Calogero, Lorenzo

Lorenzo Calogero [Melicuccà (Reggio Calabria), 28 maggio 1910  ̶  25 marzo 1961]

Nasce a Melicuccà (Reggio Calabria) il 28 maggio 1910, da Michelangelo, figlio di notaio, e Maria Giuseppa Cardone (nativa di Bagnara Calabra), figlia di farmacista.  La famiglia, benestante e possidente, annovera antenati professionisti in campo medico e giuridico.
Terzo di sei fratelli, compie i primi studi tra Melicuccà, Bagnara Calabra e Reggio Calabria. Inizia le scuole elementari nel paese natale e li conclude a Bagnara (vivendo presso gli zii materni) per poi trasferirsi con la famiglia, nel 1922, a Reggio Calabria, dove frequenta l’Istituto Tecnico e, dopo aver cambiato corso di studi, il Liceo scientifico, conseguendo la maturità.
Nel 1929 segue la famiglia trasferitasi a Napoli e si iscrive alla Facoltà di Ingegneria per poi cambiare percorso l’anno successivo, frequentando la Facoltà di Medicina.
Nel 1934 la famiglia rientra in Calabria: gli anni Trenta vedono il dispiegarsi del primo periodo compositivo del poeta calabrese che, pur iniziando a soffrire di varie patofobie, scrive versi che si adopera per pubblicare, avviando anche una corrispondenza con Piero Bargellini e Carlo Betocchi. Pubblica Sedici poesie nella raccolta Dieci poeti nel 1935, Poco suono nel 1936 (a proprie spese) e compone le liriche che confluiranno in Parole del tempo (Maia, Siena 1956).
Laureatosi a Napoli in Medicina nel 1937, Calogero, affetto da patofobie che ne minano lo stato di salute, pur abilitandosi l’anno successivo a Siena all’esercizio della professione di medico e iniziando (nel 1939) a lavorare in Calabria, compie un primo tentativo di suicidio, sparandosi al cuore nel 1942.
Nel 1944 inizia una corrispondenza epistolare con Graziella, studentessa in lettere di Reggio Calabria, rapporto che si conclude dopo cinque anni. La malattia nervosa da cui Calogero è affetto condiziona negativamente anche il suo incarico di medico condotto. Sospeso, infatti, l’esercizio della professione, il poeta trova ricovero presso la madre e invia i propri lavori manoscritti a vari editori, sempre senza alcun esito.
Dal 1935 al 1946 Calogero vive una fase di presunto silenzio creativo, ignorato dai circoli della cultura critica ed editoriale. Tra il 18 ottobre 1946 (data di redazione di Si confonde questo meraviglioso plenilunio) e il 14 settembre 1953 (data di composizione di Per quale verde ho amato! Ora lontana ora è trepida la morte), Calogero compone le liriche di Ma questo…, che dà il via al suo secondo periodo poetico, caratterizzato da uno stile più disconnesso, apparentemente disorganizzato, ma in realtà oggettivante il progressivo distacco dell’io poetico dal reale.
Sono gli anni della permanenza in Calabria, dell’aggravamento di alcune sue patologie e dell’esercizio della professione medica presso l’ospedale militare di Catanzaro (1944-1945) e a Melicuccà, dove rientra nel 1950 per curare dei disturbi polmonari e dove, il 14 giugno 1951, viene nominato medico condotto e ufficiale sanitario ad interim. Tale esperienza termina il 19 gennaio 1954 quando, anche grazie al consiglio di Carmine Calvanese, amico di famiglia e medico con esperienza nelle province di Catanzaro e Siena, Calogero si trasferisce a Campiglia d’Orcia, dove rimarrà fino al 23 gennaio 1956, dopo aver vinto un concorso bandito dalla Prefettura di Siena, per un posto di medico condotto del Comune di Castiglione d’Orcia, frazione di Campiglia.
L’11 ottobre 1954 Calogero spedisce a Einaudi due dattiloscritti (Ma questo Poesie) senza ricevere risposta. Nel novembre 1954 trascorre alcuni giorni a Milano e poi a Torino per avere informazioni sui testi inviati, ma riceve notizie discordanti in merito al recapito di quanto spedito.
Il periodo di servizio nel piccolo paesino in provincia di Siena viene inframezzato da quasi tre mesi di aspettativa, dal 15 febbraio al 12 maggio 1954. La condizione difficile che si trova ad affrontare lo induce a rifugiarsi nella scrittura e a riprendere la ricerca di contatti con diversi editori per la pubblicazione dei suoi versi.
Nell’ottobre del 1955 compone le liriche di Avaro nel tuo pensiero. Invia lettere e dattiloscritti a vari editori, ricevendo sempre risposte evasive.
La raccolta poetica Ma questo… viene pubblicata, a spese dell’autore e dedicata alla memoria di Carmine Calvanese, nel settembre del 1955 per i tipi della Casa Editrice Maia, in cinquecento copie numerate e firmate. Il direttore della casa editrice senese, con cui pubblicò anche le raccolte Parole del tempo (1956) e Come in dittici (1956, con Prefazione di Leonardo Sinisgalli), era allora Luigi Fiorentino, apertamente ricordato dal poeta in una lettera indirizzata a Carlo Betocchi del 13 novembre 1955, in cui Calogero afferma di scrivere da Siena, dove si è recato per consegnare le bozze di stampa corrette.
Sempre nel 1955 si dimette dall’incarico di medico condotto per problemi di salute e in seguito alla decisione del Comune di sospendergli l’esercizio per mancanza di fiducia da parte degli assistiti. Prima di rientrare a Melicuccà, si ferma a Roma per conoscere Leonardo Sinisgalli, con il quale inizia un’amicizia che durerà sino alla morte del poeta melicucchese.
Il 1956 è l’annus horribilis che vede i primi due ricoveri di Calogero alla clinica per malattie nervose «Villa Nuccia» a Gagliano di Catanzaro, la morte della madre (il 9 settembre) e un secondo tentativo di suicidio.
La soddisfazione derivata dal conseguimento del “Premio Villa San Giovanni” nel 1957 e dalla presentazione (il 3 marzo dello stesso anno) sulla «Fiera Letteraria» di alcune poesie da parte di Sinisgalli non risparmia a Calogero un ulteriore ricovero in clinica (dove si innamora di una infermiera, Concettina) fino al luglio del 1959, al termine del quale riprende la sua vita isolata in una casa di Melicuccà, devastando definitivamente il suo fisico con un’incontrollata assunzione di caffè, luminal e sigarette.
Le liriche della raccolta Sogno più non ricordo, pubblicata postuma (nel volume Opere poetiche, 1966), risalgono a periodo compreso tra il 1955 e il 1958.
Nel decennio 1950-1960 si attua il passaggio dalla seconda alla terza fase della poetica calogeriana, caratterizzata dalla disingannante scoperta dell’inutilità del valore precedentemente fondante della parola, non più capace ormai di rimandare all’Assoluto in quanto l’Assoluto stesso ha cessato di presentarsi quale spazio atemporale e perfetto, divenendo fuggevole anch’esso. Da qui la vanità universale avvertita e la chiusura in se stesso dell’io.
L’ultima produzione lirica di Calogero costituì, soltanto postuma, i Quaderni di villa Nuccia (Opere poetiche, 1962), che condensano la terza fase artistica del medico-poeta nella quale si fanno più rare le nervose manovre stilistiche.
Nel 1960 decide autonomamente di tentare il ricovero al policlinico a Roma per ricevere un aiuto medico e psicologico, ma avendo interrotto la degenza, scappando dopo soli due giorni di permanenza, ricomincia a Melicuccà la vita contrastata. Trascorre gli ultimi mesi in completa solitudine nella sua casa al limitare del bosco, andando incontro a un’oscura morte tra il 22 e il 25 marzo 1961 (giorno in cui viene trovato il suo corpo senza vita), epilogo che sancisce un iter vitale interamente dedicato alla poesia e completamente consumato all’insegna di un mistero esistenziale mai risolto. (Angela Francesca Gerace) © ICSAIC

Opere

  • Sedici poesie, in Dieci poeti, Centauro, Milano 1935;
  • Poco suono, Centauro, Milano 1936;
  • Ma questo…, Maia, Siena 1955;
  • Parole del tempo, con Premessa dell’autore, Maia, Siena 1956;
  • Come in ditticiPrefazione di Leonardo Sinisgalli, Maia, Siena 1956;
  • Opere poetiche I, a cura di Roberto Lerici e Giuseppe Tedeschi, Lerici, Milano 1962 (comprende Come in ditticiQuaderni di Villa Nuccia);
  • Opere poetiche II, a cura di Roberto Lerici, «Poeti Europei», 23, Milano 1966 (comprende Ma questo… Sogno più non ricordo);
  • Poco suono, Nuove edizioni Barbaro, Delianuova 2011;
  • Parole del tempo, a cura di Mario Sechi, Introduzione di VitoTeti, Donzelli, Roma 2014;
  • Avaro nel tuo pensiero, a cura di Mario Sechi e Caterina Verbaro, Donzelli Editore, Roma 2014.

Nota bibliografica

  • Antonio Piromalli, La letteratura calabrese, Pellegrini, Cosenza 1965, pp. 218-221;
  • Giorgio Bàrberi Squarotti, La cultura e la poesia italiana del dopoguerra, Cappelli, Bologna 1966, pp. 133-134;
  • Gilda Trisolini, Un narratore e due poeti, Pellegrini, Cosenza 1967;
  • Antonio Testa, La poesia calabrese del Novecento. Alba Florio – Lorenzo Calogero, Pellegrini, Cosenza 1968;
  • Antonio Piromalli, Lorenzo Calogero, in Letteratura italiana. I contemporanei, vol. III, Marzorati, Milano 1969, pp. 587-608;
  • Giuseppe Calogero, Lorenzo Calogero: poeta della solitudine, Mit, Cosenza 1970;
  • Rodolfo Chirico, La Calabria e un suo grande poeta: Lorenzo Calogero, Pellegrini, Cosenza 1974;
  • Eugenio Montale, Un successo postumo, in «Corriere della Sera», 14 agosto 1962;
  • Ruggero Jacobbi, Secondo tempo di Calogero, in «La Provincia di Catanzaro» II, 4, luglio-agosto 1983, p. 33;
  • Stefano Lanuzza, Il nihilismo patetico di Lorenzo Calogero, in Ivi, pp. 42-46;
  • Amelia Rosselli, Un’opera inedita di Calogero e la sua corrispondenza letteraria, in Ivi, pp. 67-77;
  • Giacinto Spagnoletti, La sorprendente vena di Calogero, in Id., La letteratura del nostro secolo, Mondadori, Milano 1985, pp. 1020-1022;
  • Luigi Tassoni, Lorenzo Calogero e «La vita acre dei segni», in L. Calogero, Poesie, Rubbettino, Soveria Mannelli 1986, pp. 7-24;
  • Caterina Verbaro, Le sillabe arcane. Studio sulla poesia di Lorenzo Calogero, Vallecchi, Firenze 1988;
  • Vincenzo Paladino, La poesia di Calogero tra storia e testo, in Id., Alvariana e altro Novecento, Mursia, Milano 1993, pp. 171-189;
  • Giuseppe Tedeschi, Lorenzo Calogero, Parallelo 38, Reggio Calabria 1996;
  • Giuseppe Antonio Martino, Itinerario poetico di Lorenzo Calogero, Qualecultura/Jaca Book, Vibo Valentia 2003;
  • Tommaso Scappaticci, La donna nella lirica visionaria di Lorenzo Calogero, REM, Palmi 2003;
  • Antonio Piromalli-Tommaso Scappaticci-Carmine Chiodo-Paolo Martino, Lorenzo Calogero poeta, Atti della Giornata di studi [Melicuccà, 13 aprile 2002], Qualecultura/Jaca Book, Vibo Valentia 2004;
  • Vito Teti (a cura di), L’ombra assidua della poesia. Lorenzo Calogero 1910-2010, Rubbettino, Soveria Mannelli 2011;
  • Caterina Verbaro, I margini del sogno. La poesia di Lorenzo Calogero, Edizioni ETS, Pisa 2011;
  • Teresa Martino, Lorenzo Calogero e la critica, Calabria Letteraria, Soveria Mannelli, 2015;
  • Andrea Amoroso, I sentieri del verso: sulla poesia di Amelia Rosselli, Lorenzo Calogero e Bartolo Cattafi, Mimesis, Milano-Udine 2018;
  • Giuseppe Antonio Martino, 1954-1956: L’amara esperienza professionale di Lorenzo Calogero a Campiglia D’Orcia, in http://vengodalsud.wordpress.com/2013/06/18/1954-1956-lamara-esperienza-professionale-di-lorenzo-calogero-a-campiglia-dorcia/

Martini, Mia

Mia Martini [Bagnara Calabra (Reggio), 20 settembre 1947 – Cardano al Campo (Varese), 12 maggio 1995]

Domenica Rita Adriana Berté, questo il suo vero nome, è stata una grande e intensamente espressiva interprete della musica leggera italiana, nonché cantautrice, una delle voci femminili più dotate e più apprezzate dalla critica, anche all’estero. Una donna di grande talento ma molto fragile dal punto di vista caratteriale, aspetto che ha caratterizzato la sua esistenza e, in parte, la sua attività.
Era figlia di Giuseppe Radames Bertè, insegnante di latino e greco trasferitosi nelle Marche per lavoro e di Maria Salvina Dato. Aveva due sorelle, Leda e Loredana (quest’ultima anch’essa affermata cantante). Mimì trascorse la propria infanzia a Porto Recanati, ma ebbe, al pari della sorella Loredana (che lo ha evidenziato nella sua autobiografia Traslocando pubblicata nel 2015 da Rizzoli), un rapporto turbolento con il padre, rapporto che la rese infelice e desiderosa di ottenere libertà e autonomia attraverso la passione per la musica, per lei vera e propria forma di evasione.
Non ancora nota al pubblico con lo pseudonimo di Mia Martini, esibendosi col nome Mimì Berte iniziò a partecipare ad alcuni festival tra le Marche e la Romagna, incidendo il suo primo 45 giri con la casa discografica CAR Juke Box di Carlo Alberto Rossi.
Ma non era certo l’obiettivo che si era prefissato, e decise poi di trasferirsi a Roma con la sorella Loredana. E a Roma le sorelle incontrarono Renato Fiacchini (in arte Renato Zero), al quale in seguito furono legate da una grande amicizia e col quale si generò nel tempo un importante sodalizio artistico. Ma già nel 1969 la sua fragilità aveva portata Mimì a trascorrere un periodo di 4 mesi nel carcere di Tempio Pausania, in Sardegna, per essere stata trovata con uno spinello di marijuana in una discoteca, un’esperienza che la segnerà molto nel seguito della sua vita e della sua carriera.
Ma negli anni Settanta arrivò il successo, la svolta grazie all’incontro con il produttore discografico Alberigo Crocetta, che già aveva avviato al successo un’altra cantante di successo, Patty Pravo. Crocetta la rilancia sul mercato con lo pseudonimo di Mia Martini, scelto per l’attrice preferita da lei, Mia Farrow, e per uno dei brand italiani più diffusi all’estero, quello del vermouth Martini, e variando il look, imprimendo uno stile di orientamento gitano.
I primi anni Settanta sono quelli di Oltre la collina, il primo LP in cui Mia mette davvero tutta se stessa, in cui affronta temi dibattuti, come la disperazione, la solitudine giovanile, la malattia, il suicidio; in questo LP c’è anche il brano Padre davvero, scritto da Antonello De Sanctis e che narra di un ostile rapporto padre-figlia, molto vicino a quello della realtà vissuta dalla cantante, che sottolineò: «Nella canzone “Padre davvero” c’è anche mio padre, che se ne andò di casa un giorno, vent’anni fa, e che da allora non abbiamo più rivisto. Ho saputo incidentalmente che abita a Milano e insegna in un liceo. C’è anche la mia vita avventurosa, imprevedibile, sofferta».
Era iniziata l’escalation che permise alla cantante di Bagnara (località alla quale era molto legata e nella quale tornava quando poteva) di tramandare un insieme di brani pregnanti di emozioni e di riflessioni, da Piccolo uomo del 1972, scritta da Bruno Lauzi, Michelangelo La Bionda e Dario Baldan Bembo, con la quale ottenne, tra gli altri riconoscimenti, il primo «Disco d’oro», per passare a Minuetto del 1973, composto da Bembo e da Franco Califano. Molti altri successi (la discografia è corposa) sino ad arrivare alla fine degli anni ’80 con brani come Almeno tu nell’universo del 1989 (autori Lauzi e Maurizio Fabrizio), che ebbe un effetto “riabilitativo” per l’artista dopo un periodo di ritiro dalle scene, e Gli uomini non cambiano del 1992 (autori Bigazzi e Dati), con il quale si classificò al secondo posto al Festival di Sanremo.
Nel mondo dello spettacolo gli artisti possono vedere bruciato il loro successo per più fattori. Mia Martini fu vittima delle dicerie sul fatto che portasse sfortuna, al punto che i pregiudizi («che la accompagnavano come un’ombra») sul suo conto e la sua fragilità caratteriale l’avevano già portata a ritirarsi per un periodo dalle scene. La voce che portasse sfortuna ormai era radicata nell’ambiente, una diceria oggettivamente infondata, ma pesante e denigratoria, in un ambiente, quello musicale, che avrebbe dovuto celebrarla tra le più grandi di sempre, qual è stata nella realtà, e che invece la bandiva e la colpiva alle spalle. Ben diversi gli apprezzamenti di altri colleghi italiani, come Mina, Riccardo Cocciante, Roberto Murolo, Ornella Vanoni, e stranieri, come Vinicius de Moraes, Charles Aznavour, Chico Buarque de Hollanda, e della critica erudita.
Una storia “dannata” quella di Mia Martini, un’artista con voce e personalità interpretativa davvero unica nel panorama musicale della seconda metà del ventesimo secolo. Una storia fatta di luci e ombre, di cui si ebbe contezza il 14 maggio 1995 quando fu trovata morta nel suo letto. Una vicenda poco chiara, anche se dall’autopsia emerse che il decesso per arresto cardiaco era stato cagionato da overdose di stupefacenti, probabilmente un suicidio (che già aveva tentato in gioventù durante il carcere a Tempio Pausania).
Morì a Cardano al Campo, in provincia di Varese, luogo in cui si era stabilita dopo aver riallacciato i rapporti con il padre, che lì viveva. Non si avevano sue notizie da giorni e chiunque l’avesse contattata per telefono non avrebbe pensato a ciò che era accaduto. Venne trovata in pigiama, con un braccio teso verso il telefono. Dall’esame autoptico la morte venne fatta risalire al 12 maggio. Le ipotesi di suicidio succedutesi nei giorni seguenti il ritrovamento del cadavere vennero però più volte messe in dubbio dalle sorelle. Il corpo venne cremato e le ceneri deposte nel cimitero di Cavaria con Premezzo (Varese).
Dopo la sua scomparsa la sua figura e il suo grande talento sono riemersi prepotentemente. Ogni anno il Festival di Sanremo (manifestazione che spesso scartò i suoi brani) assegna il «Premio Mia Martini», quello della critica, assegnato al brano e all’interprete di maggiore rilevanza spessore artistico.
Nel corso della sua carriera i riconoscimenti sono stati numerosi (ben 7 «Disco d’oro», di cui uno postumo assegnato nel 2013 per la raccolta dei suoi brani più famosi). All’artista sono state dedicate vie e piazze a Roma, Biella, Soveria Simeri (Cz), Somma Vesuviana (Na), Spezzano della Sila (Cs), Calenzano (Fi), Cagliari, Bazzano dell’Aquila (Aq) e nella sua Bagnara Calabra, dove è presente anche un monumento, l’anfiteatro di Castiglione Cosentino (Cs), un belvedere nella città di Messina, un parco a Roma, una sala convegni a Napoli e un giardino a Ravenna. 
La discografia è corposa, e in calce si fa riferimento ai soli album e ai principali singoli. (Letterio Licordari) © ICSAIC 

Album

1971 Oltre la collina (casa discografica RCA)
1972 Nel mondo, una cosa (Ricordi)
1973 Il giorno dopo (Ricordi)
1974 È proprio come vivere (Ricordi)
1975 Sensi e controsensi (Ricordi)
1975 Un altro giorno con me (Ricordi)
1976 Che vuoi che sia… se t’ho aspettato tanto (Come Il Vento)
1977 Per amarti (Come il Vento)
1978 Danza (WEA)
1981 Mimì (DDD)
1982 Quante volte… ho contato le stelle (DDD)
1983 Miei compagni di viaggio (DDD)
1989 Martini Mia… (Fonit Cetra)
1990 La mia razza (Fonit Cetra)
1991 Mia Martini in concerto (da un’idea di Maurizio Giammarco)” (Fonit Cetra)
1992 Lacrime (Fonit Cetra)
1994 La musica che mi gira intorno (RTI)

Principali singoli

1971 – Padre davvero (RCA)
1972 – Piccolo uomo (Ricordi) – Donna sola (Ricordi)
1973 – Minuetto (Ricordi)
1974 – Inno (Ricordi)
1975 – Al mondo (Ricordi)
1976 – Che vuoi che sia se ti ho aspettato tanto (Come il Vento)
1977 – Libera (Come il Vento) – Per amarti (Come il Vento)
1978 – Vola (Warner)
1979 – Danza (Warner)
1981 – Ti regalo un sorriso (DDD)
1982 – E non finisce mica il cielo (DDD)
1985 – Spaccami il cuore (DDD)
1989 – Donna (Fonit Cetra) – Almeno tu nell’universo (Fonit Cetra)
1990 – La nevicata del ‘56 (Fonit Cetra)
1992 – Gli uomini non cambiano (Fonit Cetra) – Rapsodia (Eurostar) – Cu’ mme [con Roberto Murolo ed Enzo Gragnaniello] (CGD)
1994 – Viva l’amore (RTI)

Filmografia

Io sono Mia, Regia di Riccardo Donna, 2019.

Nota bibliografica

  • Mario Luzzatto Fegiz, Una grande artista, una falsa maledizione, «Corriere della Sera», 15 maggio 1995;
  • Federica Cavadini, Mia Martini, uccisa da overdose, in Corriere della Sera, 13 luglio 1995;
  • Menico Caroli, Il mio canto universale, Tarab, Firenze 1999;
  • Dario Salvatori, Dizionario delle canzoni italiane, Elleu Multimedia, Roma 2001;
  • Pippo Augliera, Mia Martini. La regina senza trono, Guida, Napoli 2005.
  • Marcello M. Giordano, Leda Berté, Il caso Mia Martini, Herald, Roma 2006;
  • Dario Salvatori, Il grande dizionario della canzone italiana, Rizzoli, Milano 2006;
  • Giorgio Nobis, La mia Mimì. Il mio viaggio con Mia Martini, Seneca, Torino 2007;
  • Mimmo Gallo, Mia Martini. Io sono la Calabria, Laruffa, Reggio Calabria 2007;
  • Carlo Mandelli, Mia Martini. Come un diamante in mezzo al cuore, Arcana, Roma 2009;
  • Menico Caroli, Guido Harari, Mia Martini. L’ultima occasione per vivere, TEA, Milano 2009;
  • Pippo Augliera, Mia Martini. La voce dentro, Zona, Arezzo 2011;
  • Aldo Nove, Mi chiamo, Skira, Milano 2013;
  • Salvatore Coccoluto, Mia Martini. Almeno tu nell’universo, Imprimatur, Reggio Emilia 2015;
  • Loredana Bertè, Malcom Pagano, Traslocando. È andata così, Rizzoli, Milano 2015;
  • Enrico Taddei, Mia Martini. Canzoni d’amore. Le parole di una poetessa nel cuore, BastogiLibri, Roma 2016.

Santoro, Rubens

Rubens Santoro  [Mongrassano (Cosenza), 26 ottobre 1859 – Napoli, 30 dicembre 1941]

Nacque in  una famiglia fuscaldese di letterati e artisti, da Carlo, scultore in legno (sue opere – statue di San Francesco di Paola, di Santa Caterina d’Alessandria, della Madonna del Carmine e dell’Immacolata, e un crocifisso ligneo – si conservano nella chiesa di Mongrassano), e da Giovannina Belmonte.
A differenza dei suoi fratelli – Michelangelo Giotto, musicista, Aleardo, medico, Filinto, architetto – e di suo cugino Rosalbino, pittore, che vissero prevalentemente in Brasile, svolse la sua carriera artistica interamente in Italia. Ricevuto un primo avviamento alla pittura dallo zio Giovan Battista, giunse dodicenne a Napoli, dove frequentò il Real Istituto di Belle Arti con Domenico Morelli, che gli fece conoscere Antonio Mancini. La frequentazione col Morelli durò un anno soltanto a cagione della insofferenza del giovane verso la disciplina scolastica: il perfezionamento alla sua arte lo ebbe attraverso i numerosi viaggi compiuti in Italia e all’estero, con soggiorni frequenti prima a Castellammare e a Torre Annunziata, e successivamente a Venezia, dove prese casa sul Canal Grande, a Verona e a Chioggia, fonti di ispirazione per molti suoi quadri.
Si impose all’attenzione della critica e del pubblico all’età di quindici anni, cioè a partire dal 1874, anno in cui debuttò alla Promotrice Napoletana con tre opere, Un balconeUn’impressione e Una fanciulla che ride, quest’ultima premiata con medaglia d’argento e acquistata dal Morelli. Nell’estate dello stesso anno, a villa Arata a Portici, conobbe il pittore spagnolo Mariano Fortuny (1838-1874), che lo elogiò pubblicamente dicendogli: «Tu cominci dove gli altri finiscono».
In questo periodo di vita in Campania,  ebbe uno spiacevole alterco col cugino Raffaele Francesco Santoro, anch’egli pittore ma meno conosciuto, il quale firmava i suoi dipinti con la sola lettera R. del nome e poi col cognome, ingenerando confusione tra gli acquirenti. I due artisti si sfidarone a duello, ma il fratello di Rubens, l’architetto Filinto emigrato poi in Brasile ove ebbe prestigiosi incarichi, riappacificò gli animi e il duello non avvenne.
Sotto l’ influenza del Fortuny il Santoro produsse alcuni dipinti, tra cui Al sole, ora a Milano nella Galleria d’Arte Moderna, e Case al sole (opere con cui parteciperà alla Mostra di Brera, Milano, 1878). Sempre nel 1874 inviò una tela al Salone di Parigi, città che lo vide altre volte presente: nel 1878 alla Mostra Universale, dove rappresenta la pittura italiana, espressione del gusto ufficiale, con La grotte des bohémiens; nel 1896 con Stagnatori napoletani, opera premiata e Palazzo Vanaxel a Venezia; nel 1897 con Meditazione su una terrazza a Capri; nel 1898 con Verona; ancora dal 1904 al 1909, con VeronaCanale della Latta (Venezia)Tempo grigio a VeneziaCrepuscolo a Venezia.
Alla Promotrice Napoletana del 1875 espose  i dipinti Mezza figura di sposa, Il solecchio e due  Studi di Torre del Greco e l’anno successivo la Marina alla Chiaiolella di ProcidaSole di marzo e Case di Procida. Nel 1876 fu a Genova con due opere, Dopo la pioggia e Mergellina presso Posillipo; nel 1877, appena diciottenne, fu presente all’Esposizione Nazionale di Belle Arti di Napoli, con le opere Grotta  degli zingari,  Marina di Maiuri sulla costa di Amalfi, acquistata dal Goupil, Una lezione di musica e un disegno. Da allora partecipò alle più importanti manifestazioni d’arte in Italia e all’estero: Promotrici di Torino, 1877, con Mergellina Un sorriso; 1879, con Idillio, Torino, Museo Civico; Mostra Nazionale di Torino, 1880, con ben nove opere, Marina di NapoliGiovinezzaPozzo-Capri, che gli fece ottenere un premio di merito e un diploma, CavalcaviaMezza figura di donnaQuieteMonte TiberioLa zingaraVecchiezza; 1884, con una serie di vedute: Verona, San Zeno, Adigetto, Via Scala, Stallo, Riva San Lorenzo, due Schizzi di Napoli  e un Ritratto di Veneziana; Promotrici napoletane, 1881, con Scaletta, Primi sogni, Interno, Ricordo di Venezia; 1911, anno in cui fece parte dei consiglieri artistici, con Un canale a Venezia, Antica porta veronese, Cortile San Lorenzo a Verona,  Casamicciola; 1912, con Via Veronese, Porta del 1200 a Verona; 1914, con Anime in pena e Dopo la pioggia; 1915-16 con Venezia senza sole, Venezia verso sera e Estate a Verona; 1916/’17, con Verona antica, Impressione, Ritratto del conte Grifeo di Partanna; Esposizione Nazionale di BBAA di Palermo del 1891/’92, con le opere Interno e Pescarenico, che ebbero una medaglia d’oro e furono acquistate dal Re Umberto I; Esposizione mondiale colombiana di Chicago, 1893, con Zingari e Nella baia di Napoli; Mostra della Società degli Amatori e Cultori di BBAA di Roma, 1890, 1895-96, con Posillipo, 1912, 1913, 1915, 1930; 1a Esposizione Artistica di Pietroburgo, 1898, con Zingari e Veduta di Posillipo; Mostra Nazionale di Milano, 1906, con  Interno e Verona antica; Esposizione Internazionale d’Arte di Buenos Aires del 1910, con Un canale di Venezia; Esposizione Internazionale di Barcellona del 1911, con Verona, che gli fruttò una medaglia d’argento.
Altre partecipazioni furono: Mostra del Cinquantenario, a Roma, con Dopo la pioggia e L’antica cappella di San Benedetto; Biennale napoletana del 1921; Mostra dell’Arte coloniale di Napoli del 1934. Alla  Biennale d’arte di Venezia  fu presente per sei volte: 1910, con due pitture, Canale grigio e Casamicciola, acquistata dal console di Spagna; 1912, con due pitture; 1914, con due pitture; 1920, con tre pitture; 1922, con quattro pitture; 1924, con due pitture.
Le  sue  opere  piacquero molto ad Adolphe Goupil, il famoso mercante parigino, che in quel tempo frequentava gli studi dei più importanti pittori italiani, il quale gli aprì le porte di quel mercato e di quello londinese. Ma Santoro ebbe anche frequentazione con altri famosi mercanti, a Parigi con  Steweard e a Londra col Colnaghi. A Londra soggiornò frequentemente, e in quella città era considerato il più leggiadro vedutista di Venezia dopo il Canaletto. Una sua grande estimatrice fu Margherita di Savoia, la quale lo fece conoscere anche allo Zar delle Russie Nicola II.
Partecipò periodicamente, su invito del Frangipane di cui divenne amico, alle Biennali Calabresi di Reggio Calabria: 1920, con La casa di Montecchi; 1922, con L’ultimo gradino, Lacco Ameno, Beduina, Impressione dell’Adige, Ritratto di Francesco Jerace; 1924, con Sans famille, ora a Reggio Calabria, nella Biblioteca comunale, Le due bambole, Ischia; 1926; 1931. Le sue opere si trovano in numerosi musei  ed edifici pubblici: Napoli, Capodimonte, La bottega dell’antiquario; Milano, Galleria d’Arte Moderna; Torino, Museo civico; Reggio Calabria, Amministrazione Provinciale, Venezia verso sera; Mongrassano, sala consiliare del Palazzo Municipale, Paesaggio ideale; enti e collezioni private. La sua pittura fu subito apprezzata per la luminosità e la trasparenza del colore, per il tratto vigoroso, per la solidità dell’impianto tonale. Fu pittore di scene d’interno, marine, numerosissime vedute veneziane, paesaggi di Ischia e di Pescarenico, dipinti ispirati al paese natio. Eseguì anche ritratti (Carolina Santoro, la moglie, Duchessa d’Aosta, Francesco Cilea) e soggetti orientali (Moro, Napoli, Amministrazione Provinciale). Alla morte del Morelli gli successe alla cattedra all’Istituto di BBAA di Napoli. Nel 2003 fu organizzata la mostra “Rubens Santoro e i pittori della Provincia di Cosenza tra Otto e Novecento”, ospitata in tre comuni calabresi, Corigliano Calabro, Aieta, Rende.
Fu Grande Ufficiale della Corona d’Italia. (Enzo Le Pera) © ICSAIC 

Nota bibliografica

  • Enzo Le Pera, Arte di Calabria tra Otto e Novecento, Rubbettino, Soveria Mannelli 2001; 
  • Tonino Sicoli, Isabella Valente et al., Rubens Santoro e i pittori della Provincia di Cosenza fra Otto e Novecento, ed. AR&S,  Catanzaro 2003 (con biografia e bibliografia di R. S. a cura di Isabella Valente);
  • Ugo Campisani, Artisti calabresi. Ottocento e Novecento. Pittori-scultori-storia-opere, Pellegrini, Cosenza 2005;
  • Enzo Le Pera, Enciclopedia dell’Arte di Calabria, Ottocento e Novecento, Rubbettino, Soveria Mannelli 2008;
  • Tonino Sicoli, Il Cantore di Luce, «Il Quotidiano della Calabria », 22 febbaio 2009.

Spanò Bolani, Domenico

Domenico Spanò Bolani (Reggio Calabria, 11 aprile 1815 – 29 giugno 1890) 

Nacque da Antonio e da Anna Genovese, in una famiglia agiata della borghesia reggina. Trascorse la sua infanzia a Reggio e, da autodidatta, si dedicò in gioventù a studi classici. Sviluppò, attraverso queste sue propensioni alle materie umanistiche, i valori della libertà e del patriottismo. È stato un politico, patriota e letterato, deputato dopo l’Unità d’Italia e Sindaco di Reggio Calabria. Autore di un libro sulla storia di Reggio dall’età arcaica (XV secolo a.C.) sino al 1797 e appassionato di archeologia.
Non ancora ventenne, nel 1834 intendeva dare vita a una pubblicazione periodica letteraria, progetto che venne fermato dall’Intendente della Provincia Roberto Betti, nonostante lo stesso fosse un letterato. Ma si concretizzò qualche anno dopo. È del 1° marzo 1838, infatti, l’uscita del primo numero di «Fata Morgana», rivista che non si occupava solo di letteratura: difatti, nel suo articolo di fondo, Spanò Bolani, chr aveva solo 23 anni,  invitava i calabresi a «non vivere dei ricordi della passata grandezza» esortandoli all’azione «con lodevoli imprese, altrimenti la nostra gloria non servirà a rischiarare le nostre miserie».
La pubblicazione della rivista venne sostenuta da letterati e patrioti di pensiero liberale, tra i quali il canonico reggino Paolo Pellicano, Antonino Plutino, Alessandro Nava, Michele Palestino, il cosentino Francesco Saverio Salfi, omonimo e nipote del librettista e politico morto alcuni anni prima, nel 1832, e Gaetano Ruffo, che sulla rivista pubblicò un inno alla libertà dal titolo «L’apparizione».
Ma nel 1847 la pubblicazione (già in regime di censura) fu soppressa, quando Reggio, ancor prima delle rivoluzioni della «primavera dei popoli» del 1848 in Italia e in Europa, insorse contro il regime borbonico (2 settembre 1847). Reggio era considerata una città «fedele» dai Borbone e la repressione fu dura nei confronti di buona parte dei membri del Comitato, tra i quali il canonico Pellicano che venne incarcerato, e soprattutto Ruffo (uno dei Cinque Martiri di Gerace).
«Pochi sanno – scrisse su «Repubblica» lo storico Lucio Villari l’8 dicembre 1992 – che la grande fiammata rivoluzionaria del 1848 che investì l’Italia e l’Europa, e dalla quale ha inizio il nostro Risorgimento nazionale, fu accesa proprio a Reggio il 2 settembre 1847». 
Spanò Bolani venne solo iscritto nella «lista degli attendibili», i sospettati di liberalismo, e continuò a essere sorvegliato dalla polizia borbonica e non oggetto di limitazione della libertà in quanto appartenente al gruppo dei moderati. Si allontanò per un certo periodo dalle attività di contrasto e in quel periodo scrisse la Storia di Reggio Calabria dai tempi primitivi sino all’anno di Cristo 1797, la cui prima edizione venne pubblicata a Napoli nel 1857, ma venne arrestato proprio nella capitale del Regno, solo per alcuni giorni, essendosi rifiutato di dedicare il lavoro a Re Ferdinando II.
Tuttavia, anche i Borbone riconobbero a Spanò Bolani qualità «diplomatiche» volte alla moderazione e alla pacificazione, e nell’ultima fase del loro regno, nel febbraio del 1860 egli venne eletto Sindaco della città di Reggio e, successivamente, Funzionante Intendente e poi, in data 9 agosto dello stesso anno, Intendente, carica finalizzata «al risparmio di sangue cittadino e per preservare la città dagli orrori della guerra civile»: riuscì a impedire atti di violenza.
Dopo la Battaglia di Piazza Duomo del 21 agosto 1860, che vide contrapposti i Mille della spedizione di Garibaldi all’Esercito delle Due Sicilie e che vide sconfitto quest’ultimo, lasciò il suo posto di Intendente e nella lettera inviata al Ministro dell’Interno il 22 agosto evidenziò di aver compiuto la sua missione («V.E. mi perdonerà se io rinunzio risolutamente a qualunque pubblico ufficio, che più non desidero oggi che la mia patria è libera, oggi che nessun pericolo ci minaccia») e che «la Patria fu salva, mediante la fiducia che i miei compatrioti sempre mi circondarono e l’ammirabile attitudine di questo popolo che si mostrò civilissimo e maturo alle più larghe libertà». Si ritirò a vita privata, interessandosi anche di archeologia, passione che condivideva con la letteratura e la storia. Ma per breve tempo, in quanto anche con Garibaldi rimase presidente della Reale Società Economica che aveva il compito di promuovere studi sociali sul territorio.
Assieme a Giuseppe Gullì, Giovanni Ramirez e Bruno Rossi, fece parte della delegazione che a Melito di Porto Salvo andò a convincere Garibaldi a non marciare su Reggio (ancora presidiata da truppe borboniche) e risalire la penisola attraverso l’Aspromonte.
All’età di quasi 50 anni si sposò, con Isabella De Blasio del casato dei Baroni di Palizzi.
Il 19 giugno 1961 entrò in Consiglio Provinciale di cui fu preside dal 3 luglio successivo. Dal 1861 al 1867 (dopo una prima elezione annullata nel 1861) fu Deputato del Collegio di Reggio Calabria, sedendosi alla Camera tra i banchi dei moderati. Fu però un’esperienza di breve durata e alquanto limitata nei suoi interventi parlamentari, per lo scioglimento della Camera intervenuto nel 1867. In seguito non ripresentò più la sua candidatura, riprendendo i suoi amati studi letterari e dedicandosi alla famiglia e ai 4 figli, che nel 1872 perderanno la madre, morta prematuramente.
Dopo l’avvento di Garibaldi, fece parte della Loggia Massonica «Domenico Romeo» (la prima in Calabria dopo l’Unità d’Italia), fondata nel maggio 1863.
L’interesse per la gestione della cosa pubblica lo riportò ancora una volta a presiedere l’amministrazione comunale e la Provincia. Era Sindaco nel 1887 durante una devastante epidemia di colera.
Nel 1889 continuò a dedicarsi alle ricerche archeologiche, e vi è traccia di una sua relazione datata 8 gennaio riguardante gli scavi di Via Padre Costantino Palamolla.
Personaggio a cavallo tra due realtà politiche, è stato uno dei più illustri figli della città di Reggio Calabria sia per l’impegno negli eventi risorgimentali e dopo l’Unità d’Italia, sia per il patrimonio culturale tramandato. Fu il primo storico moderno della città, in quanto la sua Storia di Reggio Calabria costituisce la base di partenza di tutte le successive opere storiografiche riguardanti il territorio, incominciando da quelle di Carlo Guarna Logoteta (che scrisse partendo dal 1797 per arrivare al 1860). A Spanò Bolani – con Antonio M. De Lorenzo – va data la paternità del Museo Civico della città, fondato nel 1882, che lo vide impegnato nella raccolta di preziosi materiali e negli studi e nell’illustrazione dei reperti. È stato promotore e Direttore del primo nucleo museale successivamente ampliato e pervenuto negli anni al rango di Museo Nazionale della Magna Graecia, Si interessò, quale Ispettore Regio degli Scavi e dei Monumenti dal 1875, anche dei siti archeologici di Condofuri, Locri, Maropati e Lazzaro, e fu in contatto con il Museo Nazionale di Napoli per recuperare reperti originariamente rinvenuti nel reggino. Notevole la sua attività nelle commissioni conservatrici del monumenti create nel 1874
Morì nella sua Reggio quando aveva 75 anni. Il 2 luglio 1890, a tre giorni dalla sua scomoparsa, fu commemorato alla Camera dei Deputati dai parlamentari conterranei Rocco De Zerbi e Saverio Vollaro. La Giunta Municipale di Reggio, nel 2011 ha deliberato l’accettazione della donazione che la famiglia Spanò Bolani, nella persona del suo ultimo rappresentante, avvocato  Francesco  Sabatini di Santa Margherita, ha voluto fare alla Città. Si tratta di una ricca Biblioteca appartenuta alla famiglia dello storico reggino costituita da numerosi e pregevoli testi nonché da documenti dello stesso Spanò Bolani e arredi vari. Reggio gli ha dedicato una via, nei pressi del Lungomare, e la Scuola Secondaria di I grado in via Lemos. (Letterio Licordari) © ICSAIC 

Opere

  • Storia di Reggio di Calabria da’ tempi primitivi sino all’anno di Cristo 1797, Stamperia e Cartiere del Fibreno, Napoli 1857 (2ª ed, D’Angelo, Reggio 1891; ristampa Edizioni Barbaro, Oppido Mamertina 1979)
  • Poche rime, Stamperia del Fibreno, Napoli 1857
  • Vita e opere dell’abate Salfi, Napoli 1839
  • Biografia di Antonio Oliva, Reggio 1859
  • Vita di Francesco Calabrò, presso Domenico Siclari Reggio 1859
  • Degli antichi diplomi e statuti della città di Reggio e del volume inedito di Giuseppe Morisani «De Chorographia veterum bruttiorum», Reggio 1870
  • Note ai ricordi storici di Cesare Morisani, Stamperia Siclari, Reggio 1872
  • Versi, A. D’Andrea, Reggio 1881
  • Le scoperte archeologiche di Reggio (in collaborazione con Antonio M. De Lorenzo), Reggio, 1885, 1886, 1889
  • Per l’anniversario del 2 settembre 1847, Paolo Siclari, Reggio 1886
  • Nel 1860. Documenti inediti, Reggio 1890.

Nota bibliografica

  • Atti Parlamentari, Camera dei deputati, Discussioni, 2 luglio 1890;
  • Carmela Galasso, Biografie di personaggi noti e meno noti della Calabria, Pellegrini, Cosenza 2009, pp. 433-434;
  • Domenico Coppola, Profili di calabresi illustri, Pellegrini, Cosenza 2010;

Maiolino, Enzo

Enzo Maiolino [Santa Domenica Talao (Cosenza), 27 ottobre 1926 – Bordighera (Imperia), 11 novembre 2016]

Nasce dopo la partenza del padre Giovanni, di Papasidero, un sarto che emigra nella  Repubblica Domenicana, senza più farne ritorno. Nel 1937 la famiglia Maiolino, composta dalla madre Vincenzina Lamboglia, di Santa Domenica Talao, anche lei sarta e ricamatrice, e dal fratello Beppe (Giuseppe, in seguito fotografo e giornalista), lascia il paese natale per trasferirsi a Ventimiglia, dove Enzo frequenta la scuola d’avviamento al lavoro. Nel 1940, dopo il diploma, comincia a lavorare presso ditte locali, prima come apprendista e poi come impiegato. Di quel periodo sono i primi passi da pittore autodidatta, così come da autodidatta otterrà nel 1948 la maturità artistica; subito dopo inizierà a insegnare disegno ed educazione artistica nella scuola media, professione che eserciterà fino al pensionamento del 1981. Le difficoltà incontrate nell’essersi formato quasi esclusivamente da solo ne faranno un insegnante particolarmente attento, capace di mettersi sempre dal punto di vista dell’alunno, come testimoniano il suo capitolo sulla linoleumgrafia, nel volume di P. M. Abelardi, Educazione artistica per la scuola media (Torino, Lattes, 1969) e, negli anni ’80, un breve ma illuminante  manualetto pensato per i bambini, inedito: Giochiamo col Tangram
Dal 1945 abita a Bordighera, dove nel 1952 sposerà Lina Conrieri e dove nascerà la figlia Giovanna; vi  risiederà tutta la vita, eccettuati i periodi di insegnamento a Taranto e a Ceva. 
Dal 1946 al 1951 frequenta la scuola di Giuseppe Balbo, pittore, scultore e attivo promotore di importanti iniziative culturali a Bordighera, tra le quali il Premio di pittura (e poi di letteratura) «Cinque bettole» e la «Mostra di pittura americana» (vi espongono Pollock, Feininger, Rothko, Gorky…). Grazie ai nuovi stimoli, Maiolino matura i propri mezzi artistici e mostra una precoce inclinazione alla semplificazione formale che sente il bisogno di verificare attraverso un ulteriore consolidamento della propria preparazione: dal 1956 al 1958 torna allo studio dal vero, e se le prime prove si erano ispirate alla sintesi già presente nei Macchiaioli, in Casorati e in Morandi, ora sente in particolare l’influsso della lezione di Cézanne.
Del 1959 è la sua prima mostra personale, al Casinò di Sanremo, durante la seconda edizione dei «Lunedì letterari» diretti da Giacomo Natta, al quale Maiolino dedicherà nel 1984 Questo finirà banchiere. Ricordo di Giacomo Natta, per i tipi di Vanni Scheiwiller, in cui vengono raccolti i risultati di anni di ricerche bio-bibliografiche sull’amico scrittore.
Dopo il «triennio di verifica» si avvia a una progressiva bidimensionalità delle forme per campiture, a partire dai numerosi appunti presi dal vero che hanno per soggetto i borghi liguri, le loro facciate incastrate e sovrapposte, preferibilmente in prospettiva frontale, utilizzando la tempera, fino a pervenire ad esiti analoghi alla fase cubista di Mondrian, in modo del tutto autonomo rispetto ai percorsi dei pittori che vivono a Bordighera, o che la frequentano (tra questi Ennio Morlotti ma anche, tra gli altri, Guido Seborga, Joffre Truzzi, Antonio Porcheddu, più tardi Sergio Gagliolo, Sergio Biancheri).
Superando la fase costruttivista, perviene naturalmente all’astrattismo, in particolare attraverso l’opera grafica. Escono a breve distanza due cartelle di acqueforti: nel 1972 La casa nera, ovvero piccolo elogio del rigore geometrico, edita da Scheiwiller, con una poesia di Antonio Calderara (artista molto vicino alla sensibilità di Maiolino, conosciuto nella galleria Beniamino di Sanremo), mentre nel 1975 è la volta della cartella Blocchi liguri, dove affiancale sue opere a testi di amici poeti di grande levatura.
Si compie il processo di graduale e definitivo dissolvimento del dato reale. Il concretismo che ne consegue lo libera da ogni vincolo figurativo; la semplicità geometrica delle forme, anziché essere riduttiva, gli permette di indagarne le infinite possibilità combinatorie, anche grazie alla scoperta dei giochi del Tangram e dei Polìmini.
Il momento fondante dell’opera di Maiolino è  ormai quello dell’«ideazione», del progetto, che per molti anni avviene durante i soggiorni estivi a Castelvittorio. Dal piccolo borgo all’interno della Val Nervia torna ogni volta con piccoli collages in materiale di recupero, in diverse varianti coloristiche, ma che partono dal rapporto tonale in bianco e nero, dai quali trae i motivi compositivi. Il momento squisitamente artistico della progettazione viene tradotto con passione artigianale in varie tecniche (oli, acrilici, acqueforti, acquerelli, rilievi ed altri ancora) e in diversi formati, pur preferendo le piccole e medie dimensioni. 
Sono anni operosi: partecipa regolarmente all’annuale rassegna polacca Piccole forme grafiche, espone in numerose occasioni in Italia e all’estero, pubblica con editori raffinati, accompagnando sovente testi letterari (si ricordano in particolare le collaborazioni con il fraterno amico Luciano De Giovanni). Dagli anni Ottanta sue opere fanno parte della collezione Cernuschi Ghiringhelli. 
Nel 1993 il critico tedesco Walter Vitt scopre l’opera di Maiolino e ne promuove la conoscenza, prima attraverso diverse importanti mostre in Germania, poi con la pubblicazione del fondamentale catalogo dell’opera grafica che va dal 1950 al 2000. 
Intrattiene intensi rapporti con personalità dell’arte ma anche della letteratura (Carlo Betocchi, Francesco Biamonti, Guido Seborga, Oscar Navarro, Bruno Fonzi, Giacomo Natta, Luciano De Giovanni, per citarne solo alcune), documentati dal suo ricco carteggio.  A fianco dell’attività artistica si pone quella di appassionato ricercatore e «archivista», come per primo lo definì Ennio Morlotti. Cultore della memoria, pubblica vari interventi su riviste letterarie e con pazienti indagini raccoglie rari e citatissimi documenti inediti  riguardanti Amedeo Modigliani, raccolti in Modigliani vivo (1981). 
Mette con generosità a disposizione di studiosi ed appassionati (è attento e fedele amico di chi condivide con lui interessi e sensibilità) il suo notevole archivio e, pur con l’elegante discrezione che lo ha sempre contraddistinto, è un autorevole punto di riferimento della vita culturale del Ponente ligure.
Preziosa testimonianza della sua opera e della sua vita sono le «conversazioni» autobiografiche intrattenute nel 2014 con Marco Innocenti in Non sono un pittore che urla (2014).
Muore a novembre, appena compiuti novant’anni, dopo aver vissuto con rara coerenza di valori, ancora in piena attività artistica e di ricerca: già pronti i tradizionali biglietti augurali che invia puntualmente agli amici cari, ancora aperte le indagini su Giacomo Natta, poco dopo viene riedito il libro su Modigliani con il titolo Modigliani, dal vero (2016). (Luciana Lamberti) © ICSAIC

Opere

  • La casa nera, ovvero piccolo elogio del rigore geometrico, Cartella di sei acqueforti originali di Enzo Maiolino con una poesia di Antonio Calderara e altri testi, a cura di Vanni Scheiwiller, All’Insegna del pesce d’oro, Milano 1972.
  • Blocchi liguri, cartella di cinque acqueforti originali di Enzo Maiolino con poesie di D. Giorgi, L. De Giovanni, O. Navarro, C. Sbarbaro, R. Turci, presentazione di E. Di Martino, Edizione del Cento Internazionale della Grafica, Venezia 1975.
  • Modigliani vivo. Testimonianze inedite e rare, a cura di Enzo Maiolino, Fògola, Torino 1981.
  • Questo finirà banchiere. Racconti. Ricordo di Giacomo Natta, a cura di Enzo Maiolino, All’Insegna del Pesce d’Oro, Milano 1984.
  • Non sono un pittore che urla. Conversazioni con Marco Innocenti, Philobiblon, Ventimiglia 2014.
  • Modigliani dal vero, a cura di Enzo Maiolino, Genova, De Ferrari, 2016.

Nota bibliografica

Sulla figura 

  • Nel segno del tempo. Omaggio a Enzo Maiolino, «Bollettino della Associazione Culturale Comunità di Villaregia», IV-V,4-5, 1993-1994.
  • Enzo Maiolino, «La Riviera Ligure», XII, 35, maggio-agosto 2001.

Sull’opera 

  • Walter Vitt, Enzo Maiolino, 1950-2000Das druckgrafische Werk / Opera incisa e serigrafica,  Nördlingen, Münster 2000.
  • Geometrie in gioco. Enzo Maiolino, opere 2000-2007, a cura di Leo Lecci e Paola Valenti, De Ferrari, Genova 2007.

Scoleri, Domenico

Domenico Scoleri [Gerace (Reggio Calabria) 11 febbraio 1905 – Padova 3 ottobre 1962]

Intellettuale poliedrico, filosofo, poeta e pubblicista, nacque in una famiglia numerosa: il padre, Bruno, era un fabbro ferraio dall’estro creativo, e la madre Rosa Manfrè una tessitrice. La modesta situazione economica familiare non gli poteva consentire di proseguire negli studi. Per cui, lasciata la «città mistica» come egli definì Gerace, dovette trovarsi un’occupazione come istitutore nell’Orfanotrofio provinciale di Reggio Calabria. Conseguì così il diploma magistrale e insegnò nelle scuole elementari di Rodì Siculo, in provincia di Messina. E una volta occupato, con un reddito proprio, continuò gli studi laureandosi in Storia e filosofia all’Università di Messina. Dall’insegnamento nelle scuole elementari passò allora a quello nelle superiori. Fu dapprima docente di filosofia e pedagogia nell’Istituto magistrale “T. Gullì” e, quindi, di storia e filosofia al Liceo scientifico di Reggio Calabria. Studiando ancora con grande impegno e determinazione ottenne poi la libera docenza di Storia della filosofia all’Università di Messina. 
Nel 1926, insieme a Giuseppe Tympani e Alfredo Pedullà Audino, fondò la Federazione Italiana Liberi Intellettuali (FILI). Questa operò assieme ad Antonino Anile, ex deputato del Partito Popolare e ministro della pubblica istruzione nei due ministeri di Luigi Facta che aveva firmato il Manifesto degli intellettuali antifascisti, nel tentativo di effettuare una revisione dello storicismo crociano rivalutando il concetto di individuo in filosofia morale, della cosmicità e moralità dell’arte in estetica, e del ruolo della pedagogia, in particolare della scuola attiva, in ambito educativo. Il successo della Federazione, aperta a tante anime con l’obiettivo di «difendere la libertà di pensiero e combattere qualunque manifestazione di pseudo arte», fu determinato dalla sua laicità condivisa da grandi artisti e scrittori del tempo, tra cui Eugenio Montale, Massimo Bontempelli, Curzio Malaparte, Leonida Repaci, Francesco Perri, Libero Bovio, Mario La Cava e Francesco Cilea, oltre alle case editrici Mondadori e Vallecchi. 
Autore di componimenti poetici, pubblicati nell’antologia di giovani autori Giovinezza. Fu invitato a far parte della rinomata Accademia Peloritana dei Pericolanti, in qualità di socio corrispondente. Massone, aderì anche al Grande Oriente d’Italia.
Il risveglio culturale della città alla fine della seconda guerra mondiale lo vide protagonista attivo. Non fu estraneo alla politica. Con lo sbarco degli alleati in Calabria nel 1943, assieme a Enrico Putortì, Gaetano Cingari, Lello Sardiello, Franco Zannino Domenico De Giorgio e altri professionisti militò attivamente nel Partito d’Azione – «un partito di minoranza e di intellettuali» come lo definì il prefetto di Reggio Antonio Priolo – fino al suo scioglimento, e collaborò al suo organo di stampa provinciale, «L’Azione». Dopo il fallimentare Congresso di Cosenza e la dissoluzione di tale partito aderì al gruppo Sinistra Liberale dal quale, dopo una fugace esperienza, transitò al Partito Socialista di Unità Proletaria. Con Domenico De Giorgio, fu redattore capo e condirettore di «Historica». E successivamente, dal 1948 con Salvatore Carella e Giuseppe Tympani curò la pubblicazione della rivista di varia cultura «L’Italia intellettuale», organo della Federazione italiana Liberi intellettuali.
Presidente della sezione reggina della Società filosofica Italiana di cui facevano parte anche De Giorgio, Domenico Antonio Cardone, Antonino Lovecchio e Rodolfo De Stefano, fu collaboratore di periodici e di diverse riviste tra le quali, «Ricerche filosofiche» fondata da Antonio Cardone e pubblicata annualmente a Palmi.
Dal 1955 fu titolare della Cattedra di Filosofia morale all’università di Messina a fianco del filosofo e pedagogista Adelchi Attisani.
Morì prematuramente a Padova a soli 57 anni.
L’epitaffio sulla sua tomba è molto eloquente per quel che riguarda la prospettiva di senso all’interno della quale si è mossa tutta la sua vita. Come spesso accade, anche in questo caso si tratta di parole composte dallo stesso autore: «Non la morte importa e preoccupa bensì l’inquietante cruccio e amarezza di non poter dare abbastanza alla terra per renderla meno disumana».
La Scuola Media di Gerace è intestata a suo nome. (Vincenzo Cataldo) © ICSAIC

Opere

  • Libertà e moralità nella filosofia di Benedetto Croce, Tip. Fata Morgana, Reggio Calabria 1944;
  • Moralisti italiani del nostro tempo, Leo, Reggio Calabria 1950 (Pancallo, Locri 2012);
  • Solitudine metafisica e solidarietà umana, Historica, Reggio Calabria 1953 (Pancallo, Locri 2009)
  • Gerace, città mistica, «Italia intellettuale», Leo, Reggio Calabria 1955
  • La filosofia del diritto di B. Spinoza. Negli appunti per il corso universitario 1958-1959Stab. tip. La voce di Calabria, Reggio Calabria 1965

Nota bibliografica

  • Giuseppe Martano, Ricordo di Domenico Scoleri, «Historica», 5-6, 1963, p. 148;
  • Antonino Bruno, Solitudine metafisica e solidarietà umana in Domenico Scoleri, «Historica», 5-6, 1963, p. 153;
  • Piero Riggio, Il mito di Ercole nella filosofia di Domenico Scoleri, «Historica», 5-6, 1963, p. 159;
  • Saverio Aldo Siciliano, La personalità di Domenico Scoleri, «Historica», 5-6, 1963, p. 209;
  • Trento Malatino, La concezione etico-politica di Spinoza nella ricerca di Domenico Scoleri, «Historica», 1-2, 1966, p. 41;
  • Enzo Canale, O l’uomo o Dio: tertium non datur. Domenico Scoleri e la ridefinizione dell’umanesimo nel secondo dopoguerra, s.l., s.n. 1987;
  • Aldo Siciliano, Domenico Scoleri un volto umano della filosofia, «Historica», 4, 1995;
  • Angelo Vecchio Ruggeri, L’umanesimo liberale nell’opera di Domenico Scoleri, «Calabria Sconosciuta», 95, 2002, pp. 11-12
  • Angela Cimato, Elogio di Domenico Scoleri, in «Agon», n. 13, aprile-giugno 2017, pp. 192-219;
  • Giuseppe Marcianò, L’avvocato Enrico Putortì e il Partito d’Azione a Reggio Calabria, in «Rivista Calabrese di Storia del ‘900», 2, 2011, pp. 53-68.

Prota Giurleo, Luigi

Luigi Prota Giurleo [Roccella Ionica (Reggio Calabria), 5 febbraio 1827 – Napoli, 2 dicembre 1892]

Figlio di Silvestro e di Rosa Ciurleo (cognome mutato poi in Giurleo per errore di trascrizione) originaria di Oppido Mamertina (RC), la quale conobbe Silvestro a Malta dove abitava quando era rifugiato in quell’isola a motivo della sua implicazione nei moti carbonari del 1821. Nel 1827 Silvestro Prota aveva ottenuto di poter ritornare in Calabria. In seguito fu confinato a Stilo (Reggio Calabria), dove il suo primogenito Luigi, dopo una prima formazione impartita dal padre, fu messo a studiare nel locale convento dei domenicani. Compiuto il corso di studi umanistici e letterari, Luigi nel 1846 entrò nell’Ordine dei Predicatori (OP), e proseguì gli studi teologici a Roma, dove fra l’altro si iscrisse alla «Giovine Italia». Avendo partecipato ai moti politici del 1848-1849, con il ristabilimento del potere del papa in Roma, fu trasferito a Sebenico (Dalmazia), dove entrò in contatto con le «Rivendicazioni del popolo» che, a partire dal 25 marzo 1848, avevano proposto un programma rivoluzionario nell’ambito sociale e soprattutto religioso: democratizzazione della chiesa, abolizione del celibato del clero, uso della lingua nazionale nella liturgia. In quell’esilio – secondo quanto attestava il figlio Ulisse – egli «maturò la sua idea di un radicale rinnovamento della Chiesa Cattolica».
Ritornato in Italia, vagò per qualche tempo nelle regioni settentrionali, sostando soprattutto «presso le sorgenti del Tebro», come egli stesso affermava, finché non raggiunse Garibaldi subito dopo la conclusione della spedizione dei Mille. Stabilitosi a Napoli, collaborò con Garibaldi, affiancandosi ai più noti suoi uomini di fiducia quali Giuseppe Pisanelli, Raffaele Conforti e Pasquale Stanislao Mancini. Il nipote Achille riferiva che Garibaldi aveva affidato a Luigi la somma di sei milioni di ducati sequestrati ai Borbone, affinché li distribuisse ai poveri delle province meridionali, e l’onestà dimostrata in questa missione gli avrebbe meritato il titolo di Cavaliere dell’Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro. In quel periodo il Prota Giurleo pubblicò il testo: Ultime parole di un veggente a Francesco II sulla fortezza di Gaeta. E secondo quanto ricordava ancora il figlio Ulisse – nella prima fase dell’unità d’Italia fu «ascoltatissimo consigliere del Luogotenente per tutti i provvedimenti da prendersi in favore del clero liberale».
Il nipote Achille attestava che Luigi Prota Giurleo aveva avuto anche un ruolo nella massoneria dell’area napoletana, e la notizia riceve una valida conferma dalla presenza di noti massoni nella «Società Emancipatrice e di mutuo soccorso del clero italiano» da lui fondata: Francesco De Luca, che fu Gran Maestro dal 1865 al 1867; Luigi Zuppetta, che fu presidente della loggia di Chiaia; Ludovico Frapolli, anch’egli Gran Maestro.
Dietro proposta di Pasquale Stanislao Mancini, fu insignito anche di importanti riconoscimenti: nel 1876 fu nominato Ufficiale della Corona d’Italia e nel 1879 Commendatore dell’Ordine della Corona d’Italia. L’orientamento liberale e l’impegno filonazionale per l’unità d’Italia fu sempre chiaro e lineare in Prota Giurleo. Sul piano ecclesiastico invece si può notare un profondo cambiamento negli anni che ruotavano intorno alla metà del secolo XIX. Nel 1851 aveva composto un poemetto di diciotto strofe, dedicato Alla Santità di Pio IX, Pontefice Ottimo Massimo in omaggio per la ricorrenza del nuovo anno 1851, dedicato a sua Paternità rev.ma P. Vincenzo Jandel, vicario del prefato Ordine, in lievissimo attestato di devozione profonda e di filiale affetto. Il poemetto inneggiava al «vittorioso», «immortale», «magno Pio IX», «fra gli uomini vice gerente di Cristo», mentre alla chiesa la Repubblica romana, definita «potere degli inferi», «guerra le mosse orribile». P. Vincenzo Jandel, destinatario della dedica del poemetto e divenuto poi Maestro Generale dell’Ordine domenicano, il 5 marzo 1861 sancì la sua uscita dalle sue fila, a motivo della posizione che questi aveva assunto a quei tempi sia in politica che nei confronti della disciplina ecclesiastica.
A Napoli esisteva già dal 1861 la «Società clerico-liberale di mutuo soccorso per gli ecclesiastici d’Italia» la quale il 29 agosto 1864 si fuse con l’Associazione fondata dal Prota Giurleo, dando inizio alla «Società Nazionale Emancipatrice e di mutuo soccorso del Sacerdozio italiano». A partire dal 1874 si aggiunse nel titolo la dizione «e del laicato». Nel 1862 la Società Emancipatrice cominciò la pubblicazione de «L’Emancipatore Cattolico», organo che restò in vita per un ventennio, pur uscendo con frequenza irregolare, conservando però una costante linea programmatica. Nel marzo del 1863 si recò a Torino per presentare un memorandum della Società Emancipatrice alla Camera dei Deputati. Solo nel 1865 cessò di qualificarsi come domenicano, e dal febbraio 1868 cominciò ad aggiungere il cognome materno a quello paterno, e in seguito si firmò sempre con il doppio cognome9.
In data non precisata, ma da collocare intorno al 1875, sposò la vedova Rosa Mura Torre, dalla quale ebbe tre figli: Silvestro, divenuto docente di lingue orientali, nato a Napoli e deceduto in America Latina; Zeffirina, insegnante, nata e deceduta a Napoli; Ulisse, professore di Lettere, discepolo e amico di Benedetto Croce e di Salvatore Di Giacomo, nato a Napoli e deceduto a Ponticelli il 9 febbraio 1966. 
Nel 1875 fondò la Chiesa Cattolica Nazionale Italiana che, però. ebbe vita breve e travagliata, nonostante che fosse concepita secondo un preciso disegno di riforma ecclesiale ispirato da una parte al movimento vecchio-cattolico e dall’altra alla tradizione ortodossa. Negli ultimi anni della propria vita, fu molto amareggiato a causa dei rapporti che, nell’applicazione della Legge sulle guarentigie, e nella ricerca di una conciliazione con il Vaticano dopo la breccia di Porta Pia, si erano creati fra lo Stato italiano e la Santa Sede, e in particolare per la disattenzione degli uomini di cultura e degli esponenti del governo e dei partiti per il suo disegno di riforma religiosa. 
Per le sue proposte di riforma ecclesiastica, era divenuto oggetto di rappresaglie da parte della gerarchia romana, e in particolare del cardinale Sisto Riario Sforza. Tuttavia, nonostante le difficoltà incontrate e le lotte sostenute, si impegnò a fondo anche in campo politico, dando vita in un primo tempo a un Comitato elettorale delle Provincie del Sud, e poi assumendo la presidenza del «Comitato dei Danneggiati politici delle Provincie meridionali del Continente». Nell’ultimo scritto del 1887, polemizzò alacremente con coloro che auspicavano una conciliazione del governo italiano col papato, ribadendo la sua fede patriottica e la sua piena fedeltà alla Corona di Casa Savoia.
Morì a Napoli all’età di 65 anni. (Cesare Milaneschi, dal volume Il vecchio cattolicesimo in Italia, per gentile concessione dell’editore Pellegrini) © ICSAIC

Opere

  • Lo scisma ed il clero liberale in Italia, Stab. tip. Perrotti, Napoli 1863;
  • Roma capitale della nazione italiana e gl’interessi cattolici. Idee comparative e giudizio, s.n., Napoli 1864;
  • La chiesa cattolica nazionale italiana. Conferenze critico-storiche seguite dallo statuto dogmatico, organico, disciplinare della medesima chiesa e da altri documenti ufficiali della sua fondazione, (s.n.),, Napoli 1875;
  • Lettera comunicatoria all’episcopato e popolo cristiano, G. De Angelis e figli, Napoli 1876;
  • Pensieri di un credente sulla Italia dei plebisciti e cattolica in rapporto al papato religioso e politico, Stab. Tip. G. de Angelis e figlio, Napoli 1887.

Nota bibliografica

  • M.R. Coratella, Il movimento anticlericale a Napoli dopo l’Unità d’Italia, Tesi di laurea, Istituto Universitario Suor Orsola Benincasa, a. a. 1968-1969;
  • Cesare Milaneschi,  Il vecchio cattolicesimo in Italia,  Pellegrini, Cosenza 2014;
  • Cesare Milaneschi, Luigi Prota Giurleo: un protagonista dimenticato del Risorgimento italiano, in «Rivista Calabrese di Storia del ’900», 2, 2015, pp. 81-94;
  • Cesare Milaneschi, Luigi Prota Giurleo. Riforma ecclesiale e militanza politica,  in «Il Tetto», 310, 2015, pp. 25-35;
  • Cesare Milaneschi, Luigi Prota Giurleo. Riformare la chiesa o crearne un’altra?, in «Il Tetto», 311, 2016, pp. 12-19.

Oliverio, Gaspare

Gaspare Oliverio [San Giovanni in Fiore (Cosenza), 5 ottobre 1887 – Locri (Reggio Calabria) 5 gennaio 1956]

Archeologo ed epigrafista di grande fama, nacque da Francesco Antonio e da Maria Felice Romei. Il padre, essendo la loro una famiglia benestante, gestiva tutte le sue proprietà terriere coltivate dai mezzadri. Mentre la mamma governava le faccende di casa.
Sin da giovane iniziò gli studi classici e compì studi umanistici presso l’Ateneo di Napoli sotto la guida di Giulio De Petra, Antonio Sogliano e Alessandro Olivieri. Tra il 1908 e il 1910 pubblicò brevi saggi dedicati a iscrizioni e monumenti di Napoli e Pompei. Si perfezionò alla Scuola Archeologica Italiana di Atene, all’epoca diretta da Luigi Pernier, come allievo borsista nel 1913, riconfermato nel 1914, e durante il soggiorno prese parte alla missione archeologica italiana di Creta condotta da Federico Halbherr, per poi tornandovi nuovamente nel 1921.
Nei pressi del Pretorio di Gortina, nel 1913, scoprì un piccolo santuario di età flavia dedicato alle divinità egizie; l’anno dopo, ampliando lo scavo, individuò una serie di stele incise con iscrizioni votive appartenenti a un santuario di epoca anteriore tra i quali i rendiconti dei Demiurghi, le stele degli efebi dell’Iseo, l’iscrizione delle porta dell’Acropoli e, soprattutto, il decreto di Tolomeo Neòteros. Nella primavera del 1914, con Pernier e Biagio Pace, intraprese lo studio topografico del territorio a nord-ovest di Creta ed ebbe l’incarico di collaborare alla silloge delle iscrizioni cretesi a cura di Domenico Comparetti e Halbherr.
Sempre nel 1914, assieme a Giangiacomo Porro e Silvio Ferri, seguì Ettore Ghislanzoni in Libia per coadiuvarlo nell’esplorazione di Cirene. Nel 1916 fu nominato ispettore ai monumenti e scavi della Cirenaica e nel 1924 soprintendente alle antichità, ruolo ricoperto sino al 1933. A Cirene fu affiancato da una missione archeologica composta da Carlo Anti, Luigi Giammuti e Italo Gismondi, guidata da Pernier che, dal 1925 al 1929, concentrò l’attività di scavo sui grandi cantieri dell’agorà e del santuario presso la fonte di Apollo. Protagonista delle prime scoperte epigrafiche di Cirene, ne diede conoscenza attraverso una serie di brevi monografie tra 1932 e 1936.
Fra i documenti più importanti rinvenuti: per l’età greca, come già evidenziato, la stele di Tolomeo Neòteros con il lascito del regno cirenaico ai Romani e il decreto contenente il giuramento dei fondatori; per l’età romana, la stele di Augusto dell’agorà relativa all’amministrazione giudiziaria e finanziaria della provincia; per il periodo bizantino, la nuova costituzione promulgata dall’imperatore d’Oriente Anastasio. Oliverio intuì il funzionamento del raro sistema numerico impiegato in Cirenaica per operazioni di computo monetale tra V e II secolo a.C. Seppur geloso delle proprie scoperte, si confrontò spesso con Gaetano De Sanctis, ottenendo suggerimenti per le pubblicazioni.
Nel 1930 collaborò al vol. VIII dell’Enciclopedia Italiana e nel 1931, dopo aver pubblicato la prima guida storico-archeologica di Cirene, diede alle stampe la relazione sulla prima spedizione italiana di ricognizione topografica e archeologica in Cirenaica (1910).
Frequentò l’Università di Berlino, coltivando rapporti di studio con Friedrich Gaertringer von Hiller e Ulrich von Wilamowitz Moellendorff. Nel 1933 ottenne la libera docenza in antichità ed epigrafia greca, nel dicembre dello stesso anno fu nominato professore straordinario di antichità classiche presso l’Ateneo fiorentino. Il 29 ottobre 1935 fu chiamato a Roma, dove l’anno seguente divenne ordinario in antichità greche e romane all’Università La Sapienza.
Il 7 gennaio 1936 sposò Ida Agnesi, più giovane di 16 anni, matrimonio avvenuto nel Comune di Crema e da cui non nacquero figli.
Dal 1936 al 1942 ricoprì il ruolo di direttore dell’Istituto di Storia Greca e, dal 1951 fino alla sua morte, quello di direttore dell’Istituto di Antichità Greche e Romane. Fu socio corrispondente dell’Accademia dei Lincei (dall’agosto 1947) e dell’Istituto Germanico, membro del Consiglio Direttivo della Società Atene e Roma, Cavaliere della Corona d’Italia e Grand’ufficiale della Stella d’Italia. Dal 1946 al 1950 diresse la Scuola Nazionale di Archeologia di Roma, con la quale nel 1950, avviò un’ampia campagna di scavi a Locri in contrada Centocamere (1950-1956), riportando alla luce uno dei più importanti complessi urbanistici della Magna Grecia, la Locri Epizefiri. Tali scavi riguardarono un’area molto vasta dell’antico abitato, riportando alla luce un intero quartiere e permettendo agli studiosi di meglio approfondire la conoscenza di alcuni aspetti di quella che fu la vita quotidiana nell’antica Locri Epizefiri. Scavi che, non ancora terminati, si interruppero nel 1956 a causa della sua prematura scomparsa.
La morte arrivò proprio nel suo “campo di battaglia”, il campo di scavi a Locri, e fu sepolto nella cappella di famiglia presso il cimitero di San Giovanni in Fiore. 
A Roma lo ricordano con una via a lui intestata: Via Gaspare Oliverio, Ostia Antica – Roma.  A San Giovani in Fiore, sua città natia, è stata, invece, già avviata la procedura di estensione (una scuola del luogo, il Liceo Artistico, è già stata intitolata a lui) per intitolargli tutti i licei restanti, tra cui la prestigiosa sezione del Liceo Classico del luogo.
Il 16 dicembre del 2017, sempre a San Giovanni in Fiore, Poste Italiane ha celebrato l’anniversario del 130° anno dalla sua nascita con un annullo filatelico a lui dedicato, ideato e curato dai Licei sangiovannesi. (Pietro Giovanni Spadafora) © ICSAIC

Opere 

  • In casa propria. Note e ricordi, tip. A. D’Angelo, Reggio Calabria 1911;
  • Come furono presi i fratelli Bandiera. Memoria letta all’Accademia Pontaniana nella tornata del 14 Maggio 1910, Stab. Tip. Francesco Giannini, Napoli 1911;
  • Scavi di Cirene, Istituto italiano d’arti grafiche, Bergamo 1931;
  • Federico Halbherr in Cirenaica.  Luglio 1910 aprile 1911, Istituto italiano d’arti grafiche, Bergamo 1932;
  • La stele di Tolemeo Neòteros re di Cirene, Istituto italiano d’arti grafiche, Bergamo 1932;
  • La stele dei nuovi comandamenti e dei cereali. Iscrizioni di Cirene, (Gortina), el Gubba, Ngarnes, Gasr Barbures, Gasr Taurguni, Tolmeta, Istituto italiano d’arti grafiche, Bergamo 1933;
  • I conti dei demiurgi. La stele delle sacerdotesse di Artemide; la stele degli Efebi dell’Iseo dell’Acropoli; l’iscrizione della porta dell’Acropoli; l’iscrizione del rilievo di Lysanias del Museo di Bengasi, Istituto italiano d’arti grafiche, Bergamo 1933.

Nota bibliografica 

  • Per un nostro illustre concittadino, «Cronaca di Calabria», 1934;
  • Domenico Mustilli, Gaspare Oliverio, «Archivio storico per la Calabria e la Lucania», XXV,1-2, 1956, pp. 241-242;
  • Attilio Degrassi, Gaspare Oliverio  (5 ottobre 1887 – 5 gennaio 1956). Necrologi di soci defunti nel decennio dicembre 1945-dicembre 1955. Accademia nazionale dei Lincei Roma 1957, pp. 113-115.
  • Antonella Amico, La missione archeologica italiana a Cirene nella corrispondenza tra Gaetano De Sanctis e Gaspare Oliverio, in Simona Antolini , Adelina Arnaldi,  Eugenio Lanzillotta  (a cura di)., Giornata di Studi per Lidio GasperiniRoma, 5 giugno 2008, Tivoli 2010, pp. 101-22

Nota archivistica

  • Comune di San Giovanni in Fiore,  Registro degli atti di nascita, anno 1887, n. 463
  • Archivio storico Treccani, Fondo G. De Sanctis, fasc. Gaspare Oliverio (61 lettere di Oliverio a De Sanctis dal 1924 al 1932; 1 lettera di Oliverio a Emilia Rosmini; 1 lettera di De Sanctis a Oliverio);
  • Archivio storico Università La Sapienza, Roma, fasc. Gaspare Oliverio. (docc. relativi all’insegnamento).

Mazzarone, Settimio (Sema)

Settimio Mazzarone [Fiumefreddo Bruzio (Cosenza), 24 febbraio 1892 – Ponte a Poppi (Arezzo), 8 febbraio 1966]

Settimo (da qui il suo nome) di undici figli di cui dieci maschi, nacque da Giuseppe e Matilde Pellegrini, eredi di una famiglia di grandi proprietari terrieri che si era trasferita a Fiumefreddo Bruzio proveniente da Pescina, in Abruzzo, nei primi anni del 1600. Filantropo, «poeta colto e stilisticamente raffinato» noto con lo pseudonimo di P. Sema (Padre Sema), fra il 1923 e il 1937, ha pubblicato, sei volumi di poesie in dialetto calabrese, così come veniva parlato a Fiumefreddo. Ha composto, inoltre, in lingua italiana due poemetti: L’Opera del Conforto e Canto di un povero poeta cieco e un certo numero di poesie tuttora inedite.
Crebbe nella famiglia, patriarcale più di nome che di fatto poiché i figli vivevano fuori sede per gli studi universitari, a Napoli, Roma, Firenze (alcuni seguirono la via militare)s.
Iniziò gli studi a Cosenza e li proseguì a Salerno. Nel giugno del 1919, al termine della Grande Guerra, preparò un progetto per far sorgere a Fiumefreddo una scuola agraria per «gli orfani dei contadini morti in guerra», sponsorizzata da una Società letteraria milanese, alla quale egli era affiliato. Descrisse l’iniziativa all’amico Vincenzo del Buono, figlio del sindaco di Fiumefreddo, al quale chiese di intervenire presso il padre per un opportuno sostegno.
Frequentò l’università a Roma laureandosi in filosofia e diritto.
Si dedicò nei primi anni all’insegnamento nei Licei. La sua vocazione educativa si espresse poi con la fondazione a Salerno, nel 1925, dell’Istituto Calabrese, scuola privata d’istruzione media e superiore. Lo scopo era di «sollevare le sorti della scuola privata in questa città», con la garanzia di un «lavoro onesto, serio e dignitoso». La scuola fu attiva per molti anni, nel corso dei quali gli alunni poterono sperimentare le eccezionali doti di preside e di educatore di Settimio, come confermano le numerose lettere di plauso.
In precedenza, però, Settimio era stato affetto da quella che allora era una grave malattia, il tifo, che gli procurò una leggera, ma evidente zoppia, che lo afflisse per tutta la vita
Si recò poi in Terra Santa, ove si fermò per diversi mesi, lasciando un po’ preoccupati i parenti per il silenzio e la lunga assenza. Al ritorno il 22 luglio 1932 lo troviamo a Lanuvio (Roma), presso l’Istituto Salesiano, dove entrò come religioso laico, emettendo i voti temporanei triennali. Qui, afferma, «insegno, lavoro, sono tranquillo e vivo in Dio» e intendo «passare gli ultimi anni della vita».
In seguito, trascorse alcuni anni nell’Istituto Salesiano di Frascati, dove prestò la sua opera di insegnante. Ma nell’ottobre del 1937, «dopo cinque anni di vita salesiana, piena di esperienze e di insegnamenti», lasciò l’Ordine e ritornò ad essere di fronte alla chiesa e alla società «libero cittadino», a causa della «non piena partecipazione ai metodi educativi usati», ritenuti un po’ blandi e riprese l’insegnamento a Salerno e in un liceo privato di Nola. Si stabilì momentaneamente a Longobardi.
Nel settembre 1942 maturò quella che sarà l’attività alla quale dedicherà tutte le sue energie. Ritornò a Fiumefreddo, vendette la sua parte di eredità e si trasferì in Toscana, a Ponte a Poppi (Arezzo). Qui, nella frazione di Avena, dopo avere esposto il progetto a Roma in due conferenze, fondò l’Istituto «L’Opera del Conforto». Qui accolse persone sole e abbandonate. Ma l’Opera del Conforto, entrò in crisi e occorrevano forze nuove.
Gli ultimi anni sono rattristati da carenze alla vista, che gli impediscono di esercitare «questo dolce mestiere di leggere e di scrivere».  Fu operato a Firenze per due volte a distanza di sette mesi. Dopo quattro mesi dalla seconda operazione morì a Ponte a Poppi all’età di settantaquattro anni e lì fu seppellito.
Uomo di vasta cultura, conseguita a seguito di studi severi, continuamente arricchiti, si proponeva già sotto questo aspetto, come modello da imitare. Seppe unificare le diverse esperienze di insegnante, di capo d’istituto, di direttore di una comunità di persone anziane, sotto un comune denominatore educativo, mediante il quale perseguì il suo ideale di vita. La personalità di Sema era interamente compenetrata da valori cristiani; un cristianesimo apertamente professato e intimamente vissuto.
Sema è un vero poeta; lo attestano la freschezza delle immagini, la profondità del pensiero, l’uso sapiente della parola (del dialetto padroneggia un ricco vocabolario e tutte le modulazioni della parola). Come poeta è stato il cantore delle «piccole cose». Sfila sotto il suo sguardo attento, il mondo della campagna, quella civiltà contadina di cui si era nutrita la sua cultura e si era arricchita la sua esperienza quotidiana e descrive le feste religiose che portavano una nota di allegria in tutto il Paese. L’amore per Fiumefreddo lo esprime in una immaginaria visita notturna, nel corso della quale rivede i luoghi familiari e ricorda le persone che non ci sono più. Sema indaga soprattutto il cuore dell’uomo, nel quale scorge e descrive sentimenti, desideri e speranze, con una particolare sottolineatura per gli affetti familiari  Il poemetto Il canto di un povero poeta cieco, infine, è un vero inno al sole.  Molti altri temi tratta Sema nella sua poesia ma con il trascorrere degli anni prevalgono quelli di carattere religioso e filosofico. (Mario Scarpelli) © ICSAIC

Opere

  • CosiceddiPoesie calabresi con trad. letterale, pres. A. Anile, Cappetta, Lucera 1923;
  • Quatriceddi. Quadretti. Poesie calabresi con traduzione a fianco, Di Giacomo, Salerno 1932;
  • Fattarieddi. Poesie calabresi con traduzione a fianco, Tip. S. Nilo, Grottaferrata 1933;
  • LuciteddiPoesie calabresi con traduzione a fianco, Tip. S. Nilo, Grottaferrata 1933-1934;
  • Mataseddi. Piccole matasse. Poesie calabresi con traduzione a fianco, Tip. S. Nilo, Grottaferrata 1934;
  • Gliommaredi. Gomitolini. Poesie calabresi, Scuola tipografica S. Nilo, Grottaferrata 1937;
  • Poesie in dialetto calabrese, a cura di Mario Scarpelli, Rubbettino, Soveria Mannelli 2004.

Nota bibliografica

  • Antonio Piromalli, La letteratura calabrese, Pellegrini, Cosenza 1975, p. 75;
  • Mario Scarpelli, Settimio Mazzarone, un poeta da scoprire, «Calabria letteraria», 1-2-3, 2003, pp. 82-85;
  • Mario Scarpelli, Settimio Mazzarone un poeta da scoprire, in Poesie in dialetto calabrese, Rubbettino, Soveria Mannelli 2004, pp. 5-15.

Mariotti, Maria

Maria Mariotti (Reggio Calabria, 18 maggio 1915 – 24 gennaio 2019)

Maria Antonietta, questo il suo nome allo Stato Civile, nacque alla vigilia dell’entrata in guerra dell’Italia contro l’Austria. Compiuti gli studi di base e liceali a Reggio, si iscrisse all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano dove si laureò con una tesi su Immanuel Kant. Docente di filosofia, formò intere generazioni di alunni. Animò la vita religiosa della diocesi di Reggio-Bova. Fu attiva nell’Azione Cattolica, nelle sezioni della FUCI e del MEIC. Memore del motto paolino “Caritas Christi urget nos”, donò il suolo su cui è stato edificato il centro per la cura della disabilità intitolato ai suoi genitori Tripepi-Mariotti.
In un contesto storico difficile, causato dalle due Guerre mondiali va richiamato il radio-discorso natalizio del 1943 di Pio XII, che esortava i fedeli a scendere in campo nella vita pubblica per rinnovarla e trasfondervi lo spirito cristiano. La Calabria rispose all’appello del Papa dal felice contesto Reggino, dove c’era stato un vescovo, mons. Enrico Montalbetti, prudentemente ma profondamente antifascista. Scrisse Gaetano Cingari: «Nulla di esplicitamente antifascista, beninteso, e tuttavia un lavoro organizzativo che nei metodi e nelle finalità cozzava col sistema egemone e nel quale si irrobustivano o si preparavano quadri dirigenti destinati più oltre ad una presenza critica nell’ambito stesso del posteriore rilancio del movimento cattolico democratico reggino: in particolare Domenico Lodovico Raschellà, già presidente diocesano della gioventù di Azione Cattolica, e Maria Mariotti, allora ai primi passi del suo lungo impegno».
Caduto il fascismo, assieme a Maria Cappelleri nel 1945 fondò il Centro Italiano Femminile (CIF), avviando così una lunga e intensa attività nel sociale. Dopo aver completato la sua formazione si candidò alle elezioni comunali del 7 aprile del 1946 e fu la prima donna a entrare nel Consiglio comunale Reggio Calabria. Alle votazioni del 2 giugno successivo per pochi voti mancò l’obiettivo di essere tra le 21 donne Costituenti, pur avendo ottenuto ben 18 mila consensi. 
La sua passione per la ricerca storica le diede i più ambiti riconoscimenti nazionali. Fu presidente della Deputazione di storia patria per circa vent’anni. Diresse la «Rivista storica calabrese», della quale era, negli ultimi anni, «direttore onorario». Sul Dizionario storico del movimento cattolico italiano redasse alcune brevi biografie di scrittori reggini. 
Il suo campo di ricerca era il rapporto tra la Chiesa locale e l’arretratezza della società meridionale, la sua religiosità tradizionale, conservatrice e poco dinamica. Forme di collaborazione tra Vescovi e laici in Calabria negli ultimi cento anni (1969) è il Suo saggio sulla «vexata questio» relativa ai contenuti delle fonti episcopali, senza clericalismi ma neppure aprioristici pregiudizi svalutativi. 
Era schiva, sobria e profonda nei suoi interventi, molti leggibili sull’«Avvenire di Calabria», il periodico della Curia reggina. Culturalmente si è formata all’esercizio severo della ragione amica della fede e dell’etica della responsabilità personale nella scuola filosofica dell’Università Cattolica di Milano, attingendo poi a maestri del cattolicesimo italiano pensante a livello nazionale e calabrese, e nella coscienza storica votata alla valorizzazione della storia locale e religiosa in quella universale. Nei suoi interventi, con autonomia di pensiero, radicalità e stile di franchezza in numerose conferenze, nelle conversazioni nell’agorà ed in privato traspare la fedeltà alla laicità e all’essere cattolica adulta senza integralismi ma senza complessi, testimoniando nei rapporti con le autorità civili ed ecclesiastiche di «non vergognarsi del Vangelo». L’amore per la verità e il senso critico, lo studio, la cultura, la carità intellettuale, dove la contemplazione e l’azione si saldano e si rinforzano  a vicenda,  sono stati trasmessi  nella crescita di varie generazioni di laici e laiche che ad esempio negli anni 70-80, dopo i loro studi profani, sono stati incoraggiati e sostenuti a studiare teologia e qualificarsi nelle scienze sacre, per poi collaborare con competenza in Calabria e nella Chiesa locale superando ogni riserva verso le istituzioni e la Gerarchia.
Da cattolica attinse molto alla Sacra Scrittura. Per lei, la Parola di Dio ha avuto una centralità fondamentale, fattasi ascolto personale e formazione, riferimento spirituale, liturgico e comunitario festivo e feriale, oggetto di “settimane” e incontri. Portandola ad attrezzare di Salteri, Bibbie, Concordanze, Padri, dizionari e commentari sia la storica casa di famiglia, per il suo nutrimento e per i numerosi “cenacoli” di preghiera e di studio di tante generazioni cattoliche; sia la Biblioteca Arcivescovile mons. Antonio Lanza, per il cui riordino e incremento il suo impegno non è mai venuto meno investendo, in una prospettiva integrata con l’Archivio e il Museo diocesani, con la responsabilità morale e culturale assunta insieme agli amici della FUCI e dei Laureati di AC poi MEIC, energie e sostanze per assicurare alla realtà locale un più qualificato ed organico “ritorno alle sorgenti” della vita cristiana e favorire il “largo accesso” alle Scritture auspicato dal Concilio.
Da antica socia della Gioventù Femminile di Azione Cattolica, FUCI, Movimento Laureati di AC-MEIC, da donna e laica profondamente radicata e maturata nel carisma dell’apostolato ordinario dell’Azione Cattolica, ha sempre sostenuto il valore della “adesione” più che del “tesseramento”. L’impegno nel CIF e in altre “opere” sociali, da componente onoraria del Tribunale per i minorenni, nella Commissione CEI “Giustizia e Pace”, ha contribuito al dialogo culturale ed ecumenico-interreligioso, unitamente al servizio educativo nelle scuole pubbliche e nelle istituzioni accademiche ecclesiali, anticipando in forme originali la “scelta religiosa” dell’AC. Ha offerto un servizio pastorale instancabile; ha attraversato esistenzialmente e spiritualmente il “secolo breve” e l’inizio del “terzo millennio”, le grandi stagioni pre e post conciliari del cammino dalla crisi al rinnovamento dell’associazionismo cattolico, con incarichi di responsabilità a tutti i livelli.
Si è resa costantemente disponibile a collaborare intensamente, costruendo un esemplare sodalizio, fucina di infinite iniziative, tra gli altri con don R. Lic,  don Domenico Farias, don Lillo Spinelli e don Italo Calabrò. Scrupolosa e fedele agli incarichi di “curia” e attiva negli organismi consiliari di comunione e partecipazione ecclesiale, ha dato specialmente rilevanza al Consiglio Pastorale e alla diocesanità nella collaborazione con la Chiesa apostolica e l’Episcopato e nella partecipazione convinta alla liturgia del Vescovo, educando insistentemente alla funzione, non solo simbolica e per la religiosità mariana, della Cattedrale reggina, consacrandosi da ultimo nell’Ordo Virginum diocesano. L’amore congiunto per l’universalità e la particolarità della Chiesa, è stato accompagnato da una vocazione spiccata e dalla frequentazione della dimensione interdiocesana, spendendosi in tante direzioni per la realizzazione della “sussidiarietà” e della “solidarietà” nella “collegialità” e cooperazione tra Chiese sorelle, votandosi alla causa dell’unità della Calabria, auspicata pure nel primo Statuto della Regione.
Anche nella sua fragilità fisica degli ultimi anni di vita è stata un punto di riferimento sul piano spirituale e culturale per giovani studiosi di ogni orientamento religioso e ideologico, ai quali ha partecipato anche critiche severe e costruttive, e fin quando ha potuto ha continuato nella sua fatica certosina di documentare fin nei frammenti e negli eventi più particolari la vita delle Associazioni in Calabria. Ha testimoniato fino all’ultimo la vocazione al dinamismo dell’apertura ecumenica e interreligiosa.
È deceduta a 103 anni. Commosso il ricordo di lei dell’intera città di Reggio e della comunità scientifica. (Gaetano Federico) © ICSAIC

Opere

  • Apostolicità e missione nella Chiesa particolare, Editrice Studium, Roma 1965;
  • Forme di collaborazione tra vescovi e laici in Calabria negli ultimi cento anni, Padova 1969;
  • Problemi di lingua e di cultura nell’azione pastorale dei vescovi calabresi in età moderna, La Goliardica, Messina 1980;
  • Istituzioni e vita della Chiesa nella Calabria moderna e contemporanea, Salvatore Sciascia Editore, Caltanissetta-Roma 1994.

Nota bibliografica essenziale

  • Chiesa e società nel Mezzogiorno. Studi in onore di Maria Mariotti, vol. I-II, Rubbettino, Soveria Mannelli, 1997;
  • Vincenzo Antonio Tucci, Il movimento cattolico calabrese nel Novecento: un bilancio, «Rivista calabrese di storia del ’900», 2, 2013, pp. 40-57;
  • Antonino Denisi, In memoriam. Maria Mariotti, da laica fedele e adulta nella Chiesa e nella Società, «Rivista storica calabrese», n.s. XXXIX, 2018, pp. 271-273;
  • Pietro Rende, intervento al convegno «Due donne Calabresi verso la Costituente. Giustina Gencarelli e Maria Mariotti», Sala Confindustria, Cosenza venerdì 5 aprile 2019, www.icsaicstoria.it/wp-content/uploads/2019/06/Maria-Mariotti-tra-Storia-e-impegno-politico.pdf.

Manfredi, Michele Maria

Michele Maria Manfredi (Catanzaro, 25 maggio 1820 – 28 febbraio 1902)

Nacque da Giuseppantonio, avvocato penalista, e Pasqualina Custo, figlia del proprietario di un’antica filanda risalente al XV sec. in Via Bellavista. Il padre, difensore di patrioti del processo di Catanzaro del 1823, amico e collega di Giuseppe Poerio, aveva seguito Napoleone Bonaparte in Russia ed era venuto in Calabria con Gioacchino Murat. Una sorella, Camilla, fu moglie del senatore Giuseppe Rossi e suocera del garibaldino Achille Fazzari; un’altra, Ottavia, convolò a nozze con il generale Emilio Pallavicini, legato all’episodio di Aspromonte, inviato a Catanzaro a debellare il brigantaggio; il fratello Cesare, avvocato, seguì le orme professionali paterne.
Ingegnere e architetto, Michele Manfredi fu una delle figure determinanti della storia di Catanzaro. Laureato a Napoli, nel 1845 era già consultato come perito di parte (atti dell’Intendenza) e agrimensore. Fu il primo a dare un reticolato stradale alla Calabria Ultra II. Oltre alla Catanzaro-Reggio Calabria, a lui si devono la strada provinciale Catanzaro-Crotone, la strada Catanzaro-Soverato con i ponti a doppio uso stradale e ferroviario, con il tunnel di Copanello e le varie strade consortili che collegano i paesi interni. Nel 1852 il vescovo De Franco gli diede l’incarico di ristrutturare dal punto di vista architettonico tutte le chiese della città, comprese le due di Gagliano e di costruire il campanile della Cattedrale per la sistemazione delle cinque campane preesistenti.
Direttore per un trentennio dell’ufficio comunale nel periodo postunitario stese il Piano Regolatore della città che trasformò la vecchia Catanzaro dalle strade anguste e tortuose in un centro urbano dignitoso. Sventrò Corso Vittorio Emanuele oggi Corso Mazzini e per creare spazio rientrò le facciate dei fabbricati preesistenti rifacendole in stile neoclassico, nel sistemare la strada costruì la gradinata a due bracci della Chiesa di San Giovanni. Tagliò parte della vecchia rocca normanna per creare una strada di circonvallazione (oggi via Carlo V) e innalzò la bella torre in stile medievale. Si interessò dell’azienda Gas (una delle prime nel Mezzogiorno) e dell’approvvigionamento idrico con l’acquedotto del Visconte, apportò migliorie al Teatro Comunale con la costruzione di camerini per gli attori, della sala di musica e con la ristrutturazione della facciata, in particolare del cornicione.
Fu tra i primi in Europa a utilizzare il cemento armato, progettò i palazzi più importanti del tempo, da palazzo Ruggiero Raffaeli a palazzo De Cumis, a palazzo Grimaldi e ad altri. Per i Marincola la filanda di via Turco (dove fu tessuto il damasco regalato nel 1881 ai sovrani d’Italia), oggi sede del Marca, e la filanda fuori le mura, vicino la fontana all’angolo di via Scalfaro e via Antonio Greco. Suoi collaboratori nello studio più importante della Calabria furono gli ingegneri Parisi, Froio e l’architetto Gigliotti. Per gli appalti delle strade si rivolse alle ditte Greco-Allegrini e Montuoro.
Promosse lavori antisismici come i torrioni di sostegno sotto la Cattedrale e impose l’obbligo di costruire case a un solo piano rialzato in zone vulnerabili (Fondachello, Catanzaro Sala, Catanzaro Lido). Di considerevole importanza sono la Villa Comunale detta Margherita per la visita della Regina, e il Cimitero con un progetto ambizioso: un giardino sterminato di tombe monumentali recintato da un susseguirsi di cappelle gentilizie che ne formano i muri perimetrali. Pavimentò le strade e diede decoro al quartiere Bellavista con ringhiere e lampioni. Previde la costruzione della Funicolare.
Collegò Catanzaro a Catanzaro Lido lungo la strada che passa dal ponte di ferro, entra nel centro storico e sbocca in Piazza Garibaldi. Dotò il villaggio marino di acqua e progettò il Camposanto (1871). A Gagliano prolungò il condotto nero. In Pontegrande il selciato e la fontana.
Il suo Piano Regolatore, definito dai posteri unico e completo, non fu portato a termine nel tratto Bellavista-Via Tripoli, collegate da un’ampia strada e opere architettoniche. 
Operò inoltre in tutte le province alla costruzione di palazzi e al restauro di vecchie chiese alle quali diede una facciata dignitosa.
Manfredi rimase nella memoria dei contemporanei soprattutto per la generosità: la sua casa di Bellavista era aperta ai poveri che quotidianamente venivano sfamati; così scrisse alla sua morte Evellino Marincola San Floro sul giornale «La Giostra» del 7 marzo 1902: «Solamente chi non conobbe in vita Michele Manfredi poté sottrarsi alla commozione più viva nel nunzio della sua morte. Quella fisionomia aperta e franca, quegli occhi così pieni di dolcezza da cui traspariva l’infinita bontà dell’anima erano fatti per conquistare. Io mi sentivo pervaso, avvicinandolo, da una tenerezza e da un rispetto quasi filiale, che egli mi ricambiava, di viva simpatia ed oggi nel ricordarlo avrei maggiore voglia di piangere che di parlare. L’architetto preclaro lascia il suo nome legato alle maggiori opere della nostra città, il cittadino ed il professionista resteranno esempio di virtù, di onestà, di decoro. Lasciò poi nel suo attivo morale un altro titolo: la povertà è il suo maggiore onore […] Egli morì come muore un giusto».
Alle imponenti esequie partecipò gente come non mai: il corteo andava dalla chiesa di San Francesco a Piazza Roma. «È morto come un soldato in guerra senza nessuna macchia al conto suo», scrisse  «Il Potere»).
La lapide della sua semplice tomba nel Cimitero cittadino così lo ricorda: «Nella vita, nell’ufficio, nella famiglia, saggio, alacre, generoso, integerrimo, il Comune pone a duraturo ricordo».
La città di Catanzaro gli ha dedicato una strada. Le pronipoti Rizzari hanno donato al Municipio un suo ritratto, olio su tela, dell’artista Francesco Coppoletta  (in arte Mastrofrà), fedele a una foto dell’epoca (Francesca Rizzari Gregorace) © ICSAIC

Nota bibliografica

  • Relazione del sindaco de Seta sull’amministrazione del municipio di Catanzaro, Tipografia Orfanotrofio, Catanzaro 1877;
  • Relazione del sindaco de Seta letta al Consiglio Comunale nella tornata del 10 ottobre 1878, Tipografia Orfanotrofio, Catanzaro 1878;
  • Enzo Zimatore: Catanzaro. Vicoli, strade, piazze, contrade, Antonio Carvello Editore, Catanzaro 1988;
  • Francesca Rizzari Gregorace, Michele Maria Manfredi, «Calabria Letteraria», LX, 4-9, 2012, p. 161;
  • Francesca Rizzari Gregorace, Pagine dell’Ottocento catanzarese. Da i ricordi della nonna, Ursini, Catanzaro 2008;
  • La morte di D. Michele Manfredi, «Il Potere», IX, 15;
  • Evellino Marincola San Floro, «La Giostra», VIII, 8, 7 marzo 1902;
  • «Il Potere, IX, 15.

Nota archivistica

  • Archivio del Comune di Catanzaro, Verbali del Consiglio Comunale;
  • Archivio della Provincia di Catanzaro, Verbali del consiglio provinciale;
  • Archivio di Stato di Catanzaro, Documentazioni e progetti.

Licopoli, Gaetano

Gaetano Licopoli [Cosoleto (Reggio Calabria), 2 agosto 1833 – Napoli, 7 agosto 1897]

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Nacque nella casa di famiglia ad Acquaro, frazione del Comune di Cosoleto (Reggio Calabria), da Giuseppe, medico, e da Rosaria Galatti. Ebbe i primi insegnamenti dal padre e, in seguito, seguì gli studi medi a Reggio Calabria. Dimostrò sin da ragazzo un autentico interesse per l’osservazione naturalistica, raccogliendo piante, minerali e animali.
Coltivare l’interesse per gli studi naturalistici nell’ambiente calabrese del tempo non era cosa facile e Licopoli incominciò ad apprendere le prime nozioni da alcuni testi di studiosi stranieri. 
Nel 1852 venne presentato al medico Giuseppe Antonio Pasquale di Anoia, professore di botanica in Napoli, che era rientrato dalla Capitale al paese natio dopo le vicende risorgimentali del 1848. Fu proprio Pasquale ˗ che ne comprese l’autentica vocazione e gli fornì nozioni specifiche ˗ ad avviare il giovane appassionato verso quella necessaria formazione che lo porterà, in seguito, alla cattedra di botanica. L’amicizia tra i due durerà per tutta la vita e li accomunerà professionalmente in quel di Napoli. 
Licopoli, nel 1858, fu nominato professore di scienze nel costituendo liceo di Reggio Calabria e, nell’attesa di insediarsi si recò a Napoli per approfondire la sua preparazione presso illustri scienziati quali Michele Tenore, Giovanni Gussone, Oronzio Gabriele Costa e Arcangelo Scacchi. Rientrato a Reggio, assunse l’incarico presso il locale liceo fino al 1860 quando ritornò a Napoli dove iniziò a frequentare la cattedra di botanica e il Regio Orto divenendo, nel 1863, coadiutore del direttore Guglielmo Gasparrini. 
In quello stesso anno conseguì la laurea in medicina, ma non si avviò all’esercizio della professione medica preferendo continuare gli studi nell’Orto botanico di Napoli. 
Gli fu affidata la cattedra di botanica presso la facoltà di Scienze Naturali e fu nominato professore di Storia Naturale nel Collegio Militare di Napoli. 
Nel 1864 entrò a far parte dell’Accademia degli Aspiranti Naturalisti e iniziò la sua attività di ricerca scientifica. Fu ammesso nella Reale Accademia delle scienze fisiche e matematiche di Napoli (sez. Scienze naturali) dapprima come socio corrispondente (12 ottobre 1872) e, poi, come socio residente (7 luglio 1883).
Nel 1872 subentrò nel posto di Storia Naturale nel Regio Liceo Vittorio Emanuele II a Nicola Pedicino passato alla Cattedra di Botanica della Scuola Superiore di Agricoltura in Portici. Ne continuò l’opera curando il Giardino Botanico da lui creato per «tenere sottomano il materiale dimostrativo per le lezioni». Fu qui che ebbe per allievo Michele Geremicca, il quale divenne a lungo docente nello stesso Istituto. Dalle carte dell’«amato maestro», nel 1886, ricostruì l’elenco delle principali specie che si trovavano «coltivate o spontanee» in quel Giardino botanico.
Per arricchire le sue conoscenze, nel 1874 si recò a Parigi a visitare i musei di storia naturale e per incontrare alcuni botanici francesi. Nel 1875 insegnò presso la Scuola di Farmacia.
Divenne esperto microscopista e, tra il 1864 e il 1890, pubblicò unna quarantina di lavori, la maggior parte su argomenti di anatomia e istologia, di morfologia, e altri su teratologia, floristica, e crittogamia.  La valutazione della sua produzione scientifica lo indicherebbe come uno dei migliori autori del tempo negli studi di anatomia vegetale.
Il Licopoli ricevette alcuni importanti riconoscimenti, tra i quali la nomina a membro della Società Botanica di Francia; socio della Reale Accademia delle Scienze Fisiche e Matematiche di Napoli (7 luglio 1883); socio emerito dell’Accademia Pontaniana di Napoli (dal 4 giugno 1892); socio dell’Accademia Gioenia di scienze naturali di Catania; socio dell’Accademia dei Fisiocritici di Siena; socio della Società Nazionale di Scienze, Lettere ed Arti di Napoli.
Morì a Napoli all’età di 64 anni nella sua casa di Via Foria, poco distante dall’Orto Botanico.
Con queste parole venne commemorato presso il Reale Istituto d’Incoraggiamento di Napoli: «La nostra Accademia ha in questi ultimi mesi subito gravi perdite. Moriva Gaetano Licopoli, uno dei nostri più reputati botanici, autore di circa quaranta memorie originali, pubblicate in un ventennio. Rivolse da prima i suoi studi alla vegetazione crittogamica delle lave vesuviana, ch’era quasi ignorata; descrisse poi mirabilmente le Galle della nostra flora, delle quali non si aveva notizia; dette alla luce un lavoro magistrale sull’epidermide delle piante e su gli stomi relativi, preceduto e seguito da ricerche anatomiche in cui rifulse il suo ingegno, e che gli dettero fama presso i dotti. Fu insegnante esemplare ed ammirato nelle scuole liceali ed universitarie, appartenne all’Accademia reale, alla Pontaniana e ad altre Accademie, e per molti anni rimase semplice coadiutore della cattedra di Botanica nel nostro Studio. In verità questo compianto collega, chè pur si distingueva per la bontà dell’animo, per la singolare modestia, per la dolcezza dei modi e per un alto senso di dignità della vita, non ebbe fortuna pari al merito».
Gli è stata intestata una via nella città di Roma. (Giovanni Quaranta) © ICSAIC

Pubblicazioni

  • Ricerche microscopiche sopra alcuni organi particolari della statice monopetala
  • Index seminum in horto r. neapolitano an. 1866 collectorum quae pro mutua commutatione offerentur [con G.A. Pasquale]
  • Sopra alcune glandole delle Saxifraghe Aizoidee
  • Sulla metamorfosi delle piante: sunto d’una lezione orale data ai suoi uditori
  • Sulla organogenia dei pappi e degli altri organi fiorali nel Sonchus oleraceus L. ed in altre piante a fior composto: memori
  • Sopra alcune glandole della Tecoma radicans Juss. ed altre specie
  • Osservazioni sulla vegetazione dell’Uredo ruborum D.C. e Phragmdium incrassatum Link: in rapporto alla dottrina della metamorfosi vegetale: memori
  • Storia naturale delle piante crittogame che nascono sulle lave vesuviane: memoria scritta per concorso e premiata dalla R. Accademia delle Scienze Fisiche e Matematiche di Napoli
  • Relazione di un viaggio botanico al Gargano [con G.A. Pasquale]
  • Sulla struttura del fusto della Wisteria Chinensis D.C. e del Cissus Acida L.
  • Nuove ricerche anatomiche sul frutto del formento e della segala
  • Sopra alcuni caratteri microscopici che distinguono la farina di frumento da quella di segala 
  • Sulla natura morfologica della fovilla
  • Sulle crittogame parassite del corpo umano: sunto di una lezione orale dettata nel suo privato insegnamento
  • Sul frutto del melarancio e del limone: ricerche micro-fito-chimiche
  • Sul frutto dell’uva e sulle principali sostanze in esso contenute: ricerche micro-fito-chimiche
  • Le galle nella flora di alcune province napolitane: memoria
  • Sul frutto pisside e sua deiscenza circolare: ricerche anatomico-morfologiche: memoria
  • Gli stomi e le glandole nelle piante
  • Ricerche anatomiche e microchimiche sulla Chamaerops Humilis, L., ed altre palme: memoria
  • Titoli di merito e cenni auto-biografici
  • Sull’anatomia e fisiologia del frutto nell’Anona reticulata … e nell’Asimina triloba …: ricerche
  • Su d’una nuova pianta saponaria: nota
  • Sul polline dell’Iris tuberosa … e d’altre piante
  • Cenni biografici intorno al barone Vincenzo Cesati
  • Di un viaggio botanico al Gargano [con G.A. Pasquale]

Nota bibliografica

  • Atti della Accademia Pontaniana, vol. XXV, Tip. della Regia Università, Napoli 1895;
  • Atti del Reale Istituto d’Incoraggiamento di Napoli, anno 1897, serie 4, vol. 10;
  • Federico Delpino, Gaetano Licopoli: parole commemorative, in Rendiconti dell’Accademia delle scienze fisiche e matematiche (Napoli), s. 3, IV (1898), pp. 22-25;
  • Michele Geremicca, Della vita e delle opere di Gaetano Licopoli, botanico napoletano, Tip. di Gennaro M. Priore, Napoli 1899; 
  • Gaetano Licopoli, Titoli di merito e cenni autobiografici, s.l. né d.; 
  • Giovanni Quaranta, Giuseppe Antonio Pasquale: patriota calabrese e direttore del Real Orto Botanico di Napoli, L’Alba, Maropati 2012. 

Nota archivistica

  • Comune di Cosoleto, Atti dello Stato Civile, Registro degli Atti di Nascita, Sotto Comune di Acquaro, anno 1833, num. d’ord. 2°.

Jemma, Rocco

Rocco Jemma [Laureana di Borrello (Reggio Calabria), 16 agosto 1866 – Napoli, 24 marzo 1949]

Considerato un pioniere della Pediatria italiana, nacque da Giuseppe, magistrato, e da Adelaide Corcione, una famiglia della ricca borghesia di Stelletanone, frazione di Laureana di Borrello. Il padre avrebbe voluto avviarlo agli studi di giurisprudenza. Terminate le scuole secondarie in Calabria, invece, scelse di non seguire le orme paterne e nel 1886 si iscrisse in Medicina e Chirurgia all’Università di Napoli dove fu allievo interno nella prima Clinica medica diretta dal prof. Enrico De Renzi, frequentando il laboratorio di batteriologia: qui sarebbe nata la sua passione per gli studi di infettivologia.
Si laureò brillantemente nel 1891 con una tesi Sull’azione battericida del sangue di conigli. L’anno successivo, divenne Assistente del prof. Edoardo Maragliano nella Clinica Medica dell’Università di Genovalavorando nel contempo nell’ospedale civile, inizialmente come assistente e dal 1895 come aiuto.
Libero Docente in Patologia speciale medica dimostrativa dal 1897, si spostò a Parigi dove si appassionò agli studi specialistici pediatrici. Rientrato in patria, nel 1900 ottenne anche la Libera docenza in Patologia e Clinica pediatrica e presso la clinica medica di Genova gli furono affidati l’organizzazione e la direzione di una sezione pediatrica (12 posti letto) all’interno della Clinica medica, e un corso pareggiato di Clinica pediatrica.
Risultato idoneo al concorso per la cattedra di Clinica pediatrica nell’Università di Padova nel 1901, l’anno successivo insegnò tale materia nell’Università di Genova.  
Nella città ligure sposò la genovese Elisa Cassanello dalla quale ebbe i figli Giuseppe e Bianca.
A 37 anni, nel 1903, vinse il concorso per  la cattedra di Clinica Pediatrica dell’Università di Palermo appena istituita, dove iniziò a lavorare in una sala con sei posti letto nell’ospedale “San Saverio”. Ottimo organizzatore – come aveva già dimostrato a Genova e poi confermerà a Napoli –  in pochi anni, Jemma riuscì a realizzare una struttura funzionale per le attività  didattiche, scientifiche e cliniche della nuova pediatria nell’«Ospedalino infantile», grazie anche all’appoggio e alla munificenza del presidente dell’Ospedale, comm. Ignazio Florio jr. (la famiglia era originaria di Bagnara Calabra), che gli era grato di aver curato una propria figlia, e del quale era diventato amico.
Rimase nella città siciliana fino al 1913 quando fu chiamato dall’Università di Napoli per svolgere lo stesso incarico, in sostituzione del prof. Francesco Fede, andato in pensione. Anche nella nuova sede si adoperò per rendere più funzionali i locali assegnati alla Clinica. Realizzò così una nuova clinica pediatrica che fu inaugurata l’8 gennaio 1929, alla presenza del principe Umberto di Savoia e della moglie Maria Josè.
Si dedicò con profonda passione, nel frattempo, all’attività didattica, dando vita a quella che sarebbe stata conosciuta come «Scuola Rocco Jemma», con numerosi allievi che si sarebbero affermati negli anni successivi nelle università e negli ospedali d’Italia. La sua attività a Napoli fu lunga e intensa e con la sua direzione, la Pediatria napoletana fece grandi progressi. Continuò i suoi studi sulle patologie infantili. Importanti, in tutti gli ambienti medico-scientifici, sono considerati soprattutto i suoi contributi sulla leishmaniosi infantile viscerale mediterranea, e all’impiego a scopo diagnostico e terapeutico della puntura lombare da poco introdotta nella pratica medica.
Partecipò attivamente anche alla vita politica e accademica. Con un tempismo eccezionale fu tra i primi professori universitari a iscriversi, il 1° dicembre 1922, al Partito Nazionale Fascista che diede ampia diffusione al fatto. E nel 1924 fu uno dei commissari del Fascio di Napoli.
Più volte preside della Facoltà di Medicina a partire dal 1921 al 1930. Nel 1934, un comitato presieduto dal prof. Maragliano, nell’aula della Clinica pediatrica organizzò in suo onore una solenne celebrazione per i suoi 30 anni d’insegnamento. La manifestazione, ebbe una eco anche sulla stampa calabrese (la Calabria fu rappresentata dal prof. Giuseppe Santoro, segretario generale della Società medico-chirurgica, e dai presidente delle tre sezioni, Carlo Martelli di Catanzaro, Mario Misasi di Cosenza, Rocco Caminiti di Reggio). Dopo trentatré anni di insegnamento, nel 1936 lasciò per raggiunti limiti d’età e fu nominato Professore Emerito.
Nella sua lunga carriera pubblicò numerosi lavori specialmente sull’alimentazione dei bambini e su argomenti di patologia dell’infanzia, in modo particolare infettiva. Con Carlo Comba, curò il grande Trattato di Pediatria italiana, utilizzato per molti anni in diverse università. Dal 1911, assieme al prof. Fede, fu condirettore della rivista «La Pediatria», della quale divenne direttore unico nel 1913, quando s’insediò all’Università partenopea.
Membro di numerose società scientifiche italiane e straniere. Nel 1924 fu eletto presidente della Società italiana di pediatria, incarico che mantenne per 5 anni. Nel 1928 partecipò con altri studiosi alla fondazione del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR). Tornò al vertice della Società italiana di pediatria nel 1940 e l’incarico gli venne confermato nel 1946. L’anno dopo era vicepresidente della Società internazionale di pediatria. E sempre nel 1947 fu nominato membro del I Consiglio centrale dell’Opera nazionale maternità e infanzia.
Nonostante la sua dimensione internazionale, mantenne un forte legame con la Calabria, la sua classe medica e il paese di nascita dove tornava spesso. In Calabria, fu Presidente della Società medico-chirurgica regionale dal 1931 al 1943, e in tale veste ha presieduto i Congressi Regionali di Pediatria che si svolsero a Cosenza nel 1931 e nel 1938, a Reggio Calabria nel 1933 e nel 1948 e a Catanzaro nel 1936.
Ebbe molti riconoscimenti, tra cui la nomina a Cavaliere del S.M. Ordine di Malta; per un biennio, a metà degli anni Trenta, fu presidenza del Rotary club di Napoli e come presidente regionale della Croce Rossa Italiana dal 1937 al 1945, la presidenza centrale gli assegnò la medaglia d’oro di benemerenza, specialmente per l’attività personale svolta a Napoli nei drammatici anni del conflitto.
Morì nel 1949 all’età di 83 anni. Suoi profili e sue necrologie furono pubblicate su riviste specialistiche di pediatria e mediche in Italia e all’Estero. L’Università di Napoli lo ricorda con un busto in marmo dello scultore Gatto, inaugurato nel corso di una solenne commemorazione, alla quale intervenne anche il prof. Giovanni Romaniello, segretario generale della Società Medico Chirurgica calabrese che nel 1952, sulla facciata della sua casa natale a Stelletanone,  ha posto una lapide per ricordarlo. Vie a suo nome sono a Rizziconi, Palermo e a Napoli dove è presente anche un asilo nido che porta il suo nome. (Teresa Papalia) © ICSAIC

Opere

  • Intossicazione epatica da disturbi funzionali del fegato curata colle iniezioni endovenose sodiche, Ciminago, Genova 1894;
  • Tifo addominale e tubercolosi miliare acuta, loro diagnosi differenziale. Tesi di Libera docenza in patologia Speciale medica dimostrativa, Ciminago, Genova 1897;
  • La dieta idrica nella gastro-enterite acuta grave dei bambini lattanti (Hôpital des enfans malades di Parigi), L. Niccolai, Firenze 1898;
  • I periodi della vita infantile dal punto di vista fisiologico e patologico, L. Niccolai, Firenze 1899;
  • Il bromoformio nella cura della Tosse convulsiva. Nota terapica, Ciminago, Genova 1899;
  • L’ allattamento artificiale, L. Niccolai, Firenze 1900;
  • Disfunzioni vitaminiche nella patogenesi del rachitismo, s. n., Milano 1929;
  • Le malattie esantematiche, dal Trattato italiano di medicina interna a cura d’Istituto Biochimico Italiano, Milano 1931;
  • Trattato di pediatria, a cura di Carlo Comba e Rocco Jemma, F. Vallardi, Milano 1934;
  • Manuale di pediatria, 2 voll., Sel (Soc. Ed. Libraria), Milano 1938. 

Note bibliografiche

  • L’inaugurazione della nuova Clinica Pediatrica a Palermo, «Rivista di Clinica Pediatrica», VI, 1908, pp. 397-398.
  • La solenne celebrazione del 30° di insegnamento del prof. Jemma alla R. Università di Napoli, «Cronaca di Calabria», 17 maggio 1934;
  • Ivo Nasso e Eugenio Schwarz (a cura di), Scritti medici in onore di Rocco Jemma nel 30. anno d’insegnamento, 2 voll., Tip. E. Sormani, Milano 1934;
  • Giuseppe Caronia, Rocco Jemma (1866-1949), «La Pediatria», LVII, 1949;
  • Francesco PrioloMedici calabresi illustri da Pitagora ad Anile, Setel, Catanzaro 1952;
  • Solenne commemorazione di Rocco Jemma, «Il Grido della Calabria», 5 aprile 1950;
  • Adalberto Pazzini, La Calabria nella storia della medicina, «Almanacco calabrese», 1952, pp. 49-55;
  • Italo Farnetani, Francesca Farnetani, Rocco Jemma. a grandezza della pediatria meridionale, Atti  «Incontri Pediatrici Normanni, 7. Convegno Nazionale, Aversa, 21-22 novembre 2003», Centro Studi Humana, Milano 2003, pp. 13-22;
  • Italo Farnetani, Jemma Rocco, Dizionario Biografico degli Italiani, Vol. 62, Istituto dell’Enciclopedia Treccani, Roma 2004, ad nomen
  • Italo Farnetani, Rocco Jemma il più grande pediatra italiano, Cogral, Limbadi 2006
  • Italo Farnetani, Storia della pediatria italiana, Società Italiana di Pediatria, Genova 2008, pp. 72–73, 76, 80-81.
  • Isabella Loschiavo Prete , Antonio Orso, Ugo Verzi Borgese, Poeti e scrittori, vol. I, Rubbettino Soveria Mannelli 1986, p. 294; 
  • Rolando Bulgarelli, La pediatria italiana fra cronaca e storia, in «Rivista italiana di pediatria», XVII, suppl. 3, 1991, pp. 3 ss.; XIX, suppl. 2, 1993, pp. 5-9; 
  • Maria Rosaria Bacchini, La letteratura pediatrica a Napoli: “La Pediatria”, in «Pediatria oggi medica e chirurgica», XVI, 1996, pp. 255-258; 
  • Giorgio Maggioni, Storia della Società italiana di pediatria nel suo centenario (1898-1998), in «Rivista italiana di pediatria», XXVI, suppl. 4, 2000, p. 8;
  • Id., Congressi nazionali con titoli delle relazioni, in «Rivista italiana di pediatria», XXVI, suppl. 4, 2000, pp. 13 ss.;
  • Id., Presidenti della Società italiana di pediatria (1898-2000), in «Rivista italiana di pediatria», vol. I, XXVI, suppl. 4, 2000, p. 22; 
  • Italo Farnetani, Francesca Farnetani, Perché Rocco Jemma è stato il più grande pediatra italiano?, «Minerva pediatrica», 58, 6, 2006, pp. 587-595.

Crucitti, Francesco

Francesco Crucitti (Reggio Calabria, 17 novembre 1930 – Roma, 26 agosto 1998)

È il «chirurgo del Papa» perché operò Giovanni Paolo II subito dopo l’attentato del 13 maggio 1981 in piazza San Pietro a Roma. Primogenito di Antonino, dirigente delle Ferrovie dello Stato, e di Antonia Crucitti, casalinga, nacque nella casa di famiglia, un palazzetto dei primi del Novecento che il padre aveva appena acquistato nel vecchio «rione ferrovieri». In questa casa verranno alla luce anche i suoi due fratelli, Filippo e Maria. Francesco trascorse gran parte della sua infanzia in campagna, nella proprietà della madre, a Ravagnese, terre coltivate a ortaggi e frutta dove in parte ora sorge l’Aeroporto dello Stretto «Tito Minniti». Frequentò il Liceo scientifico «Tommaso Campanella» fino all’età di 16 anni, quando per via della guerra il padre decise di cambiare casa, e trasferire la famiglia nell’abitazione di una lontana parente, nell’attuale comune di San Ferdinando, proprio a ridosso di Eranova e Gioia Tauro. Francesco, che ancora non aveva diciassette anni conseguì la maturità scientifica, e quando il padre gli manifestò il desiderio di volerlo iscrivere alla facoltà di ingegneria, il ragazzo palesò immediatamente il suo carattere forte e volitivo. Da grande intendeva fare il medico o, meglio, «da grande vuole fare il chirurgo». Alla fine, vinse lui. 
All’età di 22 anni, dopo essersi iscritto alla «Alma Mater Studiorum» di Bologna, si laureò “cum laude” in Medicina e Chirurgia il 30 luglio del 1952.  
Il passo successivo è stata la specializzazione, e per farla al meglio scelse di trasferirsi a Padova dove conseguì, con il massimo dei voti e la lode, due diverse specializzazioni, la prima, il 18 luglio del 1958, in chirurgia generale, la seconda in urologia due anni più tardi, il 18 luglio del 1960, nella scuola del professor Vittorio Pettinari, suo primo vero maestro di chirurgia. Nonostante il viaggio in treno da Padova a Reggio gli portasse via un’intera giornata, tornava spesso a casa per ritrovare oltre alla famiglia i ricordi dell’infanzia. E proprio tra un viaggio e l’altro ebbe modo di incontrare, una sera a spasso sul lungomare di Reggio, una diciottenne, Alessandra De Lieto, figlia di una storica famiglia di ingegneri napoletani, di cui si innamorò e che sposò nel luglio del 1961. Dal matrimonio nacquero tre bambini, Antonio, Roberta e Pierfilippo. 
La sua vita accademica è stata segnata da traguardi importanti. Nel 1964 conseguì la libera docenza in Chirurgia Toracica, nel 1966 in Clinica Chirurgica Generale e Terapia Chirurgica, e nel 1971 in Semeiotica Chirurgica. «In sala operatoria a Padova – ricorda oggi il figlio Antonio Francesco Crucitti, professore associato di Chirurgia Generale all’Università Cattolica del S. Cuore – dimostra già da subito tutta intera la sua capacità professionale. Il suo maestro professor Pettinari lo considerava un “numero uno”, finché un giorno papà incontrò Giancarlo Castiglioni, figlio del famoso chirurgo milanese, già a Padova da alcuni anni e che, nell’ottobre del 1964 fu chiamato a dirigere l’Istituto di Clinica Chirurgica e Terapia Chirurgica della neonata Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università Cattolica del S. Cuore». Il policlinico Gemelli era ancora in via di ultimazione. E fu proprio Giancarlo Castiglioni che nel maggio del 1966 lo chiamò come aiuto della Clinica Chirurgica della nuova Università romana. 
Sono stati anni di grande impegno professionale per il giovane chirurgo calabrese, che a 47 anni è già professore ordinario alla Cattolica. La sua carriera universitaria è continuamente scandita da occasioni importanti, ma anche da tanti «incontri eccellenti»: assistente (volontario, poi incaricato, quindi straordinario e successivamente ordinario) in Patologia  Chirurgica prima e in Clinica Chirurgica dopo, presso l’Università di Padova dal 1955 al 1967; Vincitore del «Premio di operosità scientifica» all’Università di Padova nel 1960; dal 1959 al 1966 venne incaricato dell’insegnamento di Tecnica Operativa presso la Scuola di Specializzazione in Chirurgia Generale dell’Università di Padova. Gli fu quindi riconosciuta la maturità scientifica e didattica ai concorsi per le cattedre di Clinica Chirurgica nel 1968 per l’Università di Cagliari, di Patologia Speciale Chirurgica nel 1968 per l’Università di Siena, e nel 1969 per la Università di Cagliari, di Semeiotica Chirurgica nel 1971 per l’Università di Bari, e dal 1967 al 1973 fu Aiuto presso la Clinica Chirurgica dell’Università Cattolica del S. Cuore. 
Dal 1969 al 1977 (stabilizzato nel 1973) fu professore incaricato di Urologia presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università Cattolica di Roma, e dal 1977 professore incaricato, poi Straordinario e quindi Ordinario di Semeiotica Chirurgica presso la stessa Facoltà. 
Divenne quindi Direttore della Scuola di Specializzazione in Chirurgia d’Urgenza e Pronto Soccorso dall’anno accademico 1983, direttore della Scuola di Specializzazione in Urologia dall’anno accademico 1989-90, direttore della Scuola di Specializzazione in Chirurgia Plastica e Ricostruttiva dall’anno accademico 1989-90, direttore della Scuola di Specializzazione in Chirurgia Generale dall’anno accademico 1991 al 1998, e tutto questo dopo aver ricoperto svariati incarichi di insegnamento presso le Scuole di Specializzazione in Chirurgia d’Urgenza e Pronto Soccorso, Urologia, Chirurgia Generale, Chirurgia Plastica, Anestesia e Rianimazione, Gastroenterologia ed Endoscopia Digestiva, Oncologia, Malattie del fegato e del ricambio. 
È stato autore di oltre 500 pubblicazioni scientifiche su vari argomenti di Chirurgia Generale, tra cui numerose relazioni a congressi nazionali ed esteri, ma particolare rilievo assumono gli studi su problemi di patologia toracica (in particolare sulla chirurgia del timo nella miastenia), addominale, e di oncologia chirurgica (chirurgia dello stomaco, del colon-retto ed epato-bilio-pancreatica). Nella sua attività ha eseguito oltre 15.000 interventi operatori, molti dei quali di alta chirurgia sia d’elezione sia d’urgenza. 
Per lunghissimi anni è stato socio attivo e membro di consigli direttivi di numerose istituzioni e società scientifiche italiane ed estere. Ne ricordiamo qui solo le più importanti: dal 1983 al 1988 membro del Consiglio di Amministrazione dell’Università di Reggio Calabria in rappresentanza del Ministro della Pubblica Istruzione;  dal 1988 al 1993 dal 1994 al 1998 membro del Consiglio Superiore di Sanità; membro dell’Accademia Lancisiana; dal 1993 al 1998 membro del Consiglio di Amministrazione degli I.F.O. (Istituti Fisioterapici Ospitalieri); dal 1983 membro onorario della Società Polacca di Chirurgia, Membro della Commissione Oncologica Nazionale dal 1994, «Paul Harris fellow» del Rotary International. E ancora: dal 1986 al 1988 fu membro del Consiglio Direttivo della Società Italiana di Chirurgia Toracica e della Società Italiana di Chirurgia Geriatrica; dal 1986 al 1990 della Società Italiana di Riabilitazione Medico-Chirurgica della quale, dal 1988, è stato anche vicepresidente, mentre dal 1990 al 1992 fu vicepresidente della Società Italiana di Chirurgia. Nel 1985 entrò nel Consiglio Direttivo della Società Italiana di Chirurgia Oncologica e ne divenne Vicepresidente dal 1988 e Presidente per il biennio 1992-94; dal 1987 al 1994 fece parte della Società Italiana di Terapia Intensiva; dal 1986 al 1992 della Società Italiana di Endocrinochirurgia. Dal 1990 al 1998 è stato Socio Fondatore e membro del Consiglio Direttivo della Società Italiana di Chirurgia Endoscopica, presidente dell’Associazione Italiana Stomizzati per il biennio 1992-94, vicepresidente dell’International College of Surgeons per il biennio 1993-94; e membro della Società di Chirurgia del Mediterraneo Latino dal 1993 al 1998. Poi, nel 1994, fu chiamato a presiedere a Roma il 96° Congresso della Società Italiana di Chirurgia.
Oltre ai meriti accademici e didattici conquistati sul campo e alle sue spiccate doti di chirurgo e ricercatore, Crucitti è noto per essere stato anche, per ben tre volte, il «chirurgo del Papa». Il primo intervento a Papa Wojtyla, lo effettuò immediatamente dopo l’attentato del terrorista turco Mehmet Ali Ağca, avvenuto alle 17,22 del 13 maggio 1981: il Santo Padre fu colpito da ben quattro colpi di pistola. Ancora sanguinante, fu trasportato al Policlinico Gemelli, e affidato alle mani esperte del giovane chirurgo calabrese che gli salvò la vita. Wojtyla e Crucitti divennero amici. E il Papa fu operato da Crucitti altre volte: nell’agosto del 1981, per la chiusura della ileostomia a seguito dell’intervento in urgenza del maggio precedente, e quindi nel 1992 per l’asportazione di un polipo cancerizzato del sigma, e nel 1996 per un’appendicite cronica ricorrente.
I figli Antonio e Pierfilippo hanno intrapreso la carriera del padre con grande impegno professionale e umano. La figlia è tecnico immunologo presso l’Università di Tor Vergata. 
Per via di una grave malattia, morì all’età di 67 anni. Il Papa si recò nella casa romana dove Crucitti abitava: ha pregato dinanzi alla salma, gli carezzato lievemente il volto e lo ha benedetto. Ai suoi funerali che si tennero a Roma, migliaia di persone, molte delle quali erano state operate da lui, parteciparono ai suoi funerali, e aspettarono con pazienza di potersi avvicinare al feretro. 
In vita ha avuto molti riconoscimenti: Commendatore della Repubblica Italiana (decreto del Presidente della Repubblica del 13 giugno 1985), Medaglia d’Oro al merito della Sanità Pubblica (conferita con decreto del Presidente della Repubblica in data 20 febbraio 1985), Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine di San Gregorio Magno con Placca (1981), Cavaliere dell’Ordine Equestre del S. Sepolcro di Gerusalemme. Dal 15 gennaio 2020 il Senato Accademico ha voluto dedicargli e intitolare a lui la grande Aula dell’Istituto di Clinica Chirurgica. (Pino Nano) © ICSAIC

Nota bibliografica

  • L. Co., È scomparso Crucitti il chirurgo che operò tre volte Papa Wojtyla, «Corriere della Sera», 27 agosto 1998;
  • o.l.r. (Orazio La Rocca), È morto Crucitti, il chirurgo del Papa, «La Repubblica», 27 agosto 1998;
  • Carmela Galasso, Biografie di personaggi noti e meno noti della Calabria, Pellegrini, Cosenza 2009, pp. 143-144;
  • Vito Sibilio, Trentacinque anni dall’attentato a Giovanni Paolo II una ricostruzione dei fatti,«Christianitas» VII, 1, 2015;
  • Antonio, Roberta e Pierfilippo Crucitti, Francesco Crucitti. Una vita dedicata alla chirurgia…, in http://srafcrucitti.altervista.org/srafc.altervista.org/Francesco_Crucitti.html

Cosenza, Giuseppe Francesco

Giuseppe Francesco Cosenza [Luzzi (Cosenza), 17 settembre 1846 – New York, 2 giugno 1922]

Figlio primogenito del bracciante Raffaele e della contadina Carmela Santagata, ebbe due sorelle che morirono in tenera età, come i giovani genitori, nel corso degli anni Cinquanta dell’Ottocento. Di conseguenza, il piccolo Peppino, rimasto orfano di entrambi i genitori all’età di nove anni, andò a vivere in casa della nonna paterna Angela Colletta, che invano tentò di fargli imparare un mestiere prima al seguito di un sarto e poi presso un falegname. Nella bottega dell’ebanista, infatti, il ragazzo preferiva occupare il suo tempo ad abbozzare testine e figure di santi, rivelando precocemente uno straordinario talento artistico, che attirò l’attenzione e l’interesse del sacerdote Cesare Pellicorio. Questi, appassionato egli stesso di pittura, si interessò del giovane Cosenza tra la fine degli anni Cinquanta e gli inizi degli anni Sessanta dell’800, fornendogli i primi insegnamenti di disegno e pittura, oltre che della lingua italiana.
Nel 1865 si recò per la prima volta a Napoli dove, fin da subito, tentò di intraprendere gli studi al Reale Istituto di Belle Arti. Dopo circa sei mesi di permanenza, forse per mancanza di soldi, decise di rientrare a Luzzi ma con l’intenzione di tornare di nuovo nella città partenopea per riprendervi gli studi interrotti. Affinché potesse realizzare questa sua aspirazione, fece allora richiesta di un sussidio al Consiglio dell’Amministrazione Provinciale di Cosenza, la cui istanza gli venne però respinta nella seduta del 16 dicembre del 1865.
A Luzzi, nel frattempo, animato da tanta passione e volontà, nel corso dell’anno 1866 eseguì per il clero le opere raffiguranti San Francesco Saverio che confessa un negro (per la chiesa di San Giuseppe), Gesù Crocifisso e il San Pietro d’Alcantara in estasi (per la chiesa della Madonna della Cava). Altre opere, invece, gli furono richieste sia da don Ferdinando Vivacqua, sia da don Luigi Barberio, avvocato cosentino, che aveva sposato la luzzese Teresina Vivacqua, parente dello stesso benestante, don Ferdinando. 
Circa tre anni dopo, finalmente, nel gennaio del 1868, fortunatamente il Consiglio Provinciale concesse al giovane Cosenza il tanto atteso sussidio, ossia una “pensione” annua di 425 lire. Conseguentemente l’artista partì per Napoli nel mese di luglio dello stesso anno e prontamente iniziò il suo alunnato al Reale Istituto di Belle Arti, seguendo il corso di Disegno Elementare del maestro Giovanni Salomone, nella Scuola di Disegno e di Figura, che dal 1869 al 1875 fu diretta dal maestro Giuseppe Mancinelli. 
Nel mese di novembre del 1869 vinse un concorso, all’interno dell’Accademia, bandito dal Consiglio Provinciale cosentino, consistente in £.1000 annue per un triennio.
Sin dal 1870, sono anche noti gli stretti rapporti di amicizia che a Napoli l’artista intrattiene con Francesco Paolo Michetti. Sempre nei primissimi anni Settanta, inoltre, si innamora della giovane cantante lirica Emilia Contreras, originaria di Procida, che poi diventerà sua moglie nel 1876 e madre dei suoi quattro figli: Raffaele, Carmela, Mario e Giannina.
Nel suo paese natio l’artista ritornerà nell’estate del 1871 (pare, per l’ultima volta), con l’intento di effettuarvi studi dal vero ispirati all’ambiente locale, per fare poi ritorno a Napoli nel mese di dicembre.
A Napoli, nel 1872, fu presente per la prima volta all’annuale mostra della Società Promotrice di Belle Arti e partecipò anche al concorso governativo per il pensionato di Roma, classificandosi al quarto posto, dopo i tre vincitori. Deluso dall’esito del concorso, ricevette allora il conforto dal suo amico Michetti, che lo invitò a trascorrere con lui, in varie località in Abruzzo, un periodo di lavoro e di vacanza durante l’estate del 1873.
Nel corso della prima metà degli anni Settanta, Cosenza risulta essere tra i fautori della seconda fase di vita del sodalizio artistico della «Scuola di Resina», nel cui ambiente era stato introdotto, assieme all’amico Michetti, dal maestro Edoardo Dalbono. 
L’artista luzzese, a Napoli, si inserì nella compagine artistica più in auge della città, divenendo «uno dei protagonisti dell’epoca d’oro della scuola napoletana tra anni Settanta e Ottanta dell’Ottocento, grazie alla sperimentazione di una innovativa pittura di luce aggiornata a livello internazionale tramite l’esempio di Mariano Fortuny Marsal» (Berardi, 2011). Nel 1877 partecipò all’Esposizione Nazionale di Napoli con i due quadri di genere: Blitz imprudente e Piazza del Pendino, e in seguito esporrà varie volte alle Promotrici di Torino, Napoli, Genova, Firenze e alla mostra di Brera, a Milano, negli anni 1874 e nel 1885. 
Nella stessa città partenopea, dal 1878 al 1881 collaborò, come cronista-disegnatore, con l’importante giornale «L’Illustrazione Italiana», edito dai fratelli Treves di Milano. 
Durante la sua attività di pittore a Napoli, l’artista dipinse soprattutto marine, sia con scene di pescatori che con passeggiate in barca sul mare o anche soggetti tipicamente balneari, animati da sensuali bagnanti che prendono il sole sulla spiaggia di Mergellina. Sempre a Napoli, nel 1883 firmò un contratto scritto con i fratelli Buonoconto, nei confronti dei quali si impegnò a realizzare 210 dipinti di piccolo formato, dal mese di settembre 1883 al 15 novembre 1884. Per la vendita di queste opere, dal cui ricavato i fratelli Buonoconto avrebbero dovuto riscuotere dal Cosenza il doppio della somma versatagli prima, l’artista si recò in varie città italiane, in alcune capitali europee e poi in America. Nel mese di maggio giunse a Londra, dove le sue opere suscitarono l’interesse di vari collezionisti e mercanti d’arte e dove barattò anche quattro opere con il letterato e artista John Ruskin. Nell’ottobre del 1886, da Londra, partì poi per l’America, con destinazione New York, sia per far conoscere e vendere le sue opere sia per accompagnare la moglie che, in veste di cantante lirica, doveva intraprendere una tournée, per un anno nel Nuovo Continente, al seguito della «Compagnia Grande Opera Italiana» diretta da Angelo Iacchia. 
Ma, i due coniugi, trascorso un anno (alla fine dei loro impegni contrattuali) avendo ritenuto, evidentemente, che a New York, avrebbero potuto più facilmente vedere realizzate le loro aspirazioni di artisti, presero la decisione di rimanervi in via definitiva. Da New York, nel 1888, l’artista parteciperà con 13 opere, per lo più soggetti di marine, alla grande esposizione italiana a Londra; e due anni dopo, fu nominato professore onorario di Pittura del Reale Istituto di Belle Arti di Napoli, su proposta del suo vecchio maestro Vincenzo Marinelli. Da New York, nel 1893, si recò a Chicago, dove prese parte all’Esposizione Universale di Chicago (World’s Columbian Exposition), in veste di membro della giuria del Dipartimento «Fine Arts», sezione italiana.
Nel corso degli anni Novanta continuò a dipingere assiduamente, realizzando soprattutto acquarelli e disegni, anche a scopo pubblicitario, assieme a una serie di miniature.
L’ultima produzione di opere, legata al periodo americano, invece, fa registrare un’inversione di rotta nella pittura dell’artista, nel senso che sfocia dal Realismo al Simbolismo, tendente al Liberty. 
A cominciare dai primi anni della sua permanenza a Napoli, si cimentò anche in vari ambiti letterari, come conferma la sua raccolta di poesie dal titolo Ore della vita/Versi segreti e rime. Così pure dicasi per l’inedita raccolta di pensieri dal titolo Germogli di loto/Massime, Avvisi e Parabole. Scrisse anche libretti musicali per la grande opera lirica, fra i quali il libretto-poesia, scritto in 4 atti, Inda/Adoratori del fuoco e quello col titolo La rosa di Sennaar, scritto nel 1892. (Tarcisio Pingitore) © ICSAIC

Nota bibliografica essenziale

  • Costantino Abbatecola, Guida e critica dell’Esposizione Nazionale di Belle Arti di Napoli del 1877, Tipografia L. Gargiulo, Napoli 1877, p. 280. 
  • Rosario Caputo, Giuseppe Cosenza, in La Scuola di Resina nell’Ottocento napoletano, Grimaldi & C. Editori, Napoli, 2013, pp. 140-143.
  • Angelo De Gubernatis, Cosenza Giuseppe, in Dizionario degli artisti italiani viventi, Gonnelli Editore, Firenze 1889, p. 145.
  • Maria Della Rocca, Giuseppe Cosenza, in L’Arte moderna in Italia/Studi, biografie e schizzi, Editori Treves, Milano,1883, pp. 217-219.
  • Enrico Giannelli, Giuseppe Cosenza, in Artisti napoletani viventi, Tipografia Melfi e Joele, Napoli 1916, pp. 164-165.
  • Gianluca Berardi,  comunicazione scritta inviata, tramite e-mail, da Roma, il 18 giugno 2011, in «Archivio “Giuseppe Cosenza”, Tarcisio Pingitore, Luzzi (CS)».
  • Enzo Le Pera, Giuseppe Cosenza, in Arte in Calabria tra Otto e Novecento, Rubbettino, Soveria Mannelli 2001, pp. 60-63. 
  • Tarcisio Pingitore, Giuseppe Cosenza (1846-1922). Disegnatore a Napoli per “L’Illustrazione Italiana”, dal 1878 al 1881, Edizioni Pubblisfera, San Giovanni in Fiore (Cosenza) 2005.
  • Tarcisio Pingitore, Giuseppe Cosenza (1846-1922)/ Il pensiero dipinto dal Realismo al Simbolismo, Edizioni Pubblisfera, San Giovanni in Fiore (Cosenza) 2014.
  • Tonino Sicoli, Quegli idilli sul mare, “il Quotidiano”, 23 agosto 2009, pp.18-19
  • Emilio Treves, Due quadri di marine, “L’Illustrazione Italiana”, 2° semestre, Fratelli Treves, Milano 1880, pp. 182, 184.
  • Isabella Valente, Giuseppe Cosenza, in Le forme del reale/Il naturalismo e l’immaginario  storico ed esotico nella pittura napoletana del secondo Ottocento, in F. C. Greco, M, Picone Pretrusa, I. Valente, La pittura napoletana dell’Ottocento  (a cura di F. C. Greco), Pironti, Napoli 1993, pp. 53, 55, 70, 111, 112.