Valentino, Giuseppe

Giuseppe Valentino (Reggio Calabria, 21 luglio 1865 – 27 giugno 1943)

Figlio del letterato e patriota Felice e di Agata Donato, nacque in una delle famiglie più antiche di Reggio Calabria. Dopo avere frequentato le scuole di base e quelle superiori in città, come da tradizione delle famiglie cospicue fu avviato allo studio della Giurisprudenza. È stato così avvocato, oratore e protagonista della vita pubblica di Reggio Calabria. Attratto prestissimo dalla politica, fu eletto per la prima volta consigliere comunale a 25 anni e venne sempre riconfermato fino alla istituzione dei podestà, durante il fascismo. Liberal-democratico, eletto deputato rappresentò il collegio di Caulonia dal 1904 al 1909. Fu segretario e commissario della prima legge pro Calabria del 1906. Nella sua attività parlamentare fu molto attivo. Con Biagio Camagna e Pietro Larizza, presentò il progetto di legge «Tombola telegrafica nazionale a favore dell’ospedale di Reggio Calabria», approvato nel 1907. Col suo nome risultano 14 interventi su diversi argomenti, dai ritardi nei lavori di bonifica di Caulonia, al nuovo orario del treno Reggio-Napoli e altre questioni relative all’esercizio di Stato delle Ferrovie, alle ferrovie complementari, ai provvedimenti da prendere per il mancato raccolto oleario, al bilancio del ministero dei Lavori pubblici, alle agevolazioni agli enti locali in tema di sovraimposte.
Il 27 novembre 1908 commemorò l’ex deputato Rocco Scaglione di Locri.
Fu più volte assessore e quindi sindaco della città, consigliere e presidente dell’amministrazione provincialeeccellendo per acume, rettitudine e fedeltà all’interesse generale.
Il suo nome rimane indissolubilmente legato alla ricostruzione di Reggio dopo il tremendo terremoto del 1908 durante il quale perse la sua famiglia. Sopravvissuto alla tragedia, fece di tutto, con forza e con straordinaria passione, per la rinascita della città, mettendo talvolta a rischio anche il patrimonio familiare, in quanto assumeva personalmente debiti per somme consistenti, per l’esecuzione di lavori anche prima che venissero finanziati.
Da assessore ai lavori pubblici prima (dal mese di luglio del 1911, quando dimostrò attivismo e capacità amministrativa), e poi da sindaco (dal 1916 al 1923), fu dunque l’autentico ricostruttore dopo lo spaventoso sisma del 1908 che rase al suolo la città. Sorretto nel suo sforzo dalla solidarietà di Giuseppe De Nava – che fu più volte Ministro e al quale si deve la legislazione sapiente a favore delle città distrutte dal terremoto calabro-siculo – operò con fervore inesauribile, al disopra dei piccoli e meschini contrasti dei partiti, che cessarono di dilaniarsi dopo la sua elezione a sindaco. L’Italia era in guerra, impegnata nel duello mortale contro l’Austria-Ungheria, quando con votazione plebiscitaria fu eletto: l’attività ricostruttrice, per gli eventi bellici, languiva. 
Iniziava una nuova epoca per la storia della città. Disse, assumendo la carica: «Noi bandiremo da ogni atto della nostra gestione ogni suggestione che risenta degli antichi partiti locali. Noi saremo ispirati soltanto dalla concordia degli animi nello sforzo unico e supremo verso l’interesse generale del Paese che faremo sempre prevalere contro ogni interesse particolare, ad esso contrario. Diversamente non saremmo figli degni di questa nostra Italia, che pur tanto gloriosa nella storia, oggi è più gloriosa che mai». E tracciava, quindi, sobriamente e in termini concreti e inequivocabili, il programma per l’azione da svolgere – un vasto programma di opere pubbliche, in gran parte già appaltate ma sospese –, tanto da essere rieletto nel 1920 con una eterogenea maggioranza forte di 32 seggi su 40.
Non si concesse pause e non ebbe soste fino al 1923, quando dal fascismo fu costretto a dimissioni forzate per l’accusa di «irregolarità amministrative» per avere realizzato molte opere pubbliche con il solo progetto di massima e avere aumentato il deficit comunale in previsione dei contributi dello Stato (cose che invece i reggini apprezzavano), il consiglio comunale fu sciolto e fu nominato un Commissario Prefettizio. A quella data il livello di realizzazione di opere pubbliche era molto alto, ma in seguito si bloccò per almeno tre anni.
«Combattivo, preciso, senza deviazioni, era un realizzatore instancabile», scrisse Luigi Aliquò-Taverriti.  Il suo motto era: chi ha tempo non aspetti tempo…». Forse presago – certo lungimirante – lo applicò senza incertezze nella azione quotidiana. 
Durante la sua sindacatura, il 10 marzo del 1918, fu inaugurata la tranvia che attraversava l’intero centro cittadino, dal ponte Annunziata alla chiesa dei Riformati. Furono spesi 50 milioni di lire e nel nuovo piano regolatore sorsero gli edifici solenni, le case private, le case popolari, le scuole (tra cui la Scuola Normale per 700 alunne), e soprattutto l’incantevole Lungomare, facendo arretrare di cinquanta metri gli edifici che prima del sisma erano a ridosso del mare, con uno schema urbanistico che ricorda la Promenade des Anglais di Nizza e la Croisette di Cannes. Con il supporto dell’ing. Pietro De Nava, responsabile del Piano Regolatore, fu realizzato il sorprendente programma che tendeva al rapido sbaraccamento ed alla nascita della città moderna. 
Negli anni del fascismo subì persecuzioni ma soprattutto incomprensioni. Per la sua tomba aveva scritto: «Ricostruì la Città e si ebbe l’ostracismo», ma non gli diedero l’autorizzazione per fare murare quella lapide preventivamente.
Sposato, ebbe un figlio, Saverio, nel secondo dopoguerra impegnato in attività culturali (fu tra i fondatori del circolo del cinema «Sequenze» e regista di raffinati documentari, nonché uomo di teatro: con Leopoldo Trieste aveva messo su una compagnia teatrale. Suo nipote, omonimo Giuseppe Valentino, è stato senatore della Repubblica dal 1996 al 2013, per AN e PdL.
Morì all’età di 78 anni. Quando nel giugno del 1943, la sua bara passò per le strade deserte di Reggio, per essere trasportata al Cimitero, la città era ancora una volta coperta dalle macerie provocate dai bombardamenti della guerra.
A ricordo del «sindaco della ricostruzione», l’amministrazione comunale ha intitolato una via. (Leonilde Reda) @ ICSAIC 2021 – 08

Scritti

  • La commemorazione del 20 settembre. Discorso, s. n., Reggio Calabria 1900;
  • Sul bilancio del Ministero dei lavori pubblici. Trazione elettrica e tariffe differenziali: discorso pronunziato alla Camera dei deputati addì 5 giugno 1905: Tip. della Camera dei deputati, Roma 1905;
  • Discorso inaugurale del presidente avv. Giuseppe Valentino, Stab. tip. del Corriere, Reggio Calabria dopo il 1916;
  • Calabria e altro. Discorsi d’inaugurazione della Mostra calabrese d’Arte Moderna, pronunciati in Reggio di Calabria il 12 settembre 1920 dal sindaco della citta on. Giuseppe Valentino e dal prof. Alfonso Frangipane, Prem. off. graf. La Sicilia, Messina 1921;
  • Frammenti, Tip. Corriere di Calabria, Reggio Calabria 1927;
  • Nel Venticinquennio. 28 dicembre 1933. La Ricostruzione di Reggio, Stab. Tipografico Francesco Morello, Reggio Calabria 1928 (poi Tip. A. Giuli, Reggio Calabria 1933);
  • Da Monza alle Argonne: frammenti. Discorsi e scritti vari, Tip. A. Giuli, Reggio Calabria 1934;
  • Rapport general au Congres international de viticulture de Paris, C. Colombo, Roma 1937;
  • Nel ventennale della grande vittoria. La vittoria del Piave e di Vittorio Veneto nella città e nella provincia di Reggio Calabria, Stab. tip. C. Colombo, Roma 1938.

Nota bibliografica

  • Filippo Aliquò-Taverriti, Reggio 1908-1958, Stab. Tipografico del “Corriere di Reggio”, Reggio Calabria 1958, pp. 361-363;
  • Gaetano Cingari, Reggio Calabria, Laterza, Bari, 1988, p. 249 e sgg.;
  • Fulvio Mazza, (a cura di), Reggio Calabria. Storia cultura società, Rubbettino, Soveria Mannelli, 1993, ad indicem;
  • Ornella Milella, Introduzione a Giuseppe Valentino, Nel venticinquennio. 28 dicembre 1933. La ricostruzione di Reggio, Ginevra Bentivoglio, Roma 2008.

Morabito, Domenico (“Mico”)

Domenico (“Mico”) Morabito [Palmi (Reggio Calabria),2 maggio del 1877 – Napoli il 2 luglio 1967]

Nato da Giuseppe e da Concetta Neri, compì i primi studi nella città natale dove il padre prestava servizio alle dipendenze del locale tribunale. «Mico», come è conosciuto, attratto dalla vena letteraria incominciò a scrivere articoli su quei pochi giornali che già, ai primi del secolo, incominciavano a essere pubblicati a Palmi. Sulla «Falce», sul «Metauro» e sul «Nuovo Corriere» comparvero i suoi pregevoli scritti che sin dall’inizio si distinsero per la vivacità dell’autore e per il suo ingegno.
Per motivi di lavoro del padre la famiglia fu costretta trasferirsi nella vicina Messina, che poco dopo fu rasa quasi completamente al suolo dal terrificante terremoto del 18 dicembre 1908, cosi come tantissimi paesi della costa calabrese., compresa Palmi. In questa disastrosa circostanza i sui genitori perirono sotto le macerie ed egli si trovò completamente solo senza alcun avere. Spinto però dalla febbre dello studio e dell’arte continuò ad «abbeverare l’animo alle sane fonti del classicismo e della storia dell’arte diventando ben presto un competente ed un erudito» (Mollo),
Ritornato a Palmi riprese la sua attività nel campo culturale e subito si rese promotore della erezione nella villa comunale di un busto a Nicola Antonio Manfroce nei confronti del quale, nel 1912, scrisse un interessante saggio dal titolo «Preparando il primo centenario di N. A. Manfroce».
Già qualche anno prima, affascinato dalla festa che ogni anno si svolge a Seminara il 14 Agosto, aveva pubblicato un singolare lavoro dedicato alla Madonna dei poveri che fu molto apprezzato per la minuziosità delle ricerche, cosi come lo furono in seguito quelli sulla pesca del pesce spada, sulla
caccia agli adorni e sul profeta Elia.
Nel 1914 fondò e diresse un quindicinale per lo sviluppo economico della Calabria e del circondario di Palmi , «L’eco di Calabria», che tanto interesse destò nell’opinione pubblica regionale, al punto da essere definito «organo per gli interessi economici del Mezzogiorno».
Trasferitosi in seguito a Napoli fondò «L’accademia partenopea» e ne fu segretario perpetuo.
In essa si raccolsero giovani forze intellettuali calabresi, uniti dalla passione per l’arte e dall’amore verso la cultura. Arte che, sin da quando a Palermo era un giovane studente, lo affascinò e lo accompagnò per il resto della sua vita, cosi come lo accompagnò l’interesse oltre che la passione per la sua Calabria: sentimenti, questi, che furono fortemente evidenziati nel saggio «Calabria pittoresca» e nelle varie conferenze e lezioni che tenne all’accademia partenopea sulla storia dell’arte.
Memorabili rimasero quelle su «La donna nell’arte», sul «Processo di Gesù Cristo», su «L’estetica e l’eterno femminino», ecc. Fu per questo che fondò la casa libraria “Ardenza” con la speranza di diffondere il valore dei soci dell’Accademia di scienze, lettere ed arti.
Pregevoli sono alcune biografie scritte tra il 1935 e il 1938 su Goffredo Fanti, Tiberio Smurra, Mario Leuzzi, Giuseppina Goglio e Nicola Gulli.
A Palmi, sua città natale, dedicò nel 1945 un opuscolo nel quale, oltre a descriverne gli aspetti caratteristici e le naturali bellezze, volle citare due personaggi legati ad essa: Raffaele Piria e Rocco De Zerbi. Il primo, nato da genitori residenti a Palmi, per precisare la nascita avvenuta durante lo spostamento in carrozza della madre verso Scilla, dove poi fu eseguita tutta la procedura civile per la registrazione del bambino in quella città. Il secondo, deputato per il collegio di Palmi, per elogiarne la figura di parlamentare e per evidenziarne le qualità intellettuali e culturali.
Per le sue virtù letterarie gli furono assegnati tanti titoli, tra cui: Cavaliere dell’ordine di Danilo del Montenegro; benemerito della società nazionale Dante Alighieri;
benemerito della lega naz.le delle cooperative di Milano; membro onorario dell’istituto scientifico italiano di Roma; membro d’onore dell’opera «Domus Nostra» di Venezia; membro onorario dell’American Heraldry; medaglia dell’unità d’Italia; medaglia commemorativa del terremoto calabro-siculo.
Fu segretario generale dell’accademia partenopea di Napoli e reggente generale dell’A.C.P. Lodi.
Tra i tanti titoli di benemerenza, annoverò anche quelli di socio onorario dell’accademia delle scienze e lettere di Genova, dell’accademia silana internazionale artistica, oltre a essere stato socio corrispondente delI’Accademia cosentina nonché benemerito dell’Accademia della gioventù intellettuale di Napoli.
Allo stato delle ricerche poco o niente si conosce della sua vita privata.
Mori a Napoli all’età di 90 anni. (Bruno Zappone) © ICSAIC 2021 – 08 

Scritti essenziali

  • L’eterno femminino: nella vita, nell’amore, nella storia e nell’arte, Tip. Igea, Napoli s.d.;
  • Il romito di sant’Elia, A. Delle Donne, Napoli 1906;
  • Attilio Validi: studio critico-biografico con alcuni giudizi della stampa, Casa Editrice Ardenza, Napoli 1930;
  • Rapsodie cinquecentesche: lezione di storia dell’arte tenuta al sindacato Fascista Poligrafici di Napoli il 13 aprile 1930 per commemorazione il 4 centenario di Raffaello Sanzio, Casa Editrice Ardenza, Napoli 1931;
  • Un industriale calabrese: Tiberio Smurra, Casa Editrice Ardenza, Napoli 1937;
  • Un medico poeta: Antonio Masselli (profilo critico-biografico), Casa editrice Ardenza, Napoli 1937;
  • Uno scrittore calabrese: Mario Leuzzi. Profilo critico-biografico, Casa Editrice Ardenza, Napoli 1937;
  • Uno scultore calabrese: Nicola Gulli. Profilo critico- biografico, Casa Editrice Ardenza, Napoli 1938;
  • Un’artista multiforme: Giuseppina Goglia. Profilo critico-biografico, Casa Editrice Ardenza, Napoli 1938;
  • Palmi, Casa editrice Ardenza, Napoli 1947;
  • Il costume tradizionale contadino nella provincia di Reggio Calabria, « Folklore della Calabria», I , 2-3 aprile 1956;
  • Canti d’amore a Palmi, «Folklore della Calabria», II, 3/4 luglio/dic. 1957.

Nota bibliografica

  • Silvio Mollo, Mico Morabitostudio critico-biografico, Casa editrice Ardenza, Napoli 1930.
  • Bruno Zappone, Uomini da ricordare. Vita e opere di palmesi illustri, AGE, Ardore Marina 2000, pp. 153-156.

Mastroianni, Felice

Felice Mastroianni [Platania (Catanzaro), 4 agosto 1914 – Lamezia Terme, 21 aprile 1982]

Secondo di quattro figli nacque in una famiglia borghese. Il padre Cesare era un noto e stimato medico, la madre Serafina Stranges apparteneva a una agiata famiglia della vicina Conflenti. Ancora quattordicenne rimase orfano della madre e alle soglie della giovinezza perse anche il padre. Trascorse l’infanzia a Conflenti (Catanzaro), dove il padre esercitava la sua professione.
Dopo le scuole elementari, studiò a Catanzaro, dove frequentò come convittore le classi ginnasiali presso il «Pasquale Galluppi» avendo tra i suoi maestri il professor Giuseppe Morabito, insigne latinista. Quindi si trasferì a Nicastro (ora Lamezia Terme), dove conseguì la maturità classica. Agli anni dolorosi della sua adolescenza risalgono le prime esperienze poetiche che lasceranno in lui profonde radici. Fin dalle prime classi ginnasiali si rilevarono in lui l’intenso interesse per gli studi letterari e una gran voglia di scrivere i sentimenti del suo animo. Ancora studente a Catanzaro scrisse le prime poesie che furono molto apprezzate dal noto poeta calabrese Giuseppe Casalinuovo e dai più conosciuti scrittori del tempo. Dopo la maturità classica, inspiegabilmente, si scrisse a Napoli alla facoltà di giurisprudenza che abbandonò subito, laureandosi in lettere classiche. Prestò servizio militare e nei primi anni Quaranta incominciò la carriera di docente in diverse scuole della regione. Senza mai tralasciare la scrittura. Nel 1935 aveva pubblicato l‘Infinito leopardiano che segnò il suo esordio nel campo della saggistica, un’attività esplicata ininterrottamente e variamente su periodici e riviste. 
Come professore fu destinato a insegnare per la prima volta al Ginnasio di Cassano Jonio (Cosenza) dove conobbe la donna che sposò, Antonietta Munno, e dalla quale ebbe tre figli. Successivamente insegnò a Castrovillari, a Vibo Valentia e a Napoli.
Gli anni difficili della Seconda Guerra Mondiale, i doveri verso la famiglia e i tre figli, le difficoltà del doversi spostare quotidianamente per raggiungere la sede di servizio, il dolore per la partenza delle amate sorelle – Rosaria e Benita – emigrate in Canada negli anni Cinquanta, lo terranno lontano ancora per un po’ dalla poesia.   
Trasferitosi a Nicastro con la famiglia, per consentire ai figli di proseguire gli studi, agli inizi degli anni Sessanta si trasferì a Napoli dove il figlio Cesare completerà gli studi nella facoltà di medicina di quella Università. In quella Napoli “scontraffatta” che però sa dare ai suoi abitanti serenità e speranza – come anni dopo la definirà Giovanni Artieri – l’anima del poeta si apre al canto, senza più riserve e timori; i versi sgorgano, spontanei e limpidi, per rappresentare voci e colori della sua infanzia, del suo paese, della Calabria e via via il cerchio si allarga fino a includere l’altra “sponda”, la Grecia, con la sua cultura, i suoi poeti contemporanei ai quali si lega in un fraterno sodalizio. In questi anni, infatti, ebbe l’opportunità di conoscere grandi letterati quali Michele Prisco, Mario Pomilio, Mario Stefanile, Vittorio Sereni e sopratutto Mario Luzi, con cui resterà in contatto epistolare e poetico per tutta la vita.
Dopo L’Infinito leopardiano, a cui seguirono Il canto della luce (1936) e Coscienza cristiana di Ulisse dantesco (1939), e la pubblicazione all’inizio degli anni Quaranta dei primi esperimenti poetici quali Frammenti (1941), Notturno (1942), Alba lontana (1942), durante il soggiorno napoletano (1963-68) avvenne il suo vero debutto poetico in campo nazionale, con alcune raccolte che gli valsero prestigiosi premi nazionali: L’arcata sul sereno (1963), Favoloso è il vento (1964), Lucciole sul granturco (1965), Tre poesie(1966), Il vento dopo mezzodì (1968) con prefazione di Luzi. In questo periodo pubblicò anche il saggio Filippo Greco: l’ultimo dei romantici calabresi (1966).
Rientrato in Calabria con la famiglia nel 1968, insegnò al liceo Classico Francesco Fiorentino e all’Istituto Tecnico Commerciale Valentino De Fazio ma continuò ancora a scrivere e pubblicare: nel 1971 apparve cosìIl riso delle Najadi (con prefazione di Vittorio Sereni) e tre anni dopo e Luna santa luna (1974).
Negli anni Settanta, anni del trionfo della sua poetica come «moderno interprete di favole antiche», lavorò intensamente alla composizione dei versi in sapida e vigorosa lingua neogreca, pubblicati ad Atene, in tre raccolte successive poi confluite nel volumeTrilogia Neollenica, e cioè: Quaderno di un’estate (1975), Primavera (1977), La favola di Eutichio (1982), in cui l’ultimo componimento è come un presagio della sua imminente morte: Qui finisce – come un gioco, come un’illusione – il mio canto ellenico, il canto di “Eutichio”.(«Eutichio” mi chiamano i fratelli poeti greci). E verrà il vento a cancellare la mia voce e la favola di “Eutichio”). Collaboratore di giornali e riviste, importante è stata anche la sua attività di traduttore di poeti neo-greci e inglesi.
Trascorse gli ultimi anni della sua vita tra Nicastro e Platania. Si spense all’età di 76 anni, nel compianto di tanti estimatori e dei suoi ex alunni che lo ricordano come grande figura di docente e di educatore. Per sua volontà riposa nel cimitero di Platania. Nel suo paese natale, voluta da parenti e amici dal 2011 opera un’associazione culturale a suo nome che ha istituito un premio nazionale di poesia e si occupa della valorizzazione della sua opera. Per ricordarlo Platania nel 1984 ha intitolato al suo nome la Scuola Media. Inoltre, una targa commemorativa è stata posta sulla sua casa natia e molte sue poesie sono attaccate sui muri di molte vie in un itinerario letterario avvolgente.
Alla sua morte ha lasciato molti scritti inediti. Postuma, così, è uscita la raccolta completa delle sue poesie Quest’ombra sul terreno (1983), mentre nel 2001 è apparso ’U cantu ’ngola (in dialetto) e due anni dopo Il pane degli anni – Memoria d’una sorgiva. (Sulla base di una biografia di Aristide Caruso) © ICSAIC 2021 – 8

Opere

Poesia italiana

  • Frammenti, Patitucci, Castrovillari 1941;
  • Notturno, Patitucci, Castrovillari 1942;
  • Alba lontana, Patitucci, Castrovillari 1942;
  • L’arcata sul sereno, La Procellaria, Reggio Calabria 1963;
  • Favoloso è il vento (con prefazione di Mario Stefanile), Ed. Maia, Siena 1964;
  • Lucciole sul granturco, Rebellato Editore, Padova 1965;
  • Tre poesie, Il Baretti, Napoli 1966;
  • Il vento dopo mezzodì (con prefazione di Mario Luzi), Quaderni di “Persona”, Roma 1968;
  • Il riso delle Naiadi (con lettera-prefazione di Vittorio Sereni), Rebellato, Padova 1971;
  • Luna santa luna, Rebellato, Padova 1974;
  • Quest’ombra sul terreno, Ed. Ligeia, Lamezia Terme 1983;
  • ’U cantu ’ngola (Il canto in gola), Rubbettino, Soveria Mannelli 2001;
  • Il pane degli anni – Memoria d’una sorgiva, Rubbettino, Soveria Mannelli 2003.

Poesia neogreca

  • Quaderno di un’estate, Karavías, Atene 1975;
  • Primavera, Difros, Atene 1977;
  • La favola di Eutichio, Delphica Tetradia, Atene 1982;
  • Trilogia neoellenica, Delphica Tetradia, Atene 1983 (seconda edizione: Rubbettino, Soveria Mannelli 2014). 

Saggistica

  • L’Infinito leopardiano, Tip. Gigliotti, Nicastro 1935;
  • Coscienza cristiana di Ulisse dantesco, E. Patitucci, Castrovillari, 1939;
  • Filippo Greco, l’ultimo dei romantici calabresi, Pellegrini, Cosenza 1966;
  • Un’interessante figura di poeta calabrese: Leopoldo De Fazio (1865-1953), Rubbettino, Soveria Mannelli 1980

Nota bibliografica essenziale

  • Antonio Testa, Itinerario poetico di Felice Mastroianni, Edizioni d’arte rassegna, Bergamo 1972;
  • Francesco Sisca, Ricordo di un poeta, «Gazzetta del Sud», 31 ottobre 1982.
  • Giuseppe Mascaro, È morto Felice Mastroianni, poeta della natura e dell’umile gente del Sud, «Calabria Letteraria», 30, nn. 4-5-6, 1982, pp. 78-80.
  • Francesco Sisca, Una voce calabrese, Rubbettino, Soveria Mannelli 1983, pp. 149-151
  • Mario Rappazzo, Felice Mastroianni, viandante di sogni, Prometeo, Messina 1983;
  • Felice Mastroianni, poeta mediterraneo, Atti del Convegno di Studi (Lamezia Terme, 20 aprile 1985) a cura dell’Amministrazione Provinciale, Catanzaro 1987;
  • Giuseppe Mascaro, Mito, natura e fede nella poesia di Felice Mastroianni, Rubbettino, Soveria Mannelli 1989;
  • Giovanna Mussari, Quasi una storia: itinerario poetico di Felice Mastroianni fra memoria mito ed esilio, Brenner, Cosenza 1990;
  • Felice Mastroianni. Giornata di studi nel trentennale della morte (Lamezia Terme, 21 aprile 2012), Rubbettino, Soveria Mannelli 2013.

Tesi di laurea

  • Giovanna Mussari, Quasi una storia. Itinerario poetico di Felice Mastroianni, tra memoria, mito ed esilio (rel. Roberto Mercuri) Università degli studi di Cosenza,1987-1988;
  • Liliana Gualberto, La ricerca del sé nella poesia di Felice Mastroianni. Il ruolo dell’immaginario (rel. Raffaele Sirri), Istituto Universitario Orientale di Napoli, a.a. 1990-1991;
  • Fabio Besaldo, Itinerario poetico di Felice Mastroianni (rel. Michele Cataudella), Università degli Studi di Salerno, a.a. 1991-1992;
  • Monica La Torre, Poetica e poesia di Felice Mastroianni (rel. Pasquale Tuscano), Università degli Studi di Perugia, a.a. 1992-1993;
  • Francesco De Grazia, Vita, cultura e tradizioni popolari nell’opera di Felice Mastroianni (rel. Renata Melissari), Università degli Studi di Messina, a.a. 2004-2005.

Marra, Saverio

Saverio Marra [San Giovanni in Fiore (Cosenza), 10 settembre 1894 – 17 ottobre 1978]

Primogenito di cinque figli (i fratelli si chiamavano Salvatore, Giovanni, Fiorina e Maria Vincenza) nacque da Francesco, fattore agricolo, e Clarice Urso. Autodidatta, si appassionò da giovane all’arte fotografica, pur lavorando nell’agricoltura e nelle riparazioni meccaniche. Nel 1912, all’età di 18 anni, venne cooptato dal Genio Militare per la realizzazione di opere pubbliche in Libia, dove ebbe frequentazioni con tecnici esperti di fotografia. Al rientro in Italia venne assegnato al 71° Reggimento di Fanteria di stanza a Venezia, e poi al Servizio Sanitario Militare, dove venne notato dal suo capitano medico, Raffaele Caputo, che condivideva la sua stessa passione. Durante quel periodo iniziò la sua attività documentaristica, raccontando attraverso l’obiettivo operazioni militari, ma anche feriti, degenti, morti, fasi degli interventi chirurgici negli ospedali da campo, attività che fu propedeutica alla realizzazione, anni dopo, di una «storia fotografica» della Calabria del primo Novecento, in particolare dell’area silana, un corpus documentario di grande spessore artistico, storico e antropologico.
Terminata la Grande Guerra, nel 1919 rientrò in Calabria e andò a lavorare presso l’azienda agricola dei baroni Barracco, latifondisti napoletani, della quale il padre, era fattore, e dove aveva lavorato anche il suo omonimo nonno paterno. Con i guadagni del lavoro acquistò una macchina fotografica all’avanguardia rispetto a quelle prima utilizzate, una Zeiss di fabbricazione tedesca, dotata di soffietto allungabile e treppiede, e aprì una bottega di carpentiere nel centro di San Giovanni in Fiore e una sala per foto-ritratti e fototessere.
Dopo il matrimonio con Maria Piccolo (dalla quale ebbe tre figli: Ida, Donato e Giuseppe), nel 1920, andò a vivere presso il suocero, nel rione Costa, nei cui pressi trasferì le sue attività. L’attività di carpentiere e di meccanico, legata all’agricoltura, divenne secondaria, mentre quella di fotografo (era divenuta obbligatoria l’apposizione della foto sul documento di identità) lo impegnò molto e gli procurò buoni ritorni economici. Oltre alle fototessere e ai foto-ritratti si dedicò alla documentazione dei paesaggi silani e del Marchesato crotonese, e della vita sociale, immortalando fiere, matrimoni, feste patronali e rurali, manifestazioni di vario genere. Autodidatta, ma perfezionista, si abbonò alla rivista «Il Progresso Fotografico» e ad altre pubblicazioni per migliorare le tecniche di ripresa e stampa, investendo su attrezzature sempre migliori. Animato da più interessi (aveva venduto, ma con scarsa fortuna, anche radio e motociclette), si dedicò sempre di più all’agricoltura impiantando colture sperimentali e allevamenti innovativi di api, dimostrando sempre poliedricità, capacità di adattamento e propensione alle novità apportatrici di progresso.
In circa 40 anni di attività è stato testimone, assieme agli obiettivi delle sue macchine fotografiche, dei cambiamenti sociali e della storia dei suoi luoghi.
In gioventù non si interessò di politica ma dopo la marcia su Roma si dichiarò apertamente antifascista. Fu oggetto di attenzioni da parte degli esponenti locali del regime anche perché il suo studio era divenuto un ritrovo di militanti loro avversi: subì diverse perquisizioni nei locali da parte degli squadristi in cerca di materiale clandestino di propaganda contraria e venne più volte diffidato. Peraltro, gli fu imposto dai gerarchi del territorio di documentare comizi, manifestazioni di propaganda, celebrazioni, al fine di evitare rappresaglie nei confronti suoi e dei familiari. Un’esperienza, questa, che lo segnò molto e che lo indusse gradualmente a chiudere quella attività, anche a causa di problemi agli occhi.
Smise di lavorare intorno al 1950, ritirandosi in campagna per dedicarsi all’agricoltura, ma custodì circa 2.500 reperti (6.000, secondo alcune fonti), tra lastre fotografiche di marca Cappelli e pellicole di celluloide, catalogando e riclassificando in modo certosino i lavori eseguiti. Un patrimonio di indiscusso valore storico e artistico che rappresenta fedelmente, nella “poesia” dei contrasti in bianco e nero, ritraendo la quotidianità e gli “ultimi”, il concetto di “fotografia sociale”. Patrimonio che è stato ritrovato intatto dopo la sua scomparsa dal fotografo Mario Iaquinta, anch’egli sangiovannese. La «lastroteca Marra», di notevole rilevanza, costituisce, sia pur parzialmente rispetto all’entità del materiale, una sezione dedicata tra i reperti presenti nel «Museo demologico dell’economia, del lavoro e della storia sociale silana», come evidenziato dal dott. Pietro Mario Marra, nipote e già dirigente dello stesso museo, sito a San Giovanni in Fiore all’interno dell’Abbazia Florense, dove «il passato, anche se fatto di miseria» – come scrive Saverio Basile – «non va esorcizzato, perché parte della nostra identità». Gli eredi di Marra hanno ceduto al Comune silano il materiale rinvenuto da Iaquinta (denominato «Fondo fotografico Saverio Marra»), che è stato analizzato, codificato e selezionato da un gruppo di studiosi coordinato dal prof. Francesco Faeta, docente di antropologia culturale e visiva presso l’Università di Messina e direttore della Scuola di etnografia visiva presso l’Istituto superiore di fotografia e comunicazione integrata di Roma. Iaquinta nel 1980 avviò la sistematica riproduzione delle lastre di Saverio Marra, fornendo preziosi contributi per le attività coordinate dal prof. Faeta, da Donato e Pietro Mario Marra, rispettivamente figlio e nipote di Saverio, che vennero sintetizzate nel volume Saverio Marra fotografo: immagini del mondo popolare silano nei primi decenni del secolo e nel video a uso didattico dal titolo La stanza della memoria.
Il corpus fotografico di Marra ha assunto una valenza e una dimensione particolare perché costituisce uno spaccato della prima metà del Novecento della realtà sangiovannese e silana, una cartina di tornasole dei momenti importanti di comunità arretrate ma legate a valori autentici tra i quali spiccano quelli della famiglia, del mantenimento dei contatti con gli emigrati (San Giovanni in Fiore ha sempre avuto una forte incidenza migratoria), il rapporto con la morte. Non solo matrimoni, ricorrenze varie, adunate politiche, i cantieri dei bacini idroelettrici,  foto di famiglia da inviare oltre oceano, ma anche foto post mortem per testimoniare la continuità della presenza dei defunti tra i propri cari (con la bara in posizione verticale anche per via di obiettivi scarsamente duttili) in una visione decisamente più antropologica rispetto agli scatti con i quali in gioventù immortalava i feriti negli ospedali da campo, la morte come avvenimento normale nella storia degli esseri umani.
Per Marra la fotografia è stata mezzo di costruzione e conservazione della memoria, rituale contatto tra i componenti della società dell’epoca, oltre lo spazio e il tempo. È stato un fotografo libero, anticonformista, estroverso, di rara sensibilità: i suoi lavori denotano tecniche raffinate con risultati di elevata qualità, tenuto conto dei mezzi con i quali sono stati eseguiti. Di sicuro, l’espressione più alta dell’arte fotografica in Calabria, divulgatore ante litteram in chiave antropologica dell’etnografia audiovisiva.
Le sue opere sono state esposte in tutta Italia e la Fondazione Alinari per la fotografia, la più nota nel settore della «comunicazione della memoria», ha pubblicato un pregevole volume con una selezione (60 opere) di suoi ritratti. Due le mostre ufficiali dedicate a Marra, la prima nel 1983 a San Giovanni in Fiore, l’altra, nel 1984, presso il museo Palazzo Braschi a Roma. 
Ritiratosi da tempo in campagna, riprese in mano la macchina fotografica solo in occasione di importanti eventi familiari. Morì a San Giovanni in Fiore, dove è sepolto, all’età di 84 anni. Il Comune ha intitolato all’artista una via della cittadina. (Letterio Licordari) © ICSAIC 2021 – 08 

Nota bibliografica

  • Saverio Basile, San Giovanni in Fiore nelle lastre di Saverio Marra, «Calabria sconosciuta», I, 1, 1978;
  • Francesco Faeta (a cura di), Saverio Marra fotografo: immagini del mondo popolare silano nei primi decenni del secolo, Casa editrice Electa, Milano 1984;
  • Mario Iaquinta, Il volto di un paese antico, Grafica Florens, San Giovanni in Fiore 1996;
  • Pietro Mario Marra e Mariolina Bitonti, San Giovanni in Fiore – storia – arte – cultura, Tipografie Grafiche Zaccara, San Giovanni in Fiore 2005;
  • Le fotostorie – La famiglia in posa, «Patria Indipendente», 25 giugno 2006;
  • Francesco Faeta (a cura di), Gente di San Giovanni in Fiore. Sessanta ritratti di Saverio Marra, Ediz. bilingue italiana e inglese, Alinari Idea, Firenze 2007;
  • Emilio Arnone, Lo specchio di carta. Marra/Emilio Arnone fotografie 1929-2009, Edizioni Librare, San Giovanni in Fiore 2009;
  • Saverio Basile, Leggende Silane, Ediz. Teomedia, Cosenza 2011;
  • Saverio Basile, Lampi di memoria, «Il Nuovo Corriere della Sila», 15 febbraio 2012;
  • Sergio Straface, Il fondo fotografico Saverio Marra presso il Museo Demologico, «www.sergiostraface.it», 25 novembre 2016;
  • Saverio Marra: la fotografia come testimonianza storica, «Calabriafoto», 12 giugno 2019.

Nota

  • Si ringrazia l’avv. Filomena Bafaro, Ufficiale dello Stato Civile del Comune di San Giovanni in Fiore, per la preziosa collaborazione.

Mantile, Matilde

Matilde Mantile (Napoli, 1799 – Lungro (Cosenza), 1870)

Nata in una nobile famiglia napoletana, non si conosce allo stato delle ricerche il nome dei genitori e la data esatta di nascita. Ad appena 14 anni, nel 1813, si trasferì a Lungro, in provincia di Cosenza, per sposare il magistrato Angelo Stratigò. Colta, intrepida e madre di nove figli, tra cui il poeta e patriota Vincenzo, fu un’icona del Risorgimento arbëresh, e l’incarnazione di uno dei più fulgidi esempi di donna che ha resistito, con dignità e tenacia, alle coercizioni borboniche imposte al marito e, in particolare, al figlio Vincenzo. Il suo ruolo di primo piano svolto nel contesto delle lotte antiborboniche si inserisce nei movimenti risorgimentali calabresi che contribuiranno a completare l’Unità d’Italia. 
Se già nel giugno del 1820, a Lungro, la polizia fu costretta a mandare un giudice istruttore per reprimere le sommosse, è verosimile quanto lì la Carboneria fosse attiva e determinata a scardinare il sistema assolutistico dei Borboni. Le Vendite carbonare italo-albanesi del Cosentino, del resto, accesero le polveri dei Moti di Cosenza nel 1844, rivolta contraddistinta da una massiccia partecipazione di volontari arbëreshë. Le azioni messe in atto dalle famiglie lungresi Stratigò, Damis, Cucci, Irianni, Molfa, Trifilio e Samengo, così come dai rivoltosi di San Demetrio Corone dei De Rada e Mauro, dei Pace di Frascineto, dei Luci e Nociti di Spezzano Albanese, dei Milano e Mosciaro di San Benedetto Ullano, dei Baffi e Masci di Santa Sofia d’Epiro e dei Basile di Plataci, vanno inquadrate nelle pagine gloriose della storia della «Rilindja arbëreshe». Dal collegio di Sant’Adriano di San Demetrio Corone, centro nevralgico di formazione culturale, laboratorio dell’intellighenzia arbëreshe, nonché fucina delle idee liberali, vennero pianificate le strategie rivoluzionarie finalizzate a scardinare le catene della dittatura borbonica.    
E proprio in questo contesto ostile, ma pur sempre fecondo di idee e azioni liberali, che emerge la sua figura. Nonostante le sofferenze per i reiterati domicili coatti imposti dai Borboni al marito Angelo, le continue persecuzioni politiche e le dure costrizioni della latitanza che subì il figlio Vincenzo, la sua azione assume preminenza e costanza nel perseguire la causa della liberazione dell’Italia dall’oppressione borbonica. La morte di cinque dei nove figli, nonché la prematura scomparsa per colera del marito Angelo al confino di Muro Lucano, così come l’allontanamento forzato del figlio Vincenzo, pur se vissute come lancinanti fardelli da sopportare per mantenere unita la famiglia e assolvere alla causa patriottica, non hanno mai scalfito le azioni messe in atto da lei, così come dai gruppi rivoluzionari lungresi.       
Ella prese in mano gli “affari di famiglia” già a partire dal 1844, amministrando le faccende e associandosi alla causa dell’Unità d’Italia, sia durante la latitanza del figlio Vincenzo, sia negli anni di confino imposto dalla gendarmeria borbonica al marito magistrato.   
Nel 1859 a Lungro, dopo la sommossa del 16 luglio capeggiata dal figlio Vincenzo, venne incarcerata perché ritenuta una delle principali cospiratrici. «Il Giornale delle Due Sicilie» (n. 156 del 19 luglio 1859), riportò la notizia in prima pagina: «Il 16 del corrente mese nelle ore pomeridiane, pochi forsennati del comune di Lungro cominciarono a percorrere l’abitato con grida sediziose incitando quella gente a fare altrettanto. Fra essi un Vincenzo Stratigò si diè ad arringare la popolazione, ed alcuni suoi complici si condussero al vicino comune di Firmo con lo stesso reo intento, ma fu vano il loro tentativo venendo assai male accolti da quegli abitanti. L’ordine fu ristabilito immediatamente all’arrivo del Sottointendente del Distretto e dalla forza di pochi gendarmi. Otto dei principali colpevoli sono già in prigione».
Dopo la liberazione, negli anni successivi, la famiglia Stratigò subì una serie di perquisizioni domiciliari da parte della gendarmeria borbonica che, per un lungo periodo, fece stanza nella loro abitazione ritenuta luogo centrale delle congiure. Nonostante le continue effrazioni della polizia, tra gli anfratti del palazzo di famiglia riuscì, per molto tempo, a preservare dall’arresto il figlio Vincenzo.   
Anche a causa della prematura scomparsa del capofamiglia Angelo, occupò un posto preminente nella vita del figlio Vincenzo. A lei «in segno di candido affetto e perenne memoria» è dedicato il manoscritto autografo composto da 53 pagine che raccoglie poesie in albanese e in italiano. Nella corrispondenza con il figlio Vincenzo durante l’esilio del 1850 e il servizio militare prestato tra il 1863 e il 1864, si evidenziano l’amore per la Patria e per la famiglia, ma anche i problemi e le questioni patrimoniali della stessa prima e dopo l’unità d’Italia. Il 2 marzo 1850, da Catanzaro Vincenzo scrive alla madre: «Voi, con la vostra ardente parola mi accendeste il cuore per la gloria, voi che mi aveste informato ad una squisita morale, potete vantare un dritto sacro inviolabile, sulla mia stima, sul mio amore, sul mio rispetto, sulla mia riconoscenza».
Le pressioni della Polizia borbonica e le conseguenti forzate alienazioni dei beni di famiglia, furono un colpo durissimo per lei, costretta a gestire le attività in assenza di Vincenzo. In una lettera datata 8 settembre 1864 così scrive al figlio in servizio ad Abriola: «Cercate di ottenere un permesso almeno per 15 o 20 giorni, e così organizzate tutti gli affari. Vi prego caro figlio, fate di tutto per venire; e giacché Iddio mi ha lasciata in vita, farmi vedere gli affari di casa accomodati e stare colla fronte scoverta nella società e morire onorata». L’8 febbraio 1865, infine, l’anziana matriarca implora al figlio di fare ritorno a Lungro: «La vostra presenza è necessarissima per accomodare gli affari di famiglia che vanno peggiorando da giorno in giorno, e quanto più si trascinano tanto più crescono. Le raccolte sono infertili e non vi è dove avere soccorso, essendo cresciuti i pesi Fondiaria. Non è stato possibile avere un impiego in Salina per i vostri fratelli e ci troviamo nello stato lo più infelice». 
Muore a Lungro nel 1870 (è sconosciuta la data esatta). Nella lapide della sua tomba, custodita all’interno della cappella della famiglia Vaccaro, è sintetizzata la sua vita: «Di cristiana virtù e pietà pregiata, schiuse il cuore al solo affetto di sposa e di madre, ebbe nove figli: quattro crebbe, cinque pianse. Intrepida sofferse il carcere per l’Unità d’Italia. Visse ammirata, morì compianta da quanti la conobbero. Conforto degli orfani suoi figli è la speranza di poterla raggiungere là dove non tormenta l’idea di amara separazione». (Nicola Bavasso) © ICSAIC 2021        

Nota bibliografica

  • Nicola Bavasso, Ungra katund i Arbërisë-Lungro Centro dell’Arbëria, Edizioni Masino, Lungro 2003;
  • Comitato Commemorazione del Risorgimento, Parliamo di Lungro in occasione del Centenario dell’Unità d’Italia, Lungro 1963;
  • «Giornale delle Due Sicilie», n. 156 del 19 luglio 1859;
  • Giovanni Laviola, Dizionario biobibliografico degli Italo-albanesi, Brenner, Cosenza 2006.
  • Attilio Vaccaro, Il Pontificio Collegio Corsini: presidio di civiltà e ortodossia per gli Albanesi di Calabria (prima parte), «Ylli i Dritës», 28, 3, 2008, pp. 145-181; (seconda parte), Ivi, 28, 4, 2008, pp. 102-136;
  • Vincenzo Stratigò Opere Poesia e Prosa, a cura di Nicola Bavasso e Giovanni Belluscio, «Albanologia» 15, 2011; 
  • Francesco Altimari, Il ruolo degli intellettuali arbëreshë nella “Rilindja” albanese e nella storia culturale del Mezzogiorno, in Riflessioni sul Mezzogiorno, Collana dell’Istituto Mezzogiorno-Mediterraneo, Soveria Mannelli, 2014, pp.79-94;
  • Attilio Vaccaro, Gli Italo-albanesi nei moti risorgimentali in Calabria, in Unità multipleCentocinquant’anni? Unita? Italia?, a cura di Giovanna De Sensi e Marta Petrusewicz, Soveria Mannelli 2014, pp. 448-496. 

Nota archivistica

  • Archivio Storico della famiglia Stratigò – Lungro

Malito, Giuseppe

Giuseppe Malito [Pedace (Cosenza), 26 giugno 1907 – 11 marzo 2002]

Precursore del fotoritocco, nacque da Carlo e Rachele Scarcello a Pedace (oggi Casali del Manco). All’arte fotografica s’avvicinò già da ragazzo. Era l’anno 1915, aveva appena otto anni. Rimase come «folgorato» dalla luce del flash proprio nella sua natia ed amata Pedace, il piccolo centro rurale presilano, già segnato dal fenomeno migratorio verso le Americhe. Esercitò il mestiere di sarto, falegname e calzolaio ma una vecchia macchina fotografica colpi la sua attenzione allorquando un maggiorente pedacese, certo dott. Filippo Leonetti, immortalò i capi famiglia della Pedace dei notabili, adusa agli incontri conviviali.
Sempre a Pedace, il giovane Malito, s’accosta all’arte fotografica di un bravo artigiano dell’epoca, il maestro Antonio Scarcello, suo padrino di cresima, che conferì al discepolo cognizioni basilari per il non facile mestiere. «Ma poi – racconta Osvaldo Mailito – spaventato dall’oscurità della “camera oscura” fugge e cerca lavoro a Cosenza, come falegname, siamo nel 1923. Ma il destino evidentemente “spinge” nella direzione dell’arte fotografica, e fu così che un giorno arriva nella falegnameria un fotografo, Cesare Cavalcante, che vedendo il ragazzo interessato gli suggerisce di provare ad imparare il mestiere. Lascia la falegnameria». Formativa ed importante è stata l’esperienza a fianco dei maestri Alfonso De Maria. Raffaele Gaudio e Gabriele Serra.
Dichiaratamente antifascista, nel 1923, al rientro delle spoglie di un caduto pedacese della Grande Guerra, fu oggetto di una spedizione punitiva di una squadraccia in camicia nera che gli sottrasse le foto scattate durante una manifestazione comunista.
Il suo vero esordio come fotografo, tuttavia, risale all’anno 1924. II soggetto è la squadra di calcio del Pedace in cui erano impegnati giovanissimi atleti, che divennero più tardi personaggi storici: Mario Martire (maggiore pilota arrestato dalle SS il 9 maggio del 1944 e deportato a Mathausen dove morì) e Cesare Curcio (protagonista delle lotte per la terra e futuro deputato del Pci).
«Decide quindi – continua Osvaldo Malito – di partire per Roma, nel 1926 circa, dove studia con successo l’arte del fotoritocco e altre tecniche fotografiche, preso lo studio Hermann. Ritorna nel ’28 circa e apre il suo primo studio fotografico a Spezzano della Sila. Sarà uno dei primi tentativi di aprire una attività propria, sino all’apertura a Cosenza della Fotolux Malito».
Tra il 1934 e il 1937 fu sospettato assieme ad altri oppositori antifascisti di aver scritto sui muri frasi contro il duce. Il suo studio fu allora chiuso dal regime. Arrestato e torturato, gli fu tolta la licenza per poter svolgere la professione.
Negli anni Quaranta, tuttavia, è già un artista impegnato. Notevoli le sue foto di scena sul set del film «I Pagliacci», regista Giuseppe Fatigati, girato a Montalto Uffugo nel 1942. Con gli anni cresceva anche il suo impegno civile e sociale. La sua fotografia non era solo un megafono per dar voce a chi troppe volte viene ignorato, ma anche un mezzo per dar luce alla “quotidianità”, ai piccoli gesti e alle cose semplici del territorio calabrese.
Testimone degli avvenimenti del secondo dopoguerra, fu uno dei fotografi professionisti più in vista della Calabria. Maestro riconosciuto e unico nel ritocco fotografico, nel dopoguerra venne nominato Direttore tecnico provinciale per la fotografia artistica dall’ Enal (Ente Nazionale Assistenza Lavoratori) di Cosenza. L’allora Opera Valorizzazione Sila lo volle come consulente fotografo con il compito di illustrare l’attuazione della riforma agraria in Sila e nel Marchesato di Crotone. In quegli anni, così, è il testimone privilegiato di tanti avvenimenti storici: la consegna delle case coloniche ai contadini, la conquista delle terre, le manifestazioni politiche del dopoguerra, ecc.
L’obiettivo di Malito, però, era rivolto anche ai paesaggi rurali, collinari e montani; agli ambienti naturali; ai luoghi incantati della Sila; ai centri storici della pre Sila e a quello della città capoluogo.
Artista sensibile alle tecniche fotografiche più all’avanguardia, (come il sistema insolarizzato) preferisce il «rischio» dell’impatto con le sue tematiche preferite. E sono degli autentici capolavori i
documenti fotografici che, oggi fanno parte della collezione privata.
Malito è stato, anche, fotografo di fiducia di due giornali quotidiani. Collaborò, infatti, con la «Gazzetta del Sud» e il «Roma» ed ebbe modo di conoscere e fotografare personaggi di rilevo della vita politica, sociale e culturale del Paese: dal registra Alessandro Blasetti, ai cantanti Claudio Villa e Aurelio Fierro, agli attori Alida Valli e Nino Manfredi, ai pittori Renato Guttuso e Carlo Levi, al poeta Michele De Marco, ai calciatori Juliano, Bercellino e Sandro Mazzola, al pugile Primo Carnera, nonché a personaggi protagonisti della vita politica: Fausto Gullo, Giuseppe Saragat, Sandro Pertini, Enrico Berlinguer, Pietro Nenni, Giacomo Mancini, Amintore Fanfani e altri ancora.
Parte delle sue foto, quand’era ancora attivo, sono state esposte in mostre fotografiche organizzate a Cosenza, Rogliano, Camigliatello, Pedace, Campana
Ha smesso l’attività nel 1988. È deceduto a 95 anni d’età.
La ricchezza delle immagini del suo archivio fotografico, nel 2012 dichiarato di «interesse storico particolarmente importante» dalla Soprintendenza archivistica per la Calabria, con le sue istantanee legate al mondo del lavoro, assume un valore documentario considerevole dal punto di vista della ricerca storica. (Da una biografia di Enzo Pianelli) © ICSAIC 2021 – 08 

Nota bibliografica

  • Enzo Pianelli, Mostra fotografica fra storia e impegno socio-culturale dell’artista pedacese Giuseppe Malito, «Bollettino dell’Istituto Calabrese per la storia dell’antifascismo e dell’Italia contemporanea», f. 10, 1, 1991, pp. 39-40.
  • Orlando Malito, Giuseppe Malito, fotografo, https://www.museoleoncavallo.it/mu/giuseppe-malito-fotografo.

Magnelli, Edoardo

Edoardo Magnelli [Francavilla Marittima (Cosenza), 28 luglio 1896 – Bruxelles, ? dicembre 1970]

Nacque da Giuseppe e Teresina Converti. I suoi anni giovanili e la sua formazione scolastica sono al momento sconosciuti. A 19 anni, tuttavia, lo troviamo a Parma come dirigente dell’Unione Sindacale Italiana e collaboratore del suo organo «Guerra di classe». Trasferitosi a Bologna nel 1916, divenne dirigente dello Sindacato ferrovieri italiani e si impegnò nella propaganda neutralista. Impiegato delle Ferrovie dello Stato presso l’ufficio stampati della stazione centrale di Bologna, nello stesso anno ricopre la carica di vice segretario della federazione giovanile socialista emiliana e collabora al giornale «L’avanguardia». Lettore dei giornali «La squilla» e «Avanti!», era contrario per principio a ogni guerra e fu infatti uno dei più attivi propagandisti a favore della neutralità italiana. In un suo articolo comparso nell’ottobre del 1916 sul giornale sindacalista «Guerra di classe», contestò alla confederazione nazionale del lavoro e alle numerose cooperative socialiste il fatto che favorivano l’ingaggio e l’arruolamento degli operai per le zone di guerra, asserendo che in tal modo le organizzazioni del proletariato facevano solidarizzare gli operai con lo Stato snaturando il concetto stesso di lotta di classe. Sempre sullo stesso giornale, nel numero dell’11 novembre 1916, aderì all’appello pubblicato per chiedere la scarcerazione di alcuni anarchici di Chicago, mentre il 28 novembre successivo prese parte al congresso regionale femminile del partito socialista, svoltosi a Bologna nei locali della Camera del Lavoro.
Indicato dal prefetto di Bologna come pericoloso e quindi proposto alla direzione generale delle Ferrovie dello Stato per il licenziamento o per il trasferimento in un piccolo centro dove «la sua presenza riuscisse meno pericolosa», nei primi mesi del 1917 fu nominato membro della commissione esecutiva del Circolo giovanile socialista di Bologna e chiese invano che il PSI abbandonasse gli enti locali per non collaborare con lo Stato. Entrato a far parte del comitato estremista formatosi in seno alla Federazione giovanile socialista di Bologna per una sua stessa iniziativa, allo scopo di dare alla federazione un indirizzo rivoluzionario, antibellico e intransigente nei confronti del governo, il 3 agosto 1917 pubblicò un articolo sull’«Avanti!» in cui sosteneva la tesi che il proletariato doveva iscriversi all’Unione sindacale italiana ed abbandonare la Confederazione generale del lavoro. Convinto fautore dell’azione diretta delle masse per abbattere le istituzioni e porre fine alla guerra, il Magnelli propose ai dirigenti del partito di abbandonare ogni carica pubblica in modo da creare problemi al governo e fomentare il malumore delle masse operaie per dare luogo a disordini. Il 2 ottobre 1917, data la notevole influenza che era andato assumendo nel partito a livello locale e nazionale, su richiesta del Corpo d’Armata di Bologna, l’amministrazione delle Ferrovie decise di licenziarlo per «disfattismo» e internato in un comune del meridione. Rimpatriato con foglio di via a Francavilla, dopo pochi giorni ripartì per Roma. Subito fermato, dichiarò di avere trovato lavoro presso la redazione del giornale socialista «L’Avanguardia»; l’8 novembre successivo fu quindi munito di un altro foglio di via obbligatorio per il paese natale. In tale periodo era inoltre indicato con Corrado Pini quale membro del comitato direttivo del gruppo socialista estremista di Arezzo ed era anche sospettato di essere un fiancheggiatore abituale di disertori socialisti e anarchici. 
Tra la fine del 1917 e i primi del 1918 si recò a Firenze per esporre ad Armando Borghi le critiche di numerosi compagni bolognesi sulla totale assenza di energie interne al partito, lontano sia da quanto stava accadendo in Russia che dalle stesse esigenze del popolo italiano, mandato alla distruzione con le armi del governo. Fondatore con Pini della frazione denominata «intransigente rivoluzionaria» che aveva che la Russia come modello da imitare. Notato anche a Napoli e di nuovo a Roma in compagnia di Luigi Telloni, nel maggio 1918, per essersi recato a Roma senza permesso, fu arrestato: dichiarato abile dal consiglio di leva di Castrovillari fu assegnato all’85° fanteria di stanza a Trapani. Ottenuti subito sei mesi di licenza per miastenia generale, rallentamento delle facoltà mentali e depressioni di umore, nel giugno dello stesso anno si stabilì a Napoli, dove fu assunto presso l’Ufficio annona. Nel marzo del 1920 si trasferì a Scafati, dove era stato nominato qualche tempo prima segretario della locale Camera del lavoro. Il 31 agosto successivo però, dopo essersi attivamente impegnato a sostenere gli operai tessili della zona in sciopero contro gli industriali, abbandonò l’incarico e fece ritorno dapprima a Napoli e quindi a Bologna, dove fu nominato segretario della lega dei lavoratori del legno. Il 6 novembre 20 fu fermato dai fascisti, portato nello scantinato della loro sede, in via Marsala 30, e bastonato. Pur non essendo presente il 21 novembre all’insediamento del consiglio comunale a maggioranza socialista, quando si verificò uno scontro violento tra fascisti e socialisti che provocò la morte di otto persone, due giorni dopo venne arrestato, perché trovato in possesso di una rivoltella con l’accusa di correità in omicidio.
Nel febbraio 1921 il giudice istruttore dispose il suo rilascio in libertà provvisoria; nel giugno dello stesso anno si allontanò da Bologna rendendosi irreperibile e il 15 novembre successivo fu assolto per non aver commesso il fatto.
Fermato il 13 ottobre 1922 a Napoli, fu mandato con foglio di via obbligatorio a Bologna. Dopo avere fatto numerosi mesi di carcere, senza unʼaccusa specifica, fu classificato comunista e liberato. Allontanatosi nuovamente per ignota destinazione nel dicembre di quell’anno, fu rintracciato nel maggio 1924 a Parigi, dove lavorava come pittore decoratore. Nell’aprile 1925, tramite il consolato italiano di Le Havre, chiese il rilascio del passaporto per gli Usa, ottenendo però risposta negativa da parte del prefetto di Cosenza. Trasferitosi a Bruxelles nel luglio 1926, il Magnelli ­– conosciuto anche con lo pseudonimo di Eduardo Magnele – s’iscrisse alla Lega antifascista e al Soccorso rosso internazionale e frequentò soprattutto la compagnia dei comunisti italiani fuorusciti. Nel novembre 1928 fu iscritto in rubrica di frontiera; da fonte confidenziale risultò che ogni volta che il comunista Francesco Misiano si recava nella capitale belga il Magnelli era sempre in sua compagnia.
Intanto, nell’aprile del 1928 si costituiva a Pantin (Francia) la Frazione di Sinistra del Pcd’I. Espulso dal Belgio con decreto del 19 febbraio 1929, si recò per conto di Misiano a Parigi e a Berlino, stabilendosi alla fine dello stesso anno ad Anversa, dove viveva facendo il venditore ambulante sui battelli. Arrestato il 19 dicembre di quell’anno ed espulso dopo pochi giorni, fu iscritto nel bollettino delle ricerche. Nel luglio 1931 fu rintracciato a Billancourt, nel settembre successivo fu arrestato a Parigi ed espulso dal territorio francese verso il Belgio perché ritenuto comunista pericoloso.
Da questo momento fino all’arresto avvenuto nel 1939 non si hanno più notizie certe sulla sua attività. Esiste un unico appunto della Polizia politica, datato 26 maggio 1932, nel quale un confidente ci fa sapere che Magnelli dopo l’espulsione dalla Francia risiede in Belgio, precisamente ad Anversa al numero 8 di Rue l’Affronde. Il 16 settembre 1939, stanco delle persecuzioni, si presentò alla frontiera a Bardonecchia e venne arrestato e subito dopo fu tradotto nel carcere di Cosenza. Qui, interrogato dagli inquirenti circa i suoi movimenti e contatti all’estero degli ultimi anni, il Magnelli mantenne il più assoluto riserbo, minimizzando o negando ogni suo coinvolgimento in qualsiasi attività politica.
Nasconde con cura nomi e luoghi frequentati nei suoi ultimi 15 anni di vita all’estero ma ciò, grazie anche all’efficienza della Polizia politica fascista, non servirà a salvarlo dalla Commissione Provinciale di Cosenza che, con ordinanza del 15 gennaio 1940 e nonostante il parere contrario del sanitario, lo assegnò al confino per tre anni destinandolo a Sant’Elia a Pianisi. Il 14 settembre 1942 non gli venne concessa l’amnistia per il ventennale fascista. Fu trattenuto, «data la sua pericolosità», e internato per tutto il periodo bellico. Fu liberato solo il 2 dicembre 1943 in seguito alla caduta del fascismo, dopo aver trascorso in carcere e al confino quattro anni, due mesi e diciassette giorni.
Nel 1943 quando, con la liberazione dell’Italia meridionale dalle truppe nazi-fasciste, si ha il rifiorire della politica e dei partiti costretti per due lunghi decenni al silenzio e alla clandestinità. Nel corso del 1944, i militanti di sinistra, che avevano avuto un ruolo decisivo nella rinascita delle federazioni locali, furono espulsi, e si riorganizzarono nella «Frazione di Sinistra dei Comunisti e dei Socialisti Italiani», un movimento rivoluzionario formatosi nell’Italia meridionale negli anni 1944-45 (esponenti principali erano Giuseppe De Nito, Ludovico Tarsia e Magnelli, che parteciparono agli incontri preliminari con dirigenti del PCInt, in particolare con Bruno Maffi).
Tra gli esponenti della Frazione, che poi aderiranno al Partito Comunista Internazionalista, lo troviamo. È tra i candidati del collegio elettorale di Napoli-Caserta. I risultati elettorali ovviamente non furono memorabili per il Partito Comunista Internazionalista, attestatosi a poco più di 20.000 voti (pari allo 0,08% a livello nazionale), ma quello che qui ci interessa notare è l’ottimo risultato di Magnelli che, con le sue 157 preferenze personali risulta essere il terzo dei candidati internazionalisti per numero di voti ottenuti.
Dalle elezioni politiche del 1948 fino alla morte, avvenuta nel dicembre 1970, c’è un buco lungo circa 22 anni che, nonostante gli sforzi, non è stato possibile, almeno per il momento, colmare.
Non sappiamo, pertanto, più nulla (o quasi) su di lui a partire dal 1948. Le poche tracce presenti in letteratura ci dicono che finì in un manicomio di Palermo, ma è ignota sia la data del presunto internamento quanto la fonte informativa dalla quale proviene la notizia. Tuttavia, il dato riguardante l’internamento in manicomio diventa plausibile quando, in una nota in memoria di Eduardo Magnelli pubblicata nel 1971 all’interno de «Il programma comunista», veniamo a sapere che era da poco «uscito da una lunga malattia». Sappiamo anche, grazie a una lettera di Amadeo Bordiga a Ottorino Perrone, che Edoardo nel febbraio del 1949 era ancora politicamente attivo a Napoli e che, nel dicembre del 1951, egli era presente a una riunione nazionale del partito tenutasi a Firenze. L’ultima notizia o meglio, l’ultimo frammento di notizia che abbiamo su di lui, ci dice che all’epoca della scissione (1951-1952) tra Damen e Bordiga egli fu dalla parte di quest’ultimo.
Cala così il silenzio, fino a quando non giunse la morte avvenuta a Bruxelles, in casa dei familiari della moglie, nel 1970, a 74 anni, su una vita a tratti avventurosa ma vissuta sempre con coerenza, degna di non essere dimenticata.
Mancano, allo stato, notizie sulla sua vita privata. Si sa che era sposato ma resta sconosciuto anche il nome della moglie. (Domenico Sorrenti) © ICSAIC 2021 – 08 

Nota bibliografica

  • In ricordo di Eduardo Magnelli, «Il programma comunista», 4 gennaio 1971;
  • Amelia Paparazzo, Calabresi sovversivi nel mondo. L’esodo, l’impegno politico, le lotte degli emigrati in terra straniera (1880-1940), Rubbettino, Soveria Mannelli 2004, pp. 70-71
  • Domenico Sorrenti, Edoardo Magnelli. Storia incompleta di un internazionalista, «Giornale di storia contemporanea», 1-2, 2013, pp. 71-84;
  • Ferdinando Leonzio, La dispora del comunismo italiano, ZeroBook, s. l. 2017, p. 50.

Nota archivistica

  • Comune di Francavilla Marittima (Cosenza), Registro delle nascite, atto n. 35, 1896;
  • Archivio Centrale dello Stato, Ministero dell’Interno – Direzione Generale di Pubblica Sicurezza – Divisione Affari Generali e Riservati, Confino Politico, b. 592;
  • Archivio Centrale dello Stato, Casellario Politico Centrale, b. 2929, f. 23693.

De Rada, Girolamo

Girolamo De Rada [San Demetrio Corone (Cosenza), 29 novembre 1814 –28 febbraio 1903]

Originariamente Girolamo Rada, per gli albanesi Jeronim De Rada, nacque nella comunità arbëreshe di Macchia Albanese, frazione del Comune di San Demetrio Corone. Figlio del papàs Michele e di Marianna Braile, all’età di otto anni venne iscritto al Collegio di Sant’Adriano mostrstrando ben presto una innata predilezione per i classici antichi
Ma il suo principale interesse era il folklore e la letteratura, avendo presto cominciato a leggere le opere di grandi autori europei. Nel 1832, infatti, aveva già composto l’Odisse un poemetto in quattro canti in lingua italiana.
Nel 1833 terminò i suoi studi, diplomandosi a pieni voti. Il padre, sacerdote di rito greco-bizantino e insegnante di latino e greco nel Collegio di Sant’Adriano, lo indirizzò alla professione legale e nell’ottobre del 1934 lo mandò a Napoli dove il giovane si iscrisse all’Università in Giurisprudenza. Nella capitale del Regno frequentò, per un certo periodo, la scuola di lingua italiana di Basilio Puoti, Due anni dopo conobbe anche Vincenzo Torelli, un albanese di Barile (Potenza) direttore del quotidiano «Omnibus», «giornale politico, letterario ed artistico», che gli pubblicò alcune sue liriche in lingua albanese (il figlio di Torelli, Eugenio, Torelli, che aggiunse al suo il cognome della madre Viollier, nel 1876 fonderà a Milano il «Corriere della Sera»). Sempre nel 1836, iniziò a frequentare la scuola di declamazione di Emanuele Bidera, albanese di Sicilia. Impressionato molto positivamente dalle sue prime composizioni poetiche, Bidera lo indusse a pubblicare, il poemetto Poesie albanesi del XV secolo – Canti di Milosao, figlio del despota di Scutari. Con I canti di Milosao, conosciuto in albanese come Këngët e Milosaos, in cui si evidenziano le peculiarità etniche degli albanesi che dalla metà del XV secolo alla metà del XVI, dopo l’occupazione turca del loro Paese, si rifugiarono in Italia conservando lingua e tradizioni, diede inizio al movimento risorgimentale politico e letterario albanese di cui fino alla morte fu uno dei maggiori animatori.
Nello stesso anno, conseguì la licenza di Belle Lettere presso l’Università di Napoli. A causa del colera tornò a Macchia. Nei due anni di permanenza nel paese natale, compose in arbëresh la Notte di Natale, Frosina e Vantisana. Per qualche tempo dimorò a Tessano, in casa di Pasquale Rossi, e lì nel 1837 compose l’Adhine. A Cosenza fu coinvolto nel tentativo rivoluzionario del 23 luglio 1837 quando, capeggiata da Domenico Mauro, scoppiò una rivolta contro i Borboni che fu subito repressa. Costretto per un po’ di tempo alla semi-clandestinità, poté sfuggire alle gravi pene comminate ad altri insorti grazie all’intercessione di autorevoli personaggi e alla benevolenza un giudice estimatore del suo Milosao. Una volta evitata la condanna ritornò a Napoli dove entrò nello studio dell’avvocato penalista Raffaele Conforti ma il suo impegno predominante fu quello degli studi albanologhi.
Nell’inverno del 1839 consegnò l’opera Canti storici albanesi di Serafina Thopiamoglie del principe Nicola Ducagino alla Tipografia Boeziana di Napoli per la pubblicazione. Chiesta però l’autorizzazione alla stampa, essa fu negata dal Canonico Revisore, per cui l’edizione non venne mai diffusa, se non in poche copie sfuggite alla censura ecclesiastica. 
Nel 1840, due anni dopo il suo ritorno a Napoli, il giovane venne arrestato e rinchiuso nelle carceri di Santa Maria Apparente, perché sospettato di attività sovversiva, in quanto amico di Benedetto Musolino. Un mese più tardi, venne rilasciato per mancanza di prove. Amareggiato per quanto era accaduto e in disaccordo con le idee del Mazzini, Girolamo, non volle più partecipare ai moti insurrezionali che seguirono.
Nel novembre del 1840, così, accettò l’incarico di istitutore del figlio undicenne del Duca Nicola de’ Marchesi Spiriti, presso cui rimase sette anni. S’innamorò della figlia del duca, Gabriella. Nel 1843 pubblicò i Canti di Serafina Thopia, principessa di Zadrina nel secolo XV, una nuova edizione riveduta dei Canti storici albanesi di Serafina Thopia, moglie del principe Nicola Ducagino. I canti, che scrisse durante la sua permanenza presso la famiglia Spiriti, riflettono i suoi sogni d’amore per la giovane Gabriella. Dopo sette anni di assenza, ritornò un mese a Macchia, dove continuò la raccolta di canti popolari albanesi.
Nel 1846 pubblicò i Numidi, una tragedia di soggetto classico in lingua italiana. L’anno successivo pubblicò L’Albania dal 1460 al 1485 e la seconda edizione del Milosao.
Nel 1848, sempre a Napoli, fondò il giornale «L’Albanese d’Italia», il primo in lingua albanese, e partecipò attivamente al movimento liberale. Ma quando le insurrezioni di quell’anno furono represse nel sangue, decise di abbandonare la città per ritirarsi definitivamente nella sua città natale. Si sposò con Maddalena Meliqi, arbëreshe di Cavallerizzo di Cerzeto che lo rese padre di quattro figli: Giuseppe, Michelangelo, Rodrigo ed Ettore.
Stabilitosi nella sua terra, iniziò concretamente a dedicarsi alla causa albanese, ponendo il problema del suo paese d’origine dinnanzi alle nazioni europee. Appositamente per lui, nel 1849 venne istituita la prima cattedra di lingua albanese nel Collegio di Sant’Adriano. Su pressione delle autorità borboniche, a causa dei suoi trascorsi liberali, tre anni dopo l’incarico gli fu revocato. Fu comunque un periodo molto proficuo, sia sul piano letterario sia politico e scrisse molto. Continuando lo studio della sua lingua, approfondì la storia del Paese delle Aquile e nel 1864 pubblicò Antichità della Nazione Albanese, rifacimento del volume pubblicato nel 1840 col titolo Divinazioni pelasgiche.
Nel 1866, grazie al sostegno di Nicolò Tommaseo, pubblicò a Firenze una raccolta di canti popolari italo-albanesi, le Rapsodie d’un poema albanese. Dal 1868 al 1874 diresse il Ginnasio Garopoli di Corigliano. Nel 1869 apparve la Grammatica albanese (pubblicata con il nome del figlio Giuseppe). Tra il 1872 e il 1884 compose lo Skanderbeku i pafān(Scanderberg disavventurato), in cui tratteggia, a volte in maniera agiografica, le imprese e la stessa vita del condottiero che lottò contro gli ottomani per liberare il suo popolo dall’oppressione.
Continuò, tuttavia, anche nello studio delle lettere latine e greche. Nel 1882 diede alle stampe il saggio in italiano Quanto di ottimo vivere sia negli Stati rappresentati. Dal 1883 al 1886 partecipò attivamente al movimento risorgimentale albanese,dando vita a un periodico, «Fjàmuri Arbèrit» («Vessillo dell’Albania»), del quale – quasi perfetto esempio di giornalista “a integrazione verticale” – era editore, amministratore, direttore, estensore degli articoli e spedizioniere del giornale.
Nel 1891 pubblicò la tragedia storica Sofonisba, nella quale la storia dolorosa del popolo albanese. Nel 1898 pubblicò il poema Uno specchio di Umano Transito e la terza edizione dei Canti di Serafina Thopia. Curò, infine, un’Autobiologia pubblicata nel 1898-1899.
Promosse due Congressi linguistici albanesi, a Corigliano Calabro (1895), al quale parteciparono le massime personalità albanesi, e due anni dopo a Lungro. Nel 1897, ottantacinquenne, partecipò anche ai lavori del XII Congresso orientalista di Roma, con una importante e apprezzata relazione dal titolo «Caratteri della Lingua Albanese e i suoi monumenti nell’età preistorica».
Nel 1899, finalmente, fu ripristinato e gli fu riaffidato l’insegnamento della lingua albanese nel Collegio di Sant’Adriano che raggiungeva a piedi tre volte la settimana. Nello steso anno, a Napoli, pubblicò il poema Uno Specchio di umano transito e la terza edizione dei Canti di Serafina Thopia.
Morì all’età di 89 anni nella miseria più nera. Un anno prima aveva pubblicato il suo Testamento politico.
Socio dell’Accademia Cosentina è considerato fra i maggiori poeti d’Albania e da qualcuno perfino il «Dante albanese». Per questo motivo è ricordato non solo nei paesi albanesi in Italia, ma anche in Albania, in Kosovo e in Macedonia e Montenegro oltre che in diversi centri italiani, tra cui Cosenza e Catanzaro, dove a suo nome sono intestate scuole, vie e piazze. 
Un suo busto bronzeo, donato nel 1965 dalla Repubblica d’Albania, si trova nel cortile del Collegio di Sant’Adriano. Un altro monumento, donato sempre dal governo di Tirana nel 1978, si trova a Macchia. (Francesca Raimondi) © ICSAIC 2021 – 08

Opere

  • Opera Omnia, vol. 12, Rubbettino, Soveria Mannelli 1998-2017;
  • L’Albanese d’Italia giornale fondato e diretto da Girolamo De Rada (Napoli, 1848), Fondazione universitaria Francesco Solano, Frascineto 2014

Nota bibliografica

  • Michele Marchianò, L’Albania e l’opera di Girolamo De Rada, Tip. V. Vecchi, Trani 1902;
  • Michele Marchianò, Un autografo inedito del poeta albanese Girolamo De Rada intorno alla sua vita, Tip. ed. Vecchi, Trani 1909;
  • Vittorio Gaspare Gualtieri, Girolamo De Rada, Remo Sandron, Palermo 1930;
  • Paolo Emilio Pavolini, De Rada, Girolamo, in Enciclopedia Italiana, Vol. 12, Istituto dell’Enciclopedia Italiana,Roma 1931;
  • Giuseppe Schirò jr., Storia della Letteratura albanese, Milano 1959 ad nomen;
  • Giuseppe Gradilone, Studi dì letteratura albanese, Roma, 1960, ad nomen;
  • Ernesto Koliqi, Girolamo De Rada, Istituto Grafico Tiberino, Roma1963;
  • Giuseppe Valentini, Girolamo De Rada nella letteratura e nella storia albanese, Tipografia Urbinati, Roma 1964;
  • Jeronimo De Rada 1814-1964, Frasheri, Tirane 1964;
  • Ahmet Kondo (a cura di), Fiamuri i Arberit, Frasheri, Tirane 1967;
  • Arshi Pipa, Hieronymus De Rada, R. Trofenik, München 1978;
  • Giuseppe Schirò jr., Storia della Letteratura albanese, Milano 1959 ad nomen;
  • Italo Costante Fortino, (a cura di), A Girolamo De Rada. Problemi di cultura arbereshe nel secondo Ottocento, Brenner, Cosenza 1986
  • Ismail Kadare, Il Milosao: l’unico romanzo in versi della nostra tradizione poetica, «Microprovincia», Stresa 2003;
  • Thomas Kacza, Girolamo (Jeronim) De Rada (1814-1903), Salzuflen, Berlin, 2014;

Benintende, Pasquale

Pasquale Benintende [Catona, 20 gennaio 1878 – Reggio Calabria, 11 gennaio 1968]

Compositore e flautista, nato a Catona (all’epoca comune autonomo) da Giuseppe e Giuseppa Laganà, iniziò gli studi musicali con Agoardo Bernabei che, al tempo, dirigeva il complesso bandistico di Reggio Calabria. Proseguì gli studi di flauto col maestro Luigi Politi presso l’orfanotrofio provinciale «Umberto I» della città natale. Dal maestro Bernabei fu in seguito chiamato a coprire il posto in banda di secondo flauto e ottavino, proprio accanto al suo maestro di flauto Luigi Politi, a sua volta vincitore di un concorso nazionale al Teatro «La Fenice» di Venezia.
Proseguì quindi gli studi di composizione sotto la guida di Francesco Ancona, conseguendo a Napoli, presso il Conservatorio di San Pietro a Majella, il relativo diploma. In conservatorio ebbe modo di seguire le lezioni di Camillo De Nardis e Paolo Serrao, ottenendo anche il diploma di strumentazione per banda. Al conservatorio «Bellini» di Palermo conseguì infine il diploma di musica corale.
All’attività compositiva affiancò sempre quella didattica, insegnando presso l’Istituto Magistrale «Tommaso Gullì» di Reggio Calabria e presso l’Orfanotrofio «Umberto I». Fu anche insegnante di pianoforte e tra i suoi allievi va annoverato il futuro arcivescovo mons. Giuseppe Agostino. 
Si sposò con Giuseppina Tassone, senza avere figli, e condusse sempre una vita semplice e al riparo dai riflettori, circondandosi dell’affetto dei suoi numerosi allievi.
La sua produzione musicale è molto variegata. Sono presenti opere sinfoniche, per canto e pianoforte su testi sia in italiano che in vernacolo, per pianoforte solo, opere e operette, musica sacra, lavori di carattere teorico e didattico.
Uno dei momenti topici della sua carriera è costituito dalla rappresentazione presso il Teatro «Ponchielli» di Cremona, nel 1953, della sua opera lirica in un atto e due quadri dal titolo Mara, su libretto di Vittorio Bianchi. Il lavoro, di impronta verista e ispirato al mondo contadino della Calabria, fu molto apprezzato anche dal noto musicista di origini calabresi Osvaldo Minervini (1909-1970), il quale lo definì «vanto della lirica calabrese». Nell’occasione del debutto cremonese, Benintende fu accompagnato dall’allora sindaco di Reggio, comm. Giuseppe Romeo, e dal giornalista, scrittore e paroliere Alfredo Pedullà Audino, all’epoca corrispondente de «Il Mattino» di Napoli, che vollero essere accanto al musicista per questa trasferta lombarda in età abbastanza avanzata (aveva 75 anni). L’opera riscosse un buon successo a Cremona e alcuni anni dopo, nel 1961, fu messa in cartellone nella stagione lirica del teatro «Cilea» di Reggio Calabria.
In precedenza aveva composto anche un’operetta in tre atti dal titolo Chi è l’autore? Su libretto di Giulio Nardi, andata in scena al Teatro «Adriano» di Roma nella stagione 1927.
Nel 1937 era uscita, presso Ricordi di Milano, la pubblicazione Sedici canti popolari calabresi per canto e pianoforteda lui raccolti, trascritti e armonizzati.
Tra gli anni Trenta e Cinquanta uscirono presso varie case editrici un buon numero di suoi brani semplici per pianoforte, dedicati soprattutto all’infanzia: Contadino allegro (Carish, Milano, 1931); Serenata delle bambole (Curci, Milano, 1934); Piccola festa: gavottina (Mignani, Firenze, 1937); La canzone del ciociaroMinuetto delle bambole,Valzerino delle fanciulle (Curci, Milano, 1949); Il valzerino del chicchirichìMarcetta dei bimbi (Curci, Milano, 1956).
Per canto e pianoforte, su versi di Nicola Giunta, compose anche Melodia (Li Pera, Reggio C., 1936); L’amor che non è più (Li Pera, Reggio C., 1939) e Bella sei tu come nascente aurora (Mignani, Firenze, 1942).
Collegata con la sua attività didattica presso l’Istituto Magistrale «Gullì» è la pubblicazione del Manuale teorico-pratico di Musica e Canto corale: ad uso dei R. Istituti Magistrali, corsi inferiori e superiori, e delle altre scuole medie. Con aggiunti 32 canti religiosi, patriottici, regionali, didattici (Li Pera, Reggio C., 1934).
Nel 1926, in occasione di celebrazioni dantesche, tenne una relazione dal titolo Dante musicofilo, in parte ispirata dagli scritti di Raffaele Valensise (Polistena, 1852-1938), musicologo e pianista, allievo di Beniamino Cesi, che aveva prodotto molti lavori sulla correlazione tra Dante e la musica.
Come per diversi compositori a lui contemporanei (Bela Bartok 1881-1945; Zoltan Kodaly 1882-1967), la sua produzione fu molto collegata al folklore della sua terra. Nelle opere riecheggiano spesso temi ricavati dalla tradizione popolare. Elementi descrittivi sono invece presenti nella sua Suite zingaresca, poema sinfonico originariamente per orchestra, poi trascritto per banda, composto da quattro quadri sinfonici e ispirato al poemetto Gli zingari del catanzarese Giuseppe Casalinuovo. L’opera ha probabilmente come riferimento i coevi poemi sinfonici su Roma di Ottorino Respighi. Nel complesso il suo linguaggio si può dire abbia anche risentito delle atmosfere impressioniste della musica francese.
Il citato giornalista Alfredo Pedullà Audino così descrive il musicista in età avanzata: «Un vecchietto di media statura, di modesto vestire, dall’andatura lenta, un po’ distratta, dall’aria quasi sognante, dagli occhi vivi dietro gravi lenti. È il maestro Benintende, noto musicista reggino, che è l’espressione più semplice della semplicità stessa, l’uomo più modesto che si possa incontrare sulla terra, l’uomo più buono che si possa immaginare».
Con queste parole lo ricorda invece il vescovo mons. Giuseppe Agostino, suo ex allievo: «Il maestro Pasquale Benintende molto ha inciso nella mia formazione umana e cristiana. Figura mingherlina nel fisico, era invece di grande e rara statura morale. Nella sua valenza artistica ritengo che abbia prodotto di meno di quanto la sua creatività gli avrebbe consentito e questo per un rispetto quasi sacro che aveva del linguaggio artistico e per la sua profondità fatta di pudore, sostanziata di straordinaria interiorità».
Due anni prima di morire, nel 1966, donò all’Archivio della Curia di Reggio Calabria una parte delle sue composizioni di carattere liturgico-religioso (tra cui la Messa «Mater Consolationis» a due voci per coro e orchestra). Dopo la morte, avvenuta nel 1968, all’età di 90 anni, il rimanente «fondo musicale» fu donato alla Biblioteca «De Nava». Vie a suo nome sono state intitolate a Reggio Calabria e Motta San Giovanni. (Massimo Distilo) © ICSAIC 2021 – 08 

Nota bibliografica

  • Sonya Calogero, Pasquale Benintende, la vita e l’opera, Grafica Meridionale, Villa S. Giovanni 1983;
  • «Fondo musicale Pasquale Benintende»in Guida alle biblioteche comunali di Reggio Calabria, a cura di Domenico Romeo, Maria Ascone, Francesca Laganà e Anna Maria Saccà, Edizioni Historica, Reggio Calabria 2006.
  • Nino Caserta, Un maestro di musica caro ai reggini, «Calabria», XXII ns, 103, aprile 1994.
  • Pasquale Benintende: insigne compositore reggino, a cura di Giovanni Di Domenico, con la collaborazione di Antonio Muzzupappa e Gaetano Tirotta, Effegieffe Arti Grafiche, Saponara Marittima 2004.

Arcieri, Giovanni Piero

Giovanni Piero Arcieri [Castrovillari (Cosenza), 30 giugno 1897 – New York, ? 1976]

Nacque in una famiglia molto modesta, da Nicola, calzolaio, e Carmela Tocci, filatrice. Era fratello di Maria, la prima donna a insegnare Ostetricia e ginecologia in una università italiana. Grazie ai sacrifici della famiglia, dopo le elementari e gli studi medi a Castrovillari, studiò nel Collegio S. Adriano di San Demetrio Corone. Quindi si trasferì a Firenze studiando per due anni scienze naturali nell’Istituto di Studi superiori. Passò poi alla facoltà di Medicina dell’ateneo di Roma dove, nel 1922 si laureò brillantemente in medicina e, come era accaduto per la sorella, fu proposto per l’assegnazione del prestigioso premio della Fondazione Girolami. Appassionato fin da giovane alle indagini sulla putrefazione tanatologica, negli anni universitari fu allievo del prof. Salvatore Ottolenghi, sotto la cui guida incominciò a occuparsi di “pietrificazione” artificiale dei cadaveri che l’avrebbero condotto alla elaborazione, anni dopo, di un proprio metodo di imbalsamazione.
A un anno dalla laurea si trasferì negli Stati Uniti dove esercitò la professione per vari lustri e conseguì il titolo di Doctor of medicine. Professore al Bellevue and Allied Medical Center di New York, ha concentrato la propria attività nello sviluppo della Hilmann Fundation, che si occupava di storia della medicina con speciale risalto – per merito suo – al contributo italiano nella evoluzione del pensiero medico attraverso i secoli. Ciò non gli fece trascurare l’attività del primario medico cardiologo nella New York Parkguay hospital, di docente di storia della medicina e consulente in vari ospedali e cliniche dello stato di New York e del New Jersey. 
Per molti anni è stato perito cardiologo per lo stato di New York nella commissione per gli infortuni stradali, e socio di varie accademie e istituzioni mediche e scientifiche, fra cui American Heart Association, la Medicale Society of the County of New York, la Academy of Sciences, la National Society of Sciences, l’Accademia peloritana, l’Accademia Roveretana, l’Accademia di scienze di Ferrara, l’Accademia cosentina e altri ancora. Si deve lui, coadiuvato da altri colleghi, la rinascita – nel 1935 – della antica Italian Medical Society in seguito fusasi con la Morgagni Society.
In Italia, nel 1924, conseguì la specializzazione in tisiologia a malattie dell’apparato respiratorio presso la scuola «Carlo Forlanini» dell’Università di Roma e fu docente nella scuola di perfezionamento di storia della medicina diretta dal professor Puntoni; nel 1940, con provvedimento del Ministro dell’Educazione Nazionale, gli venne conferito il titolo di libero docente “ad honorem” all’Università di Roma e negli Istituti superiori, per notorietà scientifica internazionale.
Numerosi sono stati i suoi contributi scientifici, particolarmente medico-storici. Collaborò anche al quotidiano italiano «Il Progresso Italo-Americano» di New York con articoli divulgativi, rivendicando i primati dell’Italia (e della Calabria) in medicina. E per molti anni scrisse anche sulla «Cronaca di Calabria» di Cosenza (da citare, tra i tanti, i suoi articoli L’università in Calabria ed il problema turistico del Mezzogiorno del 3 gen. 1960 e Di un medico sacerdote calabrese del Seicento: Carlo Musitano da Castrovillari del 2 aprile 1964, quest’ultimo già pubblicato in inglese su «The Bulletin of the History of Sciences», nel gennaio dello stesso anno).
Al suo attivo si contano oltre 200 pubblicazioni tra le quali vari libri. Molto apprezzato fu il suo Dizionario italiano-inglese di terminologia medica, di cui curò diverse edizioni. Fu fondatore e direttore del «Journal of cardiology respiratory disease» e di «Alcmeone» rivista bilingue (inglese e italiano) di storia della medicina e scienze affini che iniziò a pubblicare nel 1939 «per utile e nobile propaganda di italianità», trattando tematiche storico-mediche anche internazionali.
Sostenne, con scritti e conferenze, il diritto della Calabria ad avere una propria università e nel nome di Alcmeone rivendicò per Crotone un centro medico universitario cosa che, il 7 agosto 1949, gli valse la nomina a cittadino onorario della città pitagorica.
Il 22 maggio 1975, l’Accademia Cosentina, concluse l’anno sociale con una conferenza dell’accademico Carlo Bianco dedicata alla sua attività e alla sua vita.
Morì l’anno dopo all’età di 79 anni.
Allo stato non si hanno notizie sulla sua vita privata, perché tacciono le fonti dell’epoca in cui operò. Castrovillari lo ricorda con una via intestata a suo nome. (Pantaleone Andria) © ICSAIC 2021 – 08 

Opere essenziali

  • Egyptian mummification, s.n., New York 1926;
  • Italian-english. Medical dictionary, Tip. Consorzio Nazionale, Roma 1931 (rist. Franco Pancallo Editore, Locri 2011);
  • Figure della Medicina contemporanea italiana, Fratelli Bocca Editore, Milano 1930;
  • Alcmeone da Crotone e la scuola pitagorica. La medicina positiva nacque in Italia. Necessità storica d’istituire in Crotone un centro medico universitario, R. Paolella Press, New York 1937;
  • La circolazione del sangue scoperta da Andrea cesalpino d’Arezzo. Studio storico-critico in risposta al prof. C. I. Singer dell’Università di Londra, Fratelli Bocca Editore, Milano 1939;
  • Alcmeone in una conferenza di G. Arcieri, a cura di G. Asturi, Associazione pro-Crotone, Crotone 1950;
  • Il posto di Agostino Bassi nella storia del pensiero medico. Edizioni «Minerva medica», Torino 1959;
  • Considerations about Cesalpinus and Harvey Works on the Blood Circulation discovery, Alcmeon Publications, New York 1964;
  • Il metodo sperimentale in rapporto alle dottrine di B. Telesio e F. Bacone: quel che Bacone prende dall’immanentismo telesiano, Alcmaeon, New York 1967.

Nota bibliografica

  • Chi è? Dizionario degli italiani d’oggi, Roma 1940, p. 33 (poi Roma, 1948, p. 36);
  • Autorevole riconoscimento dell’organo dei medici generici al prof. Giovanni P. Arcieri M.D. illustre storico e scienziato calabrese, «Cronaca di Calabria», 1 luglio 1962;
  • Francesco Russo, Gli scrittori di Castrovillari. Notizie bibliografiche, Tipografia Patitucci, Castrovillari, 1952 (II ed. con aggiunte e aggiornamenti, Edizioni Prometeo, Castrovillari 1991), pp. 10-13; e pp. 143-144;
  • Luigi Grisolia, Dizionario dei calabresi nel mondo, XXX Roma 1965, pp. 65-67.

Altomonte, Antonio

Antonio Altomonte [Palmi (Reggio Calabria), 25 novembre 1934 – Roma, 31 dicembre 1986]

Primo di tre figli nasce da Salvatore e da Francesca Parrello. Studia nella città natale dove consegue la maturità nel locale Liceo classico, svolgendo contemporaneamente una promettente e intensa attività sportiva dilettantistica. La famiglia lo vorrebbe avvocato e per assecondare il desiderio dei genitori si iscrive, alla facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Messina. Preferisce però dare sfogo alla sua vocazione e frequentare ben più assiduamente le lezioni di letteratura italiana di Giacomo Debenedetti e non quelle dei maestri della scuola giuridica messinese.
Molto giovane comincia a scrivere articoli e racconti sui giornali. E già nel 1956 fonda un proprio giornale «Il Punto», sulle cui pagine ospitava Domenico Zappone, i filosofi Domenico Antonio Cardone e Nino Fondacaro, la poetessa Maria De Maria. I primi, veri, «esercizi» letterari apparsi sul quotidiano la «Gazzetta del Sud», piacciono a Leonida Repaci, ma è Domenico Zappone, tormentato scrittore palmese, a scoprirlo, intuendo le sue potenzialità letterarie e segnalandolo a «Il Tempo». Diviene collaboratore del quotidiano romano e nel 1961, a 27 anni, si trasferisce definitivamente nella capitale per svolgere al meglio il lavoro di giornalista, prima come redattore e cronista poi come responsabile del Supplemento Libri. 
Ha trent’anni quando, per i tipi di dell’Albero di Torino, appare il suo primo romanzo, «Il Feudo» (1964) in cui «denuncia la cecità e la decadenza del vecchio patriziato rurale, senza rinunciare a cogliere, con fine psicologia, drammi interiori e comportamenti esistenziali» (Martino). È un successo che gli vale il Premio Villa San Giovanni per la narrativa. Segue, l’anno dopo, «L’Idea del Corpo» e, nel 1972 «La sostanza bruna»: una trilogia ristampata da Rusconi in unico volume con il titolo «Una stagione sull’altra» (1981).
Nel 1978 vince il Premio Viareggio con il romanzo «Dopo il Presidente», considerato una metafora del potere, e per ben due volte vince il «Premio selezione Campiello» con i romanzi «Sua Eccellenza» (1980) e «Il fratello orientale» (1984) che ottiene anche il premio «Basilicata». Il suo nome, ormai all’attenzione della critica, è legato inoltre a due biografie: la prima del 1982, Il Magnifico: vita di Lorenzo de’ Medici («un ‘opera storica scritta da un romanziere, da un narratore che rimane tale, cioè racconta e al tempo stesso non romanza e non inventa, ma attenta a fonti storiche, valuta da storico e critico con rigore scientifico», come scrive Mario Guidotti, con la quale vince il premio «Castiglioncello») e l’altra, Dante: una vita per l’imperatore del 1985, ultima sua fatica.
Sebbene impegnato in una intensa attività professionale come giornalista che lo porta in giro per il mondo, resta profondamente legato alla realtà italiana e calabrese. Con Leonida Repaci, cura una antologia intitolata Narratori di Calabria (1969), e un’altra dal titolo Roma: diario a più voci (1974). Alla sua attività giornalistica appartengono: Viaggio nella cultura italiana (1975); il saggio critico Leonida Repaci, pubblicato l’anno dopo; L’intellettuale bifronte, edito nel 1977, vincitore del premio Rhegium Juli; e ancora Mafia, briganti, camorra e letteratura, apparso nel 1979.
Nel 1982, l’anno in cui vede la luce il Magnifico, riunisce in unico volume i tre romanzi già pubblicati ll Feudo, Adolescenza, già noto col titolo L’idea del corpo, e Una storia in frantumi, conosciuto col titolo La sostanza bruna, pubblica Una stagione sull’altra. Si tratta di un lavoro impegnativo a cui viene assegnato il premio «Pisa» (Zappone).
Si cimenta anche col teatro con la commedia La parete di vetro, che ottiene, ex equo, il premio nazionale Fondi­–La Pastora. E nello stesso periodo scrive alcuni radiodrammi per la Rai, tra cui va segnalato Trionfo e morte di un guerriero, in seguito pubblicati su alcune riviste. Il suo romanzo I cari tiranni, appare a qualche mese della sua morte.
Nel 1985, infatti, arrivano le prime avvisaglie di un male incurabile. Da allora vive in un continuo alternarsi di momenti di ripresa e di speranza, ad altri di recrudescenza del male e di abbattimento.
Assistito dalla moglie Libertaria Falvo, sposata nel 1968, e dalla figlia Francesca, muore in una clinica romana ad appena 52 anni, nella notte tra il 31 dicembre del 1986 e l’1 gennaio 1987. 
È sepolto nella tomba di famiglia al cimitero di Palmi.
Narratore fecondo, ha ottenuto diversi riconoscimenti e molteplici premi, in vita e dopo la sua scomparsa. Tra i tanti, nel 1995 la sua città ha istituito un premio letterario per la saggistica a lui ha dedicato. E nel 1993, la città di Reggio gli assegnò «II Bergamotto d’oro» alla memoria, come «riconoscimento non soltanto per le particolari inchieste giornalistiche ma anche e soprattutto per lo scrittore, dato che è da considerare uno dei più validi ed apprezzati della nuova generazione. Un uomo del profondo Sud e come tale capace di sentimenti profondi…un uomo sempre pronto ad affiancare ogni battaglia civile per le maggiori fortune della Calabria. (Aldo Lamberti) © ICSAIC 2021 – 6 

Opere

  • Il feudo, Edizioni dell’Albero, Torino 1964;
  • L’idea del corpo, Edizioni dell’Albero, Torino 1965;
  • Narratori di Calabria (con Leonida Repaci), Mursia, Milano 1969;
  • La sostanza bruna, Milano 1972;
  • Roma, diario a più voci, Bietti, Milano 1974;
  • Viaggio nella cultura italiana, Pan Editrice, Milano 1975;
  • Leonida Repaci, La Nuova Italia, Firenze 1976;
  • L’intellettuale bifronte, Pan Editrice, Milano 1977;
  • Dopo il Presidente, Rusconi, Milano 1978;
  • Il guerriero e lo specchio, Lisciani & Zampetti, Teramo 1979;
  • Mafia, briganti, camorra e letteratura, Pan Editrice, Milano 1979;
  • Sua Eccellenza, Rusconi, Milano 1980;
  • Una stagione e sull’altra, Rusconi, Milano 1981;
  • Il Magnifico. Vita di Lorenzo de’ Medici, Rusconi, Milano 1982;
  • Il fratello orientale, Rusconi, Milano 1982;
  • Quattro studi, I.P.S. editrice, Roma 1983
  • Dante: una vita per l’imperatore, Rusconi, Milano 1985;
  • I cari tiranni, Rusconi, Milano 1986.

Nota bibliografica

  • Pietro Pizzarelli, Scrittori calabresi. Pellegrini, Cosenza 1968, pp. 76–78;
  • Vincenzo Paladino, Cultura e narrativa calabrese tra Otto e Novecento, Guida, Napoli 1982, p. 75;
  • Vincenzo Paladino, Narratori calabresi tra Otto e Novecento, Edas, Messina 1979, p. 93 e passim;
  • Pasquino Crupi, Letteratura calabrese contemporanea, D’Anna, Firenze 1972, pp. 137-139; 
  • Vincenzo Pitaro, Lo scrittore Altomonte risponde ai critici. Non rinnego la mia Terra, «Avanti!», 7 giugno 1977;
  • R. R., Tutto Altomonte, «Gazzetta del Sud», 31 dicembre 1980, p. 3; 
  • Giuseppe Amoroso, Le «stagioni» di Altomonte, «Gazzetta del Sud», 8 dicembre 1981, p. 9;
  • Lucio Barbera, Biografia di Lorenzo il Magnifico o magnifica biografia di Lorenzo, «Gazzetta del Sud», 18 maggio 1982, p. 9;
  • Saccà, Sapevano vivere, «Gazzetta del Sud», 15 settembre 1982, p. 3;
  • Vincenzo Paladino, Storia e metaromanzo, «Gazzetta del Sud», 28 gennaio 1983, p. 3;
  • Bergamotto d’oro allo scrittore Altomonte, «Gazzetta del Sud», 3 luglio 1983; 
  • Premiato Altomonte, scrittore attento all’essenza dell’uomo, «Gazzetta del Sud», 6 luglio 1983, p. 4;
  • Vincenzo Paladino, Il fratello orientale, «Gazzetta del Sud», 23 febbraio 1984, p. 3;
  • Pasquale Falco, Intervista ad Antonio Altomonte, Periferia, Cosenza 1985;
  • Giuseppe Grisolia, Antonio Altomonte, Cultura calabrese, Marina di Belvedere Marittimo 1985
  • Giuseppe Amoroso, Lungo la scrittura di Altomonte, «Gazzetta del Sud», 10 gennaio 1986, p. 3.
  • Santino Salerno, Altomonte, una vita di impegno letterario», «Calabria», 21, gennaio 1987, p. 60;
  • Luigi Baldacci, «Narratore delicato meridionale di razza», «Calabria», 21, gennaio 1987, p. 62;
  • Giusi Verbaro Cipollina, «… ma non muore la sua scrittura», «Calabria», 21, gennaio 1987, p. 64;
  • Dante Maffia, Antonio Altomonte narratore, Edisud, Salerno 1989:
  • Bruno Zappone, Uomini da ricordare. Vita e opere di palmesi illustri, Age, Ardore Marina 2000, pp. 15-23:
  • Giuseppe Antonio Martino, Antonio Altomonte, «Quaderni del Sud-Quaderni Calabresi», agosto-dicembre 2009;
  • Vincenzo Pitaro: «Quell’ingiusta polemica con Antonio Altomonte», «Gazzetta del Sud», 1 febbraio 2009
  • Lina Latelli Nucifero, Antonio Altomonte. Le opere, «Calabria Letteraria», 4-6 ( apr.-giu.), 2009, pp. 60-62.

Augimeri, Domenico

Domenico Augimeri [Palmi (Reggio Calabria) 23 febbraio 1834 – 8 febbraio 1911] 

Nacque in una famiglia di origine nobiliare, da Teofilo e Aurora Migliorini, quartogenito dei sei figli: ebbe infatti tre fratelli (Carlo, Teodoro e Vincenzo), e due sorelle (Caterina e Marianna). Fece i suoi studi a Palmi, mostrando fin da ragazzo una particolare vocazione per la pittura: a 15 anni, «autodidatta, disegnava con una certa abilità e dipingeva soggetti dal vero con sorprendente bravura e tanta naturalezza» (Campisani). E ciò «senza scuola alcuna di disegno». I genitori, come tradizione delle famiglie cospicue del Mezzogiorno, avrebbero voluto che facesse gli studi classici e poi quelli universitari di Giurisprudenza, ma egli non assecondò il desiderio della famiglia e il suo percorso formativo ebbe così vie diverse. Col sostegno della famiglia, andò prima a Firenze, considerata la patria dell’arte dove studiò all’Istituto d’Arte, e poi si stabilì a Napoli per frequentare l’Accademia di Belle Arti dove ebbe come maestri Domenico Morelli,pittore storico-romantico, che lo orientò verso un colorismo storico, lo considerò sempre uno dei suoi migliori discepoli e gli fu amico, e Filippo Palizzi, eccellente verista.
Assimilata e fatta propria la lezione dei maestri, una volta terminati gli studi tornò a Palmi dove sistemò il proprio atelier – «fucina delle sue migliori creazioni pittoriche» – nella casa di famiglia. Lavorò soprattutto in Calabria. Nel suo studio, molto frequentato da giovani allievi, tra cui il suo concittadino Nicola Gullì, che avrà successo in Argentina, e il cittanovese Michele Guerrisi, scultore, futuro direttore dell’Accademia di Belle Arti di Roma, studioso di estetica e critico d’arte, il quale ebbe lì una prima educazione pittorica, eseguì ugualmente importanti lavori, molti dei quali non firmati. Paesista, pittore di grandi opere di arte sacra fino a tre metri di altezza, arte sacra e notevole ritrattista, fra le sue opere esposte in luoghi pubblici, oltre quelle disseminate in diverse chiese calabresi, vanno ricordate: La sagra famiglia (Duomo di Catanzaro); San Giuseppe con Bambino, Concattedrale di San Nicola a Palmi, Trasfigurazione e San Gerolamo (Chiesa Matrice di Cittanova), un quadro raffigurante San Rocco nella chiesa del Carmine di Cinquefrondi e ancora: Ritratti dell’onorevole Rocco De Zerbi (come ritrattista era considerato tra i maggiori del Mezzogiorno, capace di ritrarre “a memoria” personaggi) che si trovano nel Municipio e nella sede della Società operaia a Palmi, L’addio dell’emigrante nel salone dell’ex amministrazione provinciale di Reggio Calabria; e infine i quadri: Contadinello a quattro piedi in un campo, Ragazza seduta con quartara, Paesaggio con palma bassa, Donna Aurora Migliorini e don Teofilo Augimeri, genitori del pittore, Chiude la serie dei ritratti quello di Donna Teresa dei Marchesi Genoese-Zerbi e l’Autoritratto. Il quadro La famiglia Augimeri fu disperso durante la 2ª guerra mondiale.
Il critico Ugo Campisani, che per anni si è occupato dell’artista palmese, ricorda che in tutto si conoscono ben 53 ritratti, nel quali «eccelse per la verità psicologica e fisica dei personaggi rappresentati», rispetto alle 15 opere sociali e alle 17 religiose. Il catalogo ragionato delle sue opere, nella tesi di laurea di Cosimo Cucinotta, elenca e brevemente descrive 85 figure.
Dipinse anche, ad acquarello, 22 caricature tutte riguardanti personaggi palmesi nelle quali mette satiricamente in evidenza i difetti dei suoi concittadini e contemporanei. Egli «si raffigura isolato e malmenato da coloro da lui presi di mira, dileggiati e presentati in atto di uscire da uno stretto collo di bottiglia, visti di profilo e con la classica bombetta in testa».
Pur distante dai centri culturali nazionali prese parte alla 1ª Esposizione Italiana di Firenze del 1861; alla Promotrice di Belle Arti di Napoli del 1874; alla Esposizione Generale di Torino del 1898, con l’opera Venditrice di fichi d’india e ancora a Torino nello stesso anno all’Esposizione di Arte Sacra; all’Esposizione Nazionale di Belle Arti di Palermo del 1891-1892; e a varie mostre internazionali, tra le quali, memorabili, quelle di Parigi e di Vienna.
Alla 1ª Mostra d’arte Calabrese che si tenne a Catanzaro nel 1912, un anno dopo la sua morte, venne esposto un Ritratto del sen. Rossi, mentre alla la Mostra Calabrese d’Arte Moderna di Reggio Calabria del 1920 furono esposti sei ritratti e L’addio dell’emigrante. I quadri Testa di moro, Donna che allatta, Contadina seduta, Contadina portatrice di cesto furono presentati Alla 6ª Mostra Calabrese di Reggio del 1931.
In vita ebbe varie onorificenze. Fu nominato Cavaliere Ufficiale della Corona d’Italia e gli venne anche assegnata una Medaglia d’oro. Il suo nome compare sempre in enciclopedie e testi di storia dell’arte.
Morì a 77 anni. Come ricorda Natale Pace la sua morte venne annunciata dalla rivista letteraria «Eco d’Aspromonte» con questo ritratto: «Domenico Augimeri, questa dolce figura di artista trapassato serenamente nella sua Palmi. Discendente da nobile famiglia, anziché seguire gli studi classici per i quali lo si voleva incamminare, preferì l’arte di Apelle e con occhio indagatore cercò i segreti dell’armonia delle linee, delle gradazioni di colori che la pittura gli offriva. Dapprima dipinse i suoi paesaggi montani, poi le scene di vita reale, ma non era questo il perno della sua arte mirabile. Vacheggiava l’arte del ritratto ed in seguito divenne uno dei più bravi artisti del Mezzogiorno tanto che il suo maestro Prof. Morelli (nel testo invece di Morelli è citato Mancinelli che di Morelli fu maestro, n.d.a) a Napoli ebbe più volte a gloriarsi del suo discepolo. La sua spiccata caratteristica dunque fu il ritratto e nel silenzio della sua casetta che guarda il bel Mar Tirreno, il Bosforo della nostra Italia, lavorava in silenzio come lavorano i veri amanti dell’arte».
Modesto di carattere, isolato in vita, il suo nome e la sua attività furono coperti a lungo dall’oblio. Alcuni suoi discendenti, però, hanno avviato un’opera di recupero per far conoscere le sue opere. Il lavoro intenso di ricerca ha portato alla pubblicazione del volume Domenico Augimeri, pittore, redatto da Elsa Augimeri De Franco. A questa attività di riscoperta si sono aggiunte le iniziative del suo Comune di nascita con la collaborazione del locale Liceo Artistico, dell’Accademia di Belle Arti di Reggio, del «Centro di Programmazione Culturale Mediterranea» di Reggio, con la pubblicazione del volume Domenico Augimeri, immagini dell’800.
Per ricordarlo il Comune di Palmi gli ha intestato una strada nel centro storico della città. (Francesca Raimondi) © ICSAIC 2021 – 6

Nota bibliografica essenziale

  • Giuseppe Silvestri Silva, Memorie storiche della città di Palmi, vol. II, Tipo. Nazionale, Genova 1932, passim;
  • Agostino Mario ComanducciI pittori italiani dell’Ottocento, Casa Editrice Artisti d’Italia, Milano 1934;
  • Alfonso Frangipane, Domenico Augimeri, «Brutium», XI, 3, 1961, p. 5;
  • Mario Monteverdi, Storia della pittura italiana dell’Ottocento, Bramante editore, Busto Arsizio 1984, ad nomen
  • Clelia Li Gotti, Pittori reggini alle biennali, tesi di laurea, 1991;
  • Elsa Augimeri-De Franco: Domenico Augimeri, pittore, Jason, Reggio Calabria, 1992; 
  • Ugo Campisani, Domenico Augimeri, «Calabria Letteraria», anno XLIII n. 10-11-12, 1995, pp. 113-114; 
  • Cosimo Cucinotta, Domenico Augimeri, tesi di laurea, Accademia di Belle Arti di Reggio Calabria – Scuola di pittura, a.a. 1995-1996;
  • Franco Carmelo Greco, Mariantonietta Picone Petrusa, Isabella Valente (a cura di), La Pittura Napoletana dell’Ottocento, Pironti, Napoli 1996, ad indicem
  • Ugo Campisani, Aggiornamento sulla produzione pittorica di Domenico Augimeri di Palmi, «Calabria Sconosciuta», 80 (ott.-dic.) 1998, pp. 39-41;
  • Domenico Ferraro, La geniale produzione del pittore Domenico Augimeri, «Calabria Letteraria», 7-9 (lug.-set.) 1999, pp. 84-86;
  • Bruno Zappone, Uomini da ricordare. Vita e opere di palmesi illustri, Age, Ardore Marina 2000, pp. 27-33;
  • Ugo Campisani, Altri dipinti di Domenico Augimeri, «Calabria Sconosciuta», 97 (gen.-mar.) 2003, p. 26;
  • Enzo Le Pera, Arte di Calabria tra Ottocento e NovecentoDizionario degli artisti calabresi nati nell’Ottocento,Rubbettino, Soveria Mannelli 2001, pp. 17-19;
  • Ugo Campisani, Artisti calabresi. Ottocento e Novecento. Pittori, scultori, storia, opere, Pellegrini, Cosenza 2005, pp. 33-39;
  • Enzo Le Pera, Gli artisti della Calabria. Dizionario degli Artisti Calabresi dell’Ottocento e del Novecento, Pellegrini, Cosenza 2013, ad nomen;
  • Natale Pace, II grandi artisti del Sud: Domenico Augimeri tra realismo e macchiaioli, «IlSudOnLine», 12 marzo 2015, https://www.ilsudonline.it/46464-2/.

Carlino, Carlo

Carlo Carlino [Cinquefrondi (Reggio C.), 14 marzo 1953 – Catanzaro, 30 ottobre 2004]

Nacque da Giovanni e Concetta Cotroneo meglio conosciuta come Tina, fu chiamato Michele Carlo, ma nel mondo della cultura è conosciuto semplicemente come Carlo. Il padre, originario di una nota famiglia di artigiani del ferro battuto, ben rinomata in tutta la zona, era fabbro ma svolgeva anche mansioni di fontaniere per il comune di Cinquefrondi, la mamma era casalinga. In famiglia era il primo di due fratelli, l’altro è Maurizio.
Avviato agli studi frequentò le scuole elementari di Cinquefrondi nell’Istituto «Francesco della Scala» e poi le Scuole Medie nello stesso comune. Ottenuta la licenza media proseguì la formazione superiore nel Liceo Scientifico «Guerrisi» di Cittanova. Al suo carattere mite e tollerante contrapponeva la sua fierezza determinata dalle sue origini calabresi e familiari. Tutte propensioni che lo resero se stesso per tutta la vita.
Poeta, scrittore, intellettuale a tuttotondo, critico d’arte e letterario, saggista. Il talento di fine letterato si ebbe modo di apprezzarlo già nel suo primo libro di poesie dal titolo Nulla è mutato, che pubblicò (nel 1970), a soli 17 anni quando ancora frequentava il Liceo. La casa editrice, Pubblicalabria, fu la stessa che qualche mese prima aveva pubblicato una antologia di poeti calabresi curata da Pantaleone Sergi, dal titolo Fiori del sud, nel quale vennero ospitate e stampate tre sue poesie.
Raggiunta la maturità si iscrisse all’Università «La Sapienza» di Roma nella quale conseguì la laurea in Scienze Politiche. Lo studio, la formazione e le origini divennero ben presto la sua forza morale a cui si accompagnarono la correttezza e l’onestà intellettuale, pregi che emergono sempre dalle sue opere realizzate con grande rigore scientifico.
Terminati gli studi sposò Clara Caruso dalla quale ebbe due figli: Giovanni Ludovico (conosciuto come Ludovico) e Anisia. Subito dopo il matrimonio lasciò il suo paese natale per trasferirsi a Taurianova paese della moglie.
Figura di alto profilo professionale e dalla indiscussa moralità fu uno scrupoloso conoscitore della Calabria artistica e letteraria. Nei suoi molteplici ruoli ricoperti, diede prova di essere persona dalla raffinata intellettualità. Professionalmente iniziò la sua collaborazione con diverse testate giornalistiche: «Paese Sera», «L’Unità», «La Gazzetta del Sud» di cui divenne una delle firme più prestigiose con all’attivo numerosi articoli riguardanti la politica, la letteratura, la storia e l’arte.
Avviò delle collaborazioni con alcune case editrici, tra cui la Rubbettino e Abramo delle quali fu direttore editoriale, che lo impegnarono a spostarsi prima a Soveria Mannelli e poi definitivamente a Catanzaro, alle quali si concesse senza risparmio con la responsabilità di grande intellettuale, cultore di letteratura francese e traduttore. Al riguardo, ecco quanto scrive Tommaso F. Pezzano nella Nota del Curatore quale contributo alla Bibliografia degli scritti di Carlo: «Attento, profondo e rigoroso studioso qual era, ha speso molte delle sue energie e fatiche intellettuali per dare al mondo della Cultura calabrese, e non solo, quel respiro nazionale ed europeo che a volte Le era mancato nel corso degli anni. Carlo Carlino ci ha lasciato un patrimonio non indifferente di libri, saggi e articoli, svolgendo un ruolo di primissimo piano come dirigente editoriale per conto di prestigiose case editrici calabresi quali Rubbettino e Abramo, collaborando con la Donzelli, la Sellerio e la Iiriti». Ed è sempre lo stesso Pezzano che in un altro passaggio di una sua Breve Biografia sostiene: «È nato in una provincia che ha dato i natali a Fortunato Seminara, Leonida Repaci ed Antonio Piromalli, viveva a Catanzaro, la città che l’aveva adottato. Saggista, francesista, operatore culturale, ha curato e scritto vari libri d’arte e di viaggi, saggi ed elzeviri, collaborando anche con diverse testate e riviste nazionali nonché con Telespazio Calabria (Catanzaro) e la RAI». 
Provava grande affetto per la sua Calabria per la quale realizzò una significativa produzione saggistica e letteraria. Come critico d’arte ebbe modo di curare numerose mostre e pubblicare alcune interessanti opere riguardanti i più famosi artisti calabresi, tra cui i fratelli Mattia e Gregorio Preti: a quest’ultimo dedicò il volume Gregorio Preti. Da Taverna a Roma (1603-1672), portando alla luce l’opera oscura dello stesso, sostenendo che fu sempre interpretato come dipendente della figura di Mattia, qaundo invece, alla luce di studi più approfonditi risultò possedere una sua specifica personalità tanto da dedurne che alcune sue opere attribuite al fratello Mattia erano, invece, sue.  
Appassionato ed esperto di gastronomia produsse interessanti saggi e libri riguardanti il settore tra cui la traduzione per Sellerio de Il grande dizionario di cucina di Alexander Dumas. Pubblicazione in cofanetto che il destino volle uscisse proprio il giorno della sua morte. Con la stessa casa editrice curò il volume Massime e pensieri di Napoleone di H. de Balzac
Ebbe modo di ricoprire l’incarico di professore a contratto presso l’Università della Calabria e di collaboratore della Facoltà di Scienze Turistiche. 
Instancabile ricercatore fu per la Calabria un indiscusso punto di riferimento e di confronto. collaborò anche a «Calabria», rivista del Consiglio regionale, per la quale pubblicò tra le tante anche Sila Piccola e Santuari e chiese di Calabria: guida ai siti religiosi e ai luoghi di culto
Lavorò come responsabile editoriale alla «Collana di Edizioni Regionali della Civiltà Calabrese» edita dal Sistema Bibliotecario Vibonese per conto dell’Assessorato ai Beni Culturali della Regione Calabria, incarico che mantenne fino alla sua scomparsa.
Nel campo dell’editoria, concorse a produrre tantissime opere dalle quali si manifesta decisamente il suo richiamo ai valori e al riscatto della storia calabrese, messaggio presentato al lettore sempre con scrupolosità e spirito critico e guardando alla contemporaneità in una prospettiva sempre aperta a nuove proposte. 
La scelta e la consapevolezza di rinunciare a spostarsi fuori dalla Calabria, entrarono in conflitto con la sua volontà di intellettuale scomodo, sempre pronto a esprimere il suo risentimento riguardo alla difficile condizione della società calabrese, ragioni della sua vita che lo convinsero a rimanere nella sua Terra proprio per promuoverne una riabilitazione che potesse, in qualche modo, farla uscire dal torpore nella quale da molti anni viene confinata.
Personaggio rigoroso, ma allo stesso tempo umile, ragionava vedendo le cose sempre da un punto di vista diverso dal consueto. Il suo impegno a 360 gradi, la sua preparazione, il suo spirito europeista gli consentirono di rapportarsi e abbracciare le diverse espressioni culturali per cui di Lui troviamo opere di Letteratura Calabrese, di Letteratura Straniera, Guide turistiche, Libri riguardanti i viaggiatori stranieri in Calabria, di Storia e arte, Cataloghi relativi alle mostre. 
Lo studioso calabrese dall’anima europeista e fine esperto di filologia e cultura francese, alla fine di ottobre del 2004, a soli 51 anni, inaspettatamente, all’apice della sua maturità e della sua saggezza, interrompendo ogni programma e prospettiva futura, se ne andò. «L’Uomo Carlino – scrive ancora Pezzano – che con sua produzione culturale ha cercato instancabilmente di riscattare questa nostra amata Terra dai vari “topoi” negativi che per lungo tempo l’hanno caratterizzata», si spegneva prematuramente. (Franco Emilio Carlino© ICSAIC 2021 – 6  

Opere

  • Nulla è mutato, Publicalabria, Limbadi 1970;
  • Il sogno delle cicale, Salvatore Sciascia, Caltanissetta 1982;
  • Clive Foster, Interarte Galleria d’arte moderna, Milano 1982;
  • La metafora del Paradiso di Nicola Misasi, Periferia, Cosenza 1984;
  • Le osservazioni di Antonio Despuig sul terremoto calabrese del 1783, Rubbettino, Soveria Mannelli 1985;
  • Le bande musicali in Calabria. 1800-1985 (con Clara Caruso), Ismez – Gangemi Casa del libro Roma 1985;
  • Viaggiatori stranieri in Provincia di Catanzaro, Rubbettino, Soveria Mannelli 1988;
  • La memoria ricreata. Enotrio fotografo (a cura di). Mapograf, Vibo Valentia 1994;
  • Il giardino di Proserpina. Itinerari alla scoperta della provincia di Vibo Valentia, Zenith, Vibo Valentia 1996;   
  • L’immagine riflessa: ambiente e paesaggio nel vibonese dal Cinquecento all’Ottocento, Mapograf, Vibo Valentia 1997;
  • Sila Piccola: comunità montana della Presila catanzarese, con la collaborazione di Clara Caruso, Meridiana libri, Catanzaro 1998;
  • Cosenza. Storia, arte, cultura. Guida ai monumenti e ai luoghi storici, Meridiana libri, Catanzaro 1998;
  • Calabria. Atlante turistico (con Vincenzo Bonaventura), Istituto Geografico De Agostini, Novara 2000;
  • Santuari, chiese, monasteri. Guida ai luoghi sacri della Calabria, Pullano Editori, Catanzaro 2001;
  • La “Scuola” di Monteleone: disegni dal XVII al XIX secolo (a cura di), Rubbettino, Sovera Mannelli, 
  • La Calabria, le Calabrie, i calabresi, Editoriale Progetto 2000, Cosenza 2003;
  • L’ebbra passione del ladro, Salvatore Sciascia, Caltanissetta 2004;

Curatele

  • Giuseppe Orioli, In viaggio, Abramo, Catanzaro 1990
  • Paul De Musset, Roma pittoresca, Guida, Napoli 1995;
  • Charles Augustin Sainte-Beuve, Ritratto di Leopardi, Donzelli, Roma 1996;
  • Carlo Cattaneo, Geografia e storia della Sardegna, Donzelli, Roma 1996;

Nota bibliografica

  • È morto a Catanzaro Carlo Carlino. «Il Domani», 1 novembre 2004;
  • La carezza degli amici più cari, «Il Quotidiano della Calabria», 2 novembre 2004;
  • Comune di Cinquefrondi, Convegno Studi, Carlo Carlino un’intellettuale calabrese, 12 novembre 2005;
  • Tommaso F. Pezzano, Omaggio a Carlo Carlino: contributo alla bibliografia degli scritti, Arti poligrafiche Varamo, Polistena 2005; https://www.comune.cinquefrondi.rc.it/citta/arte-e-cultura/personaggi/.

D’Alfonso, Nicolò

Nicolò D’Alfonso [Santa Severina (Crotone), 17 agosto 1883 – Roma, 29 novembre 1933]

Filosofo attivo tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, Nicolò Angelo Raffaele, così fu registrato allo Stato civile, nacque a Santa Severina, all’epoca in provincia di Catanzaro in una famiglia di proprietari terrieri. Compì gli studi elementari nel paese natale sotto la guida del canonico penitenziere Bilotta. Ancora giovane grazie all’interessamento dei due fratelli del padre don Michele e don Francesco d’Alfonso, canonici del Capitolo della Cattedrale, si dedicò allo studio del testo biblico il cui frutto fu il volume Le donne dei Vangeli (1881), in cui manifesta un approccio positivista. Successivamente si trasferì a Catanzaro affidato alla guida del professore Vincenzo Gallo Arcuri, letterato e fervente Patriota originario di Rocca di Neto, per proseguire gli studi al Ljceo Ginnasio «Pasquale Galluppi» dove conseguì la licenza ginnasiale a pieni voti. Nell’ottobre dello stesso anno, forte della sua preparazione, si presentò agli esami di licenza liceale al «Vittorio Emanuele» di Napoli. La conseguì, con peni voti, e con una raccomandazione del direttore della Scuola Normale superiore di Napoli ottenne un sussidio per proseguire gli studi e, su concessione del Ministero della Pubblica Istruzione, poté iscriversi contemporaneamente alle facoltà di Medicina e di Lettere e Filosofia dell’Università di Napoli.
Nel 1879 conseguì entrambe le lauree , a soli tre mesi di distanza l’una dall’altra. Allievo di Francesco De Sanctis, Augusto Vera e Bertrando Spaventa, a Filosofia  ottenne vari riconoscimenti. Nel 1881 l’Accademia dei Lincei gli concesse il Premio Reale per le Scienze filosofiche e morali, consistente in 4.000 lire, per il suo primo lavoro filosofico dal titolo Kant. I suoi antecessori e i suoi successori, e in seguito quattro medaglie di argento. 
Per accontentare lo zio Michele, si stabilì in Santa Severina dove fu medico condotto. Ma ben presto se ne allontanò. E fu prima professore di filosofia nel liceo di Caltanissetta, di Messina e Catania, infine, a disposizione del ministro della Pubblica Istruzione Guido Baccelli, che lo chiamò a Roma per l’insegnamento della filosofia dapprima nel Liceo Ginnasio «Umberto I»” (dal 1889 al 1909) e poi al Liceo “Ennio Quirino Visconti”. In quegli anni iniziò la sua collaborazine con le più importanti riviste letterarie, dal Nuovo Convito, alla Rivista d’Italia, dalla Rivista moderna politica e letteraria, alla Rivista italiana di filosofia, a Nuova AntologiaL’EducazioneRivista italiana di Sociologia, Rivista di filosofia e scienze affini. La sua firma comparve anche su alcuni quotidiani, tra cui «L’Osservatore Romano».
Primo nel concorso, vinse la cattedra di pedagogia nell’Istituto di magistero superiore femminile e contemporaneamente ottenne la libera docenza nell’Università di Roma. La sua operosità aveva del fenomenale: insegnava contemporaneamente nel Liceo Umberto I, nell’Istituto superiore di Magistero (1903-1923) e all’università di Roma dove, fu anche libero docente di Filosofia teoretica e insegnò ininterrottamente dal 1896 fino al 1933, anno della sua morte. Tutto ciò non gli impediva di scrivere opere (ben 63) che che spaziavano dai temi dell’educazione e della morale all’economia politica, dagli studi sull’ambiente e sulle foreste all’analisi criminologica dei personaggi shakespeariani, e che si leggevano dappertutto: da Londra, a Berlino, a Parigi, Vienna, Lipsia, Ginevra.
Religioso convinto e praticante, fece della sua fede un tabernacolo e del suo sentimento una necessità di vita al di sopra di ogni cricca e clientela, contro ogni forma di settarismo rimanendo saldo nella sua autonomia dottrinale.
Per tutte valga il giudizio che l’Accademia dei lincei dava del suo Sommario delle lezioni di pedagogia generale: «Il lavoro è frutto dell’amorosa meditazione e di mente abituata alla ricerca ed alla costruzione filosofica, e si può affermare che esce dai confini degli ordinari trattati di pedagogia, per elevarsi ad una sintesi mentale superiore».
Non meno encomiabile fu la sua operosità intellettuale in favore dei boschi calabresi. Dell’argomento boschivo egli seppe fare materia di dottrina, con un complesso di trattazioni scientifiche. Il suo volume Gli alberi e la Calabria dalla antichità a noi, è denso di sostanza storica della vita millenaria, che si armonizza agli altri concetti espressi nel volume Principi naturali di economia politica, come fondamento storico e basilare dell’economia statale.
Avversato dal ministro fascista della Pubblica Istruzione Giovanni Gentile fu mandato anzitempo in pensione con un provvedimento ad personam.
Poco e niente si conosce della sua vita privata. 
Mori a Roma, nella sua casa di via Manin, all’età di appena 50 anni. Riposa nel cimitero del Verano. Santa Severina, ha intitolato a suo nome una via del centro storico e la Scuola elementare. Il Liceo classico «Pilo Albertelli», già «Umberto I», di Roma ha dato il suo nome alla propria biblioteca.
Ha lasciato oltre 150 pubblicazioni. Ebbe la virtù di armonizzare tre coefficienti, operanti, che diedero alla sua opera l’equilibrio, il fondamento scientifico, lo spirito dell’elevazione, e questi tre coefficienti furono: «la scienza medica, il sistema filosofico, la trascendentalità religiosa». E tutte e tre furono fuse nel bisogno incessante di rendere la vita il meglio che ogni uomo può dare con la gioia di dare per dare lavoratore operoso è costante, per la costruzione di quel mondo nostro che ha sempre bisogno di luce sempre necessità di migliorare il suo destino. (Sulla base di una biografia redatta da Angelo Vaccaro) © ICSAIC 2021 – 7

Opere essenziali

  • Le donne dei Vangeli, Le Monnier, Firenze 1881;
  • Saggi di pedagogia. Il problema dell’educazione morale. Il problema dell’educazione della donna, G.B. Paravia e C., Roma 1883:
  • Sonno e sogni, E. Trevisini, Milano-Roma 1891;
  • Principii di logica reale, G. B., Paravia & C., Roma 1894;
  • Il re Lear, Dante Alighieri, Roma 1900;
  • La dottrina dei temperamenti nell’antichità e ai nostri giorni, Dante Alighieri, Roma 1902;
  • Lezioni elementari di psicologia normale, Fratelli Bocca editori, Torino 1904;
  • Pregiudizi sull’eredità psicologica (genio, delinquenza, follia), Dante Alighieri, Roma 1904;
  • I limiti dell’esperimento in psicologia, E. Loescher, Roma 1904;
  • Sommario delle lezioni di filosofia generale (la filosofia come economia), E. Loescher, Roma 1905;
  • Lo spiritismo secondo Shakespeare, E. Loescher & C., Roma 1905;
  • Sommario delle lezioni di Psicologia criminale. Critica delle dottrine criminali positiviste, E. Loescher, Roma 1907;
  • Il Cattolicismo e la filosofia, E. Loescher e C., Roma 1908;
  • Otello delinquente, E. Loescher e C., Roma 1910;
  • Sommario delle lezioni di pedagogia generale (L’educazione come economia), E. Loescher, Roma, 1912;
  • Note psicologiche, estetiche e criminali ai drammi di G. Shakespeare (Macbeth, Amleto, Re Lear, Otello), Società Editrice Libraria, Milano 1914;
  • Principi naturali di Economia Politica, Athenaeum, Roma 1923;
  • Gli alberi e la Calabria dall’antichità a noi, Angelo Signorelli editore, Roma 1926;
  • La disoccupazione: cause e rimedi, Fratelli Bocca editori, Torino 1932.

Nota bibliografica

  • Silvio Bernardo, Santa Severina dai tempi più remoti ai nostri giorni, Istituto editoriale del Mezzogiorno, Napoli 1960;
  • Angelo Vaccaro, Un illustre calabrese: Nicola D’Alfonso, «Cronaca di Calabria, 1 luglio 1962;
  • Furio Pesci, Pedagogia capitolina. L’insegnamento della pedagogia nel Magistero di Roma dal 1872 al 1955, Ricerche pedagogiche, Parma 1994;
  • Antonio Testa, La critica letteraria calabrese nel novecento, Pellegrini, Cosenza 1968;
  • Attilio Gallo Cristiani,In memoria del filosofo Nicolò d’Alfonso, A. Signorelli editore, Roma 1994;
  • Antonio Piromalli, La letteratura calabrese, vol. 1, Pellegrini, Cosenza 1996, p. 438;
  • Daniele Macris, Nicolò d’Alfonso: uno studio introduttivo, «Quaderni Siberenensi», 2001;
  • Francesco De Luca, Santa Severina. L’antica Siberene, Pubblisfera, S. Giovanni in Fiore 2008;
  • Mariantonella Portale, Giovanni Marchesini e la «Rivista di filosofia e scienze affini», Franco Angeli, Milano 2010;
  • Francesco d’Alfonso, Nicolò d’Alfonso. Ritratto di un intellettuale indipendente, Apollo Edizioni, Bisignano 2013;
  • Francesco d’Alfonso, L’onesto solitario. Vita e opere del filosofo Nicolò d’Alfonso, Città del Sole, Reggio Calabria 2015;
  • Francesco d’Alfonso (a cura di), Amleto e Ofelia. La critica shakespeariana negli scritti di Nicolò d’Alfonso, Città del Sole, Reggio Calabria 2016.

De Simone, Marco

Marco De Simone [Rossano, 20 aprile 1914 – Firenze, 26 luglio 1994]

Nacque da Luciano e Antonietta Otranto. Secondogenito di quattro figli, Maria, Francesco e Giovanni, fu chiamato con i nomi di Salvatore Marco. Poiché il padre era emigrato in Argentina, trascorse l’infanzia in campagna, dai nonni materni, contadini, piccoli proprietari terrieri. Suoi compagni di gioco furono i figli dei contadini, degli operai e degli artigiani, ragazzi costretti a lavorare per arrotondare le entrate in casa. Così da giovanissimo prese subito coscienza della dura realtà del lavoro nei campi e delle misere condizioni di vita post belliche, che si accompagnavano alle prepotenze dei signorotti locali.
Nel 1921, al rientro del padre dall’Argentina, la famiglia si trasferì a Rossano dove frequentò il Ginnasio Liceo cittadino. In paese si rese subito conto della forte stratificazione sociale esistente con i nobili e i grandi proprietari terrieri da un lato e la povera gente dall’altro. Iniziarono perciò a prendere forma in lui le prime riflessioni sulle ingiustizie sociali, accompagnate dall’ansia di trovare delle risposte. Risposte che non potevano arrivare dalla Chiesa dove in cattedrale perfino i posti erano ordinati secondo il censo. Quindi furono le letture la sua prima palestra intellettuale dove ricercare, confrontarsi e crescere: Tolstoi, Pascoli, Max Nordau con le sue Menzogne convenzionali, Gerolamo Lazzari con La scissione socialista: con un’appendice di documenti, Lenin Il partito e la rivoluzione, il Manifesto del Partito Comunista, Arturo Labriola In memoria del Manifesto dei Comunisti. Importante anche il confronto col professore di storia e filosofia, Giuseppe Granata, di Agrigento, antifascista e comunista, già segretario della sezione giovanile comunista di Palermo, che insegnava a Rossano e dove comunque manteneva un comportamento di assoluta riservatezza.
Sempre di più crebbero in lui atteggiamenti di contestazione del fascismo sul piano democratico, sociale e morale. Il rifiuto di indossare la divisa fascista durante i saggi ginnici gli costò l’obbligo di dove riparare a settembre in ginnastica, pur praticando con successo molti sport.
Conseguita la maturità classica nel 1934, l’esigenza di approfondire le problematiche politico-sociali, lo portò a iscriversi all’Istituto Superiore di Scienze Sociali e Politiche «Cesare Alfieri» di Firenze.
Nel 1936, dopo il primo anno d’università, a Rossano iniziò a stabilire i primi contatti con alcuni lavoratori che, dopo la scissione avvenuta nel partito socialista, si diceva fossero diventati comunisti. Insieme a loro costituì una cellula comunista che però non aveva nessun contatto con l’organizzazione clandestina del partito.
Successivamente a Firenze, dov’era tornato per continuare gli studi, maturò la convinzione di andare in Spagna per prendere parte alla guerra civile spagnola. Nel mentre preparava la documentazione per espatriare, il 7 novembre del 1937 rientrò a Rossano dove trovò la sorpresa della perquisizione effettuata dai carabinieri nell’abitazione di famiglia durante la quale avevano sequestrato suoi libri e corrispondenza.   Il giorno successivo tornarono per arrestarlo.
Ciò in quanto il 4 novembre, ricorrenza della vittoria della prima guerra mondiale, era stata trovato a Rossano un drappo rosso sul monumento ai caduti, dove quella mattina si sarebbe dovuto celebrare proprio una cerimonia fascista per festeggiare la vittoria. Uno smacco troppo forte per le autorità del luogo che si incattivirono nel ricercare a ogni costo i responsabili e fecero perciò una retata di antifascisti e di confinati presenti nel paese. 
Fu sottoposto a un interrogatorio molto duro in quanto la polizia voleva dimostrare che, anche se non era riuscita a evitare quel gesto, era stata però capace di individuare immediatamente i responsabili. E tra questi venne incluso anche lui che quando avvenne l’episodio non si trovava a Rossano ma a Firenze.
Nel dicembre del 1937 venne condannato a tre anni di confino a Melfi (Potenza) in quanto «pericoloso per la sicurezza nazionale, per manifestazioni di carattere sovversivo, propaganda antifascista e attività antinazionale».
A Melfi attivò una serie di contatti con giovani del posto, con gli altri confinati e con la popolazione e per tali circostanze la sua presenza nella cittadina lucana venne considerata pericolosa e quindi fu trasferito a Pignola, un paesino di montagna fuori dal mondo, a 900 metri di altitudine, che contava solo 1.500 abitanti. Da Pignola comunque gli venne consentito di andare a Firenze per sostenere gli esami universitari, sempre scortato da un poliziotto, anche di notte mentre dormiva.
Finalmente nell’agosto del 1938 venne prosciolto dall’accusa per i fatti del monumento ai caduti e, dopo un breve soggiorno a Rossano, partì per Firenze per completare gli studi e laurearsi. 
Escluso dal corso allievi ufficiali in quanto antifascista, prestò servizio militare in Friuli come soldato semplice. 
Il 10 giugno 1940, all’entrata in guerra dell’Italia, si trovava a Rossano ma decise di tornare a Firenze per trovare un impiego. Un suo professore gli fece avere un lavoro presso l’Archivio Francesco Datini di Prato ed ebbe anche una supplenza presso il liceo privato Domangé Rossi di Firenze. Questo periodo fiorentino fu importante perché finalmente, nella seconda metà del 1942, riuscì a stabilire un contatto stabile con l’organizzazione clandestina del Partito Comunista.
Il 25 luglio 1943, alla caduta del fascismo, si trovava a Firenze e prese parte al movimento popolare che si mobilitò in concomitanza con tale evento. Dal partito ebbe l’incarico sia di organizzare gli intellettuali che di rappresentarlo, insieme ad altri compagni, nel Comitato toscano del fronte dei partiti antifascisti, prima espressione organizzativa di quello che poi sarebbe diventato il C.L.N.T. Ebbe così modo di frequentare alcuni dei nomi più in vista dell’universo antifascista presenti allora a Firenze: Lelio Basso, Sandro Pertini, Piero Calamandrei, Carlo Levi, Tristano Codignola, Enzo Enriques Agnoletti, e di stringere un proficuo rapporto di reciproca stima con Giorgio La Pira.
Dopo l’8 settembre comunque ci fu un ritorno alla clandestinità per organizzare la lotta al nazifascismo. Fu in quel periodo che assunse quale nome di battaglia il suo secondo nome: Marco, nome che poi l’accompagnerà per tutta la vita.
Sfuggito alla cattura da parte della feroce banda Carità, fu inviato dal partito in Romagna col compito di dirigere due zone, quella di Bagnacavallo e di Lugo che comprendevano sette comuni. Sovrintendeva alla lotta partigiana sia sul terreno politico sia militare e operava insieme a Benigno Zaccagnini, medico delle formazioni partigiane e futuro segretario della DC.
Successivamente, sostituito da Giuseppe D’Alema, fece ritorno a Firenze dove festeggiò il 25 aprile e il 9 maggio1945, data della resa incondizionata della Germania nazista. 
Per l’attività partigiana il 24 maggio 1960 l’Esercito Italiano gli concesse la Croce al Merito di Guerra.
Tornato in Calabria iniziò a lavorare per il Partito che in quel periodo si stava riorganizzando. Primaa Catanzaro poi a Cosenza diresse i settori stampa e propaganda. Grazie al segretario della Camera del Lavoro di Cosenza, Gennaro Sarcone, dopo una breve esperienza al Ceim, trova un impiego alla Cgil. Dopo l’elezione della Costituente si trasferì a Roma come segretario particolare di Giuseppe Montalbano, sottosegretario alla Marina Mercantile nel II Governo De Gasperi.  Successivamente passò alla Direzione del Partito nella Sezione Enti Locali. Un giorno, a Roma, incontrò una sua concittadina Rita Orlando, lì per motivi di studio, che iniziò a frequentare e il 23 luglio 1951 sposò. Dal matrimonio nacquero i figli, Antonella e Sergio. Nel marzo del 1948, tornò in Calabria per lavorare nella segreteria regionale e nel 1952 iniziò a insegnare lingua francese presso la scuola media di Rossano.
Tanti gli incarichi istituzionali che ricoprì. Dal 1952 al 1983 Consigliere comunale di Rossano. Dal 1956 al 1970 Consigliere provinciale. Dal l96l al 1963 senatore della Repubblica, membro delle Commissioni Difesa e Pubblica Istruzione, dove prese parte attiva alla creazione della legge istitutiva dell’Università della Calabria sostenendo l’esigenza, di fronte a una situazione regionale di disgregazione e di degrado, di creare un polo universitario regionale quale centro di aggregazione di eccellenza intorno al quale far ruotare la cultura calabrese. Un tema, quello dell’università calabrese, che aveva iniziato ad affrontare già a Cosenza nel Consiglio Provinciale.
Dal settembre 1975 a giugno 1976 fu sindaco della sua città. Un lasso di tempo molto breve ma caratterizzato da alcuni fatti importanti e interventi significativi quali la difesa dei lavoratori licenziati dopo la costruzione della Centrale Enel, l’istituzione dei Consigli di Quartiere, il raccordo San Marco-Penta, la pianificazione di abitazioni in regime di edilizia convenzionata. Dopo dieci mesi lasciò l’incarico perché eletto in Consiglio Regionale della Calabria (dal 1976 al 1980) dove per due anni e mezzo svolse l’incarico di segretario dell’ufficio di presidenza.
Durante la sua vita fu il leader indiscusso, il politico più autorevole, ascoltato e affidabile, del Pci e del Pds di Rossano e del territorio. E anche fuori dal Partito fu un uomo stimato e apprezzato da tutti per la sua storia, la coerenza, la dirittura morale, l’umanità e la disponibilità di cui dava costante testimonianza nel suo agire quotidiano. (Martino Antonio Rizzo) © ICSAIC 2021 – 6 

Scritti principali

  • Salvatore Marco De Simone, Quale università per la Calabria? Discorso pronunciato al Senato il 10 novembre 1961, Ed. Eredi Dott. G. Bardi, Roma 1961.

Nota bibliografica

  • Senato della Repubblica, Resoconto della 489a seduta pubblica del 10.11.1961;
  • Isolo Sangineto, Intervista al Sen. Salvatore Marco De Simone. Bollettino ICSAIC, fasc. 10, 1991, pp. 41-61;
  • Fausto Cozzetto, Ottanta anni di vita amministrativa (1916-1996), in Fulvio Mazza, Rossano. Storia cultura, economia. Rubbettino, Soveria Mannelli 1996, pp. 226, 227;
  • Mario Massoni (coord.), Marco fra storia e ricordi, Grafosud, Rossano Calabro 2002.