Vitrioli, Diego

Diego Vitrioli (Reggio Calabria, 20 maggio 1819 – 20 maggio 1898]

Nacque da Tommaso e Santa Nava, fu battezzato presso la cattedrale di Santa Maria dell’Assunta il 16 giugno 1819; crebbe in un ambiente familiare religioso e colto, studiò presso il Real Collegio della città dove apprese dallo zio sacerdote Annunziato Vitrioli le basi della lingua latina, dimostrando da subito un’attitudine alle scienze umanistiche fuori dal comune. Fu allievo dei sacerdoti Antonino Rognetta e Gaetano Paturzo. Il padre lo introdusse agli studi di retorica, filosofia, diritto e teologia attingendo alla fornita biblioteca domestica, ricca di opere letterarie e filosofiche. Appena diciottenne scrisse la prima opera a stampa, una dissertazione in lingua latina sul tempio di Giunone Lacinia e alcune elegie e iscrizioni greche per la morte di Anna Marzano. Nel 1838 partì per Napoli dove frequentò numerosi letterati, approfondendo gli studi sulle antichità pompeiane ed ercolanesi. Nel 1843 partecipò al concorso bandito dalla Reale Accademia Ercolanese con una Memoria archeologica che fu premiata tra i primi tre posti. 
A soli venticinque anni, nel 1845, vinse il premio di poesia latina bandito dall’Accademia Hoeuefftiana di Amsterdam con il carme Xiphias, poemetto latino composto da 115 esametri, suddiviso in tre canti: Aglaja, che contiene la poesiaXiphiasThalia, in cui è narrato il mito di Scilla, splendida giovinetta, amata da Glauco che, per cieca gelosia, viene trasformata dalla maga Circe in orribile mostro; infine Euphrosyne, dove sono riportati gli antichi canti e i rituali dei pescatori di pesce spada che, dopo la sua uccisione, lo depongono dignitosamente come fosse un compagno di viaggio. Pubblicato in occasione del concorso latino dell’Accademia di Amsterdam, venne tradotto successivamente, in endecasillabi sciolti dello stesso autore che si aggiudicò la medaglia d’oro e 120 fiorini, quale premio in denaro. 
Sempre nel 1845 fu nominato Ispettore delle antichità della Calabria Ultra Prima e professore di eloquenza e archeologia greca e latina nel Real Collegio di Reggio, dove occupò le prestigiose cattedre sino all’arrivo dei Gesuiti; fu anche docente supplente, per molti anni, di lingua francese. Nello stesso anno partecipò al VII Congresso degli Scienziati Italiani per la sezione archeologica. Il 28 aprile 1852, con rescritto sovrano, ottenne la nomina a Bibliotecario della città di Reggio, carica che rivestì fino al 1860, quando il dittatore garibaldino Antonino Plutino, dopo la presa di Reggio, ne ordinò l’allontanamento.
Nel 1855 sposò Rachele Adorno di Campo Calabro; dopo circa due anni nacque il figlio Tommaso, che morì a 6 anni per un attacco acuto di difterite, evento che portò i due coniugi alla separazione.
Uomo di carattere solitario, dedicò tutta la sua vita agli studi e alla ricerca, passando lunghe ore tra la biblioteca e il suo studio, meditando e riflettendo. Nutrì verso la sua città un sentimento di amore misto ad estraniazione; fu molto selettivo nei rapporti umani, rasentando la misantropia. Si spostava in città chiuso dentro la sua carrozza, preferendo sostare in luoghi solitari per lasciarsi rapire dal panorama dello Stretto, passando molto tempo in meditazione. Una delle poche uscite pubbliche che si ricorda fu nel dicembre 1876, quando dalla città di Reggio passarono i resti mortali di Vincenzo Bellini e lui ne accompagnò il feretro sul Corso Garibaldi sino all’imbarco per Catania. 
In quegli anni Papa Pio IX gli manifestò benevolenza e stima, e strinse importanti rapporti di studio con Leone XIII, che lo ribattezzò il «principe dei letterati», al punto di proporgli una cattedra a Roma. Vitrioli fu poeta conosciuto e stimato nel mondo ma al contempo incompreso nella sua città, comunque fedele alla sua Reggio che contribuì a fare conoscere al di fuori della regione. Fu segnalato come anti-italiano a causa della sua riservatezza e per i sospetti verso la sua famiglia, oggetto di persecuzioni dopo la caduta dei Borbone. Il padre di Vitrioli, noto avvocato, difese alcuni dei congiurati del moto del 1847 ed era conosciuto a corte in quanto nipote e allievo della scienziata Maria Angela Ardinghelli.
Da palazzo Vitrioli passarono ospiti illustri, quali Felice Bisazza, Elido Lombardi, Giuseppe Regaldi, il De Spuches, il Kerbacher, Theodor Mommsen. Nel maggio 1896, per iniziativa del Cardinale Gennaro Portanova, arcivescovo di Reggio, fu offerto a sua Santità un magnifico pescespada accompagnato da un epigramma di Vitrioli che, nella traduzione italiana, diceva: «Giacché una volta Cristo a te diede le mistiche reti riceviti ora, o sommo Pontefice, un pescespada. Esso preso sotto i gorghi di Scilla con celere barchetta, ben volentieri viene ai tuoi piedi. Avrebbe voluto venire in una sua compagnia una torma di pesci, quanto ne nutrono le acque del turrito Faro, ma il nostro pescespada quale abitante del siculo stretto si dia solo esso piuttosto in pasto al Pontefice. Sia questa la gloria più grande di questo pesce vagante per i flutti del mare, sia questa la somma gloria dell’Uomo armato di tridente. Ordunque addio conchiglie e rombi delle acque del Faro, il pescespada saporito sia dato in pasto al Pontefice».
Socio di numerose accademie in Italia e all’estero, fu «pastore di numero» dell’Arcadia di Roma col nome d’Iseo Iridanio, socio dell’Accademia Ercolanese, dell’Istituto Prussiano di corrispondenza archeologica, della Deputazione di Storia Patria di Torino e della Deputazione di Storia Patria di Parma e Piacenza, membro dell’Accademia Peloritana di Messina, della Florimontana di Monteleone, socio della Pontificia Romana Accademia dei Quiriti, dell’Accademia dei neghittosi di Città della Pieve, degli Abbozzati di Sezze, degli Affaticati di Tropea, dell’Accademia di Scienze e lettere di Catanzaro. 
Gli furono attribuite una serie di onorificenze per meriti letterari: le più importanti gli furono concesse da re Ferdinando II, con rescritto del 24 novembre 1857, che lo nominò cavaliere dell’Ordine di Francesco I; dal pontefice Pio IX, con breve del 19 agosto 1859, che lo elesse cavaliere di San Gregorio Magno; infine, re Vittorio Emanuele II lo creò Cavaliere Mauriziano. 
Oltre allo Xiphias compose molte orazioni, epistole, elegie, epigrafi, epigrammi in latino. Numerosi celebri letterati e docenti gli dedicarono opere e in molti giornali dell’epoca è spesso fatta menzione elogiativa del suo nome.  
Diego Vitrioli vantava una ricca collezione archeologica, fatta di vasi figurati, di numerosi reperti, statuine in terracotta, lucerne fittili e nel pavimento del suo palazzo erano state inserite porzioni di antichi mosaici. Molti reperti andarono perduti insieme al palazzo dov’erano custoditi nel terremoto del 1908 che distrusse Reggio e Messina. È sopravvissuto della ricca collezione solo un cratere a campana a figure rosse, databile al IV secolo a.C., custodito al Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria. 
Il fratello Annunziato, morto nel 1900, e il nipote Tommaso furono pittori rinomati e conosciuti a livello nazionale; quest’ultimo riuscì a recuperare dal terremoto molte opere della collezione e altri beni, come l’archivio del poeta.
Scrisse di lui Paolina Leopardi, e Giovanni Pascoli compose «Un poeta di lingua morta» all’interno della raccolta Pensieri e discorsi del 1914, in cui ricorda con profonda ammirazione il latinista reggino.
Fu definito il «Virgilio redivivo» e «l’artista letterato» da importanti critici quali Cantù e Carducci, nonostante quest’ultimo non godesse di grande stima da parte dello stesso Vitrioli. 
Poco prima di morire dettò la seguente scritta come epitaffio sotto il dipinto che lo rappresenta ancora oggi: «È patria mia la Brezza; mi allevò Calliope col miele delle Pieridi».
Morì a 80 anni esatti, nello stesso giorno della sua nascita.
A Diego Vitrioli sono intitolate una scuola e una via della città di Reggio Calabria, di Motta San Giovanni e Drosi; a lui è inoltre dedicato un monumento, ricavato da una colonna originale d’epoca romana, collocata sul Lungomare Falcomatà, e un’associazione culturale presieduta dai suoi discendenti. Nel 2007 la famiglia Vitrioli ha donato al Comune di Reggio Calabria la ricca biblioteca e la grande pinacoteca di famiglia. (Fabio Arichetta) © ICSAIC 2020

Opere 

  • Xiphyas, carmen Didaci Vitriolii, MullerumAmstelodami 1845;
  • Alla contessa Maria Ghiselli: epigramma latino, Stabilimento Tipografico ditta L. CerusoReggio Calabria 1890;
  • A Nosside Locrese: epigrammi latini di Diego Vitrioli da lui stesso volgarizzati, Stabilimento Tipografico ditta L. Ceruso, Reggio di Calabria 1890;
  • Opere scelte di Diego Vitrioli, I, Casa Tipografica E. Silva, Messina-Reggio Calabria 1930;
  • Opere scelte di Diego Vitrioli, IICasa Tipografica E. Silva, Messina-Reggio Calabria 1930;
  • De laudibus Romani pontificatus: oratio, typographeo Fibreniano, Neapoli 1850;
  • Ai padri benedettini di Montecassino, Stabilimento Tipografico ditta L. Ceruso, Reggio Calabria 1888;
  • Epistola latina del professore Diego Vitrioli al chiarissimo letterato commendatore Stanislao d’Aloe, Stamperia del Fibreno, Napoli 1851.

Nota bibliografica 

  • Raffaele Lofaro, Biografie Calabresi, serie I, editore Giuseppe Huber, Capua 1892;
  • Opere scelte di Diego Vitrioli (prefazione di Enrico Cocchia), L. Ceruso, Reggio Calabria 1893; ristampa a cura del nipote D. Vitrioli, 1930);
  • Luigi Aliquò Lenzi e Filippo Aliquò Lenzi, Gli scrittori calabresi: dizionario biobibliografico, Corriere di Reggio ed., Reggio Calabria 1955, ad nomen;
  • Francesco Arillotta, Reggio e le sue strade, II Edizione, Domenico Laruffa Editore, Reggio Calabria 1993;  
  • Antonio Piromalli, La Letteratura Calabrese, Pellegrini Editore, Cosenza 1996;
  • ‎Pasquino Crupi, Benedetto Croce e gli studi di letteratura calabrese, Pellegrini, Cosenza 2003
  • Enzo Le Pera, Arte di Calabria tra Otto e Novecento: dizionario degli artisti calabresi nati nell’Ottocento, Rubbettino editore, Soveria Mannelli 2005;
  • Addenda alla Collezione Vitrioli catalogato da Filomena Tosi e curato da Carlo Smaldone, Edizione Prometeo, Reggio Calabria 2006.

Nota archivistica 

  • Biblioteca Comunale Pietro De Nava di Reggio Calabria, Archivio Vitrioli.

Squitti, Nicola

Nicola Squitti [Maida (Castanzaro), 26 luglio 1853 – Roma, 1 marzo 1933]

Figlio primogenito di Tommaso, grande proprietario terriero dal quale ereditò il titolo nobiliare di barone di Palermiti e Guarna, e di Rosina Astanti, fratello di Baldassarre, deputato di lungo corso, e di Eleonora Maria, dama di compagnia della Regina Margherita di Savoia, come consuetudine delle grandi famiglie meridionali studiò Giurisprudenza e si laureò l’11 agosto 1875 all’Università di Napoli. L’anno dopo entrò nella carriera consolare.Dopo essere stato volontario al Ministero degli affari esteri (30 gennaio 1876) ad Alessandria d’Egitto (10 febbraio 1876), Porto Said (29 giugno 1877), Rutsciuk (31 dicembre 1877), divenne viceconsole di III classe (18 aprile 1878) e fu inviato a Sofia (29 agosto 1879). A Varna, in Bulgaria, il 16 giugno 1882, sposò Ermenegilda Assereto, detta Gilda, con la quale ebbe due figlie: Eleonora, che sposò l’ambasciatore Bonifacio Pignatti Morano di Custoza, e Maria Adelaide.
Promosso viceconsole di II classe (20 aprile 1884) a Philadelphia (9 luglio 1884), e quindi viceconsole di I classe nel 1888. A Philadelphia, in epoca d’immigrazione di massa, si distinse fornendo un rifugio di speranza per i nuovi arrivati italiani. E come ricorda Richard N Juliani, «guidò la comunità italiana nella sua celebrazione annuale dell’Unità d’Italia, il 20 settembre, consentendo così agli italiani di mantenere la loro identità». E sempre alla guida di quel consolato, nel gennaio 1887, condusse un’inchiesta sulla morte di Michele Fezano, un italiano morto congelato il giorno di Natale in un carcere nella città di Carbondale. Fezano e quattro suoi amici furono arrestati per ubriachezza e rinchiusi in una cella. Tutti furono rilasciati pagando pesanti multe, tranne Fezano che, lasciato in cella tutta la notte, fu trovato congelato la notte successiva. Il caso creò grande scalpore e iniziò un procedimento giudiziario contro le autorità della città di Carbondale. Dopo Filadelfia il 20 aprile 1889 lo troviamo a Tunisi e dal 14 luglio successivo si insediò a Melbourne, come console di tutte le colonie australiane. Di seguito (2 dicembre 1894) fu a Odessa, in Russia, per essere infine inviato dal 1902 al 1908, come console generale a Trieste che, come scrisse alla sua morte il quotidiano romano «Il messaggero», era un «posto di estrema fiducia per i tempi che correvano»: considerato, uno dei migliori funzionari di carriera, con ventisette anni di esperienza alle spalle, l’assegnazione del posto e la durata della missione dimostrano quale considerazione egli si fosse conquistato. Svolse l’incarico con estrema accortezza, tanto che fu promosso alla carriera diplomatica e fu nominato inviato straordinario e ministro plenipotenziario a Cettigne, capitale del Montenegro, alla corte di re Nicola, padre della regina d’Italia.
A Cettigne (1908-1912) entrò in intimità col monarca, il quale si era persino consultato con lui circa l’opportunità di assumere di persona la direzione della politica estera del suo Paese, e con la sua «sobria e discreta signorilità del carattere nel disimpegno delle sue delicate funzioni» rese «segnalati servizi al Montenegro e al proprio paese». Da Cettigne passò a Belgrado (dal novembre 1912 al gennaio 1916) in un momento storico particolarmente difficile e doloroso per lo scoppio del primo conflitto mondiale. Commemorandolo al senato, il presidente Luigi Federzoni, ricordò che «durante gli anni aspri e tempestosi che precedettero la guerra mondiale, si segnalò per il tatto, l’accorgimento e l’illimitata devozione al paese». Sorpreso nella capitale serba, dovette allontanarsi col Sovrano e con truppe di Belgrado, percorrendo parte a piedi, parte a cavallo le vie della Serbia, fino al porto d’imbarco dove li attendevano le navi italiane. In quella occasione, perse la casa e tutto quanto aveva con sé.
Questa sua intensa attività al servizio del Paese, con decreto del 3 ottobre 1920, gli valse la nomina a Senatore del Regno, dove entrò il 10 dicembre successivo, sedendo tra i banchi del gruppo liberale democratico e poi dell’Unione democratica. Fu tra i primi, tuttavia, ad aderire al regime fascista.
In Senato fu membro della Commissione per l’esame del d disegno di legge «Riforma degli organici della Camera agrumaria della Calabria e della Sicilia» (17 marzo 1921) e successivamente della Commissione per la politica estera (16 giugno 1921-10 dicembre 1923) nella quale furono apprezzate le sue qualità di tecnico.
In vita ebbe numerosi riconoscimenti; Cavaliere dell’Ordine della Corona d’Italia (1884); Ufficiale dell’Ordine della Corona (1900); Commendatore dell’Ordine della Corona d’Italia (1909); Grande ufficiale dell’Ordine della Corona d’Italia (1915); Gran cordone dell’Ordine della Corona d’Italia (1917); Cavaliere dell’Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro (1896)
Ufficiale dell’Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro (1901); Commendatore dell’Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro (1911)
Morì a Roma che aveva 76 anni, di cui ben 40 e più passati nella diplomazia.
Come ricordò la stampa alla sua morte «il senatore Squitti pure nella grande squisitezza e affabilità di ogni sua manifestazione, amò consuetudini severe e austere anche per la famiglia e fu scevro da ogni forma di esibizionismo. Gentiluomo perfetto, ebbe larga cultura, intelletto fervido, spirito arguto e animo sempre lealissimo. Sebbene da anni si fosse ritirato a vita affatto privata era ricercato da autorevoli personalità per le memori simpatie che aveva saputo suscitare e l’acutezza delle vedute sui problemi politici e internazionali. La di lui di partita e sinceramente rimpianta da tutti coloro che hanno e avranno costantemente in onore le migliori tradizioni dell’aristocrazia, dell’ingegno, della classica versatilità e del affermo carattere italiano».
Per i servigi resi al Paese, talvolta in condizioni e in momenti particolarmente difficili, alla sua morte, oltre alla commemorazione in Senato nella quale lo stesso Mussolini si associò, a nome del Governo, alle parole commemorative pronunziate dal Presidente dell’Assemblea, hanno ricordato le sue qualità di eminente diplomatico, il ministro degli Esteri e il Podestà di Trieste che lo conobbero e lo apprezzarono. (Aldo Lamberti) © ICSAIC 2020

Nota bibliografica

  • Senato del Regno d’Italia, Atti parlamentari. Discussioni, 21 marzo 1933.
  • Ricordo del senatore Nicola Squitti, «Il Messaggero», 8 marzo 1933;
  • Alberto Malatesta, Enciclopedia biografica e bibliografica “Italiana”: Ministri, deputati d’Italia dal 1848 al 1922, Serie 43, EBBI, Roma 1940, p. 159;
  • Richard N. Juliani, Building Little Italy: Philadelphia’s Italians Before Mass Migration, Penn State Press, Pennsylvania (Usa) 2005.

Nota archivistica

  • Comune di Maida, Registro dei nati, atto n. 64, 26 luglio 1853;
  • Comune di Maida, Registro dei matrimoni, 19 dicembre 1892;

Ferrante, Nicola

Nicola Ferrante [Reggio Calabria 16 maggio 1929 – Scilla (Reggio Calabria) 6 luglio 2016]

Nacque ad Arasì, frazione di Reggio Calabria, da Carmine e Maria Schiavone, piccoli proprietari e coltivatori; fu battezzato lo stesso giorno della nascita nella parrocchia di Santa Maria del Popolo di Arasì e crebbe con le tre sorelle, Rosa, Rachele e Anna, in un ambiente segnato dalla morte del padre in giovane età e caratterizzato da una forte religiosità. La madre, con grandi sacrifici, si dedicò integralmente ai figli, coltivando la terra e scandendo le proprie giornate con l’impegno da catechista per i fanciulli di Arasì nella locale parrocchia. 
Nel 1945 fece ingresso nel Seminario di Reggio Calabria, dove seguì gli studi ginnasiali, liceali e teologici. Venne ordinato diacono il 20 dicembre del 1952 e presbitero il 5 luglio 1953 da monsignor Giovanni Ferro. Fu inizialmente parroco a Chorio di San Lorenzo dal 1953 al 1961, paese natale di San Gaetano Catanoso, che lo definiva scherzosamente «il mio parroco»; poi a anto Stefano in Aspromonte dal 1961 al 1968, e a Riparo negli anni 1968-69. Sempre nel 1968 fu nominato Cappellano delle Suore del Monastero di Sales, delle Suore del Volto Santo e Rettore del Seminario Minore in anni difficili del cammino vocazionale. Frequentò il biennio teologico per conseguire la licenza in Sacra Teologia presso la Pontificia Università Lateranense nel 1989, con specializzazione catechetica. Rivestì il ruolo di Cancelliere del Tribunale Ecclesiastico Regionale, di Segretario generale della Curia metropolitana, di Direttore dell’Ufficio pastorale diocesano e di Vice assistente provinciale delle Acli. Canonico della Cattedrale di Reggio Calabria dal 1969, fu Cappellano di Sua Santità a partire dal 1975. Nel 1986 gli fu affidata la guida della parrocchia di Santa Maria di Loreto, nel popoloso quartiere reggino di Sbarre, che guidò sino al 2011. 
Monsignor Ferrante è stato un apprezzato docente di religione negli istituti superiori della provincia di Reggio Calabria, e nel Seminario di Reggio ha presieduto le cattedre di Patrologia, Storia della Chiesa e Storia della Chiesa Reggina; sempre come docente di materie storiche, ha portato un contributo importante all’istituto Superiore di Scienze Religiose di Reggio Calabria, dove si sono formati numerosi laici e docenti di religione.
Oltre il suo impegno come sacerdote, di lui ricordiamo, in particolare, il ruolo fondamentale nel riordinare le fonti documentali quale direttore dell’Archivio Storico Diocesano di Reggio Calabria e Bova dal 1980 al 2011, profondendo con grande impegno e tenacia tutte le proprie energie per riordinare il materiale documentale, affinché non si disperdesse la memoria storica della diocesi, della città di Reggio e della sua provincia, con un’attività di inventariazione archivistica monumentale. 
Grande studioso della storia della Chiesa reggina e calabrese, ha seguito diversi filoni di ricerca, uno in particolare riguarda i numerosi monasteri basiliani presenti sul territorio calabrese, come quelli di S. Elia da Cupessino in Galatro, il monastero di Trapezzomata, il monastero di S. Elianovo e Filareto di Seminara, di S. Nicola di Calamizzi e quello dedicato a Bartolomeo da Simeri, per citarne solo alcuni. Accanto all’interesse per il microcosmo dei monasteri basiliani, altro interessante ambito di ricerca riguarda le abbazie normanne in Calabria, in cui evidenziò come, durante la nascita delle diocesi latine sul territorio calabrese, i normanni tennero un atteggiamento tendenzialmente inclusivo rispetto le realtà religiose già esistenti sul territorio. Nel convegno tenuto a Bagnara Calabra il 28 dicembre 1985 per ricordare la fondazione dell’importante abbazia di Santa Maria e i XII Apostoli di Bagnara Calabra, fondata dal Conte Ruggero nel 1085, evidenziò come le abbazie costituissero il luogo privilegiato per la formazione di intellettuali al servizio dei Normanni, luogo in cui si commissionavano sia opere letterarie che figurative. 
Un altro percorso di ricerca di cui Monsignor Ferrante è rimasto un caposcuola è quello che lo porta negli anni Settanta a costituire insieme ad altri studiosi un gruppo chiamato i neo ellenisti, perché particolarmente attenti al mondo greco e alle radici ortodosse del cristianesimo calabrese. In particolare, egli ha portato un contributo fondamentale per l’Agiotoponomastica dell’Aspromonte meridionale nelle visite di mons. D’Afflitto, esaminando la cosiddetta diocesi greca della Calabria meridionale, dove più tenace è stata la persistenza della lingua e del rito greco. Grazie a queste ricerche, egli ha contribuito a riscoprire figure di santi, sino ad allora dimenticati, nati e vissuti in questi territori, come San Cipriano di Reggio, San Gerasimo di San Lorenzo, San Filareto da Seminara, Sant’Elianovo. 
Monsignor Ferrante ha portato un ulteriore fondamentale contributo alla storiografia locale esaminando e studiando le visite dell’Arcivescovo D’Afflitto, arrivato a Reggio dopo il 1594 quando, a seguito della distruzione della città dello Stretto per mano turca, il porporato volle che si procedesse alla raccolta di ogni notizia e dato che riguardasse le chiese e le parrocchie cittadine superstiti con il loro patrimonio. 
Nel corso della sua attività di ricerca storica, ha contribuito con un numero considerevole di articoli e monografie alle riviste «Il Bollettino della Badia Greca di Grottaferrata», «Brutium», «Calabria Sconosciuta», «Historica», con la «Rivista Storica Calabrese» della Deputazione di Storia Patria della Calabria, di cui è stato socio, e con «Studi Meridionali». È stato inoltre autore di diversi libri, il più noto è quello sui Santi italo-greci e i sui Bizantini in Calabria, giunto già alla quinta edizione; è stato anche membro del Comitato organizzatore degli Incontri di Studi Bizantini.
Il Consiglio presbiterale dell’Arcidiocesi di Reggio Calabria-Bova, con richiesta formulata all’unanimità, nella sessione del 14 giugno 2017 ha proposto di intitolargli l’Archivio storico diocesano, per il lungo e pluriennale impegno profuso a favore dell’Istituzione e dal 1° luglio 2020 la nuova denominazione è Archivio storico diocesano «Monsignor Nicola Ferrante». (Fabio Arichetta) © ICSAIC 2020

Opere 

  • Studi italo-greci nel reggino, Scuola grafica salesiana, Palermo 1985;
  • Santi italogreci: Il mondo religioso bizantino, Logos, Roma 1992;
  • La Parrocchia di S. Maria di Loreto a Sbarre in Reggio Calabria, Laruffa, Reggio Calabria 1988;
  • Gli arcivescovi di Reggio e la stampa periodica cattolica: (1862-1950), s.n., Reggio Calabria 1990;
  • San Giorgio Megalomartire Patrono di Reggio Calabria: tradizione e storia di un culto millenario (conFrancesco Arillotta), Kaleidon, Reggio Calabria 2007.

Nota bibliografica

  • Maria Mariotti, Riforme nell’ordine agostiniano e nelle congregazioni di osservanza in Calabria, in Geronimo Serpando e la Chiesa del suo tempo, Ed. Storia e Letteratura, Roma 1997;
  • Fabio Arichetta, I Normanni e la nascita delle abbazie calabresi, «Calabria Sconosciuta», 157/158, gennaio-giugno 2018;
  • È ufficiale: l’Archivio diocesano intitolato a monsignor Ferrante, «L’Avveni9re di Calabria», 20 luglio 2020, https://bit.ly/32CTDL0

Fonti archivistiche

  • Archivio storico diocesano Reggio-Bova, Fondo Monsignor Nicola Ferrante, 4 unità arch.
  • Archivio storico diocesano Reggio- Bova, Clero diocesano, n. 47. 

Jannuzzi, Antonio

Antonio Jannuzzi [Fuscaldo (Cosenza), 18 giugno 1855 – Rio de Janeiro, 20 luglio 1949]

Figlio primogenito di Fioravante, abile scalpellino e costruttore, e di Maria Luigia (detta Luisa) de Seta, assieme al fratello minore Giuseppe e ad altri quattro fuscaldesi, nel 1872 emigrò in Uruguay, dove si trovavano gli zii materni Ignazio e Giuseppe de Seta. A quel tempo Antonio, pur avendo soltanto 16 anni, era già capomastro e aveva appreso il disegno architettonico dalle lezioni del pittore fuscaldese Giovan Battista Santoro. Dopo aver lavorato per un anno o poco più a Montevideo come marmista, senza intravedere prospettive di miglioramento economico, decise di spostarsi in Brasile, a Rio de Janeiro. Lì trovò subito una buona occasione di lavoro presso il cantiere diretto dall’architetto Januario de Oliveira, per la costruzione del «Piano inclinato di Santa Teresa», un sistema di trasporto funicolare per risalire la collina di Santa Teresa con delle macchine a vapore. Terminato questo lavoro nel 1877, Antonio, che nel frattempo aveva fondato con suo fratello Giuseppe un’impresa di costruzioni, iniziò a edificare un gran numero di palazzine nel nuovo quartiere residenziale di Santa Teresa, dove più tardi avrebbe costruito la sua stessa elegante residenza.
Nel 1883 gli giungerà il primo riconoscimento formale del suo lavoro e del suo successo economico da parte dell’élite carioca: pur essendo privo di un qualsiasi titolo di studio, viene accolto nel prestigioso Clube de Engenharia di Rio de Janeiro. Tre anni dopo, gli giungerà dall’Italia la Croce di Cavaliere della Corona, mentre a Rio presiede la Società Italiana di Beneficienza, nata trent’anni prima.
A questo punto Antonio è già diventato il magnete di una consistente immigrazione in partenza da Fuscaldo, il suo paese natio, e dai paesi vicini. Tant’è che decide di fondare una Società operaia fuscaldese di mutuo soccorso. Pochi anni dopo, nel 1892, è tra i fondatori della Loggia Capitolare Massonica Fratellanza Italiana, che sarà riconosciuta dal Grande Oriente del Brasile.
Sono anni in cui all’edilizia residenziale, la cui committenza è costituita principalmente dall’élitedella capitale brasiliana, si aggiunge anche l’edilizia industriale, propria di una città in grande sviluppo. L’episodio più importante è la costruzione dell’imponente complesso del Moinho Fluminense (1887), un enorme mulino industriale, di proprietà d’imprenditori italo-uruguayani. Al tempo stesso, Antonio, che è diventato anche un pioniere e un benefattore della Chiesa Presbiteriana brasiliana, dalla forte impronta calvinista (affine alle tradizioni religiose dei Valdesi di Fuscaldo, Guardia, San Sisto, ecc.), costruisce molti edifici religiosi, chiese e ospedali, sempre afferenti a varie confessioni protestanti. La sua attività edilizia si espande anche alle vicine città di Niterói, Nova Friburgo, Valença e soprattutto Petrópolis, che è residenza estiva della corte imperiale e poi dei presidenti della repubblica.
Nel frattempo, Antonio chiama presso di sé gli altri suoi fratelli, tra i quali emerge sempre più il ruolo svolto da Francesco (Fuscaldo, 1860 – Rio de Janeiro, 1946), che viene posto a capo dello studio tecnico dell’impresa: per molti anni la guida carismatica di Antonio potrà contare sul rigoroso e raffinato lavoro progettuale dello studioso e appartato fratello. Lo stesso Antonio, peraltro, guidando quella che è diventata la più importante impresa di costruzioni della capitale brasiliana, ha acquisito da autodidatta un’impressionante formazione culturale: conosce quattro lingue (l’italiano, il portoghese, il francese e l’inglese), padroneggia la cultura religiosa calvinista, ma anche la cultura politica, tecnica, amministrativa e letteraria.
Nell’ultimo decennio dell’Ottocento, tenta di affrontare la questione delle abitazioni, che si è fatta drammatica nell’impetuoso sviluppo di Rio de Janeiro, e fonda a questo scopo la Companhia Evoneas Fluminenses, destinata alla costruzione di case popolari. Il progetto però fallisce. Uscito dalla crisi, Jannuzzi è chiamato a realizzare un grande ospedale a Manaus, nel cuore dell’Amazzonia. Anche questa impresa, una volta avviata, entra in crisi, ma col nuovo secolo giungerà un’occasione storica, che consacrerà il successo di 30 anni di lavoro nel campo delle costruzioni: la grande riforma urbana di Rio de Janeiro, voluta dal presidente del Brasile, Rodrigues Alves, e dal sindaco di Rio, Pereira Passos, che prevede lo sventramento del malsano centro storico della città e la costruzione dell’Avenida Central, una grande arteria lunga quasi due chilometri, destinata a diventare il centro commerciale, finanziario e culturale della capitale. Antonio Jannuzzi, assieme al fratello Francesco, progetta e costruisce in tre anni ben dodici edifici che insistono sull’Avenida, confermandosi come il più grande costruttore della città.
Sull’onda di questo successo, il lavoro della ditta Jannuzzi si pone anche in una prospettiva internazionale. Dopo aver partecipato all’Esposizione Generale Italiana di Torino, nel 1898, Antonio Jannuzzi organizza con successo la sua partecipazione alla grande Esposizione Internazionale di Milano del 1906: un evento di grande rilievo, che attira oltre 5 milioni di visitatori, nel solco dell’Esposizione Universale di Parigi del 1900. Pochi anni dopo, quando il trionfo dell’Avenida Central a Rio è ormai compiuto, la ditta Jannuzzi è ancora presente alla nuova Esposizione Internazionale di Torino del 1911, nella sezione dedicata al lavoro degli italiani all’estero. In questa occasione, Antonio Jannuzzi effettua il suo unico ritorno in Italia, dopo 40 anni di emigrazione. Accolto trionfalmente nella sua Fuscaldo, si reca poi a visitare, con cinque suoi figli, le maggiori città italiane (compresa Torino, dov’è in corso l’Esposizione), Parigi e Londra, in un viaggio durato circa tre mesi.
Tornato a Rio de Janeiro, riprenderà la sua attività, nella quale emerge ora anche il ruolo del suo figliolo omonimo, Antonio filho (1880-1928), sia nella costruzione di case residenziali nei quartieri di Botafogo, Flamengo e Copacabana, che di case popolari nel quartiere di Tijuca. Nel 1919 è uno dei fondatori della Associação dos Constructores Civis, di cui sarà il presidente per 10 anni, fino al 1928. In questa veste rilancerà la sua storica battaglia per affrontare la questione delle abitazioni con la costruzione di case popolari, rivolgendo continui appelli ai presidenti della repubblica che si succedono negli anni Venti e pubblicando un’impegnativa monografia sull’argomento.
Nel frattempo, a partire dal 1908, aveva scelto come residenza estiva, assieme alla moglie Anna Kinster, la piccola città fazendeira di Valença, poi ricca anche di industrie tessili, dove aveva subito iniziato a costruire edifici civili, industriali e religiosi. Protagonista anche d’iniziative filantropiche, finirà con l’essere amatissimo dalla popolazione valenciana, che nel 1914 installerà in suo onore un busto in bronzo, posto in cima a una stele nella piazza principale della città (nel 2012 una replica del busto è stata posta a Rio de Janeiro sull’Avenida Rio Branco, il nome assunto dalla storica Avenida Central).
Nel 1922, in occasione del primo Centenario dell’Indipendenza del Brasile, si organizza a Rio de Janeiro una grande Esposizione Internazionale, che comporta il completamento dello sventramento del centro storico della città con lo spianamento del Morro do Castelo. In questa circostanza, Jannuzzi subisce l’esproprio dei terreni dove da decenni erano allocati i laboratori, le officine, i cantieri e i magazzini della sua impresa, ma ottiene in cambio l’incarico di progettare e costruire, assieme al fratello Francesco e al figlio Antonio, l’Hotel Sete de Setembro, un grande albergo di lusso, destinato ad accogliere molti ospiti dell’Esposizione
Antonio Jannuzzi continuerà ancora a lavorare, dando spazio al figlio omonimo. Nel 1928 gli giungerà dall’Italia un lusinghiero riconoscimento: la rivista del Touring Club Italiano gli dedicherà un ampio servizio illustrato, nel quale egli è descritto come l’«italiano che ha costruito mezza Rio de Janeiro». Ma a quel tempo è iniziata, dopo oltre mezzo secolo di lavoro, la parabola discendente della sua carriera professionale e imprenditoriale. Morirà, ultranovantenne, nel 1949, nella sua lussuosa residenza sulla collina di Santa Teresa, da cui si domina l’intera città che lo aveva accolto settantacinque anni prima. (Vittorio Cappelli) © ICSAIC 2020

Scritti

  • Il XX Settembre a Rio de Janeiro, «Il Bersagliere», Rio de Janeiro, I, 190, 21-22 settembre 1891;
  • Pelo povo. Monographia sobre as casas operarias, Typ. do «Jornal do Commercio» de Rodrigues & Companhia, Rio de Janeiro 1909;
  • Escorço historico do problema da construcção de casas populares na cidade do Rio de Janeiro. O progresso do Rio de Janeiro, Typ. do «Jornal do Commercio» de Rodrigues & Companhia, Rio de Janeiro 1927.

Nota bibliografica essenziale

  • Vittorio Cappelli, La belle époque italiana di Rio de Janeiro. Volti e storie dell’emigrazione meridionale nella modernità carioca, Rubbettino, Soveria Mannelli 2013 (ed. in portoghese: A belle époque italiana no Rio de Janeiro. Aspectos e histórias da emigração meridional na modernidade carioca, Eduff, Niterói 2015);
  • Vittorio Cappelli, Imigração italiana e empreendedorismo no Brasil: dois estudos de caso, in Imigrantes empreendedores na história do Brasil. Estudos de casos, a cura di C. Musa Fay e A. De Ruggiero, Edipucrs, Porto Alegre 2014, pp. 115-125;
  • Maria Izabel Mazini do Carmo, Do Mediterrâneo à Baía de Guanabara. Os italianos no Rio de Janeiro (1870-1920), Editora Prismas, Curitiba 2015;
  • Vittorio Cappelli, Antonio Jannuzzi e Filinto Santoro tra Rio de Janeiro e il nord del Brasile. Due percorsi migratori e due contributi italiani alla costruzione delle città brasiliane, in Storie di emigrazione: architetti e costruttori italiani in America Latina, a cura di F. Capocaccia, L. Pittarello, G. Rosso del Brenna, Termanini, Genova 2016, pp. 190-215.

Chimirri, Bruno

Bruno Chimirri [Serra San Bruno (Vibo Valentia), 24 gennaio 1842 – Amato (Catanzaro), 28 ottobre 1917]

Nacque a Serra San Bruno, all’epoca in provincia di Catanzaro) da una famiglia di giuristi. Il nonno Bruno fu giudice mandamentale così come il padre Luigi. La madre Caterina Corapi era figlia di Luigi, magistrato, già presidente della corte criminale di Cosenza. La prima notizia sulla sua vita si deve a Raffaele De Cesare che, ricordando l’arrivo di Ferdinando II di Borbone a Serra nel 1852, scrisse che il futuro ministro appena undicenne, affacciato al balcone della sua casa che era annessa alla chiesa matrice, lo vide arrivare, entrare nella chiesa e uscirne fra le acclamazioni. Jole Lattari Giugni ricordò invece un episodio legato ai suoi studi svolti a Catanzaro, «la città dove egli, all’età di quindici anni, si era recato per studiare partendosi da Serra San Bruno a piedi e con le scarpe legate al collo per non consumarle». 
Laureatosi in Giurisprudenza a Napoli, Chimirri fu iniziato alla massoneria l’8 novembre 1865 nella loggia Domenico Romeo di Reggio Calabria. Esponente democratico negli anni Sessanta, fu eletto nel 1867 consigliere provinciale nel collegio di Serra San Bruno. Passato alla destra storica stabilì buoni rapporti con Antonio di Rudinì e Quintino Sella che nel 1877 ebbe a dire di lui: «Noi tutti di Destra lo consideriamo come uno dei migliori elementi che abbiamo nel nostro partito, sia come carattere sia come ingegno e operosità». 
Si candidò alle elezioni del 1874 nel collegio di Serra San Bruno contro l’avvocato Patrizio Corapi, deputato uscente, Gaetano Loffredo di Cassibile e Nicola Santamaria, e su 646 votanti ottenne 296 preferenze, a fronte delle 162 di Loffredo di Cassibile, delle 82 di Corapi e delle 63 di Santamaria. L’elezione fu contestata poiché molti voti riportati da Loffredo di Cassibile, candidato di parte moderata, erano stati annullati ingiustamente dal seggio dell’ufficio principale per insufficiente indicazione della persona. La Camera, viceversa, sulla base degli atti elettorali, attribuì 382 voti a Loffredo di Cassibile proclamandolo deputato e annullando la precedente elezione di Chimirri. 
Nel 1876 fu eletto per la prima volta deputato nel collegio di Serra San Bruno al ballottaggio con Antonio Jannone ottenendo 304 voti su 537 votanti. Fu riconfermato nel 1880 battendo al primo scrutinio Vincenzo Calcaterra con 392 voti su 411 votanti, e nel 1882 nel collegio Catanzaro I con 5542 voti, nel 1886 con 5902 voti e nel 1890 con 7423. Nel gabinetto di Rudinì fu ministro dell’Agricoltura dal febbraio al dicembre 1891. Ripristinato il collegio uninominale nel 1892 fu rieletto con 2060 voti su 2307. Nello stesso anno, da gennaio a maggio, ricoprì la carica di Guardasigilli nel Governo di Rudinì. Fu rieletto ancora nel 1895 con 1242 voti su 1336 votanti e per la XIX legislatura, dal 16 giugno 1895 al 3 marzo 1897, fu vicepresidente della Camera. Nel 1897 ottenne 784 voti su 1571 votanti battendo Luigi di Francia e Pier Nicola Gregoraci e, nel 1900, 1155 su 1386. Dal giugno 1900 al febbraio 1901 fu ministro delle Finanze con interim al Tesoro nel governo Saracco. Nel 1904 ebbe 1011 voti su 1541 votanti battendo Tiberio Evoli che ne riportò solo 412. Nel 1909 fu nuovamente eletto con 1334 voti su 1505 votanti e infine, il 16 ottobre 1913, ottenne la nomina a Senatore del Regno per la 3° categoria, come tutti i deputati eletti per tre legislature o con sei anni di esercizio.
Sostanzialmente, nel corso della carriera parlamentare, si distinse come oppositore moderato della politica riformista della sinistra, intervenendo anche sulla questione dei rapporti tra Stato e Chiesa. Quando nel 1880 Agostino Depretis presentò il progetto di legge per l’allargamento dell’elettorato che culminò nella legge elettorale del 1882, Chimirri manifestò perplessità ma cambiò idea nel 1912 quando il quarto governo Giolitti varò la nuova legge perché non era più possibile tenere lontane dalle urne le classi popolari. Avversò inoltre gli articoli del codice Zanardelli che punivano gli abusi dei ministri di culto guadagnandosi un’accusa di clericalismo. Era da pochi anni parlamentare quando venne nominato Commissario della legge 333 del 23 luglio 1881 per la costruzione di nuove opere stradali e idrauliche: in questa occasione sostenne che alla costruzione di detti lavori, dovevano concorrere lo Stato e le Province, mentre ne dovevano essere esentati i Comuni. Ebbe una parte di primo piano nella discussione per lo sgravio delle imposte fondiarie ed in quella per il dazio sul grano, per la quale fu relatore.
Sono altresì importanti il disegno di legge del 29 novembre 1891, «Colonizzazione della Sardegna utilizzando i beni ex ademprivili tuttora invenduti», il progetto di bonifica dell’Agro Romano e il provvedimento che autorizzava la Cassa Depositi e Prestiti a concederne i mutui di favore. Come ministro presentò il provvedimento per il chinino di Stato e un disegno di legge per gli infortuni sul lavoro, argomento di cui si era già interessato durante la sua carriera parlamentare. La prima relazione sul disegno di legge sugli infortuni del lavoro fu infatti presentata da Chimirri al Senato nella tornata del 13 aprile 1891 quando era ministro di Agricoltura, industria e commercio. La relazione della commissione infortuni sul lavoro che lo ebbe come presidente è invece del 4 dicembre 1895.  Il disegno di legge fu discusso al Senato l’anno successivo e infine ritirato. Fu appena sfiorato dallo scandalo della Banca romana, e fu accusato di non aver letto la relazione Alvisi Biagini o di averla insabbiata per la superiore ragion di Stato. Fu inoltre chiamato in causa dal figlio di Bernardo Tanlongo, Pietro, che interrogato sulle operazioni finanziarie che Achille Fazzari stava portando avanti con la Banca Romana per il funzionamento delle ferriere di Mongiana, dichiarò di aver avuto pressioni da alcuni ministri tra i quali Nicotera e Chimirri per l’elargizione di un prestito di £ 600.000. La relazione dei “sette”, presentata il 23 novembre 1893 confermò le ingerenze di uomini di governo nelle operazioni di Fazzari affermando che Chimirri, nella sua qualità di reggente il dicastero di sorveglianza speciale degli istituti di emissione, doveva astenersi dallo scrivere la lettera che Pietro Tanlongo inserì nel libro in difesa del padre.
Da meridionalista e sociologo si interessò ai problemi della Calabria e contribuì alla stesura delle leggi del 1906 e del 1908. Fu inoltre nominato Commissario governativo per la gestione del patrimonio e l’esercizio della tutela degli orfani del terremoto del 28 dicembre 1908 e il 14 gennaio 1909, in seguito al decreto col quale l’Opera nazionale di patronato «Regina Elena» per gli orfani del terremoto diventò Ente morale, venne nominato Presidente. Nel 1914 avversò l’interventismo di Salandra e si pronunciò a favore della neutralità dell’Italia nel primo conflitto mondiale. Nella Commissione parlamentare per l’esame dell’ordinamento e del funzionamento delle ferrovie dello stato, della quale fu nominato Presidente nel 1917, concluse i suoi studi con il voto di cedere all’industria privata circa 5.000 km di linee a scarso traffico.
Conclusa la sua esperienza ministeriale, fece parte dello schieramento liberale moderato e avversò la politica di Giolitti. Cominciò, allora, a dedicarsi agli studi storici e letterari, pubblicando, senza grande fortuna, anche saggi sulla musica di Cimarosa o sulla pittura di Mattia Preti. 
Nel corso della sua vita si interessò, anche di scultura monumentale come si evince dai discorsi per l’inaugurazione della statua dedicata a Ruggero Bonghi, opera di Enrico Mossuti, collocata a Napoli nell’omonima piazza, e di quella raffigurante Carlo Alberto opera di Raffaele Romanelli collocata a Roma nei giardini del quirinale. Fu promotore pure del monumento che Sambiase dedicò al filosofo Francesco Fiorentino, opera dello scultore serrese Giovanni Scrivo. Lo scultore Nicola Cantalamessa Papotti lo ritrasse in un busto in bronzo, oggi custodito a Catanzaro nella sede della biblioteca provinciale a lui dedicata. Alla fine della sua vita Chimirri si ritirò nella sua villa di Amato che aveva dotato di una cospicua biblioteca e anche di una quadreria, di cui faceva parte la grande tela di Andrea Sacchi raffigurante “L’ebrezza di Noè”, comprata in seguito alla liquidazione della Galleria Sciarra ma proveniente dalla Galleria Ruffo. Oggi la grande tela è custodita presso il Marca di Catanzaro.
Nel 1915 pubblicò per l’editore Hoepli La Calabria e gli interessi del Mezzogiorno, un’opera dedicata «Alla Calabria con affetto di figlio, con orgoglio di cittadino». Morì ad Amato all’età di 75 anni. (Domenico Pisani) © ICSAIC 2020

Opere

  • Musica gioiosa, in Aversa a Domenico Cimarosa, F. Giannini & Figli, Napoli 1901, pp. 104 ss.;
  • Pro Calabria, in «Nuova antologia», vol. C, serie IV, 16 luglio 1902;
  • Mattia Preti detto il cavaliere calabrese, Alfieri e Lacroix, Milano 1914 (con Alfonso Frangipane).
  • La Calabria e gli interessi del Mezzogiorno, Hoepli, Milano 1915-1919.

Nota biografica essenziale

  • Jole Lattari Giugni, I parlamentari della Calabria dal 1861 al 1967, Morara, Roma 1967, pp. 243-244;
  • Ferdinando Cordova, Massoneria in Calabria. Personaggi e documenti (1863-1950),Pellegrini, Cosenza 1998, p. 15;
  • Gaetano Cingari, Storia della Calabria dall’Unità a oggi, Laterza, Roma- Bari, 1982, p. 63;
  • Roberto Longhi, Recensione a Chimirri Bruno e Frangipane Alfonso, Mattia Preti detto il cavaliere calabrese, Milano Alfieri e Lacroix, 1914, in «L’arte», XIX, I, 1916, pp. 370-371;
  • Hettore Capialbi, La vita e l’opera di Bruno Chimirri, in «Archivio storico della Calabria», VI, 1918, pp. 233-258;
  • Giovanni Aliberti, Chimirri Bruno, in Dizionario Biografico degli italiani, vol. XXIV, Istituto dell’Enciclopedia Italiana fondata da Giovanni Treccani, Roma, 1980, ad vocem
  • Giacinto Pisani, Bruno Chimirri, in Il parlamento italiano, vol. VI, (1888 – 1901), Nuova Cei, Milano, 1989, pp. 603-604; 
  • Francesco Timpano, Uomini dimenticati: Bruno Chimirri, «Quaderni del Sud – Quaderni calabresi», 84-85, luglio-settembre 1995, pp. 35-38.

Aloisio, Raffaele

Raffaele, Pasquale, Antonio Aloisio [Aiello Calabro (Cosenza), 29 maggio 1800 – doc. fino al 1888]

Figlio primogenito di Benedetto, proprietario, e di Nicoletta Volpe, il resto della sua famiglia comprendeva il fratello Giuseppe e le sorelle Cecilia, Maria Teresa e Ippolita. 
Sulla vicenda umana e artistica di Aloisio, che alcune volte è stato anche confuso con un omonimo pittore aiellese del tempo, purtroppo permangono ancora molti vuoti documentativi riferiti sia al periodo giovanile che a quello degli ultimi anni della sua vita. Resta ancora da accertare, infatti, dove e come abbia acquisito la sua educazione artistica, che portò a termine già sin dalla metà del decennio degli anni Venti con scelte stilistiche assestate e ormai sature di esperienze formative, da connettere agli epigoni di un attardato classicismo eclettico e di maniera che, molto probabilmente, almeno in parte, assimilò anche a Napoli.
Nei suoi orientamenti stilistici di base riecheggiano modelli culturali della tradizione neoclassica del manierismo, del classicismo e del barocco seicentesco del Reni e del Guercino, del realismo caravaggesco, nonché vi assorbe suggestioni compositive barocche di derivazione giordanesca e solimenesca. 
L’artista, che si cimentò anche con successo nella tecnica dell’affresco, si dedicò soprattutto sul versante della pittura sacra, nella quale è riconoscibile la sua cifra stilistica e contenutistica, derivategli dalla cosiddetta pittura alla “maniera grande”, intesa come estrema continuazione di modelli figurativi del manierismo e del barocco. Di sovente dipinse le figure dei personaggi con le membra finemente tornite, quasi come fosse un altro segno distintivo della sua pittura, che si impongono visivamente all’interno del campo piene di peso compositivo, anche quando esse sono definite da un corpo longilineo e affusolato. 
Nell’ambito di questa sua prolifica e manierata produzione di opere, però, di volta in volta, ma soprattutto nel corso degli anni Quaranta, diede anche forma a un classicismo più canonico e felicemente ispirato, di ritrovato e pacato misticismo, quasi di intonazione lirica. Esso prende forma attraverso una densa tessitura cromatica  che contiene colori terziari, chiari  e pieni di luce, come per esempio rileviamo nella tela dell’Immacolata Concezione, 1847, Cosenza, chiesa del SS.mo Salvatore (già presso il monastero di S. Chiara) alla quale stilisticamente si richiama l’altro simile e omonimo soggetto mariano (1850) della chiesa di San Nicola di Blandifori di Dipignano. 
L’artista il 14 ottobre del 1824, ad Aiello, alla presenza del sindaco Alfonso Giannuzzi, con la dichiarata professione giuridica di pittore, contrasse matrimonio con la coetanea Teresa Corchio (figlia di Francesco e di Anna Chiarello), che da un anno era rimasta vedova, e senza figli, per la morte prematura del primo marito Vincenzo Civitelli. Dall’unione dei novelli sposi, due anni dopo, il 5 giugno del 1826, nacque la figlia Nicoletta, che poi morì il 24 agosto del 1888. 
Cronologicamente le sue prime opere risalgono al 1825, delle quali si ha traccia a Lago (CS) nell’ormai inagibile chiesa della  Madonna dei Monti (ad Nives). 
All’anno successivo (1826) risale la tela della Madonna del Carmine con due Santi oranti genuflessi e le Anime del Purgatorio, che si trova nella chiesa nuova di San Luca Evangelista di Vadue di Carolei, ad essa pervenuta dalla cappella della Madonna del Carmine del locale parco storico del Ninfeo.
Nello stesso anno 1826, di nuovo a Lago, eseguì le due opere (tondi): La Madonna del latte e LaMadonna col Bambino e San Giovanni Battista che si trovano nella sacrestia della chiesa della SS.ma Annunziata. Inoltre per lo stesso clero laghitano dipinse le opere raffiguranti LIncoronazione della SS.ma VergineLa Presentazione di Gesù al Tempio e Lo Sposalizio della SS.ma Vergine Maria. Altre sue opere si possono poi ammirare nella chiesa della Madonna della Consolazione di Cleto (CS), tra le quali La Madonna del Rosario e quella di San Giuseppe col Bambino, che furono eseguite dietro committenza privata di un membro della locale famiglia baronale Giannuzzi-Savelli. 
Alla prima metà degli anni Trenta è da collocare la bellissima tela della Madonna del Carmelo in gloria tra l’Angelo Gabriele e San Lorenzo martire, con anime Purganti, custodita nella chiesa della Madonna del Carmelo di Grimaldi (Cosenza).
Come pure sin dal 1835, e a seguire per circa un decennio, lavorò assiduamente anche a Rossano Calabro (Cosenza), realizzandovi varie opere a cominciare da quella raffigurante La Pentecoste(1835), che trova legami di continuità stilistica con la citata tela della Madonna del Rosario di Grimaldi. Ad essa fa seguito la tela dedicata alla martire Santa Lucia, del 1836, se non oltre, che evoca spunti compositivi del Guercino, ed è custodita nella chiesa cattedrale dedicata a Maria SS.ma Achiropita. Sempre per il clero rossanese poi, nel 1840, dipinse la tela del Martirio di Santa Filomena (chiesa di San Bernardino), nella quale con icastico verismo pervenne a verosimili e pregiati esiti di mimesi naturalistica. Altre sue opere, del 1843, sono custodite nella chiesa di San Nilo. 
Durante il decennio 1840-1850 fu ad Acri (Cosenza), dove nella volta della chiesa dell’Annunziata realizzò gli affreschi raffiguranti LAnnunciazioneL’Adorazione dei MagiLo Sposalizio della Madonna con San Giuseppe, mentre nella cupola dell’altare maggiore eseguì le figure dei Quattro Evangelisti, che nel 1950 furono restaurate dal maestro rosetano Emilio Iuso. Inoltre, per la stessa chiesa, dipinse il soggetto mariano di Nostra Signora di Guadalupe. La sua immagine, allungata e quasi stilizzata, con il volto che comunica un’espressione di mite e profonda dolcezza, viene mostrata dall’indio Juan Diego, impressa su un telo bianco.
Nel 1848 fece tappa a Corigliano Calabro. Qui dipinse La Madonna col Bambino fra i Santi Agostino e Antonio Abate (Oratorio della Confraternita dell’Addolorata), La Presentazione di Gesù al tempio e quella dell’Adorazione dei Magi (corridoio delle armi del castello dei baroni Compagna), che reca la firma con le sole iniziali dell’artista e proviene dal locale Santuario della Madonna di Schiavonea, nel quale attualmente si conservano le altre sue due tele Il Riposo della fuga in Egitto e La Gloria di San Giuseppe. Ad Ajello, suo paese natale, per la chiesa di S. Maria delle Grazie, dipinse l’interessante tavola della Madonna con Bambino (o delle Grazie) costruita con delicati toni di rosa e blu. In essa il colore, affrancato dai suoi ricorrenti toni scuri, si rinnova con una sapiente cromia luminosa, a sfumato, che dà forma alle figure con plastici volumi rotondeggianti e vibranti di viva carne. Nella stessa chiesa si conserva anche la tela di Santa Filomena, mentre in quella di San Giuliano troviamo tre affreschi e la tela della Madonna del Carmine. Nella sede municipale invece è custodita una coppia di Angeli oranti candelieri, che dallo stesso Comune fu acquistata anni addietro dal mercato antiquariale veneto. 
Del 1863 è la movimentata scena della tela dell’Assunzione della Vergine Maria che si trova sull’altare maggiore della chiesa di San Michele Arcangelo (cattedrale) di Cariati. 
Allo stesso periodo degli anni Sessanta sono da collocare alcuni dipinti che si trovano nel santuario della Madonna della Catena di Laurignano (CS), fra i quali quelli dedicati alle Visioni mistiche di Frà Benedetto Falcone da Grimaldi, come quello (con toni scuri) dal titolo Frà Benedetto genuflesso col Crocifisso e teschio e quello raffigurante Fra’ Benedetto e la Madonna della Catena con angeli e puttini (1862). 
Il mixer stilistico che scaturisce dalla fusione di elementi formali di cultura manieristica e barocca, viene ulteriormente esplicitato nelle tre pregevoli tele custodite nella chiesa matrice della Natività della SS.ma Vergine Maria, di Rotonda (PZ), i cui soggetti rappresentano la SS.ma Natività della Vergine (1871), la Madonna del Rosario (1872) e il Martirio di Santa Filomena (1872). Con lo stesso medium espressivo inoltre prende forma la grande tela (cm 350×200) della SS.ma Trinità(1871), custodita nella chiesa della SS.ma Trinità di Castrovillari. In essa l’artista rivisita i consueti modelli manieristici, con i corpi delle figure finemente torniti, allungati e dall’andamento esplicitamente spigliato, di cultura barocca. Sempre nella stessa chiesa poi si conserva la tela dell’Estasi di S. Teresa d’Avila, eseguita con un registro stilistico diverso, attraverso il graduale contrasto a sfumato tra luce e ombra, che fa eco al realismo caravaggesco. La sua esecuzione, riferita al 1889, rilevata da Trombetti nel 1989, si porta dietro però un rebus di collocazione temporale dato che l’artista si ritiene da più parti che sia morto prima del 1888. Nella stessa cittadina del Pollino, nella chiesa di San Francesco di Paola, si conserva anche la tela del Cristo deriso, 1870.
L’artista partecipò alla prima mostra della Camera di Commercio ed Arti di Cosenza, in esposizione dal settembre 1864 a gennaio del 1865, con le due opere Lot e le figlie, e La Resurrezione di Lazzaro, che furono assai lodate dal Padula. (Tarcisio Pingitore) © ICSAIC 2020

Nota bibliografica

  • Vincenzo Padula, Esposizione della Camera di Commercio, «Il Bruzio», I, 25 gennaio 1865, pp. 2-3;
  • Gian Luigi Trombetti, Castrovillari nei suoi momenti d’arte, Il Coscile, Castrovillari 1989, p. 98;
  • Giorgio LeoneRaffaele Aloisio a Corigliano«Il Serratore», V, 22, 1992, pp. 35-39;
  • Raffaele Borretti e Giorgio Leone, Raffaele Aloisio, in Ajello. Antichità e Monumenti. Guida storico-artistica (a cura di R. Borretti), II ed., Mit, Cosenza 2001, pp. 63-65;
  • Tarcisio Pingitore, Aloisio Raffaele in Rubens Santoro e i pittori della Provincia di Cosenza tra Otto e Novecento, a cura di Tonino Sicoli e Isabella Valente, Edizioni AR &S, Catanzaro 2003, p. 146;
  • Enzo Le Pera, Raffaele Aloisio, in Enciclopedia dell’arte in CalabriaOttocento e Novecento, Rubbettino, Soveria Mannelli 2008;
  • Maria Elda Artese, Raffaele Aloisio, tesi di laurea (Relatore prof. Giorgio Leone), Università della Calabria, a. a. 2009,
  • Lorenzo Coscarella, Aloisio: dalle radici aiellesi alle opere in provincia, «Parola di vita», 11 aprile 2013, p. 19; 
  • Bruno Pino, Le opere di Aloisio in mostra. Esposte le tele dell’artista nativo di Aiello, «Il Quotidiano del Sud», 2 luglio 2014, p. 49. 

Dragosei, Italo

Italo Dragosei [Corigliano Calabro (Cosenza), 2 marzo 1915 – Roma, 23 giugno 1973]

Giornalista, critico teatrale e cinematografico, scrittore, poeta (e attore), nacque da Francesco e da Angelina Garritano. Il padre, chiamato dai suoi concittadini «Don Ciccio», fu un vero protagonista della vita politica, civile e culturale di Corigliano tra fine Ottocento e primo trentennio del Novecento, essendosi impegnato nel giornalismo, nella politica, nell’editoria, nell’arte, creando condizioni di vita più civili; l’opera più duratura del cav. Francesco Dragosei, fu il periodico «Il Popolano», da lui fondato il 15 dicembre 1882 e portato avanti fino al maggio 1930, anno della sua morte. Italo si formò proprio nella redazione (un vero cenacolo) del giornale paterno, e nell’annessa famosa tipografia, acquistando perizia sia nella composizione sia nell’impaginazione. Sempre a Corigliano, negli anni giovanili, iniziò a occuparsi di giornalismo cinematografico, frequentando il cinematografo che il padre, da vero pioniere, aveva introdotto a Corigliano.
Nel 1936, ventunenne, si trasferì a Roma (dove il primo anno lavorò all’Istituto di Statistica) per esercitare la professione di giornalista, di critico teatrale e cinematografico. Suoi articoli sono già presenti su «Cinemagazzino» del 1938, siglati “d”. Dopo un primo periodo da correttore di bozze a «Il Popolo di Roma», di cui era redattore capo il coriglianese Vincenzo Tieri, iniziò a collaborare a «Star», firmando i suoi articoli con gli pseudonimi di “Roberto Pinna”, “Sei” e “Vice”. Sullo stesso giornale scrivevano, in quegli anni, Libero Bigiaretti, Giuseppe Marotta, Antonio Pietrangeli ed altri nomi noti. Più tardi diventerà redattore di «Film», diretto da Mino Doletti, e poi redattore-capo di vari settimanali specializzati di spettacolo, umoristici e di costume, come «Cinema d’oggi», «Il Travaso delle idee», «Giorno illustrato».
A Roma nel 1941 sposò Graziella Pinna che gli diede cinque figli (Roberto, Francesco, Fabrizio, Giovannella e Laura).
Dal 1959 al 1965 fu capo-servizio della terza pagina e critico teatrale e cinematografico di«Momento Sera» e del «Il Giornale d’Italia». Lavorò, inoltre, come soggettista e sceneggiatore, sia da solo, sia in collaborazione con noti autori e registi, come Pasquale Festa Campanile, Tino Scotti, Alessandro Blasetti, Vittorio De Sica e altri. Come attore recitò in Luci del varietà (1950) per la regia di Federico Fellini e Alberto Lattuada. Come sceneggiatore o soggettista, si ricordano Altri tempi di Blasetti (1951), I morti non pagano le tasse (1952) diretto da Sergio Grieco, In Italia si chiama amore(1963) per la regia di Virgilio Sabel. Fu amico di Giuseppe Marotta e conservò viva amicizia col commediografo Vincenzo Tieri, suo concittadino, operante come lui a Roma. 
Collaborando negli anni Quaranta al giornale umoristico «Marc’Aurelio», conobbe Federico Fellini, col quale ebbe un lungo sodalizio. Dragosei fu anche amico di Corrado Alvaro e di Ercole Patti. Politicamente, pur non prendendo parte attiva alla vita del partito, ebbe una certa preferenza per i socialdemocratici (quando Vincenzo Tieri e Guglielmo Giannini fondarono «L’Uomo Qualunque» mostrò di non condividere le loro idee).
Nonostante avesse trascorsa quasi tutta la sua vita a Roma, salvo pochissimi rientri al paese natale, Italo Dragosei non dimenticò mai la sua Corigliano e, da giornalista di fama nazionale, seguiva i periodici locali quali «Cor Bonum», «Il Rapido», «La freccia», «Jonipress», e si dimostrò sempre favorevole a riprendere la pubblicazione della testata «Il Popolano», una prima volta nel 1945 e, successivamente, nel 1971.
Francesco Antonio Arena (1907-1977), avvocato, docente di filosofia e giornalista, suo amico e compaesano, autore di diversi scritti sulla personalità e l’attività giornalistica di Italo Dragosei, così ne scrive: «Era un patito della verità; amava intervenire e difendersi con puntigliosità dagli strali polemici che non gli sono mancati per fatti e circostanze assolutamente insignificanti. Si appassionava alle cose del paese, agli avvenimenti e ai vari personaggi. Pur vivendo a Roma, è riuscito a mantenere un filo diretto con Corigliano, con i suoi lettori, con gli amici, e a perpetuare nel tempo il ricordo del proprio genitore che fu geniale e coraggioso». 
Come scrittore ha lasciato alcune opere alquanto significative.  Dal libro inchiesta In Italia si chiama amore (1963) che tratta di «fatti d’amore e di corna in Italia, fatti di cronaca, fatti che fanno ridere o sorridere, che sembrano partoriti dalla fantasia dell’autore, ma appartengono alla realtà quotidiana» (Cumino), a Don Giovannino in Calabria, apparso nel 1964  (ristampato tre anni dopo col titolo Un mezzo signore), un «viaggio della memoria intorno a un personaggio, Francesco Dragosei (il padre dell’autore), e al paese natio, Corigliano, che risvegliano nell’autore una nostalgica ed ironica partecipazione a fatti e personaggi della sua adolescenza» (Cumino), a I diritti dell’uomo(1969), opera poderosa (657 pagine), curata insieme al figlio Francesco, in cui viene tracciato un quadro cronologico delle conquiste sociali e politiche-maschili e femminili che l’umanità è riuscita a raggiungere nel corso dei secoli, e infine Dossier infarto (1972) un reportage sull’intervento subito dallo scrittore a Houston (Texas), dove colpito da infarto, si recò per essere operato al cuore dal noto chirurgo dott. Denton Cooley, pioniere dei trapianti di cuore. Nel 1973 venne selezionato per il «Premio Strega». Come poeta, invece, nel 1972 ha pubblicato La dolce invidia, raccolta 23 liriche, in cui «si avverte un’angosciosa riflessione sulla vita, fonte di dolore per il poeta e per il resto dell’umanità» (Cumino).
Tra i riconoscimenti avuti, una medaglia d’oro per il premio giornalistico Città di Roma (1961) mentre come scrittore si segnalano il «Premio Letterario Fanny Branca-La Parrucca» (1963) e il «Premio Dattero d’oro» al Salone dell’umorismo di Bordighera (1964).
Morì all’età di 68 anni a causa di un quarto e definitivo infarto all’ospedale San Camillio di Roma dove era ricoverato da alcuni giorni. Riposa nel cimitero Flaminio. Corigliano gli ha intestato una strada. (Franco Liguori) © ICSAIC 2020

Opere

  • In Italia si chiama amore, Editrice Aro, Roma 1963;
  • Don Giovannino in Calabria, La Parrucca, Milano 1964 (ristampato nel 1967 dalla casa editrice Bietti di Milano col titolo di Un mezzo signore);
  • I diritti dell’uomo, Marotta, Napoli 1969;
  • La dolce invidia, Rebellato, Padova 1972;
  • Dossier infarto, Bietti, Milano 1972;

Nota bibliografica

  • Vincenzo Paladino, Narratori calabresi del ’900, Peloritana, Messina 1982, p. 181;
  • Stroncato da infarto il giornalista Italo Dragosei, «Corriere d’informazione», 28 giugno 1973;
  • Francesco A. Arena, Italo Dragosei, a cura di Salvatore Arena, Editrice Libreria Aurora, Corigliano Calabro 2000;
  • Francesco A. Arena, Francesco Dragosei, a cura di Salvatore Arena, Editrice Libreria Aurora, Corigliano Calabro 2000;
  • Enzo Cumino, Gli scrittori di Corigliano Calabro (dal 1500 al 1997), Mangone Industrie Grafiche,Rossano Calabro 1997, pp. 364-372;
  • Enzo Viteritti, La pratica culturale dal primo dopoguerra ad oggi, in Fulvio Mazza (a cura di), Corigliano Calabro. Storia cultura economia, Rubbettino, Soveria Mannelli 2005, ad indicem;
  • Enzo Cumino, 1973: muore Italo Dragosei, «Mondiversi», XI, 6, 2013, p. 31.

Andreoli, Mario

Mario Andreoli [San Lucido (Cosenza), 21 agosto 1929 – Roma, 9 maggio 2016]

Primo figlio di Achille e Ida Lanza (del casato dei Lanza di Trabia principi di Scalea in Palermo), entrambi insegnanti, che diedero alla luce anche Anna e Fernando, dopo gli studi liceali presso un collegio romano durante il periodo bellico, si iscrisse alla facoltà di medicina e chirurgia e si laureò con il massimo dei voti e lode nel 1947. Allievo del prof. Cataldo Cassano, insigne docente di Patologia Medica presso la Clinica Medica dell’Università di Pisa, in seguito, per volere dello stesso Cassano, dal 1956 passò all’ateneo di Roma-La Sapienza (Patologia Medica e II Clinica Medica). È stato il primo endocrinologo italiano a essere invitato presso la Clinical Endocrinology Branch (N.I.A.M.D.) del National Institutes of Healt (N.I.H.), dove soggiornò e lavorò negli anni 1962 e 1963.
L’esperienza statunitense fu interessante e proficua e contribuì ad allargare gli orizzonti dell’attività di ricerca da parte dell’Andreoli, che al suo rientro a Roma costituì un gruppo di lavoro di elevato livello con altri studiosi di fisiopatologia tiroidea e, contemporaneamente, ottenne la libera docenza in endocrinologia. Il quinto Congresso mondiale sulla Tiroide fu da lui organizzato nel lontano 1965, proprio a Roma al suo rientro dagli Usa, e gli atti, ormai storici, sono ancora citati nella letteratura in quanto furono rapidamente pubblicati appena a sei mesi dalla conclusione dei lavori congressuali.
Nel 1970 diventò professore incaricato di endocrinologia all’Università di Sassari e, in seguito, dal 1980 al 2001 fu ordinario a «La Sapienza», (dal 2002 professore emerito). Nel 1970 ottenne la nomina di direttore del Centro di Fisiopatologia Tiroidea del Cnr, del quale fu anche fondatore, carica che mantenne sino al 1980. 
Contrasse matrimonio con la signora Vittoria, dalla quale ebbe un’unica figlia, Valeria. 
La sua attività di ricerca si focalizzò sul complesso insieme delle patologie tiroidee, ma non trascurò mai l’inquadramento delle problematiche specifiche legate alla ghiandola con la necessità di armonizzare le acquisizioni tecniche e scientifiche con le esigenze pratiche dell’endocrinologia clinica. Ai suoi allievi, all’Università, sottolineava spesso che l’endocrinologo deve fare capo a una estrazione internistica e rammentava la sua prima esperienza clinica all’Università di Pisa presso il reparto di malattie infettive, annesso all’Istituto di Clinica Medica, che lo portò a osservare patologie di vario genere che intese approfondire a livello endocrinologico studiando gli effetti del cortisone (spesso somministrato per via rachidea) sul decorso delle meningiti e di altre malattie infettive.
La sua carriera, costellata meritatamente di onorificenze, incarichi di prestigio, pubblicazioni di rilevanza internazionale, fu il logico riconoscimento della dedizione totale alla ricerca e all’attività clinica. Ebbe l’incarico di Segretario della European Thyroid Association dal 1967 al 1971 e di Direttore della II Scuola di Specializzazione in Endocrinologia a «La Sapienza».
Nel 1992 divenne presidente della Società Italiana di Endocrinologia, eletto all’unanimità al termine dei lavori del XXIV Congresso nazionale quando era già conosciuto ed apprezzato in Italia e all’estero, essendosi formato negli Stati Uniti d’America, nel campus della N.I.H. di Bethesda, nel Maryland. 
Con orgoglio, ma non senza umiltà, riteneva che l’endocrinologia italiana era giunta a livelli molto avanzati nel mondo grazie al continuo sforzo sperimentale e clinico sostenuto in quegli anni.
Queste sue affermazioni provenivano anche dai lusinghieri commenti di sue tesi e interventi presenti in oltre 300 pubblicazioni scientifiche sulle testate più prestigiose, tra le quali il «New England Journal of Medicine», il «Journal of Endocrinological Investigation», il «Current Opinion in Endocrinology and Diabetes e Thyroid», il giornale ufficiale dell’American Thyroid Association. La voce “tiroide” della prestigiosa Enciclopedia Treccani è stata redatta da lui, con riferimenti bibliografici, tra le altre, a diverse sue pubblicazioni. Andreoli privilegiò sempre, in occasione di simposi e altri eventi formativi e divulgativi, da presidente della Sei, con la consorella statunitense The Endocrine Society e con la European Federation of the Endocrine Societies, per un costante e reciproco confronto, ma curò collaborazioni sistematiche con altre, numerose e prestigiose, istituzioni mediche internazionali presenti in ogni continente. In particolare, però, gli venne riconosciuta autorevolezza e professionalità quando venne nominato, tra le altre cariche, responsabile del programma di scambi medico-scientifici tra l’Italia e gli Usa, coordinato dai ministeri dell’Università e della Ricerca Scientifica.
Attento allo sviluppo della tecnologia, si rese promotore di un avanzato sistema computerizzato, sin dagli anni novanta, per esami anatomochimici riguardanti i pazienti tireopatici, installato presso il Policlinico Umberto I a Roma.
Un professionista di elevata caratura, il prof. Andreoli, che il giornalista Cesare Lanza (cosentino, cugino per parte di madre) così descrisse in un suo ricordo: «Un professore esemplare, colto, curioso, rigoroso, ironico, pronto al confronto delle opinioni, rispettoso dei valori fondamentali nei rapporti umani e in una comunità civile». Un ritratto dell’Andreoli che pone l’attenzione sulle indiscusse qualità dell’uomo prima ancora che del medico e ricercatore. L’’Accademia dei Lincei lo ha festeggiato a conclusione della sua carriera accademica.
Tornava spesso in Calabria, ma sempre per brevi periodi, in forza dei suoi numerosi impegni, non trascurando i rapporti con la parentela, in particolare con l’avv. Ugo Andreoli di Acquappesa, al quale era molto legato.
Morì a 87 anni dopo una non breve malattia, confortato dalla moglie e dalla figlia. I suoi allievi e colleghi Massimino D’Armiento, Fabrizio Monaco e Alfredo Pontecorvi, che nel frattempo erano diventati specialisti e docenti universitari nell’area endocrinologica, lo hanno affettuosamente ricordato in occasione della sua scomparsa sui siti istituzionali dell’Università e del Policlinico Gemelli.
La cittadina di San Lucido gli ha conferito, con delibera del 14 maggio 1996, la cittadinanza onoraria motivata dal lustro che lo stesso ha dato alla comunità del centro tirrenico. (Letterio Licordari) © ICSAIC 2020

Opere principali

  • La tiroide: fisiopatologia, diagnostica molecolare, clinica e terapia, Il pensiero scientifico, Roma 2004; 
  • Manuale medico di endocrinologia e metabolismo, Il pensiero scientifico, Roma 2000;
  • Current topics in thyroid researchProcedings in the 5. International Thyroid Conference, Rome May 23-27-1965, (con Cataldo Cassano, a cura di), London Acamemic Press, London 1965 – Istituto di Patologia Medica Università di Roma, Roma 1965;
  • Highlights in molecular and clinical endocrinology (con Marian Shields), Ares Serono symposia, Roma 1994;
  • Advances in thyroid neoplasia 1981 (con Fabrizio Monaco e Jacob Robbins) Field educational Italia, Roma 1981
  • Tiroide, (voce), Enciclopedia Treccani, Roma 2000.

Nota bibliografica

  • Cesare Lanza, Mario Andreoli, www.cesarelanza.com, 10 maggio 2016.

Amantea, Giuseppe

Giuseppe Amantea [Grimaldi (Cosenza), 24 marzo 1885 – Roma, 6 settembre 1966]

Per riconoscimento generale considerato tra i più eminenti fisiologi e biochimici italiani del Novecento, nacque da Francesco Saverio e da Maria Nigro, una famiglia abbiente di Grimaldi. Fece gli studi ginnasiali e liceali al «Bernardino Telesio» di Cosenza dove ottenne la «licenza d’onore». Quindi seguì la famiglia a Roma e si iscrisse alla facoltà di medicina di quella università. Nel luglio 1910, a pieni voti, conseguì la laurea con una tesi sperimentale di fisiologia per la quale gli venne assegnato il «Premio Girolami». Intraprese subito la carriera accademica dapprima come assistente e quindi come aiuto del prof. Luigi Luciani, direttore dell’Istituto di fisiologia umana, formandosi al metodo sperimentale e dedicandosi a ricerche di neurofisiologia. Nel 1914, lavorando con cani, galli e piccioni, per potere attuare le sue ricerche sulla fisiologia della spermiogenesi nel cane ricorse all’artificio del «coito fittizio» e inventò la prima vagina artificiale.
Durante la Grande Guerra fu chiamato in servizio come medico nel XIII corpo d’armata, dove svolse compiti di docente nei corsi per gli ufficiali medici e di addetto all’organizzazione dei servizi sanitari sul Carso, tutte attività che gli valsero una croce di guerra e un encomio solenne. Terminato il conflitto, nel 1919 tornò come aiuto all’Istituto di fisiologia dell’ateneo romano. Formatosi al metodo e all’indagine sperimentale, continuò le sue originali ricerche.
In seguito a concorso, a decorrere dal 1° febbraio 1925, fu nominato professore «non stabile» di Fisiologia sperimentale all’Università di Messina, dove in seguito fu direttore dell’Istituto di Fisiologia fino al 1930, mantenendo, negli anni accademici 1924-1925 e 1925-1926, anche l’incarico di anatomia e fisiologia umana per gli studenti della Facoltà di Scienze. Dopo i cinque anni messinesi, dovette abbandonare la fisiologia perché nel 1931diventò membro del Comitato nazionale per la Biologia del Cnr e fu chiamato all’Università di Roma per occupare la cattedra di Chimica biologica. In questo nuovo ruolo accademico, come altri studiosi che avevano aderito al fascismo, finì per mettere la scienza al servizio dell’autarchica politica agricola del regime, studiando i problemi connessi con l’iponutrizione, il digiuno e la rialimentazione. Nel 1949, finalmente, tornò alla cattedra di Fisiologia umana e fu nominato direttore dell’Istituto, incarico che mantenne fino al 1955. Tra i suoi borsisti stranieri ebbe Otto Gauer uno dei più grandi fisiologi «cardiocircolatori» tedeschi (riflesso Gauer-Henry) e dell’impresa spaziale.
Utilizzando il metodo di Baglioni-Magnini, Amantea sviluppò in questi anni un’originale linea di ricerca sull’epilessia sperimentale riflessa. I risultati furono rilevanti e ancora oggi viene ricordata come «Epilessia di Amantea». In particolare, dimostrò la possibilità di indurre attacchi epilettici per mezzo della stimolazione chimica della corteccia cerebrale, mediante stricnina, unita a una stimolazione sensoriale specifica. È stato il primo a ipotizzare il concorso di più fattori nell’accesso epilettico (fattore predisponente, fattore preparante, fattore scatenante). I suoi interessi furono rivolti anche alla fisiologia della nutrizione e si occupò, in particolar modo, delle proprietà delle vitamine e dei meccanismi neurologici che inducono comportamenti alimentari specifici in risposta a determinati stimoli.
Autore di numerosissime pubblicazioni scientifiche, fu socio corrispondente dal 1950 e poi nazionale dal 1962 dell’Accademia nazionale dei Lincei, nonché socio ordinario dell’Accademia nazionale delle scienze detta dei XL, e di altre prestigiose accademie e società scientifiche italiane e internazionali.
Per raggiunti i limiti d’età, nel 1955 fu collocato fuori ruolo ma, nominato professore emerito, non smise di frequentare il laboratorio di fisiologia fino agli ultimi anni di vita. La sua cattedra, dopo un breve affidamento per incarico a Sergio Cerquiglini, fu assegnata a Gaetano Martino che era stato suo allievo a Messina.
Si spense a 81 anni. Pur non inattesa, la sua scomparsa destò commozione e rimpianto, specialmente tra i tanti allievi.
Una piazza del centro storico di Grimaldi è stata intitolata a suo nome. (Teresa Papalia) @ ICSAIC 2020

Tra i suoi lavori

  • A proposito dell’azione del curaro applicato direttamente sui centri nervosi: Risposta al prof. G. Pagano, Tipografia Galileiana, Firenze 1912;
  • Sulla capacità della fibrina e dell’elastina di fissare l’erepsina, Tip. Ditta C. Nava, Siena 1912.
  • La raccolta dello sperma del cane. Prime osservazioni sulla secrezione spermatica normale del cane. Nota 1-2, in Ricerche sulla secrezione spermatica, Tip. R. Accademia Dei Lincei, Roma 1914;
  • La prostata e la raccolta del secreto prostatico del cane, in Ricerche sulla secrezione spermatica, Roma, Tip. R. Accademia Dei Lincei, 1914;
  • Il metodo della locale stimolazione chimica nello studio dei centri corticali (con S. Baglioni), Nava, Roma 1914;
  • Sul Rapporto fra centri corticali del giro sigmoideo e sensibilità cutanea nel cane, Roma, Tipografia Regia Accademia Dei Lincei, 1915;
  • Un estesiometro semplice e pratico, Stabilimenti Poligrafici Riuniti, Bologna 1916;
  • Su un nuovo metodo di cura delle lesioni da solfuro di etile biclorurato (yprite), Tip. E. Voghera, Roma 1918;
  • Sul valore nutritivo del cosiddetto grano cintato o bianconato, Anonima Arti Grafiche, Bologna 1942;
  • Fisiologia e fisiopatologia della lattazione, Il Pensiero Scientifico, Roma 1950.

Nota bibliografica

  • Giuseppe Moruzzi, L’ epilessia sperimentale, N. Zanichelli, Bologna 1946;
  • Vittorio Zagami, Giuseppe Amantea, «Archivio Scienze Biologiche, 52, 2, 1968, pp. 167-82;
  • Gaetano Martino, Giuseppe Amantea (1885-1966), «Archivio Italiano di Biologia», 105, 4, 1967, pp. 597-604;
  • Gaetano Martino, Giuseppe Amantea. Discorso commemorativo pronunciato dal linceo Gaetano Martino, nella seduta a classi riunite del 21 giugno 1967, d’intesa con l’Accademia nazionale dei XL, Accademia nazionale dei Lincei, Roma 1967;
  • Tullio Manzoni, Amantea, Giuseppe, in Dizionario Biografico degli Italiani, Vol. 34, 1988;
  • Vittorio Zagami, In memoria di un Maestro. Giuseppe Amantea, «Sicilia Sanitaria», Nuova serie, 1966;
  • Giuseppe Amantea (1885-1966), «Archivio Italiano Biolologia», 105, 1967, pp. 597-
  • 604;
  • Vittorio Zagami, Giuseppe Amantea. 24-3-1885, Grimaldi (Cosenza) – 6-9-1966, Roma, «Archivio di Fisiologia», 65, 1967, pp. 117-128;
  • Fabrizio Eusebi e Robero Caminiti, L’istituto di Fisiologia, in Carla Serarcangeli (a cura di), Il Policlinico Umberto I. Un secolo di storia, Casa Editrice Università La Sapienza, Roma 2006.

Iannopollo, Cosimo

Cosimo Iannopollo [Siderno (Reggio Calabria), 27 settembre 1916 – 5 luglio 1998]

Figlio di Paolo, di professione marittimo navigante, e di Angela Francesca Iannopollo, sarta, trascorse nel paese di nascita gran parte della sua giovinezza, insieme ai genitori e al fratello Giuseppe futuro insegnante elementare in città. La sua fu una generazione che attraversò gli anni difficili del dopoguerra e del fascismo. Fece gli studi di base a Siderno.  Dopo il conseguimento del diploma di maturità classica, quale alunno interno del Liceo Classico «Ivo Oliveti» dì Locri, si iscrisse alla facoltà di Lettere dell’Università di Genova, una frequenza resa possibile dal fatto che in quella città ligure risiedeva una zia della madre. Allorquando questa mori, è stato giocoforza il suo trasferimento all’Università di Messina, dove si è poi laureato in materie letterarie solo a guerra finita, nel 1946.
Ha partecipato nel 1942, col grado di sottotenente di fanteria, alla campagna in Jugoslavia, dopo aver frequentato il corso preparatorio di Putignano e Noci in provincia di Bari con un nutrito gruppo di compagni calabresi (erano la maggioranza assoluta nel reparto). Tra loro c ‘era anche Aldo Moro, ritenuto un conterraneo per via della madre di origine cosentina. Completato il corso, ha frequentato la Scuola Allievi Ufficiali di Rieti, dopo di che, col grado di sottotenente di fanteria, ha partecipato alle operazioni militari in Slovenia prima e in Croazia poi.
Rientrato dalla guerra nel 1944 assieme a un gruppo di reduci approdò al Partito Socialista Italiano e fu eletto nel comitato direttivo della sezione. Riprese gli studi e all’Università di Messina e, come abbiamo visto, nel 1946 si laureò in Lettere. È stato ordinario di materie letterarie nella Scuola Media di Siderno per parecchi anni e, quindi, Preside nella Scuola Media di Monasterace.
Ma l’attività che l’ha visto maggiormente impegnato è stata quella politica e amministrativa in città e alla Provincia. Difatti, è stato Sindaco della Città di Siderno per 27 anni in tutto. Fu il primo sindaco dopo la caduta del fascismo, espressione  della lista «Concentrazione Democratica Popolare», formata da Pci, Psiup e Pri che, con l’aiuto anche di alcune famiglie della borghesia locale, vinse le elezioni del 24 marzo 1946. Eletto sindaco il 5 aprile e insediatosi il 13 successivo avrebbe dovuto essere un sindaco “a tempo” poiché la carica toccava al Pci, partito che aveva eletto più consiglieri (11 rispetto ai 7 socialisti) ma era lacerato al suo interno, è restò ininterrottamente per 24 anni, fino al 10 luglio 1970 quando fu eletto consigliere provinciale.
Alla Provincia ha ricoperto per sette anni l’incarico di assessore e, quando le mutate condizioni politiche hanno reso possibile la nomina di un socialista alla massima carica, è stato eletto Presidente, incarico che ha ricoperto dall’11 maggio 1977 al 3 giugno 1981, vale a dire fino alla scadenza del mandato politico e amministrativo che esercitò con lo stesso impegno e gli stessi principi degli anni in cui era stato sindaco della sua città, della quale aveva ridisegnato il volto. 
Si deve a lui, come presidente della Provincia,  l progettazione quindi la realizzazione della strada di grande comunicazione Jonio-Tirreno, una arteria che non solo ha avvicinato la Locride alla Piana di Gioa Tauro ma ha tolto da un isolamento secolare diversi paesi dell’interno.
Nel 1985, quando aveva già 70 anni, fu nuovamente chiamato alla carica di sindaco, alla guida di una giunta Psi-Pci-Dc, che mantenne fino all’11 marzo 1989. Durante questa sindacatura inaugurò l’Ospedale civile. Nel 1991 fu nominato Commissario Straordinario all’USL 24, che all’epoca gestiva anche l’ospedale, incarico da cui si dimise dopo poco più di un anno di intenso lavoro. Quella esperienza fu da lui considerata una delle più amare della sua vita.
Nel 1954 ha sposato la professoressa Maria Primerano dalla quale ha avuto 3 figli: Francesca, Brigida e Paolo, tutti e tre, a loro volta, sposati e con figli.
Colto da un malore in una afosa giornata di inizio estate del 1998, morì all’era di 81 anni nel compianto generale. Siderno per ricordarlo ha aggiunto il suo nome al Lungomare delle Palme, una delle tante testimonianze della sua lunga attività alla guida del comune. Il Comune ha finanziato una borsa di studio a lui intestata. (Leonilde Reda, sulla base di un volume commemorativo pubblicato nel 2000).

Opere

  • Cosimo Iannopollo, Testimonianze di un lungo impegno politico ed amministrativo, Arti Grafiche Edizioni, Ardore Marina 1985.

Nota bibliografica

  • Aristide Bava, Siderno. È morto ieri l’ex sindaco Cosimo Jannopollo, «Gazzetta del Sud», 6 luglio 1998;
  • Aristide Bava, Il lungo e costante impegno a favore della “sua” Siderno, «Gazzetta del Sud», 7 luglio 1998;
  • Lillo Scopelliti, Provincia in lutto. È venuto a mancare l’ex presidente Cosimo Iannopollo, «La Provincia di Reggio Calabria», luglio 1988:
  • Nicola Zitara, I tempi del giovane Iannopollo,  «Il Meridionale», agosto 1998;
  • Giuseppe Errico, Cosimo Iannopollo riposa nella sua Siderno, «Siderno – Notiziario dell’Amministrazione comunale», agosto-ottobre 1998;
  • Giuseppe Errico, Protagonisti del Novecento ionico, vol. II, Arti Grafiche Edizioni, Ardore Marina 1999, pp. 129-137.
  • Cosimo Iannopollo. 5 luglio 1998 – 5 luglio 1999, Amministrazione Comunale Siderno, Arti Grafiche GS, Ardore Marina 2000.

Giuliani di San Lucido, Francesco

Francesco Giuliani di San Lucido [Belmonte Calabro (Cosenza), 6 giugno 1836 – San Lucido (Cosenza), 21 settembre 1905]

Francesco Antonio Bernardo – questi i nomi allo stato civile – nacque a Belmonte Calabro da don Orazio, gentiluomo, capostipite della famiglia, e da Giovanna Pizzini, gentildonna originaria di Amantea. Era ultimo di 14 figli. Il padre, amministratore dei beni della famiglia Ruffo, era un ricco possidente e imprenditore (possedeva tra l’altro un allevamento di bachi da seta e una impresa per la lavorazione dei bozzoli) che nel 1840, con atto del 27 dicembre redatto dal notaio Francesco Antonio Osseo, comprò per 40 mila ducati tutti i beni di Vincenzo Ruffo, discendente del cardinale-condottiero, situati in San Lucido e nella provincia di Cosenza, tra cui il castello di San Lucido, che mutò in palazzo di famiglia e da allora divenne noto come «Castello Giuliani».
Francesco era ancora bambino, dunque, quando dall’imponente palazzo nobiliare del Rivellino di Marina di Belmonte la famiglia si trasferì nel Castello di San Lucido. Poco si conosce sulla sua infanzia e giovinezza. Sposato con Concetta Francesca Maria Alimena non ebbe figli.
Seguendo le tradizioni familiari fu benefico verso poveri e bisognosi e si adoperò anche per sostenere istituti di beneficenza.
Sostenne attivamente e concretamente anche i movimenti risorgimentali e, dopo l’Unità d’Italia, fu più volte sindaco di San Lucido, lasciando un buon ricordo della sua attività. Donò, tra l’altro, i suoli per realizzare la sede e la cappella della Società operaia.
Nel 1880, su proposta del ministro dell’interno, fu nominato Cavaliere, quindi Cavaliere ufficiale come benemerito dell’industria e subito dopo Commendatore dell’Ordine della Corona d’ItaliaIl 12 giugno 1881 (XIV legislatura) entrò per censo a far parte del Senato nella categoria 21, cioè persone che da tre anni pagano tremila lire d’imposizione diretta in ragione dei loro beni o della loro industria. La sua nomina fu convalidata l’8 luglio successivo, relatore il senatore Francesco Pallavicini. Due giorni dopo prestò giuramento e lo stesso giorno fu accolto in Senato. Nello stesso anno fu nominato presidente del Comitato circondariale di Paola incaricato di coadiuvare la Reale Commissione d’inchiesta sulle Opere pie.
Già gravemente malato, morì a 70 anni nel settembre 1905 a San Lucido, nel sontuoso Palazzo di Via Umberto I. Il suo castello era stato distrutto pochi giorni prima dal violento terremoto che fece lutti e rovine in molte aree della Calabria, episodio che «diede l’ultimo crollo all’affievolita sua esistenza». Il Senato lo commemorò alla ripresa dei lavori il 5 dicembre successivo con l’intervento del presidente dell’Assemblea Tancredi Canonico («Il Senato ha perduto un degno collega: quelle popolazioni hanno perduto un grande ed amato benefattore») e del presidente del Consiglio Alessandro Fortis.
Consigliere comunale di San Lucido fino al momento della sua morte, nella seduta dell’assise del 30 ottobre successivo fu commemorato dal sindaco Battista Cavallo, «con brevi, adatte e commoventi parole… ricordando i benefici fattu a questi cittadini». In effetti, ricordò il sindaco nell’occasione, «l’illustre defunto, anche negli estremi suoi momenti, si ricordò dei poveri di San Lucido e volle legare agli stessi in perpetuo la sua beneficenza».
Con testamento pubblico redatto dal notaio Melicchio il 17 settembre 1905 lasciò al Comune di San Lucido un legato perenne di 250 lire del tempo «perché a cura della Giunta Municipale e di due notabili del paese siano annualmente distribuite alle persone povere e bisognose di San Lucido; ovvero servano per due maritaggi annui, sorteggiabili fra le fanciulle povere e oneste, native di San Lucido», da assegnare ogni 20 settembre.
A lui, ancora in vita, il cappuccino Padre Giacinto da Belmonte dedicò il libro I Poveri e i Ricchi, che intendeva essere una risposta all’ideologia socialista che si stava diffondendo tra i ceti contadini e operai.
È stato tumulato nella cappella della Società Operaia che aveva beneficiato in vita. La cittadina tirrenica lo ricorda con una via a lui intestata. (Pantaleone Andria) © ICSAIC 2020

Nota bibliografica

  • Gazzetta Ufficiale del Regno d’Italia, n. 159, 9 luglio 1881, Senato del Regno, p. 2817;
  • Senato del Regno, Atti parlamentariDiscussioni, 5 dicembre 1905, p. 2327;
  • Francesco Pellegrino, San Lucido antico paese del Sud, Grafiche Calabria, Amantea 1998, pp. 117-118.

Nota archivistica

  • Comune di San Lucido, Registro degli atti di morte, atto n. 57 del 22 settembre 1905:
  • Comune di San Lucido, Verbale di deliberazione del Consiglio comunale del 30 ottobre 1905.

Alfano, Andrea

Andrea Alfano [Castrovillari (Cosenza), 6 aprile 1879 –  Roma, 9 settembre 1967]

Nasce da Giovanni e Rosa Bellizzi, entrambi sarti. Riconosce precocemente le sue attitudini artistiche e da più parti è incoraggiato a educare il suo talento in Accademia. Prima di partire per Roma, conosce e ammira le opere dei coloristi napoletani e dei poeti del Gran Caffè Gambrinus.
Nel 1902, la Deputazione Provinciale di Cosenza elargisce in suo favore la borsa di studio del Legato Pezzullo, usualmente destinata a chi, tra i meritevoli, decideva di proseguire gli studi all’università. Grazie al sussidio, ottiene di recarsi a studiare all’Istituto di Belle Arti di Roma. Si lega ad Antonio Mancini (1852-1930), grande autore della scuola morelliana, dal quale apprende la costruzione cromatica del ritratto e le soluzioni luministiche. Alfano, tuttavia, rigetta presto e con decisione la formazione accademica, abbandonando i corsi per dedicarsi allo studio autonomo dei grandi capolavori conservati nei musei romani. Il maestro seguita, tuttavia, a firmare i suoi certificati di frequenza dell’Accademia, in modo da consentirgli di continuare a percepire le mensilità della borsa di studio, e lo introduce nella società artistica romana, assicurandogli un proficuo confronto con autori e mercanti d’arte di notevole fama nel panorama internazionale: tra gli altri, gli spagnoli Zuloaga e Anglada e John Sargent; gli antiquari Ugo e Augusto Jandolo. Frequenta il Caffè Greco di via Condotti e s’inserisce nel circuito artistico della città, aprendo un piccolo studio in via Margutta. Qui si esprime esibendo qualità stilistiche peculiarissime. Sensibile al realismo meridionale e memore delle vie impressioniste di dissoluzione dell’immagine, Alfano ne mutua temi e modi, accentuando l’effetto strutturante del colore.
Nel 1908, alla morte della madre, torna in Calabria e sperimenta un momento di ritirata sofferenza. Nello stesso anno è, comunque, presente alla LXXVIII Esposizione Internazionale della Società Amatori e Cultori di Belle Arti di Roma, a fianco a nomi affermati nella situazione contemporanea dell’arte italiana, tra cui Balla, Sartorio e Carlandi. Negli anni seguenti, partecipa con successo di critica e di pubblico a importanti mostre come l’Esposizione Internazionale di Roma (1911), alla quale, per aumentare le possibilità di esservi ammesso, Alfano si propone con il nome straniero di Albert Isvolski, accedendo alla Sala internazionale; l’Esposizione della Società Rinascimento Artistico Meridionale (1916); la Mostra del Bianco e del Nero di Roma (1917); la Biennale Romana Internazionale; la Biennale di Napoli (1921); la Biennale Meridionale di Bari (1923); la I Mostra d’Arte dell’Associazione Calabrese di Roma (1929), inaugurata da Marinetti. Il secondo decennio del Novecento è straordinariamente fecondo per l’artista e la sua notorietà è incrementata da due vendite importanti. Nel 1915, infatti, l’allora direttore delle Antichità e belle arti, Corrado Ricci, acquista un suo autoritratto per la Galleria Pitti di Firenze. La ricostruzione della vicenda collezionistica di questo dipinto evidenzia un passaggio agli Uffizi e si interrompe al trasferimento presso la Pinacoteca Comunale di Ravenna, dove sarebbe andato perduto durante gli eventi della Seconda guerra mondiale. Nel 1922, invece, la Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma acquista Il Fornaciaro (1920-1921).
Nel 1920 partecipa alla prima Biennale Calabrese d’Arte Moderna, organizzata a Reggio Calabria da Alfonso Frangipane (1881-1970), che nella successiva edizione del 1922 gli dedicherà una sala personale, dove vengono esposte circa 50 opere. È questo anche l’anno del suo matrimonio, dopo lunghi anni di fidanzamento, con Virginia Bruno (lui ha 43 anni, lei 36). Nello stesso periodo realizza un grande dipinto, di 5 metri per 4, destinato al Palazzo del Governo di Reggio Calabria, che rappresenta la ricostruzione della città dopo il tragico terremoto del 1908. Sarà presente ancora nella Biennale calabrese del 1926.
Nel corso degli anni Trenta, si occupa con maggiore dedizione della sua produzione poetica, ma la sua presenza nelle più importanti occasioni dell’arte contemporanea ne ha già fatto un pittore apprezzato e largamente conosciuto. Esce la prima raccolta di componimenti, Pars parva (1936); ne seguiranno diverse altre tra gli anni Cinquanta e Sessanta:Solitudini, 1948; Sillaba, 1950; Sillaba eterna, 1963. È del 1933, invece, il ritratto della regina Elena, commissionato dall’Istituto George Eastman. Durante il ventennio fascista, d’altra parte, per la sua ostilità al regime, Alfano si allontana dagli ambienti ufficiali della cultura e fa ritorno a Castrovillari, dove abita per tutta la durata della guerra. Si rifiuta di ritrarre il duce e predilige i soggetti di carattere popolare (Pitt’azzaruGussuDolcedorme) che fanno parte delle sue tipiche scelte iconografiche dei periodi castrovillaresi.
Nell’Italia della Repubblica, Alfano riprende a esporre con frequenza: dopo l’importante collettiva presso La Conchiglia di Roma nel 1945, partecipa nel 1946 alla I Biennale Nazionale di Palermo, in un rinnovato clima politico che restituisce al pittore la fiducia nelle organizzazioni istituzionali dell’arte. Nel dicembre 1949, diventa socio onorario dell’Accademia Cosentina. Tra il 1949 e il 1950, esegue il ritratto di Aldous Huxley, il quale ha modo di dimostrarne l’apprezzamento con una lettera del 20 luglio 1950, che faceva parte del carteggio alfaniano donato a Castrovillari nel 1968 insieme a 134 opere pittoriche, secondo le prescrizioni del suo testamento olografo datato al 19 maggio 1967.
Nel 1949, in occasione del suo settantesimo compleanno, gli vengono tributate onoranze nazionali, con il partecipato interesse delle maggiori cariche dello Stato e dei critici che da lunghi anni seguivano la sua attività. In questa circostanza viene allestita una sua importante mostra personale nel Palazzo Marignoli di via del Corso, a Roma. Nel 1954, riceve il titolo di Grand’Ufficiale al merito della Repubblica Italiana da Luigi Einaudi. Nel 1964, realizza un ritratto dell’allora Presidente della Repubblica, Antonio Segni. Dedica gli ultimi anni alla scrittura e dipinge per sé e per i propri amici. Muore a Roma all’età di 88 anni
Lungo il decennio che segue alla sua morte, la città natale si dimostra sensibile alla conservazione della memoria e dell’arte di Alfano attraverso una serie di mostre, premi di pittura e dibattiti critici, organizzati principalmente dalla galleria d’arte Il Coscile ogni anno, in occasione dell’anniversario della scomparsa dell’artista. Nel 1985 viene istituita a Castrovillari la Pinacoteca che porta il suo nome, in seguito alla donazione voluta dall’artista prima della sua scomparsa. Nel 1999, il Comune di Castrovillari acquisisce una donazione di 59 sue opere pittoriche e scultoree da Luigi Grisolia e, dallo stesso, acquista l’olio su cartone del 1893-1898 intitolato Il cinico. Nel 2002 la Pinacoteca Andrea Alfano viene organizzata in un nuovo allestimento presso il Protoconvento Francescano Pietro Cathin.
Molte opere di Alfano sono rimaste in Calabria e sono state acquisite dai musei locali. Oltre alla Pinacoteca di Castrovillari, il Museo d’Arte dell’Otto e Novecento di Rende conserva un Ritratto degli anni Trenta; Il cerinaio, olio su tela del 1920, è di proprietà dell’Amministrazione provinciale di Cosenza; un discreto numero di suoi dipinti compone la Pinacoteca a lui intitolata dal Comune di Saracena. (Annalisa Laganà) © ICSAIC 2020

Scritti

  • Pars Parva. Poesie, Edizione dell’Autore, Roma 1936;
  • Solitudini. Poesie, Edizioni Cenacolo, Roma 1948;
  • Sillaba. Poesia nuova, Edizioni E.S.A., 1950;
  • Sillaba eterna. Poesie, Tipografia Pro, Roma 1963;
  • Le mie scoperte nel Giudizio universale di Michelangelo, Tipografia Pro, Roma 1964.

Nota bibliografica essenziale

  • Alberto Bragaglia, Il pittore Andrea Alfano, «Brutium», 15 dicembre 1924;
  • Cipriano Efisio Oppo e Giuseppe Selvaggi, Andrea Alfano, Edizioni Esa, Roma 1950;
  • Salvatore Taliento, Biografia di Andrea Alfano, Tipografia Pro, Roma 1965;
  • Adriana De Gaudio, Andrea Alfano, Fasano, Cosenza 1980;
  • Giuseppe M. Maradei, La pittura dell’anima. Appunti sul Maestro Andrea Alfano con stralci di un’intervista inedita all’avv. Mario Cappelli, Amministrazione Comunale di Castrovillari, 1988;
  • Gianluigi Trombetti, Castrovillari nei suoi momenti d’arte, Il Coscile, Castrovillari 1989;
  • Giuseppe Selvaggi e Isabella Laudadio, Pittura e ventura di Andrea Alfano. Note scritte e parlate (1941-1988). Catalogo e ricerche, Il Coscile, Castrovillari 1989;
  • Gianluigi Trombetti e Carlo Maradei, Saracena, Il Coscile, Castrovillari 1990;
  • Gianluigi Trombetti (a cura di), Castrovillari. Appunti di storia e di arte, Il Coscile, Castrovillari 1991;
  • Luigi Grisolia, Andrea Alfano. Il pittore dell’essenza, Gangemi, Roma 1996;
  • Vittorio Cappelli, La Calabria rappresentata. Un’idea di regione nella produzione artistico-letteraria e nell’elaborazione intellettuale in Piero Bevilacqua (a cura di), Storia della Calabria, vol. V, Laterza, Roma-Bari 2001;
  • Gianluigi Trombetti, Castrovillari. Guida storico-artistica, Amministrazione comunale di Castrovillari, 2001;
  • Enzo Le Pera, Arte di Calabria tra Otto e Novecento. Dizionario degli artisti calabresi nati nell’Ottocento, Rubbettino Soveria Mannelli 2001;
  • Enrico Crispolti e Tonino Sicoli (a cura di), Andrea Alfano. 1879-1967, Rubbettino, Soveria Mannelli 2002;
  • Alessandro Masi e Tonino Sicoli, (a cura di), La divina bellezza. La Calabria artistica e il Novecento italiano, Ar&s, Catanzaro 2002;
  • Vittorio Cappelli, Forme e percorsi della vita culturale nel Novecento, in Fulvio Mazza (a cura di), Castrovillari. Storia, cultura, economia, Rubbettino, Soveria Mannelli 2003;
  • Anna Cipparrone (a cura di), Cosenza e le arti. La collezione di dipinti dell’800 della Provincia di Cosenza (1861-1931), Mam, MiBac, Provincia di Cosenza, 2013;
  • Enzo Le Pera, Enciclopedia dell’arte di Calabria. Ottocento e Novecento, Rubbettino Soveria Mannelli 2008;
  • Tonino Sicoli (a cura di), In penombra. Andrea Alfano nella collezione Di Vietri, Gangemi, Roma 2015;
  • Vittorio Cappelli, Andrea Alfano e la Calabria artistica del primo Novecento, in Id., Personaggi, viaggi e libri altrui, Rubbettino, Soveria Mannelli 2020.

Arcieri, Maria

Maria Arcieri [Castrovillari (Cosenza), 30 aprile 1895 – Roma. 7 luglio 1965]

Di famiglia molto modesta, nacque da Nicola, calzolaio, e Carmela Tocci, filatrice, fu dichiarata allo stato civile con il nome di Mariafrancesca. Era sorella maggiore di Giovanni Piero, un noto tisiologo e storico della medicina emigrato nel 1923 subito dopo la laurea e affermatosi negli Stati Uniti (morì a New York nel 1976). Dopo le elementari e gli studi medi, grazie ai sacrifici della famiglia Maria fu avviata agli studi classici a Castrovillari e lì prosegui a Taranto e infine a Napoli. Successivamente si trasferì a Roma, dove nel 1921 si laureò in Medicina e chirurgia con il massimo dei voti e la lode. La sua tesi di laurea sulla biochimica ematica fu selezionata per il prestigioso premio della Fondazione Girolami, riportando una menzione d’onore. Già negli ultimi anni universitari è stata alunna interna del professore Ernesto Pestalozza, senatore del Regno, titolare della clinica ostetrica e ginecologica e della scuola di perfezionamento, impegnato nella tutela della maternità e dell’infanzia. Dopo la laurea, svolse per sette anni, dal 1921 al 1928, il ruolo di assistente volontaria nella Clinica ostetrica e ginecologica dell’università romana dove poté eseguire numerosi interventi, e dove, inizialmente sotto la guida del professor Paolo Gaifami che nel 1923 fu chiamato come professore all’Università di Sassari, si dedicò alla ricerca istologica apportando un notevole contributo nel campo della diagnostica medica. Sosteneva, e a buona ragione, che nel «quotidiano progresso della medicina non vi è dubbio che un notevole contributo alla clinica è stato apportato dalle ricerche di laboratorio, specie nel campo della diagnostica medica», perché con le comuni indagini semeiotiche e cliniche, la diagnosi precoce è molto difficile. 
In questi anni studiò anche in Centri di ricerca europei all’avanguardia. A Vienna frequentò la clinica e i corsi di Sigmund Freud, nonché di Constantin J. Bucura, Bonvicini, Bauer e Stranski, ottenendo nel novembre 1923 il diploma di perfezionamento.
A Roma, due anni dopo si iscrisse al corso di specializzazione e nel 1928 ottenne il diploma con il massimo dei voti (70/70). Dal 1923 al 1927 diresse il servizio ostetrico-ginecologico nell’Istituto medico chirurgico Prati a Roma. Nel 1929, grazie anche ai suoi contributi alla diagnosi di complicate situazioni come la tubercolosi dei genitali nell’infanzia e suoi postumi nell’età adulta e allo studio della gravidanza extrauterina recidivante, ottenne la libera docenza di Clinica ostetrico ginecologica conseguendo l’abilitazione con decreto ministeriale del 31 marzo 1930, prima e unica donna fino al 1936 con tale riconoscimento scientifico. Con Decreto ministeriale del 5 febbraio 1936 tale abilitazione per l’insegnamento presso le università e gli istituti superiori le venne confermata in via definitiva, sebbene avversata in ambito accademico perché qualcuno riteneva assurdo conferire a una donna il «professorato» di una specialità chirurgica. Fu la prima donna, tuttavia, a insegnare Ostetricia e ginecologia in una università italiana. Socia della Società italiana di Ostetricia e ginecologia, dal 1930 in poi fu anche consulente dell’Opera nazionale maternità e infanzia.
Il 16 luglio 1931, contrasse matrimonio con Italo Remo D’Alessandria, più giovane di lei di cinque anni anch’egli originario di Castrovillari, un immobiliarista, costruttore e produttore cinematografico con il quale ebbe una figlia, Franca Paola.
Testimonianza della sua attività scientifica, iniziata già nel 1921 e continuata senza interruzione negli anni successivi, si ritrova in diverse riviste specialistiche di medicina, da «Folia gynaecologica», a «Rassegna di ostetricia e ginecologia», da «La clinica ostetrica», agli «Atti della società italiana di ostetricia e ginecologia», alla «Rassegna di ostetricia e ginecologia» e altre ancora. 
È morta nella sua villa di Ostia nel luglio 1965 all’età di settanta anni, in seguito a una lunga malattia, e per suo espresso desiderio i funerali si svolsero in maniera molto semplice. Tra i numerosi telegrammi di cordoglio giunti alla famiglia quello dell’ex re Umberto di Savoia e del rettore dell’ateneo romano che la definì «valorosa ed apprezzata docente». Il 15 dicembre successivo venne ricordata in una cerimonia all’università dalla prof. Adele Pirani, docente di Pediatria, sua amica e collega.
Castrovillari la ricorda con una via intestata a suo nome. La sua figura è stata ricordata anche nella Mostra «Donne e Mestieri nel ’900. La lunga storia delle donne italiane e del lavoro. Da Trieste, a Lagonegro a Castrovillari», che si è svolta nel marzo 2019 nella città del Pollino. (Leonilde Reda) © ICSAIC 2020


Nota bibliografica

  • Francesco Russo, Gli scrittori di Castrovillari. Notizie bibliografiche, Tipografia Patitucci, Castrovillari, 1952 (II ed. con aggiunte e aggiornamenti, Edizioni Prometeo, Castrovillari 1991), pp. 13-14;
  • Mario Minervini, Maria Francesca Arcieri, la prima donna italiana docente universitaria di Ostetrica, «Corriere di Roma», dicembre 1997;
  • Angelo Filomia, Castrovillari. Cent’anni della nostra storia, Ecofutura, Castrovillari 1999, ad indicem;
  • Maria Zanone, Ruolo femminile, società e territorio in Castrovillari antica, ed. Arte26, Castrovillari 2001, ad indicem.

Nota archivistica

  • Comune di Castrovillari, Registro dei nati, atto n. 129, anno 1895;
  • Comune di Roma, Registro dei matrimoni, atto n. 1520, p. II, s. A, anno 1931;
  • Comune di Roma, Registro dei morti, atto n. 37, vol. I, p. I, s. I, anno 1965.

Nota

  • Si ringrazia per la preziosa collaborazione il sig. Fedele Di Mare, la prof. Ines Ferrante, l’avvocato Cristina Cosentino e la Pro Loco di Castrovillari.

De Luca, Raffaele

Raffaele De Luca [S. Benedetto Ullano (Cosenza), 24 marzo 1874 – Roma, 6 aprile1949]

Nacque a Marri, frazione di San Benedetto Ullano, da Florindo, bracciante, e da Mazzuca Pasqualina, filatrice, i quali, nonostante le umili condizioni, riuscirono a far laureare i figli Alberto, in Lettere, e Raffaele che studiò a Napoli dove si laureò in Giurisprudenza. Fin da giovane professò idee anarchiche e poi socialiste e comuniste. La prima informativa nei suoi confronti è della prefettura di Cosenza del 22 ottobre 1895. Nel marzo 1896, trovandosi a Napoli dove frequentava l’università, fu denunciato per violenza contro gli agenti della forza pubblica in occasione di una dimostrazione anti-africanista tenuta il 3 marzo al teatro «San Carlo», venendo assolto il 18 novembre successivo dal tribunale. Nel 1897 il suo nominativo era incluso in un elenco di anarchici posseduto da Errico Malatesta. 
A Paola, dove risiedette, sposò Maria Mannarino, prese parte alla fondazione della sezione socialista, fu in contatto con l’avvocato Pietro Mancini e fu anche fu amministratore comunale. 
Nel 1908, risulta tra i componenti di un «Triangolo» massonico, autorizzato su richiesta della loggia bruzia «De Roberto», in compagnia di Vincenzo Baroni e Giuseppe Ciachero. Nel 1912 venne costituita la loggia «Germinal» a cui aderirono complessivamente 37 iniziati, loggia molto attiva negli anni che vanno dal 1913 al 1915, operando presumibilmente fino al 1919 perché, il 1920 non compare più nell’ annuario massonico. 
Partecipò alla furibonda rissa tra popolari e socialisti scatenatasi il primo maggio del 1920 a Paola durante la quale venne ucciso il capolega cattolico Nicola De Seta e vi furono numerosi feriti tra cui egli stesso con una prognosi di 19 giorni. Fu arrestato e scarcerato. Assessore anziano nella disciolta amministrazione comunale radicale, fu candidato Socialista alle elezioni politiche del 1921. Zio di Florindo De Luca, antifascista cosentino, fu tra i pionieri del movimento socialista in Calabria, diventando popolarissimo a Paola, dove esercitava la professione di avvocato, e nei paesi della costa tirrenica cosentina sia per le sue grandi doti di umanità che per il suo coraggio e per l’infaticabilità con la quale diffondeva i suoi ideali di libertà e di giustizia sociale. Nel luglio 1923 subì un’altra aggressione fascista, rimanendo ferito. Così si espresse Pietro Mancini in una interrogazione parlamentare (atti parlamentari del 10-7-1923): «Alcuni militi sottoposti a giudizio penale per violenza privata aggrediscono l’avv. De Luca percuotendolo ferocemente per vendicarsi dell’ assistenza professionale che sospettavano prestasse al Rozza» (un perseguitato dei fascisti). In seguito capeggiò tutte le lotte che si svolsero nel circondario paolano, da quelle contadine a quelle dei ferrovieri. Fu più volte aggredito, ferito, arrestato, sottoposto ad angherie di ogni genere. Nel gennaio 1930, recatosi a Napoli per motivi di lavoro, fu fermato in quanto si stavano celebrando le nozze del principe di Piemonte, anche se il gerarca fascista lo considerava «innocuo», un «vecchio socialista ormai sfiatato». Avendogli i fascisti di Paola dato l’ostracismo nel 1941 dovette trasferirsi a Roma dove diede vita al gruppo comunista «Scintilla» con Ezio Lombardi, Francesco Cretara, Orfeo Mucci, Pietro Battara, Aladino Govoni.
Nell’agosto del 1943 fu tra i fondatori del Movimento Comunista d’Italia, un gruppo trotzkista di cui fu a capo, i cui fondatori si riunivano nel suo appartamento di via Belluno, e divenne direttore del giornale «Bandiera Rossa»,  organo del movimento. Fu uno dei principali organizzatori della distribuzione di volantini antifascisti davanti ai cinema romani. Arrestato il 4 dicembre 1943, a seguito di una delazione, fu rinchiuso a Regina Coeli, con l’accusa di stampa clandestina e organizzazione di bande armate. Interrogato, ammise orgogliosamente tutte le proprie responsabilità e il 24 gennaio del 1944 fu condannato a morte dal Tribunale militare di guerra tedesco. Rifiutò di firmare la domanda di grazia, ma riuscì ugualmente a sfuggire all’esecuzione perché, grazie all’aiuto di alcuni antifascisti che operavano all’interno del carcere, fu dichiarato «intrasportabile» al luogo della fucilazione, a causa di una malattia.
Uscì dal carcere il 4 giugno, il giorno della liberazione di Roma. Nel dopoguerra continuò a militare nelle file del Movimento comunista d’Italia, fino al suo scioglimento nel 1946. Riconosciuto partigiano combattente,  nel 1947, a 73 anni, chiese l’iscrizione al Partito comunista italiano. La federazione romana accolse la sua domanda ma la Direzione nazionale la respinse perché non era stata presentata seguendo le regole statutarie. Umiliato dal rifiuto, De Luca si ritirò a vita privata. Morì due anni dopo. La «Casa del Popolo» di Paola stata intitolata a suo nome. Molto legato a lui, fu il nipote Florindo De Luca. Tale rapporto contribuì in maniera determinante alla formazione delle idee politiche di quest’ultimo che ben presto abbracciò l’ideale socialista. (Questa voce è stata redatta sulla base di una biografia di Angelo Pagliaro, socio dell’Icsaic e apprezzato studioso, scomparso prematuramente l’8 giugno 2019) © ICSAIC 2020

Nota bibliografica 

  • Pietro Mancini, Il Partito socialista nella Provincia di Cosenza (1904-1924), Pellegrini, Cosenza 1974, pp. 57 e sgg.;
  • Francesco Spezzano, Fascismo e antifascismo in Calabria, Lacaita, Manduria 1975;
  • Raimondo Verduci, Le origini del Partito Socialista Italiano a Paola,  «TuttoPaola», 6, 1989.
  • Giuseppe Masi, Socialismo e socialisti di Calabria (1861-1914), Società editrice meridionale, Salerno-Catanzaro 1981, pp. 117, 148, 164, 168; 
  • Italo Sangineto, I calabresi nella guerra di liberazione, vol. 1, Pellegrini, Cosenza 1992, p. 221;
  • Rosalia Cambareri. La Massoneria in Calabria dall’Unità al Fascismo, Edizioni Brenner, Cosenza 1998.
  • Mario Avagliano, Gabriele Le Moli, Muoio innocente: lettere di caduti della Resistenza a Roma (1943-1944),Mursia, Milano 1999, p. 167;
  • Angelo Pagliaro, Paolani schedati. Controllo poliziesco e schedatura durante il fascismo. Grafiche G. Gnisci, San Lucido 2012.

Nota archivistica

  • Archivio Centrale dello Stato, Casellario Politico Centrale, b. 1711, f. 26035, cc. 68, 1895, 1911, 1927-1930 e 1933-1942; S13A, b. 5, f. 24,1929-1930.

De Seta, Luigi

Luigi De Seta [Acquappesa (Cosenza), 1 agosto 1857 – Napoli, 1 luglio 1914]

Terzo degli otto figli nati dal matrimonio del marchese Giovanni de Seta, esponente di un’antica famiglia nobiliare, e di Giuseppina Marchianò, originaria dei duchi albanesi di San Demetrio Corone, visse l’infanzia e la giovinezza a Intavolata, frazione di Acquappesa, sulla cui collinetta ancora si può notare, seppure in totale abbandono, l’antico palazzo di famiglia costruito nel 1700 su tre piani e abbellito dal lavoro di artigiani scalpellini di Fuscaldo.  Ebbe come istitutore il prof. Francesco Saverio Petta, ed era destinato agli studi di giurisprudenza ma, in seguito, con una scelta controcorrente alle tradizioni familiari, preferì laurearsi in ingegneria anche se la sua passione era la politica. Tra i fratelli, uno fu professore di Filosofia nel Collegio di S. Demetrio Corone e l’altro prefetto di Napoli. Rimase scapolo, anche se avrebbe frequentato molte donne.
Il suo impegno politico maturò fin da giovanissimo militando tra le fila del Partito radicale e affiliandosi alla massoneria. In un periodo storico in cui la questione meridionale aveva forti ripercussioni sulla disoccupazione e sull’emigrazione, riuscì a raccogliere il consenso popolare come rappresentante di un partito di orientamento laico, portato alla trasformazione innovativa delle realtà tradizionali assoggettate al potere latifondista. L’arretratezza socio-economica in cui versavano le popolazioni sfociava spesso in tumulti che esprimevano un diffuso malcontento, provocato anche dai danni del terremoto del 1905. L’opera di Luigi De Seta guardava a questo malcontento con l’intento di creare migliori condizioni di vita e si manifestò sia dai banchi dell’opposizione, sia come esponente di governo esprimendo sempre la necessità di ammodernamento della rete stradale e ferroviaria, delle infrastrutture idriche, della bonifica di aree malariche. 
Candidato per quattro legislature consecutive nel collegio elettorale di Paola, il suo primo mandato parlamentare lo conquistò alle elezioni del giugno 1900 (XXI Legislatura), battendo il deputato uscente Roberto Mirabelli, dopo un’esperienza da consigliere provinciale che gli aveva permesso di conoscere personalità affermate del mondo politico come l’avvocato Luigi Fera, astro emergente della politica cosentina, che nel 1900 era diventato sindaco di Cosenza e nel 1904 deputato al Parlamento (eletto nel collegio di Rogliano), con il quale condivise gli stessi scranni. La riconferma di de Seta nel 1904, l’elezione di Fera e di Alessandro Turco per il Collegio di Cassano, vide spezzata la compattezza della rappresentanza del ceto agrario cosentino in Parlamento.
Nelle elezioni del 1904 la lotta politica si fece piuttosto agguerrita e a Fuscaldo i suoi sostenitori lo difesero strenuamente contro l’avvocato Enrico De Seta, originario di Belvedere Marittimo ed eletto per due legislazioni consecutive nel collegio di Catanzaro come esponente della Sinistra. Contro Enrico De Seta, sindaco di Catanzaro che aveva già collezionato diverse onorificenze del Regno d’Italia e che vantava un curriculum professionale di tutto rispetto, i sostenitori di Luigi De Seta evidenziarono la sostanza del suo programma politico «a vantaggio della ferrovia, delle strade e delle bonifiche di queste desolate contrade, armonizzando gli interessi locali con quelli della Nazione». Considerato una «gloriosa figura politica» ne enfatizzarono il senso di appartenenza al collegio: «Cetraro è superba dell’alto valore di questo figlio prediletto. Paola gli conferisce la cittadinanza onoraria. Cosenza gli delibera un voto di plauso per l’efficacissima opera da lui spiegata a beneficio, non solo del Collegio, ma dell’intera Provincia. Gli uomini parlamentari più eminenti lo circondano di sincera considerazione. La stampa, una volta sospetta e ritrosa, oggi unanime ne esalta la competenza e il carattere. Che si aspetta dunque, per rendere l’omaggio della riconoscenza a Chi ha così degnamente compiuto il suo mandato, superando le più esigenti aspettative? Viva Luigi De Seta!». 
Radicale e massone ma non «mangiapreti», nel 1913 aderì al Patto Gentiloni, riuscendo a essere rieletto ma per problemi di salute non tornò più in Parlamento, nemmeno per prestare giuramento.
Alla Camera Luigi de Seta sedette sempre sui banchi della Sinistra. Dal 27 marzo 1909 al 1 aprile 1910 fu Segretario della Giunta generale dei bilanci e dei conti consuntivi. Da deputato, si occupò inizialmente di riordinare la professione degli ingegneri e degli architetti con la presentazione di due leggi di iniziativa parlamentare che, seppure non approvate, determinarono le basi per il varo della legge sulle professioni del 1923 (XXI e XXII Legislatura), ma ben presto la sua attenzione fu indirizzata verso l’organizzazione e i lavori a favore dello sviluppo viario e ferroviario, soprattutto in Calabria con la linea Paola-Cosenza, di cui si interessò in particolare come sottosegretario  al ministeri dell’Agricoltura, industria e commercio nel Governo Luzzatti dal 31 marso 1910 al 30 marzo 1911 (le cronache riferiscono di festeggiamenti e cortei a Cetraro e Paola alla notizia della sua nomina, in particolare, di «un giubilo generale» a Cetraro quando il Paese rimase per due giorni imbandierato) e poi come sottosegretario al ministero dei Lavori pubblici nel IV Governo Giolitti  fino al 21 marzo 1914.
In particolare, si occupò della costruzione di un ponte sul fiume Crati per collegare Rose a Cosenza, del completamento della strada nazionale che congiunge le due sponde del Tirreno e dello Jonio, della litoranea statale 118, delle arterie provinciali della Valle del Crati, del progetto di bonifica dello stagno Turbolo (nei pressi di Aiello Calabro), della scuola d’intaglio e di disegno applicato alle arti di Fuscaldo, chiedendo un articolo aggiuntivo alla legge che prevedeva il recupero dei danni provocati dal terremoto, dell’acquedotto di Cetraro, della nascita del Borgo S. Marco a Cetraro collaborando come intermediario con il «Comitato Veneto-Trentino pro Calabria» che dopo il terremoto del 1905 raccolse fondi per la costruzione di un quartiere che avrebbe dovuto accogliere quella parte di popolazione più disastrata e povera. Una vicenda, quest’ultima, particolarmente gravosa e complessa che, fin dagli inizi, quando si voleva costruire il villaggio nel piccolo comune di Terrati (oggi frazione di Lago), manifestò le difficoltà di gestione dei governi cittadini di Terrati e Cetraro, sottoposti a dinamiche lucrose, di speculazione, di bieco clientelismo tanto che dovette intervenire una commissione d’inchiesta parlamentare e il Borgo, una volta costruito a Cetraro, rimase abbandonato per dieci anni contravvenendo allo spirito dell’originario progetto di solidarietà.
In Parlamento de Seta denunciò senza mezzi termini i rallentamenti nei lavori di costruzione delle ferrovie calabresi pretendendo chiarezza sullo stato di completamento, e quelle scelte che potevano andare contro gli interessi delle popolazioni già provate dal terremoto e dall’emigrazione.
Da deputato si trasferì a Cetraro, che divenne il suo paese di adozione e per il quale pensava di portare a termine alcuni progetti, come quello del tronco ferroviario che avrebbe dovuto collegare Cetraro a San Marco Argentano o come la strada che avrebbe dovuto collegare Cetraro Centro alla frazione di S. Angelo. Nonostante non sia riuscito nell’intento, raccolse comunque la simpatia e la stima della popolazione come riferiscono alcune cronache del tempo.
D’altra parte la toponomastica locale nei paesi di Acquappesa, Cetraro, Fuscaldo, Aiello Calabro, Cosenza, l’intitolazione dell’Istituto tecnico di Fuscaldo, rende onore all’impegno profuso da questo deputato per il territorio, al quale avrebbe continuato a dedicarsi se non fosse stato fermato all’età di 58 anni da una terribile malattia, la lue, che dopo lunga sofferenza lo condusse alla morte nel giro di pochi mesi, ancora prima di vedere finiti i lavori del tratto ferroviario Paola-Cosenza conclusi l’anno successivo.
Alla Camera fu sostituito da Gustavo Pizzini, sindaco di Paola.
Era il primo luglio 1914 e, mentre imperversava il dibattito tra neutralisti e interventisti sull’entrata in guerra dell’Italia, Luigi De Seta veniva commemorato a Montecitorio e nei comuni come Aiello Calabro dove aveva fatto maggiormente sentire la propria vicinanza con opere di risanamento e di viabilità. Luigi Fera che con lui aveva condiviso passione politica, stessi ideali e battaglie, a nome dei parlamentari calabresi, alla Camera evidenziò le sue «virtù rarissime, pubbliche e private». «Nell’esercizio professionale d’ingegnere, nelle cariche amministrative locali, nell’adempimento del mandato politico – disse il parlamentare – egli portava lo scrupolo più grande e la più costante operosità. Per ben tre anni sottosegretario di Stato ai lavori pubblici, fu un efficace collaboratore del nostro amico Sacchi, specialmente per i provvedimenti più urgenti e necessari per le provincie meridionali e per la regione calabrese che lo predilesse sempre grandemente. Egli muore oggi in povertà onorata; ed è questo il titolo suggestivo della sua vita breve ma feconda». A lui è intitolato anche il Lungocrati di Cosenza. (Francesca Rennis) © ICSAIC 2020

Nota bibliografica

  • Camera Deputati, Portale storico, Atti e documenti XXI-XXIV Legislatura del Regno d’Italia;
  • «Gazzetta Ufficiale del Regno d’Italia», 3 luglio 1914, p. 3688;
  • Jole Lattari Giugni, I parlamentari della Calabria dal 1861 al 1967, Morara, Roma 1967, pp. 269-271;
  • Leonardo Iozzi, Luigi De Seta e Cetraro, «Rinascita Sud», 3, marzo-aprile 1992;
  • Riccardo Giraldi, Il popolo cosentino e il suo territorio: da ieri a oggi, Pellegrini, Cosenza 2003, ad indicem;
  • Leonardo Iozzi, Cetraro. Un occhio sul passato che conta, Tipolitografia Mazzitelli, Cetraro 2004.