini istituita con R. D. 23 ottobre 1877 e, infine, di quella di coordinamento dell’ultimo progetto di riforma del codice penale, nominata con R. D. 13 dicembre 1888.
Il giurista della scuola napoletana Enrico Pessina colloca l’Arabia nella scuola classica del diritto penale, come seguace della dottrina fondata in Italia da Mancini, secondo cui il diritto penale si fonda sul duplice principio della giustizia e dell’utilità; in tal senso, giudica i Principi un buon manuale per l’insegnamento, in quanto espone con ordine le dottrine della scuola napoletana, sottolineando come nel suo progetto del libro I del Codice penale del 1864 egli avesse teorizzato la sostituzione del carcere penitenziario sia alla pena di morte che ai lavori forzati. Secondo Pessina, l’Arabia dimostra nei suoi scritti il grave pericolo che può risiedere nel potere illimitato del giudice, come nelle attribuzioni eccessive del presidente della Corte d’assise nel dibattimento delle cause davanti ai giurati.
Fu nominato Cavaliere dell’Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro il 14 maggio 1863, Ufficiale dell’Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro il 3 gennaio 1878, Commendatore dell’Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro il 22 marzo 1896, Ufficiale dell’Ordine della Corona d’Italia nel 1869, Commendatore dell’Ordine della Corona d’Italia l’11 gennaio 1874, Grande ufficiale dell’Ordine della Corona d’Italia il 23 luglio 1893. 
Fu eletto decurione di Napoli nel 1860 e consigliere provinciale di Napoli nel 1874. Il 21 novembre 1892 venne nominato senatore. Coniugato ben due volte non ebbe figli. Morì a settantotto anni. (Fabio Arichetta) @ ICSAIC

Opere giuridiche

  • I principii del diritto penale applicati al codice delle Due Sicilie: col confronto de’ migliori codici d’Europa, Stamperia della Sirena, Napoli 1858-1860;
  • Della storia di taluni principii del diritto internazionale europeo, Stamperia dell’Università, Napoli 1865;
  • Del supremo magistrato, Stamperia della Regia Università, Napoli 1872.
  • Delle leggi intorno alle sevizie verso le bestie: memoria, Tipografia della Regia Università, Napoli 1873;
  • Sull’applicazione del Codice penale italiano, Tipografia Nazionale, Roma 1894;
  • Del diritto di punire secondo la scuola positiva: memoria del socio Francesco Saverio Arabia, tipografia e stereotipia della Regia Università, Napoli 1884;
  • Del codice penale italiano: memoria letta all’Accademia di Scienze morali e politiche della Società Reale di Napoli dal socio ordinario Francesco Saverio Arabia, Tipografia e stereotipia della Regia Università, Napoli 1887;
  • I principi del diritto penale, applicati al codice italiano, Tipografia della Regia Università, Napoli 1891;
  • Provvedimenti di pubblica sicurezza, Tipografia della Regia Università, Napoli 1891;
  • Amministrazione della giustizia nel 1890, Tipografia della R. Università, Napoli 1891;
  • Dell’inamovibilità della magistratura, Tipografia della Regia Università, Napoli 1892.

Opere letterarie

  • Versi di Francesco Saverio Arabia, De Marco, Napoli 1845;
  • In morte di Basilio Puoti, terzine di Francesco Saverio Arabia, Napoli, Stamperia del Vaglio, 1847;
  • Poesie di Francesco Saverio Arabia, Stamperia del Vaglio, Napoli 1849;
  • Poesie e prose di Francesco Saverio Arabia, Raffaele Migliaccio, Salerno 1854;
  • Del Cinquecento e di alcuni scrittori cosentini, Tramater, Napoli 1854 
  • Nuovi versi di Francesco Saverio Arabia, Tipografia della Sirena, Napoli 1858;
  • Suor Clotilde: ad Anna Maria Marini Serra, Napoli 1858;
  • Degli ultimi anni di Giacomo Leopardi in Napoli: nota letta all’Accademia da F. S. Arabia, Accademia di scienze morali e politiche, Napoli 1862;
  • Tommaso Campanella: scene, Tipografia della Regia Università, Napoli 1877;
  • Ricordi di letteratura, Tipografia della Regia Università, Napoli 1859;
  • San Vitale alla tomba di Giacomo Leopardi: monologo, Della Nuova Antologia, Roma 1898;
  • Sorrento, Stabilimento Tipografico della Regia Università, Napoli 1899;

Nota bibliografica 

  • Enrico Pessina, Dei Progressi del diritto penale in Italia nel secolo XIX, Firenze 1868, pp. 75, 152; 
  • Francesco Saverio Arabia, Società Reale di Napoli-Accademia di scienze morali e politiche, Napoli 1898;
  • Luigi Antonio Villari, I tempi, la vita, i costumi, gli amici, le Prose e Poesie scelte di Francesco Saverio Arabia, Le Monnier, Firenze 1903;
  • Giornale di storia della letteratura italiana, XLIV, 1904, p. 493; 
  • Giuseppe Grabinski, in La Rassegna nazionale, XXVII, 1905, pp. 241-252; 
  • Enrico Pessina, Il diritto penale in Italia da Cesare Beccaria sino alla promulgazione del codice penale vigente (1764-1890), in Enciclopedia del diritto penale italiano, II, Societàeditrice libraria, Milano 1906, pp. 674, 729; 
  • Lorenzo Rocco, La stampa periodica napoletana delle rivoluzioni, (1799, 1820, 1848, 1860), L. Lubrano, Napoli 1921, pp. 89-95; 
  • Alfredo Zazo, L’ultimo periodo borbonico, in Storia della Università di Napoli, Ricciardi, Napoli 1924, pp. 525, 532; 
  • Guido Mazzoni, L’Ottocento, Vallardi, Milano 1956, pp. 1030, 1207, 1259; 
  • Roberto Abbondanza, ArabiaFrancesco Saverio, in Dizionario Biografico degli Italiani, Volume 3, Roma 1961;
  • Luigi Aliquò Lenzi e Filippo Aliquò Taverriti, Gli scrittori calabresi. Dizionario bio-bibliografico, vol. I, Tip. Editrice “Corriere di Reggio”, Reggio Calabria 1972, pp. 155-157, ad nomen;
  • Antonio Piromalli, Letteratura Calabrese, Pellegrini, Cosenza 1996, pp. 296-297. 

Tropea, Ugo

Ugo Tropea [Melito Porto Salvo (Reggio Calabria), 6 agosto 1898 – Reggio Calabria, 26 gennaio 1975]

Nacque da Pietro e daVincenza Maria Mandalari, sorella dello psichiatra Lorenzo e del noto letterato Mario.Sposò Francesca Mazzacuva,dalla quale ebbe tre figli: Enza Maria, Pier Francesco e Vittorio Ugo.
Studiò nel Collegio Pennisi di Acireale. La famiglia avrebbe voluto indirizzarlo agli studi giuridici, ma si iscrisse in medicina e chirurgia presso l’Università di Firenze e nel 1924 conseguì la laurea. Dal 1924 al 1930 fu Assistente universitario nelle cliniche ostetrico-ginecologiche di Siena, poi di Pavia, quindi di Milano,  conseguendo anche, nel 1925, il diploma di Ufficiale Sanitario presso l’Università di Siena.
Nel 1928 ottenne il Diploma di Specialista in Ostetricia e Ginecologia presso l’Universitàdi Milano, col massimo dei voti e lode.Nella stessa Università ottenne, nel successivo 1929, la Libera Docenza in Clinica ostetrica e ginecologica.
Nel 1931, fu nominato Dirigente dei Consultori di ostetricia per la provincia di Reggio Calabria.Tre anni dopo fondò a Reggio il Centro calabrese per la cura della sterilità.
Dal 1935  al 1968 svolse le funzioni di primario del reparto ostetrico- ginecologico degli Ospedali Riuniti in Reggio Calabria, reparto al quale viene presto riconosciuta, per la qualità della sua attività, piena autonomia. 
Nel 1935 fondò a Reggio Calabria la rivista medica «Igea», e nel 1942 venne nominato Ispettore centrale dell’Opera nazionale maternità e infanzia.
Realizzò nel 1947 la Clinica di ostetricia “Villa Mater”, punto di eccellenza, per decenni, della Maternità per Reggio Calabria e per la sua provincia.
Fu autore di sessantacinque pubblicazioni, riportate sulle più importanti riviste mediche italiane.
Finito tragicamente il periodo della dittatura fascista, e ritornata in Italia la democrazia, il 10 settembre 1948, sia pure non a seguito di normali elezioni, perché ancora in assenza di una specifica legge elettorale, ma per decreto prefettizio, si costituì il nuovo Consiglio Provinciale, che si insediò il successivo 18 settembre.
Quindici furono i suoi componenti, scelti dal Prefetto su indicazione dei Partiti presenti alle consultazioni nazionali, con quantificazione fatta sulla base dei risultati elettorali del 18 aprile 1947: otto alla Dc, due al Pci, due al Psi, uno al Psli, due al Pli.
I Consiglieri scelsero lui  come Presidente. E sarà una Presidenza che, rinnovata nei successivi consessi, durerà tredici anni. In questo così lungo lasso di tempo, l’ente conobbe grandi realizzazioni in tutti i settori. A cominciare dall’ammodernamento strutturale e incremento della rete stradale provinciale che raggiungerà gli oltre 525 chilometri di tracciati. Lo stesso dicasi per l’edilizia scolastica, dove, sulla base delle specifiche competenze dell’Amministrazione Provinciale, si costruirono in tutto il territorio reggino numerosi edifici per ospitare Licei Scientifici nonché Istituti Tecnici,Professionali e di qualificazione lavorativa. Saranno ricostruiti gli edifici distrutti durante i bombardamenti bellici, tra cui l’Ospedale Psichiatrico e il Brefotrofio Provinciale. Particolare attenzione sarà dedicata alle strutture sanitarie, con la costruzione di numerosi edifici come Dispensari, Istituti di rieducazione, e perfino un imponente Palazzo dellaSanità. Si costruiranno case per i dipendenti dell’Amministrazione, una Casa diRiposo per Anziani, un Sanatorio. Una grande attenzione sarà dedicata al Palazzo della Provincia, e in particolare alla sala Consiliare, che vedrà la messa in opera di una serie notevole di opere d’arte, con affreschi, ceramiche e mosaici, e con un ampio pannello marmoreo che evoca i fasti storici della provincia reggina, opera del famoso scultore Alessandro Monteleone. 
Nel campo più specifico della promozione culturale, resta insuperata la creazione, nel contesto istituzionale, di un «Centro di Alta Cultura», fortemente voluto dal Presidente Tropea, che, nel corso di tre anni, tra il 1954 il 1956,organizzerà una lunga serie di conferenze, tenute da illustri personalità della Letteratura e delle Scienze italiane, tra cui molti Calabresi, conferenze che verrannopuntualmente ed opportunamente raccolte in tre grossi volumi.
Morì all’età di 77 anni.
Nel 2008, l’Aogoi (Associazione ostetrici ginecologi ospedalieri italiani), bandì un concorso per una borsa di studio intestata a suo nome e della commissione esaminatrice fece parte il figlio Pier Francesco, già primario ostetrico a Reggio Calabria.L’Associazione Anassilaos ha proposto di intitolargli il palazzo della Provincia, oggi sede della Città Metropolitana. (Francesco Arillotta) © ICSAIC

Pubblicazioni

  • La lotta contro l’alcoolismo, Conferenza su invito del Consiglio Nazionale delle Donne Italiane, «LaParola»,  Torino 1926;
  • Contributo allo studio della flora batterica anaerobica dei carcinomi genitali ulcerati, «La Clinica Ostetrica»,  Roma 1927;
  • Degenerazione molare iniziale in placenta apparentemente ben conformata,«Foliagynaecologica», 25, 2, 1927;
  • Il bacillo tubercolare nel liquido amniotico delle gestanti tubercolose, «Annali di Ostetricia e Ginecologia»,  Milano 1928;
  • Sulla terapia dei fibromiomi dell’utero con particolare riguardo al trattamento chirurgico conservativo, «Annali di Ostetricia e Ginecologia», Milano 1929;
  • Contributo alla conoscenza della gravidanza cervicale, «Rassegna di Ostetricia e Ginecologia», Napoli 1929;
  • In tema di bonifica della razza: L’intossicazione alcolica e l’avvenire del prodotto del concepimento,  «Gazzetta Italiana delle levatrici», Milano 1929;
  • Sulla patogenesi delle cisti ovariche: catrame o cioccolato, «Annali di Ostetricia e Ginecologia», Milano 1929;
  • Cellule interstiziali ed altri elementi a contenuto lipoideo nelle ovaie della donna, «Annali di Ostetricia e Ginecologia», Milano 1929;
  • Lavoro e Maternità, Tipografia Cooperativa, Parma 1929;
  • A proposito dell’indirizzo terapeutico del cancro dell’utero in gravidanza, «Annali di Ostetricia e Ginecologia»,  Milano 1929;
  • Attività assistenziale della Cattedra di Assistenza materna dell’Opera Nazionale Maternità, «Atti Soc. Ital. di Ostetricia e Ginecologia»,  Milano 1931;
  • Tubercolosi e Maternità, «Bollettino Opera Nazionale Maternità ed Infanzia», n. 8, Roma 1932;
  • Criteri odierni e realizzazioni nel campo dell’assistenza sociale alla donna-madre, «Rivista di Ostetricia e Ginecologia», Milano 1933;
  • Intorno all’assistenza alla maternità nel Mezzogiorno, «Atti Soc. Ital. di Ostetricia e Ginecologia»,  Congresso Nazionale 1933;
  • Della nefrite anafilattica, «La Clinica Ostetrica», Roma 1934; 
  • Dati e rilievi sulla nati e neonati-mortalità, «Igea», 1935;
  • Sulla inseparabilità scientifica e pratica della Specialità ostetrico-ginecologica,«Rivista di Ostetricia e Ginecologia pratica», Milano 1936;
  • Rapporto ed interferenze tra due complessi fattori sociali: tubercolosi e Maternità, «Calabria medica»,  2, 1936;
  • Fatti e misfatti dell’Ostetricia rurale e nazionalizzazione del Servizio assistenziale, «Atti Soc. Ital. di Ostetricia e Ginecologia», Perugia 1938;
  • Assistenza alla Maternità in Calabria: Istituzione e 1° quinquiennio di attività del Reparto Ostetrico-ginecologico degli Ospedali Riuniti di Reggio, Libreria emiliana editrice, Venezia 1938;
  • Le rotture d’utero in travaglio di parto, «Annali di Ostetricia e Ginecologia», Milano 1940.                                

Nota bibliografica

  • Un Centro calabrese per la cura della sterilità, «Cronaca di Calabria», 30 giugno 1934;
  • Centro calabrese per la cura della sterilità, «Il Policlinico», XLI, 29, 1934, p. 1156;
  • Valerio Meliadò, Ugo Tropea. Ostetrico ginecologo reggino, «Accademia Peloritana dei Pericolanti», aprile 2012.
  • Borsa di studio Ugo Tropea, «GinecoAogoi», 8-9, 2007, p. 28.

Miceli, Luigi

Luigi Alfonso Miceli [Longobardi (Cosenza), 7 giugno 1824 – Roma, 30 dicembre 1906]

Nacque da Francesco e Antonia Campagna, entrambi appartenenti a famiglie del notabilato provinciale, settimo di tredici figli. Talvolta si legge che sia nato il 30 giugno e non il 7; ma l’estratto dell’atto di nascita, allegato al suo fascicolo al Senato, documenta che la data di nascita è il 7.
Crebbe in un ambiente pregno d’ideali liberali e anti-borbonici. Il nonno Alessandro aveva aderito alla Repubblica napoletana del 1799 e nel 1806 era stato ucciso, con altri familiari, su impulso di borbonici locali. Il padre Francesco, scampato alla strage, si era poi schierato per la Rivoluzione carbonara del 1820-21.
Dopo aver compiuto i primi studi sotto la guida d’un precettore, Miceli perfezionò la propria formazione a Cosenza, frequentandovi il Liceo classico e una scuola di diritto. Il capoluogo bruzio era importante centro cospirativo; e nel 1844 vi scoppiò un tentativo insurrezionale, seguito poco dopo dall’episodio dei fratelli Bandiera. A quanto pare, il ventenne Miceli andò a rendere omaggio in carcere ai patrioti veneziani prima della fucilazione; e in ogni caso è da allora che sembra sia iniziata la sua militanza patriottica. Di norma si ripete che si iscrisse alla Giovine Italia di Giuseppe Mazzini; ma in realtà i rapporti col patriota genovese sono più tardi. È pressoché certo, pertanto, che dapprima aderisse all’organizzazione neo-carbonara dei Figliuoli della Giovane Italia, fondata dal calabrese Benedetto Musolino e implicata nel fallito tentativo insurrezionale cosentino. Documentati, del resto, sono i suoi rapporti con Musolino e con esponenti del gruppo raccolto attorno al periodico romantico «Il Calabrese» pure aderenti ai Figliuoli della Giovane Italia, come Domenico Mauro e Biagio Miraglia.
Infatti, scoppiata la rivoluzione del 1848, a Cosenza Miceli si schierò sulle posizioni radicali dei Musolino, Mauro, Miraglia…; e si distinse tra «i più caldi giovani, incitatori presso il popolo perché concorresse a sostenere il nuovo governo» (Musolino, vol. I, p. 344); divenendo poi uno dei segretari del governo provvisorio e infine contribuendo a organizzare una sottoscrizione alla quale aderirono oltre 700 persone, intruppate in una «legione d’Italia» che inalberò la bandiera nera dei Figliuoli della Giovane Italia (ivi, p. 380).
Sfiorita la rivoluzione, Miceli fuggì a Corfù con altri esponenti del governo; ma tornò presto con essi in Italia, a Roma, dove partecipò con valore (medaglia d’argento) alla difesa della Repubblica romana guidata da Garibaldi. Caduta la Repubblica e rifugiato a Genova, nel 1852 fu condannato in contumacia dal tribunale di Cosenza (ma non a morte, come si ripete di norma). Restò nel capoluogo ligure fino al 1860, frequentando il mondo dell’esulato e in particolare i gruppi democratici; e partecipando all’organizzazione della spedizione dei Mille, alla quale prese parte distinguendosi in varie battaglie.
Unificata l’Italia, nel marzo 1861 fu eletto alla Camera per la Sinistra nel collegio di Paola, nel quale ricadeva anche la sua Longobardi. Preso posto fra i banchi del Partito d’Azione, schierato all’opposizione della Destra allora al governo, mantenne una posizione mediana fra Mazzini e Garibaldi, essendo legato a entrambi, e intervenne spesso nel dibattito. Da ricordare i suoi interventi contro la repressione del brigantaggio, di fronte a cui sostenne che le leggi eccezionali erano lesive delle libertà e che piuttosto occorreva intervenire con provvedimenti politici e sociali, per alleviare la miseria delle popolazioni. Conseguentemente, fu il solo deputato calabrese a schierarsi contro la legge Pica sul brigantaggio (1863).
Nel frattempo, nel 1862 Garibaldi aveva tentato di conquistare Roma ripartendo dalla Sicilia: Miceli con Giovanni Nicotera raggiunse il generale ma, sbarcati in Calabria, non partecipò al fatto d’Aspromonte, essendo inviato a Cosenza in avanguardia. Così, arrestato Garibaldi, egli poté tornare a Torino riprendendo posto in Parlamento. Dopodiché, liberato Garibaldi, un anno dopo questi si dimise (con altri 9 compagni) da deputato, in dissenso con l’indirizzo del governo. Non appena la Camera accettò le dimissioni del generale, si dimise anche Miceli (con altri 4) il 7 gennaio 1864. Per quanto poi rientrasse in Parlamento pochi mesi dopo, eletto a Calatafimi in elezioni suppletive.
Ricandidatosi alle politiche del 1865, fu eletto nei collegi di Calatafimi e Pozzuoli, optando per il primo dove fu rieletto anche nelle successive politiche del 1867, quando risultò pure a Cosenza.
Intanto, nel 1866 rivestì la camicia rossa e partecipò alla Terza Guerra d’Indipendenza, distinguendosi nella battaglia della Bazzecca.
Alle politiche del 1870 fu battuto a Calatafimi e Cosenza; e se per un paio di anni svolse il ruolo di direttore del quotidiano «La Riforma», rientrò in Parlamento grazie a elezioni suppletive tenute nel 1871 a Sala Consilina, dove risultò eletto anche nelle politiche del 1874, quando tornò a vincere pure nel collegio di Cosenza, per il quale optò e che restò il suo collegio di riferimento per le successive elezioni politiche nelle quali fu sempre rieletto: del 1876, 1880 (quando risultò anche a Gioia del Colle e Pozzuoli), 1882, 1886, 1890, 1892 e 1895.
Intanto, dopo le politiche del 1876 era mutata la maggioranza parlamentare, col passaggio del governo italiano dalla Destra alla Sinistra. Miceli dapprima si schierò con quei dissidenti di sinistra ad Agostino Depretis che costituirono la Sinistra estrema. A livello locale, invece, iniziò a intessere una rete di alleanze con le élites territoriali. Una coalizione di notabili su cui svettava la sua leadership carismatica d’antico patriota e politico di rango nazionale, che lo portò a divenire il principale leader della provincia cosentina. Dal 1876 al 1895, salvo alcune brevi fasi, il Comune di Cosenza fu sotto il controllo del «partito miceliano», al pari di altre amministrazioni locali. Ciò suscitò accuse di gestione clientelare del potere. È anche vero, però, che attorno a Miceli si costituì un’embrionale forma di partito. Il «partito miceliano», infatti, era caratterizzato da «relazioni più dinamiche, non più condizionate da stilemi d’Ancien régime come la deferenza o la parentela, bensì connesse a canali d’acquisizione del consenso nuovi, in parte inediti, e in ogni caso più moderni rispetto a quelli del partito di notabili» (Addante, 2001, p. 37) che aveva dominato la scena dei primi anni dell’Italia unita.
Decisivo, al riguardo, fu l’entrata di Miceli nell’orbita governativa nazionale. Dopo esser stato segretario della Commissione Bilancio, dall’aprile 1878 al maggio 1879, fu nominato ministro dell’Agricoltura, Industria e Commercio nel terzo governo guidato da Benedetto Cairoli (novembre 1879-maggio 1881). Da ministro s’impegnò, tra l’altro, per l’istituzione di scuole agrarie e professionali, per il riconoscimento delle società di mutuo soccorso, per bonifiche e rimboschimenti del territorio, per la regolamentazione del lavoro femminile e minorile e più in generale per le condizioni dei lavoratori.
Tornato all’opposizione (1883), si schierò con la cosiddetta Pentarchia, la fronda di sinistra al trasformismo di Depretis guidata da Francesco Crispi, Giuseppe Zanardelli, Alfredo Baccarini, Benedetto Cairoli e Giovanni Nicotera. Nel giugno 1886 entrò a far parte dell’Ufficio di presidenza della Camera dei Deputati, di cui fu vicepresidente fino al dicembre 1890; mentre, però, cadeva Depretis e Miceli rientrava nell’area della maggioranza. Riassunse, così, il dicastero di Agricoltura, Industria e Commercio nel primo e nel secondo dei governi guidati da Francesco Crispi (dicembre 1888-marzo 1889; marzo 1889-febbraio 1891).
Nel 1892 Miceli fu coinvolto nello scandalo della Banca Romana, scoppiato a seguito della diffusione dei risultati di un’inchiesta da lui stesso disposta quando era ministro che, accertate gravi irregolarità nella gestione dell’istituto, aveva tenuta segreta al Parlamento. Lo scandalo ne segnò la carriera: il partito miceliano fu sconfitto alle comunali di Cosenza del 1895 da una coalizione massonica, repubblicana, liberal-radicale e socialista. Alle politiche del 1897, poi, Miceli fu sconfitto a Cosenza dal candidato della coalizione, il massone e finanziere Nicola Spada.
Si chiudeva quella che fu la più longeva carriera elettorale del ceto politico calabrese del Regno d’Italia, visto che fu eletto alla Camera per 12 legislature consecutive.
Nel novembre 1898 fu nominato senatore, partecipando fino ai primi del ’900 ai lavori d’aula, mentre, come fu ricordato nella commemorazione al Senato del 1907, «la cagionevole salute da qualche anno più non gli consentiva di frequentarne le adunanze».
Morì a Roma all’età di 82 anni. Aveva sposato la tedesca Maria Schwarzenberg.
A Cosenza gli è dedicata una via del centro cittadino; una piazza nella sua Longobardi; a Roma, al Gianicolo, il suo busto ne ricorda la difesa della Repubblica romana.

Nota bibliografica essenziale

  • Benedetto Musolino, Giuseppe Mazzini e i rivoluzionari italiani, 2 voll., Pellegrini, Cosenza 1982. 
  • Francesco Spezzano, La lotta politica in Calabria (1861-1925), Lacaita, Manduria 1968.
  • Emilio Frangella, Luigi Miceli: eroico patriota del Risorgimento, in Atti del 2° Congresso storico calabrese, Fiorentino, Napoli 1961, pp. 635-52.
  • Enzo Stancati, Cosenza e la sua provincia dall’Unità al fascismo, Pellegrini, Cosenza 1988.
  • Luca Addante, Partiti ed élites politiche a Cosenza da Luigi Miceli a Luigi Fera (1882-1913), in «Daedalus. Quaderni di storia e scienze sociali», 15, 2001, pp. 29-52.
  • Maria Luisa Miceli Capocaccia, Luigi Miceli: cospiratore, soldato, deputato d’opposizione, Aracne, Roma 2006.
  • Paolo Posteraro, Miceli, Luigi, in Dizionario biografico degli Italiani, vol. 74, Istituto della Enciclopedia italiana – Treccani, Roma 2010.

Nota archivistica

  • Luigi Alfonso Miceli, in Portale storico della Camera dei Deputati (https://storia.camera.it/deputato/luigi-alfonso-miceli-18240607#nav)
  • Miceli, Luigi, in Archivio storico del Senato della Repubblica (https://notes9.senato.it/web/senregno.nsf/825dafd139c849bdc125785d0059ad7c/8037f9d8ba3d95b44125646f005d7a05?OpenDocument)
  • Fascicolo di verifica dei titoli di Luigi Miceli, Senato della Repubblica (http://notes9.senato.it/web/senregno.nsf/All/8037F9D8BA3D95B44125646F005D7A05/$FILE/1472%20Miceli%20Luigi%20fascicolo.pdf)

Cananzi, Francesco

Francesco Cananzi [Tresilico (Reggio Calabria) 5 novembre 1907 – Reggio Calabria, il 24 novembre 1973]

Nacque a Tresilico (oggi Oppido Mamertina) da Raffaele e Felicetta Macrì, donna dolce e mite che lo rese orfano all’età di tredici anni. Visse in un ambiente familiare sereno e permeato da spirito di fede e valori d’umiltà cristiana. La salda educazione religiosa fu testimoniata nei suoi scritti e nella vita sociale e professionale.  Era profondamente convinto che la vita fosse servizio verso il prossimo e preghiera verso Dio. Nel mondo cattolico non volle, per varie ragioni, avere delle cariche. Fu Terziario dell’Ordine domenicano e accettò soltanto l’elezione a Presidente dell’Unione dei Giuristi Cattolici di Reggio Calabria, costituita nel gennaio 1960. Lo spirito profondamente cattolico fu pregnante anche nell’educazione dei suoi sei figli avuti dalla moglie Dora Vinci. Il figlio Raffaele, avvocato dello Stato e politico italiano (nato a Caulonia il 28 dicembre 1939), sarà Presidente dell’Azione cattolica nazionale dal 1986 al 1992.
Francesco Cananzi compì studi classici e fu particolarmente incline per le materie umanistiche che continuò a coltivare anche dopo gli studi universitari di Giurisprudenza. Si dedicò soprattutto alla lettura dei classici latini e greci ammirando delle lettere italiane la Commedia di Dante e l’opera di Carducci. Nel 1927 aderì alla Federazione Italiana Liberi Intellettuali, fondato nel 1926 da Giuseppe Tympani, Domenjco Scoleri e Alfredo Pedullà Audino.
Si laureò in Giurisprudenza presso l’Ateneo di Messina con una tesi in diritto civile sulla questione della «Prescrizione e decadenza». Subito dopo, il 25 novembre 1929, venne nominato vicepretore e destinato alla Pretura di Reggio Calabria. Durante tale mandato fece eco una sua sentenza «storica» che richiamava in causa i diritti dei lavoratori, una sentenza datata 8 ottobre 1930 sui riposi settimanali spettanti ai lavoratori pubblicata su varie riviste giuridiche («Giurisprudenza Italiana» del gennaio 1931, «Foro Italiano» del gennaio1931); su giornali economici quali «Il Sole» di Milano del 2 gennaio 1931, l’«Eco del Commercio» del 13 dicembre 1930 e su «La Voce Forense» dell’1 febbraio 1931. 
Il 17 maggio 1931 fu nominato reggente della Pretura di San Sosti (Cosenza). Di questa cittadina e dei suoi abitanti conservò sempre un caro ricordo. Nelle sue memorie, infatti, scrisse: «A me basta la soddisfazione di aver portato l’entusiasmo della mia età, la ferma volontà del lavoro e soprattutto la purezza dei sentimenti dell’onesto e del giusto. Nella coscienza della delicatezza e difficoltà della mia funzione, ho portato sempre il senso dell’umanità per contemplarlo con il rigore della legge. Se talora fui costretto a rigore, lo feci sempre con riluttanza dell’animo per il dovere del caso e per un principio di bene. Il giudice talvolta opera a guisa del chirurgo; la sua sentenza è il bisturi che crudelmente taglia per sanare». 
Nel febbraio 1932 fu nominato titolare della Pretura di Caulonia (Reggio Calabria) che da molto tempo ne era priva per cui il provvedimento di nomina di un titolare fu salutato con apprezzamento. A Caulonia rimase fino a marzo del 1945, occupandosi anche della sede distaccata di Roccella Jonica. I noti «fatti di Caulonia» del marzo 1945 costituirono l’occasione per chiedere il trasferimento a Reggio Calabria, dove le esigenze scolastiche dei figli gli imponevano di tramutare la sua residenza. I momenti “caldi” della Repubblica Rossa di Caulonia lo videro suo malgrado coinvolto della vicenda. Nel corso delle «cinque giornate», infatti, i rivoltosi circondarono la sua casa, con all’interno la sua famiglia.
Nonostante la triste vicenda, non dimenticò mai Caulonia, che tenne nel cuore per dolci motivi familiari e cari ricordi professionali. Lì era chiamato «il Giudice della Pace» e per tredici anni fu instancabile nell’opera di pacificazione fra contendenti. A lui facevano ricorso agiati e poveri, certi di trovare il giusto interprete delle vicende umane e l’esatta applicazione della legge. 
Negli anni successivi fu destinato alla Pretura di Reggio Calabria e poi al Tribunale della stessa città. 
Nel 1957 i giornali locali e nazionali diedero la notizia della promozione a magistrato della Corte di Cassazione e fu destinato a Catanzaro dove per 18 mesi svolse le funzioni di Presidente della Corte di Assise di Appello. 
Dal 1959 al 1966, presso la Corte di Messina fu presidente della prima sezione promiscua, presidente della sezione minorile e, fino al 1963, presidente della Corte di Assise di Appello. In quegli anni fu, inoltre, presidente dell’Unione dei giuristi cattolici di Reggio Calabria, costituita nel gennaio del 1960.
Dopo il 1966 ritornò a presiedere la sezione di Corte di Appello di Reggio. Nel 1970 fu Procuratore Generale della Corte di Appello di Trieste e in seguito ottenne il titolo onorifico di Grande Ufficiale della Repubblica e di Procuratore Generale della Corte di Cassazione. Fu però costretto a lasciare la magistratura a causa della sua malattia che lo portò alla morte all’età di 66 anni.
Il 26 novembre 1973 i magistrati reggini sospesero tutte le udienze per dare, nella chiesa di S. Lucia, l’ultimo saluto al magistrato scomparso due giorni prima nella sua casa di Reggio Calabria.
Francesco Cananzi ha lasciato molti scritti che affrontano le tematiche più disparate. Non solo argomenti di giurisprudenza, ma anche saggi filosofici e letterari raccolti nel saggio Scritti, edito nel 1976 a Napoli e poi ristampato anastaticamente in occasione dell’intitolazione, il 9 ottobre 2010, di una via a Reggio Calabria al suo nome.
Per concludere, ecco qual era la sua idea di giustizia e di pena, esposta in una conferenza dove partecipò come brillante oratore il 9 aprile in Messina nei locali dell’Istituto «Sant’Ignazio» dei Padri Gesuiti, conferenza confluita in sintesi ne «La Tribuna del Mezzogiorno» del 13 aprile 1960: «Il delitto si combatte non con il rigore delle pene, ma con l’elevamento delle idee e delle funzioni educative dello stato […]. Abbia il delinquente il castigo che merita e se la pena è giusta egli stesso sentirà che è meritato quel castigo, donde un risveglio della sua coscienza morale; lo si avvicini poi durante l’esecuzione della pena perché non si senta solo ed abbia il conforto di una parola, di un consiglio, di un indirizzo; gli si faccia capire il valore della persona umana. È umano dare a quello spirito, sconsolato di bellezze e di idealità, la speranza di vedere il sole, infondergli la forza di conquistarlo, di possederlo; è dovere della società, su cui talvolta ricade anche la responsabilità del delitto». 
Le città di Reggio Calabria e Oppido Mamertina lo ricordano con una via intestata a suo nome. (Caterina Provenzano) © ICSAIC

Opere

  • Scritti, Arte tipografica, Napoli 1976.

Nota bibliografica

  • L’ideale francescano ed i nostri giorni in un convegno tenuto da Francesco Cananzi, in «La Gazzetta», 30 marzo 1938;
  • L’ingresso del dott. Cananzi alla Suprema Corte, in «Il Giornale d’Italia», 2 agosto 1957;
  • L’attualità di Dante in una conferenza tenuta dal magistrato Francesco Cananzi,  in «La voce di Calabria», 11 Maggio 1954;
  • La pena nell’evoluzione storica, nel pensiero giuridico e negli attuali orientamenti legislativi, «La Tribuna del Mezzogiorno», 13 aprile 1960;
  • Meritato riconoscimento al Magistrato Francesco Cananzi, «Gazzetta del Sud», 9 ottobre 2010;
  • Caterina Provenzano, Francesco Cananzi: “Il giudice della pace” che amava la letteratura, «Lettere Meridiane», VI, 22, 2010.

Turano, Carlo

Carlo Turano (Crotone, 1 gennaio 1864 – 23 febbraio 1926).

Figlio di Francesco e Erminia Martino, fu dichiarato allo Stato civile con i nomi di Carlo Gennaro Francesco. Fece gli studi secondari a Reggio Calabria, e poi compì gli studi universitari a Napoli ove si laureò in giurisprudenza. Nel dicembre del 1889 sostenne gli esami di idoneità notarile presso la Corte di Appello di Catanzaro, ottenendo il massimo dei voti e il grado di eminente. Sposatosi nel 1892 con donna Aurelia Macry, ebbe tre figli: Francesco (detto Ciccillo), morto a 18 anni durante il soggiorno a Napoli per suoi studi universitari, Federico e Luigi, che si distinsero rispettivamente negli studi giuridici e medico-radiologici.
Consigliere comunale per la prima volta nelle elezioni del 20 ottobre del 1889 con la lista capeggiata dal democratico Raffaele Lucente, il 2 novembre del 1892 venne eletto primo sindaco socialista di Crotone. Celebre rimane il primo discorso programmatico e ideale in questa veste, letto nell’aula consiliare il giorno 15 novembre, in cui venivano gettate le basi per dare attuazione concreta alle istanze dei democratici locali, peraltro già ampiamente inseguite anche attraverso quella Società operaia di mutuo soccorso (fondata nel febbraio del 1880), che per alcuni esponenti della democrazia cittadina era stata un’ottima scuola di arte oratoria, per altri ancora aveva rappresentato il primo passo concreto verso quel tanto auspicato progresso umano e sociale. Ne sono esempi, tra gli altri, la nascita, al suo interno di una Scuola operaia (1887), il cui regolamento sarà stilato dallo stesso Turano, e di una Banca popolare cooperativa (1886). E proprio attraverso lo strumento offerto dalla vasta ramificazione dell’operaismo italiano matureranno le quelle naturali evoluzioni politiche che approderanno al socialismo, le cui prime manifestazioni si concretizzeranno, appunto, a far data dal 1892, con la vittoria del locale partito dei lavoratori, quindi con la nascita, nel 1896, del primo vero e proprio circolo socialista locale (Gruppo socialista elettorale), guidato dal nostro.
Dal 26 luglio del 1891 erano iniziate inoltre le pubblicazioni de «Il Popolo», Periodico settimanale del circondario, di ispirazione socialista, da lui diretto, e attraverso le sue colonne verranno condotte battaglie politico-sociali anche aspre contro un sistema di conduzione della cosa pubblica sino ad allora saldamente nelle mani di una «aristocrazia rigida e puntigliosa con tinte falsamente democratiche e borghesi».
Candidato per la prima volta (ma non eletto) al Parlamento del Regno nel marzo del 1897 con un programma che si adeguava al Programma Minimo Politico del Partito Socialista Italiano e contemplava alcune istanze storicamente appartenenti ai radicali, dovette scontrarsi con la forza di un potere economico-terriero rappresentato dall’allora deputato uscente Alfonso Lucifero, rappresentante dell’illustre famiglia locale, fratello di Armando, già noto, quest’ultimo, all’ambiente culturale calabrese.
È di questo stesso periodo l’adesione di Turano agli ambienti massonici. Tra il 1895 e il 1896 anche a Crotone veniva fondata una loggia massonica di cui sarà Maestro Venerabile. Tra i membri vi si ritrovavano esponenti della borghesia che avevano partecipato attivamente alla dialettica politica cittadina negli anni a cavallo fra i due secoli. Anche per questa realtà locale – nonostante la penuria di notizie – si può desumere una certa similitudine d’intenti del socialismo turaneo con le indicazioni e le istanze provenienti dagli ambienti massonici romani. Non a caso, infatti, in un discorso che egli fece stampare in occasione delle elezioni del marzo del 1897 veniva riportata una lunga citazione del febbraio dello stesso anno di Ernesto Nathan, Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia e futuro sindaco di Roma, che sarebbe servita per alimentare una battaglia in favore di una moralizzazione degli enti pubblici.
Nel 1898, in occasione del forte rincaro del prezzo delle farine in seguito agli attriti ispano-americani, proprio la loggia si faceva promotrice della costituzione di un comitato per il pane gratuito.
Col nuovo secolo le sue energie venivano profuse per il raggiungimento del traguardo, non solo simbolico, di dotare finalmente la città di un acquedotto (fondamentale punto programmatico del 1892 e che raccoglieva il testimone dalle battaglie condotte dall’amministrazione democratiche di Lucente), per la istituzione di una Scuola Popolare e di un museo archeologico, promosso dal crotonese Nicola Sculco, dell’ampliamento e potenziamento del porto cittadino e della costruzione di una ferrovia silana.
Contestualmente egli andava in qualche modo maturando una diversa linea d’azione rispetto alle direttive del Partito socialista e partecipava al movimento riformista meridionalista Pro Calabria, di cui divenne sin da subito uno degli ispiratori e guide intellettuali. Il suo spirito riformista lo porterà, sul finire della prima decade del nuovo secolo, ad allontanarsi dal partito socialista propriamente organizzato per avvicinarsi a quelle formazioni più social-liberali e quindi liberaldemocratiche, come emergerà soprattutto in occasione del primo conflitto mondiale e in aperta contrapposizione politica con il leader massimalista catanzarese Enrico Mastracchi, che pure aveva impiantato una solida base socialista in territorio crotonese ((si ricorda la nascita della prima Camera del lavoro proprio nell’anno 1914 e quindi una forte affermazione socialista in occasione delle elezioni amministrative nel giugno dello stesso anno, che videro poi lo scioglimento del consiglio comunale e nuove elezioni l’anno successivo).
In occasione dello scoppio della Grande Guerra, dunque, egli non mancò di fare la sua parte in favore dell’entrata in Guerra dell’Italia, come peraltro la gran parte del notabilato locale; quindi si ritroverà – negli stessi anni – a dover ricoprire, unitamente alla funzione di consigliere provinciale, la funzione di sindaco.
La passione e la meticolosità con cui affrontava i problemi riguardanti il territorio crotonese e calabrese già da molti anni lo vedevano impegnato nei dibattiti socio-politici attraverso le colonne dei maggiori periodici catanzaresi, quindi attraverso quei circoli relazionali che perseguivano i medesimi scopi, come nel caso della adesione, nel 1916, alla neocostituita Società di storia patria regionale presieduta da Oreste Dito, o anche attraverso l’organizzazione e la partecipazione a importanti momenti di riflessione sulla ricostruzione post-bellica.
In tale ottica si inserisce la partecipazione alle discussioni romane circa l’avviamento a realizzazione dei progetti dei Laghi Silani – peraltro già intrapresi nella prima decade del nuovo secolo e interrotte a causa del conflitto mondiale e condotte dall’allora Direttore della Commissione parlamentare speciale incaricata, Meuccio Ruini, – per lo sfruttamento del cosiddetto “carbone bianco” in chiave industriale, che segneranno l’impianto dei primi complessi industriali crotonesi nei primi anni Venti e che resteranno in vita per oltre 70 anni.
Pur vero è il traghettamento di Crotone, da parte sua, fino alla conclusione del conflitto mondiale e oltre, attraverso il difficile periodo 1919-1920. La città fu anch’essa interessata da numerosi conflitti derivanti dal caroviveri e dall’inasprirsi delle conflittualità tra i grossi proprietari terrieri e gli esponenti del socialismo locale, capitanati sempre da quell’Enrico Mastracchi che sarà peraltro eletto sindaco della città nell’ottobre del 1920; conflitti che, con l’affacciarsi delle prime formazioni fasciste locali, porteranno allo scioglimento dello stesso consiglio comunale e alla formazione di un nuovo consiglio su basi fasciste.
In occasione della Marcia su Roma, della nomina di Benito Mussolini a presidente del Consiglio dei ministri e della tornata straordinaria del Consiglio provinciale di Catanzaro indetta per quelle stesse ore, egli – «vecchio milite della democrazia» – pur riconoscendo un certo fascino nei confronti dell’energia umana del futuro Duce degli italiani, rimaneva assai critico sui mezzi e sulle modalità che avrebbero dovuto attuare la rivoluzione fascista e risvegliare il popolo calabrese – sottoposto come ad un lungo “letargo” –, educandolo a ogni azione che fosse rivolta all’assistenza fraterna e alla presa di consapevolezza delle reali potenzialità di ciascun individuo, si augurava «però che la rivoluzione compiuta non si arresti a mezza via, soprattutto risolva il problema calabrese. Il risanamento del Mezzogiorno potrà ottenersi soltanto spezzando le cricche politiche e le combriccole che ne inquinano la vita. E per quanta fiducia si possa avere nell’azione fascista, dobbiamo sforzarci di far da noi ed essere sempre vigili ed attenti a non far conculcare i nostri diritti».
Dopo oltre trent’anni di ininterrotta attività politica, moriva all’età di 62 anni e il comune sostenne le spese del funerale. A distanza di qualche mese gli vennero tributate solenni e ufficiali onoranze funebri. Una sua statua bronzea, opera dello scultore reggino Ezio Rositano, nel 1927 è stato posta all’ingresso della città, davanti al porto. La famiglia ha donato alla biblioteca comunale la sezione giuridico del suo patrimonio librario.

Nota bibliografica

  • Giuseppe Masi, Socialismo e socialisti di Calabria (1861-1914), Società editrice meridionale, Salerno-Catanzaro 1981, p. 189.
  • Fulvio Mazza (a cura di), Crotone. Storia, Cultura, Economia, Rubbettino, Soveria Mannelli 1992.
  • Christian Palmieri, Carlo Turano (1864-1926). Democratico e socialista. Un protagonista delle discussioni politiche calabresi e delle questioni meridionali tra Otto e Novecento, Pellegrini, Cosenza 2006.
  • Christian Palmieri, Il «Partito dei lavoratori» di Crotone (1889-1892). Contributo per una storia del movimento democratico e socialista in Calabria, Pellegrini, Cosenza 2007;
  • Christian Palmieri, Alle origini del movimento operaio a Crotone. Il Mutuo Soccorso di fine Ottocento (1880-1900), Grafiche Cusato, Crotone 2012.

Guarino, Pasquale

Pasquale Guarino (Crotone, 18 novembre 1858 – Napoli, 21 maggio 1901)

Nacque dal merciere Pasquale Guarino e da Gaetana Canguzzi. Trasferitosi giovanissimo a Napoli, si formò presso il Conservatorio di musica di S. Pietro a Mayella, dovendo peraltro convivere con uno stato di perenne indigenza. Di «temperamento elegante e riservato», sin da giovanissimo abbracciò le idee mazziniane e proprio nell’ambiente napoletano trovò terreno assai fertile per affinare la propria formazione ideologica accompagnandola a un contestuale impegno politico, anche attraverso la critica giornalistica.
Già collaboratore e redattore di diverse testate legate al movimento operaio e democratico italiano (ad esempio il «Roma» e l’«Emancipazione»), nel febbraio del 1891 fondò «La Martinella», giornale opuscolo settimanale d’ispirazione repubblicana che ebbe vita breve (fino al luglio dello stesso anno). Molti suoi articoli comparvero, inoltre, nei periodici a tiratura prevalentemente locale.
Fu dapprima mazziniano intransigente, rappresentante per le provincie meridionali dell’Alleanza Repubblicana Universale, organizzazione erede della più grande tradizione mazziniana, e «sulla dottrina del Grande Maestro – avrebbe scritto il crotonese Carlo Turano – temperò il carattere alla legge […] del dovere, educò lo spirito ad una morale superiore che avea avuto tutto il rigidismo d’un imperativo categorico. […]».
Guarino – «spirito di rara finezza, uomo di esemplare rettitudine e della più grande dignità», dirà di lui Arturo Labriola – fu tra i primi, all’apparire del movimento socialista in Italia nel 1891, ad abbracciare tali idee e ad innestare questi nuovi germogli sulla solida fede repubblicana che «integrarono la sua persona e diedero alla sua visione un indirizzo più concreto e uniforme al suo temperamento, più idoneo a colmare il bisogno assillante d’un altruismo inappagato ed inappagabile…».
Profondi furono i rapporti del nostro con gli esponenti di spicco dell’ambiente repubblicano e radicale napoletano di fine Ottocento, ad esempio come nel caso di Matteo Renato Imbriani, con il quale – assai spesso – trascorreva gran parte delle ferie parlamentari.
Guarino veniva a essere dunque il rappresentante di una corrente nuova all’interno dell’ambiente repubblicano e radicale napoletano sul finire del secolo XIX, insieme soprattutto con Errico De Marinis, Gino Alfani, Arturo Labriola ed altri ancora, «i quali non soltanto sul piano ideale venivano precisando le basi del distacco di correnti tendenzialmente socialiste dal repubblicanesimo e dall’anarchismo, ma già lavoravano alla creazione di nuovi organismi operai ed a distaccare quelli già esistenti dalla Società Generale…». 
Egli diveniva ben presto «il capo spirituale dei giovani socialisti napoletani», e punto di riferimento nella “educazione” etico-politica di molti calabresi formatisi presso l’Università di Napoli sul finire del secolo XIX, infondendo in queste nuove generazioni, con l’esempio delle parole e delle azioni, lo spirito della lotta per l’Ideale. «Maestro di probità e di fierezza politica per tutti noi, il grande cavaliere dell’ideale, alla cui memoria mi prostro riverente», così lo ricorderà Arturo Labriola durante un colloquio con Rosario Villari, qualche lustro più tardi.
Attivamente impegnato nella dialettica sociale operaia nell’ultimo quarto del secolo, il repubblicano Pasquale Guarino aveva quindi ricoperto, tra le altre, la carica di segretario delle Società Affratellated’Italia e si riconosceva, per molti versi, tra i promotori del collettivismo napoletano degli anni Novanta, insieme con Garibaldi Sorgente, Giovanni Miceli, Salvatore Tiralongo, Alfonso Lista, Angelo D’Ambrosio, Pietro Casilli, oltre il già citato De Marinis. In particolare, in seguito agli eventi tumultuosi che si verificheranno alla metà degli anni Novanta, risulterà tra i principali imputati al processo dei Fasci socialisti napoletani del marzo 1894.
Attraverso il periodico «La Martinella» (febbraio-luglio 1891) – che sintetizza l’espressione del pensiero e dell’indirizzo politico del Guarino nella fase di passaggio dal repubblicanesimo al socialismo –, mancando al momento di ulteriori e più “solidi” documenti d’archivio, è possibile intravedere i contatti e l’opera veicolare dei fermenti repubblicani e radical-socialisti nel territorio crotonese.
Il periodico settimanale veniva scritto quasi per intero da Guarino.
Sin dai primissimi numeri, attraverso la rubrica Posta in Economia, veniva resa ancor più visibile la rete di relazioni che Guarino manteneva con la provincia catanzarese e dunque con il territorio cotronese per cui molti degli abbonati locali partecipavano dell’atmosfera goliardica che precedeva e seguiva le sciarade pubblicate sul giornale.
I contatti con i nostri democratici crotonesi si rilevano anche nell’ambito della prassi amministrativa, così come quando, nel marzo del 1891, il consigliere comunale di minoranza Turano, durante la revisione della Lista elettorale politica per l’anno 1891, nel riscontrare l’assenza del nominativo di Guarino interveniva presso la Giunta per domandare le motivazioni di tale assenza. Ed ancora, egli era chiamato a rappresentare la Società operaia di mutuo soccorso crotonese in occasione delle numerosissime altre manifestazioni operaie, come ad esempio, nella tarda primavera del 1889, della inaugurazione del monumento romano a Giordano Bruno, avrebbe rappresentato il sodalizio calabrese insieme Matteo Renato Imbriani.
La sua figura e l’opera altamente significative in questa prima fase di “semina” venivano infine riconosciute diversi lustri più tardi, nel dicembre del 1920, dal neoletto sindaco di Cotrone Enrico Mastracchi anche con la apposizione di una targa e la dedicazione di una importante piazza cittadina, piazza Castello. (Christian Palmieri) © ICSAIC

Opere

  • Mondo minuscolo, Carogioiello a Toledo, Napoli 1886;
  • Suonatori ambulanti, Tip. Nazionale, Roma 1889;
  • Confessioni (lettere a un operaio), a cura dell’Emancipazione, Roma, 1891
  • Don Rosario, s.e., Napoli 1895;
  • Sole a scacchi (racconti), stab. tip. Carlo Zomack e figlio, Napoli 1895 (poi Editrice Sociale, Roma 1895; 3ª ed. riveduta e corretta, L. Contigli, Firenze 1900, con prefazione di Arturo Labriola);
  • Il Cavaliere, Tip. di Luigi Gargiulo, Napoli 1896);
  • La legione Cipriani nella guerra greco-turca, Tipografia Tramontano, Napoli 1897;
  • Artemisia. Racconto napoletano, Tip. Melfi & Joele, Napoli 1898;

Nota bibliografica

  • «La Martinella», Giornale opuscolo settimanale, Napoli febbraio-luglio 1891.
  • Il Processo dei “Fasci” (nostra corrispondenza), «Lotta di classe», III, 12, 24-25 marzo 1894, p. 3.
  • F.P., Pasquale Guarino, «La Giostra», Catanzaro 27 Maggio 1901.
  • In memoria di Pasquale Guarino, «La Propaganda», IV, 269, 25 maggio 1902, p. 1.
  • [Carlo Turano], Riflessioni politiche di Carlo Turano contenute nel discorso commemorativo in onore del socialista Pasquale Guarino, bozza manoscritta in Biblioteca Comunale di Crotone “Armando Lucifero”, Fondo “Turano”, Scritti e documenti.
  • Arturo Labriola, Spiegazioni a me stesso, Centro studi sociali problemi del Dopoguerra, Napoli 1945, p. 64:
  • Rosario Villari, Conservatori e democratici nell’Italia liberale, Laterza, Bari 1964, p. 125.Enzo Santarelli, Lettere di Arturo Labriola a Ernesto Cesare Longobardi, in «Rivista Storica del Socialismo», V, 17, 1962, p. 574, n. 1.
  • Giuseppe Masi, Socialismo e socialisti di Calabria (1861-1914), Società editrice meridionale, Salerno-Catanzaro 1981, p. 189.
  • Fulvio Conti, Labriola, Arturo, in Dizionario Biografico degli Italiani, Volume 62 Roma 2004; 
  • Christian Palmieri, Carlo Turano (1864-1926). Democratico e socialista. Un protagonista delle discussioni politiche calabresi e delle questioni meridionali tra Otto e Novecento, Luigi Pellegrini Editore, Cosenza 2006.
  • Christian Palmieri, Il «Partito dei lavoratori» di Crotone (1889-1892). Contributo per una storia del movimento democratico e socialista in Calabria, Pellegrini, Cosenza 2007;
  • Christian Palmieri, Alle origini del movimento operaio a Crotone. Il Mutuo Soccorso di fine Ottocento (1880-1900), Grafiche Cusato, Crotone 2012.
  • Giuseppe Aragno, Il Partito socialista a Napoli dal Fascio dei lavoratori alla svolta del 1898, in Gaetano Cingari e Santi Fedele (a cura di), Il socialismo nel Mezzogiorno d’Italia. 1892-1926, Laterza, Roma-Bari 1992, pp. 95-sgg. e note.
  • Antonio Alosco, La stampa socialista a Napoli alla fine dell’Ottocento. 1890-1898, in Gaetano Cingari e Santi Fedele (a cura di), Il socialismo nel Mezzogiorno d’Italia. 1892-1926, Laterza, Roma-Bari 1992, pp. 240-sgg.

Nota archivistica

  • Comune di Crotone, Ufficio di Stato Civile, Registro dei Nati 1856-1858, Numero d’ordine duecentoquattro.

Pugliese Carratelli, Giovanni

Giovanni Pugliese Carratelli (Napoli,16 aprile 1911- Roma, 12 febbraio 2010)

Intellettuale poliedrico e uno dei maggiori studiosi e storici del mondo antico che l’Italia abbia mai avuto, nacque a Napoli da Amalia Direttore, insegnante, e da Eugenio, medico. Le radici della sua famiglia erano calabresi. Suo padre, era nato a Pizzo da una famiglia originaria di Pianopoli-Feroleto, imparentata con i De Nobili di Catanzaro (il noto bibliotecario Pippo De Nobili, era un suo zio). Spostatosi a Napoli per studiare Medicina, il padre vi si laureò e vi rimase a esercitare la professione, dopo essersi sposato Delle sue origini calabresi parla lo stesso Pugliese Carratelli in un suo scritto autobiografico: «Le radici della mia famiglia paterna sono calabresi,dall’area catanzarese. Mio padre si addottorò a Napoli in Medicina, e lì volle esercitare la sua professione; mia madre era napoletana e fortemente legata alle tradizioni liberali della sua città». Grande intellettuale che, pur non essendo nato fisicamente in Calabria l’ha amata tantissimo e ne ha scavato le antichissime radici storico-culturali, magnificando principalmente l’irripetibile momento storico della Magna Grecia, che proprio in Calabria ha raggiunto i livelli più alti della sua civiltà.
Visse la giovinezza nella Napoli di Benedetto Croce e di Adolfo Omodeo, dei quali fu amico, e da quell’ambiente culturale ricevette importanti stimoli per la sua formazione. Nel 1948 si sposò con Annamaria Liguori, dalla quale ebbe un solo figlio: Giovanfrancesco. Dopo  aver conseguito la libera docenza, iniziò l’insegnamento in varie università italiane. Insegnò Storia greca e romana nell’Università statale di Pisa (1950-1954); Storia dell’Asia anteriore antica e poi Storia greca e romana presso l’Università di Firenze (1954-1964); Storia greca all’Università di Roma “La Sapienza” (fino al 1974), per concludere la sua attività di docente come professore di Storia della storiografia greca nella Scuola Normale Superiore di Pisa, della quale è stato anche direttore. 
Nel primo decennio post-bellico, allorquando il Ministero della Pubblica Istruzione pensò di ricostituire la Deputazione di Storia Patria per la Calabria, la realizzazione del progetto fu affidata proprio a lui, che ne fu, dunque, il primo commissario straordinario e promosse la prima adunanza costitutiva, che si tenne il 16 settembre 1954 a Cosenza, durante lo svolgimento del 1° Congresso storico calabrese.
Nel 1960, succedendo nell’incarico a Federico Chabod, assunse la direzione, che tenne fino al 1986, dell’Istituto Italiano per gli Studi Storici, fondato da Benedetto Croce nel 1946. Fu socio dell’Accademia dei Lincei,  dell’Accademia Pontaniana di Napoli, dell’Accademia La Colombariadi Firenze, dell’Accademia di Atene, della Society for the Promotion of Ellenic Studies, dell’ Istituto Archeologico Germanico, presidente della Fondazione Faina di Orvieto.. E’ stato inoltre membro della Società Nazionale di Scienze, Lettere ed Arti  Collaborò per molti anni (dal 1961) all’attività dell’Istituto per la Storia e l’Archeologia della Magna Grecia, al quale si devono gli annuali convegni di studi magnogreci di Taranto, in cui svolse un ruolo centrale. Ha fatto parte anche del Consiglio dell’Istituto dell’Enciclopedia italiana, dirigendone dal 1975 l’Enciclopedia dell’arte classica e orientale.
Nel 1946, insieme a Gaetano Macchiaroli, editore tenace e rigoroso, impegnato nel sociale e nella politica, fondò la prestigiosa rivista di studi antichi «La parola del passato», che diresse ininterrottamente e con grande dedizione sino alla fine dei suoi giorni. Lo stesso anno (1946) pubblicò nella collana “Monumenti antichi dei Lincei” l’edizione delle iscrizioni in “lineare A” di Creta e della Grecia peninsulare e alcuni anni dopo (1950), in seguito alla decifrazione della “lineare B” da parte di Michael  Ventris, i numerosi contributi da lui dedicati alla civiltà minoico-micenea, che inaugurarono una felice stagione di ricerca sui rapporti tra i Micenei e l’Italia. Fondò, inoltre altre due importanti riviste scientifiche: «Studi classici e Orientali» (SCO) e «Studi micenei ed egeo-anatolici» (SMEA).
Nel 1975, insieme all’avvocato Gerardo Marotta e ad Elena Croce (figlia del filosofo),fondò l’Istituto Italiano per gli Studi filosofici , divenendo così la guida e l’ispiratore dei due grandi istituti napoletani, di caratura internazionale, nel campo della ricerca storica e filosofica. Uno dei temi fondamentali affrontati da Pugliese Carratelli è stato la grecità dell’occidente, ma questo argomento rappresenta solo un aspetto della sua opera. Gianfranco Maddoli, che è stato suo allievo a Firenze ed è uno dei suoi migliori “discepoli”,  sottolinea «la molteplicità  di interessi scientifici che hanno guidato la sua costante ininterrotta ricerca: dall’antico Oriente alla Grecia, a Roma, alla fecondità del mondo classico nell’Umanesimo rinascimentale; dalle lingue e dai testi antichi originari al pensiero politico,filosofico e religioso; da Tucidide a Platone all’Orfismo, dalla storia della Magna Grecia  a quella dei popoli italici all’interno di un’ampia visione unitaria del Mediterraneo, aperto agli impulsi e alle eredità del Vicino Oriente».
È stato anche un grande organizzatore di iniziative culturali come la Mostra di Venezia sui Greci d’Occidente (1996) o la pubblicazione della collana “Antica Madre. Studi sull’Italia antica” (Libri Scheiwiller).  
È deceduto a Roma, all’età di 99 anni, e due giorni dopo la sua morte fu cremato in una cerimonia privata al Cimitero del Verano. «Con lui se ne va l’ultimo dei grandi italiani», dichiarò alla notizia della sua scomparsa, Gerardo Marotta, presidente dell’Istituto italiano per gli studi filosofici, di cui Pugliese Carratelli era stato anche direttore. Napoli lo ha ricordato intitolandogli la Biblioteca dell’Istituto Italiano per gli Studi filosofici; Taranto, città dei convegni sulla Magna Grecia, gli ha intitolato una strada. Nel novembre del 2011 l’Accademia Nazionale dei Lincei lo ha commemorato in un importante convegno dal titolo “Antiquorum philosophia. In ricordo di Giovanni Pugliese Carratelli”, al quale presero parte i più prestigiosi studiosi antichisti delle varie università italiane. (Franco Liguori) © ICSAIC

Opere

  • Storia Greca, Istituto Editoriale Cisalpino, Milano 1967
  • Scritti sul mondo antico, Macchiaroli Editore, Napoli 1976;
  • Megàle Hellàs. Storia e civiltà della Magna Grecia (a cura di), Garzanti-Scheiwiller, Milano 1986;
  • Storia, voce dell’«Enciclopedia del Novecento», vol. VII; Roma, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, 1984, pp. 186-197;
  • Magna Grecia (a cura di) , voll. I-IV, Electa, Milano, 1985-1990;
  • Tra Cadmo e Orfeo. Contributi alla storia civile e religiosa dei Greci d’Occidente, il Mulino, Bologna 1990;
  • Profilo della storia politica dei Greci in Occidente, in Id. (a cura di), I Greci in Occidente, Bompiani, Milano 1996, pp. 141-188;
  • Le lamine d’oro orfiche, Adelphi, Milano 2001;
  • Gli Editti di Asoka, Adelphi, Milano 2003;
  • Umanesimo napoletano (opera postuma a cura di G. Maddoli), Rubbettino, Soveria Mannelli 2015.

Nota bibliografica

  • Doro Levi, Giovanni Pugliese Carratelli: lo studioso e l’uomo, in F. Imparati (a cura di), Eothen. Studi di storia e di filologia anatolica dedicati a G. Pugliese Carratelli, Firenze 1988, pp. 9-16;
  • Salvatore Settis, Il mondo antico di Pugliese Carratelli, «Rendiconti Lincei» 2008, pp. 203-209;
  • Gianfranco Maddoli, Giovanni Pugliese Carratelli (1911-2010). Un ricordo, «La parola del passato», 45, 2010, pp. 244-256;
  • Maria Rosaria Cataudella, Ricordo di Giovanni Pugliese Carratelli, «Sileno», XXXVII, 2011), p. 225 sgg.;
  • Carmine Ampolo, La parola del passato: ricordando G. Pugliese Carratelli e la sua rivista, «Annali Scuola Normale di Pisa», serie 5, 5/1, 2013, pp. 515-523;
  • Gianfranco Fiaccadori, Giovanni Pugliese Carratelli e la tradizione greca dai neoplatonici al Rinascimento, in Atti Accademia Nazionale dei Lincei, Roma 2013.
  • Marisa Tortorelli Ghidini, Giovanni Pugliese Carratelli,uno storico senza frontiere, in  Società Nazionale di scienze, lettere ed arti in Napoli. Profili e ricordi, Napoli 2013
  • Franco Liguori, Giovanni Pugliese Carratelli (1911-2010), «Rivista storica calabrese», XXXIV, 1-2, 2013, pp.325-327;
  • Gerardo Bianco, Giovanni Pugliese Carratelli e la Società Magna Grecia, in Atti Convegno Antiquorum philosophia, Roma  2013, . pp.310-319
  • Federica Cordano, Giovanni Pugliese Carratelli e la grecità d’Occidente, in Atti Convegno Antiquorum philosophia, Roma 2013, pp.139-146
  • Antiquorum philosophia. In ricordo di Giovanni Pugliese Carratelli, Atti del Convegno, (Roma, 28-29 novembre 2011), Scienze e Lettere Editore, Roma 2013, con contributi  di G. Maddoli, G. Sasso, G. Cambiano, L. Canfora, G. Marotta, V. La Rosa, P. De Fidio, C. Ampolo, F. Cordano, G. Camassa, F. Coarelli, M. Mazza, M.L. Lazzarini, R. Fabiani, A. La Regina, G. Fiaccadori, A. Archi, C. Ghidini, V. Gigante Lanzara, G. Bianco, S. Settis.

Villari, Rosario

Rosario Villari [Bagnara Calabra (Reggio Calabria), 12 luglio 1925 – Cetona (Siena), 17 ottobre 2017]

Nacque a Bagnara Calabra, paese originario della madre, il 12 luglio 1925, da Francesco, impiegato (poi funzionario) alle Poste e Anna Isaia, insegnante, secondo di cinque figli tra cui Lucio, anche lui storico. La famiglia risiedeva a Reggio Calabria, dove Rosario studiò fino alla maturità classica per poi iscriversi nel 1942 all’Università di Firenze. Trasferitosi a Messina a causa della guerra, vi si laureò in Lettere e Filosofia nel 1947.
Era maturato nel frattempo il suo impegno politico: iscritto al Partito comunista dal 1944, nel 1949-50 fu tra i leader dell’occupazione contadina delle terre nelle zone di Caulonia, Bivongi, Pazzano e Stilo.
Prese avvio allora anche la sua carriera di storico, con la pubblicazione dei suoi primi saggi negli anni Cinquanta e l’inizio della sua carriera accademica. Fu dapprima assistente incaricato della cattedra di Storia medievale e moderna all’Università di Messina, dove nel 1954 divenne assistente ordinario e, dal 1958, professore incaricato di Storia moderna.
Trasferitosi intanto a vivere a Napoli, vi divenne redattore della rivista «Cronache meridionali», avviandovi i suoi studi sulla Questione meridionale di cui fu tra i principali interpreti, e basti ricordare l’antologia da lui curata su Il Sud nella storia d’Italia (Laterza, 1961). Al contempo, alacre e pionieristico fu il suo impegno nello studio delle campagne meridionali, il cui frutto principale fu il volume Mezzogiorno e contadini nell’età moderna, edito ancora da Laterza nel 1961.
Nel 1958 fu tra i fondatori della rivista dell’Istituto Gramsci «Studi storici», uscita a partire dal 1959 e presto affermatasi fra le principali riviste storiche italiane. Membro del comitato di direzione dal 1964, Villari fu co-direttore della rivista dal 1967 al 1973 e unico direttore di essa dal 1976 al 1982.
Proseguivano intanto le sue ricerche sulla storia meridionale; e se in un primo momento si concentrò sul Sette-Ottocento, tra gli anni Cinquanta e Sessanta maturò la svolta che lo portò a concentrarsi sul Seicento, e in particolare sul lungo processo che portò allo scoppio della rivoluzione napoletana del 1647-48, cui dedicò un altro suo libro di grande successo: La rivolta antispagnola a Napoli. Le origini 1585-1647 (Laterza, 1967).
L’anno successivo divenne professore ordinario di Storia moderna a Messina, da cui si trasferì nel 1971 all’Università di Firenze per spostarsi in seguito, dal 1979, alla «Sapienza» di Roma, dove insegnerà fino al pensionamento divenendone poi professore emerito. Tra il 1968 e il 1970, inoltre,  uscì per Laterza il suo celebre manuale di storia, che sarà ristampato più di 30 volte e sul quale si formeranno generazioni di Italiane e di Italiani, mentre nel 2002 uscì un suo nuovo manuale col titolo Sommario di storia.
Intanto, con gli anni Settanta si consolidò la sua fama internazionale, e fu tra l’altro Visiting Professor presso il prestigioso St. Antony’s College di Oxford, nel 1974; mentre proseguiva il suo impegno politico e civile. Nominato membro del Comitato centrale del Pci, nel 1976 fu candidato come capolista alla Camera dei Deputati nella sua Calabria e ottenne un successo clamoroso, risultando eletto con più di 130.000 preferenze.
In quegli stessi anni notevole fu il suo impegno anche a sostegno degli intellettuali del dissenso nei paesi ricadenti nel Patto di Varsavia, dopo che già nel 1956 era stato tra gli intellettuali comunisti che avevano protestato per l’invasione sovietica dell’Ungheria. Nel 1977, con altri intellettuali legati al Partito comunista, pubblicò un appello di solidarietà al movimento cecoslovacco Charta 77 (animato da personalità come il futuro presidente della Repubblica Václav Havel), esprimendo «grave preoccupazione» per «le costrizioni imposte all’esercizio dei diritti civili e politici, gli impedimenti alle libertà di ricerca, di espressione, di pubblicazione e di dibattito». Ancora nel 1977 fu, con il sindacalista Bruno Trentin, l’unico membro del Pci a prender parte al Convegno internazionale di Venezia su Potere e opposizione nelle società post-rivoluzionarie, organizzato dal quotidiano «Il Manifesto».
Conclusasi l’esperienza parlamentare nel 1979, con gli anni Ottanta Villari divenne uno degli storici italiani più famosi al mondo: tra i massimi studiosi del Seicento, nel 1981-82 fu Visiting Professor al prestigioso Institute for Advanced Studiesdi Princeton, mentre si consolidava la sua grande amicizia con altri colleghi di fama mondiale come Eric Hobsbawm e John Elliott.
Nel 1987 pubblicò per Laterza l’Elogio della dissimulazione. La lotta politica nel Seicento, saggio pionieristico che impostò su nuove basi il tema della simulazione e dissimulazione, dimostrando che nell’età barocca quest’ultima era usata anche come tecnica di opposizione. Mentre nel 1991 diresse il volume dedicato a L’uomo barocco nell’ambito di un vasto progetto internazionale (L’uomo nella storia, uscito in diverse lingue) che vide alla direzione dei vari volumi alcuni tra i maggiori storici del mondo, tra cui – a parte Villari stesso – Jean-Pierre Vernant, Jacques Le Goff, Eugenio Garin, Michel Vovelle e François Furet. Nel 1994, poi, pubblicò (sempre per Laterza) Per il re o per la patria. La fedeltà nel Seicento in cui mise in luce una corrente di patriottismo democratico affermatasi nei mesi della rivoluzione napoletana del 1647-48.
Nel frattempo, nel 1990 fu nominato socio dell’Accademia Nazionale dei Lincei; e dal 1990 al 1995 fu il presidente della Giuria del Premio Viareggio. Assunta nel 1996 la presidenza della Giunta Centrale per gli Studi Storici, entrò a far parte dell’International Committee of Historical Sciences, partecipando all’organizzazione del Congresso internazionale di scienze storiche (Oslo, 2000). Nel 2002, inoltre, fu tra i promotori e fondatori della Società italiana per la storia dell’età moderna (Sisem).
Mentre proseguiva il suo impegno politico e civile, continuò fino alla fine anche nelle sue ricerche: nel 2010 uscì l’importante raccolta di saggi Politica barocca. Inquietudini, mutamento e prudenza (Laterza); e nel 2012 concluse l’ultra cinquantennale lavoro sulla rivoluzione napoletana di metà Seicento, pubblicando per Mondadori l’imponente Un sogno di libertà. Napoli nel declino di un impero 1585-1648, forse il suo capolavoro storiografico, nel quale dimostrò come fosse un grave errore identificare una rivoluzione durata otto mesi con colui che ne fu il leader per soli pochi giorni (Masaniello), e rivelò la straordinaria ricchezza politica e ideale dell’avvenimento.
Sposato più volte, ebbe due figli (Francesco e Antonella) dalla prima moglie Aldina Degioannis, scomparsa prematuramente. Morì a 92 anni a Cetona (Siena), dove possedeva un casolare nel quale amava trascorrere lunghi periodi con la moglie Anna Rosa Santi, ospitandovi i numerosi amici e colleghi italiani e stranieri ai quali era legato. Ogni estate, inoltre, tornava per un mese nella sua Calabria, trascorrendovi una parte dell’estate.
Tra i maggiori storici italiani del Novecento, in considerazione della rinomanza internazionale dei suoi studi, del suo ruolo nell’Accademia dei Lincei e delle altre prestigiose cariche rivestite nel corso della sua carriera, fu sicuramente il più grande storico calabrese di sempre. È stato cittadino onorario di Bagnara Calabra, di Cosenza e di Cetona. La sua Bagnara lo ha celebrato intitolandogli una piazza sul Lungomare e un Liceo (Luca Addante) ©ICSAIC

Opere

Oltre ai libri citati nel testo

  • Mezzogiorno e democrazia, Laterza, Roma-Bari 1978 (1964);
  • Ribelli e riformatori dal XVI al XVIII secolo, Editori Riuniti, Roma 1983 (1979);
  • Storia dell’Europa contemporanea, Laterza, Roma-Bari 1985 (1971);
  • Mille anni di storia. Dalla città medievale all’unità dell’Europa, Laterza, Roma-Bari 2005 (2000)

Tra le curatele

  • Scrittori politici dell’età barocca, Ist. Poligrafico dello Stato, Roma 1998 (con Leonardo Perini);
  • Filippo II e il Mediterraneo, Laterza, Roma-Bari 2003 (con Luigi Lotti);
  • Universalismo e nazionalità nell’esperienza del giacobinismo italiano, Laterza, Roma-Bari 2003 (con Luigi Lotti);
  • Giulio Genoino, Memoriale dal carcere al re di Spagna, Olschki, Firenze 2012.

Nota bibliografica

  • Elena Valeri, Bibliografia degli scritti di Rosario Villari, in Storia sociale e politica. Omaggio a Rosario Villari, a cura di Alberto Merola, Giovanni Muto, Elena Valeri, Maria Antonietta Visceglia, FrancoAngeli, Milano 2007, pp. 11-29;
  • John H. Elliott, Naples in context. The Historical Contribution of Rosario Villari, in Storia sociale e politica. Omaggio a Rosario Villari, a cura di A. Merola, G. Muto, E. Valeri, M. A. Visceglia, FrancoAngeli, Milano 2007, pp. 33-45;
  • Leonardo Rapone, Rosario Villari, «Studi storici»; LVIII, 2017, pp. 873-79;
  • Umberto Gentiloni Silveri, Briefly remembering Rosario Villari, «Journal of Modern Italian Studies», XXIII, 2018, pp. 229-233;
  • Rosario Villari Storiografia e politica nel secondo dopoguerra, numero monografico di «Studi storici», LXI, 3, 2020 (saggi di L. Addante, F. Barbagallo, E. Bernardi, F. J. Bouza, L. R. Caputo, M. Ciliberto, J. Davis, J. Elliott, M. Formica, U. Gentiloni Silveri, F. Giasi, F. Gui, L. Masella, G. Muto, S. Pons, A. M. Rao, L. Rapone, L. Ribot Garcia, E. Valeri, P. Ventura, M. A. Visceglia);
  • Luca Addante, Villari, Rosario, in Dizionario biografico degli Italiani, vol. 99, Istituto della Enciclopedia italiana Treccani, Roma 2020 (in stampa).

Zinzi, Emilia

Emilia Zinzi (Catanzaro, 15 aprile 1921 – 9 settembre 2004) 

Nacque da Matilde Valentino e Vittorio Zinzi. Storica dell’arte, è stata una tra gli studiosi che più hanno contribuito a ricostruire la cultura dei territori e all’apertura della storiografia verso la storia delle arti in Calabria. Svolse il proprio iter formativo universitario a Roma, dove si iscrisse al corso di laurea in lettere moderne della Sapienza e frequentò le lezioni di Lionello Venturi, con il quale si laureò nel novembre del 1948. L’argomento della tesi, il Codex Purpureus Rossanensis, costituì un dato indicativo di un approccio alla disciplina sulla circolazione artistica tra centro e periferia. L’anno successivo si iscrisse alla Scuola di Perfezionamento in storia dell’arte. Qualche mese più tardi, nel 1950, per motivi familiari fu costretta a interrompere definitivamente gli studi post-laurea. Di lì in avanti la sua carriera fu quella di una studiosa autonoma che con tenacia si dedicò alla tutela del patrimonio storico-artistico calabrese e ai legami strettissimi fra le opere d’arte e il loro contesto di appartenenza. Attenta alla riscoperta di aree del territorio regionale trascurate dagli studi, le si deve il recupero filologico di un universo geografico articolato.L’attività scientifica di Zinzi si nutrì degli studi degli storici delle «Annales» e dei saggi di geografia artistica di Andrea Emiliani, Giovanni Romano e Bruno Toscano. 
Nonostante un impegno etico nell’esercizio della tutela, i primi passi professionali di Zinzi si registrarono al di fuori delle Soprintendenze ministeriali e delle aule universitarie, seguendo un percorso professionale piuttosto consueto a quell’altezza cronologica. Nel 1957 il suo nome comparve nelle liste degli abilitati all’insegnamento liceale per l’assegnazione delle prime venticinque cattedre di storia dell’arte. Nell’anno scolastico 1956-57 Emilia Zinzi prese servizio presso il liceo classico statale «P. Galluppi» di Catanzaro, di cui era stata allieva tra il 1932 e il 1939. 
Il 31 maggio 1957, con decreto ministeriale, fu nominata ispettrice onoraria per la conservazione dei monumenti e degli oggetti di antichità e d’arte per la provincia di Catanzaro. Questo riconoscimento, ottenuto in seguito all’attenzione sollevata a proposito dello stato di conservazione dei Mattia Preti di Taverna, le consentì di indirizzare la propria opera al lavoro di schedatura degli oggetti d’arte. L’accesso diretto alle fonti fu condotto da Zinzi attraverso soggiorni di studio presso istituti di cultura specializzata, biblioteche italiane e internazionali. Nondimeno, il suo lavoro prese le mosse dal noto precetto di Pietro Toesca di «non barricarsi in biblioteca» e di non limitare «le uscite alle lezioni accademiche e ai congressi». Zinzi cartografò il patrimonio storico-artistico e architettonico della Calabria per circa trent’anni. Sin dagli esordi, la giovane operò secondo parametri di studio assai rigidi: fotografava e raccoglieva il materiale che compone in larga parte il suo archivio fotografico, prendeva appunti che utilizzava per le proprie pubblicazioni, schedava i monumenti e gli oggetti d’arte osservati sul campo, tracciava le planimetrie e i prospetti delle architetture visitate.
Affiancata da una squadra solidale di collaboratori, andò per pievi, paesi di montagna, località costiere, archivi, residenze storiche – dal Canale di Ragone di Nocara fino a Capo Spartivento di Melito di Porto Salvo, da Pellaro di Reggio Calabria sino a Capo Colonna – censendo le opere d’arte e promuovendone eventuali restauri. Le fotografie costituirono uno degli strumenti imprescindibili del suo lavoro. Sin dagli anni Cinquanta, mise a punto la sua raccolta fotografica, che conta nel suo complesso più di undicimila unità. Questa tipologia di materiale si sedimentò nel suo archivio di lavoro, il Fondo Archivistico Emilia Zinzi, che nel 2017 è stato donato dai suoi eredi alla biblioteca di area umanistica «F. E. Fagiani» dell’Università della Calabria. Tra il 2018 e il 2019, il sub-fondo fotografico è stato oggetto di un lavoro di riordinamento e di digitalizzazione nell’ambito del progetto Emilia Zinzi (1921-2004). Storia dell’arte, tutela e valorizzazione dei beni culturali in Calabria (finanziato con i Fondi PAC 2014-2020 della Regione Calabria, annualità 2018).
Il suo profilo culturale si delineò, altresì, mediante un’intensa vita di relazioni che la mise in contatto con intellettuali, storici, archeologi e storici dell’arte, molti dei quali diventarono punti di riferimento professionale e amici carissimi, come Biagio Cappelli, Giovanni Carandente, Tanino De Santis, Alfonso Frangipane e Augusto Placanica. 
Fu impegnata nella presidenza della sezione catanzarese di Italia Nostra (1961-1963) e nel consiglio d’amministrazione dell’Ente provinciale per il Turismo del capoluogo regionale (sino al 1977). La studiosa, frattanto, balzò alle cronache per l’impegno culturale forte e appassionato. Nell’agosto del 1961 fermò i lavori per la realizzazione di un acquedotto pubblico in corrispondenza del Foro di Scolacium a Roccelletta di Borgia. Alle colonne di «Magna Graecia», Zinzi affidò nel 1969 l’accorato appello, SOS per Punta Alice, che costituì uno dei casi più controversi della sua attività di militanza in materia di tutela del paesaggio. Nel 1973 la storica dell’arte si oppose alla costruzione di una centrale idroelettrica nell’area territoriale compresa tra Stalettì, Montauro, Montepaone e Soverato. Calabria terra di pastura per la Montedison, l’articolo dedicato al tema, divenne presto un manifesto di denuncia di largo consenso. All’opposto, due anni più tardi, perse la battaglia combattuta per impedire la demolizione a Catanzaro dell’ottocentesco Palazzo Serravalle. Nel 1979 la studiosa riavviò il dibattito sulle responsabilità sociali della cittadinanza nei riguardi del patrimonio culturale locale, in occasione della messa in vendita a privati di alcuni ambienti di Palazzo Fazzari.
Dal 1968 associò alla missione della tutela e alla docenza nei licei la ricerca e la didattica dalle aule del Libero Istituto Universitario di Architettura, oggi Università Mediterranea di Reggio Calabria. In ambito universitario, intraprese un lavoro seminariale sul campo coinvolgendo i suoi studenti. Dal 1983 fu professore associato titolare della cattedra di Istituzioni di storia dell’arte. Gli anni Ottanta costituirono per la studiosa un periodo di partecipazione attiva a convegni e seminari di studio nazionali e internazionali. Nell’ottobre 1980, ad esempio, prese parte a I beni culturali e le chiese di Calabria, conferenza di studi promossa dalla Conferenza episcopale Calabra. A distanza di due anni, guidò il comitato scientifico del congresso Per un atlante aperto sui beni culturali della Calabria. Situazioni, problemi e prospettive, organizzato per la Deputazione di Storia Patria per la Calabria. Le giornate di studio e le tavole rotondenelle quali Zinzi intervenne furono episodi che consentirono alla connoisseur di spogliare repertori, inventari e carteggi, di ragionare e fornire nuove indicazioni di provenienza delle opere d’arte oggetto dei suoi studi, di rettificare iconografiche e attribuzioni. Era il 1985 quando Zinzi indentificò nel fonte battesimale del XII secolo del Metropolitan Museum of Art di New York quello fino ad allora creduto perso dell’abbazia di Santa Maria del Patire di Corigliano Rossano.
In questo torno d’anni, le direzioni d’indagine spronate dalla sua opera furono molteplici. Zinzi si dedicò agli studi urbanistici e territoriali della Calabria in età medievale. Nel progredire delle sue ricerche, la studiosa concentrò i suoi interessi sull’iter di formazione e di sviluppo dei centri storici dei luoghi cassiodorei della Calabria «d’un passato perfetto e irripetibile». Anche le sue pubblicazioni denunciarono una sintonia profonda con l’affermarsi in Italia della microstoria. I contributi sui borghi antichi abbandonati, le «città morte» di Cirella, Cerenzia Vecchia e Mileto, furono in tal senso significativi. Nella sua attività infaticabile, recuperò e curò nel 1990 la ristampa de Istoria de’ fenomeni del tremoto avvenuto nelle Calabrie, e nel Valdemone nell’anno 1783. Posta in luce dalla Reale Accademia delle Scienze, e delle Belle Lettere di Napoli.
Il suo libro del 1997, Analisi storico-territoriale e pianificazione. Un’esperienza metodologica nel Sud d’Italia, offrì l’opportunità di verificare la ricchezza e la complessità del territorio esaminato. Nel 1999, diede alle stampe I Cistercensi in Calabria. Presenze e memorie, esito degli spunti critici emersi durante le sue precedenti ricerche sul monachesimo in Calabria tra il XI e il XIII secolo.
Tra i riconoscimenti alla carriera si segnalano i più recenti Premio Minerva 2000, per la ricerca scientifica condotta dalla studiosa sul sud Italia, e la Mimosa d’argento, conseguita a Reggio Calabria nello stesso anno. Nel 2014 le è stato intitolato l’Archivio comunale di Catanzaro.
La studiosa continuò a lavorare fino all’ultimo, poiché «conservare è conoscere, conoscere è trasmettere agli altri». Nel suo studio di Villa Matilde, la storica residenza di famiglia a Catanzaro, c’era sempre tempo per molti progetti e per molte persone. Nei racconti aneddotici dei sui ospiti la sua scrivania fu spesso descritta colma di pile di documenti, di raccolte punti carburante, di fotografie, di pacchi di diapositive proiettate a lezione, di estratti di articoli, di saggi di storia e di libri. 
Morì all’età di 83 anni. (Ilenia Falbo) © ICSAIC

Opere

  • Il Palazzo Serravalle in Catanzaro, «Magna Graecia», X, 1-2, 1975, pp. 3-6;
  • Lettera per Palazzo Fazzari, in Cara Catanzaro, a cura di Beppe Mazzocca e Antonio Panzarella, Rubbettino, Soveria Mannelli 1987, pp. 171-176;
  • La «Conca del Patirion» ed altre sculture battisteriali d’età normanna nel sud monastico, «Napoli Nobilissima»», XXXIV, I-II, gennaio-aprile 1995, pp. 3-17;
  • Analisi storico-territoriale e pianificazione. Un’esperienza metodologica nel Sud d’Italia, Rubbettino, Soveria Mannelli 1997;
  • I Cistercensi in Calabria. Presenze e memorie, Rubbettino, Soveria Mannelli 1999.

Nota bibliografica

  • Con Emilia Zinzi. Sentieri di cultura e d’amore, a cura di Francesco A. Cuteri, Monteleone, Vibo Valentia 2004
  • Archivi fotografici, storia dell’arte e tutela. Per Emilia Zinzi, atti delle giornate internazionali di studio (Catanzaro-Roccelletta di Borgia, 2019), a cura di Maria Saveria Ruga, «Rivista Storica Calabrese», supplemento speciale, 2019.

Nota archivistica

  • Biblioteca di area umanistica “F.E. Fagiani”, Università della Calabria, Fondo Archivistico Emilia Zinzi.