Porchia, Antonio

Antonio Porchia [Conflenti (Catanzaro), 13 novembre 1885 – Buenos Aires, 9 novembre 1968]

Primo di sette figli – quattro maschi e tre femmine – nasce in una famiglia di buone condizioni economiche e sociali, ma segnata da una singolare vicenda: suo padre, Francesco, nato nel 1850, era un prete “spretato”, che abbandonò l’abito talare per una ragazza, Rosa Vescio, della quale s’innamorò pazzamente. Questa scelta estrema determinò il destino della famiglia condannata a un perenne peregrinare (“trashumancia”, la chiamerà Antonio) da una città all’altra per evitare lo scandalo e l’emarginazione sociale. Alcuni suoi parenti e uno dei suoi migliori amici, Julian Polito, hanno, invece sempre sostenuto che Antonio si è inventato tutto e che è vero che suo padre era stato educato e cresciuto in seminario, ma non manifestò mai l’intenzione di abbracciare il sacerdozio. Era un commerciante di legname e per questo aveva necessità di spostarsi da un posto all’altro e in ultimo, proprio un anno prima di morire,  si trasferì ad Avellino per ragioni strettamente legate alla sua attività. Per quale motivo Antonio abbia “inventato” tutto questo neppure i suoi amici più stretti sanno spiegarlo, forse perché gli piaceva stupire con una storia così particolare, affascinante e, sostanzialmente, innocua.
Nel 1900, ad appena cinquant’anni, suo padre muore improvvisamente e Antonio è costretto ad abbandonare gli studi per badare alla famiglia; matura così l’idea di emigrare in Argentina, progetto che si realizza nel 1902.  Partono da Napoli su una nave, la «Bulgaria»,  battente bandiera tedesca, lasciando in Italia il più piccolo dei fratelli e sbarcano a Buenos Aires. Antonio trova lavoro dapprima come manovale, poi passa a fare il cestaio e infine trova una stabile occupazione come controllore al porto. S’iscrive al sindacato e comincia a frequentare gli ambienti anarchici, aderisce alla Fora (Federation obrera regional argentina), scrive su «Organizacion Obrera», organo ufficiale del Sindacato e inizia a collaborare con una piccola rivista anarchica, «La Fragua»
Le sue poesie diventano fulminanti aforismi  e ve n’è uno che lo renderà subito famoso. «En todas partes mi lado es el izquierdo. Nacì de ese lado» («In ogni parte il mio lato è il sinistro. Sono nato da questo lato»). Nei primi anni la famiglia abita nel quartiere di Barracas, poi si trasferisce a San Telmo e nel 1918 insieme con il fratello Nicola, compra una vecchia tipografia e avvia questa nuova attività. Si distacca dal movimento anarchico e si avvicina al Sindacalismo, dedicandosi alle problematiche dei lavoratori immigrati. Nello stesso anno, grazie all’aiuto di tutti i suoi familiari, si trasferisce nel quartiere La Boca, abitato prevalentemente da italiani. Abbandonerà questa casa solo nel 1936, quando si stabilirà con l’intera famiglia allargata, in calle San Isidro al quartiere Saavedra. Per Antonio sono anni di grande fervore, di intensa attività e, soprattutto, di notevole impegno politico e letterario.  La sera, nel chiuso del suo studio, rielabora la sua giornata e dipana le “voces”, poesie, delicate e intimiste, segrete e recondite.
Nel 1936, a causa di sopraggiunte ristrettezze economiche, è costretto a vendere la bella casa di San Isidro e a trasferirsi al barrio Olivos in un appartamento più piccolo. Fino a questo momento i suoi versi sono conosciuti solo dai suoi amici più cari e, sebbene pressato da familiari e amici, non si è mai deciso a pubblicarli. Solo nel 1940, dopo aver fondato la «Asociacion de Arte y Lettras Impulso», decide finalmente a pubblicare le sue prime riflessioni in un volumetto intitolato La Fragua: Voces, che esce nel 1943  tirato in mille esemplari. Il libro passa inosservato, anzi, come racconta Roberto Juarroz, i pacchi dei libri tornarono indietro perfettamente integri. Nei primi mesi del 1946, Antonio viene a conoscenza dell’esistenza di un ente pubblico che si chiama «Sociedad Protectora de Bibliotecas Populares» che coordina una vasta rete di piccole e medie biblioteche popolari sparse in tutto il paese e invia alcune copie del libro. È un successo clamoroso e inaspettato, tanto che nel 1948 occorre fare una seconda e una terza tiratura del primo volume, mentre, in fretta e furia, viene stampato un secondo volume. Sulla prestigiosa rivista «Sur», diretta da Victoria Ocampo il critico francese Roger Caillois scrive una entusiastica recensione e invita Antonio a collaborare con la rivista. Caillois, all’insaputa di Antonio, traduce il libro in francese e non riuscendo a pubblicare Voces in volume, inserisce una parte delle poesie nella rivista annuale «Dits» e le poesie più recenti in «Le Licorne» una rivista parigina d’avanguardia. Henry Miller e Raymod Queneau restano così ammirati dalla freschezza e dalla forza di quegli aforismi che propongono al Club Frances del Libro di assegnare a Porchia per il 1949 il premio internazionale degli autori stranieri. La giuria internazionale è di parere diverso, tuttavia gli conferisce una speciale menzione e lo invita a visitare la Francia e a tenere una serie di conferenze. Antonio, onorato, stupito e allo stesso tempo, frastornato da tanto improvviso successo, risponde con una delle sue frasi taglienti: «Las distancias no hicieron nada. Todo està aqui» (Le distanze non hanno fatto nulla. Tutto è qui»). Non si muove, però, da Buenos Aires e non si muoverà mai. Si susseguono, invece, le traduzioni della sua opera all’estero, prima in Belgio nell’antologia Poesie vivante en Argentine, poi di nuovo in Francia, in Germania grazie a Fridrich Weiniger, negli Stati Uniti, a Chicago, a opera di W.S. Merwin e ultimo in Italia, soltanto nel 1979, a cura di Vincenzo Capitelli che pubblica a Milano una stringata selezione delle “voces”.
Il successo internazionale non modifica la sua ricerca, non cambiano i temi delle sue riflessioni, anzi si accentua la sua riservatezza, il suo intimismo, la sua solitudine che non è emarginazione bensì distaccata innocenza e spirituale sapienza. «Se vive con la esperanza de llegar a ser un recuerdo» («Si vive con la speranza di diventare un ricordo»), dice in un’edizione del 1959 e probabilmente pensa al suo disperato amore rubatogli da una morte atroce e repentina e a lei dedica un verso – «No ves el rio de llanto porque le falta una lagrima tuya» («Non vedi il fiume del pianto perché manca una lacrima tua») – che diventerà, negli anni Sessanta,  così celebre da essere scritto a lettere cubitali sui muri dei quartieri popolari.  La sua opera fa da traino a quella dei pittori che si erano raccolti nell’associazione «Impulso» ed ognuno di loro regala al Presidente un proprio quadro, sicché, col passare degli anni, P. forma una sua personale galleria rappresentativa della moderna pittura argentina. Quando  Petorutti, Victorica, Quinquela Martin, Castagnino, Soldi, Buttler e Corner divennero famosi e molto quotati, qualcuno suggerì ad Antonio, che non navigava in buone acque, di cominciare a vendere qualche quadro e anche in quella occasione lui rispose con una delle sue frasi al fulmicotone: «Mis cosas son muchas, y son una, si intento separarme de una» («Le mie cose sono molte e sono una, se provo a separarmi da una»).
Su insistenza di Jorge Luis Borges, che è il Presidente, Porchia accetta di entrare a far parte de la Sociedad Argentina de Escritores, ma in cambio chiede che sia lo stesso Borges a scrivere la prefazione all’ennesima edizione di Voces, verrà accontentato e Borges ne scriverà quattro di prefazioni. Dopo le lusinghiere recensioni in Francia e negli Usa molti giovani critici chiedono di intervistarlo, a fatica egli si sottopone alle domande e preferisce che a parlare siano i suoi amici più intimi, Juarroz e Pugliese. In un’intervista, rilasciata nel 1964 a Ines Malinow, parla di Dio e della fede  – «El no saber hacer supo hacer a Dios» («Non sapendo come fare seppi fare Dio») – ma accenna anche al suo sfortunato amore per una donna e afferma che, dopo la morte di quella ragazza, non è più riuscito a innamorarsi. 
Nel 1966, dopo aver festeggiato gli ottant’anni, a causa di una brutta caduta, subisce una commozione cerebrale dalla quale non si riprenderà più vivendo per mesi in uno stato di sonnolenza e di delirio. Nel marzo del 1968 viene ricoverato in ospedale per tentare di rimuovere un grumo di sangue al cervello, l’operazione riesce e si registra una certa ripresa, ma, improvvisamente, agli inizi di novembre, le condizioni peggiorano e neppure un nuovo ricovero riesce a scongiurare il peggio; la morte sopravviene all’alba del 9 novembre 1968, quando mancano venti giorni al suo ottantaduesimo compleanno. (Antonio Orlando)  ICSAIC 2020

Opere

  • Voces reunidas, Universidad Nacional Autónoma de México, Distribuciones Integrales,  Città del Messico 1999;
  • Voces reunidas, a cura di Daniel Conzàlez Dueñas, Alejandro Toledo, Angel Ros Domingo, Alción Editore, Buenos Aires 2006; ; 
  • Voix reunies, a cura di Daniel Faugeras, Eres Editore, Toulouse 2013;
  • Voci, a cura di Fabrizio Caramagna, Genesi Editore, Torino 2013;
  • Voci, a cura di Ernesto Franco, Il Melangolo, Genova 1994.

Nota bibliografica

  • Dionisio Petriella e Sara Sosa Miatello, Diccionario Biográfico Italo-Argentino, Associazione Dante Alighieri, Buenos Aires 1976, ad vocem;
  • Lo straordinario caso letterario di Antonio Porchia, emigrato calabrese in Argentina, «LiConflenti», II, 5, Conflenti, dicembre 2002;
  • Vincenzo Villella, Lo straordinario caso letterario di Antonio Porchia, Premio Letterario ”F. Mastroianni”, Platania 2004;; 
  • Vittoria Butera, Pillole di saggezza, Gezabele editore, Falerna 2004;
  • Armido Cario, Antonio Porchia e le “Voci” della coscienza, «Il Lametino», 16 settembre 2004;
  • Antonio Orlando, Storie dell’emigrazione. Antonio Porchia ovvero l’apogeo dell’aforisma, «La Riviera», giugno 2006;
  • Paolo Gasparini, Un inmigrante entre extranjeros: Antonio Porchia como “gnomon” del misterio, «Confluenze», I, 2, 2009.

Crucoli, Luigi

Luigi Crucoli (Reggio Calabria, 2 giugno 1867 – Milano, 21 gennaio 1942)   

Nacque da Orazio, insegnante elementare, e da Iole Mussola. Giovanissimo, dal 1884, a seguito del padre occupato quale maestro, dimorò per cinque anni tra  Catanzaro e Reggio. Frequentò le scuole tecniche e fece apprendistato nell’arte della stampa, senza conseguire risultati soddisfacenti. Per il suo carattere turbolento e la scarsa propensione al lavoro, venne messo alla porta da tutte le tipografie locali. Fu assunto in una fabbrica di bibite gassate.
Coniugato con Maria De Nardo, ebbe una figlia.
«Di principi sovversivi e dedito all’ozio e al vagabondaggio», secondo le fonti di polizia, nel corso della sua militanza, gli furono comminate diverse ammonizioni. La prima, 13 marzo 1887, dal pretore di Reggio in quanto indiziato di reati contro le persone e la proprietà. Al fine di sfuggire ai rigori della legge  ed evitare seccature, dopo una sosta presso i compagni di Trani, riparò in Francia e in Svizzera. Il soggiorno fu utile: contattò alcuni esponenti del socialismo europeo ed affinò le sue conoscenze dottrinarie. 
Da qualche anno, aveva avviato una collaborazione ad alcuni giornali anarchici:  l’Amico del Popolo di Napoli, la Fiaccola di Marsala, il Paria di Ancona, la Groupe cosmopolite Revolutionnnaire Socialiste di Parigi, e uno scambio di corrispondenza con socialisti, italiani, francesi e spagnoli. Nel 1885 tra i redattori del bollettino settimanale Il Piccone di Napoli e nel 1887 collaboratore dell’Humanitas di Napoli, organo comunista anarchico. Fautore della corrente antiorganizzativa, nello stesso anno fu inserito nella redazione de Il Demolitore di Napoli, diretto da Francesco Cacozza, calabrese di Fiumefreddo Bruzio, dipendente delle ferrovie, da tempo nel capoluogo partenopeo e tenace oppositore del metodo organizzativo, ritenuto uno strumento di corruzione della spontaneità ribellistica delle masse.
Temprato dalle esperienze di pubblicista, l’8 marzo 1888 (appena rientrato dall’estero), a Reggio fece uscire L’Operaio, periodico a sfondo anarchico (la  raccolta dei sette numeri è conservata nella  Nazionale di Firenze), e ben presto incalzato per i concetti, di cui si faceva portatore: abolizione della proprietà privata ed auspicio della rivoluzione socialista anarchica, 
Seguace di Bakunin, il giornale, avente come sottotitolo un motto di La Fontaine, Il nostro nemico è il nostro padrone, utilizzò una propaganda elementare,  diffondendo i postulati socialisti con articoli non tutti originali, ma scelti con cura e appropriati (Turati, 19-20 marzo, n. 2). Nella presentazione Chi siamo,  la redazione  scriveva: «presto detto, siamo lavoratori, siamo la nera falange dei miserabili torturati dalla fame […] Tutto esce dalle nostre mani, ma tutto ci vien negato». Sottoposto a una particolare censura a causa dell’arditezza e della vocazione barricadera di alcuni trafiletti (n. 6, articolo dedicato alla preparazione della dinamite), fu costretto a cessare le pubblicazioni: difficoltà finanziarie ed espletamento dell’obbligo di leva del direttore. Nell’ultimo editoriale, Non vi temo,Crucoli lanciò una precisa accusa contro le manovre repressive poste in atto nei riguardi del gerente responsabile  Francesco Spinelli, invitato a non firmare il giornale.
Chiamato dallo zio materno, emigrato in Egitto (giugno 1896), con regolare passaporto lo raggiunse al Cairo. Assieme si spostarono a Massaua, dove impiantarono una fabbrica di gassose. Nell’agosto dell’ anno successivo si  associò a Reggio ai Figli del lavoro, un aggregato d’ispirazione socialista, comprendente 100 operai, anche specializzati. Mediante una commistione sindacale e politica, la finalità dell’operazione  si prefiggeva di rimpiazzare il vecchio gruppo risalente al 1893.                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              
Nell’agosto, diede alle stampe «La Luce», periodico anticlericale, organo di rigenerazione sociale, subito preso di mira dal prefetto, temuto dalla classe borghese ed osteggiato dal clero. Schieratosi sotto la bandiera del socialismo, il giornale, nel coinvolgere i «buoni», «quali che siano le loro idee e le loro convinzioni», aspirava a  suscitare un’azione politica al di fuori di ogni modello. 
Il foglio, definito attiguo all’anarchismo e non molto osservante della linea ufficiale del partito, non fu accolto favorevolmente da alcuni ambienti socialisti. La sezione di Palmi, all’avanguardia in quegli anni, lo respinse al mittente.
Nei moti del 1898, durante una delle tante manifestazioni di protesta, fu arrestato. Accusato di eccitamento all’odio fra le classi e altri reati e condannato a 6 mesi di carcere. Di conseguenza il giornale, più volte sequestrato e anche scomunicato, dovette essere sospeso. Alla ripresa, prendendo a pretesto le condizioni dell’ambiente e il grado di cultura regionale, il taglio politico, segnato, qua e là,  da una parabola evolutiva, si accentuò maggiormente. Ultimato il congresso socialista di Roma (settembre 1900), «La Luce» si avvicinò al riformismo di Turati e nel 1901 sponsorizzò una collaborazione col partito capeggiato dall’on. Biagio Camagna, del quale aveva appoggiato la candidatura alle politiche del 1900. L’intento era  la genesi di un blocco democratico reggino contro Domenico e Demetrio Tripepi, maggiorenti conservatori, e, soprattutto, contro il cardinale Gennaro Portanova. 
Le aperture poco ortodosse lo portarono a una rottura insanabile con il circolo socialista, determinando la sua estromissione dal giornale e l’allontanamento dalla sezione (1901). Non rimase, però, inattivo: il 6 marzo 1902 stampò il settimanale «La Giovine Calabria», genericamente affine ai movimenti popolari. A guidarlo in questa mutazione politica, a parte i dubbi tra la sua formazione libertaria e l’accettazione  della prassi partitica, non mancò il legame con la massoneria. Iscritto alla loggia Stefano Romeo-Aspromonte, insieme con Eugenio Boccafurni e Davide Pompeo, socialisti della prima ora, si rese promotore di una scissione. I tre fratelli, volendo imprimere una svolta di sinistra, costituirono una nuova setta muratoria, L’Avvenire sociale.
Nel 1910 si trasferì a Milano, dove trovò un impiego presso la Biblioteca popolare di via San Barnaba. Fondatore di una società di incoraggiamento dell’istruzione popolare e dell’arte fotografica, continuò a frequentare le riunioni indette dalla Camera del lavoro. Dal 1915, dividendosi fra Reggio e Milano, mantenne una «regolare condotta politica e morale», continuata anche durante il fascismo. Tra il 1917 e il 1918, a Reggio pubblicò «L’Imparziale», atipico per la sua monotematcità, con la guerra in primo piano in tutte le pagine (usciva ogni tre o quattro giorni), mentre sottovalutava il contesto politico-amministrativo. Ostile al Camagna, vicino ai socialisti e a Bruno Surace, segretario della CdL, e alla massoneria. 
Nel 1924 fu  chiamato ad amministrare i beni dell’ex deputato popolare Nino Sales e nel  1929 fu radiato dal registro dei sovversivi. Mori a 75 anni. (Giuseppe Masi) © ICSAIC 2020

Nota bibliografica

  • Filippo Turati, Uomini della politica e della cultura, a cura di A. Schiavi, Laterza, Bari 1949, p. 160;
  • Leonardo Bettini,  Bibliografia dell’anarchismo, vol. I, CP Editrice,  Firenze 1972, ad indicem;
  • Giuseppe Masi, Per una storia della stampa socialista a Reggio Calabria. I primi giornali «Il socialista» di Cosenza e «L’Operaio» di Reggio Calabria, «Historica», XXV, 3, 1972, pp. 117-133;
  • Pier Fausto Buccellato e Marina Iaccio, Gli anarchici nell’Italia meridionale. La stampa (1869-1893), Bulzoni, Roma 1982, ad indicem;
  • Gaetano Cingari, Il partito socialista nel reggino, 1888-1908, Laruffa Editore, Reggio Calabria 1990, ad indicem
  • Giuseppe Masi, Crucoli Luigi,in Dizionario biografico degli anarchici italiani, a cura di Maurizio Antonioli, Giampietro Berti, Santi Fedele, Pasquale Iuso, vol. 1, Bfs, Pisa 2003, ad nomen;
  • Nicola Criniti, La stampa politica di Reggio Calabria e provincia (1860-1926), Rubbettino, Soveria Mannelli 2007, ad indicem;
  • Katia Massara, Rivoluzionari e migranti. Dizionario biografico degli anarchici calabresi, Bfs Edizioni, Pisa 2010, ad indicem;

Nota archivistica

  • Archivio Centrale dello Stato, Casellario Politico Centrale, busta 1549;
  • Archivio Storico di Reggio Calabria, Prefettura, Relazione 1888, Inventario 34.

Falcomatà, Italo

Italo Falcomatà (Reggio Calabria, 8 ottobre 1943 – 11 dicembre 2001]

Nacque da Bruno, fabbro ferraio, e Lucia Buda, ricamatrice, che aveva già dato alla luce quattro figli: Gaetano, Giuseppe, Marco e Tiberio. Ottenuta la Maturità al Liceo Classico «Tommaso Campanella» di Reggio Calabria, si iscrisse alla Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Messina, dove conseguì la Laurea in Lettere Classiche discutendo una tesi di Storia Contemporanea dal titolo Il Corriere di Calabria e l’opinione pubblica reggina nella Grande Guerra (1914-1918), di cui era relatore il prof. Alberto Monticone. Vincitore di concorsi a cattedra di Lettere italiane e Storia negli Istituti Magistrali e Tecnici, dopo un anno di insegnamento a Fuscaldo (Cosenza) fu docente di Italiano e Storia nell’Istituto Tecnico Industriale «Antonio Panella» di Reggio Calabria, città presso la cui Università per Stranieri «Dante Alighieri» tenne l’insegnamento di Storia dell’Italia Contemporanea. Intrapresa la carriera accademica sotto la guida del prof. Gaetano Cingari, fu docente a contratto di Storia Contemporanea nella Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Messina nell’anno accademico 1992-1993. 
Dedicatosi alle ricerche storiche, fu autore di numerosi saggi aventi per oggetto personaggi e vicende politiche, economiche e sociali del Mezzogiorno d’Italia in Età contemporanea. Nel 1978 pubblicò il volume Giuseppe De Nava. Un conservatore riformista meridionale, Editori Meridionali Riuniti, con introduzione di Gaetano Cingari, ristampato nel 2009 per la casa editrice Città del Sole di Reggio Calabria nella Collana «Italo Falcomatà, scripta et verba», curata dalla Fondazione «Italo Falcomatà», diretta da Rosa Neto Falcomatà, con prefazione di Giuseppe Caridi. La ristampa di questa biografia – rigorosa e attenta ricostruzione storica non solo dell’illustre uomo politico ma anche del contesto in cui visse e operò – appare per diversi aspetti di stringente attualità poiché a distanza di oltre un quarantennio permangono tuttora irrisolte le varie questioni affrontate da De Nava, primo reggino ad avere ricoperto incarichi ministeriali nel governo italiano. Le principali problematiche con cui dovette misurarsi De Nava, già evidenziate da Cingari nella introduzione alla prima edizione, stanno infatti alla base delle discrasie che ancora oggi separano la Calabria dalle regioni centro-settentrionali. La pubblicazione di questo volume valse a Falcomatà il conferimento del prestigioso premio Sila.
Nel 1990 diede alle stampe per l’editore Bulzoni di Roma il volume Democrazia repubblicana in Calabria. Gaetano Sardiello, in cui, come nella precedente biografia, l’Autore incentra l’attenzione sia sul personaggio sia sulle complesse questioni da lui affrontate durante il proficuo percorso politico. In comune con De Nava, Sardiello, oltre ai natali reggini, aveva l’onestà intellettuale, il rigore morale e la visione liberale e illuminata dell’azione politica, tutte doti che Falcomatà, pur di diverso orientamento ideologico, dimostrò di ammirare profondamente e ritenne quindi opportuno mettere in evidenza quale modello comportamentale da additare ai lettori e alle giovani generazioni in periodi caratterizzati dalla crescente corruzione che aveva contaminato la politica, aberrazione della quale si sarebbe venuti a conoscenza in modo clamoroso agli inizi degli anni Novanta a livello nazionale con le inchieste di «Mani pulite» e le condanne di tangentopoli e a livello locale con lo scandalo originato dalle «fioriere d’oro» e culminato con gli arresti di numerosi amministratori reggini, ritenuti colpevoli di peculato. Un argomento del quale Falcomatà si occupò diffusamente in alcuni saggi fu la Grande Reggio, istituita nel 1927 su iniziativa dell’ammiraglio Giuseppe Genovese Zerbi, podestà al quale ha pure dedicato altri studi.
Collaborò con pregevoli articoli alle Riviste «Historica», «La Procellaria», «Argomenti meridionali» e, per la qualità delle sue ricerche, su proposta unanime del Consiglio Direttivo fu inserito tra i Deputati della Deputazione di Storia Patria per la Calabria; ha fatto parte della Giuria dei Premi Rhegium Julii e ha, a sua volta, ricevuto importanti premi e riconoscimenti, tra cui il Premio Anassilaos, il Premio Scilla e Cariddi, il Premio Unione Nazionale Scrittori, il Premio Calabria, il Premio Calabresi nel mondo.
La sua carriera politica ha avuto inizio quando, ancora adolescente, aderì alla Federazione Giovanile Comunista Italiana per passare poi nelle fila di quel Partito, di cui è stato un brillante intellettuale e un esponente di primo piano, ricoprendo importanti cariche pubbliche e istituzionali. Fu segretario della sezione reggina «Girasole» del Pci-Ds dal 1974 al 1982, componente del Direttivo provinciale e del Consiglio nazionale dei DS, componente del Comitato Stato-Città. Nel 1980 fu eletto al Consiglio comunale di Reggio Calabria, nelle cui sedute, alle quali partecipava assiduamente, si segnalò per la grande attenzione dedicata ai problemi delle periferie. Fu candidato nella Circoscrizione calabrese alla Camera dei Deputati per il Pci nel 1983 e per il Pds nel 1992, risultando tra i primi dei non eletti e riscuotendo in entrambe le competizioni un notevole consenso nella città di Reggio.
Il 28 novembre 1993, nel primo Consiglio Comunale svoltosi dopo l’intervento giudiziario per gli scandali amministrativi, fu eletto sindaco di Reggio Calabria. Durante questo suo primo mandato, dimostrò le sue eccellenti doti diplomatiche, riuscendo a evitare lo scioglimento del Consiglio Comunale a causa delle dimissioni del precedente sindaco Giuseppe Reale. Candidato in una coalizione di centrosinistra, nelle elezioni dell’aprile 1997 fu rieletto sindaco direttamente dal popolo sconfiggendo Antonino Monorchio, candidato del Polo delle Libertà. Malgrado fosse privo della maggioranza in Consiglio Comunale – grazie alle già citate qualità di abile mediatore – fu ugualmente in grado di portare a termine il suo mandato e di utilizzare i fondi  del Decreto Reggio, da anni inevasi, per il risanamento e l’abbellimento urbanistico della città che fu dotata di uno splendido Lungomare, successivamente a lui intitolato.
Ricandidatosi a sindaco, nell’aprile 2001 fu rieletto al primo turno con il 56% dei voti su Antonio Franco, candidato di Alleanza Nazionale. Nel luglio dello stesso anno rivelò ai suoi concittadini di essere affetto da leucemia, malattia che ne avrebbe provocato la morte l’11 dicembre 2011, strappandolo prematuramente all’affetto della moglie Rosetta e dei figli Valeria e Giuseppe. Del suo decesso, che ha destato profonda commozione, hanno dato notizia anche i principali organi di stampa nazionale: «Ha sperato, ha lottato, ha sofferto in silenzio per cinque mesi. E in silenzio se n’è andato Italo Falcomatà, il sindaco del riscatto di Reggio – ha scritto ad esempio su “la Repubblica” Pantaleone Sergi – il più popolare e amato dalla gente, il più votato. La notizia della morte rimbalzata da Roma, la città l’apprende e ammutolisce». 
Per la riqualificazione urbanistica e il rinnovamento morale e politico da lui promossi, il periodo in cui è stato sindaco della città viene comunemente ricordato come «la primavera di Reggio». Nel 2014, sulle orme del padre, il figlio Giuseppe è stato eletto sindaco di Reggio Calabria. (Giuseppe Caridi) © ICSAIC 2020

Opere

  • Giuseppe De Nava. Un conservatore riformista meridionale, Editori Meridionali Riuniti, Reggio Calabria 1978 (II. ed. Città del Sole, Reggio Calabria 2009);
  • Democrazia repubblicana in Calabria. Gaetano Sardiello (1890-1985), Bulzoni, Roma 1990;
  • La penna e la voce. Scritti storico-politici 1977-1990, Città del Sole, Reggio Calabria 2010;
  • Il “Corriere di Calabria” e l’opinione pubblica reggina nella Grande Guerra (1914-1918), Città del Sole, Reggio Calabria 2014;

Nota bibliografica

  • Pantaleone Sergi, Reggio Calabria: è morto il sindaco Italo Falcomatà, in «la Repubblica», 12 dicembre 2001;
  • Patrizia Labate, Sindaco…grazie! Italo Falcomatà raccontato dai suoi cittadini, Città del Sole, Reggio Calabria 2003;
  • Costanza Pera, L’uomo del disordine. Ricordo di Italo Falcomatà, Città del Sole, Reggio Calabria 2005;
  • Oscar Gaspari, Rosario Forlenza, Santo Cruciani, Storie di sindaci per la storia d’Italia, Donzelli, Roma 2009;
  • Giuseppe Caridi, Prefazione, in Italo Falcomatà, Giuseppe De NavaUn conservatore riformista meridionale,Città del Sole, Reggio Calabria 2009².
  • …e a Reggio sbocciò la Primavera, Città del Sole, Reggio Calabria 2012.

Giudiceandrea, Giovambattista Tommaso

Giovambattista Tommaso Giudiceandrea [Calopezzati (Cosenza ) 24 giugno 1931 – Cosenza, 28 aprile 2015]

Trascorre la sua infanzia a Rossano, dove la sua numerosa famiglia – composta dai genitori Edoardo e Angelina e dai fratelli Giuseppe, Epifanio, Fausto, Nella, Maria e Andrea (il più piccolo, che morirà per avere ingoiato delle pillole di chinino) – si era stabilita intorno al 1936 dopo il fallimento della Cassa rurale di Calopezzati della quale suo padre era uno dei fondatori.
Sin da piccolo è un osservatore curioso del mondo e ben presto comincia a rendersi conto delle diseguaglianze sociali che dominano la sua realtà e condizionano la vita di molti suoi conoscenti: «Ero solo un bambino, ma avvertivo chiaramente che a quella gente era riservato un destino assai ingiusto», scriverà infatti in seguito. Ad alimentare in lui i primi dubbi sul regime fascista saranno anche i ribelli etiopi confinati a Longobucco, dove, in casa del nonno, medico condotto, trascorre le sue estati; «Attraverso i confinati e le loro storie giungevano a noi ragazzi, e non solo a noi, fatti che ci davano la sensazione, sia pur vaga, che il fascismo non doveva essere tanto perfetto e forte come voleva apparire, se aveva tanti oppositori».
Nel 1940 si trasferisce con la famiglia a Garian, in Libia, dove si era stabilito suo padre arruolatosi come volontario nell’esercito italiano e dove il piccolo Giovambattista Tommaso rimarrà fino all’anno successivo, per poi tornare a Rossano dove completerà i suoi studi conseguendo la maturità classica. Sempre a Rossano si avvicina al Pci, che vi aveva aperto una sezione nel 1944 frequentata dal fratello Giuseppe, alla quale Giovambattista si iscriverà nel 1948, non ancora diciottenne. Evidentemente viene subito notato dai funzionari di partito, tanto che nell’estate di quell’anno viene incaricato dalla Federazione comunista cosentina di costituire la sezione della Federazione giovanile, della quale sarà poi il primo segretario. Decide allora che quella è la sua strada e nel 1950 rinuncia a proseguire gli studi in giurisprudenza provocando nella sua famiglia sgomento e preoccupazione, accanto alla segreta speranza che il suo sia solo un fuoco di paglia destinato ben presto a spegnersi.
Concepiva allora la politica – e così continuerà sempre a considerarla – «come un impegno di partecipazione alle lotte, in quegli anni assai acute, per affermare i principi di pace, di libertà e di emancipazione che mi sembravano e mi sembrano tuttora tanto impellenti ed irrinunciabili». 
In Federazione conosce Rita Pisano, già affermata dirigente del partito, che sarà sua compagna di vita e di lotta. Intanto, viene mandato dal partito alla Scuola centrale della Fgci di Milano, che frequenta tra il 1950 e il 1951. A Cosenza vive assieme ad altri compagni nei dormitori dello stabile occupato dalla Camera Confederale del Lavoro e consuma i pasti alla mensa popolare di Viale Trieste, in una condizione di «dignitosa povertà» accettata senza rimpianti. Lavora instancabilmente tentando di costituire una sezione della Fgci in ogni paese della provincia nel quale è presente una sezione del partito e subisce intanto i primi arresti per avere partecipato a manifestazioni non autorizzate (come avviene nel 1951, quando, in occasione dell’arrivo a Cosenza di un battaglione di soldati di leva, viene fermato mentre distribuisce manifestini pacifisti assieme a Rita Pisano e rimane in carcere per un paio di giorni) e per avere organizzato comizi e raccolte di firme contro la guerra e le bombe atomiche, per il disarmo e l’applicazione dei decreti Gullo; proprio in questo periodo, con i contadini della Presila, esasperati dall’arroganza dei proprietari e dalla sete di giustizia, organizza una «marcia della fame» che fa affluire a Cosenza centinaia di contadini con a capo una delegazione composta da tutti i sindaci comunisti della zona. 
Intanto il suo rapporto con Rita Pisano si rafforza, tanto che i due si sposeranno con rito civile nel Municipio di Pedace il 16 gennaio 1954. La loro unione, dalla quale nasceranno Angelina Ethel (la primogenita, chiamata poi semplicemente Ethel in onore della Rosenberg giustiziata negli Stati Uniti assieme a suo marito con l’accusa di essere una spia sovietica), Maria, Andreina, Edoardo Antonello, Agatina Sandra e Giuseppe, sarà lunga e felice. Con sua moglie Giovambattista condividerà affetti, amicizie e passione politica, vivendo un’intesa profonda che li vedrà sempre insieme anche di fronte alle scelte più difficili. Il matrimonio viene subìto dalla famiglia Giudiceandrea, che non crede in quell’unione e che crede che essa possa significare per il ragazzo la rinuncia definitiva alla laurea. Quell’iniziale opposizione dei suoi familiari gli provoca una grande amarezza, assieme a una «sensazione di slealtà verso le persone che mi appartenevano, che mi amavano e che amavo» e dalle quali – tuttavia – «dovevo acquistare una autonomia che la vita impone a tutti». I primi tempi sono particolarmente duri, anche sotto l’aspetto economico; lui e Rita condividono una modesta abitazione, ricavata da alcuni locali della Camera del Lavoro, con una coppia di compagni marchigiani, Ferdinando (detto Nino) Cavatassi e Maria Santiloni. In questo periodo Tommaso (come veniva generalmente chiamato) lascia la guida della Fgci e fa il suo ingresso nel Comitato federale comunista provinciale.
Nel 1956, dopo la celebrazione del XX Congresso del PCUS, le rivelazioni di Chruscev e la speranza della destalinizzazione, arrivano l’invasione della Cecoslovacchia e le repressioni sovietiche seguite alla rivolta polacca e a quella ungherese, che i due coniugi vivono in maniera diversa: mentre lei continua ad avere fiducia nel partito, lui comincia a nutrire le prime perplessità sul sistema e sulla gestione del potere comunista, tanto da cominciare a mettere in dubbio anche il suo ruolo di funzionario di partito e a pensare che il socialismo «se non si fosse rinnovato sarebbe crollato». Tuttavia prosegue nel suo impegno e nel 1963 sostituisce Gino Picciotto, eletto alla Camera dei deputati, alla guida della Federazione comunista cosentina. Divenuto segretario, l’anno successivo lascia l’incarico di consigliere provinciale e, assieme ai compagni del gruppo comunista, occupa la sede del Consiglio comunale di Cosenza, venendo denunciato, rinviato a giudizio e quindi assolto – assieme a Franco Ambrogio e a Giuseppe Carratta – dall’accusa di avere esposto su un edificio pubblico la bandiera di uno Stato straniero, che era invece quella rossa della Federazione provinciale del Pci.
Nel 1967 si dimette dall’incarico di segretario per concedersi quello che lui stesso definisce «un periodo di “riposo”», durante il quale riprende gli studi per partecipare al concorso magistrale, che sostiene e supera risultando primo fra circa diecimila candidati grazie al diploma magistrale ottenuto nel 1949; «quel titolo di studio – rifletterà successivamente – che allora mi sembrava aggiuntivo e superfluo, ma che 27 anni dopo si rivelò utilissimo quando mi trovai a decidere di interrompere il mio rapporto di funzionario di partito».
Il suo impegno si volge quindi verso la costituzione del sindacato della scuola sotto la sigla della Cgil, che in pochi mesi raccoglie centinaia di adesioni. Inizia a svolgere il suo nuovo lavoro di maestro elementare nell’autunno del 1965. Insegna in piccole frazioni dei comuni di Longobucco, Aprigliano e Acri, dove sperimenta metodi pedagogici moderni prima che gli venga assegnata una cattedra a Cosenza, dove sceglie la sede del «Villaggio del Fanciullo», un centro che ospitava bambini appartenenti a famiglie in difficoltà con annessa scuola elementare; contemporaneamente, inizia a preparare i candidati alla prova scritta del concorso magistrale.
I rapporti con il partito, intanto, diventano sempre più freddi e viene estromesso da tutti gli organismi dirigenti, così come sua moglie negli stessi anni. Il culmine viene raggiunto nel 1975, quando entrambi vengono espulsi per essersi opposti alla non riconferma di Rita Pisano come candidata sindaco alle elezioni amministrative del comune di Pedace. Lo scontro con la Federazione cosentina porta al distacco della sezione pedacese – che sosteneva la Pisano – dal partito e alla nascita del Movimento per il volto umano del comunismo, che nel nome e nei propositi si rifaceva all’esperimento di democrazia socialista tentato da Alexander Dubcek durante la primavera di Praga.
Rimasto vedovo nel gennaio 1984, si risposa dopo qualche anno, con il consenso dei figli, con Nina Radoni, figlia di una sorella di Rita, che aveva vissuto sin da piccola in casa Giudiceandrea dopo essere rimasta orfana di padre. Nel 1988 viene eletto sindaco di Calopezzati e guida una coalizione che comprende comunisti e socialisti; riconfermato, rimane in carica fino al 1997. Durante i suoi mandati svolge un’intensa azione di razionalizzazione e miglioramento dei servizi, di costruzione di opere pubbliche e risanamento dei bilanci comunali, riservando al tempo stesso una grande attenzione al rispetto dell’ambiente e ai diritti di tutti i cittadini.
Favorevole alla svolta della Bolognina, promuove un’azione di sostegno al progetto di Achille Occhetto, aderisce al Pds e partecipa al congresso della provincia di Cosenza, occasione durante la quale viene reintegrato negli organismi dirigenti. Negli ultimi anni continua a scrivere su diverse riviste, si dedica al rilancio dell’attività del partito nel rossanese e partecipa intensamente alla vita di varie associazioni culturali, nonostante le sue precarie condizioni di salute. Prima di morire, lascia ai suoi figli una raccolta di lettere in due volumi, una sorta di testamento spirituale nel quale ripercorre la sua vita raccontandosi con grande sincerità.
La sala Consiliare del comune di Calopezzati porta suo nome (Katia Massara) © ICSAIC 2020

Opere

  • Lettere ai figli, Calabria Letteraria Editrice, Soveria Mannelli 1998;
  • Lettere ai figli 2a parte, , Associazione Culturale Brutium, Cosenza 2012;
  • Idee per la Sinistra. Antologia di scritti, Progetto 2000, Cosenza 2019.

Nota bibliografica

  • Morto Giovanbattista Tommaso Giudiceandrea, «NuovaCosenza.com», 28 aprile 15 (http://www.nuovacosenza.com/politica/15/apr/28/giudiceandrea.html).

Gradilone, Alfredo

Alfredo Gradilone [Rossano (Cosenza), 10 maggio 1889 – Roma, 15 ottobre 1972]

Nacque da Gennaro, noto commerciante rossanese, e da Emilia Mauro di Cassano Jonio. Fece gli studi classici al Ginnasio della sua città e successivamente al Liceo Telesio di Cosenza, dove fu discepolo di Nicola Misasi e conseguì la maturità. Dopo la maturità, andò a studiare inizialmente presso l’Università Libera di Macerata, seguendo i corsi di Giurisprudenza. Poi, assecondando le sue inclinazioni letterarie, tralasciò gli studi giuridici e s’iscrisse alla Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Napoli, dove si laureò in Lettere. Si sposò ed ebbe due figlie. Giovanissimo si affermò nel giornalismo calabrese e meridionale per la conoscenza dei maggiori problemi economici, sociali e culturali della Regione e per un vivace spirito polemico compiendo, negli anni dal 1910 al 1924, un’esperienza che lo mise a contatto con i più importanti uomini politici, scrittori e pubblicisti del tempo. 
Partecipò alla guerra 1915-18 come ufficiale di fanteria guadagnandosi una medaglia al valore e conseguendo poi l’onorificenza di Cavaliere di Vittorio Veneto. Entrò nell’Amministrazione dello Stato con importanti incarichi di carattere giornalistico, al Ministero delle Corporazioni, quale redattore di «Sindacato e Corporazioni» e poi al Ministero del Lavoro e della Previdenza Sociale con le mansioni di Capo dell’Ufficio Stampa, di Direttore della Biblioteca e collaboratore fisso del periodico «Rassegna del Lavoro».
Tra il 1924 e il 1930 la sua attività giornalistica s’intensificò e si manifestò non solo in Italia, ma anche all’estero, in qualità di corrispondente. Gradilone collaborò con articoli letterari, ma anche su temi economici, al quotidiano «La Patria degli Italiani» di Buenos Aires, ai quotidiani «Fanfulla» e «Il Piccolo» di San Paolo del Brasile e a «Il Tempo» di New York. Un significativo apporto diede anche al giornalismo locale, quale redattore della «Nuova Rossano»: su questo foglio Gradilone scrisse per molti anni (dal 1910 al 1924), commentando avvenimenti cittadini, regionali e nazionali. Grande attenzione riservò sempre ai temi sociali, denunciando le condizioni di arretratezza delle popolazioni meridionali e affermando la necessità di assicurare al Mezzogiorno la più grande attenzione da parte dello Stato. Egli riteneva molto importante il compito delle élites politico culturali; e contrapponeva un suo «socialismo riformatore» a ogni spirito rivoluzionario. Fu accusato per questo di essere «retrivo e reazionario e contro le sante rivendicazioni proletarie», ma egli si difese respingendo tale accusa e ribadendo la sua posizione liberale e democratica. Fa notare Costantino Marco che «l’emersione e l’affermazione del movimento fascista trovarono in intellettuali come il Gradilone quanto meno una benevola aspettativa di riscatto nazionale,ed anche regionale». Il fascismo, infatti, «gli apparve come una forma di socialismo capace di fronteggiare il pericolo rivoluzionario  da una parte e la borghesia capitalistica dall’altra, di promuovere il risollevamento materiale del popolo e di recuperare i valori risorgimentali compromessi dal giolittismo» (Sapia), e tutto questo determinò la sua adesione al Pnf. Ma alla speranza seguì la delusione, per cui prese a criticare il fascismo e, nel luglio del 1923, fu espulso dal partito.
Oltre che al giornalismo, si dedicò anche all’attività letteraria. Negli anni della sua gioventù dominava incontrastata nelle lettere italiane la triade Carducci-Pascoli-D’Annunzio, e anche Gradilone fece le sue esperienze di poeta e scrittore in prosa, attenendosi ai modelli dei tre scrittori tardo-ottocenteschi. Iniziò le sue prime prove con un volume di versi, il cui titolo, Sulle strade della vita e del sogno è di per sé significativo per comprenderne la sostanza lirica e in particolare le manifeste suggestioni ispirative. Seguirono due romanzi: Oltre la vita (1925) e L’altra passione(1930), di forte contenuto drammatico e notevoli per l’approfondimento psicologico, la cui scrittura risente in modo evidente del modello dannunziano.
Gradilone scrittore fu attratto anche dai temi filosofici e sociali e fu affascinato dalle correnti positivistiche dello scientismo. Si ricorda a tal proposito il saggio «Il mito di Cristo» (1920),che ha per argomento un’interpretazione critica delle origini del Cristianesimo. Ma egli fu fondamentalmente un letterato e come tale seguì l’evoluzione dalla letteratura alla politica propria del mito nazionalistico di Alfredo Oriani e di Enrico Corradini che fecero della nazione un’entità metafisica alla quale riportare i destini di ognuno e di tutti, e nella quale riposava lo stesso diritto.
La permanenza nelle Amministrazioni statali lo rese sensibile alle problematiche giuridiche, economiche e sociali. Nel 1942 diede alle stampe a Firenze un volume dal titolo Bibliografia sindacale e Corporativa, che con le sue oltre mille pagine, si presentava come un repertorio di tutta la produzione italiana e straniera relativa ai problemi del lavoro e del movimento operaio. Il contatto con questa vasta produzione lo spinse a scrivere un’opera di grande mole: la Storia del Sindacalismo, realizzata attraverso una collana di sette volumi (oltre 3000 pagine), edita dalla casa editrice Giuffrè di Milano, tra il 1957 e il 1969. I paesi cui l’opera presta minuziosa attenzione sono di grandissimo rilievo politico: l’Inghilterra, la Francia, la Germania, la Russia, gli Stati Uniti, oltre, naturalmente all’Italia. L’opera fu vista subito come una vera e propria novità editoriale ed ebbe molta fortuna come testo universitario, considerato anche il fatto che Gradilone era stato anche docente di Diritto del Lavoro. «È stato mio intendimento» – scrive lo stesso Gradilone nella presentazione del I volume – «seguire il movimento sindacale, inquadrandolo nel contemporaneo clima politico ed economico, cioè nel clima storico […]. Ma la storia del sindacalismo moderno ha avuto e ha stretti legami con la storia del diritto del lavoro e del diritto sociale, e anche quest’ultimo nesso ho cercato di mettere in risalto per ogni particolare ragguaglio ai fini del diritto comparato».
L’opera a cui rimane legata indissolubilmente la fama di Gradilone, tuttavia, è la sua Storia di Rossano, della quale si hanno, a distanza di quarant’anni l’una dall’altra, due edizioni. La prima edizione fu pubblicata a Roma nel 1926 ed ebbe il plauso incondizionato dello storico Pietro Fedele, all’epoca ministro della Pubblica Istruzione, che la definì un lavoro di prim’ordine». La seconda edizione (1967), non è affatto una ristampa pura e semplice della prima , in quanto – come scrive l’autore stesso nella prefazione, «l’opera, omesse alcune parti e varie ripetizioni, ha guadagnato considerevolmente di concretezza, essendovi stato utilizzato e rielaborato un copioso materiale documentativo per circa trecento pagine». Il corposo volume si articola in 17 capitoli, per 902 pagine complessive, e sviluppa un excursus storico che va dalle origini, fra il mito e la storia,fino ai giorni dell’Unità nazionale, attraverso i secoli di dominio magno greco, romano, bizantino, normanno e poi svevo e angioino, spagnolo, francese, borbonico. Ma tutto è visto non con l’obiettivo puntato sulla sola Rossano e paesi vicini, ma con un grandangolare che gli ha permesso di inquadrare la storia della sua città in quella più vasta della nazione: cosicché «lungi dall’essere un’opera locale, che possa cioè interessare e soddisfare il campanile, la Storia di Rossano è la storia d’Italia vista da Rossano» (Gambino). Una storia ricca di avvenimenti, di personaggi di rilievo nel campo religioso (potentemente scolpita la figura di San Nilo), della politica, dell’economia, dell’arte, per la cui ricostruzione si avvalse di una vastità di fonti storiche e d’archivio, che usa per le sue citazioni. Per quest’ultima opera e per la sua produzione letteraria nel suo complesso, gli furono assegnati il Premio Città di Palermo nel 1967 e il Premio della Cultura della Presidenza del Consiglio, nel 1970.
Dopo una vita tutta dedita allo studio e alla ricerca, morì a Roma, all’età di 83 anni. Nel 1988 il Comune di Rossano gli ha intestato una strada allo Scalo e nel 2008 gli è stato intitolato l’Istituto Tecnico Commerciale di Rossano. (Franco Liguori) © ICSAIC 2020

Opere

  • La canzone dell’occulta (poemetto), Tipografia “Il Giornale di Calabria”, Cosenza 1912;
  • Il mito di Cristo (saggio), Ed. Rinascenza, Sampierdarena 1920;
  • Sulle strade della vita e del sogno (poesie), Ed. Rinascenza, Sampierdarena 1920;
  • Oltre la vita  (romanzo), Gruppo Editoriale, Genova 1925;
  • Storia di Rossano, Pallotta, Roma 1926 (II ed. riveduta e ampliata, Mit, Cosenza 1967);
  • L’altra passione (romanzo), Casa Editrice Nazionale, Genova 1930;
  • Bibliografia sindacale corporativa, Istituto Nazionale di Cultura Fascista, Roma 1942;
  • Storia del Sindacalismo (7 volumi), Giuffrè, Milano 1957-1969.

Nota bibliografica

  • Sharo Gambino, La Storia di Rossano di Alfredo Gradilone, «Calabria Letteraria», 1967;
  • Luigi Renzo, Viaggio nella storia di Rossano. Curiosità, fatti, personaggi, Studio Zeta, Rossano 1988, p. 49;
  • Mario Rizzo, Rossano. Persone, personaggi e curiosità, Edizione Libreria Manzoni, Rossano 1995, pp. 65-68;
  • Costantino Marco, L’impegno di Alfredo Gradilone giornalista fra la Grande Guerra e il Fascismo, in Fulvio Mazza (a cura di), Rossano. Storia Cultura Economia, Rubbettino, Soveria Mannelli 1996, pp. 268-276;
  • Costantino Marco, Gradilone storiografo di Rossano e del sindacato, in F. Mazza (a cura di), Rossano cit., pp. 276-281;
  • Giovanni Sapia, Una vita per la Città. Alfredo Gradilone, in Rossano tra storia e memoria, Ed. Libreria Aurora, Corigliano Calabro 2001, pp. 123-129;
  • Gustavo Valente, Dizionario bibliografico biografico geografico storico, vol. II, p. 443, Edizioni Geometra, Cosenza 2006;
  • Giovanni Sapia, Intervento in occasione dell’intitolazione ad A. Gradilone dell’Istituto Tecnico Commerciale di Rossano, «Corriere della Sibaritide», XXXII, 9-10, 2008, pp. 5-6;
  • Salvatore Bugliaro, Dizionario degli scrittori rossanesi dal Medioevo ad oggi, Ferrari Editore, Rossano 2009, pp. 177-179;
  • Mario Sapia (a cura di), Atti dell’intitolazione dell’Istituto Tecnico Commerciale Statale di Rossano ad Alfredo Gradilone, Grafosud, Rossano 2009;
  • Franco Carlino, Lo storico rossanese Alfredo Gradilone, personalità di rilievo nel panorama culturale calabrese, Weboggi.it, 24 luglio 2018.

Misiano, Francesco

Francesco Misiano [Ardore (Reggio Calabria), 26 giugno 1884 – Mosca 16 agosto 1936] 

Nacque in una modesta famiglia da Giuseppe e da Carolina Zagarese: il padre era un sarto che, da autodidatta, dava consigli legali ai contadini della zona, la madre una insegnante-istitutrice. Secondo di cinque figli, passò l’adolescenza a Palizzi dove la madre insegnava. Studiò nel collegio francescano di Assisi. Si diplomò ragioniere. Nel 1907 fu assunto dalle Ferrovie e si trasferì a Napoli dove l’anno successivo aderì al Partito socialista. Nel 1911 fu iniziato alla massoneria nella Loggia Giovanni Bovio che, con coerenza politica, abbandonò tre anni dopo scegliendo di restare nel partito dopo il congresso socialista di Ancona, dove si schierò con la frazione intransigente, contraria a una partecipazione del partito al governo. Sempre nel 1911 sposò Maria Conti, una maestra elementare, dalla quale ebbe tre figli: Carolina, Ornella e Walter. 
Nel giugno 1914, come segretario della sezione socialista, assieme ad Amadeo Bordiga appoggiò lo sciopero generale a sostegno della «settimana rossa» di protesta contro la guerra. Furono entrambi licenziati. Si dedicò allora totalmente al partito. Divenne corrispondente dell’«Avanti!» e fu inviato a Torino per dirigere la sezione del sindacato ferrovieri. Nel capoluogo piemontese subì un arresto nel corso di una manifestazione antimilitarista e pacifista. Scoppiata la guerra fece domanda di entrare, come suo diritto, nella scuola allievi ufficiali, ma gli furono sbarrate le porte dopo una relazione “negativa” del Prefetto. Subì anche un internamento in manicomio, ma il 13 maggio, la notte prima di partire per il fronte s’allontanò dalla caserma per salutare moglie e figlie e fu dichiarato disertore. Fuggì dall’Italia e fu condannato in contumacia. A Zurigo, dove riparò per evitare la fucilazione, entrò in contatto con altri disertori italiani, tra cui Bruno Misefari, l’«Anarchico di Calabria». Nella Confederazione elvetica collaborò con il Partito socialista svizzero e dal 1916 al 1918, sostituendoAngelica Balabanoff, diresse il settimanale «L’Avvenire del Lavoratore», giornale fondato nel 1898. Sulle pagine del periodico avviò una campagna pacifista difendendo la neutralità del paese contro i reazionari elvetici. In quel periodo conobbe Lenin che, assieme alla Balabanoff pensava a una nuova Internazionale socialista. Nel 1918, però, in un fiume e nella sede de «L’Avvenire», furono ritrovate alcune bombe e le autorità zurighesi procedettero al suo fermo. La sua situazione in Svizzera divenne precaria e si allontanò dal Paese, chiamato a Mosca da Lenin per dirigere un giornale dedicato ai volontari italiani in Russia. Si fermò in Germania. E nel gennaio successivo si trovò coinvolto nei moti comunisti e spartachisti di Berlino. Ferito e catturato durante la difesa del «Vorwarts», l’organo del Partito socialdemocratico tedesco, fu condannato a dieci mesi di reclusione nel carcere di Moabit. Venne rimesso in libertà grazie all’intervento di Gustavo Sacerdote, corrispondente dell’«Avanti!» da Berlino che, su sollecitazione di Oddino Morgari, fece pressioni sul governo socialdemocratico tedesco. Scarcerato, Misiano non poté rientrare a Zurigo poiché, nel frattempo, era stato espulso dal Paese da parte del Consiglio federale «per aver messo in pericolo la sicurezza della Svizzera».
Il Partito socialista, allora, nelle elezioni del 1919 lo candidò sia Napoli e sia Torino: Primo degli eletti in entrambi i collegi optò per la circoscrizione piemontese, lasciando il seggio di Napoli a Bruno Buozzi. Rientrato in Italia dopo l’amnistia, nella notte fra il e 1’8 dicembre del 1919, contro di lui si scatenò una violenta campagna persecutoria. Legato da profonda amicizia con Bordiga, partecipò al Congresso socialista di Livorno del 1921 e si schierò per la fondazione del Partito Comunista d’Italia (PCd’I). 
Come rappresentante dei massimalisti di sinistra fu incluso nel comitato centrale del nuovo partito, e nella consultazione elettorale del maggio successivo, la sua candidatura fu riproposta nei collegi di Napoli e Torino: risultò il più votato a Torino con 52.893 preferenze, mentre a Napoli, dove riportò 3.570 preferenze, il partito non raggiunse il quorum. Misiano oltre alla carica di parlamentare accettò quella di segretario della Camera del lavoro di Napoli. E in questa veste sostenne il movimento contro il caroviveri e appoggiò l’occupazione delle fabbriche anche attraverso la collaborazione con il giornale «Il Soviet» di Bordiga. Durante la seduta inaugurale della legislatura, il 13 giugno, a Montecitorio fu aggredito e percosso da un gruppo di deputati fascisti, guidati da Farinacci. Fuori dalla Camera, Misiano fu aggredito nuovamente dagli squadristi e, rasato, imbrattato di vernice e sputacchiato, fu costretto a sfilare nel centro di Roma con un cartello al collo. Antonio Gramsci definì l’episodio «nauseante», un atto «di pura e semplice delinquenza». Misiano, di fatto, divenne bersaglio delle scorrerie fasciste, innescate da Gabriele D’Annunzio contro le cui posizioni interventiste nel 1920 aveva cercato di sollevare la popolazione di Fiume: D’Annunzio emise un “ordine” nei suoi confronti, una sorta di condanna a morte da infliggersi «a ferro freddo», cioè all’istante, da parte dei suoi legionari. Nonostante l’amnistia del presidente Nitti, per i suoi trascorsi di disertore fu condannato dal Tribunale di Milano a 10 anni con la condizionale. E la sua elezione fu annullata. La sua permanenza in Italia era diventata molto pericolosa per lui e la sua famiglia. Fuggirà per Berlino il 15 dicembre del 1921, dove collaborò col Soccorso Operaio Internazionale (Soi). Fu l’inizio di una seconda vita e dal 1922 in poi si dedicò con dedizione al Soi. Il suo impegno prettamente politico non venne meno. Per denunciare la repressione del fascismo in Italia nel 1927 diede vita a una rivista in lingua tedesca dal titolo «Faschismus», da lui diretta con lo pseudonimo di Martini. 
Willi Münzenberg deputato al Reichstag e dirigente del Kpd (Kommunistische Partei Deutschlands), con il quale fondò il Comitato Pro-Russia che Misiano trasformò in Internationale ArbeiterHilfe (Iah), gli affidò l’incarico di fondare a Mosca una casa di produzione cinematografica, la Merzabpom (traduzione russa di Internationale ArbeiterHilfe). Nel 1924, così, si trasferì nella capitale dell’Urss, di cui in seguito prese la cittadinanza, con la moglie e le due figlie femmine (il maschio, «minorato fisico», rimase in Italia da uno zio e raggiunse la madre soltanto nel 1937, dopo la morte del padre). Fu quella, per Misiano una stagione importante: la Merzabpom realizzò 240 documentari e 160 film ed egli divenne l’artefice organizzativo maggiore della grande cinematografia russa degli anni Venti, quello di EjzenStejn, Pudovkin, DovZenko, Vertov, KuleSov, Protazanov, Ekk e altri ancora. L’Urss si mostrò, infatti, «molto aperta e tollerante, perfino verso le avanguardie artistiche più ardite» e la sua piccola casa di Mosca, dove aveva allestito una piccola sala di proiezione, divenne un cenacolo accogliente per noti cineasti sovietici, dando vita, così, alla grande stagione del cinema popolare russo.
Nel febbraio 1929, assieme a Münzerberg, ampliò il campo d’interesse con la Prometheus Film che importava in occidente le pellicole girate in Russia (tra le altre La corazzata Potëmkin di Sergej Michajlovič Ėjzenštejn), e che produsse opere di Bertolt Brecht, Hans Richter, Erwin Piscator, Joris Ivens, Béla Balázs, L’anno successivo, sempre per conto del Soccorso rosso, divenne comproprietario della Filmkartell Weltfilm, e dal 1931 avviò trattative con alcuni scrittori e cineasti tedeschi, molti dei quali furono accolti nella Merzapbom, per produrre filmati di propaganda rivoluzionaria. Nel 1932 fu espulso dalla Germania.
Col passare del tempo, a Mosca il clima divenne pesante e cadde in disgrazia. Accusato di deviazionitrotskiste, fu uno dei primi dirigenti comunisti italiani in Urss a essere colpito dalle repressioni staliniane.
Nel 1936, quando l’Italia di Mussolini andò alla conquista dell’Etiopia, egli si fece mandare nel Corno d’Africa per svolgere una missione antifascista. Nello stesso anno si aggravò una vecchia malattia epatica. Morì a soli 52 anni in un sanatorio vicin o a Mosca. Circolarono voci di un suo assassinio. I dirigenti del PCd’I evitarono il suo funerale.
Per ricordarlo, ad Ardore opera un Centro Studi Ricerche e Formazione intitolato al suo nome. (Aldo Lamberti) © ICSAIC 2020

Pubblicazioni

  • Tenèbre. Bozzetto sociale, Tipografia Luganese Sanvito e C., Lugano 1918;
  • Il Disertore (discorso pronunziato alla Camera dei Deputati), a cura del PCd’I, Milano 1921.

Nota bibliografica essenziale

  • Antonio Gramsci, Politica e delinquenza, «L’Ordine Nuovo», 14 giugno 1921;
  • Tommaso Detti, La frazione terzinternazionalista e la formazione del P.C.I., «Studi Storici»,  12, 3,1971, pp. 480-532;
  • Franca Pieroni Bortolotti, Francesco Misiano. Vita di un internazionalista, Editori Riuniti, Roma 1972;
  • Mario La Cava, Francesco Misiano o della coerenza, «Giornale di Calabria», 5 aprile 1973;
  • Franca Pieroni Bortolotti, Misiano, Francesco, in Franco Andreucci e Tommaso Detti, Il movimento operaio italiano, Dizionario Biografico 1853-1943,  vol. 3, Editori Riuniti, Roma 1977, pp. 477-484;
  • Mario La Cava, La persecuzione di Francesco Misiano«Incontri meridionali», V,  1, 1985;
  • Anna Caroleo, Francesco Misiano e la formazione del PC d’Italia, «Incontri meridionali», V,  2, 1985, pp. 105-117;
  • Claudio Natoli, Francesco Misiano e il Soccorso operaio internazionale, «Studi Storici», 37, 4, 1996, pp. 1227-1255;
  • Giovanni Spagnoletti (con la collaborazione di Michaela Bohmig), Francesco Misiano o l’avventura del cinema privato nel paese dei bolscevichi, Dino Audino, Roma 1997;
  • Bruno Grieco. Anni ’20: Francesco Misiano, grande producer del cinema russo, «Slavia», VII, 4, 1998, pp. 3-14;
  • Nando Marzano e Fortunato Nocera, Francesco Misiano. Il pacifista che portava in valigia la corazzata Potëmkin, Città del Sole, Reggio Calabria, 2009;
  • Giuseppe Masi, Misiano, Francesco, in Dizionario Biografico degli Italiani, Vol. 75, Roma 2011;
  • Rocco Lentini, Da Riace ad Ardore la storia del cinema, «Azione Metropolitana»,VII, 4-5, 2020.

Nota archivistica

  • Archivio Centrale dello Stato, Casellario Politico Centrale, fasc. Francesco Misiano, b. 3315.
  • Fondazione Istituto Gramsci, Roma, Carte Misiano;
  • Istituto campano per la storia della Resistenza, Fondo Vera Lombardi, fasc. Centenario della nascita di Francesco Misiani.

Santoro, Filinto

Filinto Santoro [Mongrassano (Cosenza), 9 febbraio 1863 – Napoli, 1927]

Benvenuto Filinto Enrico Francesco, questi i tanti nomi con cui fu registrato allo Stato civile, era figlio di Carlo, scultore e pittore, e di Giovannina Belmonte. Fratello del più noto Rubens, che divenne in Italia un pittore di successo, del medico Aleardo, del musicista dilettante Michelangelo Giotto, di Attilio, fotografo, era membro di una nutrita famiglia di artisti fuscaldesi in gran parte emigrati in Brasile.
Dopo gli studi locali, si laureò in ingegneria nella Reale Scuola di Applicazione per gli Ingegneri a Napoli e, nel 1889, decise di emigrare a Rio de Janeiro, dove insegnò italiano in una scuola secondaria e prese subito a collaborare col grande costruttore Antonio Jannuzzi, suo conterraneo, che lo mise subito a capo dell’ufficio tecnico della sua Companhia Evoneas Fluminense, ideata per la costruzione di case operaie. Nei primi anni della sua lunghissima avventura brasiliana, si impegnò anche nel giornalismo italiano della capitale (scrivendo sui giornali «Il Bersagliere» e «l’Aquila Latina»). Presto entrò in contatto con l’oligarchia locale, grazie alla «Società Italiana di Beneficenza», di cui fu dirigente, e alla «Loggia Massonica Fratellanza Italiana». Nel 1892, conobbe il presidente Peixoto, che gli affidò il progetto della nuova stazione ferroviaria di Rio. Per tale motivo, Santoro tornò per un anno a studiare in Francia e in Italia.
Nel 1894, rientrato a Rio e verificate presumibilmente le difficoltà relative al suo progetto per la stazione ferroviaria, ebbe l’opportunità di avviare una carriera autonoma con la nomina a Direttore Generale delle Opere Pubbliche dello Stato di Espirito Santo e si trasferì a Vitória col sostegno del governatore del tempo Muniz Freire. Rimase a Vitória, piccola capitale di quello Stato, fino al 1898. L’anno successivo, venne associato da Antonio Jannuzzi a un’impresa affascinante e impegnativa: la costruzione di un grande ospedale a Manaus, capitale dell’Amazzonia. Lì Santoro rimase per quattro anni, chiamando presso di sé i suoi fratelli Michelangelo Giotto e Attilio e operando in proprio, dopo aver tradito il sodalizio con Jannuzzi. Il governatore José Ramalho lo incaricò di progettare un nuovo Palazzo del Governo. Santoro mise a punto un progetto grandioso che prevedeva una spesa enorme: la realizzazione dell’opera si arrestò dopo poco, per le difficoltà finanziarie incontrate da un’impresa colossale.
Dopo aver progettato in stile neoclassico un edificio religioso, la Igreja dos Remedios, nel 1903, entrato in conflitto col governatore dello Stato dell’Amazzonia, si allontanò da Manaus e si recò a Belém, capitale del Pará, dove, col sostegno di Augusto Montenegro, governatore del Pará, e di Antonio Lemos, sindaco di Belém, nonché noto massone, lavorò intensamente come architetto, per dieci anni, costruendo villini privati (tra i quali spicca il Palacete Montenegro, costruito per il governatore del Pará), edifici pubblici (tra i quali emergono per qualità architettonica il Mercado São Braz e il Colégio Gentil Bittencourt), la sede del quotidiano «A Província do Pará», diretto da Antonio Lemos.
Ma si occupò anche intensamente, come console onorario del Regno d’Italia, della comunità italiana della città, costituita da più di un migliaio di persone, prevalentemente commercianti e artigiani, provenienti quasi sempre dai confini calabro-lucano-campani. Nell’ambito di questa attività, organizzò tra gli immigrati una grande sottoscrizione, per aiutare i calabresi colpiti dal terremoto dell’8 settembre 1905. 
Nel 1913, dopo aver tentato inutilmente di diventare diplomatico di carriera, decise di proseguire la sua attività di progettista e costruttore, spostandosi ancora una volta e recandosi a Salvador de Bahia, dove il Municipio lo incaricò di ristrutturare e ampliare il Mercado Modelo e subito dopo vinse un concorso pubblico per la costruzione di una Caserma dei Pompieri nella Baixa dos Sapateiros,  che realizzò fulmineamente, in soli quattro mesi, tra il 1916 e il 1917, con una scelta stilistica straniante, ispirata curiosamente all’architettura gotica del celebre Palazzo Pubblico di Siena.
Questa di Salvador sarà l’ultima tappa dell’esperienza nomade condotta da Filinto Santoro in Brasile, che durerà una decina d’anni, durante i quali intesserà fitte relazioni con le autorità politiche locali, come del resto aveva già fatto abilmente a Vitória, a Manaus e a Belém, usando spregiudicatamente i canali dell’associazionismo italiano e della massoneria brasiliana.
Stabilite buone relazioni con i governatori dello Stato di Bahia, Seabra (1912-16) e Aragão (1916-20), Santoro ricevette anche l’incarico di ampliare e ristrutturare due importanti edifici pubblici: il Palácio da Aclamação (1913-1918), residenza dei governatori, e, in collaborazione con Giulio Conti e Arlindo Fragoso, il Palácio Rio Branco (1916-1919), sede del governo.
Nel 1918-1919, Santoro, finalmente, realizzò anche un progetto di natura privata: il cinema-teatro Kursaal-Bahiano, nella centralissima piazza Castro Alves. Ma, tranne questa eccezione, learchitetture eclettiche di Santoro a Salvador furono poste al servizio del potere pubblico, al quale l’ingegnere, come aveva già dimostrato a Belém, è in grado di garantire all’occorrenza una impressionante rapidità di esecuzione.
Tra le opere affidate a Santoro dal potere pubblico, è anche la realizzazione di una delle più importanti strade della città, l’Avenida Oceanica, che scorre in riva al mare e si affaccia sull’Atlantico con il Forte de Santo Antônio da Barra (Farol da Barra), un’opera che sancisce il ruolo svolto da Santoro nella riorganizzazione dello spazio urbano, oltre che nella riformulazione dei luoghi del potere pubblico.
All’inizio degli anni Venti, dopo aver progettato la riforma del Teatro São João, mai realizzata, nella stessa Praça Castro Alves dove lo scultore di origine lucana Pasquale De Chirico eresse il monumento a Castro Alves, poeta abolizionista brasiliano, Filinto Santoro decise di concludere la sua lunga esperienza brasiliana, rientrando in Italia, per terminare i suoi giorni a Napoli nel 1927. Purtroppo, quasi nulla si conosce della sua vita privata (è sconosciuta anche la data esatta della sua morte), tranne che si sposò per ben quattro volte. (Vittorio Cappelli) ICSAIC 2020

Nota bibliografica

  • L’opera dell’ing.re Filinto Santoro al Brasile, Tipo-Editrice Meridionale Anonima, Napoli 1923;
  • Jussara Da Silveira Derenji, Arquitetura nortista. A presença italiana no início do século XX, SEC, Manaus 1998;
  • Otoni Mesquita, Manaus. História e Arquitetura (1852-1910), Valer, Manaus 2006;
  • Vittorio Cappelli, A propósito de imigração e urbanização: correntes imigratórias da Itália meridional às “outras Américas”, «Estudos Ibero-Americanos», XXXIII, 1, 2007, pp. 7-37.
  • Nivaldo Vieira de Andrade Junior, A Influência Italiana na Modernidade Baiana: o caráter público, urbano e monumental da arquitetura de Filinto Santoro, «19&20», Rio de Janeiro, I, 4, 2007 (http://www.dezenovevinte.net/arte%20decorativa/ad_fs_vnaj.htm);
  • Vittorio Cappelli, La presenza italiana in Amazzonia e nel Nordest del Brasile tra Otto e Novecento, «Maracanan», Rio de Janeiro, 6, 2010, pp. 123-146 (una diversa versione del saggio è in: Vittorio Cappelli e Alexandre Hecker (a cura di), Italiani in Brasile. Rotte migratorie e percorsi culturali, Rubbettino, Soveria Mannelli 2010, pp. 105-143);
  • Vittorio Cappelli, Architetti e costruttori italiani nelle città brasiliane (e altrove) tra XIX e XX secolo, in Alcides Freire, Maria Izilda Santos De Matos, Rosangela Patriota (a cura di), Olhares sobre a história. Culturas sensibilidades sociabilidade, Editora Hucitec, Goiás – São Paulo 2010, pp. 49-69.
  • Vittorio Cappelli, Artisti italiani come “fonti” per la storia del Brasile. Antonio Ferrigno eRosalbino Santoro tra le “fazendas” pauliste, Pasquale De Chirico e Filinto Santoro a Salvador de Bahia, in Vittorio Cappelli e Pantaleone Sergi (a cura di), Traiettorie culturali tra il Mediterraneo e l’America latina, Pellegrini, Cosenza 2016, pp. 103-120;
  • Vittorio Cappelli, I fratelli Jannuzzi e Filinto Santoro tra Rio de Janeiro e il Nord del Brasile. Due percorsi migratori e due contributi italiani alla costruzione delle città brasiliane, in Storie di emigrazione: architetti e costruttori italiani in America Latina, a cura di Fabio Capocaccia, Liliana Pittarello, Giovanna Rosso Del Brenna, Termanini, Genova 2016, pp. 191-205.

Serra, Nicola

Nicola Serra [Cosenza 24 maggio 1867- Cosenza 22 aprile 1950]

Nacque da Gaetano e da Vincenza Carbone, una famiglia benestante della città bruzia. A Cosenza svolse gli studi liceali al Bernardino Telesio, trampolino di lancio per l’Università e le libere professioni. Conseguita la maturità, si trasferì a Napoli, dove frequentò i corsi di giurisprudenza. Raggiunto il privilegium, la laurea dottorale, una conquista che gli avrebbe consentito l’ingresso immediato nella cerchia del notabilato cosentino, iniziò a esercitare l’attività forense nella sua città. Ben presto assunse una posizione di rilievo nel foro cosentino sino a essere un apprezzato professionista a livello nazionale. 
Con la formazione del partito dei lavoratori italiani nell’agosto 1892, alla fine dell’anno anche a Cosenza si costituì, con il contributo di Serra, il primo gruppo socialista. Nell’aprile del 1893 entrò a fare parte, con Pasquale Rossi, Luigi Caputo e Domenico Le Pera, del consiglio direttivo del settimanale socialista il «Domani». Il foglio e il gruppo, non riuscendo a soddisfare le esigenze dei socialisti e a definire una precisa azione politica, ebbero solo alcuni mesi di vita. 
Nelle elezioni amministrative del 1893 si candidò, con Pasquale Rossi e Francesco Cerrito, per il rinnovo del consiglio comunale di Cosenza e con 423 voti preferenze risultò il quarto eletto. Negli ultimi mesi dell’anno ricostituì con altri socialisti l’Associazione socialista cosentina e collaborò al tentativo di dare alla luce un nuovo periodico, del quale sarebbe dovuto diventare direttore. Il progetto del giornale non vide mai la luce, a causa dell’assenza di un movimento operaio coscienze e per il ritorno nel dicembre del 1893 di Francesco Crispi a presidente del Consiglio dei ministri, il quale attuò una politica repressiva nei confronti delle organizzazioni socialiste. 
Nell’aprile del 1894, con Domenico Milelli, Luigi Caputo, Pasquale Rossi e altri, iniziò a collaborare con il giornale socialista «Humanitas», fondato da Giovanni Domanico. Il 1° maggio dello stesso anno sottoscrisse, con Caputo, Domanico e Rossi, un manifesto, pubblicato su «Humanitas», nel quale confermò l’attivismo dei socialisti nella regione e si proclamò membro del comitato regionale del partito socialista calabrese. Tutti i firmatari furono processati e condannati per contravvenzione alla legge di pubblica sicurezza.
Nelle elezioni amministrative del maggio 1895 si candidò, con Rossi e altri, nella lista elettorale liberale-massonica di Roberto Mirabelli e con 945 consensi fu il nono eletto e riconfermò la sua presenza nell’organo rappresentativo municipale. La vicenda suscitò diverse critiche e in una lettera anonima, pubblicata su «La Vigilia», fu accusato, con Rossi, di essere spinto da «morbose ambizioncelle» e di provocare la «dissoluzione del nucleo cosentino» socialista; accuse smentite da un ordine del giorno approvato dalla maggioranza gruppo socialista cosentino. L’evento fu sintomo delle difficoltà dei socialisti cosentini di radicarsi nelle classi popolari, di comprenderne la loro arretratezza e miseria secolare e delle forti confusioni teoriche del primo socialismo calabrese. Aspetti confermati dall’avvocato cosentino in occasione della festa del 1° maggio, dove ammise pubblicamente le debolezze presenti nel socialismo calabrese.
Nel dicembre 1895 fu nominato socio corrispondente dell’Accademia cosentina, nell’aprile del 1896 fu elevato a socio ordinario e nel novembre fu fra i firmatari che approvarono il progetto di regolamento interno della biblioteca civica di Cosenza. 
Nelle elezioni politiche del 21 marzo 1897 sostenne la candidatura di Giovanni Domanico nel collegio di Rogliano Calabro e fu membro del giurì d’onore, istituito dal partito socialista italiano, il quale espulse dall’organizzazione l’agitatore calabrese con l’accusa di essere un informatore delle autorità di pubblica sicurezza. Nel dicembre 1898 con Luigi Fera e Oreste Dito contribuì alla pubblicazione del periodico «Cosenza laica», strumento di lotta contro il clericalismo locale.
Nel 1889 fu fra i promotori, con Rossi, Luigi Aloe e altri, della ricostruzione del gruppo socialista cosentino, scomparso dalla scena locale nel 1897 a causa della reazione crispina. Nelle elezioni amministrative del novembre del 1900 fu eletto, con Pasquale Rossi, Aurelio Tocci, Antonio Chiappetta, Luigi Aloe e Agostino Deni, nel consiglio comunale di Cosenza. La nuova giunta ebbe breve durata e nel febbraio 1901 la cittadinanza fu richiamata alle urne. Candidato nella lista socialista non riuscì a essere rieletto, causando grande scalpore nell’ambiente politico cittadino, poiché dal 1893 egli era stato interottamnete consigliere comunale. Dopo la sconfitta elettorale, modificò il suo orientamento politico passando al partito radicale.
Nel 1906, dal matrimonio con Maria La Costa dei baroni di Malvito, nacque Lydia la prima donna calabrese a conseguire la laurea in legge e che nel 1946, tra le prime donne in Italia, fu eletta sindaco di Tropea. Nel medesimo anno fu nominato vicepresidente dell’Accademia cosentina, carica che lasciò nel 1910 per motivi politici. Nelle elezioni politiche del 7 marzo 1909 si candidò con i radicali nel collegio di Cosenza, e ottenendo 964 preferenze al primo turno e 1.883 consensi al secondo turno non riuscì a essere eletto.
Nella successiva competizione elettorale del 26 ottobre 1913, candidatosi con i radicali nel collegio di Cosenza, fu eletto deputato del Regno d’Italia con 5.497 preferenze. Nel 1914 sottoscrisse con altre figure politiche, culturali ed enti un comitato per la raccolta di fonti per la biblioteca civica. Nelle elezioni del 16 novembre 1919 si candidò nella lista radicale, contrassegnata da un aratro, nel collegio di Cosenza e con 5.686 consensi (3.793 voti di preferenza e 1.893 voti aggiunti riportati in altre liste), pur collocandosi quarto, non riconfermò il suo seggio. 
Nelle successive elezioni del 15 maggio 1921, le ultime cui partecipò, si candidò nel collegio di Catanzaro con la lista dell’unione nazionale democratica, contrassegnata dall’aratro, e con 19.660 consensi (12.922 voti di preferenza e 7.738 voti aggiunti riportati in altre liste) fu il nono eletto e ritornò a essere deputato. Nel corso della legislatura fu dal 1921 al 1923 membro della giunta per le elezioni, nel primo e nel secondo governo di Luigi De Facta (26 febbraio 1922 – 1° agosto 1922 e 1° agosto 1922 – 31 ottobre 1922) assunse la carica di sottosegretario al dicastero della Marina mercantile. Al termine della legislatura si ritirò dalla vita politica nazionale e non si ricandidò alle elezioni del 6 aprile 1924, quando fornì sostegno al partito democratico sociale. Ritornato a Cosenza, si dedicò all’attività forense e agli studi umanistici di cui era cultore.
Nel 1925 si costituì parte civile nel giudizio contro i responsabili dei fatti di Firmo, avvenuti due anni prima, qaundo il sindaco, Celeste Frascino, uccise Domenico Gramazio, ferì Angelo Feraco – membri di famiglie dell’ancien régime locale, contro le quali il primo cittadino nutriva antichi rancori – e un contadino che passava di lì per caso.
Nel 1927 fu nominato presidente dell’Accademia cosentina, carica della quale fu privato dal fascismo. Nei confronti del regime mussoliniano assunse, all’indomani della Marcia su Roma, un atteggiamento ostile, ma con il suo consolidamento mutò le proprie posizioni e non mancò di esprimere pubblicamente, in conferenze e arringhe giudiziarie, la sua devozione al regime; tuttavia, non s’iscrisse mai al partito. 
All’indomani della caduta di Mussolini riassunse la presidenza della locale Accademia, fu nominato commissario per la ricostruzione della città bruzia e dal 1943 al 1950 fu presidente della provincia cosentina. Nel luglio del 1944, presso la sala dell’amministrazione provinciale di Cosenza, commemorò i martiri dei moti insurrezionali del 1844-1849 e nello stesso anno iniziò a collaborare con il Bollettino della società di storia patria per le Calabrie, fondato e diretto da Francesco Vaccaro. 
Nel 1945 riunì in sé la carica di presidente della deputazione provinciale e dell’ordine forense. Il 25 febbraio dello stesso anno tenne un discorso nell’aula magna del consiglio dell’ordine degli avvocati, l’attuale palazzo Arnone di Cosenza, promuovendo l’inizio dei corsi liberi – giurisprudenza e commercio – dell’Università Calabro-Lucana. Entrò a fare parte, con Francesco Vaccaro e altri nel comitato organizzativo per l’attuazione dei corsi accademici e nell’aprile fu nominato presidente del consiglio di amministrazione del nuovo organismo. Nel 1948 aderì a Fronte democratico popolare cosentino. Nel febbraio del 1950 mostrò preoccupazione per le condizioni dell’Accademia e della biblioteca civica e sostenne la necessità di rilanciarne le attività. 
Nella sua esperienza parlamentare e governativa intervenne alla Camera 68 volte, con particolare interesse per le problematiche riguardanti la città di Cosenza. Nella veste di presidente dell’Accademia fu promotore di attività culturali di ogni genere, pubblicò diverse annate degli Atti accademici e organizzò numerose conferenze.
Morì all’età di 83 anni. 
Nella seduta del 26 aprile, Adolfo Quintieri, Gennaro Cassiani e Fausto Gullo intervennero alla Camera commemorandolo come un pioniere del socialismo in Calabria, una figura dai solidi principi democratici, un uomo dalla vasta cultura e dedito alle manifestazioni letterarie, giuridiche e storiche. Lo stesso giorno fu commemorato anche al Senato. (Prospero Francesco Mazza) © ICSAIC 2020

Nota bibliografica

  • Camera dei deputati, Atti parlamentari, Discussioni, 26 aprile 1950;
  • Senato del Regno, Atti parlamentari, Discussioni, 26 aprile 1950;
  • Pietro Mancini, Il partito socialista italiano nella provincia di Cosenza (1904-1924), Pellegrini, Cosenza 1974;
  • Giuseppe Masi, Serra Nicola, in Franco Andreucci, Tommaso Detti, Il movimento operaio italiano. Dizionario biografico 1853-1943, vol. IV, Editori Riuniti, Roma 1978, pp. 612-613;
  • Giuseppe Masi, Socialismo e socialisti in Calabria: 1861-1914, Società Editrice Meridionale, Salerno-Catanzaro 1981;
  • Vittorio Cappelli, Politica e politici, in La Calabria, a cura di Piero Bevilacqua e Augusto Placanica, Einaudi Editore, Torino 1985, ad indicem;
  • Vittorio Cappelli, Politica e politici in Calabria dall’Unità d’Italia al XXI secolo, Rubbettino, Soveria Mannelli 2018, ad indicem;
  • Enzo Stancati, Cosenza e la sua provincia dall’unità al fascismo, Pellegrini, Cosenza 1988;
  • Michele Chiodo, L’Accademia cosentina e la sua biblioteca: società e cultura in Calabria, 1870-1998, Pellegrini, Cosenza 2002.

Nota archivistica

  • Archivio Centrale dello Stato, Casellario politico centrale, busta 4766, fasc. 062154.

Tajani, Diego

DiegoTajani [Cutro (Crotone), 8 giugno 1827 – Roma, 2 febbraio 1921]   

Nacque a Cutro, allora provincia di Catanzaro, e fu registrato col nome di Diego Antonio. Discendeva da antichissima e benestante famiglia di Vietri sul Mare. Suo padre era Giuseppe Maria Tajani, capitano dell’esercito francese che partecipò alle campagne d’Italia al seguito di Napoleone e di Murat. Per merito di quest’ultimo divenne generale e Capo di Stato maggiore e fu insignito della Legion d’onore. Dopo il ritorno di Ferdinando I sul trono di Napoli nel 1821 Giuseppe Tajani fu inviato nel Crotonese dove si stabilì a Cutro, in casa di Giuseppe Guarany, suo compagno d’armi e di esilio per la vicenda della Repubblica partenopea. Fece seguito il matrimonio di Tajani con la cognata di Guarany, donna Teresina Fattizza, da cui nacque Diego. 
Tradizione orale vuole che Diego abbia frequentato le scuole di base a Cutro e le scuole superiori a Catanzaro. Sicuramente egli si trasferì a Vietri nel 1846, in casa del fratello primogenito Domenico, per frequentare l’Università “Ferdinando II” di Napoli, Facoltà di Giurisprudenza, dove si laureò il 7 maggio 1850, all’età di 23 anni. Si iscrisse, poi, e completò anche studi di Filosofia e Belle Lettere, di Chirurgia, Patologia e Anatomia pratica. Si manifestarono allora i primi impegni a favore delle riforme liberali ed esternò i propri convincimenti politici e patriottici, pubblicando nel 1848 un Inno Nazionale. Nel periodo di Vietri, sposò in prime nozze Giuseppina Sevoulle, oriunda francese, di famiglia impegnata nella cospirazione antiborbonica, morta di parto dando alla luce la figlia Pina. Rimasto vedovo, sposò la di lei sorella Fanny, anche lei morta prematuramente dopo alcuni anni di matrimonio, lasciandogli il figlio Giovanni. A 40 anni, mentre era reggente la Procura Generale del Re presso la Corte d’Appello di Catanzaro, conobbe la nobildonna cutrese Teresina Foresta, figlia di Giovanni Vittorio e Chiara Giudicessa, che sposò in terze nozze. Dal matrimonio nacquero cinque figli: Vittorio, Anna, Alberto, Ida e Chiara, con quest’ultima che andrà in sposa a Ernesto dei principi Pacelli, cugino di Papa Pio XII. 
Nel 1850 iniziò l’attività di Avvocato a Salerno. Nel 1858 difese, tra gli altri, Giovanni Nicotera e i suoi compagni reduci della spedizione di Sapri di Carlo Pisacane. Subì per questo le persecuzioni del governo borbonico, in quanto fu a sua volta accusato di essere iscritto alla società segreta «Unione Italiana».
Una carriera ancora più importante fu quella nella Magistratura. Esule in Piemonte, nel 1859 entrò nella magistratura subalpina come Procuratore Regio, distinguendosi per la sua profonda conoscenza della dottrina giuridica. Nella capitale sabauda, studiò il sistema giudiziario del Regno di Sardegna scrivendo un commento al codice penale allora in vigore che fu ufficialmente raccomandato ai magistrati. Fu questo stesso anno che in piena sintonia con lo spirito risorgimentale rispose senza esitazione alcuna alla chiamata della patria e dimessa la toga, si arruolò volontario come semplice fante nell’11° fanteria di linea, nella divisione comandata dal generale Mezzacapo, dove, in seguito, con i gradi di colonnello e le funzioni di vice-uditore generale dell’esercito fu incaricato di organizzare il Tribunale militare. 
Nel 1860 fu nominato Prefetto di Polizia a Napoli, in occasione della spedizione dei Mille, quando Garibaldi entrò nella città partenopea. Incarico dal quale si dimise quando il Luogotenente Cialdini per «mantenere l’ordine» ripristinò le truppe malavitose organizzate da Liborio Romano che il Tajani aveva sciolto. Venne trasferito con decreto del Re Vittorio Emanuele presso la Corte di Appello di Ancona in qualità di Reggente presso la Procura Generale del Re. Fu poi Giudice di Gran Corte Criminale dell’Aquila. Nel 1865 fu nominato prima Reggente e poi Procuratore Generale presso la Corte d’Appello di Catanzaro. Ma fu a Palermo, dal 1868 al 1871, che egli diede il meglio di sé. Da procuratore generale emise mandato di cattura contro il Questore della città, Giuseppe Albanese, con l’accusa di essere il mandante dell’omicidio del pregiudicato Santi Termini e di utilizzare i mafiosi come collaboratori e alleati per la tutela dell’ordine pubblico! «I caporioni della mafia – segnalò al governo – stanno sotto la salvaguardia di senatori, deputati, ed altri influenti personaggi che li proteggono e li difendono per essere poi, alla lor volta, da essi protetti e difesi; fenomeno, questo, che mi asterrò dal qualificare ma che ho il dovere di segnalare ai miei superiori». Quando il Questore fu assolto, non esitò un attimo a dimettersi, rifiutando anche il trasferimento presso la Corte di Cassazione di Napoli e ritornando a esercitare la professione di avvocato. 
Questa vicenda procurò a Tajani grande fama e ammirazione. Tant’è che la sinistra storica, nonostante le sue idee liberali, lo candidò alla Camera dei Deputati nel Collegio di Amalfi dove vinse con un plebiscito (fu riconfermato due volte ancora ad Amalfi e altre 4 nel Collegio di Salerno). Da qui comincia la terza fase della vita di Tajani, quella politica e parlamentare (1874-1921). In questo ruolo si distinse per la sua oratoria efficace e forbita, ma soprattutto per il mirabile discorso che pronunciò contro la mafia l’11 giugno del 1875. Un’analisi tra le più acute mai pronunciate. La prima in assoluto in un’aula parlamentare dove, anche qui per la prima volta, Tajani mise in evidenza la collusione tra settori della politica e dello Stato e le organizzazioni criminali. 
Per capire la portata del suo discorso basta leggere alcune parti del suo intervento. «Che cosa è questa maffia? Che cosa sono i maffiosi? Abbiamo viste delle definizioni che hanno dell’idillio; io ve lo dico in poche parole: sono oziosi i quali non hanno mestiere di sorta, ed intendono di vivere, e talora anche di arricchire, per mezzo del delitto». Il secondo passaggio è il più importante, il più attuale, perché riguarda il caso del Questore Albanese, quindi il rapporto tra mafia e settori dello Stato, a cui fanno seguito le sue dimissioni da Procuratore di Palermo: «Prima di iniziare il processo, che poi nel suo sviluppo coinvolse anche il Questore, processo col quale io intendeva, più che una persona, colpire un sistema, ne feci cenno vagamente al Ministero, al fine di esplorare le intenzioni. E il guardasigilli mi ha risposto in tono agrodolce […] quando il processo venne iniziato io mi accorsi che il Governo mi aveva abbandonato, e allora fu che io diedi le mie dimissioni». Garibaldi, in una lettera, lo definì il «ministro antimafia».
Nella XIII e XIV legislatura fu vicepresidente della Camera (29 marzo-19 dicembre 1878; 18 febbraio-2 maggio 1880; 24 novembre 1882-29 giugno 1885) e con la Sinistra al potere nel dicembre 1878, nel terzo e nel quinto Gabinetto Depretis fu nominato ministro di Grazia Giustizia e Culti, portando avanti riforme radicali, che non ebbero seguito per l’interruzione della legislatura, con un nuovo ordinamento giudiziario che prevedeva, tra l’altro, la riforma del procedimento sommario delle cause civili, il gratuito patrocinio. Sui problemi della laicità dello Stato, s’impegnò a definire un ruolo di reciproca autonomia tra Stato e Chiesa e sancendo la procedura secondo la quale il matrimonio religioso doveva essere preceduto da quello civile.
La sua fama crebbe anche perché, anche da parlamentare, fu protagonista in alcune vicende giudiziarie che ebbero grande risonanza nel paese, dalla difesa del giornalista e politico Raffaele Sonzogno (1875), a quella di Francesco Crispi imputato per bigamia (1878), alla grazia ottenuta per Giovanni Passannante che attentò alla vita di Umberto I (1879), all’annullamento del matrimonio di Garibaldi con la marchesina Giuseppina Raimondi.
Nel 1896 fu nominato Senatore del Regno con decreto di Umberto I del 25 ottobre 1896 e prestò giuramento il primo dicembre successivo. Fu relatore fra l’altro della legge sui manicomi e promotore di alcune modifiche al regolamento giudiziario del Senato. Fece parte di numerose commissioni parlamentari. Dapprima alla Commissione di finanze, venne presto assegnato alla Commissione Permanente d’accusa dell’Alta Corte di Giustizia: una prima volta dal 26 gennaio 1901 al 6 febbraio 1902, e una seconda dal 9 dicembre 1904 al 29 settembre 1913. Tra le sue cariche vi fu anche quella di Regio commissario straordinario di Napoli nel 1896. Dal 25 gennaio 1901 all’8 febbraio 1909 fu Commissario di vigilanza all’Amministrazione del Fondo per il culto.
Con l’avanzare dell’età e agli acciacchi, partecipò sempre di meno ai lavori parlamentari. Ma alla vigilia della Grande Guerra, il 21 maggio 1915 – aveva 88 anni ed era ammalato – volle prendere parte ai lavori dell’Assemblea di Palazzo Madama per votare la legge dei pieni poteri al Governo di Salandra.
Morì sei anni dopo, alla veneranda età di 93 anni, nella sua casa romana e lo stesso giorno fu commemorato in Senato dal presidente Tommaso Tittoni, che ricordò «la elevatezza dei suoi ideali, il fervido amore per il Paese, la fermezza di carattere [che] sono peculiari doti dinnanzi alle quali i suoi avversari politici si inchinavano». 
In vita ebbe importanti onorificenze: Ufficiale dell’Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro; Gran cordone dell’Ordine della Corona d’Italia 1879; Gran cordone dell’Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro.
A Cutro l’amministrazione comunale gli ha intitolato la scuola elementare e la via dove era ubicata la casa in cui nacque e trascorse i suoi anni giovanili. Sempre a Cutro è stata fondata un’associazione che porta il suo nome. Vietri gli ha dedicato una strada. (Maurizio Mesoraca) © ICSAIC 2020

Nota bibliografica

  • Senato del Regno, Atti parlamentari, Discussioni, 2 febbraio 1921;
  • Camera dei deputati, Atti parlamentari, Discussioni, 3 febbraio 1921;
  • Tajani, Diego, in Enciclopedia Italiana, I Appendice, Roma 1938;
  • Enrico Capotorti, Diego Tajani Avvocato, Magistrato, Statista, Tip. Roma-Ingraro, Roma 1957;
  • Aniello Tesauro, Informazioni bibliografiche. Angelo Tajani, Tajani. Un casato di Vietri sul Mare e della Costa d’Amalfi, «Rassegna storica di Cultura e Storia Amalfitana», N. S., XIX, 37, 2009, pp. 204-205;
  • Aniello Tesauro, I Taiani di Vietri imprenditori ed ingegneri, «Rassegna storica di Cultura e Storia Amalfitana», N. S., XX, 39/40, 2010, pp. 213-230;
  • Maurizio Mesoraca, Diego Tajani. Un cambiamento atteso un secolo e i nodi irrisolti dell’Italia, Rubbettino, Soveria Mannelli 2019;
  • Isaia Sales, La lotta dello Stato alle mafie e la lezione di Tajani «Il Mattino», 28 agosto 2019.

Nota

  • L’Autore ringrazia Luigi Camposano e Peppino Guarany per i documenti forniti.

Vollaro, Francesco Saverio

Francesco Saverio Vollaro (Reggio Calabria, 30 aprile 1827 –10 agosto 1904)

Nacque da Marino e Maria Conforti; dotato di un’intelligenza brillante, compì gli studi a Catanzaro dove conobbe molti patrioti che lo portarono ad aderire alla Giovane Italia. Terminati gli studi di Legge, si avviò alla professione di avvocato. Molto attivo nell’organizzazione dei gruppi cospirativi calabresi, si contraddistinse per il forte tratto anticlericale, per l’onestà d’intenti e la buona fede, manifestando un forte senso del dovere e un intimo spirito di sacrificio. Questi aspetti della sua personalità furono un tratto distintivo che lo portarono a vivere in prima persona la I Guerra d’Indipendenza e la difesa disperata, ma non priva di speranza, della Repubblica di San Marco.  
Appena ventenne, il 6 ottobre 1847, a seguito della sua partecipazione al moto del 2 settembre 1847 a Reggio Calabria, sotto la guida del canonico Paolo Pellicano, fu condannato dalla Corte marziale a ventisei anni di ferri per il reato di lesa maestà e per avere attentato e cospirato contro il Governo. Trasferito nel bagno penale di Procida, mesi dopo fu scarcerato grazie all’amnistia. Recatosi a Napoli, riprese l’attività politico-patriottica e mobilitò tutte le sue risorse per sostenere il gruppo di reggini e calabresi presenti nella capitale. In quel contesto internazionale di imminente conflitto, Vollaro iniziò a organizzare le liste per l’arruolamento dei volontari ed ebbe diversi incontri con Ferdinando II e i suoi consiglieri. Il «Battaglione volontari napoletani» prese vita il 13 aprile 1848, composto da circa seicento soldati. Lo stato maggiore era costituito da Girolamo Ulloa, quale Maggiore comandante, Cesare Rossarol suo vice, il tenente Giulio Billè, il chirurgo Saverio Auricemma e don Vincenzo Pagano, cappellano militare. 
Nel marzo 1848, oltre duecento uomini salparono da Napoli diretti al porto di Genova per raggiungere Milano. Il Battaglione si stabilì a Curtatone, dove partecipò alla I Guerra d’Indipendenza con Vollaro al comando della IV Compagnia. Egli organizzò un ufficio stampa per la propaganda e la comunicazione.
Il 28 gennaio 1849 Vollaro fu promosso sul campo, Capitano della fanteria in linea del Governo Veneto. Il 27 maggio 1849 circa ventimila austriaci occuparono Marghera dopo un pesante bombardamento; il successivo 18 giugno, Mestre fu nuovamente occupata dagli austriaci con un grande dispiegamento di mezzi di artiglieria per assediare Venezia, che finì per capitolare il 22 agosto 1849.
Saverio Vollaro espatriò prima ad Atene, poi a Malta e a Costantinopoli. Passato da Smirne, sbarcò ad Alessandria d’Egitto. Qui sposò Caterina Schembri e avviò uno studio legale che acquisì grande notorietà. Rientrò in Italia nel 1859 per partecipare al conflitto contro l’Austria, ma fece ritorno ad Alessandria d’Egitto dopo la pace di Villafranca, e lì operò per la raccolta di fondi, per l’acquisto di armi e munizioni da spedire in Italia. Dopo l’Unità, nel 1863, ritornò a Reggio Calabria dove si affermò nel campo forense e rivestì le funzioni di consigliere comunale e provinciale, componente della Giunta Provinciale e della Camera di Commercio e Arti della città. 
Nel 1864 guidò il periodico reggino «Imparziale», giornale di area democratico-radicale in aperto contrasto con il periodico cattolico «L’Albo reggino», uno scontro politico che trascese nella calunnia e nella violenza di accuse che non si fermarono alle semplici insinuazioni, al punto che i cattolici pubblicarono il Costituto del signor Saverio Vollaro – 1847 ora direttore dell’Imparziale giornale pubblicato a Reggio Calabria – Malta 1864, che riportava il verbale dell’interrogatorio subito da Vollaro dopo il moto di Reggio del 1847, in cui alcune affermazioni da lui rese si prestavano a essere interpretate come un tradimento nei confronti degli altri partecipanti al moto.
Nel 1866 fu eletto deputato del collegio di Bagnara Calabra per la IX legislatura, mandato che fu confermato per nove legislature. Dalla XV alla XVII legislatura fu tra i deputati del collegio di Reggio Calabria che parteciparono attivamente ai lavori dell’Assemblea e delle varie giunte e commissioni. Tra le sue dichiarazioni sono da ricordare quelle sulla politica ecclesiastica e sulla politica finanziaria del gabinetto Rudini; in particolare denunciò monsignor  Francesco Converti arcivescovo di Reggio Calabria al Guardasigilli e al ministro dell’Interno, relativamente a una pastorale del frate, «sediziosa ed eccitante alla guerra civile, pubblicata in Roma». Inoltre fu promotore di un contro-progetto avverso al progetto di legge per una tassa sulla macinazione dei cereali, firmato altresì dai deputati Ferraris, Ranco, Mongini, Di Monale, Massa, Ara, San Martino, Como, Calandra, Melissari e Carbonelli; di un progetto di legge sul servizio di navigazione nello stretto di Messina e intervenne frequentemente, anche con toni accesi, per sostenere la costruzione di strade e ferrovie in Calabria e in Sicilia, opponendosi a gruppi di pressione settentrionali che volevano stornare il finanziamento della linea ferrata ionica in favore di una linea da costruire tra Emilia e Veneto. Nella X legislatura si associò alla domanda della votazione per appello nominale sopra un ordine del giorno proposto in occasione delle interpellanze circa le esecuzioni capitali di Monti e Tognetti, due patrioti, autori di un attentato ai danni degli zuavi pontifici che presidiavano la Roma papalina e che aveva come obiettivo quello di avviare il moto insurrezionale con il supporto della colonna guidata dai fratelli Cairoli per anticipare l’ingresso di Garibaldi nella capitale, che però fu sconfitto definitivamente a Mentana. Si batté per importanti opere di bonifica sul territorio calabrese, come quello in contrada Saline del comune di Fossato Calabro, denunziando le gravi condizioni dei contadini e braccianti della zona che venivano decimati dalla febbre malarica. Infine propose l’estensione del credito fondiario a tutti gli istituti bancari del regno per favorirne la diffusione e l’accessibilità. La fusione tra gli uffici di porto e la sanità marittima per omogenizzare il sistema nel paese; inoltre fece varare dalla Camera un piano per la sistemazione dei torrenti. In politica estera intervenne circa l’arresto di cittadini italiani in Abissinia; sulle misure per la tutela di quelli in missioni scientifiche; sulla questione finanziaria egiziana. Fondò la loggia massonica «Aspromonte». Malgrado fosse di famiglia agiata, incrementò le sostanze familiari e le profuse per l’Unità d’Italia tanto da ridursi, negli ultimi anni, a vivere in ristrettezze. Morì all’età di 77 anni a Pellaro, allora comune e oggi quartiere di Reggio Calabria. (Fabio Arichetta) © ICSAIC 2020

Opere

  • Sulla politica italiana in Egitto: dichiarazioni del deputato Vollaro al ministro degli affari esteri svolta alla Camera dei Deputati nella tornata del 12 giugno 1882, Tipografia eredi Botta, Roma 1882;
  • Austriaca res da Napoli-Curtatone a Venezia 1848-1849 – Memorie e ricordi, Tip. Ceruso, Reggio Calabria 1884; 
  • 2 settembre 1847-21 agosto 1860 – Conferenza tenuta nel teatro comunale di Reggio Calabria per la commemorazione promossa dal Municipio della città e dal Comitato delle società cittadine riunite il 21 agosto 1891, Stamperia Diplomatica e Consolare, Roma 1891;
  • Cenni autobiografici: 1847-1894, tipografia R. Confalone, Napoli 1900.

Nota bibliografica

  • Rendiconti del Parlamento Italiano, Sessione 1870-71, Volume III, Eredi Botta, Tipografia Camera dei Deputati, Roma 1873;
  • Atti parlamentari, Sessione 1876-77, Volume 248, Eredi Botta, Tipografia Camera dei Deputati, Roma 1878; 
  • Francesco Domenico Fava, Il moto calabrese del 1847, Tip. F. Nicastro, Messina 1906;
  • Vittorio Visalli, Lotta e martirio del popolo calabrese: (1847-1848), I, Il Quarantasette, Mauro, Catanzaro 1928;
  • Luigi Aliquò Lenzi, Filippo Aliquò Taverriti, Gli scrittori calabresi, dizionario bio-bibliografico, vol. III (N-Z). Reggio Calabria 1955, pp. 346-347; 
  • Jole Lattari Giugni, Parlamentari della Calabria dal 1861 al 1967, Casa editrice “L. Morara”, Roma 1970, p. 428;
  • Domenico De Giorgio, Una loggia massonica a Reggio nel 1870, «Historica»XLVIII, 2, 1995, p. 100;
  • Maria Pia Mazzitelli, Archivio Vollaro, «Historica»IV, 1996, pp. 186-195;
  • Bruno Polimeni, Lotte politiche in Provincia di Reggio Calabria dal 1861 al 1943, Città del sole, Reggio Calabria 2008;
  • Fabio Arichetta, Saverio Vollaro e il battaglione volontari napoletani nella prima Guerra d’Indipendenza,«Calabria Sconosciuta», XXXVII, 146, 2015, pp. 47-49;
  • Fabio Arichetta, Il moto del 2 settembre 1847: il martirio dell’élite neoguelfa della libera muratoria reggina, «Calabria Sconosciuta», XXXVII, 143-144, 2014, pp. 67-69;
  • Viviana Mellone, Napoli 1848. Il movimento radicale e la rivoluzione, Franco Angeli, Milano 2017.

Nota archivistica

  • Archivio di Stato di Reggio Calabria, Fondo Vollaro;
  • Archivio di Stato di Reggio Calabria, Fondo Visalli.

Pietropaolo, Antonio

Antonio Pietropaolo [Briatico (Vibo Valentia), 24 febbraio 1899 –  Milano, 1 gennaio 1965]

Antonio Raffaele nasce a Sciconi, frazione di Briatico (provincia di Catanzaro, oggi di  Vibo Valentia) da Filippo e Colomba La Grotteria; trascorre l’infanzia nel suo paese natale e poi nella vicina cittadina di Monteleone, oggi Vibo Valentia. Intorno al 1915 si trasferisce a Roma per proseguire gli studi superiori ritornando in famiglia durante il periodo delle vacanze. Nell’estate del 1919 stringe amicizia con Francesco Barbieri, anarchico, reduce della Grande Guerra, e insieme progettano di presentare una lista socialista per le prossime elezioni amministrative di novembre, ma in realtà la loro attività in comune non andò oltre qualche conferenza e alcuni interventi, in occasione della campagna elettorale.
Conseguita la licenza liceale, s’iscrive a Economia e Commercio all’Università Bocconi di Milano e comincia a frequentare i circoli anarchici facendosi subito notare per la sua attiva propaganda e per questo subisce ripetuti fermi e perquisizioni poliziesche. La sera del 28 dicembre 1920 viene arrestato insieme ad altre trenta persone, nel corso di un’operazione di polizia che si rivelerà una montatura. Il 7 gennaio viene rimesso in libertà, ma la sua scelta l’ha già maturata e non intende tornare indietro. Comincia a frequentare la redazione di «Umanità nova» per dare il proprio contributo all’allestimento del giornale e anche per presidiare la sede da possibili attacchi fascisti. Alla fine di gennaio, insieme con altri anarchici, organizza un attentato dimostrativo per la liberazione di Malatesta, Borghi e Quaglino, alla Fiera campionaria. L’attentato fallisce, probabilmente a causa dell’inesperienza degli esecutori. In quello stesso periodo, costituisce con altri due anarchici, Carlo Restelli ed Eugenio Macchi, una piccola società per la produzione di una “battifalce” e acquista anche l’officina dove avviare l’attività. Visto che il lavoro non progrediva, e in attesa di trovare acquirenti veramente interessati, il locale viene utilizzato come punto di incontro e di riunione degli anarchici. Nei mesi di febbraio e marzo si susseguono una serie di riunioni nel corso delle quali, più volte, si parla apertamente, della necessità di realizzare un attentato che scuota l’opinione pubblica e richiami l’attenzione sull’ingiusta detenzione dei due leader anarchici. 
La sera del 23 marzo 1920, intorno alle 23,00, al teatro Diana, una valigia con 160 cartucce di gelatina, esplode provocando la morte di 21 persone e il ferimento di altre 172. Si dice che la bomba fosse destinata al questore Giovanni Gasti, che occupava un appartamento del vicino hotel Diana. La reazione della polizia è immediata, vengono arrestati una trentina di anarchici, quasi tutti trovati nei pressi della redazione di «Umanità nova», oltre a lui; Macchi, Perelli e Parrini che vengono, invece, arrestati nella redazione de «l’Avanti!». Le imputazioni per tutti sono pesantissime: associazione sovversiva, detenzione e porto abusivo di arma da fuoco e di esplosivi, strage e per lui e i suoi tre amici si aggiunge un’accusa ancor più infamante.
Il gruppo, secondo l’accusa, stava predisponendo un secondo attentato alla redazione del giornale socialista, sventato grazie all’intervento della polizia. Al processo si difende con veemenza. Non solo dichiara di essere estraneo  all’attentato al Diana, ma, afferma: «L’attentato a “l’Avanti!” non è mai esistito, è uno pseudo-attentato è un’invenzione, una montatura. Ho subito privazioni e maltrattamenti in questura nel tentativo di farmi confessare azioni che non ho mai compiuto». Malgrado Giuseppe Mariani, Ettore Aguggini e Giuseppe Boldrini, nel corso del processo, si dichiarino rei confessi, e sono condannati all’ergastolo, gli altri12 imputati vengono condannati a pene molto alte, mentre vengono assolti solo in tre.
Egli viene condannato a 16 anni e 11 mesi di reclusione, a due anni di vigilanza speciale e 187 lire di multa. L’esecuzione della sentenza avviene rapidamente. Dopo nemmeno due settimane, viene assegnato alle carceri di Parma, poi nel 1930 viene trasferito a Procida e dopo qualche tempo a Viterbo dove svolge l’incarico di bibliotecario. Grazie all’aiuto del cappellano del carcere riesce a instaurare un contatto con la sua compagna Teresa Codurri, con la sorella e con la madre, ma la corrispondenza, nonostante tutte le precauzioni, viene intercettata. Nell’estate del 1932 viene trasferito a Spoleto e qui chiede ufficialmente di poter corrispondere  con la sua compagna; ottiene l’assenso solo in ottobre, grazie anche al parere favorevole del questore di Milano. La famiglia non gli fa mancare il proprio sostegno: il cognato Enrico Caria, giudice presso il Tribunale di Vibo Valentia e lo zio Pasquale La Grotteria, generale medico dell’esercito, riescono a ottenere alcune concessioni straordinarie, che alleviano la sua condizione.
Un’amnistia del novembre 1932 («amnistia del Decennale»), gli consente di uscire dal carcere. Trascorre due anni di libertà vigilata prima a Vibo Valentia e poi si sistema a Napoli presso lo zio materno. Riprende gli studi e si iscrive alla facoltà di Scienze Economiche riuscendo a conseguire la laurea. Quindi, una volta finito di scontare il periodo di libertà vigilata, ritorna a Milano dove lavora nuovamente in un’officina meccanica. Viene costantemente sorvegliato dalla polizia che invia regolari rapporti alla questura di Catanzaro
Nel 1939 viene cancellato, su proposta del prefetto Marzano, dall’elenco delle persone pericolose e poi anche da quello degli anarchici; nonostante questo, ancora nel 1940, viene attentamente vigilato. Trova lavoro presso le Officine Meccaniche Fratelli Guidetti nel comune di S. Cristina con l’incarico di direttore commerciale.
Allo scoppio della guerra si trasferisce con tutta la famiglia a Corteolona, vicino Pavia e qui viene raggiunto, dopo l’8 settembre del 1943, da Mario Perelli e da altri anarchici insieme ai quali, tra il dicembre 1943 e il gennaio del 1944, organizza la «2ª Brigata Errico Malatesta», della quale assume il comando e che entra subito in collegamento con le Brigate «Malatesta-Bruzzi», comandate da Perrelli e che operano tra Milano e l’alta Lombardia.
Oltre che per le numerose azioni di guerriglia, la Brigata comandata da Pietropaolo, si distingue per l’aiuto portato ai militari inglesi fatti prigionieri dai tedeschi e per i contatti instaurati con i partigiani slovacchi operanti nella provincia di Pavia. Viene catturato dalle SS nel marzo del 1945 e rinchiuso nel carcere di  San Vittore a Milano in attesa di essere deportato in Germania, ma è liberato poco prima dell’insurrezione generale del 25 aprile da un’incursione organizzata dagli uomini della sua Brigata. Nelle Relazioni che egli compila, oltre a dar conto delle azioni svolte nel giorno dell’insurrezione, fornisce dettagliate informazioni sul comportamento dei suoi uomini nei giorni immediatamente successivi e smonta, soprattutto, le accuse su presunte violenze, rapine o soprusi in genere che sarebbero stati perpetrati con la complicità o, quanto meno, con l’acquiescenza degli uomini delle brigate anarchiche. 
Nel giugno del 1945 partecipa al congresso della Federazione Comunista Libertaria Alta Italia e a settembre, quale delegato della Fclai, partecipa al I Congresso nazionale della Federazione anarchica italiana (Fai) di Carrara e insieme a Perrelli e Germinal Concordia sostiene le tesi che vengono definite come «comunismo libertario», facendosi portatore «di una linea centrista», fondata sulla formazione di un partito organizzato a livello regionale e poi strutturato secondo uno schema federalista. 
La rottura si consuma, però, sulla questione della Costituente e del Sindacato. Il gruppetto dei delegati milanesi, insieme con i militanti dell’Unione di Spartaco, su posizioni neo-marxiste, non approvano le risoluzioni finali del congresso e, praticamente, si pongono al di fuori della Fai. Una volta sganciatesi dalla Fai, il Gruppo dei milanesi pensa di dar vita, con tutte quelle formazioni non strettamente legate ai comunisti, a una sorta di aggregazione di gruppi e movimenti di ispirazione antitotalitaria non marxista. Si arriva a ipotizzare anche la partecipazione alle elezioni per l’Assemblea Costituente nonché la presentazione di liste comuni nelle elezioni amministrative della primavera del 1946. L’intesa non solo non si realizza, ma provoca nuove separazioni, mette in luce le tante contraddizioni delle diverse “anime” dell’anarchismo e genera ripensamenti in quasi tutti i componenti del gruppo milanese. 
A partire dal 1949, insieme a Perelli e Concordia, cui si aggiunge poi anche il giovanissimo Pier Carlo Masini, da vita a Livorno al periodico «L’Impulso. Nel febbraio del 1951, a Genova, si costituiscono, per iniziativa de «L’Impulso», i Gaap – Gruppi anarchici di azione proletaria – che, richiamandosi alla partecipazione libertaria al movimento dei Consigli di fabbrica nella Torino degli anni Venti, intendono ripristinare il rapporto che legava i movimenti anarchici e sindacali alla Sinistra marxista.
Ancora al congresso di Carrara del 1957, mantiene e rimarca le sue differenze rispetto alla Fai e alle altre organizzazioni e federazioni anarchiche; conferma queste posizioni, sia pure in modo meno accentuato, al successivo congresso di Bologna del 1961, poi progressivamente la sua attività politica diminuisce fino quasi a cessare del tutto. Muore a Milano a 66 anni. (Antonio Orlando)  © ICSAIC 2020

Nota bibliografica                                   

  • Giuseppe Mariani, Memorie di un ex terrorista, Torino, 1953;
  • L’attentato al Diana. Processo agli anarchici alle Assise di Milano (9 maggio – 1° giugno 1922), a cura di Giuseppe Galzerano, Napoleone Editore, Milano, 1973;
  • La Resistenza sconosciuta e la lotta contro il fascismo. I giornali anarchici clandestini (1943-1945), Zero in condotta, Milano, 1995.
  • Antonio Orlando, Pietropaolo Antonio, in Dizionario Biografico degli Anarchici Italiani, vol. II, Bfs Edizioni, Pisa 2004;
  • Vincenzo Mantovani, Anarchici alla sbarra. La strage del Diana tra primo dopoguerra e fascismo, Net-Il Saggiatore, Milano 2007;
  • Antonio Orlando, Anarchici e anarchia in Calabria, Edizioni Erranti, Cosenza 2018.

Nota archivistica

  • Archivio Centrale dello Stato,  Casellario Politico Centrale,  DGPS, b. 3869.

Assanti, Damiano

Damiano Felice Gaetano Assanti (Catanzaro, 9 luglio 1809 – Roma, 27 febbraio 1894)

Patriota e uomo politico, Damiano Felice Gaetano, questi i nomi datigli alla nascita, è figlio di Francesco e di Maddalena Rhodio, una famiglia cospicua di Squillace (Catanzaro) che era riparata a Catanzaro, perché perseguitata dalle bande del cardinale Ruffo. Dopo essere rientrato con i suoi familiari nel paese d’origine, assieme al fratello Cosmo si traferisce a Napoli per completare gli studi, accolto nella capitale borbonica dagli zii Florestano e Guglielmo Pepe, la cui madre si chiamava Irene Assanti.
Di spiccati sentimenti liberali, a Napoli diventa amico dei cugini Carlo e Alessandro Poerio, patrioti, politici e scrittori. Viene arrestato una prima volta nel 1832 perché la polizia lo coinvolge in quella che passò alla storia come la «congiura del monaco», in quanto era guidata da un laico del Minori Riformati, frate Angelo Peluso (il relativo processo ai congiurati si tenne nel 1833). Gli andò, comunque, bene e venne rilasciato per mancanza di prove. 
Pur avendo fatto parte della guardia d’onore di Ferdinando II, non smette la sua attività antiborbonica. Lo troviamo così a Cosenza, quando il 17 marzo 1844 scoppiano i moti liberali falliti tragicamente. Con lui ci sono il fratello Cosmo, Carlo Poerio e altri patrioti napoletani. Accusato di complotto contro la corona, viene rinchiuso nel carcere napoletano di Castel S. Elmo dove rimane fino al 15 settembre 1845 quando viene rilasciato per mancanza di prove. Oramai è un “patriota” a tempo pieno. Due anni dopo partecipa, così, alla rivolta di Reggio Calabria del 3 settembre 1847 che fu repressa nel sangue, e questa volta, per evitare la galera, andò esule in Francia, raggiungendo a Parigi lo zio Guglielmo Pepe.
L’anno dopo torna Napoli. Nel 1848, infatti, Ferdinando Il concede la costituzione che presto si rimangerà. Rimpatria all’inizio della rivoluzione e durante il governo di Carlo Troya, si arruola nel corpo dei volontari «Cacciatori delle Alpi» e  il 12 aprile è nominato capitano. Con i volontari napoletani comandati dallo zio generale prende parte alla spedizione in Lombardia come commissario civile del Corpo e poi è a Venezia dove si segnala nei combattimenti in difesa della città, meritandosi sul campo il grado di Tenente Colonnello. Dopo la caduta di Venezia e il ritorno degli austriaci, imbarcatosi con lo zio sul piroscafo francese «Pluton» raggiunge  Corfù. Dall’ospitale isola greca, che accolse molti profughi negli anni risorgimentali, si sposta a Malta e quindi Genova. Infine, si rifugia Torino. Nella capitale sabauda si guadagna la stima degli ambienti politici e soprattutto quella dei fuoriusciti, dopo la sfida a duello con  l’avvocato e giornalista Giuseppe Soler che in un articolo aveva rivolto pesanti offese, denigrandoli, i volontari napoletani che avevano combattuto a Venezia e lo stesso Daniele Manin. Con un colpo di pistola ferisce alla testa l’avversario che, in seguito, perde la ragione. Subisce per questo un processo senza gravi conseguenze (tra i suoi duelli più celebri c’è uno, a Firenze, con Giovanni Nicotera che aveva schiaffeggiato, duello che sarebbe terminato con le parole del generale Angelini a Nicotera: «Stia almeno otto giorni in casa»).
In quegli anni la sua vita ha una svolta. Sposa Emilia Tarchiani e nasce l’unico figlio, Roberto. Lascia Torino e va a Parigi, ma nel 1852, si stabilisce a Nizza.
Nel 1859 partecipa alla II guerra d’indipendenza e l’anno dopo, con la spedizione dei Mille, sbarca in Sicilia assieme al generale Enrico Cosenz come colonnello nella 16ª Divisione dell’Esercito Meridionale. Si segnala nella battaglia di Milazzo guadagnandosi il grado di comandante di Brigata. Segue i Mille fino al Volturno, e per la battaglia dim Capua del 1° ottobre, gli viene conferita la croce dell’ordine militare di Savoia.
Dopo l’unità d’Italia entra anche nella vita politica. Nelle elezioni del 18 febbraio 1861 (VIII Legislatura) viene eletto deputato per la Destra Storica nel collegio di Chiaravalle Centrale (Catanzaro). Alle elezioni del 18 novembre 1865, pone la sua candidatura nel collegio di Chiaravalle, dove viene battuto al ballottaggio, da Francesco De Luca, originario di Cardinale (Catanzaro) il quale ottiene dieci voti più di lui (252 contro 242), e in quello di Tropea, dove arriva ultimo tra quattro candidati, racimolando solo 22 voti contro i 344 del vincitore, Bruno Vinci. Rientra, però, alla Camera con le elezioni suppletive del 7 gennaio successivo poiché De Luca, nel frattempo, aveva optato per il Collegio di Serrastretta che rappresenta dall’VIII alla XII legislatura: al ballottaggio la spunta contro Gaspare Marsico, ottenendo 353 preferenze mentre l’avversario si ferma a 192.
In quegli anni, dal 2 agosto al 28 ottobre 1861 ricopre anche la carica di Ispettore della Guardia Nazionale delle Calabrie. Come affermò il presidente del Senato Domenico Farini nella sua commemorazione, «il suo nome, le sue aderenze, la popolarità che vi godeva operarono efficacemente a dare ordine alla milizia, pace alle popolazioni». Nel 1862 entra nell’esercito regolare italiano e nello stesso anno è nominato provvisoriamente prefetto di Bari, incarico che mantiene fino all’11 gennaio 1863. Dal 10 luglio 1864 fino al 28 aprile 1865 è comandante in seconda della Guardia Nazionale di Napoli. Nell’esercito ricopre diversi incarichi. Comandante dell’82° Reggimento di Fanteria, nel 1866 spera, invano, di poter prendere parte alla terza guerra d’indipendenza.
Prosegue tuttavia la sua attività politica, anche se lontano ormai dalla sua Calabria che lo ha visto deputato già nel primo parlamento del Regno d’Italia. Trasferitosi a Napoli in una casa di Strada Costantinopoli 19, il 10 marzo 1867 è candidato per la X legislatura nel collegio di Pozzuoli e viene eletto al ballottaggio del 17 marzo successivo con 348 voti (il suo avversario Giuseppe Strucchi ne ottiene 111). È riconfermato nello stesso collegio per l’XI legislatura nelle elezioni del 20 novembre 1870 superando il ballottaggio del 27, sempre contro Strucchi, con 347 voti contro 306. Nota curiosa: nella sezione di Ventotene non riesce mai ad avere un voto. In quell’anno risulta essere tra i sostenitori del moto repubblicano di Filadelfia (Catanzaro) capeggiato da Ricciotti Garibaldi, che fu domato in soli tre giorni. Nel 1873 lascia definitivamente la Camera dei Deputati: il 6 novembre, infatti, è nominato Senatore del Regno e presta giuramento il 1° giugno dell’anno dopo dove svolge un impegno continuo, tanto da guadarsi la stima generale.
Muore a Roma, nella sua abitazione in via dell’Esquilino 12, all’età di 85 anni, «tra il rimpianto degli amici, de’ compagni d’esilio e i fratelli d’arme» come si esprime il deputato Di San Donato annunciando la sua morte alla Camera. Lo stesso giorno della sua morte, infatti, è commemorato sia alla Camera (dove intervenne anche il presidente Biancheri), sia al Senato dove parlarono il presidente Farini e i senatori Cavalletto (veneto) e il calabrese Vincenzo Sprovieri. Per il presidente Farini, Assanti in Senato «rammentava più d’una epica pagina del nostro risorgimento; la sua maschia figura, la sua robusta vecchiaia, il suo animo nobilissimo, ammonivano, confortavano. Aveva, per l’Italia, sfidato la bieca tirannide e le orrende prigioni, il piombo micidiale; nessuno dei patimenti che infrangono il corpo e tormentano l’animo lo avevano vinto: nulla lo aveva mosso o scosso. Era un grande esempio!». Concludendo infine: «a questo illustre, a questo generoso soldato e patriota sia perenne la riconoscenza di Venezia e dell’Italia».
Nella sua vita ottiene molte onorificenze: Cavaliere dell’Ordine militare di Savoia (12 giugno 1861);  Cavaliere dell’Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro (9 novembre 1862); Ufficiale dell’Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro (25 gennaio 1863); Commendatore dell’Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro (7 settembre 1864); Ufficiale dell’Ordine della Corona d’Italia (22 aprile 1868) e Commendatore dell’Ordine della Corona d’Italia (12 febbraio 1871).
Riposa nella cappella di famiglia al cimitero di Squillace. Catanzaro e Squillace gli hanno intitolato una via. (Aldo Lamberti) © ICSAIC 2020

Pubblicazioni

  • Sulla tomba del suo zio Guglielmo queste parole profferiva l’11 dicembre 1863, Stamperia del Vaglio, Napoli 1864;
  • Programma elettorale, s.n., s.l. 1865;
  • Discorsi parlamentari, Tipografia della Camera e del Senato, Roma s.d.

Nota bibliografica

  • Guglielmo Pepe, Histoire des révolutions et des guerres d’Italie en 1847,48 et 49, Meline, Cans et compagnie, Bruxelles 1850, p. 420; 
  • Camera dei deputati, Atti parlamentari. Discussioni, 27 febbraio 1894;
  • Senato del Regno, Atti parlamentari. Discussioni, 27 febbraio 1894;
  • Carlo Pecorini Manzoni, Parole del consigliere comunale … pronunziate nella tornata del 24 aprile 1894 in Catanzaro, in memoria del generale Damiano Assanti, Tip. dell’Orfanotrofio maschile, Catanzaro 1894; 
  • Paolo Alatri, La Calabria nel Risorgimento, Ist. geografico tiberino, Roma 1955, p. 32; 
  • Luigi Aliquò Lenzi e Filippo Aliquò Taverriti, Ciraolo Giovanni, in Gli scrittori calabresi, I,  Tip. Editrice “Corriere di Reggio”, Reggio Calabria 1955, p. 88; 
  • Jole Giugni Lattari, I parlamentari della Calabria dal 1861 al 1967, Casa Editrice Morara, Roma 1967, pp. 211-212;
  • Carmela Galasso, Biografie di personaggi noti e meno noti della Calabria, Pellegrini, Cosenza 2009, p. 53;
  • Angela Picca, Calabresi per l’Italia unita / 7: Damiano Assanti (Catanzaro 1809-Roma 1894), «Apollinea», XV, 3, 2011, pp. 34-35;
  • Giuseppe Peluso, Maggior Generale Damiano Assanti. Un calabrese eletto deputato nel Collegio Uninominale di Pozzuoli,  «I Campi Flegrei su … “Pozzuoli Magazine”»,  http://giuseppe-peluso.blogspot.com/2018/02/damiano-assanti.html.

Bruni, Geniale Amerigo

Geniale Amerigo Bruni [Aiello Calabro (Cosenza), 5 febbraio 1923 – Mauthausen, 18 marzo 1945]

Nato da Giovanni e Maria Giuseppa Volpe, trascorse la sua infanzia e adolescenza nel paese natale e, ancora giovanissimo, si trasferì ad Acquappesa dopo essersi sposato con Orsilia Ioselli da cui ebbe un figlio chiamato Amerigo. Con loro, in via Cristoforo Colombo 149 viveva anche la madre che, rimasta vedova, si era trasferita da Aiello Calabro. Nello stesso stabile vivevano il fratello minore di Geniale, Francesco, che aveva sposato una sorella della cognata, Raffaelina. Venditore ambulante, d’aspetto esile e longilineo e dai lineamenti marcati, Geniale fu chiamato alle armi all’età di 19 anni,il 1 settembre 1942 nell’81° Reggimento di fanteria, trasferito al 52° Reggimento di Marcia il 1 luglio 1943, e inviato alla scuola di applicazione di fanteria a Parma il 20 luglio dello stesso anno. Sul foglio matricolare le informazioni sulle vicende belliche che lo interessarono sono alquanto scarne.
In seguito all’armistizio dell’8 settembre 1943 e allo sbandamento dell’esercito che ne seguì, decise di rimanere nella Provincia di Parma e venne considerato in servizio dal 9 settembre 1943 al 31 marzo 1944. Per non cadere in mano ai nazisti riuscì a fuggire, ma piuttosto che tentare il rientro a casa come fecero in tanti, si arruolò dopo qualche mese tra i partigiani.
Da clandestino, costretto alla macchia, evitò il contatto epistolare con la famiglia per non attirare eventuali rappresaglie nemiche e non mettere in pericolo di vita i suoi. Nell’unica lettera ricevuta dalla moglie, ma andata persa, si rivolgeva a lei chiamandola “madre” e al figlio “fratellino”. Non è noto, neppure se nei due mesi precedenti gli fosse giunta la notizia della morte del fratello Francesco, caduto nei pressi del Ponte Olivo a Gela il 10 luglio 1943 mentre combatteva da una batteria contraerea contro gli alleati sbarcati in Sicilia.
La permanenza di Bruni in una città come Parma, dove si respirava un alto senso di responsabilità civile e di non appartenenza agli ideali fascisti, dovette far maturare in lui la convinzione di una partecipazione attiva alla lotta partigiana con il nome di “Moro”. E, infatti, entrò a far parte prima della formazione partigiana Sap Parma e poi militò come gregario nella 143ª Brigata “Aldo”, una delle formazioni della Garibaldi che operava in Emilia Romagna e con la quale intraprese azioni di lotta clandestina, finché il 26 dicembre del 1944 non venne catturato da truppe nazifasciste che lo tennero prigioniero per qualche giorno a Parma prima di trasferirlo nel lager di Mauthausen dove giunse il 4 febbraio 1945, dopo essere stato condotto nel Campo di transito di Bolzano. Immatricolato con il numero 126088, fu classificato nella categoria Schutz come falegname. 
Alcune notizie relative al suo arresto fanno pensare a un atto eroico, simile a quello compiuto da Salvo d’Acquisto. In un’azione contro i nazisti, si racconta, prese su di sé la colpa dell’esplosione di una bomba a mano contro di loro per salvare i compagni. Secondo altre notizie, invece, cadde in mano nazista a causa di una delazione. Qualcuno lo denunciò, come purtroppo accadeva spesso, per qualche miserabile lira.
I nazifascisti gli fecero comunque pagare cara la sua appartenenza a una banda partigiana. Mauthausen voleva dire sopportare prove atroci, dai lavori forzati, ad angherie e maltrattamenti quotidiani, all’annientamento della propria personalità, alla morte per finire cenere nei forni crematori. Condizioni di vita impossibili.
Geniale morì per polmonite il 18 marzo 1945, neppure due mesi prima dell’arrivo dell’esercito americano il 5 maggio 1945 dopo aver subito torture che facevano parte della quotidianità del campo.
Testimoniano di aver assistito alla sua morte Angelo Bianchi e Annibale Visconti che riuscirono a sopravvivere alla deportazione. Visconti lo cita nelle sue memorie esaltandone la determinazione di soldato che imbraccia le armi per difendere i valori della resistenza antifascista. 
Del suo nobile sacrificio rimangono due foto da militare, di cui una con il fratello, e una lapide, quella posta dal Comune di Parma all’inizio di via d’Azeglio, nel 1955 in occasione del decennale della ‪Resistenza. Il nome di Geniale Bruni compare insieme a quello di altri caduti del quartiere nella lotta contro il fascismo e, in particolare, insieme a chi si contrappose al fascismo fin dai suoi albori. Emerge, infatti, il nome di Guido Picelli, che nacque proprio tra quelle case e che fu uno dei massimi protagonisti della resistenza armata, fondatore dell’organizzazione paramilitare «Arditi del Popolo». Nella targa sono incisi i nomi di coloro che morirono nelle Barricate del 1922, contro i fascisti di Italo Balbo, o nella guerra civile spagnola, di chi morì come partigiano e di chi, come Bruni, nei campi di concentramento. In quello stesso borgo, dove è posta la targa, le suore Chieppine aiutarono la popolazione a nascondere le armi che dopo l’8 settembre erano state recuperate nella vicina caserma. 
Bruni fu riconosciuto «Partigiano combattente caduto» con anzianità dal 1 gennaio 1944 al 18 marzo 1945 nella Brigata 143a Garibaldi.
Ad Aiello Calabro, dove il Partito comunista italiano sotto la direzione del poeta reggino Peppe Verduci aveva svolto un’intensa attività politica fin dal 1943, gli fu dedicata la locale sezione al fine di esaltare i valori della resistenza per la quale morirono anche altri giovani aiellesi. 
Per quanto riguarda la famiglia, la moglie e il figlio presero la via dell’Argentina. Costretti dalle difficoltà economiche, nei primi anni Cinquanta raggiunsero l’altra delle sorelle Ioselli, Adelina, sposata con un acquappesano emigrato già da qualche anno. A Buenos Aires, dove si era stabilita una cospicua comunità di acquappesani, Orsilia si è poi risposata formando una nuova famiglia. (Francesca Rennis) © ICSAIC 2020

Nota bibliografica

  • Annibale Visconti, 126491 non voglio più essere un numero, Grafiche STEP editrice, Parma 1978;
  • Giuseppe Verduci, Frammenti di Storia e Ricordi, Pellegrini, Cosenza 2006;
  • Bruno Pino, L’aiellese che finì nel lager per salvare i compagni«il Quotidiano della Calabria», 25 aprile 2007;
  • I deportati politici 1943-1945, del Libro dei Deportati, tomo I, a cura di Giovanna D’Amico, Giovanni Villari, Francesco Cassata, Mursia, Milano 2009, p. 405.

Nota archivistica

  • Archivio della Gedemkstätte di Mautahusen;  
  • Archivio dell’International tracing service (Its) di Bad Arolsen;
  • Archivio di Stato di Cosenza, Registro Fogli matricolari;
  • Archivio Icsaic, Fondo Anpi Cosenza, busta 9, fascicolo 3.

Nota

  • Si ringrazia il sig. Francesco Bruni, familiare di Geniale, per le informazioni fornite.

Conflenti, Alessandro

Alessandro Conflenti [Rogliano (Cosenza), 21 febbraio 1817, Cosenza 7 settembre del 1881]

Pietro Alessandro, così risulta allo Stato civile, nacque nel rione “Rota” di Rogliano dal possidente Tommaso e dalla gentildonna Rosaria Mauro. Il padre era membro del Decurionato locale e faceva parte della “Congregazione de’ Nobili del primo ceto”.
Trascorse la gioventù nel paese natio prima di stabilirsi a Cosenza. Dopo gli studi a Rogliano e nella città dei Bruzi, conseguì la laurea in giurisprudenza a Napoli. Rientrato a Cosenza, frequentò lo studio di Cesare Marini, allora considerato il “principe” del foro cosentino, e seguì con grande ammirazione Tommaso Ortale, suo compaesano, difensore, insieme al primo, dei fratelli Bandiera.
Fu uomo di profonda e vasta cultura. Allo studio delle leggi, che gli consentì di divenire uno degli avvocati più celebri del Cosentino, unì quello della filosofia, della storia, della letteratura, in particolare della poesia.
Della sua giovinezza e del suo profondo attaccamento allo studio non solo giuridico, ma anche letterario, storico e politico, così scrive Stanislao De Chiara, suo amico ed estimatore: «Ma il solo studio del Diritto non quietava l’avida bramosia e la instancabile operosità del giovinetto, e da sé stesso cominciò con ardente desiderio a ricercare e poeti e filosofi e a divorare ogni libro, che gli capitava fra le mani. Né ciò soltanto; ma, giovanissimo ancora e già nutrito di studi severi, cominciò a farsi apprezzare ed amare non pure per l’animo suo nobile ed amante, sovra ogni altra cosa, di libertà, e per i frutti dell’ingegno, ch’ e’ facea conoscere per mezzo de’ giornali del tempo; ma ancora pel coraggio, onde facea mostra, volendo, quantunque sconsigliato, pigliar parte ad ogni politica impresa più arrischiata».
Il 27 aprile 1851 sposò Raffaela Menna dalla quale ebbe sei figli.
Laico e anticlericale per formazione culturale, aderì alla Giovane Italia e probabilmente alla massoneria. Non vi sono documenti che attestino la sua affiliazione al “Grande Oriente”, ma sicuramente gli ambienti che frequentava erano spesso di ispirazione massonica e molti dei suoi amici personali facevano parte delle logge cosentine; certamente furono massoni della loggia “Bruzia” di Cosenza due suoi figli, Tommaso e Raffaele e, successivamente, un suo congiunto, Camillo Oliveti (aveva sposato Rosaria Conflenti).
Entrato negli ambienti del milieu culturale cosentino del periodo, iniziò a collaborare con «Il Calabrese», fondato nel 1842 da Saverio Vitari, «unico giornale di provincia nel regno napoletano in quei tempi, e che per le sue pubblicazioni gareggiava coi soli che avevano fama in Napoli, l’Omnibus Lucifero». La sua collaborazione con il periodico iniziò nel 1843 e nel 1848, quando il giornale cambiò titolo in «Il Calabrese Rigenerato», ne fu il direttore dal 15 febbraio al 7 maggio. Fu proprio con la sua direzione, ma anche per le mutate condizioni politico-istituzionali, che nel 1848 «Il Calabrese» cambiò linea, dandosi una caratterizzazione più apertamente politica. Toccò dunque al Conflenti annunciarne il cambiamento e chiarirne i caratteri nell’editoriale del primo numero del febbraio 1848 rivolto «Ai lettori» in cui, con riferimento agli ultimi avvenimenti politici, annunciava: «Il Calabrese non ristarà dal canto suo: egli si pone nell’aringo in cui bellamente sonosi messi altri giornali della Nazione; e se pria impastoiato da mille sinistri, dové mutilare o del tutto nascondere le tendenze nostre, ora non più vi recherà parole ma idee, non futilità ma pensieri, non appariscenza ma maschia e soda bellezza (…) Le scienze, le amene lettere, le arti, siccome ebbero prima sede in questo foglio, seguiranno ad avercene ma forse meno guardate, e d’interesse ed utilità maggiore».
E fu sempre il Conflenti che, insieme ad altri patrioti cosentini del periodo, seguì con grande passione la drammatica vicenda dei fratelli Bandiera, snodo importantissimo della storia risorgimentale cosentina e calabrese, intuendo che bisognava agire seppure nei limiti e nelle condizioni allora possibili.
Sotto la presidenza del conte Ricciardi si formò un comitato rivoluzionario di cui Alessandro Conflenti fu segretario. Cosenza era sorvegliata. La sua attività insospettì la polizia borbonica che lo tenne d’occhio. Il 13 aprile del 1849 fu arrestato e imprigionato, imputato di aver collaborato a un giornale rivoluzionario diffuso dal «Comitato segreto», presieduto dal Conte Ricciardi, costituitosi a Cosenza. Dopo oltre un anno di carcere fu messo in libertà, ma sottoposto a vigilanza speciale. 
Nel 1860 Rogliano, il suo paese natio, fu il centro propulsore della rivoluzione garibaldina in Calabria, alla quale egli partecipò con ardore insieme ai patrioti del Comitato insurrezionale di Cosenza e ai suoi compaesani.
Dopo l’Unità non volle onori o ricompense, sebbene propostigli a più riprese. Rifiutò la nomina di Procuratore del Re a Catanzaro offertagli dal Governo nazionale, così come la carica di Sindaco della città dei Bruzi e la candidatura politica. Fu eletto Consigliere comunale di Cosenza e nominato socio dell’Accademia cosentina. Successivamente, nel 1874, ricoprì la carica di Provveditore agli Studi della provincia, rifiutandone, però, lo stipendio, cosa che gli valse la nomina, nello stesso anno, a «Cavaliere». 
Nel 1861 fu tra i promotori della ripresa de «Il Calabrese» di cui fu direttore responsabile dal 9 luglio 1861 (a. VII, n. 33) sino alla fine dell’anno, e riprese a fare l’avvocato. Scrisse pure su alcuni altri giornali di Cosenza in particolare su «La Libertà», di Bonaventura Zumbini e su «Il Bruzio», di Vincenzo Padula. Nel 1865 difese il prete di Acri nella causa intentatagli da Francesco Martire, direttore de «Il Corriere di Calabria», per diffamazione a mezzo stampa.
Sono di questo periodo alcuni dei suoi scritti più importanti che lo designano giornalista di grande impegno, scrittore e intellettuale capace di analisi e di prospettiva. Bonaventura Zumbini, in occasione della sua morte, ricorderà: «Col Conflenti ebbi comuni affetti e speranze quando, nel primo tempo del patrio risorgimento, scrivevamo insieme nei giornali cosentini, ed eravamo sempre concordi nel supremo amore alla patria e nel bisogno invitto di adoperarci a vantaggio di lei».
Nel 1866, a Cosenza e in provincia, vi fu un rigurgito neoborbonico che prese forme di protesta appena dopo lo scoppio della terza guerra d’indipendenza. Insieme ad altri esponenti antiborbonici, riprese a sventolare la bandiera del patriottismo. Il Municipio, infatti, «a fine di prevenire i pericoli di una guerra civile, con delibera del 5 maggio (in realtà del 15, n.d.a.) costituiva un Comitato di pubblica sicurezza o vigilanza, nominando sette fra i patrioti più decisi ad affrontare la reazione», tra cui il Conflenti prescelto come segretario.
Nello stesso anno, allorché «il Ministro dell’Interno, nella relazione precedente al decreto del 30 novembre (…) pel trasporto delle ossa dei Bandiera in Venezia, era incorso in un errore di fatto e che ledeva in qualche modo l’onore di Cosenza», il Conflenti, «da semplice cittadino, con lettera del 30 dicembre al Ministero e pubblicata per le stampe, lo richiamava decorosamente alla rettifica dei fatti, non sopportando che in opere generose e in patriottismo i Cosentini fossero stimati da meno degli altri Italiani».
Nel 1876 fu membro del Comitato esecutivo per la realizzazione del monumento ai fratelli Bandiera decisa dal Municipio. Ma fu l’ultimo suo impegno pubblico e istituzionale perché proprio in quell’anno, infatti, si ritirò dalla vita pubblica per passare gli ultimi anni della sua vita nell’affetto della famiglia. Lo studio della letteratura italiana ed europea fu la sua grande passione nella quiete domestica.
Morì il 7 settembre 1881 con accanto la moglie, i figli e il fratello maggiore Raffaele.
Lasciò «grande eredità di affetti e non fuggevole ricordo e desiderio di sé per le sue scritture e per le sue azioni, le une e le altre ispirate a nobili sentimenti e dirette a fini nobilissimi, nelle quali tutta rivelò l’anima sua ardente e intemerata».  (Leonardo Falbo) © ICSAIC 2020

Opere

  • Sul Feretro di Carlo Campagna. Commemorazione, Tipografia di G. Migliaccio, Cosenza 1861;
  • I fratelli Bandiera o i massacri cosentini del 1844. Racconto documentato,Tipografia Bruzia, Cosenza 1862;
  • L’eco della coscienza pubblica. Raccolta di osservazioni, memorie, aneddoti ed altro, Tipografia dell’Indipendenza, Cosenza 1863;
  • Al Cav. Andrea Galassi di Modena Presidente del Circolo d’Assise in Cosenza, meritatamente da tutti pregiato. In morte de’ suoi figli Silvio e Attilio. Un ricordo di stima e di affetto, Tipografia dell’Indipendenza, Cosenza 1865;
  • In morte di Tommaso Morelli, Tipografia dell’Indipendenza, Cosenza 1869;
  • Il Sillabo della Curia romana recato in versi italiani, 3ª Edizione, Tipografia dell’Indipendenza, Cosenza 1869;
  • Commiato di Cosenza alle ceneri dei fratelli Bandiera e di Domenico Moro, Tipografia dell’Indipendenza, Cosenza 1869;
  • Visione, Tipografia de “La Lotta”, Cosenza 1904.

Nota bibliografica

  • Carlo Rebecchi, Poche parole pronunziate sul feretro dell’avv. Cav. Alessandro Conflenti, «Il Busento», Cosenza, 23 settembre 1881;
  • In memoria di Alessandro Conflenti, Dalla Tipografia Municipale, Cosenza 1882;
  • Stanislao De Chiara, Di Alessandro Conflenti e de’ suoi scritti, in Ivi, p. 29;
  • Francesco Vaccaro, Avvocati e giuristi cosentini (dal 1200 al 1800), Tipi di Vincenzo Serafino, Cosenza 1934, p. 182;
  • Leonardo Falbo, Il roglianese Alessandro Conflenti tra storiografia risorgimentale e bibliografia, in Giuseppe Masi (a cura di), Tra Calabria e Mezzogiorno. Studi storici in onore di Tobia Cornacchioli, Pellegrini, Cosenza 2007, pp. 125-150;
  • Leonardo FalboIl Risorgimento nel Cosentino. Alessandro Conflenti,Amministrazione Comunale di Rogliano, Rogliano 2011.

Nota archivistica

  • Archivio Comunale di Rogliano, Registro delle nascite, a. 1817.

Fera, Luigi

Luigi Fera [Cellara (Cosenza), 12 giugno 1868 – Roma, 9 maggio 1935]

Nacque da Rachele Crocco e da Michele, medico, professore di scienze naturali al liceo Bernardino Telesio di Cosenza e presidente del comizio agrario cosentino. Conseguita la maturità al Telesio, si trasferì a Napoli, dove frequentò i corsi di giurisprudenza e filosofia. Fu allievo dei filosofi Giovanni Bovio e Filippo Masci e frequentò i giornalisti Matilde Serao e Edoardo Scarfoglio. Raggiunto il privilegium, la laurea dottorale, nel 1892-1893 insegnò filosofia nel rinomato istituto cosentino e in seguito si dedicò all’attività forense in ambito penalista.
Aderì fin da giovane alla massoneria, manifestando un forte laicismo e anticlericalismo, e nel 1894 divenne redattore del settimanale laico, liberale e massone «La Lotta». 
Nelle elezioni amministrative di Cosenza del 1895 fu eletto in Consiglio comunale, dove fu fra i promotori del ripristino della biblioteca Civica di Cosenza e del museo civico. Impegno che gli garantì nel dicembre 1895 la nomina a segretario perpetuo dell’Accademia cosentina, diventandone un membro illustre. Nel 1898, con la riapertura della biblioteca, entrò nel primo consiglio di amministrazione e contribuì ad accrescerne il patrimonio librario. Nello stesso anno, con Nicola Serra e Oreste Dito, pubblicò il periodico «Cosenza laica», strumento di lotta contro il clericalismo locale.
Nel 1900 fu rieletto in consiglio comunale e con la caduta della giunta comunale, fu nominato sindaco di Cosenza, ma non riuscendo a costituire una maggioranza fu costretto a dimettersi pochi giorni dopo. Nel 1901 difese in tribunale la roglianese Caterina Morelli – unica figlia di Donato Morelli – dall’accusa di falsità di gravidanza e parto rivoltagli dal coniuge Salvatore Quintieri. L’arringa giudiziaria terminò con la vittoria dell’avvocato radicale. Nelle elezioni amministrative di Cosenza del 1901 fu rieletto nella giunta comunale. 
Nelle elezioni politiche del 9 novembre 1904 si candidò con i radicali nel collegio di Rogliano e con 1.318 preferenze fu eletto deputato del Regno d’Italia, battendo il ministeriale Luigi Quintieri; la sua elezione fu possibile grazie al sostegno ricevuto dalla famiglia Morelli e dalla sinistra roglianese.In Parlamento, nel 1906 sostenne la necessità della riforma dei patti agrari e contribuì all’approvazione della legge 25 giungo 1906, n. 255, «Provvedimenti a favore della Calabria», per fronteggiare i danni provocati dal sisma del settembre 1905. Al termine del III congresso nazionale del partito radicale (30 maggio – 2 giugno1907) entrò a fare parte della direzione centrale dell’organizzazione. Con il terremoto del dicembre 1908, intervenne alla Camera per richiedere provvedimenti a favore delle aree colpite. 
Nelle elezioni politiche del 7 marzo 1909, si candidò con i radicali nel collegio di Rogliano e con 1.595 preferenze riconfermò il suo seggio alla Camera. Nel IV congresso nazionale del partito radicale (28 novembre – 1º dicembre 1909), espose con Gino Bandini la relazione «La riforma elettorale», dichiarandosi favorevole al suffragio universale e al sistema elettorale proporzionale, causando il malcontento dei presenti. Nel gennaio 1911 fu relatore del progetto d’iniziativa parlamentare per l’erogazione degli interessi del fondo silano, poi legge 27 giugno 1912, n. 766. Nel mese di marzo sostenne, per il gruppo parlamentare radicale, la riforma del sistema elettorale e l’allargamento del suffragio, provocando così la caduta del governo di Luigi Luzzatti (31 marzo 1910 – 30 marzo 1911). Nello stesso anno fu relatore del progetto di legge del piano regolatore per l’ampliamento di Cosenza, poi legge 30 giugno 1912, n. 746. 
Nel 1911-1912 assunse posizioni filo-tripoline, confermate con la ratifica da parte dei radicali dei provvedimenti legislativi che posero la Cirenaica e Tripolitana sotto il controllo italiano, e nel V congresso nazionale del partito radicale (9-11 novembre 1912), dove manifestò entusiasmo per la guerra coloniale. Nel dicembre 1912, nell’elezione per entrare a fare parte della giunta per il bilancio, fu battuto dal repubblicano Pietro Pansini.
Nella competizione elettorale del 26 ottobre 1913, si candidò nel collegio di Rogliano e con 5.183 preferenze riconfermò il suo seggio. Nel VI congresso nazionale del partito radicale (31 gennaio – 2 febbraio 1914), si espresse a favore per la formazione di una maggioranza governativa antigiolittiana. 
Nella prima guerra  mondiale si dichiarò interventista, dapprima favorevole alla triplice Alleanza e in seguito per la triplice Intesa. 
Con la formazione del I governo di Paolo Boselli (18 giungo 1916 – 29 ottobre 1917), dopo oltre un decennio di opposizione governativa, divenne Ministro delle Poste e dei telegrafici, incarico riconfermato anche nel I gabinetto ministeriale di Vittorio Emanuele Orlando (29 ottobre 1917 – 23 giungo 1919). Al dicastero introdusse l’istituto dei fondi di cointeressenza, strumento di semplificazione burocratica dei servizi e meccanismo d’incentivazione individuale. Il suo lavoro ministeriale portò al regio decreto 2 ottobre 1919, n. 1858, o decreto Fera-Chimenti, sull’ordinamento degli uffici e del personale postale, telegrafico e telefonico; tuttavia, il programma non ebbe sviluppi futuri. A Cosenza fece costruire il palazzo delle poste sul Lungo Busento. 
Nelle elezioni politiche del 16 novembre 1919, si ricandidò nel collegio di Cosenza nella lista dei radicali, contrassegnata da un aratro, e con 10.988 consensi fu il primo eletto (7.051 voti di preferenza e 3.937 voti aggiunti riportati in altre liste). Tornato nelle file dell’opposizione ai governi di Francesco Saverio Nitti, dal 1919 al 1920 fu membro della giunta per il regolamento interna e nel V governo di Giovanni Giolitti (15 giugno 1920 – 4 luglio 1921) assunse la guida del ministero di Grazia e giustizia e degli affari di culto, dove propose diversi disegni di legge per la riforma dell’ordinamento giudiziario, sulla professione di avvocato e sulla circoscrizione giudiziaria. 
Nelle elezioni del 15 maggio 1921, le ultime cui partecipò, si candidò nel collegio di Catanzaro nella lista dell’unione nazionale democratica, contrassegnata dal simbolo dell’aratro, e con 29.611 consensi risultò il secondo eletto (22.313 voti di preferenza e 7.298 voti aggiunti riportati in altre liste), riconfermando il suo seggio. Nel 1922 entrò a fare parte del consiglio nazionale del partito democratico sociale italiano, nel quale erano confluiti i radicali. 
Nei confronti del governo di Mussolini assunse un atteggiamento contraddittorio, sostenendolo all’indomani della Marcia su Roma e, pur distanziandosi dalle violenze fasciste, giudicò possibile un’evoluzione democratica del partito mussoliniano e il suo inserimento nel sistema liberale. Considerò, infatti, il fascismo non un fenomeno superficiale e transitorio, ma un’avvertita esigenza del sentimento unitario nazionale, in grado di eliminare la sovversione socialcomunista. 
Nel 1923 fu membro della commissione dei diciotto, presieduta da Giovanni Giolitti, per l’esame del progetto di riforma elettorale, poi legge 18 novembre 1923, n. 2444 o legge Acerbo, dove trovandosi di fronte all’intenzione dei fascisti di annullare tutti gli altri partiti politici, iniziò a maturare una posizione critica nei confronti del nascente regime. Nel 1924 si ritirò dalla scena politica nazionale e non si ricandidò alle elezioni, rifiutando di entrare nel “listone” fascista. Nel II congresso nazionale del partito della democrazia sociale (28-29 marzo 1925), rivendicò il pieno rispetto dei poteri del Parlamento e delle libertà civili sancite nello statuto Albertino. Con il consolidamento del regime continuò a esercitare l’attività forense.
Morì a Roma all’età di 67 anni.
Nella sua esperienza parlamentare e governativa intervenne 121 alla Camera e la sua firma comparve in 295 progetti di legge. In Parlamento si scontrò spesso con Francesco Saverio Nitti sul tema della grande proprietà latifondista e sulla necessità di riformare i rapporti sociogiuridici fra proprietari terrieri e lavoratori della terra, dove il rispetto del diritto di proprietà non dovesse cancellare i bisogni delle classi sociali più svantaggiate. Nella sua attività s’impegnò per l’estensione e il potenziamento delle linee ferroviarie calabresi, per le questioni locali, come la costruzione dei laghi artificiali in Sila, per la riforma del sistema giudiziario e tributario, per la questione clericale, per il risanamento politico e amministrativo del Mezzogiorno e per l’estensione del suffragio universale. (Prospero Francesco Mazza) © ICSAIC 2020

Opere

  • Un episodio del 1799: con documenti (con Stanislao De Chiara), «Rivista abruzzese», Teramo 1902;
  • Discorso pronunziato da Luigi Fera ministro della Giustizia e degli Affari di culto a Catanzaro il 5 maggio 1921, Colombo, Roma 1921;
  • Discorsi e relazioni parlamentari: dai 15 giugno 1920 ai 4 di luglio 1921, Colombo, Roma 1923;
  • Per la patria e per la democrazia, Bocca, Roma 1924;
  • Ancora per la crisi costituzionale: discorso tenuto ai 6 luglio 1925 alla sezione democratica sociale napoletana, Luzzatti, Roma 1925;
  • La crisi della Costituzione, Vendier, Padova 1925;
  • Memoria difensiva per Giovanni Quintieri contro Salvatore Quintieri, Pallotta, Roma 1928;

Nota bibliografica

  • Nicola Serra, Commemorazione di seLuigi Fera nel maggio 1947, s.n., Cosenza s.d. 
  • Gaetano Cingari, Storia della Calabria dallUnità a oggi, Laterza, Roma-Bari 1982, ad indicem;
  • Vittorio Cappelli, Politica e politici, in  Piero Bevilacqua e Augusto Placanica, La Calabria, Einaudi, Torino 1985; ora: Politica e politici in CalabriaDall’Unità d’Italia al XXI secolo, Rubbettino, Soveria Mannelli 2018;
  • Adriano Roccucci, Fera, Luigi, in Dizionario bibliografico degli italiani, vol. 46, Roma 1996, pp. 171-174;
  • Luca Addante, Partiti ed élites politiche a Cosenza da Luigi Miceli a Luigi Fera, in «Daedalus»15, 2000, pp. 29-52;
  • Luca Addante, Luigi Fera: 1868-1935, in Cosenza e i cosentini: un volo lungo tre millenni, Rubbettino, Soveria Mannelli 2001, pp. 64-65;
  • Michele Chiodo, L’Accademia cosentina e la sua biblioteca: società e cultura in Calabria, 1870-1998, Pellegrini, Cosenza 2002;
  • Carmela Galasso, Fera Luigi, in Biografie di personaggi noti e meno noti della CalabriaPellegrini, Cosenza 2009, p. 187;
  • Vittorio Cappelli, I politici che hanno lasciato il segno, in Il Cosentino. Cento pagine di storia, imprese e territorio, a cura di Rosario Branda e Domenico Cersosimo, Editore Sipi, Roma 2010.