De Meo, Nicola

Nicola De Meo, Oppido Mamertina 19 agosto 1926 – Vibo Valentia 21 agosto 2013

Figlio di Giuseppe De Meo, pirotecnico e custode del carcere mandamentale di Oppido Mamertina, e Maria Carmela Molluso, donna di casa, è rimasto nel luogo di nascita fino all’età di 13 anni, quindi si è trasferito con la famiglia a Vibo Valentia, dove il padre era stato trasferito e dove ha variamente studiato. Si è alla fine laureato in Scienze Economiche e Aziendali e ha insegnato negli istituti tecnici.
Un suo iniziale opuscolo a stampa rimonta al 1969 e attiene a un polemico riscontro di poche pagine indirizzato al corrispondente della «Gazzetta del Sud» così evidenziato: Le mura d’Hipponion non sono una scoperta recente. Nel 1971 l’uscita per Feltrinelli del volume di Don Luca Asprea, Il previtocciolo, opera che metteva a nudo episodi reali e dicerie, animosità e veleni di carattere scandalistico, si rivela per De Meo una vera stilettata, per cui si dà subito a preparare una decisa risposta all’indirizzo di colui che con la sua opera denigrerebbe il borgo natìo di entrambi, appunto Oppido Mamertina. Ecco perciò spuntare appena l’anno successivo per le Edizioni Giuntina di Firenze La fobia di un ragno, un’operetta nel cui titolo si cela abbastanza scopertamente il cognome vero dell’Asprea. Quest’ultimo, infatti, è lo pseudonimo di Carmine Ragno. Nel libretto l’autore, oltre che confutare tante cose inesatte da quegli prospettate, spesso con accenti piuttosto risentiti, offre l’iter di quanto si svolgeva durante il ventennio mussoliniano nella cittadina. La molla si configura sicuramente una rivalsa di tipo familiare, ma naturalmente si percorrono soprattutto gli eventi che si accavallano di tempo in tempo, per cui non mancano le descrizioni delle manifestazioni popolari o di regime. I particolari spingono qualcuno ingenerosamente, come il Piromalli, a gridare al risveglio del vecchio fascista quando in verità si tratta soltanto dello sfogo dell’Oppidese cui hanno parlato male del suo paese e del riemergere di tanti episodi della fanciullezza. In pratica La fobia di un ragno è il contraltare de Il previtocciolo. Infatti, è definito sin dall’inizio l’«antiprevitocciolo».
Nel 1976 De Meo ritorna in pista con le Edizioni ABC di Firenze con un lungo racconto, Alito del sud, nel quale medita di bel nuovo sui luoghi che l’hanno visto fanciullo, cioè negli anni a ridosso della seconda guerra mondiale. La parte saliente è consacrata al noto Santuario di Polsi e alle leggende che lo hanno riguardato nei vari tempi, ma anche ai delitti che di anno in anno non hanno mancato di riempire le cronache dei giornali. A distanza di tre anni segue altro scritto che riporta alla luce il periodo della frequenza della scuola, sempre innestato nello scorrere della vita paesana, dove l’anima popolare mostra il meglio delle sue espressioni. È Il primo tremito, edito ancora da ABC.
Lo scrittore oppidese nel 1987 s’immette sul solco del folklore e dà un saggio del suo modo di scavare nel mondo contadino di un tempo, La civiltà contadina in Calabria e nel Mezzogiorno, che esce per i tipi di Calabria Letteraria Editrice di Soveria Mannelli. Ovviamente, il tutto è frutto dei suoi ricordi d’infanzia. Interessante la ricerca riservata a una sacra rappresentazione nel territorio di Vibo Valentia, l’Affruntata, nota cerimonia delle festività pasquali. Nel 1993 si ripresenta con Vecchia Vibo, accolta dalle Edizioni Barbaro di Oppido Mamertina, pubblicazione dove si mescolano reminiscenze, avvenimenti storici e note di cultura popolare. Nel 2003 appare con Calabria Letteraria Silloge poetica, una serie di simpatiche poesie in dialetto. Siffattamente scrive nella prefazione Antonio Lo Gatto: «Ancora una narrazione ispirata agli anni giovanili, con la solita obiettività ed il coraggio di denunciare soprusi ed angherie da parte delle classi le quali assunsero il potere dopo il secondo conflitto mondiale». L’anno dopo è l’ora di Memorie vive, una specie di romanzo autobiografico stampato dalla Mapograf di Vibo Valentia.
Trascorso un certo silenzio, nel 2011 è la volta di Il Sud Italia. Dagli albori allo scombuiamento, lavoro nel quale De Meo interpreta i fatti iniziando dalle esperienze personali. Sono sempre le situazioni che si sono susseguite nel famoso ventennio a farla da padrone pure se in riflesso a balzare è di norma il suo essere fanciullo in un età spensierata. (Rocco Liberti) © ICSAIC

Opere

  • La fobia di un ragno, Edizioni Giuntina, Firenze 1972;
  • Alito del Sud, Firenze : Tipografia ABC, Firenze 1976;
  • Il primo tremito, Tipografia ABC, Firenze 1979;
  • La civiltà contadina in Calabria e nel Mezzogiorno, Calabria Letteraria, Soveria Mannelli 1987;
  • Vecchia Vibo, Edizioni Barbaro, Oppido Mamertina 1993;
  • Silloge poetica, Calabria Letteraria, Soveria Mannelli 2003;
  • Memorie vive, Mapograf. Vibo Valentia 2004;
  • Il Sud Italia, Dagli albori allo scombuiamento, Libritalkia.net, s.l. 2011.

Nota bibliografica

  • Sharo Gambino, L’anti previtocciolo, Rai, Radio Cosenza, trasmissione dell’11 agosto 1972;
  • Antonio Piromalli, Scavando dentro il moralista viene fuori il vecchio fascista, «Il Giornale di Calabria», 20 settembre 1972, p. 7.

Nota archivistica

  • Comune di Oppido Mamertina, Stato Civile, Registro delle nascite, a. 1926.

Mastracchi, Enrico

Enrico Mastracchi (Catanzaro, 30 novembre 1881 – Roma, 25 dicembre 1945)

Nacque da Edoardo, avvocato erariale, e da Elisabetta Starace. Per motivi di famiglia si trasferì giovanissimo a Napoli, dove frequentò  con scarso impegno gli studi liceali. Nel 1899, a soli 18 anni, si iscrisse al partito socialista, aderendo alla corrente di Luigi Alfani, in dissidio con la sezione ufficiale del partito. Nel 1903 fu l’animatore dell’associazione giovanile Avanguardia socialista e concorse alla pubblicazione del periodico «La Tribuna sociale». Ritornato a Catanzaro, nel gennaio del 1904, in poco tempo ricostituì la sezione socialista e promosse la convocazione del primo congresso provinciale del partito, nel quale venne costituita la federazione provinciale. Il 10 marzo iniziò la pubblicazione del periodico «Calabria, Avanti!», organo provinciale, continuata, con diverse interruzioni, fino al 1925.
La particolare situazione in cui si trovava la classe operaia catanzarese, organizzata dalla Camera del lavoro, creata nel 1896 per iniziativa di un pittore locale, Francesco Frangipane, con tendenza repubblicana ma compromessa dagli stretti legami con le clientele borghesi timorose di far cadere sulla via del socialismo gli operai, convinse Mastracchi della necessità di fondare una nuova organizzazione, la Borsa del lavoro, a imitazione di quella napoletana. La borsa ebbe un buon successo di diffusione, in quanto raccolse quasi tutte le leghe della città e organizzò le prime rivendicazioni salariali. Nel settembre del 1904 aderì al primo sciopero generale verificatosi in Italia. Nel 1905 Mastracchi presentò la sua candidatura alle elezioni amministrative a Catanzaro ma non venne eletto. Nel 1907 il successo conseguito dalla Borsa portò all’unificazione delle due organizzazioni in una sola Camera del lavoro, che ebbe come presidente il vecchio Frangipane e segretario Mastracchi.
Nel febbraio del 1908 lasciò Catanzaro per raggiungere Carpi (Modena), dove venne nominato segretario della Camera del lavoro, di nuova istituzione, nella quale svolse una notevole attività sindacale, promuovendo tra l’altro il I° Congresso nazionale dei lavoratori del truciolo e portando la consistenza delle organizzazioni operaie a 91 leghe con 8500 iscritti.
Sempre a Carpi venne eletto consigliere comunale per il partito socialista e nominato assessore. Accanto all’attività sindacale nel Carpigiano protrattasi fino al 1913, non trascurò di partecipare al dibattito politico in seno al PSI e alla CGdL. Nel settembre 1908 fu delegato al X Congresso nazionale socialista tenutosi a Firenze, aderendo alla corrente intransigente e votando anche l’odg presentato da Gaetano Salvemini sul suffragio universale. Nello stesso mese fu nominato segretario del VII Congresso della resistenza, II della CGdL, tenutosi a Modena. Al consiglio nazionale della Federazione nazionale dei lavoratori della terra (1909) presentò un odg in cui si rilevava con dispiacere il contenuto contraddittorio e incerto della CGdL in occasione della venuta dello zar in Italia (Mastracchi aveva firmato un manifesto di condanna). All’XI Congresso nazionale del PSI svoltosi a Milano (ottobre 1910), delegato della sezione di Carpi, confermò la sua intenzione e quella degli altri aderenti alla corrente rivoluzionaria di rimanere nel partito, mentre presentò un odg sulla massoneria per invitare i socialisti che non erano massoni a non entrare nella società ed esortare coloro che ne facevano parte a uscirne. Al III Congresso della CGdL di Padova (maggio 1911), a nome dei socialisti intransigenti, mise sotto accusa il gruppo dirigente confederale presentando anche un odg, che non venne approvato, di condanna della politica fino allora seguita, in opposizione a quello riformista. 
Nel 1912, dopo la vittoria della corrente rivoluzionaria al congresso di Reggio Emilia, fece parte della nuova direzione del partito. Su sua proposta la nuova direzione, che aveva eletto Costantino Lazzari a segretario politico, inviò alla CGdL, del cui consiglio faceva parte, un telegramma di saluto, nel quale si inneggiava all’unità proletaria sulle direttive della lotta di classe. I suoi tentativi di capovolgere la politica confederale riformista di Rinaldo Rigola non approdarono però a nulla. L’odg presentato al consiglio nazionale della CGdL il 7 aprile 1913, col quale si chiedeva che la confederazione si impegnasse a sostenere i candidati del PSI senza richiamo alcuno agli uomini, venne respinto a larga maggioranza.
Ritornato nel 1913 a Catanzaro, dove spesso si era recato anche in precedenza come propagandista ufficiale del PSI, accettò la candidatura alle elezioni politiche che si svolsero in quell’anno, le prime dopo l’introduzione del suffragio universale. Nonostante una risoluta propaganda e l’impegno della sezione e della Camera del lavoro locali, ottenne solo una lusinghiera votazione. Rientrato subito dopo le elezioni a Modena, assunse la carica di segretario propagandista della Camera del lavoro provinciale. Esonerato dall’incarico,  ritornò definitivamente nella sua città, dove assunse le redini del movimento socialista nella regione. Nel 1914 venne eletto consigliere provinciale per il mandamento di Crotone. Nel congresso regionale socialista, svoltosi a Crotone alla fine del 1914, dopo che l’anno precedente un altro congresso era stato tenuto a Catanzaro, Mastracchi fece votare un odg contro la guerra ormai imminente.
Non minore fu la sua attività sindacale, determinando una precisa svolta nella locale Camera del lavoro, della quale aveva assunto le funzioni di segretario, e riuscendo a conquistare alcune posizioni all’interno del movimento dei lavoratori calabresi, che raggiunse le 25 leghe con 3.164 iscritti, conferendo così all’organismo camerale  un posto di preminenza nel meridione d’Italia.
Durante gli anni di guerra la sua propaganda continuò anche nei paesi della provincia. Nel novembre del 1915 gli venne conferita la cittadinanza onoraria dal consiglio comunale socialista di Tiriolo, ma la deliberazione fu annullata dalla prefettura di Catanzaro; nel 1918 si fece promotore di un convegno per la difesa della produzione agricola, che non ebbe luogo, e fu l’animatore del movimento cooperativo con carattere di classe, aderente alla Lega nazionale delle cooperative. Negli anni del dopoguerra guidò i contadini calabresi nelle occupazioni delle terre, che ebbero un forte impulso, specialmente in provincia di Catanzaro e in particolar modo nel Crotonese, dove esisteva una attiva presenza delle leghe e più drammatico era il problema della disoccupazione.
Alle elezioni politiche del 1919 presentò, per la seconda volta, la sua candidatura, e non essendo eletto inoltrò ricorso alla giunta delle elezioni contro l’ufficio elettorale per un non esatto computo dei veti
Nel 1920 fu espulso dalla sezione socialista di Catanzaro perché responsabile di appropriazione di varie somme affidategli da alcune cooperative crotonesi per fornitura di vari generi. Anche il congresso provinciale, tenutosi a Crotone nell’ottobre dello stesso anno, alla presenza di un membro della direzione del partito, ne propose la sospensione. Riammesso subito dopo il congresso di Livorno, rimase nel partito socialista. Nel febbraio partecipò al congresso dei comuni socialisti della provincia di Catanzaro, nel quale intervenne Francesco Zanardi, sindaco di Bologna. Il 23 febbraio tenne una conferenza a Catanzaro sulla crisi socialista e sull’atteggiamento del partito di fronte al PCI.
Alle elezioni politiche del 15 maggio Mastracchi, che aveva guidato le lotte dei contadini per la terra e per la riforma dei patti agrari e che in precedenza era stato rieletto consigliere provinciale per il mandamento di Crotone nonché sindaco della stessa città, riuscì vittorioso, divenendo cosi, insieme con Pietro Mancini, deputato socialista della regione.
Nell’aprile del 1923 prese parte al congresso nazionale socialista di Milano, dove svolse azione contraria alla progettata fusione del partito socialista con il partito comunista.
Nello stesso senso, del resto, Mastracchi si era già mosso quando, tra il dicembre 1922 e il gennaio 1923 era stato incaricato di impedire in Calabria la fusione tra massimalisti e comunisti; questione che era stata sollevata nel II Congresso provinciale socialista di Cosenza nel luglio 1922. Alle elezioni del 1924 non venne confermato nell’incarico di deputato. Nel luglio prese parte a una riunione svolta a Catanzaro in casa del segretario del partito popolare, Mottola, per la costituzione del comitato delle opposizioni aventiniane.
Nel giugno 1925, sottoposto a perquisizione domiciliare, venne trovato in possesso di materiale comprovante la sua attività nella direzione del partito socialista (del quale era infatti vicesegretario), diretta alla riorganizzazione del movimento in Calabria e Basilicata.
Con lo scioglimento del partito (novembre 1926) Mastracchi abbandonò ogni attività politica e per vivere si occupò di compravendita di terreni e di  concessioni di mutui ai comuni calabresi. Durante gli anni del fascismo, venne accusato di un certo adattamento alla dittatura fascista, dovuto anche alla difficile condizione economica in cui versava. In data 12 ottobre 1928 venne radiato dallo schedario dei «sovversivi»; tuttavia nel 1939 la prefettura di Roma esprimeva dei dubbi sulla sua fede politica fascista. 
Mori a Roma il giorno di Natale del 1945. (Giuseppe Masi) © ICSAIC

Nota bibliografica

  • Giovanni Mastroianni, Il movimento operaio in Calabria negli atti dei congressi operai regionali (1896-1913),«Movimento Operaio», V, 5-6, 1953, pp. 793-807;
  • Lotte agrarie in Italia, a cura di R. Zangheri, Milano, 1960, ad indicem;
  • La CGdL negli atti, nei documenti e nei congressi, a cura di L. Marchetti, Milano 1961, ad indicem;
  • Francesco Spezzano, La lotta politica in Calabria (1861-1925), Manduria 1968; 
  • Renzo De Felice, Mussolini il rivoluzionario, Torino, 1965, ad indicem
  • Francesco Pellegrini, Origini del movimento socialista in Calabria, Pellegrini Cosenza 1969;
  • Giuseppe Masi, Per una storia del movimento socialista nel meridione: l’esperienza di Enrico Mastracchi. a Catanzaro (1904- 1914), «Storia contemporanea», IV, 3, 1975, pp. 523-551; 
  • Giuseppe Masi, Ricordo di Enrico Mastracchi,  «Avanti!», 6 novembre 1975.
  • Giuseppe Masi, Socialismo e socialisti di Calabria (1861-1915), Salerno- Catanzaro, 1981
  • Giuseppe Masi, Enrico Mastracchi nel movimento operaio calabrese prima e dopo Carpi, in  Alfredo Bertesi e la società carpigiana del suo tempo. Atti del convegno nazionale di studi, a cura di Maurizio degl’Innocenti, Franco della Peruta, Angelo Verni Carpi, 25-27 gennaio 1990.
  • Christian Palmieri, Cent’anni di Camera del Lavoro a Crotone. Itinerari storici del movimento sindacale crotonese. Da Enrico Mastracchi ai giorni nostri (1914-2014), Ediesse, Roma 2014

Nota archivistica

  • Archivio Centrale dello Stato, Casellario Politico Centrale, ad nomen.

Grimaldi, Bernardino

Bernardino Grimaldi (Catanzaro, 15 febbraio 1839 – Roma, 16 marzo 1897) 

Figlio di Luigi Grimaldi, segretario perpetuo della Società economica della Calabria Ultra, e di Beatrice Marincola Pistoia, nacque in una famiglia nobile. Fece gli studi primari e secondari a Catanzaro e poi si laureò in giurisprudenza dedicandosi all’attività forense. Chiamato  all’insegnamento all’Università di Napoli, insegnò diritto costituzionale anche nelle scuole universitarie annesse al convitto Pasquale Galluppi di Catanzaro, dove aveva studiato. Massone, per diversi anni fu presidente dell’Associazione costituzionale della sua città dove ottenne anche cariche amministrative. Combattente nella battaglia di Custoza, straordinario oratore, appoggiato dal comitato della Sinistra che si era costituito a Napoli sotto l’egida del ministro dell’Interno Giovanni Nicotera, Grimaldi si candidò alle elezioni generali del novembre 1876 e venne eletto nel collegio di Catanzaro superando al ballottaggio il rivale L. Larussa, anch’egli dello stesso schieramento però non gradito a Nicotera. Iniziò per lui, così, una carriera politica di successo: da allora (XIII legislatura) fino alla sua morte (XIX legislatura), a volte senza oppositori, nel proprio collegio riuscì a vincere in tutte le tornate elettorali con votazioni bulgare.
Segretario generale dal 1° aprile al 22 dicembre 1878 al ministero dei Lavori pubblici e collaboratore del ministro Baccarini nel disegno di legge sulla rete ferroviaria, si dimise da deputato ma fu confermato alle elezioni successive, iniziando così la sua brillante ascesa politica anche quando i suoi rapporti con Nicotera non furono più idilliaci. 
«Attestato su prudenti posizioni liberiste», quando aveva solo 40 anni, nel luglio 1879 (e fino al 25 novembre successivo) divenne ministro delle Finanze e del Tesoro nel secondo governo di Benedetto Cairoli, scontrandosi con il presidente del Consiglio che avrebbe voluto abolire la tassa sul macinato per gli impegni elettorali presi, mentre lui per problemi di bilancio sostenne che l’imposta non si poteva cancellare senza trovare nuove entrate fiscali. Quando Cairoli venne incaricato di costituire il nuovo esecutivo, Bernardino Grimaldi si rifiutò di farne parte, motivando la propria posizione con queste celebri parole; «Per me tutte le opinioni sono rispettabili, ma ministro o deputato ritengo che l’aritmetica non sia un’opinione». Dopo la caduta del governo Cairoli, nel marzo 1884 fu chiamato da Agostino Depretis a dirigere il Ministero dell’Agricoltura, dell’Industria e del Commercio, in sostituzione di D. Berti, incarico nel quale fu confermato l’anno dopo.
Nel 1886 fece approvare le norme sul riconoscimento giuridico delle società di mutuo soccorso, la legge sugli infortuni dei lavoratori e sul lavoro femminile e minorile attenta ai desiderata dei socialisti che auspicavano il principio della responsabilità dei datori di lavoro. Anche nel campo agricolo la sua azione ha lasciato tracce: appoggiò senza riserve l’inchiesta di Stefano Jacini, si adoperò per riordinare le rappresentanze agrarie, varò un disegno di legge per il credito fondiario e agrario, dedicò molta attenzione all’istituzione di scuole pratiche e speciali di agricoltura, molte delle quali funzionarono da cattedra ambulanti. Morto Depretis, entrò nel governo di Francesco Crispi dapprima (29 luglio 1887-28 dicembre 1888) come ministro dell’Agricoltura, Industria e Commercio, quindi dal 29 dicembre 1888 al 9 marzo 1889 come ministro delle Finanze, sostituendo il liberista Agostino Magliani, per il quale era necessario l’aumento della spesa pubblica, incarico che lasciò per l’impossibilità di equilibrare il disavanzo finanziario senza introdurre nuove tasse per colmare il deficit del bilancio statale. Fu richiamato anche come ministro del Tesoro, dopo aver presieduto dal 30 novembre 1889 al 3 agosto 1890 la Commissione generale del bilancio e dei conti amministrativi, ed essere stato assessore al Comune di Roma con il radicale Ernesto Nathan e il principe Emanuele Rispoli nella giunta di Augusto Armellini, primo sindaco eletto della capitale. «Uomo senza paura e senza rimorsi», come lo definì la «Civiltà cattolica»,  nel successivo governo Giolitti assunse il portafoglio del ministero del Tesoro e l’interim delle Finanze, proponendo una serie di misure fiscali per fronteggiare il deficit dello Stato. Lo Scandalo della Banca Romana  lo travolse anche se la commissione parlamentare d’inchiesta lo scagionò da ogni accusa di corruzione. Fu rieletto ancora nel 1895 ma partecipò poco ai lavori della Camera, perché una grave malattia lo aveva reso afono (tragica parabola di alcuni grandi oratori). Nella sua lunga attività parlamentare presentò 362 progetti di legge come primo firmatario (tutti tranne uno di iniziativa governativa), occupandosi anche della soluzione di diversi problemi del suo collegio elettorale e della Calabria. 
È morto a Roma il 16 marzo 1897, pochi giorni prima delle elezioni. Il 6 aprile fu commemorato al Senato e due giorni dopo alla Camera. La sua città natale lo ricorda con una piazza a lui intestata. Anche l’Istituto tecnico Commerciale di Catanzaro porta il suo nome. (Aldo Lamberti) © ICSAIC

Nota bibliografica

  • Vincenzo Riccio, I meridionali alla Camera nella XVI legislatura, Roux, Torino-Napoli 1888, pp. 233-258; 
  • Atti Parlamentari, Senato del Regno, Discussioni, 6 aprile 1897;
  • Atti Parlamentari, Camera dei Deputati, Discussioni, sess. 1878-79, vol. X, col. 8707;
  • Felice Tocco, Commemorazione di Bernardino Grimaldi letta per incarico dell’Amministrazione provinciale di Catanzaro, Stab. Tip. V. Asturi e Figli, Catanzaro 1897;
  • Luigi Aliquò Lenzi, Gli scrittori calabresi, L. Alicò, Messina 1913, pp. 192 ss.;
  • Domenico Larussa, Inaugurazione dei busti di Bernardino Grimaldi e Giuseppe Rossi, tip. La giovine Calabria, Catanzaro 1929;
  • Roberto Bisceglia, Bernardino Grimaldi, Industria tip. Imperia, Roma 1936; 
  • Roberto Bisceglia, Uomini di Calabria: Bruno Chimirri, Bernardino Grimaldi, Libreria Ulpiano, Roma 1938;
  • Alberto Malatesta, Ministri, deputati, senatori dal 1848 al 1922, II, EBBI, Istituto editoriale italiano Tosi, Roma 1941, pp. 59 s.;
  • Domenico Larussa, Bernardino Grimaldi, in Almanacco calabrese, II, 1952, pp. 107-109;
  • Amedeo Moscati, I ministri del Regno d’Italia, V, Il trasformismo, Istituto per la storia del Risorgimento italiano, Comitato napoletano, Napoli 1966, pp. 402-415;
  • Jole Giugni Lattari, I parlamentari della Calabria dal 1861 al 1967, Roma 1967, pp. 31 s. e passim;
  • Mario Missori, Governi, alte cariche dello Stato e prefetti del Regno d’Italia, Istituto grafico tiberino, Roma 1973, ad indicem;
  • Francesco Spezzano, La lotta politica in Calabria (1861-1925), Manduria 1968, pp. 102 s. e passim;
  • Pietro Borzomati, La Calabria dal 1882 al 1892 nei rapporti dei prefetti, Reggio Calabria 1974, pp. 16, 62; 
  • Luigi Izzo, Agricoltura e classi rurali in Calabria dall’Unità al fascismo, Librairie Droz, Genève 1974, pp. 30, 53, 57; 
  • Giulio Monteleone, La legislazione sociale al Parlamento italiano. La legge del 1886 sul lavoro dei fanciulli, «Movimento operaio e socialista», XX, 1974, pp. 268, 271 e 276; 
  • Gaetano Cingari, Storia della Calabria dall’Unità ad oggi, Roma-Bari 1982, ad indicem
  • Raffaele Colapietra, Potere e cultura a Catanzaro (dall’Unità alla Repubblica), Soveria Mannelli 1983, ad indicem
  • Pasquale Paparo, Bernardino Grimaldi e la sua attività parlamentare, Calabria Letteraria, Soveria Mannelli 1986; 
  • Aldo A. Mola, Bernardino Grimaldi, in Il Parlamento italiano. Storia parlamentare e politica dell’Italia 1861-1988, Nuova Cei, Milano 1988;
  • Giuseppe Masi, Bernardino Grimaldi, in Dizionario biografico degli italiani, Treccani, Roma 2002, ad vocem.

Nota archivistica

  • Archivio di Stato di Catanzaro, Stato civile,Nati 1839, vol. 483.

Sculco, Nicola

Nicola Sculco (Crotone, 28 gennaio 1846 – 3 dicembre 1913)

Primogenito di Domenico Sculco, duca di Santa Severina, e di Aurora dei baroni de Rosis, Nicola nacque il 28 gennaio 1846 a Cotrone (oggi Crotone), nella casa paterna. Primo di tre maschi ebbe anche quattro sorelle.
Alla sua nascita, gli Sculco avevano da tempo preso residenza nella città pitagorica. Nicola frequentò le lezioni, nel Convitto Nazionale di Catanzaro, fino al giugno del 1863, conseguendo l’accesso alla terza liceale. Quindi fu costretto a rientrare a Crotone, per amministrare l’azienda di famiglia, prima affiancato dal genitore infermo e poi assumendone il comando, coadiuvato dalla madre e dallo zio don Gaetano.
Nel 1878, trentaduenne, sposò la crotonese Chiara de Mayda, dalla quale ebbe un figlio maschio, Domenico, e due femmine, Aurora e Maria.
Nonostante le sue oggettive lacune in tema di istruzione, la molteplicità delle passioni e la varietà degli incarichi pubblici assunti, negli anni dimostrano il suo acuto senso civico, la versatilità della sua mente, la lucidità rispetto alle urgenze del proprio tempo. 
Quanto alle idee politiche, come quasi tutta la nobiltà crotonese del XIX secolo, e seguendo una radicata tradizione di famiglia, Nicola fu un liberale, simpatizzante degli ambienti della massoneria, antiborbonico e fautore all’unificazione del Paese sotto la monarchia sabauda che si compì ai tempi della sua adolescenza, anticlericale.
La storia di Crotone, in primis proprio quella risorgimentale appena trascorsa, fu sempre al centro degli interessi di Nicola, insieme al collezionismo di antichità locali, come attesta l’elenco dei suoi scritti compilato dal precettore del figlio Domenico, il vice Ispettore Scolastico Salvatore Petrolillo, autore del pregevole elogio post mortem destinato al ragazzo.
Prolifico artefice, in età matura, di opuscoli ispirati a quei temi, Sculco seppe intrecciarli spesso in un dialogo sapiente, proficuo e inedito. Accade nei Ricordi sugli avanzi di Cotrone (1905), prima carta archeologica della città, come già inCapocolonna attuale (1903) e più tardi in Su Capocolonna e sull’istituzione d’un Museo archeologico in Cotrone (7 aprile 1910), nonché nei testi dell’orazione Per l’inaugurazione di due lapidi commemorative in Cotrone il 27 gennaio 1907 e delle conferenze I fratelli Bandiera (20 gennaio1907), Il cardinale Ruffo in Cotrone nel 1799 (1907),  Cotrone qual fu e qual è (6 aprile1910), Date memorabili cronaca cotronese, I grandi problemi nel Cotronese (21 gennaio 1912). Possiamo supporre altrettanto, in fine, a proposito dei due manoscritti inediti Le antichità del Circondario di Cotrone e Papanice e le sue illustri famiglie. L’elenco appena proposto trascura il testo che Andrea Pesavento cita con il titolo di Appunti di topografia crotoniate, – che sia parte di Cotrone qual fu e qual è? –, trascrivendone qualche passo. Manca anche I terremoti in Calabria segnalato esclusivamente nel sito web che Giovanna Piccaluga, nipote del fratello medico di Nicola, Riccardo, ha dedicato alla storia della famiglia.
Ricordi sono senz’altro il culmine della produzione sculchiana. A fronte di una preparazione teorica discreta ma non approfondita, lacuna che finì per giovargli, poiché lo rese umile nell’approccio alla materia, scrupolosissimo nella raccolta dei dati e insieme più libero di agire rispetto a esponenti degli ambienti accademici, Nicola Sculco ebbe lungimiranza e profondità di giudizio tali da imporsi il compito di tentare di salvare non solo le testimonianze oggettive del passato di Crotone, sia esso l’Antichità classica o il Medioevo, ma la memoria della loro provenienza e del circostanze del rinvenimento.
Il passo successivo, niente affatto scontato, era appunto divulgazione dei dati raccolti, attuata dal Nostro mediante Ricordi e gli altri opuscoli di analogo argomento, purtroppo non tutti dati alle stampe. Non c’era strumento più idonee all’epoca, per informare la popolazione alfabetizzata su una materia che gli specialisti avrebbero padroneggiato da par loro ma che Nicola intuiva costituire anche un patrimonio e un vanto collettivi. Gli scrupoli di ordine linguistico formale che, teste il Petrolillo, lo affliggevano rispetto a tutti i suoi libelli, pur se motivati, fanno onore alla sua onestà intellettuale; altrettanto lodevole è la scelta di proporsi più come scrupoloso raccoglitore di dati che come interprete degli stessi, conscio di mancare di adeguati strumenti critici.
A ragione, poi, si sottolinea l’assenza di ambizioni letterarie e di avidità che spinse lo Sculco a devolvere in beneficenza o a destinare a fini patriottici i proventi dei propri scritti. L’elenco dei suoi incarichi in fatto di opere filantropiche è, del resto, tutt’altro che breve: presidente del Brefotrofio Provinciale, membro dell’ Amministrazione dell’Asilo Infantile e delegato della Croce Rossa Italiana. Il 21 aprile 1910, la C.R.I. gli conferì la «medaglia d’argento commemorativa del terremoto calabro-siculo del 1908». Per l’opera svolta in tale occasione, ottenne anche una Menzione Onorevole dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, accordatagli il 15 giugno 1910, e una medaglia dal Ministero della Guerra. Per conto di CRI, aveva raccolto denaro, viveri e vestiario che con un carro ferroviario portò di persona a Melito Porto Salvo, da dove rientrò dopo avere offerto ospitalità a Crotone ad alcuni terremotati. Durante la guerra italo-turca (1911-1912), invece, mise insieme denaro e si incaricò di selezionare e arruolare Dame di Carità tra le concittadine, allo scopo di giovare alla causa della Croce Rossa.
Nell’estate del 1910, incombendo il colera, Nicola Sculco istituì e presiedette la commissione civica per la vigilanza sanitaria della Stazione Ferroviaria. Fu membro, inoltre, della Congregazione di Carità, che tra l’altro si occupava dell’Ospedale Civile, e direttore del Monte di Pegni per i poveri istituito per testamento dall’avo Francesco Antonio, Vicepresidente del Comizio agrario e membro delle commissioni per il collaudo dell’acquedotto crotonese, per le Cucine economiche e circondariale per il Tiro a Segno, oltre che presidente della locale Società di Tiro a Segno, fece parte, ancora, di Commissione teatrale, di varie società sportive e di giurie disparate. Fu anche presidente della Banda cittadina, una delle sue “creature” più amate.
Dopo la riforma legislativa del 1907, ebbe posto tra i componenti della Commissione Provinciale Conservatrice dei Monumenti, dei musei, degli scavi e degli oggetti di antichità e d’arte, nonché tra quelli della Commissione Comunale per il Museo d’Antichità crotoniate, istituito nel 1910, con il titolo «della Magna Grecia» quasi subito mutato in «Museo Civico in Cotrone».
Paradossalmente, la molteplicità degli interessi culturali e sociali ne ha forse oscurato il ruolo decisivo nella nascita del Museo Civico di Crotone e nell’avvio degli interventi statali a Capo Colonna. Non esitò a scrivere decine di lettere accorate ai deputati locali, in particolare all’on. Lucifero (fratello di Armando, Ispettore Onorario del competente Ministero per oltre trent’anni), che fu pure sottosegretario alla Pubblica Istruzione del secondo governo Sonnino (1909-1910), ai Ministri competenti e allo stesso Sovrano. Li sollecitava perché intervenissero in materia di viabilità di collegamento tra la città e Capo Colonna, di restauro e conservazione della colonna superstite del tempio di Hera Lacinia, di riconoscimento di quest’ultimo come Monumento Nazionale, traguardo finalmente raggiunto nel 1906, di scavi archeologici nel sito stesso (avviati da Paolo Orsi nel 1910) – Sculco promosse e animò appositamente un Comitato «pro Capocolonna» – ma anche a Capo Cimiti, aspirazione frustrata, quest’ultima, nonostante le rassicurazioni dell’allora Ministro dell’Istruzione Vittorio Emanuele Orlando. 
Morì all’età di sessantasette anni e le sue spoglie riposano nella cappella che aveva fatto edificare nel 1891, insieme ai fratelli, all’interno del settore storico del cimitero di Crotone.  (Margherita Corrado) © ICSAIC

Nota bibliografica

  • Paolo Orsi, Croton. Prima campagna di scavi al santuario di Hera Lacinia, «Notizie degli Scavi di Antichità», 1911, pp. 77-122;
  • Salvatore Petrolillo, In morte del Cav. Nicola Sculco Duca di Santa Severina, Stab. Tipografici U. Fedeli – Successore De Meo, Castellammare di Stabia 1914;
  • Angelo Vaccaro, Kroton, MIT, Cosenza 1966;
  • Elena Lattanzi, Problemi archeologici. Dalla ricerca alla tutela, in Crotone, Atti del XXIII Convegno di Studi sulla Magna Grecia (Taranto, 7-10 ottobre 1983), Arte Tipografica Editrice, Napoli 1984, pp. 95-117;
  • Carmelo G. Severino, Crotone. Da polis a città di Calabria, Laterza, Roma-Bari 1988;
  • Andrea Pesavento, Vicende degli Sculco e del loro palazzo di Crotone, «La Provincia KR», nn. 16-17,1999;
  • Christian Palmieri, Carlo Turano (1864-1926). Democratico socialista. Un protagonista delle vicende politiche calabresi e delle questioni meridionali tra Otto Novecento, Pellegrini Cosenza 2006;
  • Francesco Campennì, «Molto curioso et vestigatore dell’antiquità»: la figura del collezionista antiquario fra identità civica e tradizione fa miliare (secoli XVI-XIX), in Alessandra Anselmi (a cura di), Collezionismo e politica culturale nella Calabria vicereale borbonica e postunitaria, Gangemi, Roma 2012, pp. 447-471;
  • Margherita Corrado, Capo Colonna. Luci e ombre dal Medioevo al XX secolo, Città del Sole, Reggio Calabria 2012;
  • Alfredo Ruga, Crotone romana: dal Promontorio Lacinio al sito “acheo”, in Roberto Spadea (a cura di), KrotonStudi e ricerche sulla polis achea e il suo territorio, Atti e Memorie della Società Magna Grecia, Quarta Serie, V, 2011-2013, Roma 2014, pp. 181-272;
  • Margherita Corrado, La città senza memoria. Ristampa commentata dei Ricordi sugli Avanzi di Cotrone raccolti da Nicola Sculco a cento anni dalla pubblicazione, Città del Sole, Reggio Calabria 2014;
  • Marcello Barbanera, Elisabetta Celia, L’archeologia come strumento di coscienza civica, Paolo Orsi e Armando Lucifero pionieri della ricerca archeologica in Calabria, Rubbettino Soveria Mannelli 2015;
  • Margherita Corrado, Nicola Sculco, dimenticato protagonista del panorama culturale crotonese a cavallo del Novecento, in 9 personaggi di paesi e città di Calabria, Quaderni Upmed n. 1, Casa Editrice Publigrafic, Cotronei 2017, pp. 187-209;
  • Margherita Corrado, Paolo Orsi in Magna Grecia. I primi «scavi governativi» a Capo Colonna di Crotone, Atti e Memorie della Società Magna Grecia, Quinta Serie, II, 2017, Roma 2018, pp.143-170. 
  • Margherita Corrado, Il Museo prima del Museo. Dal Museo Civico in Crotone (1910-1966) al Museo Nazionale Archeologico di Crotone (1968), Città del Sole, Reggio Calabria 2018.

Quaranta, Vincenzo

Vincenzo Quaranta [Monteleone (oggi Vibo Valentia), 11 luglio 1856 – Roma, 27 settembre 1922]

Prefetto e Capo della Polizia, Vincenzo Quaranta nasce a Monteleone Calabro (oggi Vibo Valentia). È il primo di undici figli di Giuseppe, avvocato, e Maria Antonia Candela. Una famiglia numerosa e, anche per questo, molto rigorosa, che sicuramente forgia il suo carattere deciso, intransigente e rispettoso delle autorità che lo porterà a fare carriera nella prefettura di mezza Italia. Vincenzo completa gli studi classici al Regio Liceo Filangieri di Vibo Valentia. Nel 1871, ad appena 15 anni, è tra i fondatori della Società Giovanile Letteraria Alessandro Manzoni, e da presidente è lui a contattare l’ormai anziano poeta e scrittore per conferirgli la presidenza onoraria del sodalizio.
Ottenuta la maturità, nel 1874 si trasferisce a Napoli dove, seguendo le orme paterne, consegue la laurea in giurisprudenza. Calatosi appieno nel clima culturale partenopeo, Quaranta dà alle stampe due trattati Il matrimonio dei preti nel diritto e nella storia, con appendice sulla giurisprudenza seguita (Monteleone, 1879) e Governi e parlamenti. L’Oriente. Libro primo (Napoli, 1879).
La sua aspirazione a diventare giudice del Consiglio di Stato, dopo il primo esito negativo, rimane tale anche perché il 12 maggio 1880 supera il concorso nell’amministrazione dell’Interno e viene inviato quale “alunno” presso la Prefettura di Potenza.
Nella città lucana conosce Luisa Torella, che sposa il primo agosto del 1882. Dal loro matrimonio nascono sei figli: Giuseppe, Cesare, Domenico, Giannina, Maria e Bice. 
In questi anni pubblica il volume Dei provvedimenti dell’autorità amministrativa in rapporto alle opere pubbliche stradali. Brevi linee (Potenza 1884). 
Già segretario di prefettura, nel 1887 viene richiamato a Roma, presso il ministero dell’Interno. Dopo appena due anni viene inviato in Calabria, destinato alla Prefettura di Catanzaro dove ottiene la promozione a consigliere, cui segue un quadriennio oltre lo Stretto, prima come sottoprefetto a Terranova (l’odierna Gela), poi a Termini Imerese, nel giugno 1892, dove si fa notare sciogliendo l’amministrazione comunale guidata dal crispino Mariano Lo Faso, che però viene confermato alla successiva tornata elettorale. Per ragioni di incompatibilità, pertanto, viene trasferito nel luglio del 1893 ad Acireale.
Dal 1896 al 1899 è sottoprefetto a Cesena dove, grazie al suo interessamento, vengono arrestati i mandanti e i sicari dei delitti, frutto di una annosa faida con i repubblicani dei socialisti monarchici conte Filippo Neri (1889) e Pio Battistini (1891), di cui si occuparono ampiamente le cronache dell’epoca, 
La sua attività e integrità nel rispetto dell’ordine costituito, oltre gli indubbi successi riscossi nel mantenimento dell’ordine pubblico, portano Vincenzo Quaranta all’attenzione del governo guidato da Giuseppe Saracco. Così quando il 29 luglio 1900 a Monza l’anarchico Gaetano Bresci uccide re Umberto I, il nome che viene subito in mente per riportare ordine nella città e nel circondario è il suo. Dopo appena pochi giorni dal regicidio, infatti, viene chiamato a guidare la sottoprefettura della città brianzola in un momento difficile,  qui rimane fino al settembre 1901.
Quaranta riprende quindi il suo peregrinare da un capo all’altro dello Stivale al servizio del governo: prima è a Messina e poi a Venezia, fino all’ottobre del 1905, quando ritorna a Potenza. In Basilicata rimane a lungo prima come prefetto reggente e dal 22 aprile 1906 quale prefetto, carica che ricopre fino al 16 agosto 1914. Sono gli anni in cui la Basilicata è interessata dagli interventi speciali disposti con la legge Zanardelli. Una legge che rappresenta il primo tentativo di organizzare in maniera organica dei provvedimenti a favore della regione. 
Per l’attuazione dei provvedimenti previsti dalla legge speciale viene costituito il Commissariato civile per la Basilicata, istituzione con a capo un funzionario dello Stato di nomina governativa con competenza piena sulle opere pubbliche, materia fino a quel momento gestita del prefetto. Uno sdoppiamento che genera confusione sulla divisione delle competenze tra i due uffici, creando non pochi attriti tra i due rappresentanti del governo presenti sul territorio. Vincenzo Quaranta diviene per questo sostenitore convinto della legge di revisione e integrazione, promulgata quattro anni più tardi (445/1908), con la quale viene disposta l’unificazione delle cariche di prefetto e di commissario civile. A partire dal 16 agosto 1908, pertanto, viene inaugurata la stagione dei prefetti commissari civili in Basilicata, che si concluderà nel maggio del 1923 con la soppressione dell’ente speciale. 
Riesce a dare impulso alla realizzazione di molte opere pubbliche in Basilicata. Impressionato da una sua visita a Matera nel 1909, incarica il genio civile di predisporre un piano edilizio da affidare all’esecuzione del Comune, sollecitando al contempo gli amministratori locali a un maggiore impegno. Le gravi carenze della Città dei Sassi, costituiscono per Quaranta non solo un problema sanitario ma anche una emergenza sociale da prevenire. Il comune di Matera però, non segue le sue indicazioni – che erano lungimiranti – ritenendo inadeguato il piano del genio civile, preferendo un’altra strada (un progetto redatto da un tecnico comunale) che non consentirà alla città di uscire dall’emergenza per altri trent’anni. 
Nella sua veste di Commissario fonda il Bollettino del Commissariato Civile per la Basilicata e rendiconta il suo operato nel dossier Relazione del Prefetto Commissario Civile Vincenzo Quaranta sull’applicazione delle leggi speciali dal 1° Ottobre 1905 al 30 Giugno 1914.
Alla vigilia della Grande Guerra, il 17 agosto 1914, Quaranta si insedia a Bologna, dove rimarrà in carica fino al1 luglio 1919, mentre nella provincia emiliana imperversano gli scontri tra il blocco agrario-industriale e i lavoratori delle leghe socialiste. Interventista convinto, Quaranta sposa appieno la linea del governo di Antonio Salandra, insediatosi dopo la caduta di Giolitti. Salandra lo ritiene idoneo a risolvere situazioni ancora una volta complesse e lo chiama a Bologna, dove deve sostituire il prefetto Ernesto Dallari, conciliatorista e neutralista di matrice giolittiana. Ma l’intransigenza che contraddistingue il suo operato, porta al contrasto dell’azione delle leghe coloniche e bracciantili ed è ritenuto tra le cause che conducono all’eccidio di Guarda, una frazione di Molinella (in provincia di Bologna), dell’ottobre del 1914 e che porta alla morte di cinque lavoratori e al ferimento di molti altri. 
Dopo tanti anni in giro per le prefetture italiane, arriva la nomina più importante della sua carriera, ormai agli sgoccioli. Il 1 luglio 1920, Francesco Saverio Nitti lo chiama a Roma quale reggente della Direzione generale della Pubblica Sicurezza, in pratica Capo della Polizia. Nitti lo ritiene l’unico in grado di fronteggiare la crisi del cosiddetto Biennio Rosso, caratterizzato da una serie di lotte operaie e contadine che avranno il loro culmine e la loro conclusione con l’occupazione delle fabbriche del settembre 1920.  
Sotto la sua dirigenza, con regio decreto è istituita la Regia Guardia per la Pubblica sicurezza e il Corpo degli agenti investigativi. Il 15 giugno del 1920 Giolitti, con il quale non aveva mai avuto feeling, diviene nuovamente capo del governo e dopo appena quattro giorni Quaranta viene congedato dal suo incarico e messo a disposizione, praticamente accantonato. A disposizione dal luglio 1921 al 27 novembre 1922, viene collocato a riposo per aver compiuto oltre 35 anni di servizio. Muore a Roma il 15 ottobre 1939. 
È stato insignito delle onorificenze di Gran cordone dell’Ordine della Corona d’Italia e dell’Ordine dei Ss. Maurizio e Lazzaro. (Michele La Rocca) © ICSAIC 

Nota bibliografica

  • Nino Calice, Lotte politiche e sociali in Basilicata. 1898-1922, Calice, Roma. 1974;
  • Mario Missori, Governo, alte cariche dello Stato e prefetti dei Regno d’Italia, Bulzoni, Roma 1978;
  • Francesca Riccobono, La Sicilia cattolica. Problemi sociali, politici e vita religiosa (1868-1904), Herbita, Palermo 1986;
  • Dino Pieri, La squadra di porta Romana. La Romagna del coltello e del revolver, La Mandragora, Imola 1989;
  • Raffaele Giura Longo, La Basilicata moderna e contemporanea, Del Sole, Napoli 1992;
  • Alberto Cifelli, I prefetti del Regno nel ventennio fascista, SSAI, Roma 1999, pp. 228-229;
  • Carlo Pelino, L’ordine pubblico nell’età giolittiana: il caso di Bologna (1912-1914), in Rassegna storica del Risorgimento, vol. 88, n. 3, 2001, pp. 401-426;
  • Donato Verrastro, L’istituzione del Commissariato civile per la Basilicata, in Basilicata Regione Notizie, XXV, 97, 2002, pp. 85-92;
  • Gabriele De Rosa e Antonio Cestaro (a cura di), Storia della Basilicata, IV, L’età contemporanea, Laterza, Roma-Bari 2003;
  • Donato Verrastro, La terra inespugnabile. Un bilancio della legge speciale per la Basilicata tra contesto locale e dinamiche nazionali (1904-1924), il Mulino, Bologna 2011;
  • Donato Verrastro, Dizionario Biografico degli Italiani – Volume 85, Treccani, Roma 2016.

Nota archivistica

Pellegrini, Luigi

Luigi Pellegrini [Cleto (Cosenza), 21 febbraio 1924 – Cosenza 20 aprile 2018]

Fu docente presso le scuole di primo grado, giornalista, opinionista, poeta, critico letterario e primo editore della Calabria. Attivo difensore del diritto al “sapere” e al “conoscere”, nato da Riccardo, invalido di guerra e pluridecorato (il padre svolse anche i mestieri di sarto, commerciante e postino) e da Erminia Bruni, figlio unico, fin da ragazzo sentì la necessità di accostarsi con passione e cura alla divulgazione militante di una cultura appresa dalla vita e dai classici. Da qui il suo impegno quale editore e formatore di generazioni di amanti e propagatori di idee espresse in libri e riviste di ampio respiro internazionale: fu il «pioniere dell’editoria calabrese contemporanea» (Sergi; Crupi). 
A nove anni è nella città di Salerno, allievo del collegio “Giovanni Pascoli” e, sempre presso il prestigioso Collegio, frequenta il Magistrale. Quindi ritorna a Cleto, e nel 1948 sposa Letizia Lojacono che le ha dato cinque figli (Riccardo, Walter, Erminia, Lorendana, Carmen).
Attivo nelle divulgazione di idee legate ad una sinistra socialista, nel 1944 fonda a Cleto la prima Sezione del Partito Socialista. Intanto, si impone quale firma accreditata presso prestigiosi giornali: «La Voce» di Napoli, «Avanti», «Momento sera», «il Mattino, «Il Pungolo Verde», «Scuola italiana moderna» inserendosi anche nelle Agenzie di Stampa «Orbis» e «Eurostampa».
Il carattere politologico della sua azione culturale, sempre legata al progresso della persona, del singolo e della collettività, con riguardo ai ceti più reietti, e il legame con l’idea di un socialismo professato e riletto mediante la riflessione-approfondimento gramsciano, gli hanno consentito quell’inscindibile relazione tra l’editore-poeta e le intelligenze vive della’Italia post-bellica, esposta in continuo moto interlocutorio, e concretizzatasi intellettuali di primo piano quali: Antonio Piromalli, Fortunato Seminara, Leonida Rèpaci, Pietro Nenni, Pietro Mancini, Giuseppe Selvaggi, Francesco Grisi, Tommaso Fiore, Giacomo Mancini, Giuseppe Catalfamo, Enzo Misefari, Luigi Lombardi Satriani, Saverio Di Bella, Rosario Villari, Dante Maffia, Pasquino Crupi e altre autorevoli firme. La spinta a registrare il moto di un Sud lacerato e di una Calabria devastata dall’arretratezza e baronia pseudo-culturale, unitamente ai moti di protesta degli intellettuali appena citati, fa sì che nel 1952 a Cleto nasca «il letterato» stampata dalla tipografia Nicotera a Nicastro. Con la nascita della rivista si dà avvio anche all’azione editoriale, in senso ampio e organico: vede, così, la luce la prima Casa Editrice in Calabria (altre sporadiche esperienze vi erano state nella Regione, e prima e dopo il secondo Conflitto Mondiale, ad esempio, per citare l’azione editoriale nella città dei Bruzi, l’attiva editoria ecclesiastica affidava alla Società San Paolo per la stampa di importanti giornali o documenti pastorali divulgati anche mediante tipografie locali). La rivista «il letterato» offrì l’analisi ampia di autori e poetiche calabresi e non solo, individuando nel nesso critica militante-esamina propriamente storico-letteraria il cuore dell’azione pedagogica del Nostro e degli Autori che vi collaboravano. Impegno civile e studio critico promossero l’idea di fondare collane specifiche, che dessero avvio alla valutazione di ampi settori culturali della tradizione calabrese: poesia dialettale e narrativa. Nel 1960 Luigi Pellegrini fonda «La nuova Gazzetta di Calabria» e, sempre nello stesso anno, «Il domani di noi ragazzi». Nel 1962 nacque la collana “Scuola”. L’anno seguente altre due collane vennero partorite: “Studi meridionali” e “Cultura politica e sociale”. Al centro sempre la persona e la relazione uomo del Sud-politica- progresso sociale-culturale del soggetto. Tra i primi libri pubblicati in “Studi meridionali”, pietre miliari della narrativa e saggistica meridionale: Il sud su un binario morto di Leonida Répaci; L’istruzione nel reame di Napoli di Gaetano Marafioti; L’altro pianeta di Fortunato Seminara; Terra di Puglia e Basilicata di Tommaso Fiore; Letteratura Meridionale di Francesco Bruno. In “Cultura politica e sociale” vennero pubblicati: Socialismo sognato di Leonida Répaci; Origini del Movimento Socialista in Calabria di Francesco Pellegrini; Il Partito Socialista Italiano nella provincia di Cosenza (1904-1924) di Pietro Mancini. 
Avviò anche la pubblicazione di opere di importanti scrittori calabresi del passato, quali Vincenzo Padula, Nicola Misasi, Pasquale Rossi, Vincenzo Julia. Nel 1963 fondò «Incontri Meridionali» alla quale rivista collaborarono Nenni, Selvaggi, Pellicani, Fiore, De Martino. E nel 1964 diede avvio alla rivista «Nuova rassegna italiana di cultura mediterranea». Sempre nello stesso anno con «Terra di Calabria» volle offrire alla Nazione un quadro più ampio possibile della cultura e delle condizioni in cui riversava la sua Terra amata.
Pubblicò volumi fondativi non solo per la storia culturale e specificatamente letteraria della Calabria: nel 1965, infatti, Antonio Piromalli diede alle stampe per i tipi Pellegrini la Storia della letteratura Calabrese, la prima opera di storia della letteratura regionale, nel Novecento, di ampio respiro: storia critico-letteraria, di “idee e movimenti”. Nel 1969 pubblicò le novelle inedite di Nicola Misasi da lui stesso rintracciate. E sempre nello stesso anno fondò «Contenuti», un bimestrale di poesia e critica: tra i nomi di punta si ricordano quelli di Rosario Assunto, Maria Luisa Spaziani, Giancarlo Vigorelli. Altre importanti collane e riviste tutte impegnate nella ricostruzione del problema del Sud e incentrate sulla rivalutazione dei classici della letteratura calabrese vennero avviate negli anni Settanta. Nel 1974 diede alle stampe Old Calabria, di Norman Douglas, a cura di Flavio Giacomantonio. Nel 1976 Emilio Barillaro pubblicò con Pellegrini in tre volumi il Dizionario biblografico e toponomastico della Calabria. Ristampò, poi, il Vocabolario del dialetto calabrese di Accattatis e la Storia dei Cosentini di Andreotti.
Nel 1983 si ritirò ufficialmente dal «suo lavoro amato», ma continuò la supervisione dei testi affiancando il figlio Walter, nuovo timoniere dell’Editrice Pellegrini. Attivo Socio Ordinario dell’inclita Accademia Cosentina, non smise di scrivere su riviste e quotidiani e dedicarsi all’elaborazione critica del canto. Numerosi i premi e i riconoscimenti non solo a livello regionale: ricevette per meriti culturali il Cavalierato di Gran Croce al Merito della Repubblica Italiana.
Al centro della sua opera prosastico-poetica e del suo pensiero politico-pedagogico il perenne ricercare il vero affinché l’uomo si potesse affrancare da dittature pseudo-politiche e da inganni ideologici provenienti da falsi dogmatismi e logori schemi pseudo-culturali. Soffermandoci brevemente sul verso di Pellegrini notiamo come esso si muova fuori da schemi precostituiti: nella presentazione da lui stesso approntata a Motivi, vi è la testimonianza dell’impostazione precisa della poetica e dei rapporti importanti con gli intellettuali, in parte già ricordati, non solo regionali, che lo spinsero a impegnarsi anche sul versante versificatorio: «Nei primi anni Cinquanta, già prima della mia pubblicazione di liriche (Scintille, Milano 1952), ebbi occasione di allacciare una fraterna corrispondenza con Roberto Mandel, che risiedeva a Parigi, e con gli scrittori francesi Cécile Toumarison e Jean Le Sauvage, che mi inserirono nell’Antologia Poetès italiens d’ajoud’ hui (Ed. Elan, Parigi, 1951). E fu lo stesso Mandel, amabilmente, a prefazionare la seconda mia raccoltina di versi che intitolai Motivi, raccomandandone – peraltro – la pubblicazione, che non avvenne, forse perché i miei interessi culturali erano, allora, rivolti ad altri settori dell’informazione» (cfr. L. Pellegrini, Due parole a chi mi legge…, in Id., Motivi (ritrovati), Pellegrini, Cosenza 2007, p. 7). Il poeta, riprendendo in mano i “motivi” del proprio canto, rimanda al tempo del “prima”, identificabile con la giovinezza, il viaggio dell’anima. Ripresenta nella pubblicazione del 2007 le opere composte e in larga parte pubblicate, come ricordato, sin da giovanissima età. E ci fa sostare entro un’evocazione personale e familiare, che è contemporaneamente rifugio onirico e proiezione realistica dei bisogni dell’accadente nel suo io. Il “frammentarismo” viene piegandosi alle regole di un intimismo che richiama l’aspetto, molto spesso, epigrammatico del canto. All’esecuzione rapida e criptica del segno e alla contrapposizione destabilizzante tra luce e tenebra, dentro e fuori. In Luigi Pellegrini il rapportarsi al canto non si discosta dall’atteggiamento di quanti hanno cesellato il verso nel clima di un diverso modo di concepire il mondo e l’esistere, di riesumarlo dalla polvere della tragedia, soprattutto in un’Italia che cercava di sollevarsi dal trauma della guerra e dalla degenerazione che essa aveva portato. Una poesia che è destinata a portare una luce nuova per le vie oscure e tortuose del Mondo» (Burgo, in Motivi cit., p. 48), anche gli inediti Motivi si muovono a denudare il cuore dell’uomo-poeta.
Muore a Cosenza alla veneranda età di 94 anni. (Antonio D’Elia) © ICSAIC

Nota bibliografica essenziale

  • Antonio Piromalli, La letteratura calabrese [1965], vol. II, Il Novecento, , Pellegrini, Cosenza 1996 (3° ed.), pp.261 e 362.
  • Pasquino Crupi, Il luterano e l’editore, «Contenuti», XIX, 1, 1988, pp. 48-49.
  • Antonio D’Elia, La poesia ritrovata e l’illusione ricomposta: il percorso lirico-pedagogico di Luigi Pellegrini, «Letteratura & Società», X, 2, 2008, pp. 97-106 e poi ripubblicato in volume (Pellegrini, Cosenza 2014).
  • Angela Costanzo, Luigi Pellegrini. Un pioniere dell’editoria in CalabriaPrefazione di Pantaleone Sergi, Nota di Pasquino Crupi, Pellegrini, Cosenza 2012.
  • Una vita di fedeltà alla cultura. Testimonianze a Luigi Pellegrini, a cura di Fulvio Terzi, Pellegrini, Cosenza 2016 (il testo riporta le varie testimonianze sulla vita e l’opera di Luigi Pellegrini dal 1952 al 2014).
  • Antonio D’Elia, Luigi Pellegrini: poeta-editore, «Letteratura & Società», XX, 2, 2018, p. 3-10.

Morabito, Giuseppe

Giuseppe Morabito [Archi di Reggio Calabria,  5 giugno 1858  – Mileto, 3 dicembre 1923]

Giuseppe Morabito risalta, con un suo inconfondibile carisma, fra i vescovi a cavallo tra ’800 e ’900 nella diocesi di Mileto e in Calabria, particolarmente per il suo impegno pionieristico nella carità sociale, nei tormentati inizi del XX secolo. La sua  energica personalità e la sua molteplice attività pastorale può essere colta solo inquadrandola nel suo preciso contesto storico, nei movimenti culturali di un epoca nella quale si avvertono nuovi fermenti, inediti, tra sfide e sollecitazioni.
Proveniente da una famiglia di modeste condizioni sociali, grazie a una borsa di studio riuscì a entrare nel Seminario Arcivescovile di Reggio Calabria, dove si distinse per profitto e condotta. Ordinato sacerdote l’11 giugno 1881, proseguì gli studi a Roma, laureandosi in teologia presso l’Università Gregoriana nel 1883. Rientrato a Reggio, fu professore di lettere nel ginnasio e liceo arcivescovile, canonico del duomo, esaminatore prosinodale,  direttore di vari istituti; si distinse come predicatore e conferenziere. Nel 1885 iniziò la sua attività di giornalista, scrivendo su «L’Albo Reggino»«La Zagara», «Il Cittadino», «Fede e Civiltà»di quest’ultimo giornale fu pure vice direttore. Ricevette apprezzamenti anche per il suo estro poetico, è consistente la pubblicazione di versi, da sacerdote e  poi da vescovo, nei quali traspare il suo lirico amore sacerdotale per la sua terra, la natura, la gente.  Fu tra i promotori del movimento sociale cattolico che, in quegli anni, cominciava a mettere radici  anche in Calabria. Nel 1896, il metropolita mons. Gennaro Portanova gli affidò il compito di segretario del primo Congresso Cattolico Calabrese, di cui poi curò la pubblicazione degli atti. 
Preconizzato vescovo titolare di Dioclea, nel novembre 1898 papa Leone XIII lo scelse per il vescovato di Mileto. L’8 gennaio 1899 ricevette la  consacrazione episcopale  nella cattedrale reggina dal card. Portanova, il 14 novembre 1899 fece solenne ingresso nella diocesi, allora la più vasta della Calabria. Il suo lungo servizio pastorale partì dalla formazione dei seminaristi e del clero a cui dedicò tutte le sue attenzioni. Fu uomo di pensiero profondo e contemporaneamente dotato di grande senso pratico: attrezzò il seminario per i corsi di esercizi spirituali al clero diocesano, impiantò a Mileto e poi a Polistena una tipografia vescovile, dove si stamparono le sue lettere, i testi delle conferenze socio-culturali tenute nel seminario, il giornale «Il Normanno» fondato dallo stesso vescovo, insieme ad altri due da lui promossi, «Gemiti di madre» e «La stella degli Emigranti». Quando la diocesi fu devastata dai terribili terremoti del 1905, 1907 e 1908, mons. Morabito divenne un apostolo eccezionale, andando personalmente incontro in tutti i modi ai bisognosi. Si fece vescovo questuante, peregrinando in tutta Italia per ricevere aiuti, coinvolgendo, in questa grande opera di carità, seminaristi, sacerdoti e laici anche non credenti. Nelle sue conferenze in varie città della penisola spiegò  che, con l’evento tragico terremotate, la questione meridionale mostrava ancor meglio all’intera nazione le sue piaghe e le sue miserie, legate ad atavici problemi irrisolti a causa di una classe dirigente inadeguata e ad un provincialismo più deleterio degli stessi terremoti. Ma, aggiungeva che la provvida sventura, attirò «col magnetismo onnipotente dell’amore fraterno”, cuori e menti solidali, generosi, trasformando la tragedia del terremoto “in un grandioso poema di carità».
Avviò subito, con non pochi sacrifici,  persino indebitandosi, un’opera di ricostruzione umana, sociale e materiale.  Istituì due  orfanotrofi a Polistena, maschile e femminile, che accolsero 500 orfanelli del terremoto, 250 maschi e altrettante femmine; per gli anziani realizzò uno ospizio a Mileto «ai quali, oltre all’istruzione cristiana far apprendere un mestiere che potrà fornir loro i mezzi di sussistenza» («L’Osservatore Romano»; diversi asili infantili; un ospedale a Nao di Ionadi, che fu il primo sanatorio antimalarico sorto in Italia;  un osservatorio sismico e meteorico nel seminario vescovile, elogiato e onorato dalle visite del giapponese Omori, degli italiani Alfani, Mercalli e altri scienziati; affidò un centrale parrocchia vibonese ai Salesiani per l’educazione della gioventù; frequente fu il suo interessamento presso le autorità governative per la realizzazione di opere pubbliche, particolarmente a vantaggio della buona viabilità e della igiene, altre per arginare il fenomeno dell’emigrazione e dell’analfabetismo. In molte di queste opere fu favorito e sostenuto dalla regina Margherita di Savoia, con la quale si era sviluppato un rapporto di reciproca stima e fiducia.  
Eresse cinque nuove parrocchie: Monsoreto, Barritteri, San Pietro di Bivona, Paradisoni e Ceramida. Dimostrò una particolare cura per le Confraternite. Svolse tre visite pastorali, anche se non complete per tutto l’ambito della diocesi, con missioni preparatorie, animate dalla «Pia unione dei sacerdoti missionari diocesani del Sacro Cuore Eucaristico di Gesù», da lui eretta con regola propria nel 1907.
Tanta intensa attività logorò il suo fisico, tormentato dal diabete, allora incurabile, arrivò alla cecità e chiese al papa un ausiliare. La Santa Sede nel 1919 inviò mons. Paolo Albera come amministratore apostolico sede plena. Il 4 luglio 1922 mons. Morabito presentò le dimissioni e fu nominato arcivescovo titolare di Cizico, continuando a vivere nella baracca vescovile di Mileto da lui costruita nel 1905. Devotissimo di san Francesco Saverio, concluse la sua vita terrena proprio nel giorno della sua festa e fu  seppellito nella cattedrale di Mileto. (Filippo Ramondino) © ICSAIC

Fonti archivistiche

  • Archivio Storico Diocesano di Mileto, Fondo Curia Vescovile, Serie Servizio Episcopale,Cartelle Mons. Giuseppe Morabito;
  • Archivio Storico Diocesano di Reggio Calabria, Fondo Mons. Giuseppe Morabito.

Opere principali

  • Alla storia. Carme, Tip. Morello, Reggio Calabria 1888;
  • Conforti e speranze. Prose e versi (scene Calabre – Da un libro di Memorie – Sursum Corda),  Tip. Morello,  Reggio Calabria 1889;
  • Carattere ed operosità di Leone XIII. Conferenza, Tip. Morello, Reggio Calabria 1893;
  • Il libro pe’ soldati, Tip. Morello, Reggio Calabria 1895;
  • Le Confraternite e la Civiltà, «Il Predicatore Cattolico»XIV, 3, 1898, pp. 58-78;
  • Il sentimento cristiano. Prima lettera pastorale, Tip. Morello, Reggio Calabria 1899;
  • Dal Convento di San Domenico in San Giorgio Morgeto,  Tip. Morello, Reggio Calabria 1900;
  • Un eco e un canto, Tip. Morello, Reggio Calabria 1901;
  • Per la inaugurazione di un pergamo monumentale in Reggio Calabria. Discorso,  Tip. Vaticana, Roma 1902;
  • Il sacerdote operaio. Discorso a’ parroci della Diocesi di Mileto nella solenne adunanza per la prestazione dell’ubbidienza il 14 aprile 1904, Tip. Morello, Reggio Calabria 1904;
  • Dopo il terremoto!, Tip. Vescovile A. Laruffa, Mileto 1905;
  • Pro instaurandis Ecclesiis – Pro OrfanisLettera pastorale al clero e ai fedeli della Diocesi di Mileto, Tip. Vescovile A. Laruffa, Mileto 1905;
  • San Nilo di Calabria fondatore della Badia di Grottaferrata. Discorso recitato in Grottaferrata nel solenne triduo per il IX Centenario della fondazione della Badia, 24 settembre 1904,  Tip. Artigianelli S. Giuseppe, Roma 1905;
  • A San Fortunato Martire.Carme, Tip. Laruffa, Mileto 1905;
  • A’ Vulcani d’Italia.Carmi,  Rassegna Nazionale, Firenze 1906;
  • Lettera Pastorale per gli esercizi spirituali. Al clero delle due Diocesi di Mileto e Nicotera, Tip. Laruffa, Mileto 1907;
  • Per la conservazione de’ monumenti e de’ documenti. Lettera pastorale, Tip. vescovile A.Laruffa, Mileto 1908;
  • Note d’igiene in Calabria, Tip. Vescovile A. Laruffa, Mileto 1908;
  • Nel primo anniversario del terremoto del 28 Decembre 1908. Commemorazione fatta nella sala dell’Unione Cattolica di Reggio Calabria,  Tip. A.Laruffa, Mileto 1910;
  • Lasciatemi sognare!…(presso le terme di Galatro), Tip.Vescovile A.Laruffa, Mileto 1911;
  • Per la solenne inaugurazione del Seminario Regionale Calabrese “Pio X” e del Monumento al S.Padre in Catanzaro,  Stab. Tip. Orfanotrofio Morabito, Polistena 1914;
  • Pace! Pax hominibus bonae voluntatis. Lettera Pastorale per il Natale del 1916, Tip. Orfanotrofio Morabito, Polistena 1916.

Nota bibliografica essenziale

  • Il Santo Padre per gli orfani. Una bella iniziativa di mons. Morabito, «L’Osservatore Romano», 15 gennaio 1909;
  • In memoria di Mons. Giuseppe Morabito già Vescovo di Mileto Arcivescovo titolare di Cizico, Tip. degli Orfanelli, Polistena 1924;
  • Giovanni Giraldi, Margherita di Savoia e Mons. Giuseppe Morabito – in carteggio, «L’Idea Liberale», 173, Milano 1988, pp. 1-11; 
  • Aurelio Sorrentino, Un Pastore che ha saputo testimoniare vera solidarietà alle popolazioni sofferenti, «L’Osservatore Romano», 10 settembre 1995, p. 6;
  • Filippo Ramondino, Giuseppe Morabito Vescovo di Mileto. Tra pastorale organica e problematiche della storia,  Apoikia-Adhoc, Vibo Valentia 2011.

Luzzi, Vincenzo Francesco

Vincenzo Francesco Luzzi [Acquaro (Vibo Valentia), 2 ottobre 1918 – Polistena, 27 gennaio 1995]

Figlio di Domenico ed Elisabetta Crupi, frequentò la scuola elementare nel paese d’origine, nel 1929 entrò nel Seminario Vescovile di Mileto per gli studi ginnasiali, proseguì la formazione nel Pontificio Seminario Regionale di Reggio Calabria per la filosofia e poi in quello interregionale di Posillipo a  Napoli per la teologia, diretti dai padri gesuiti, dove si distinse per la sua preparazione e intelligenza, per la docilità alla disciplina.
Mons. Paolo Albera gli conferì l’ordinazione sacerdotale nella cattedrale di Mileto il 28 giugno 1942. La guerra in corso gli impedì di recarsi immediatamente  a Roma per il conseguimento del dottorato. Nel frattempo, assunse in centro diocesi diversi uffici: mansionario in cattedrale, professore di lettere in seminario e di religione al liceo Hipponion di Vibo, membro del consiglio catechistico diocesano, segretario dell’ufficio amministrativo, direttore dell’ufficio confraternite e dell’ufficio catechistico, cancelliere del tribunale ecclesiastico, segretario particolare del nuovo vescovo mons. Enrico Nicodemo. Nell’anno accademico 1945-1946 completò gli studi a Roma, dottorandosi in teologia, presso la Pontificia Università Gregoriana, con una tesi su La Regalità di Cristo nella controversia ariana.
Due grandi interessi segneranno la sua vita, e sui quali investirà le sue doti e qualità con sacerdotale zelo: la missione socio-pastorale, il lavoro storico-archivistico.
Il 1° dicembre 1946 prese possesso canonico della chiesa parrocchiale di Arena che servì fino al 1957, quando fu trasferito come arciprete della collegiata di Polistena. Nel 1962, insieme all’ufficio di parroco, assunse pure quello di giudice prosinodale e di delegato diocesano per l’emigrazione. L’apprezzamento per la sua persona  e il suo operato venne dimostrato con il titolo onorifico di Cappellano di Sua Santità Paolo VI, che ricevette l’11 luglio 1963.
Profuse molte energie per il rinnovamento della vita ecclesiale e per l’adeguamento delle strutture di servizio, perché divenissero confacenti alle nuove esigenze e ai nuovi tempi: ampliò e arricchì la sede parrocchiale con moderni locali; operò pastoralmente con equilibrata attenzione al contesto socio-culturale e agli ambienti. Per suo interessamento e studiato progetto pastorale, si attuò nel 1961 la divisione di Polistena in tre parrocchie. Sono inoltre da ricordare le Missioni popolari, l’incremento dell’Azione Cattolica, la Settimana Sociale a Polistena nel 1957-58, la Settimana Biblica nel 1961. Segno della particolare sensibilità umana e sociale dell’arciprete furono: la fondazione dell’Ospizio San Francesco, di un asilo e di un cantiere scuola tessitrici per ragazze disoccupate, oltre il diuturno sacerdotale servizio, fatto di fedeltà alla preghiera, di curata celebrazione dei riti, di silenziosa e nascosta carità verso i più poveri. L’Opera Pia S. Francesco di Paola, che affidò alle Suore dell’amato confratello padre Vincenzo Idà, divenne, nell’ultimo ventennio della sua vita, la sua casa e il luogo dalle sue premure e della sua carità. Nel frattempo, forte di questa esperienza, programmava di realizzare, anche con personale contributo,  una grande casa per anziani nella sua Acquaro in memoria dei suoi genitori, opera inaugurata dopo la sua morte.
All’inizio dell’anno scolastico 1971-1972, lasciò Polistena perché nominato dal vescovo De Chiara rettore del Seminario diocesano e canonico teologo del Capitolo Cattedrale a Mileto. Fino al 1975 portò avanti questo delicato incarico in Seminario, avviando anche  la nuova istituzione del Centro Diocesano Vocazioni. Dal 1975 lavorò in Curia come direttore dell’Ufficio Tecnico e dell’Archivio Storico. Dopo il 1979, sotto l’episcopato di mons. Domenico Cortese, la sua attività fu prevalentemente concentrata nel riordino e nello studio delle antiche carte documentarie della diocesi, nell’insegnamento di storia della Chiesa presso gli Istituti diocesani di Scienze Religiose di Vibo e di Palmi, svolgendo contemporaneamente gli uffici  di vicario giudiziale e di direttore dell’Opera Pia «S. Francesco di Paola» a Polistena.
Uno speciale apporto diede, con la sua opera e la sua sensibilità culturale, alla conservazione e alla valorizzazione della memoria storica della chiesa locale, aprendo la strada a nuovi criteri scientifici di ricerca  e favorendo la realizzazione di nuovi strumenti di conoscenza. 
Un accorto interessamento nel 1976 ebbe l’antica Biblioteca del Seminario. Fu collocata, ampliata e riordinata in nuovi e più idonei locali, rendendola accessibile al pubblico. 
Particolare suo merito è, senza dubbio, aver intelligentemente avviato il recupero e il riordino dell’Archivio Storico Diocesano, una grande mole di materiale, che era ormai quasi in stato di abbandono. La sua persona e la rinnovata istituzione curiale divennero, da quel momento,  punto di riferimento, stimato e apprezzato, da parte di noti ricercatori, docenti universitari,  studenti, istituzioni culturali, come Deputazione di Storia Patria per la Calabria,  la quale, il 20 novembre 1983, lo proclamò socio benemerito «per l’opera di salvaguardia e valorizzazione del materiale documentario e librario salvato presso l’Archivio Diocesano di Mileto».
All’interno del progetto di tutela e moderna  fruizione delle fonti documentarie, ideò e avviò nel 1984 la pubblicazione della raccolta Tabularium Mileten. Ricerche, studi, documenti. Nella premessa al primo volume della serie del Tabularium, presentando la validità del recupero delle carte della memoria per un servizio alla verità storica, scrive: «il materiale archivistico riscoperto appare di tale interesse che merita di essere portato a conoscenza e fruizione di una più larga cerchia di ricercatori e studiosi».
Doti intellettuali e risorse spirituali lo predisposero a scavare, con passione di storico, in una letteratura e in una documentazione archivistica, che oggi può arricchire notevolmente lo studio della storia patria e la ricerca scientifica del territorio. I titoli dei suoi contributi, tra libri e saggi,  sono circa  quaranta, scritti prevalentemente tra il 1980 e il 1995, alcuni pubblicati postumi. (Filippo Ramondino) © ICSAIC

Opere principali

  • Note sull’Archivio storico diocesano di Mileto, in Per un atlante aperto dei beni culturali della Calabria: Situazioni, problemi, prospettive. Atti del VII Congresso Storico Calabrese (Vibo Valentia-Mileto, 11-4 marzo 1982), vol. II, Gangemi, Roma 1985, pp.847-857.
  • I Capitoli del Monte di Pietà di Napoli del 1548 e le carte di fondazione dei Monti di Pietà di Tropea e di Mileto del 1585-1622 e 1626-1642, «Rivista Storica Calabrese», IV, n.s., 1-2, 1983, pp. 349-392.
  • Le «Memorie» di Uriele Maria Napolione, (a cura di), parte I, Memorie per la Chiesa Vescovile di Mileto, parte II, Memorie per i beni della Mensa Vescovile di Mileto, (Tabularium Mileten 1-2),  Laruffa, Reggio Calabria 1984-1994.
  • Paolo Orsi e l’Archivio Storico della Calabria. Con una selezione di lettere inedite, «Rivista Storica Calabrese», VI, n.s., 1-4, 1985, pp. 38-108. 
  • Tentativi umanistici e riformistici in Calabria nel secolo XV in tre bolle inedite di Nicolò V di cui una ora riscoperta nell’Archivio Diocesano di Mileto, «Rivista Storica Calabrese», VII n.s., 1-4, 1986, pp. 25-74.
  • Fortunose vicende di una visita ad limina del 1634-35 (diocesi di Mileto), «Rivista Storica Calabrese», VIII n.s, 1-4, 1987, pp.281-291.
  • La pergamena di fondazione della Parrocchia di Capistrano del 1551 e le “comunanze parrocchiali” tra fine Medioevo ed età moderna alla luce di documenti inediti, «Studi Meridionali»terza serie, VIII, 1, 1988, pp. 85-114.
  • Un Vescovo nelle rivoluzioni: Mons. Filippo Mincione (Mileto 1847-1882), in Benedetto Musolino. Il Mezzogiorno nel Risorgimento tra Rivoluzione e  Utopia, Qualecultura – Jaca Book, Vibo Valentia 1988, pp. 101-139. 
  • I Vescovi di Mileto, (Tabularium Mileten, 4) , Tip.  Garrì,  Sciconi (Vibo Valentia) 1989. 
  • Scuola, clero e cultura in Calabria. Tra settecento e novecento, in Mileto. Miscellanea di studi in occasione del quarantennale dell’istituzione della scuola media, Il Normanno 85, Tip. Garrì, Sciconi (Vibo Valentia) 1991, pp. 55-71.
  • Antonio M. De Lorenzo, storico di Calabria e vescovo di Mileto (1889-1899), in Nicola Provenzano (a cura di), Per il Decennale della Biblioteca Calabrese di Soriano Calabro 1981-1991, Jason, Reggio Calabria 1992, pp.75-105 e «Rivista Storica Calabrese», XVIII, n.s., 1-2, 1997, pp. 23-58. 
  • Il Maestro Prete Canonico Don Antonio Pascale (Polistena 1883-1977), Marafioti, Polistena 1994
  • La comunità ecclesiale di S. Eufemia d’Aspromonte nell’età moderna, in Sandro Leanza (a cura di), Sant’Eufemia d’Aspromonte. Atti del Congresso di Studi per il bicentenario dell’autonomia (14-16 dicembre 1990), Rubbettino, Soveria Mannelli 1997, pp. 179-213. 
  • Monti di Pietà, Casse di Deposito, Fedi di Credito nella zona di Monteleone tra Cinquecento e Settecento, «Rivista Storica Calabrese»XXI, n.s., 1-2, 2000, pp. 101-120;
  • Vita religiosa a Gioia Tauro in età moderna, in Gioia Tauro nel contesto storico calabrese. Atti del Convegno di Studi (17-19 settembre 1993), Barbaro, Oppido Mamertina 1996, pp. 461-471.
  • L’Arciprete  Mons. Francesco Pititto, in Mileto nel contesto storico-culturale dell’Italia Meridionale, Arti Grafiche Rubettino, Soveria Mannelli 1999, pp.177-224.
  • Pasquale Russo (cura di), Memorie per servire alla storia della Santa Chiesa Tropeana compilate dal conte Vito Capialbi, ristampa anastatica con studio introduttivo e aggiornamenti di V. F. Luzzi, Tabularium Mileten, 9, Mapograf, Vibo Valentia 2002

Nota bibliografica essenziale

  • Filippo Ramondino, Vincenzo Francesco Luzzi. Presbitero, Storico e Archivista, «Quaderni del Sud – Quaderni Calabresi»,  XXX, 84-85, 1995, pp. 39-44.
  • Filippo Ramondino, Il Clero della Diocesi di Mileto 1886-1986, vol. I Formazione Ministero Azione Sociale, vol. II Dizionario biobibliografico, Qualecultura, Vibo Valentia  2007, pp. 128-131.
  • Antonino Tripodi, Vincenzo Francesco Luzzi, «Rivista Storica Calabrese», XVI, n.s., 1-2, 1995, pp.487-490.
  • Giovanni Russo, Polistena. La chiesa madre 1783-1993, Virgilio, Rosarno 1995, pp. 269-300.

Idà, Vincenzo

Vincenzo Idà [Gerocarne (Catanzaro, oggi Vibo Valentia), 26 aprile 1909 – 22 settembre 1984 Oaxaca (Messico)]

Figlio di Tommaso, commerciante di olio, e di Maria Lucia D’Elia, casalinga, dopo i cinque anni di formazione di base nel Seminario Vescovile di Mileto (1923-1928), passò nel Pontificio Seminario “Pio X” di Catanzaro dove, dopo altri sei anni (1928-1935), completò il suo cammino di formazione in vista del Sacerdozio che ricevette, il 28 luglio 1935, per mano del vescovo di Mileto, mons. Paolo Albera. Negli anni trascorsi al “Pio X” fondamentale fu l’incontro con i Padri Gesuiti che reggevano l’Istituto e con la carismatica figura di don Francesco Mottola. Dai primi, il futuro missionario mutuò il singolare ardore apostolico da esprimere nell’attività della vita spirituale mentre, dal secondo, ricevette un vero e proprio programma di vita, riassunto dal sacerdote tropeano in tre verbi: «Adorare-Tacere-Gioire-Dimenticarsi».
Il 26 ottobre 1935, fu nominato amministratore parrocchiale della Parrocchia «San Nicola» in Vazzano dove rimase fino agli inizi del 1937. Già in questo primo periodo, numerose persone furono attratte dallo zelo del giovane sacerdote e diverse ragazze del paese fecero voto di castità dopo aver ascoltato una sua omelia sulla bellezza di tale virtù. Dopo aver perso il concorso canonico per la Parrocchia di Arena a causa delle interessate scorrettezze degli esaminatori, don Idà ricevette dal vescovo la nomina per la Parrocchia San Sebastiano in Anoia Superiore dove giunse il 20 gennaio 1937, in un giorno di pioggia e durante la festa patronale. Qui si dedicò subito all’annuncio del Vangelo attraverso atti e segni concreti: fornì aiuto morale e materiale alla popolazione che viveva le tristi conseguenze del secondo conflitto mondiale; istituì e curò l’Azione Cattolica; visitò quotidianamente gli ammalati tra i quali alcuni affetti da TBC; riappacificò le famiglie in discordia; eliminò secolari abusi registrati in occasione delle processioni delle feste patronali e si dedicò totalmente all’istruzione religiosa capillare di tutti, particolarmente delle famiglie che vivevano nelle campagne prive di qualsiasi conforto e formazione spirituale. Ben presto si riunì intorno a lui un gruppo di 12 ragazze che chiamò “Anime Ostie” e, in seguito, “Ostie viventi”, primo nucleo della futura Congregazione delle Suore Missionarie del Catechismo. Le giovani iniziarono a fare vita comune in una baracca a partire dal 5 agosto 1939 mentre il 13 gennaio 1943 giunse la prima approvazione dell’opera del padre Idà da parte del vescovo, mons. Albera. 
Successivamente, iniziarono a raccogliersi intorno a lui anche alcuni seminaristi per cui, il 16 luglio 1947, il padre lasciò la Parrocchia di Anoia e giunse a Cittanova dove iniziò una nuova fase del suo apostolato che culminò nella fondazione del ramo maschile della sua famiglia religiosa: i Missionari dell’istruzione religiosa oggi detti dell’Evangelizzazione che iniziarono la loro opera il 30 luglio 1950 con l’approvazione del vescovo di Mileto, mons. Enrico Nicodemo. A Cittanova sorsero, nel tempo, due notevoli case: l’Istituto femminile «Ali materne», in via Piemonte, che ospitava orfanelle e ragazze povere, retto dalle suore, e l’Istituto maschile «Ali materne», in via Roma, che accoglieva minori poveri, spesso figli di malviventi tolti alla strada e alla malavita, diretto dai missionari. In questo stesso periodo, padre Idà ebbe la gioia di vedere ordinati sacerdoti due suoi giovani, don Carmelo Dromì e don Antonio Ritorto, ai quali seguirono altri negli anni successivi. Da quel momento l’opera prese il suo slancio e, nel 1957, padre Idà chiese e ottenne da mons. Vincenzo De Chiara il permesso di trasferire la sua Scuola Missionaria, che contava ben 20 alunni, a Frattocchie, nella Diocesi di Albano Laziale. Nonostante gli evidenti ed entusiasmanti sviluppi, non mancarono, però, anche gli abbandoni e le delusioni, a partire dalla fine degli anni Sessanta, qualcuno tra i sacerdoti abbandonò la Comunità per seguire altre strade: mai padre Idà, pur soffrendo terribilmente per queste defezioni, ebbe parole di biasimo o di condanna per coloro che rimanevano pur sempre suoi figli. L’11 febbraio 1972 la giovane Comunità ebbe il riconoscimento civile e, fino al 1983, contò ben 17 sacerdoti alcuni dei quali, però, uscirono dopo qualche tempo. Il 15 agosto 1974 fu affidato ai Padri il Santuario del SS. Crocifisso di Terranova Sappo Minulio mentre il 3 settembre 1979 padre Idà annunciò il suo desiderio di dare le dimissioni dal ruolo di responsabilità che ricopriva per affidare a forze più giovani il destino della Pia Unione.
Nel 1975, grazie all’intelligente opera di suor Grazia Carbone e di suo fratello Attilio, padre Vincenzo Idà giunse in Messico, dando avvio, in prima persona, allo sviluppo missionario della sua Opera. La scelta della poverissima terra messicana fu motivata dal suo desiderio di soccorrere la miseria di un popolo, vittima dei soprusi dei potenti. Da qui il suo carisma giunse nelle Filippine, negli Stati Uniti, quindi in Africa e in Terra Santa. Padre Vincenzo Idà morì, quindi, da vero missionario, a Oaxaca, in Messico, il 22 settembre 1984, profetico testimone delle esigenze della Nuova Evangelizzazione. Il suo corpo fu traslato nella Casa Madre delle Suore Missionarie del Catechismo il 2 gennaio 1992 mentre il 15 dicembre 2014 si è aperta la Causa di Beatificazione. 

Opere

  • L’ideale più bello. Brevi appunti sulla vita consacrata, Grafiche Fratelli Romeo, s.l. 1983.

Nota bibliografica

  • Rocco Cocolo, Ricordo del padre fondatore sac. don Vincenzo Idà nel secondo anniversario della sua morte, Edizioni Agnesotti, Roma 1986;
  • Giorgio Rossi, Padre Vincenzo Idà. La passione dell’Evangelizzazione, Società Editrice Internazionale, Torino 1996;
  • Pietro Borzomati, Dalla Calabria al Messico. La vicenda spirituale e sociale di padre Vincenzo Idà, Rubbettino, Soveria Mannelli 1999;
  • Rocco Spagnolo, Padre Vincenzo Idà profeta dell’Evangelizzazione, Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo 2006.

Riferimenti archivistici

  • Archivio della parrocchia Santa Maria de’ Latinis e San Sebastiano, Gerocarne (Vibo Valentia);
  • Archivio del Comune di Gerocarne, Vibo Valentia);
  • Archivio Storico della Diocesi di Mileto, Nicotera e Tropea, Mileto Vibo Valentia);
  • Archivio della Cancelleria della Diocesi di Mileto, Nicotera e Tropea, Mileto Vibo Valentia);
  • Archivio Storico della Diocesi di Oppido Mamertina-Palmi, Oppido Mamertina Vibo Valentia);
  • Archivio dei Padri Missionari dell’Evangelizzazione, Terranova Sappo Minulio Vibo Valentia).

Galli, Edoardo

Edoardo Galli [Maierà (Cosenza), 3 maggio 1880 – Roma, 24 luglio 1956]

Figura importante del panorama culturale della Calabria della prima metà del Novecento (settore studi archeologici), e in attesa ancora di una meritoria riscoperta, Edoardo Galli nacque da Luigi, segretario comunale, e da Anna Mancini. Laureatosi in Lettere a Roma nel 1905, dopo aver iniziato la sua attività di studioso di archeologia col rivolgersi al difficile problema di Sibari, pubblicando le sue indagini nel volume Per la Sibaritide (Acireale, 1907), entrò molto presto nella carriera dell’amministrazione delle Belle Arti, in cui spese tutta la vita, dedicandovisi con una laboriosità instancabile. Destinato nel 1907 al Museo Nazionale di Firenze come segretario di ruolo organico nel personale dei Monumenti, rimase nella città toscana fino al 1923. Del periodo fiorentino, numerosi furono i contributi di ricerca e di studio  che svolse, tra cui una serie di scoperte e messe a punto del sito archeologico di Fiesole, di cui scrisse una guida degli scavi e del museo.
Numerosi furono gli apporti da lui dati alla pubblicazione ufficiale «Notizie degli scavi» su argomenti etrusco-italici, negli anni in cui fu ispettore al Museo Archeologico di Firenze e, successivamente, direttore del Museo di Fiesole.
Nel 1923, per i suoi meriti scientifici, gli venne conferita la libera docenza presso la cattedra di Archeologia dell’Università di Pisa. Nel dicembre del 1923 gli venne affidata la nuova Soprintendenza ai Monumenti della Calabria, divenuta nel 1925 Soprintendenza del Bruzio e della Lucania con sede a Reggio Calabria, ove poi fu compiuta, nel 1932, la costruzione, da lui tanto auspicata, del Museo Archeologico Nazionale. A dirigere la soprintendenza calabro-lucana rimarrà fino al 1936, pubblicando importanti relazioni sulle ricerche eseguite in varie località e soprattutto a Sibari, a Metaponto, a Laos (odierna Marcellina). Curò pure i restauri di importanti chiese medievali, come la chiesetta bizantina di Rossano, il Battistero di Santa Severina, o la cattedrale normanna di Tropea. Fu anche attratto da problemi artistici, come dimostra la pubblicazione della cronaca seicentesca cosentina di Pietro Antonio Frugali. Con riferimento al periodo in cui fu soprintendente in Calabria e Basilicata, l’archeologo Silvio Ferri scrive che esso «fu certamente il migliore, in quanto a somma di  risultati tangibili e spesso pregevoli». «Reggio, Tiriolo, Cosenza, S. Giovanni in Fiore, Acerenza, Melfi ed altre località», riferisce Ferri, «debbono molto al Galli, in opera di studi, di restauri, di riesumazioni. (…) In quegli anni, la Sibari della sua prima attività giovanile tornò a interessarlo, divenendo per lui un punto fisso di ricerca, sebbene all’atto pratico le sue indagini  non sortissero risultati concludenti o ne sortissero soltanto di pur marginalmente interessanti».
Come soprintendente alle Antichità e Belle Arti della Calabria, va riconosciuto al Galli il merito di aver fondato e istituito a Reggio Calabria, nel 1932, nel palazzo progettato dall’architetto Marcello Piacentini, il Museo Nazionale della Magna Grecia che rimarrà inutilizzato durante la guerra e vedrà, la sua apertura soltanto parziale nel 1954 e l’inaugurazione nel 1959.  Ma molto  la Calabria tutta deve al Galli, che si trovò a raccogliere la pesante eredità di Paolo Orsi, per la tutela e la valorizzazione di un enorme patrimonio artistico e archeologico, scoperto e portato alla luce dall’archeologo trentino.
Nel 1936 ebbe inizio una nuova fase importante del suo lavoro di archeologo, dato che  venne chiamato all’incarico di Soprintendente alle Antichità e ai Monumenti della Marche, dell’Umbria e dell’Abruzzo, comprendente anche il territorio di Zara e della Dalmazia, con un campo d’azione assai vasto e una prospettiva di indagini difficili e delicate. Anche quello fu un periodo fecondo di studi e ricerche: su ritrovamenti bronzei e fittili italici, su monumenti romani da lui studiati e restaurati (Ancona, Fano, Ascoli Piceno, Teramo, Chieti, ecc..), su necropoli ellenistiche italiche e romane che egli esplorò con minuziosa cura. Promosse in quegli anni il restauro dell’Arco romano di Traiano, ad Ancona, la riorganizzazione del Museo Nazionale e di quello Civico di Chieti, ed altri interventi di restauro effettuò in altre città marchigiane ed abruzzesi. La catastrofe bellica che nel 1943-44 colpì gravissimamente Ancona, ove egli risiedeva, pressoché distruggendo il ricco Museo Nazionale di cui egli era anche il direttore, disperdendo collezioni e materiale di studio, lo colpì assai dolorosamente. «Fu il dolore più forte della sua vita di studioso, che tuttavia sopportò con fierezza e con forza, senza rallentare il ritmo del suo lavoro» (G. Isnardi). La sua carriera si concluse con un incarico alla Direzione della Biblioteca dell’Istituto di Archeologia e Storia dell’Arte in Roma. 
Collaboratore assiduo alle «Notizie degli scavi», ai «Monumenti antichi», ai «Rendiconti dell’Accademia dei Lincei», alle «Cronache della Società Magna Grecia», a «Le vie d’Italia», a «Studi etruschi», all’«Archivio storico per la Calabria e la Lucania», a «Calabria Nobilissima», a «Brutium» nonché a numerosi altri periodici italiani e stranieri, fu sempre presente a ogni convegno di studi o adunanze in cui si discutesse di problemi inerenti all’arte, alla storia della Calabria, e alla conservazione del suo patrimonio artistico.
Alla sua attività di Sovrintendente accoppiò quella di scrittore. Lunghissimo è l’elenco delle sue pubblicazioni che abbracciano gli argomenti più svariati in ogni campo dell’archeologia e della storia dell’arte antica, medievale e moderna. Ecco alcuni titoli : Per la Sibaritide (Acireale, 1907); Fiesole: gli scavi-il Museo civico-Guida (Milano, 1912); Dove sorse il bel San Giovanni (Firenze,1917); Perugia: il monumento funerario del Palazzone all’ipogeo dei Volumnii (Firenze,1921); Metaponto.Esplorazioni archeologiche e sistemazione dell’area del Tempio delle Tavole Palatine, «Atti e Memorie Società Magna Grecia», 1926-27;  Alla ricerca di Sibari, «Atti e Memorie della Società Magna Grecia», II, 1929; Aspetti dell’arte ellenistica in Calabria, «Atti e Memorie Società Magna Grecia», 1931, La Cattedrale normanna di Tropea restaurata al suo primitivo aspetto, Spoleto 1932; Un sarcofago del Duomo di Cosenza, «Bollettino d’arte del Ministero dell’Educazione Nazionale», febbraio 1935; Scoperte archeologiche fortuite a Zara, Roma, Lincei, 1937; Le reliquie dell’Archicenobio florense, Roma 1938; Antichi bronzi figurati del Bruzio e della Lucania «Le vie d’Italia», XXXXV, 1939, pp. 933-941; Necropoli ellenistica scoperta a Reggio C. nell’area del Museo, «Notizie degli scavi», 1942; La Sila. Studio storico, a cura dell’E.P.T. di Cosenza, 1955.
Morì a Roma nel luglio 1956.  (Franco Liguori) © ICSAIC

Nota bibliografica

  • Giuseppe Isnardi, La scomparsa di un grande calabrese, Edoardo Galli«Cronaca di Calabria», 19 agosto 1956;
  • Silvio Ferri, In memoriam. Edoardo Galli, «Bollettino dell’Archivio storico per la Calabria e la Lucania»,  fasc. IV, 1956;
  • Mario Borretti, Uomini illustri di Calabria-Edoardo Galli, «Il Tempo», 2 agosto 1956;
  • Nereo Alfieri, Nel primo anniversario della scomparsa di Edoardo Galli archeologo insigne, «Giornale d’Italia»,  26 luglio 1957;
  • Andrea Ostoja, Ricordo di Edoardo Galli, un amico della Dalmazia, «L’Arena di Pola»,  13 novembre 1957;
  • In memoria di Edoardo Galli, Arti Grafiche Barbieri, Cosenza 1962;
  • Gustavo Valente, Dizionario bibliografico  biografico geografico storico della Calabria, vol. III, Edizioni Geometra, Cosenza 2005;
  • Franco Liguori, Frammenti di storia degli scavi di Sibari nelle carte dell’Archivio Compagna-Gli scavi di Edoardo Galli a Pollinara, «Il Serratore», 88, lug-ag. 2007, pp.18-20.

Falco, Pasquale

Pasquale Falco [Spezzano Piccolo (Cosenza) 13 luglio 1947 – Cosenza 18 gennaio 2015]

Figlio di Michele, falegname, e Emilia Ianniello infermiera premesso l’Ospedale di Cosenza, studiò a Cosenza e si laureò, poi, a Salerno in materie letterarie. Ha insegnato Italiano e Storia presso le scuole superiori di Paola e all’Istituto Nitti di Cosenza. Sposato con Elena Caiazzo, ha avuto tre figli: Emiliana, Michele e Anna.
Nel 1977 insieme a un gruppo di amici, tra cui Mario De Bonis, fondò la rivista «Periferia», diventata poi nel 1986 casa editrice, i cui intenti furono racchiusi nel seguente motto: «In Periferia c’è qualcosa di nuovo: la possibilità di non essere periferici». Gli inizi dell’attività editoriale – come ricordava lo stesso Falco in un’intervista – furono all’insegna della precarietà: «Mancavano i soldi per la carta e andavano a elemosinarla nelle tipografie. A volte qualcuno ci aiutava a confezionare la rivista e i nostri Quaderni, non ancora libri. Erano “spillati”, una cosa economica ma preziosissima perché passavano versi stupendi» [Dalena, 2015]. 
Animato da un’ideale di cultura circolare, dal basso e, ancora una volta, dalle sue amate “periferie”, cioè come soleva ripetere «luoghi dell’anima o della creatività più grande che non soggiace ai meccanismi né del potere né della massificazione della cultura come avviene al centro» [Barresi, 2012], già nei primissimi anni Ottanta con il «LibroClub» Falco spalancò le porte della propria casa editrice a intellettuali, artisti, giornalisti, scrittori. Offrì ospitalità a Pasquino Crupi che in qualche anno gli consegnò quattro tomi di Storia della letteratura calabrese. I convegni organizzati insieme a Mario De Bonis (Per un’idea di Calabria. Immagini e momenti di storia calabrese, Cosenza 27-28 novembre 1981; Settecento Calabrese, Cosenza, Rende, 1983; Cultura romantica e territorio nella Calabria dell’ottocento, Rende, Pietrafitta, Cosenza e Catanzaro, 1986) informarono l’azione della casa editrice negli anni a venire. La prima metà degli anni Novanta fu un periodo particolarmente roseo per la casa editrice di via degli Stadi con un fiorire di opere, curate a una a una dal professore, a cominciare dalla pubblicistica riguardante le mafie e l’antimafia. Grande successo in termini di copie vendute e critica per La Santa Violenta di Pantaleone Sergi, un reportage tra storia e drammatica attualità del fenomeno mafioso calabrese, cui si aggiunse il rilancio e la riedizione dell’opera completa del «veterinario assassino» Saverio Montalto (La famiglia Montalbano, Raptus, Matrimonio clandestino), un’autobiografia del bandito Giuliano Mesina, curata da Gabriele Moroni e un volume di successo dello stesso autore Cronista in Calabria : storie di ‘ndrangheta, sequestri di persona, delitti eccellenti nel racconto di un giornalista-testimone. Il libro Noi Cordopatri dei Capece scritto da Angelica Rago insieme alla baronessa Teresa Cordopatri, poi, andò letteralmente ruba e venne tradotto in quattro lingue: è una lucida testimonianza di come la nobildonna, sfuggita al piombo del clan Mammoliti, riuscì a far arrestare e condannare a venticinque anni di carcere l’assassino di suo fratello Antonio. Furono oltre 400 i titoli del catalogo.
Pasquale Falco, eloquio brillante e appassionato, fu anche autore. Scrisse saggi di genere vario che spaziano dalla letteratura alla storia della politica, tra cui si ricordano: Petrarca e la poesia biblica (1978); Letteratura popolare fascista: i ricorsi della narrativa del consenso in Italia e in Calabria (1984); Giornalismo letterario in Calabria durante il fascismo(1987); Ideologia e stile nelle Ceneri di Gramsci (1987). Curò volumi collettanei su Corrado Alvaro (Utopia e realtà nell’opera di Corrado Alvaro, 1987) e Pasolini (Pasolini in periferia, 1992).
Scrisse liriche e altre composizioni dai toni provocatori sulla rivista «Periferia» con lo pseudonimo di «Il tamarro». Nel 1986 pubblicò e curò la prefazione del poemetto inedito Ogni volta di Leonida Répaci. Microfono alla mano si lanciò in appassionanti interviste a intellettuali, giornalisti e scrittori come Saverio Strati, Giuseppe Selvaggi, Luigi Lombardi Satriani, Luigi “Gino” Bloise, Raul Maria De Angelis. 
Nel 1995 tentò l’avventura sul piccolo schermo curando i testi e recitando un ruolo nel docufilm Francesco De Sanctis in Calabria, diretto da Valerio Nataletti e prodotto nella sede di Rai Calabria. Punto di riferimento per decine di giovani alla ricerca di una possibilità editoriale non vincolata al contributo per la stampa, negli ultimi anni di attività editoriale praticò un’intensa opera di scandaglio e insieme di valorizzazione di quei talenti che tornavano a popolare il suo salotto letterario.
Pochi mesi prima di spegnersi, nel gennaio del 2015 a 67 anni, a causa di un male incurabile, la Commissione Cultura del Comune di Cosenza gli consegnò un riconoscimento per la sua lunga attività nel campo dell’editoria e alla sua morte, nel messaggio di cordoglio, lo ha ricordato come «una delle intelligenze più fervide del nostro territorio che, in quasi quarant’anni di attività, ha saputo dare un notevolissimo contributo allo sviluppo dell’editoria in Calabria». L’eredità editoriale è stata raccolta dal figlio Michele, titolare della Falco Editore. (Matteo Dalena) © ICSAIC

Nota bibliografica

  • Barresi Vito, Intervista a Pasquale Falco, all’interno della trasmissione «Blu», emittente Video Calabria, marzo 2012;
  • Dalena Matteo, Si è spento il Falco di Periferia, in «Mmasciata», 19 gennaio 2015.

Citanna, Giuseppe

Giuseppe Citanna [Limbadi (Vibo Valentia), 4 luglio 1890 – Trieste, 6 giugno 1978]

Primo di cinque figli (Giuseppe, Domenico, Armando, Amarillide, Ennio), nacque nella casa materna dalla gentildonna Paolina Massara, nativa di Limbadi (all’epoca in provincia di Catanzaro), e dal Cavalier Ferdinando Citanna colonnello  e «dottore in medicina chirurgica», entrambi domiciliati in Dinami e fu registrato con i nomi di Giuseppe Umberto. Illustre critico letterario apprezzato da Benedetto Croce, visse la sua infanzia e la fanciullezza a Catanzaro (tredici anni), a Dinami, paese paterno, e nel paese di nascita ove si recava solo per trascorrere le vacanze estive e le feste natalizie e pasquali. Nel 1903 si trasferì con tutta la famiglia a Monteleone, oggi Vibo Valentia, e nel 1905 a Messina dove si trovava il 28 dicembre del 1908, giorno del tragico terremoto che distrusse la città dello Stretto. Il sisma rase completamente al suolo anche casa Citanna, seppellì fra le macerie il padre, mentre il giovane Giuseppe, sottratto alle rovine gravemente ferito, fu trasportato su un vagone merci all’ospedale civile di Catania, dove rimase ricoverato per molti giorni assieme agli altri componenti della sua famiglia, tutti, più o meno, gravemente feriti.
Nel 1909 i Citanna si trasferirono a Napoli, ove risiedettero per oltre quindici anni. Gli anni partenopei furono interamente dedicati allo studio, ai circoli letterari, agli spettacoli teatrali, alla poesia, ai frequenti incontri con il Croce e alle interminabili passeggiate a Posillipo, da dove rientrava, quasi sempre, a tarda sera. E da Posillipo rientrava pur e quell’indimenticabile pomeriggio quando, fermato dai militi fascisti, non potendo esibire la «forzosa» tessera del fascio (spesso volontariamente lasciata a casa), fu portato in Questura ove rimase parecchie ore fino a quando non si indagò debitamente sulla sua vera identità.
Nel 1914 conseguì la laurea in lettere all’Università di Napoli; e successivamente, insegnò nelle scuole secondarie della stessa città.
Era un uomo timido, meticoloso, riservato; studiava senza interruzione, riservando poco tempo agli svaghi e quasi nulla all’amore che, però, ha delicatamente cantato nei suoi più felici versi giovanili.
Gli anni passati a Napoli, subito dopo la laurea, furono determinanti per la sua futura prestigiosa carriera di critico letterario, specialmente dopo avere insperatamente incontrato Benedetto Croce e frequentato la sua casa (la sorella Amarillide ha affermato che avrebbe dovuto fidanzarsi con una delle quattro figlie del filosofo abruzzese ma data la sua modestia finì per soffocare i suoi sentimenti per non apparire un protetto o per non ottenere dei successi non meritati).
A ventisei anni pubblicò la raccolta di liriche «Canti sereni». Volle sottoporre la sua prima opera poetica proprio al severo del Croce a cui era dedicata, che giudicò i suoi ver si «affettuosi e garbati».Dopo «Canti sereni» non pubblicò altre raccolte di poesie, ma esiste la raccolta dedicata a «Lavinia» (ventitre liriche scritte a Napoli fra il 1916 e il 1920), che rivela ancora più della prima il senso e il gusto della poesia del giovane poeta calabrese. Ma se la poesia è stata ilprimo amore, il suo più valido approdo doveva trovarsi nella critica letteraria, per la quale aveva mostrato particolari doti già preparando la sua tesi di laurea su «La poesia di Ugo Foscolo»; tesi che il Croce non solo volle leggere, ma successivamente fece anche pubblicare nella «Biblioteca di cultura moderna» dell’Editore Laterza. La pubblicazione, avvenuta nel 1920, del libro su «La poesia di Ugo Foscolo» destò un notevole scalpore per la novità e l’originalità con cui veniva esaminata l’intera opera foscoliana. Lo stesso Croce, recensendolo, lo definì «assai fine».
Durante la sua permanenza a Napoli pubblicò due importanti articoli, «Il problema della storia letteraria e l’opera del De Sanctis» e «I “Promessi Sposi” sono un’opera di poesia?», chiara espressione del su o pensiero critico.
Ottenuta la libera docenza in letteratura italiana, insegnò prima a Napoli e poi presso l’università statale di Milano dove si era trasferito. La prolusione all’anno accademico 1931-1932, «Il Romanticismo e la critica letteraria», affronta il problema del movimento romantico come problema da studiare «in relazione con le necessità della critica letteraria».
Nel 1932 pubblicò , con  un  saggio  introduttivo, «le più belle pagine» dell’Aleardi: e la seconda edizione «rifatta», corredata da un capitolo sull’«Ortis», del libro su «La poesia di Ugo Foscolo», ritenuto dal suo allievo Bruno Maier «uno dei testi essenziali della contemporanea critica foscoliana».
Tra il 1933 e il 1934 accettò di tenere un corso di letteratura italiana a Rio de Janeiro e delle conferenze all’Accademia Brasiliana. Rientrato in Italia, portò a termine e pubblicò nel 1935 il saggio storico-critico «Il Romanticismo e la poesia italiana dal Parini al Carducci», dedicato a quest’ultimo poeta nel centenario della sua nascita.
Nel 1939, a seguito di vincita di concorso, fu chiamato alla cattedra di letteratura italiana presso l’Università di Catania, ma, essendo il Citanna celibe, per le allora vigenti leggi fasciste, non poté avere la nomina, che ottenne qualche tempo dopo, insegnando alle Università di Milano, di Cagliari e di Trieste.
Nel 1941 pubblicò una scelta commentata delle opere di Lorenzo de’ Medici e del Poliziano; e nel 1944 un’edizione dell’«Aminta» del Tasso, introdotta da un saggio su «Gioventù, amore, vita cortigiana nell’Aminta?», in cui è sottolineato, in polemica con il De Sanctis, il carattere «drammatico» e non «lirico» della celebre «favola boschereccia». Nel 1946 collaborò al fascicolo della «Rassegna d’Italia» dedicato al Croce con un articolo su «I saggi di letteratura italiana » dell’insigne studioso, nel quale, pur riconoscendo i grandissimi meriti e l’originalità dei numerosi suoi lavori critici, fa delle riserve sul «distacco» che ritiene eccessivo, fra la «parte strutturale» e la «poesia» nella «Divina commedia», quale risulta nel volume su «La poesia di Dante»; e considera troppo «schematici» alcuni dei saggi riuniti nel volume su «La letteratura della nuova Italia», non del tutto «persuasivo» il saggio sul Petrarca e «piuttosto freddo» quello sul Leopardi; mentre ha parole di alto elogio per gli scritti sull’Ariosto, sul Della Valle, sull’Alfieri e sul Carducci. Fra il 1942 e il 1948 pubblicò la p rima edizione della sua «Storia e antologia della letteratura italiana», cui seguì fra il 1949 e il 1952 la seconda edizione dell’opera, nella quale sono opportunamente distinte la parte storica e la parte antologica.
Durante il periodo trascorso a Trieste (1950-1978) scrisse fra l’altro un saggio, letto inizialmente come prolusione accademica, su «La critica su “I promessi sposi” e un recente pentimento del Croce» (1952), in cui deplorava che il filosofo abruzzese avesse bensì «ritrattato» il suo giudizio sul capolavoro manzoniano, definito un’opera «poetica» e non più «oratoria», ma non si fosse preoccupato di motivare criticamente la sua nuova valutazione; una breve monografia sulla vita, la personalità e l’opera del Carducci (1956) ; uno studio tassiano, «Riflessioni sulla critica odierna della “Gerusalemme liberata” (1963), nel quale discuteva l’interpretazione, largamente fortunata e diffusa , di un Tasso poeta della «solitudine» , dell’«illusione» e della «delusione», e affermava che la poesia di questo autore «non rivela un temperamento di poeta di psicologia malata o tormentata, e neppure do mi nata da un senso triste o amaro, da una visione grigia, se no n pessimistica, della vita e del mondo »; e una lettura critica del canto XXV del «Purgatorio » dantesco.
Collocato a riposo nel 1965, morì a Trieste il 6 giugno 1978 fra il compianto dei pochi amici e collaboratori che lo ebbero per molti anni apprezzato maestro. La sua salma riposa nel cimitero di Mileto in provincia di Catanzaro, per volontà della sorella e dei nipoti Ester Scaffidi e Benito Accorinti. Limbadi lo ricorda con una via intestata a suo nome. (Imperio Assisti) © ICSAIC

Opere

  • La poesia di Ugo Foscolo. Saggio critico, Bari, Laterza, 1920.
  • Le più belle pagine di Aleardo Aleardi, scelte da Giuseppe Citanna , Milano, Treves, 1932.
  • Il romanticismo e la poesia italiana dal Parini al Carducci. Saggio storico-critico, Bari, Laterza, 1935.
  • Saggi su la poesia del Rinascimento, Trevisini, Milano 1939.
  • Giosuè Carducci, in Autori vari, Letteratura italiana – I Maggiori, volume secondo, Milano, Marzorati, 1956, pp. 1161-1201.
  • Riflessioni sulla critica odierna della «Gerusalemme liberata», in Studi di varia umanità in onore di Francesco Flora, Mondadori, Milano 1963, pp. 409-422.
  • Flora e l’esperienza crociana, ivi, pp. 1111-1112.
  • Il canto XXV del Purgatorio, Firenze, Le Monnier, 1965.

Nota bibliografica

  • Arturo Pompeati, in «Il Marzocco», 26 dicembre 1920;
  • Carmelo Sgroi, in «La Rassegna», XXX, 1922, pp. 227-229;.
  • Enrico Carrara, in «Nuova Rivista storica», VI, 1922, pp. 608-610;
  • Vittorio Cian, in «Il Giornale storico della letteratura italiana», LXXX, 1922, pp. 172-194;
  • Benedetto Croce, in «La critica», XXI, 1923, pp. 104-107;
  • Benedetto Croce, in «La Critica», XXXIX, 1936, pp. 215-217;
  • Luigi Russo, in Problemi di metodo critico, Bari, Laterza, 1950, pp. 2009-219;
  • Bruno Maier, Giuseppe Citanna, in Letteratura italiana – I Critici, vol. III, Marzorati, Milano 1970, p. 2209;
  • Imperio Assisi, Omaggio a Giuseppe Citanna un illustre figlio di Calabria, in Imperio Assisi, Saverio Di Pietro, Pasquale Barbalace e Salvatore Fioresta, Limbadi (immagini e momenti storici, monografia scolastica, Editore Falzea, Reggio Calabria 1982, pp. 184-193;
  • Bruno Meyer, Ricordo di Giuseppe Citanna, Ivi, pp. 194-199.

Nota archivistica

  • Archivio del Comune di Limbadi, Registro delle nascite, atto n. 96, 1890.

Nota

  • Questa biografia è stata possibile grazie al contributo della sorella di Citanna, Amarillide.

Cavaliere, Alberto

Alberto Cavaliere  [Cittanova (Reggio Calabria), 19 ottobre 1897 – Milano, 7 novembre 1967]

Proveniente da una famiglia agiata di professionisti e proprietari terrieri; il padre Domenico, avvocato, uomo di elevata e solida cultura umanistica, conservatore e tradizionalista in politica, fu consigliere e presidente del consiglio provinciale di Reggio Calabria, la madre, Anna Maria Fonti, di famiglia benestante, era una fervente cattolica. Studiò dapprima nel collegio di Montecassino, da dove a tredici anni fu espulso per aver scritto versi satirici contro i professori; poi proseguì gli studi nel Collegio nazionale di Torino. Si iscrisse controvoglia alla facoltà di chimica dell’Università di Roma ma fu costretto a interrompere gli studi perché chiamato alle armi. Come ufficiale si trovò al comando di una compagnia d’assalto che venne decimata nel corso di un attacco. Questo episodio lo sconvolse al punto da indurlo a porre fine, a qualunque costo, alla vita militare. Durante una visita del generale Diaz si finse pazzo e venne rinchiuso in manicomio dal quale uscì, a guerra finita nel 1918, grazie all’intervento del fratello Francesco che era avvocato, e a condizione, posta dal padre, che si sarebbe laureato e avrebbe accettato il lavoro che gli avrebbe procurato.
Riprese subito gli studi, ma essendo stato bocciato e ridicolizzato sonoramente dal prof. Paternò, ordinario di Chimica generale, più per esigenze mnemotecniche che per spirito goliardico, mise in versi, con rigore scientifico, numerose formule chimiche. Ne nacque un libro famoso, Chimica in versi – rime distillate continuato poi con Chimica organica in versi – rime bidistillate, che, intanto gli permisero di superare brillantemente gli esami e poi ottennero un buon successo tra gli studenti universitari. «Il Messaggero» fece entusiastiche recensioni e il parigino «Le Matin» auspicò una pronta traduzione in francese delle due opere.
Nel 1921 si laureò in Chimica. Lo stesso anno entrò nella compagnia teatrale Palmarini-Capodaglio, che lasciò dopo aver recitato per molte sere sempre la stessa battuta nel Beffardo di Berrini. Nel 1923 iniziò la collaborazione con «Il becco giallo» e con «Il Travaso delle idee»riviste di satira politica e di costume.
In quel periodo conobbe Fania Kauffmann, una ragazza di origine russa, giunta a Roma per studiare scultura con la quale intrecciò un’appassionata relazione e che sposerà nel 1926. Nel frattempo, preso dal demone del gioco d’azzardo, che lo perseguiterà per tutta la vita, sperperò la somma che il padre gli aveva consegnato quale caparra da versare per l’acquisto di una piccola società chimica e solo grazie all’intercessione del suo concittadino Michele Guerrisi, scultore e docente all’Accademia di Belle Arti di Roma, trovò un impiego come pubblicitario giusto per arrotondare le magrissime entrate che arrivano dalle collaborazioni giornalistiche. Dopo un’iniziale infatuazione per l’anarchismo, aderì al Partito Socialista, ma nel 1925 s’iscrisse al Partito Comunista e venne incaricato di svolgere alcune missioni all’estero. Dopo alcuni viaggi in Russia, Turchia, Austria, Germania e in altri paesi, ritornato in Italia, fu assunto come chimico al ministero dell’Aeronautica. Nel 1931 iniziò la collaborazione con la nuova rivista satirica il «Marc’Aurelio», fondato da Oberdan Cottone, fascista della prima ora. Il giornale, che si occupava di satira di costume, usava un linguaggio greve con battute anche volgari e assunse posizioni apertamente frondiste, incontrò il favore del pubblico e ottenne un successo straordinario arrivando a vendere oltre quarantamila copie a numero. Nel 1936 una parte dei redattori del giornale, tra i quali figura Cavaliere, fu licenziata a causa delle ambigue posizioni assunte durante la guerra d’Etiopia e così si convinse a partecipare al concorso indetto dall’EIAR per l’assunzione di alcuni conduttori e programmatori radiofonici. Nell’autunno del 1937 fu assunto alla radio e si trasferì a Milano dove iniziò a collaborare con  la nuova rivista satirica, edita da Rizzoli, «Il Bertoldo».In quello stesso anno pubblicò il suo primo romanzo Quella villa è mia, cui seguiranno Le frontiere dellimpossibile (1944) e Il Megalomane (1946). Spunti autobiografici ed esperienze personali costituiscono la tela di un intreccio avventuroso, gremito di personaggi e denso di episodi comici, a volte grotteschi, altri esilaranti, ma sempre con vivaci e sarcastiche allusioni al regime mussoliniano. Alla radio tenne rubriche quotidiane d’informazione culturale, condusse programmi musicali e organizzò concorsi e quiz a premi, diventando «una voce» conosciuta e apprezzata per la sua affabilità e signorilità. Nel febbraio del 1940 iniziò la collaborazione con la nuova rivista musicale «Il canzoniere della radio», pubblicata dall’Editoriale Campi di Foligno. Dalle pagine di questa rivista, nel 1941, lanciò il primo concorso di bellezza – «La lettrice più bella» – e qualche mese dopo anche la versione maschile: «Il lettore più bello». Il giornale chiuse nel dicembre del 1943 e con l’occupazione tedesca del nord Italia e una conseguente più rigida applicazione delle Leggi razziali, Cavaliere fu costretto a 17 lunghi mesi di fuga e clandestinità fino alla Liberazione. La suocera e la cognata Sofia Schafranov furono deportate ad Auschwitz. Nel 1945 Cavaliere raccolse la testimonianza della cognata, una dei pochi sopravvissuti dalla deportazione, in quello che è in assoluto  il primo memoriale di un reduce di Auschwitz a essere pubblicato in Italia. 
Nel dopoguerra riprese la sua attività alla radio e, quasi per gioco, inventa una rubrica quotidiana, in calce al giornale-radio, in cui commenta, in versi, la notizia del giorno. Radiocronache rimate diventa la trasmissione radiofonica più seguita e l’unica in cui il conduttore gode di un’assoluta libertà di espressione. Nel novembre del 1945 assunse la direzione de Il canzoniere della radio che riprese, con lo stesso editore e con identico formato, quello tascabile, le pubblicazioni. Con il sostegno dell’Editore Campi e delle Messaggerie Musicali organizzò nel 1948 il primo «festival della canzone italiana», che si tenne a Viareggio e l’anno dopo una seconda edizione che si svolse a Forte dei Marmi. L’iniziativa non ebbe successo e la delusione fu forte. 
La collaborazione con l’«Avanti!», avviata già dopo l’8 settembre 1943, lo indusse a chiedere l’iscrizione al Partito Socialista , che reputò più aperto e meno condizionato del Partito Comunista. 
La grande popolarità acquisita da Cavaliere spinse il suo partito a candidarlo nel 1951 al Consiglio comunale  di Milano e due anni dopo alle politiche. Entrambe le candidature si rivelarono vincenti, ottenendo voti di preferenza maggiori di tanti politici di professione. Deputato per il PSI nella legislatura 1953-1958, non perse la sua vena poetica, presentando argute e pungenti interrogazioni parlamentari in versi che, secondo molti, gli costarono la ricandidatura. Conclusa l’esperienza parlamentare, riprese la sua attività alla Radio e intensificò le collaborazioni con l’«Avanti!», «La Stampa» e «Il Corriere della Sera», senza mai abbandonare la passione (o il vizio) della sua vita: il gioco d’azzardo e le scommesse.
Il 30 ottobre 1967, una motocicletta lo travolse a Sanremo. Ricoverato nell’ospedale locale e poi trasferito a Milano, morì la mattina del 7 novembre, dopo una notte passata in rianimazione. Dopo la cremazione, le sue ceneri vennero poste al Cinerario di Levante de Cimitero Monumentale di Milanol , nella tomba 79, che in seguito ospiterà anche le ceneri del figlio Alik, noto artista e docente all’Accademia di Brera.
Il Comune di Milano gli ha intitolato una via, mentre il suo paese natale, Cittanova una piazza e nel 1973 ha commissionato, in sua memoria, una scultura al figlio Alik, ora collocata nella Villa Comunale «Carlo Ruggero». (Antonio Orlando) © ICSAIC

Opere

Poesie e rime

  • Rime distillate (chimica in versi), Giannini, Napoli  1921;
  • Le soste del vagabondo. Versi, Zanichelli, Bologna 1925;
  • Chimica in versi. Inorganica e organica, Mursia, Milano 1926;
  • Chimica in versi (Rime distillate), Zanichelli, Bologna 1928;
  • Chimica organica in versi. Rime bidistillate, Zanichelli, Bologna 1929;
  • La strada sull’abisso. Liriche, Zanichelli, Bologna 1929;
  • Storia Romana in versi, con prefazione di Giuseppe Bottai, Zanichelli, Bologna 1930; Signorelli, Roma 1939; Hoepli, Milano 1961;
  • Chimica in versi. Organica ed inorganica, Umoristi Del Marc’Aurelio, Roma 1935;
  • Reparto agitati. Poemi del tempo perduto, Cappelli, Bologna 1936;
  • L’Abissinia liberata, in collaborazione con Torquato Tasso e altri illustri vati, poemetto burlesco, Tumminelli, Roma 1936;
  • Chimica in versi. Inorganica e organica, Signorelli, Roma 1939;
  • Satire politiche, Sonzogno, Milano 1946:
  • Opere di Alberto Cavaliere. Poesie scelte (1918-1928), Mecenate, Milano 1948;
  • Il piccolo Perrault. Nove fiabe riassunte [in versi], Genio, Milano 1948;
  • Da Cesare a Churchill (Storia d’Inghilterra), Pinetti, Milano 1950; Adiemme, Milano 1965.
  • l soldatino di piombo. Versione poetica, Piccoli, Milano 1951;
  • Poesie socialiste. Epigrammi a tutto spiano dedicati alla D.C. (perché il popolo italiano apra gli occhi e voti P.S.I.), A cura del Partito socialista italiano, Roma 1953;
  • La parola a Alberto Cavaliere, Edizioni Avanti!, Milano-Roma 1953;
  • Radiocronache rimate, Edizioni Radio italiana, Torino 1956;
  • La storia di Milano in sesta rima, Ceschina, Milano 1959;
  • Due lombardi alla prima crociata. Avventure di terra e di mare in venti episodi, Mursia, Milano 1963;
  • Cara mamma. Poesie di tutti i tempi, a cura di, Omnia, Milano 1964;
  • H2O. Chimica in versi, Mursia, Milano 1965;
  • Trattato elementare di metrica e rimario pratico della lingua italiana, Edizioni Saepes, Milano 1966;
  • E vennero i beat, Bietti, Milano 1968.

Romanzi, racconti e saggi

  • Quella villa è mia…, Roma, Vettorini, 1937; Sonzogno, Milano 1942;
  • Le frontiere dell’impossibile, Sonzogno, Milano 1942;
  • I campi della morte in Germania nel racconto di una sopravvissuta, Sonzogno, Milano 1945;
  • Il megalomane, Sonzogno, Milano 1946;
  • Racconti da Goldoni, Genio, Milano 1952.

Nota bibliografica

  • Lucio D’Ambra, Introduzione a Alberto Cavaliere – Poesie scelte (1918-1928), Mecenate Edizioni, Milano 1948.
  • In morte di Alberto Cavaliere, «La Stampa», 8 novembre 1967.
  • È morto il geniale poeta de “la chimica in versi”,  «Corriere della sera», 8 novembre 1967.
  • Arturo Zito de Leonardis, Cittanova di Curtuladi, Mit, Cosenza 1986.
  • Fania Cavaliere, Il Novecento di Fanny Kaufmann, Passigli Editore, Bagno a Ripoli (FI) 2012;
  • Alik Cavaliere, Taccuini (1960-1969), a cura di Elena Pontiggia, ABScondita, Milano 2015;
  • Antonio Orlando, Un Cavaliere errante alla Radio (1938-1954), in Introduzione ad Alberto Cavaliere, a cura di Tonino Raso, Amministrazione Comunale Cittanova, Polistena 2019.

Nota archivistica

  • Camera dei Deputati, Archivio Storico, Repubblica, Deputati, II Legislatura.

Casalinuovo, Mario

Mario Casalinuovo [Catanzaro, 18 maggio 1922 – Soverato (Catanzaro), 14 luglio 2018]

Nato da Giuseppe, avvocato, poeta, collaboratore di riviste giuridiche e di quotidiani e periodici politici, e da Giuseppina Perricone, famiglia originaria di San Vito sullo Jonio (Catanzaro), è stato un valente avvocato e politico e un esponente di spicco del Partito socialista in Calabria. Dopo avere frequentato le scuole primarie e secondarie a Catanzaro,  come il padre intraprese gli studi di giurisprudenza che dovette interrompere al terzo anno per lo scoppio della seconda guerra mondiale.
Giovane guardiamarina, fu catturato dai tedeschi presso l’isola di Brioni (Pola), e visse la drammatica esperienza della prigionia dapprima nel campo di concentramento di Markt Pongau e poi ad Imst, entrambi in Austria, senza mai cedere alle lusinghe dei nazisti e dei fascisti di Salò di combattere al loro fianco. 
Rientrato dalla prigionia nel 1945 e riprese gli studi laureandosi in giurisprudenza il  17 ottobre di quell’anno e dedicandosi subito alla  professione di avvocato penalista  e contemporaneamente all’attività politica..
Sposato con Erminia Foderaro, ebbe tre figli: Giuseppe (morto tragicamente a 16 anni in un incidente stradale), Aldo e Giuseppina. La sua attività politica iniziò dopo la fine della Seconda guerra mondiale: al ritorno in Italia (1945) si iscrisse al Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria: è l’inizio di un percorso che lo porterà a ricoprire cariche di primo piano, nel partito e nelle istituzioni. Nel 1947 aderì alla scissione di Palazzo Barberini partecipando alla nascita del PSDI di Giuseppe Saragat, nel 1959 confluì con il Muis (Movimento unitario di iniziativa socialista) nel Partito Socialista Italiano che nel congresso di Venezia aveva deliberato la sua politica autonomista motivata dal giudizio negativo sulla repressione armata dei moti di Polonia e Ungheria da parte dell’URSS. Un cammino che avrebbe portato i socialisti italiani verso la costituzione nel 1963 del primo governo di centro-sinistra con la DC. Fratello di Aldo Casalinuovo, anche lui avvocato penalista eletto nella I e nella III legislatura alla Camera dei Deputati per il Blocco della Libertà e per il Partito Monarchico Popolare, per 15 anni presidente del Consiglio Nazionale Forense.
Nel dicembre del 1965 fu eletto segretario della Federazione di Catanzaro del Psi, componente del Comitato regionale e del Comitato centrale del Partito fino allo scioglimento avvenuto nel 1994 (non prese parte al 47° Congresso del partito perché non si sentiva di dare il suo assenso alla decisione, anche se appariva fatale). Fu esponente della corrente Demartiniana prima e di quella Craxiana successivamente.
Candidato alla Camera dei Deputati nel 1968 non venne eletto per un ridotto numero di voti. Nel 1970  fu eletto alla Regione, e il 30 luglio diventò il primo presidente del Consiglio regionale della Calabria, partito con passo incerto,  che tenne le sue prime sedute nella sede dell’Amministrazione Provinciale di Catanzaro. Mantenne l’incarico fino al 1973 quando fu sostituito da Scipione Valentini.
Dal 1974 al 1979 fece parte della Commissione ministeriale per la riforma del codice di procedura penale presieduta dal professore Gian Domenico Pisapia. Nel 1975, rieletto alla Regione, divenne Assessore ai lavori pubblici alla viabilità e agli acquedotti.
Eletto deputato nelle file del Psi nelle elezioni politiche italiane del 1979 e del 1983 (VIII e IX legislatura), fu il primo deputato socialista catanzarese eletto nel secondo dopoguerra. Ricoprì l’incarico di vicepresidente del gruppo parlamentare del Psi fino al 3 luglio 1981 e, fino alla stessa data, fece parte della Commissione Giustizia della Camera dei deputati, partecipando ai più importanti dibattiti sia sui disegni di legge del Governo sia sulle proposte di legge d’iniziativa parlamentare. Fu un deputato molto attivo: firmò 122 progetti di legge e fece 128 interventi.
Segretario della Commissione parlamentare per i procedimenti d’accusa dall’11 agosto 1979 al 3 luglio 1981, presidente della Commissione igiene e sanità pubblica dal 11 agosto 1983 al 1 luglio 1987e dal 25 settembre 1985 all’1 luglio 1987. Fu nominato sottosegretario al Ministero dei Lavori Pubblici nel I e nel II Governo Spadolini (28 giugno 1981-13 novembre 1982) e Ministro dei trasporti nel V governo Fanfani (1 dicembre 1982 – 4 agosto 1983).
Per undici anni fu  presidente della Camera Penale della Provincia di Catanzaro «A. Cantafora», che fondò con altri colleghi nel 1988, e fu molto attivo nell’associazionismo forense, ricoprendo, tra l’altro, la carica di vicepresidente nazionale dell’Unione delle Camere Penali italiane dal 1992 al 1994. Fu anche giornalista pubblicista iscritto all’Ordine ed al Sindacato Giornalisti della Calabria dal 12 gennaio 1954, direttore per molti anni di «Calabria Giudiziaria», fondata nel 1919 dal padre, e collaboratore di riviste giuridiche, di quotidiani e periodici politici. Nel 1974 fu eletto vicepresidente della Federazione Nazionale della Stampa Italiana. E ancora nel 1988 era componente della giunta esecutiva nazionale.
Al suo attivo numerose pubblicazioni riguardanti l’attività professionale, l’esperienza vissuta durante la deportazione in Germania e l’attività politica della quale diede testimonianza nel suo libro Socialisti d’Italia e di Calabria (1919-1994). È deceduto a Soverato a 96 anni. Nel comune di San Mango d’Aquino esiste una via intitolata a suo nome. (Mario Saccà) © ICSAIC

Opere

  • La Calabria nell’ordinamento regionale, Editori Meridionali Riuniti, Reggio Calabria, 1975;
  • Processi, Rubbettino, Soveria Mannelli 1977;
  • 8 settembre 1943. Un episodio poco conosciuto della Marina italiana, Rubbettino, Soveria Mannelli 1997;
  • L’avvocato penale nel Novecento, Rubbettino, Soveria Mannelli 2000;
  • Riflessioni di mezzo secolo, Laruffa Editore, Reggio Calabria 2002;
  • Aldo Casalinuovo. Studi penalistici e discorsi, con Aldo jr. (a cura di), Abramo Editore, Catanzaro 2007;
  • Socialisti d’Italia e di Calabria (1919-1994,  Abramo Editore, Catanzaro 2007.

Nota bibliografica

  • Salvatore G. Santagata, Trent’anni di eccessi. Diario, dal Sud, della prima Repubblica, Rubbettino, Soveria Mannrelli 2002;
  • Enzo Cosentino, È morto a Soverato Mario Casalinuovo, primo presidente del Consiglio Regionale e socialista senza compromessi, «Il Quotidiano del Sud», 14 luglio 2018.

Brindisi, Onofrio

Onofrio Brindisi [Reggio Calabria, 11 novembre 1933 – Vibo Valentia, 3 gennaio 2004]

Primogenito di Antonio e Antonia D’Amico, commercianti, ebbe altri due fratelli. Prima della seconda guerra mondiale, la famiglia si trasferì a Polistena per motivi di lavoro. A dodici anni, nel 1946, entrò nel Seminario Vescovile di Mileto, dove completò gli studi ginnasiali. Il liceo lo frequentò nel Pontificio Seminario Regionale di Reggio Calabria, proseguendo poi, per gli studi teologici, nel Pontificio Seminario Campano in Napoli, dove si licenziò in Sacra Teologia presso la Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale. 
Il 27 luglio 1957, nella chiesa madre di Polistena, dal vescovo di Mileto mons. Vincenzo De Chiara gli fu conferita l’ordinazione sacerdotale. Iniziò subito il suo ministero come insegnante e vice rettore nel seminario diocesano, mansionario del capitolo cattedrale di Mileto, vice assistente diocesano della Giac (Gioventù Italiana di Azione Cattolica). Brillante negli studi e qualificato nella docenza, gli venne offerta una borsa di studio da parte della Sacra Congregazione sui Seminari e gli Studi Universitari per iscriversi all’Università Cattolica del Sacro Cuore, in vista di un possibile inserimento nel corpo accademico dei seminari regionali, ma la sua preferenza per il ministero parrocchiale e per il servizio ai più poveri gli fece rinunciare questa opportunità, come pure, più tardi, nel 1975, la proposta di assumere l’incarico di rettore del Pontificio Seminario Teologico Regionale di Catanzaro.
Nel 1961 il vescovo lo nominò primo parroco della nuova parrocchia Maria SS. del Rosario in Polistena, di cui prese possesso il 23 ottobre. Con giovanile entusiasmo e cuore generoso, si prodigò per adattare l’antica chiesa confraternale e le pertinenze a sede parrocchiale, a dare un rinnovato spirito comunitario al popolo che gli era stato affidato, lavorando alacremente in sintonia con i freschi orientamenti pastorali che giungevano dal Concilio Vaticano II. Dopo dieci anni di intenso ministero a Polistena, il 1° ottobre 1971, fu trasferito a Vibo Valentia come arciprete curato della chiesa collegiata di S. Maria Maggiore e San Leoluca. In questa città dedicò gli anni più fecondi della sua vita, lavorando in campo parrocchiale e diocesano, ricoprendo diversi incarichi di fiducia da parte dei vescovi, con apprezzamenti e autorevoli riconoscimenti, tra questi, il titolo onorifico di Cappellano di S.S. Paolo VI, l’8 febbraio 1976. La sua fu essenzialmente una pastorale di risposta a una società che avanzava dando spazio al primato dell’uomo, ma la cui perfezione è solo in Cristo; da qui, nella sua missione sacerdotale, il primato dato alla spiritualità, ai rapporti umani, alla creatività evangelizzatrice, alla purificazione della pietà popolare, al servizio gratuito, all’accoglienza generosa, alla cura delle vocazioni. 
All’attività di parroco, aggiunse il compito di insegnante di religione nelle scuole superiori pubbliche e, successivamente, di docente di storia della Chiesa negli Istituti Superiori di Scienze Religiose di Reggio Calabria, Vibo Valentia e Lamezia Terme. Fu inoltre assistente di Azione Cattolica, coordinatore della Commissione diocesana per l’Arte Sacra, direttore dell’ufficio per le comunicazioni sociali, membro del Consiglio Presbiterale, amministratore parrocchiale di Zammarò frazione di San Gregorio d’Ippona, cappellano della Polizia di Stato. Notevole il suo impegno quale primo presidente dell’OPE.RE.M. (Opere di Religione della Diocesi di Mileto), all’interno di questa fondazione, ente morale ecclesiastico eretto dal vescovo mons. Domenico Cortese nel 1981, furono promosse, per sua ideazione e iniziativa, varie istituzioni: la libreria «Fides», il liceo linguistico «Pentekoste», la bottega d’arte «Ora et labora», diverse cooperative per inserire i giovani nel mondo del lavoro.
Favorito dal suo ruolo istituzionale, si prodigò, con competenza e gusto, per il restauro, la salvaguardia e la valorizzazione dei beni storico-artistici; oltre i lavori seguiti per incarico diocesano, ricordiamo quelli legati direttamente al suo ufficio di parroco: la chiesa del Rosario in Polistena, il duomo di Vibo interamente restaurato e arricchito di nuove opere, l’attiguo complesso monumentale del convento domenicano completamente ristrutturato sotto la sua guida e da lui ribattezzato col nome di «Valentianum», il pregevole museo del duomo. Nel campo sociale e assistenziale promosse e curò personalmente a Vibo: la Casa di Nazaret (1977), il Samaritano (1986), la Casa di Marta (1996), la Casa Magnificat (1999), la Scuola Sociale Diaconia (1987). Nel 1973 istituì il Premio Internazionale della Testimonianza, assegnato per 25 edizioni, ogni anno, il 1° marzo, in occasione della festa del patrono di Vibo san Leoluca abate; nel 1998, per la stessa occasione, creò il «Comunitarium», con la finalità di favorire conoscenza e comunione tra le comunità ecclesiali e civili della stessa provincia.
È specifico del suo carisma e della sua vocazione la produzione letteraria, come giornalista, narratore, poeta, che andò a svilupparsi tra gli anni polistenesi e vibonesi. Ha scritto a proposito Roberto Carrabba: «Originalità neologistiche ed espressive, intimismo poetico, effusione mistica si scoprono nel pensiero di Brindisi, pensiero che anima le pagine di Vriemia, Catafratto, Don Aspreno, Le Porte del Tempo, Vento sulla Collina, e i versi di poesia religiosa Una murra con Cristo, Stabat Mater, La ballata della Trinità, Clessidra. Sono pagine di insospettabile bellezza, ove i pensieri scorrono senza mai fermarsi: com’egli stesso scrive, sono “pensieri liquidi” che scorrono “lungo la pianura dell’anima”, sgorganti come le note d’una “musica d’acqua” pura dalla fonte d’una roccia». Su L’Avvenire di Calabria e Pronto Qui Calabria, ci furono puntualmente sue rubriche. Nel 1992 fondò il giornale Diakonia, espressione del lavoro della associazione omonima e organo della comunità parrocchiale. Numerosissimi i suoi interventi, presentazioni, contributi, testimonianze in occasione di convegni ecclesiali e culturali. Per i suoi meriti letterari gli fu assegnato per due volte il Premio della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Noti gli apprezzamenti della critica, come Antonio Piromalli, Sharo Gambino, Ferdinando Castelli, Giacinto Namia. 
Negli ultimi anni, ancora dedito pienamente alla vita parrocchiale, la malattia logorò duramente il suo fisico, pur rafforzando in esemplare oblazione sacerdotale il suo cuore. Le sue esequie, partecipate da migliaia di persone, divennero una sincera espressione di affetto e gratitudine verso l’uomo. L’Amministrazione comunale di Vibo Valentia, con gesto molto meritorio e condiviso, nel 2007 dedicò al suo nome una centrale via cittadina. (Filippo Ramondino) © ICSAIC

Opere principali

  • Il Catafratto, Pellegrini, Cosenza 1970;
  • Un Diario, ovverosia un caso serio, Pellegrini, Cosenza 1971, riedito col titolo Don Aspreno, Rubbettino, Soveria Mannelli 1995;
  • Vriemia, Internazionali, Vibo Valentia 1975;
  • Le Porte del Tempo, Parallelo 38, Reggio Calabria 1978;
  • Una murra con Cristo, Laruffa, Reggio Calabria 1981;
  • Stabat Mater, Dehoniane, Napoli 1982, musicato da Aldo Limardo per le Edizioni Paoline;
  • Clessidra, Dehoniane, Napoli 1984;
  • La Ballata della Trinità, Mapograf, Vibo Valentia 1988;
  • Vento sulla collina. Un racconto di Vibo Valentia, Mapograf, Vibo Valentia 1993.

Nota bibliografica essenziale

  • Filippo Ramondino e Agostino Roberto Carrabba, Onofrio Brindisi. Sacerdote e Scrittore, Adhoc Edizioni, Vibo Valentia 2009;
  • Giovanni Russo, I Domenicani a Polistena. Il convento, la chiesa e la confraternita del Rosario, s.n., Polistena 2018;
  • Accademia Hipponiana (a cura di), Il “Dono”. Numero speciale dedicato a Mons. Onofrio Brindisi, Edizioni Hipponiana, Vibo Valentia 2007;
  • Roberto Carrabba , Onofrio Brindisi e l’Uomo mangiato, Ivi, p. 24.