Alvaro, Corrado

Corrado Alvaro  [San Luca (Reggio Calabria), 15 aprile 1895 – Roma, 11 giugno 1956]

Primo di sei figli di un maestro elementare, Antonio, e di Antonia Giampaolo, appartenente a una famiglia di piccoli proprietari, frequenta le scuole nella natia Calabria e successivamente in diversi collegi tra Umbria, Toscana e Lazio, manifestando sin da subito una grande passione per la letteratura, tanto che viene espulso dal collegio di Mondragone proprio perché sorpreso a leggere Carducci e D’Annunzio. Terminato il liceo a Catanzaro, nel 1915 si arruola e combatte la Prima Guerra Mondiale sul fronte del Carso, dove si procura una ferita alle mani che ne limiterà i movimenti per tutta la vita. L’esperienza porta alla composizione di poesie a carattere bellico e patriottico, raccolte in Poesie grigioverdi (1917), e alla scrittura di Vent’anni(pubblicato solo 1930), romanzo bellico con evidenti sfumature autobiografiche. 
Nel 1918 si sposa con la traduttrice e scrittrice Laura Babini, da cui avrà un figlio, Massimo. L’anno successivo si laurea in Lettere e Filosofia a Milano. Fervente l’attività giornalistica: dal 1916 al 1918 collabora con «Il Resto del Carlino», passando poi al «Corriere della Sera» (1918-1920); dal 1921 al 1926 è redattore a «Il Mondo» di Giovanni Amendola, anche come corrispondente da Parigi, e in seguito scrive pure per il «Becco giallo», senza tuttavia rallentare l’attività letteraria. In questi anni inizia a occuparsi anche di cinema, un interesse che lo accompagnerà per tutta la vita e che avrà sbocco anche nella collaborazione in numerose sceneggiature di film, a cominciare da quella per L’angelo ferito (1927) diretto da Ermete Santucci.
Nel 1925 aderisce al «Manifesto degli intellettuali antifascisti» di Benedetto Croce e l’anno dopo pubblica L’uomo nel labirinto, romanzo in cui analizza i sentimenti e delusioni della borghesia italiana nel primo dopoguerra. Nel 1929 pubblica L’amata alla finestra, mentre del 1930 è Gente in Aspromonte, senz’altro la sua opera più nota, in grado di condensare in tredici racconti dei significativi spaccati della società calabrese e meridionale, in un’ottica che oscilla fra sentito realismo e pulsioni mitiche. Tra il 1928 e il 1937 compie numerosi viaggi in Italia e all’estero, soggiornando per lungo tempo a Berlino e visitando, spesso come inviato per «La Stampa», paesi quali Turchia, Grecia, Svizzera, Francia e Russia. Tra le produzioni di questo periodo si distinguono Itinerario italiano (1933), efficace raccolta di impressioni di viaggio nel Bel Paese, e I maestri del diluvio. Viaggio nella Russia sovietica (1935), nella quale convergono ricordi e prospettive riguardanti la società russa, quasi il compimento di un interesse personale che l’autore aveva già dimostrato in ambito letterario, traducendo in italiano tra il 1920 e il 1921 autori del calibro di Dostoevskij e Sologub.
Nel 1934, dà alle stampe Terra nuova, un reportage sulla bonifica dell’Agro Pontino, pubblicato dall’Istituto fascista di cultura, cosa che in seguito gli varrà pretenziose accuse di apologia del fascismo.
Tra il 1935 e il 1942 continua la scrittura di critica letteraria, di opere teatrali e di narrativa, toccando i generi più vari e dedicandosi ancora alla cinematografia. Nel 1939 collabora alla sceneggiatura di Terra di nessuno, film diretto da Mario Baffico la cui produzione fu resa particolarmente difficoltosa dalla censura fascista. Nel 1942 contribuisce alla sceneggiatura per i film Addio Kira!, diretto da Goffredo Alessandrini, e Fari nella nebbia, per la regia Gianni Franciolini. 
Tra i lavori letterari maggiormente significativi va ricordato L’uomo è forte (1938), romanzo di stampo distopico nel quale la critica ai totalitarismi si esprime nella rappresentazione di una società soffocante e angosciosa, non dissimile da quella dipinta da Orwell e Huxley. Una simile pulsione speculativa verrà sviluppata nell’incompiuto Belmoro, romanzo dai toni fantascientifici che dimostra ulteriormente la poliedricità degli interessi letterari di Alvaro, autore la cui opera travalica agilmente la stretta etichetta di scrittore regionalista.
Nel 1943, nei 45 giorni del governo Badoglio, è direttore del «Popolo di Roma». Nei mesi turbolenti che seguirono l’armistizio e la cobelligeranza, Alvaro è costretto a fuggire dalla capitale recandosi in Abruzzo e a nascondersi sotto falso nome fino all’arrivo dell’esercito degli Alleati. Nel 1944 ritorna a Roma, dove fonda il «Sindacato Nazionale degli Scrittori» e nel 1945 la «Cassa Assistenza e Previdenza degli scrittori italiani».
Sempre nel 1945 è direttore del «Giornale Radio», mentre nel 1947 si trasferisce a Napoli per dirigere il quotidiano «Il Risorgimento». Dal 1948 al 1949 è critico drammatico presso «Il Mondo», e sempre nel 1949 esce nei cinema un film interamente basato su un suo soggetto, Patto col diavolo, diretto da Luigi Chiarini e incentrato su una drammatica rivalità tra famiglie dell’Aspromonte. Sempre nel 1949 collabora alla sceneggiatura di Riso amaro, pellicola diretta da Giuseppe de Santis, opera fondamentale per la cinematografia italiana che sarà anche candidata agli Oscar nel 1951.
Pochi anni prima, nel 1946, Alvaro pubblicava L’età breve, romanzo di formazione dai toni amari e disillusi, nel quale un giovane calabrese lascia il paese natio per andare a studiare a Roma in un istituto religioso, incontrando pregiudizi sociali e culturali che ne oscurano la coscienza e i valori. Il testo è la prima parte di una trilogia, detta «Memorie del mondo sommerso», i cui restanti capitoli Mastrangelina (1960) e Tutto è accaduto (1961) verranno pubblicati solo dopo la morte dell’autore. Nel 1949 va in scena al Teatro Nuovo di Milano Lunga notte di Medea, una rielaborazione del mito di Medea, diretta da Tatiana Pavlova (che la commissionò e interpretò) e con scenografie di Giorgio de Chirico. La tragedia dimostra la duttilità della penna di Alvaro, capace di rievocare anche in ambito teatrale una tesa dialettica tra passato mitico e un presente problematico. 
Nel 1951 vince il premio «Strega» con Quasi una vita, in una tornata finale cui concorrevano importanti autori quali Mario Soldati, Domenico Rea, Carlo Levi e Alberto Moravia. Quasi una vita, rielaborazione di annotazioni diaristiche e biografiche compilate da Alvaro tra il 1927 e il 1947, offre una visione lucida e al contempo intima dell’Europa di quegli anni, proponendo efficaci prospettive sulle culture e le personalità che più impressionarono l’autore.
Prosegue il lavoro su un vasto corpus di opere che, solo in parte riesce a pubblicare. Tra queste si distingue la raccolta Settantacinque racconti (1955), che seleziona il meglio della produzione breve di Alvaro, un campo in cui lo scrittore dimostrò un valore pari – se non talvolta maggiore – a quello dei romanzi, e in cui diede ulteriore adito alle proprie tendenze sperimentali, toccando talvolta il realismo magico.
Nel 1954 gli viene diagnosticato un tumore addominale che, nonostante una delicata operazione chirurgica, finisce con l’espandersi ai polmoni. Muore a Roma, all’alba dell’11 giugno 1956, assistito dalla scrittrice e amica Cristina Campo.
Alcuni suoi lavori, rimasti incompiuti o non rifiniti sono stati pubblicati postumi, a cura di Arnaldo Frateili. La sua casa di San Luca è diventata sede della Fondazione a lui intitolata, la quale si occupa della preservazione e della diffusione del suo lascito letterario e culturale. (Francesco Corigliano) © ICSAIC 2020

Opere

  • Polsi nell’arte, nella leggenda, e nella storia, Tipografia D. Serafino, Gerace, 1912;
  • Poesie grigioverdi, B. Lux, Roma 1917;
  • La siepe e l’orto, Vallecchi, Firenze 1920;
  • Luigi Albertini, Formiggini, Roma 1925
  • L’uomo nel labirinto, Alpes, Milano 1926;
  • La Calabria. Libro sussidiario di cultura regionale, Carabba, Lanciano 1926
  • L’amata alla finestra, Buratti, Torino 1929; 
  • Gente in Aspromonte, Le Monnier, Firenze 1930; 
  • La signora dell’isola, Carabba, Lanciano 1930; 
    Vent’anni, Treves, Milano 1930;
    Misteri e avventure, L’Aquila, Vecchioni, 1930
  • Calabria, Casa Editrice Nemi, Firenze 1931;
  • Viaggio in Turchia, Treves, Milano 1932;
  • Itinerario italiano, Quaderni di Novissima, Roma 1933;
  • Il mare, Bompiani, Milano 1934; 
  • Cronaca (o fantasia), Ed. d’Italia, Roma 1934
  • Terra nuova. Prima cronaca dell’Agro Pontino, Istituto Nazionale Fascista di Cultura, Roma, 1934;
  • I maestri del diluvio (viaggio nella Russia sovietica), Mondadori, Milano 1935;
  • L’uomo è forte, Bompiani, Milano 1938;
  • Incontri d’amore, Bompiani, Milano 1940;
  • Il viaggio, Morcelliana, Brescia 1942;L
  • L’Italia rinunzia, Bompiani, Milano 1945; 
  • L’età breve, Bompiani, Milano 1946;
  • Lunga notte di Medea, editore, Milano 1949; 
  • Quasi una vita. Giornale di uno scrittore, Bompiani, Milano 1950;
  • Il nostro tempo e la speranza. Saggi di una vita contemporanea, Bompiani, Milano 1952;
  • Settantacinque racconti, Bompiani, Milano 1955;
  • Belmoro, a cura di A. Frateili, Bompiani, Milano 1957;
  • Roma vestita di nuovo, a cura di A. Frateili, editore, città 1958;
  • Un treno nel Sud, a cura di A. Frateili, Bompiani, Milano 1958;
  • Ultimo diario (1948-1956), a cura di A. Frateili, Bompiani, Milano 1959;
  • Mastrangelina, a cura di A. Frateili, Bompiani, Milano 1960;
  • Tutto è accaduto, a cura di A. Frateili, Bompiani, Milano 1961;
  • La moglie e i quaranta racconti, a cura di A. Frateili, Bompiani, Milano 1963.
  • Lunga notte di Medea, Bompiani, Milano 1966;
  • Domani, a cura di A. Frateili, Bompiani, Milano 1968;
  • Cronache e scritti teatrali, a cura di A. Barbina, Abete, Roma 1976;
  • Al cinema, a cura di G. Briguglio e G. Scarfò, Rubbettino, Soveria Mannelli 1987;
  • Opere, romanzi brevi e racconti, a cura di G. Pampaloni, Bompiani, Milano 1994.

Nota bibliografica essenziale

  • Ferdinando Virdia, Alvaro, Corrado, in Dizionario Biografico degli Italiani, Vol. 2, Istituto dell’Enciclopedia italiana, Roma 1960;
  • Ada Ruschioni, Alvaro critico, Vita e Pensiero, Milano 1976;
  • Armando Balduino, Alvaro, Corrado, in Dizionario Critico della Letteratura Italiana, Vol. 1, Utet, Torino 1986;
  • Matilde Mignone Fava, Complessità di uno scrittore. Calabria-mito fonte ispiratrice di Corrado Alvaro, Bulzoni, Roma 1986;
  • Stefano De Flores, Itinerario culturale di Corrado Alvaro, Rubbettino, Soveria Mannelli 2006;
  • Pasquale Tuscano, Umanità e stile di Corrado Alvaro, Rubbettino-Ilisso, Soveria Mannelli-Nuoro 2008;
  • Giuseppe Rando, La narrativa di Corrado Alvaro. Tra sperimentazione, denuncia e profezia, Rubbettino, Soveria Mannelli 2018;
  • Giovanni Scarfò e Maria Cristina Briguglio, Corrado Alvaro e il cinema. Una magnifica ossessione, Città del Sole, Reggio Calabria 2018.

Bruzzano, Luigi

Luigi Bruzzano (Monteleone di Calabria, 1 marzo 1838 – 7 gennaio 1902) 

Nacque nell’odierna Vibo Valentia da Baldassarre, originario di Fiumefreddo Bruzio, “fabbricatore” domiciliato nel comune di Stefanaconi, e da Francesca Paola Gasparro appartenente a una antica famiglia locale di proprietari. Etnologo e folclorista, scrittore e patriota, compì gli studi primari e secondari nella città natale e li proseguì  nella scuola pubblica di diritto di Catanzaro, essendo impedito al tempo l’accesso alla Università di Napoli. Seguì per tre anni il corso di letteratura tenuto da Liborio Manichini, discepolo di Francesco De Sanctis. Visse in un periodo cruciale per la storia d’Italia e in quell’ambiente maturò idee liberali che lo indussero a partecipare e lottare per l’Unità d’Italia. 
Nel 1860, così, prima dello sbarco di Garibaldi sul continente, era tra i Cacciatori della Sila, il contingente digaribaldini calabresi guidati dal generale Francesco Stocco. E si trovava tra i garibaldini che a Soveria Mannelli disarmarono le truppe di Francesco II agli ordini del generale Ghio. Seguì Garibaldi fino a Napoli, dove si stabilì dall’anno successivo. Sui giornali dell’ex capitale borbonica pubblicò alcuni suoi componimenti e alcune poesie patriottiche composte durante il soggiorno a Catanzaro e già circolate fra gli studenti dei corsi di Manichini. Rientrò quindi nella sua città, dove nel 1861, anno in cui pubblicò un volume di poesie patriottiche (Versi, 1861), fu nominato  professore del Regio Liceo Filangeri.
A ventotto anni, il 15 settembre 1867 sposò Francesca Santacaterina appartenente a una nobile famiglia di Monteleone, che morì nel 1872, dalla quale ebbe tre figli: Maria Rosa, Baldassarre e Francesca Paola. 
Si fece notare subito nell’ambiente locale, ricco di fermenti culturali. Scrisse la commedia Un amore segretorappresentata nel Teatro Vibonese nel 1863, e poi ancora una farsa, un saggio sulla fonetica monteleonese, e due volumi con 28 novelle greche di Roccaforte, raccolte a partire dal 1883Anche se imbevuto di cultura classica, con altri intellettuali vibonesi di fine Ottocento (professori, aristocratici, esponenti della borghesia agraria), fu molto attento alla realtà del momento. Il suo nome, così, è indissolubilmente legato  al movimento folklorico della Calabria. Infatti si occupò soprattutto di cultura popolare. Si deve a lui la fondazione una rivista di letteratura popolare apprezzata da filologi e studiosi del settore, «La Calabria», stampata presso la tipografia Passafaro, che diresse per molti anni, dal 15 ottobre 1888, quando apparve il primo numero,al 1902 e che si interruppe con la morte del suo direttore (molti anni dopo, Raffaele Lombardi Satriani, con la rivista «Folklore calabrese», idealmente si collegò a quella esperienza. 
Fu la prima rivista in Italia a definirsi «di letteratura popolare» e aperta alle minoranze linguistiche che in Calabria sono ben presenti, sia in area grecanica e sia in area albanofona. Bruzzano, riuscì a coinvolgere nell’iniziativa un gruppo di studiosi locali e demologi della città come Ettore Capialbi col quale aveva un sodalizio culturale, il poeta Carlo Messinissa Presterà, ispettore scolastico del Circondario, il sacerdote Ottavio Ortona,  l’avvocato Eugenio Scalfari, direttore de «L’Avvenire Vibonese» e nonno dell’omonimo fondatore del quotidiano «La Repubblica», e lo studioso Giovan Battista Marzano, nativo di Polistena ma di famiglia patrizia vibonese, conosciuto come storico e archeologo oltre che come demo-psicologo. Sulla rivista scrivevano inoltre Antonio Julia, Salvatore Mele, Vincenzo De Cristo, Pietro Ardito, Giovanni di Giacomo, Nicola Lombardi Satriani, Giovan Battista Moscato, Ottavio Ortona e altri studiosi calabresi del tempo. 
«La Calabria» fu cosi presentata dal suo fondatore e direttore: «Tre anni fa, quando io col mio amico Ettore Capialbi pubblicavo nella quarta pagina de L’avvenire vibonese i racconti greci di Roccaforte, pochi fannulloni, miei concittadini, assordarono di grida la redazione del giornale, per indurla a smettere le pubblicazioni di tutte quelle nostre chiacchiere. Le belle e dotte recensioni, che uomini illustri e miei maestri scrissero di quei racconti nell’Archivio per le tradizioni popolari e nella Rivista di filosofia d’Italia e provenienti da taluni professori della stessa Grecia, dettero torto a quei dottori da caffè che tuttavia ci guardavano con un sorriso di scherno e di compassione. Ora pubblico a mie spese una rivista di letteratura popolare, nella quale saranno inserite in gran numero novelline greche ed albanesi inedite, e scritti che riguardano gli usi e i costumi di queste contrade. Tale impresa’ sarà proseguita con coraggio, se i miei colleghi calabresi vorranno darmi una mano e se avrò il compatimento di quegli uomini illustri, che altra volta si occuparono a scrivere dei raccontini greci, raccolti da me e dal mio amico Capialbi».
Nella rivista, che all’epoca rappresentò uno dei maggiori poli di aggregazione degli studi demologici, di canti e di tradizioni del popolo calabrese, raccolse le sue ricerche linguistiche e quelle di altri autori delle «isole» di origine greca della Calabria jonica, e vi pubblicò una fiaba di Condofuri, alcuni racconti di Bova e ventotto novelline di Roccaforte, fornendo anche un grande contributo demopsicologico, di canti e di tradizioni della Calabria. Sulla rivista di Bruzzano apparvero anche novelle e canzoni di paesi albanofoni della Calabria, come Vena, Zangarone, Pallagorio, San Nicola dell’Alto e Falconara, nonché usi e costumi di Laureana di Borrello, Serra San Bruno e Cetraro, articoli sulle rappresentazioni sacre di Monteleone e di Nicastro, sulle nenie di Pizzo, molti proverbi monteleonesi e nicoteresi, ninne-nanne del mandamento di Serra e di Soriano, leggende di Squillace, di Santa Caterina al Jonio e di Jonadi, canti di Acri e di Rossano, San Lucido, Cetraro, Crotone, Catanzaro, Pentone, Cittànova, Palmi, Jatrinoli, Rombiolo, Mileto, Filandari, San Costantino di Briatico, Filadelfia, Serrastretta, Sambiase, Panettieri, Pizzoni e Dasà;
Fu membro onorario dell’«Accademia Dafnica» di Acireale, socio corrispondente dell’Accademia cosentina e dalla Società Koràes di Atene.
Morì all’età di 64 anni. La sua città natale lo ricorda con una via e una scuola media intitolate a suo nome. (Leonilde Reda) © ICSAIC 2020

Opere

  • Versi, s.n., Napoli 1861;
  • Di alcune parole greche usate corrottamente dai Monteleonesi: osservazioni, Tip. dell’Avvenire, Messina 1875;
  • Il dialetto albanese di Vena, s.n., Catanzaro 1882;
  • Racconti Greci di Roccaforte, 2 voll. (con Ettore Capialbi), tip. Francesco Raho, Monteleone 1885.

Nota bibliografica

  • Antonio Cipollini, Luigi Bruzzano, patriota e folklorista calabrese, «Rivista d’Italia», maggio 1911, pp. 761-783;
  • Fulvio Mazza (a cura di), Vibo Valentia. Storia cultura economia, Rubbettino, Soveria Mannelli 1995, ad indicem;
  • Nicola Provenzano, I versi del giovane Luigi Bruzzano, patriota e poeta, «Rogerius», 1, 2008, pp. 39-42;
  • Filippo Curtosi e Giuseppe Candido (a cura di), La Calabria. Antologia della rivista di letteratura popolare la Calabria diretta da Luigi Bruzzano, (prefazione di Vittorio De Seta e introduzione di Luigi Maria Lombardi Satriani), Città del Sole, Reggio Calabria 2009.

Nota archivistica

  • Comune di Vibo Valentia (Monteleone di Calabria), Registro degli atti di matrimonio, atto n. 49, 15 settembre 1867.

Cimato, Aurelio (Gabrè)

Aurelio Cimato [Villa San Giovanni (Reggio Calabria), 25 luglio 1888 – Prato, marzo 1946 (?)]

Detto Gabrè, nato Aurelio Giuseppe Michele Salvatore, è stato uno dei cantanti italiani più rappresentativi e poliedrici degli anni Venti e della prima metà degli anni Trenta del Novecento. Figlio dell’avvocato Domenico Cimato e di Domenica Mallamo. Trasferitosi a Roma con la famiglia, il padre trova impiego come professore di lingua italiana presso la Regia scuola tecnica Giulio Romano di Roma. Della famiglia entra presto a far parte un nuovo nato, Michele, che più tardi diverrà anch’egli un noto cantante con lo pseudonimo di Miscèl. La leggenda vuole che, per dedicarsi alla sua vera passione del canto, Gabrè avesse rinunciato agli studi di giurisprudenza ai quali il padre lo aveva avviato cominciando a esibirsi nei piccoli caffè-concerto della Capitale nei primi anni Dieci.
Nei suoi primi anni di attività collabora con Maria Serafina Sofia-Moretti, compagna di un suo cugino, anch’essa artista di varietà. I due si innamorano e nel 1913 fuggono insieme a Torino dove danno alla luce una figlia, Edith. Nel frattempo Gabrè è riuscito a ottenere un ingaggio presso il rinomato teatro Maffei, la culla del varietà italiano. Qui debutta il 19 aprile del 1913, ottenendo un immediato successo grazie alla sua voce tenorile molto moderna per l’epoca, che si discosta alquanto dallo stile impostato degli interpreti lirici e d’operetta. Le sue particolari doti espressive, che lo accomunano alla figura del “fine dicitore”, vengono così descritte da Gianni Borgna nella sua Storia della Canzone Italiana: «Oltre a cantare era capace di porgere, di raccontare con la voce, un po’ come Pasquariello». L’avventura torinese di Gabrè non va a buon fine: nonostante il successo ottenuto, il cantante e la sua compagna non riescono a trovare i soldi per l’affitto. I due artisti vengono finanche scovati dal marito di Maria Serafina che denuncia l’avvenuto tradimento alla padrona di casa. Debitori di quasi 1000 lire, gli artisti sono costretti a fuggire in piena notte.
Stabilitosi a Napoli, Gabrè perfeziona il suo stile di canto sotto la guida del maestro Rodolfo Falvo (colui che nel 1930 musicherà la celebre canzone napoletana Dicitencello Vuje). Con Falvo, il cantante si specializza nel repertorio napoletano e ha modo di partecipare alla Piedigrotta Polyphon del 1914, rassegna musicale organizzata in occasione della festa di Piedigrotta dalla casa editrice musicale tedesca Polyphon presso la quale Falvo è impiegato. Da questo momento in poi, quasi ogni anno, Gabrè canterà regolarmente a Piedigrotta, facendo sempre seguire alla manifestazione un lungo giro artistico per presentare nei teatri della penisola i successi interpretati alla rassegna musicale partenopea.
Nel gennaio del 1916, Gabrè torna a Torino e viene scritturato dal Varietà Maffei. Il 16 luglio dello stesso anno, convola a nozze a Roma con Maria Serafina Sofia-Moretti. Dopo aver preso parte alla rassegna di Piedigrotta, in settembre è nuovamente sulle scene del Maffei presentato come «il celebre interprete napoletano». Il Maffei lo vedrà in scena anche nell’ottobre del 1917, questa volta con un repertorio in lingua italiana, nell’esecuzione di alcune canzoni-feuilleton di Vittorio Giuliani al fianco della celebre “stella” Maria Campi.
Il suo primo grande successo arriva però nel 1919 quando Murolo e Tagliaferri scrivono appositamente per lui la canzone Napule!. Sono questi anni in cui Gabrè si caratterizza come interprete eclettico, capace di spaziare dalla canzone dialettale al repertorio in italiano con grande facilità, conquistando in tal modo la stima e il rispetto di un pubblico molto vasto. La sua fotografia capeggia spessissimo sulle copertine degli spartiti e sulle cosiddette copielle, i fogli volanti su cui vengono stampati i testi delle canzoni.
Il 1920 è l’anno del debutto discografico: in ottobre incide a Napoli per la Gramophone Company Ltd e a Milano per la Columbia mentre l’anno successivo registra alcune facciate per la francese Pathé. Nel 1922 la sua fama è tale che viene scelto come testimonial della “Pasticca del Re Sole”, caramella balsamica molto diffusa, insieme ad una nutrita schiera di celebri artisti come Trilussa ed Ermete Zacconi, Nel 1923 incide per la Phonotype Record di Napoli, il che gli permette di prendere parte nel 1924 alla prima Piedigrotta Rossi, definita dallo studioso Antonio Sciotti come «la prima manifestazione musicale, vera e propria gara canora con tanto di pubblicazione di dischi» organizzata da Amerigo Esposito, proprietario della Phonotype Record, insieme al poeta Mario Nicolò e all’editore musicale Edward Rossi cui l’evento deve il nome. Gabrè è ormai considerato un’istituzione nella Piedigrotta, tanto che per sfidarlo vengono convocati alcuni fra i maggiori artisti napoletani attivi in quel periodo: Vittorio Parisi, Salvatore Papaccio e Roberto Ciaramella. 
La vera svolta verso un successo di massa arriva intorno al 1926, quando viene messo sotto contratto dalla filiale italiana della casa discografica tedesca Parlophon della Carl Lindstrom AG. In questi anni, Gabrè si specializza nel cosiddetto repertorio della «canzone realista», composto da brani che descrivono ambientazioni e situazioni fortemente vicine alla realtà e lontane dalle stilizzazioni dannunziane tipiche della letteratura del tempo. Presumibilmente per motivi contrattuali, fra il 1926 e il 1927 utilizza anche l’ulteriore pseudonimo di Mario Amati in alcuni dischi per l’etichetta minore Artiphon. Ottengono particolari riscontri le incisioni Parlophon di Miniera di Bixio e Cherubini e del Tango delle Capinere dei medesimi autori. 
Sono anni di grande fermento nei quali Gabrè si presta ben volentieri all’avanspettacolo. Nel 1927 lo ritroviamo ad esempio a cantare i successi della Piedigrotta di quell’anno in vari cinema-teatri d’Italia, fra i quali il Vittoria di Torino nel mese di ottobre, insieme al tenore Mario Mari e alla sciantosa Ada Bruges.
Nel 1930 torna a stabilirsi a Roma, divenuta per lui ormai città adottiva. In questo periodo si avvicina sempre più alla canzone romana, effettuando anche un importante giro artistico con la celeberrima cantante romana Zara I°. Mentre la sua carriera procede senza troppi intoppi, la sua vita privata non è altrettanto lineare. Nel 1931 esce miracolosamente indenne da un incidente d’auto sulla via Appia Antica nel quale, in seguito allo scontro con un’auto guidata da una giovane americana, restano feriti il padre Domenico, la moglie Maria Serafina e la figlia Edith. In più, nel settembre del 1933, il cantante viene citato in tribunale per debiti. Fortunatamente, nonostante sia ormai considerato un cantante della «vecchia scuola», l’attività discografica di Gabrè è in gran fermento. Fra il 1934 e il 1935 incide numerosissime facciate per la Cetra-Parlophon presso la quale nello stesso periodo incide alcuni dischi anche il fratello Miscèl. Gabrè si destreggia in brani provenienti dai repertori più disparati: oltre ad alcune canzoni patriottiche (siamo nel periodo delle guerre d’Africa), particolare attenzione merita la canzone in romanesco Signora fortuna di Cherubini e Fragna. 
L’avanspettacolo resta comunque una delle sue attività principali: nel febbraio del 1935 è in scena con il comico Virgilio Riento al teatro Balbo di Torino mentre nella primavera del ’36 è nel nord Italia con Zara I°. A Torino, il 17 settembre del 1936, inaugura la stagione invernale del teatro Vittorio Emanuele cantando le canzoni della Piedigrotta 1936 nella rivista di Nelli e Mangini «La società delle canzoni» del cui cast fanno parte gli artisti delle compagnie di Anna Fougez, Vincenzo Scarpetta e Pasquariello. Nel maggio del 1937 trasmette per l’Eiar un concerto dedicato alle canzoni del festival romano di San Giovanni, insieme fra gli altri a Riccardo Billi. Nello stesso periodo, incide alcune canzoni del festival di San Giovanni per l’etichetta milanese La Voce del Padrone. Fra il 1938 e il 1939 dirige una propria compagnia d’arte varia con la quale è in scena nel nord Italia. Nello stesso periodo, i suoi dischi di canzoni napoletane vengono regolarmente trasmessi dall’Eiar.
Le sue tracce si perdono alla vigilia della seconda guerra mondiale. Ritiratosi in Toscana, secondo alcune fonti la sua scomparsa avviene nel marzo del 1946, presumibilmente a Prato. (Simone Calomino) © ICSAIC 2020

Nota bibliografica

  • Gianni Borgna, Storia della Canzone Italiana, Mondadori, Milano 1992, p. 99;
  • Gianfranco Baldazzi, Gabrè, in Gino Castaldo (a cura di), Dizionario della Canzone Italiana, vol. A-K, Armando Curcio Editore, Roma 2003, p. 736;

Genesio, Ugo

Ugo Genesio [Bagnara Calabra (Reggio Calabria), 3 agosto 1935 – Sanremo (Imperia), 29 ottobre 2017]

Nasce da Armando e da Clorinda Avati e viene dichiarato allo stato civile con i nomi di Ugo Gesualdo Domenico Consolato. Il padre, capo gestore nelle Ferrovie, e la madre, casalinga, non senza sacrifici lo avviano agli studi. Frequenta le scuole di base a Bagnara e poi a Reggio Calabria studia al Liceo classico Tommaso Campanella dove nel 1952 consegue la maturità.
Intelligenza precoce, al termine del liceo dà alle stampe a Reggio il volume Iliade. Scansione metrica per schemi, che sembrava destinarlo agli studi di letteratura latina e alla carriera di insegnante. Con l’ammissione al Collegio Augustinianum dell’Università Cattolica di Milano, dove si lega di amicizia con Riccardo Misasi e Ciriaco De Mita, si iscrive alla Facoltà di Giurisprudenza, laureandosi con lode nel 1956 con una tesi di diritto amministrativo.
Il brillante esito del cursus universitario gli assicura la chiamata dal Comune di Milano per studiare la riorganizzazione degli uffici e il miglioramento dei metodi di lavoro, avviando nel contempo il progetto di zonizzazione urbana preludio delle future circoscrizioni. Nel 1958 è incaricato di rappresentare il Comune nella segreteria del Comitato di supporto alla candidatura del capoluogo lombardo a sede delle istituzioni europee.
Abilitatosi alla professione legale nel 1959, nell’anno accademico 1960-1961 viene selezionato per una borsa di studio alla Berkeley University, dove si perfeziona nel diritto costituzionale americano e comparato, conseguendo il master degree in Scienza politica. Nel 1962 vince il concorso in magistratura con assegnazione alla Procura di Busto Arsizio e in seguito è pretore a Saronno e Milano.
A Saronno sposa, il 16 luglio 1966, Eugenia Corbetta con la quale ha tre figlie: Laura, Paola, Valeria. Dal 1968 è giudice al Tribunale di Sanremo, facendo parte dal 1973 al 1977 del Consiglio giudiziario della Liguria. Nel 1979 è promosso magistrato di appello e assegnato alla Corte d’Appello di Milano, dove è relatore-estensore della sentenza di secondo grado per la nube tossica all’Icmesa di Seveso e di quella del primo troncone della vicenda giudiziaria del Banco Ambrosiano.
La sua carriera di magistrato si conclude nella sezione penale della Corte di Cassazione, dove si occupa di reati amministrativi ed economici, nonché di criminalità mafiosa. In questo settore tratta il processo per l’omicidio del capitano Basile in Sicilia e vari processi contro la ’ndrangheta e le cosche criminali pugliesi. Sua è nel 1993 la sentenza con cui la Corte annulla il decreto di archiviazione della vicenda Imi-Sir.
L’anno dopo lascia la magistratura dopo trentaquattro anni di servizio, deluso dalla mancata riforma del sistema giudiziario italiano e riceve il titolo onorario di Presidente aggiunto della Corte di Cassazione. Il Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, con decreto del 2 giugno 1995, lo nomina Grande Ufficiale della Repubblica Italiana. Sempre nel 1995 accetta di candidarsi a presidente della Provincia di Imperia come indipendente in una coalizione di centrosinistra. In seguito fa parte del Comitato per far nascere la provincia di Imperia-Sanremo. Successivamente assume diversi incarichi Nel 1998 è presidente della Fondazione Almerini, una antica istituzione sanremese che si occupa di assistenza ai minori poveri o disagiati. Da quell’anno e fino  al 2002 è membro del Comitato etico dell’Asl imperiese. Fa parte, inoltre, della Commissione di bioetica dell’Ordine dei medici provinciale e di un gruppo di studio della Società Italiana di Psichiatria sulla bioetica in psichiatria. Nel 2005 da vita a un circolo di cultura politico-amministrativa intitolato allo scrittore sanremese Italo Calvino, e l’anno dopo, come Presidente del comitato imperiese “Salviamo la Costituzione”,coordina la campagna referendaria contro la riforma varata dal governo di centrodestra
Dal 2005 al 2009, In rappresentanza del Comune di Sanremo, fa parte del consiglio di amministrazione della Spui (Società di Promozione per l’Università nell’Imperiese)
La sua attività di studioso del diritto si è incentrata dal 1957 al 1965 sull’amministrazione degli enti locali, proseguendo dal 1969 al 1973 su temi dell’ordinamento giudiziario e concludersi a partire dal 1980 su argomenti di diritto umanitario. Interesse di studio inaugurato con la prefazione a una raccolta di scritti di Pietro Verri, Diritto nella pace e diritto nella guerra (Roma 1980) e concluso nel 2013 con La riflessione sul diritto internazionale umanitario, postfazione a Giorgio Filibeck. Un uomo per i diritti edito nel 2013.
Fondamentale fu, nel 1970, il suo apporto alla creazione dell’Istituto di Diritto Umanitario di Sanremo che ha presieduto dalla fondazione al 2015. Fu lui a indicare come sede dell’ente Sanremo alla luce dell’internazionalità della città e della Riviera ligure come prestigiosa località di soggiorno e turismo delle élites aristocratiche e alto-borghesi europee, soprattutto nel periodo 1870-1922; di essere stata sede del summit politico-diplomatico dell’aprile 1920 dei vincitori del primo conflitto mondiale per sciogliere alcuni nodi insoluti della Conferenza della Pace di Parigi dell’anno prima, definiti e formalizzati pochi mesi dopo con i trattati di Trianon, Sèvres e Rapallo; di avere dato la residenza ad Alfred Nobel negli ultimi cinque anni della sua vita, redigendo in questa città il testamento istitutivo dell’omonimo, celebre premio.
La fondazione dell’Istituto fu ufficializzata nel settembre 1970 con la “Dichiarazione di Sanremo”, conclusiva del Congresso internazionale su I diritti dell’uomo come base del diritto internazionale umanitario, a cui espresse il beneplacito anche papa Paolo VI, in coerenza con i principi di promozione della giustizia sociale e l’affermazione dei diritti umani enunciati nel 1967 con la Populorum progressio. All’assise sanremese parteciparono i rappresentanti di 26 paesi e 9 società nazionali di Croce Rossa e Mezzaluna Rossa. 
Autore di libri, articoli e saggi, Genesio muore, all’età di 82 anni, a Sanremo, città alla quale era molto legato e dove aveva fissato la residenza dalla metà degni anni Novanta. (Saverio Napolitano) © ICSAIC 2020

Opere

  • Iliade. Scansione metrica per schemi, D. Barresi, Reggio Calabria1952;
  • Le nuove tecniche dell’organizzazione e le amministrazioni comunali, «Città di Milano», 4 e 5, 1957;
  • La scienza dell’amministrazione pubblica negli Stati Uniti, «Città di Milano», 6, 1957;
  • Problemi di sviluppo dell’organismo municipale, Città di Milano», 4, 1959;
    Verso la riforma dell’amministrazione locale, Città di Milano», 6, 1959;
  • Capitoli, in La Comunità Locale. Orientamenti di politica amministrativa, a cura di Filippo Hazon, Giuffrè, Roma-Milano 1960;
  • La partecipazione del cittadino alla burocrazia, in Feliciano Benvenuti (a cura di), La burocrazia statale in Italia, Giuffrè, Milano 1965;
  • Prefazione a P. Verri, Diritto per la Pace e Diritto nella Guerra, Edizioni speciali della Rassegna dell’Arma dei carabinieri, Roma 1980;
  • La persona nel diritto internazionale umanitario, in G. Concetti, (a cura di),  I diritti umani, Ave, Roma 1982;
  • International Institute of Humanitarian Law 1970-1985: Fifteen Years of Service, in Rup C. Hingorani (a cura di), Humanitarian Law, New Delhi-Bombay-Calcutta, 1987 e 1991;
  • Prefazione a Arturo Marcheggiano, Diritto umanitario e sua introduzione nella regolamentazione dell’Esercito italiano, Ufficio Storico Sme, Roma 1991
  • La bioetica e il diritto internazionale, i principi costituzionali, il diritto civile, penale e amministrativo, in Atti delle Giornate di Bioetica Clinica, s.n., Milano 2007.
  • Le Leggi dell’Umanità. Quarant’anni dell’Istituto internazionale di diritto umanitarioNagard, Milano 2009;
  • La riflessione sul diritto internazionale umanitario, postfazione, in Tommaso di Ruzza (a cura di), Giorgio Filibeck, un uomo per i diritti, Libreria Editrice Vaticana, Citta del Vaticano 2013.

Nota bibliografica

  • Istituto Internazionale di Diritto Umanitario, Sanremo, Newsletter, n. 73, ottobre-dicembre 2017;
  • Luca Simoncelli, Sanremo piange Ugo Genesio, magistrato di Cassazione tra i fondatori dell’Istituto di Diritto Umanitario, Riviera24.it,  29 ottobre 2017;(https://www.riviera24.it/2017/10/sanremo-piange-ugo-genesio-magistrato-di-cassazione-tra-i-fondatori-dellistituto-di-diritto-umanitario-269257/).

Nota archivistica

  • Comune di Bagnara Calabra, Registro delle nascite, atto n. 246, 1935;
  • Comune di Saronno, Registro dei matrimoni, atto n. 96, parte II, serie A, 1966;
  • Comune di Sanremo, Registro delle morti, atto n. 878, parte II, serie B, 2017. 

Mileto, Carlo

Carlo Mileto [Polistena (Reggio Calabria), 7 giugno 1874 – 11 maggio 1942]

Nasce in una famiglia benestante da Domenico e Teresina Albanese; il padre dal 1872 fa parte del consiglio comunale e nel 1876 è eletto sindaco di Polistena rimanendo in carica per due anni. Dopo la scuola elementare frequentò il Liceo classico a Reggio Calabria, conseguendo la licenza nel 1892. Studente di Giurisprudenza all’Università di Napoli, diventa dapprima seguace dell’on. Giovanni Bovio, repubblicano e suo docente di Filosofia del Diritto, ma nel 1895 s’iscrive al partito Socialista. Dopo la laurea, continua a risiedere a Napoli dove comincia a esercitare l’attività di avvocato e stringe amicizia con Libero Bovio, figlio del suo Maestro, giovane ed estroso paroliere, compositore e attore. Collabora con la nuova rivista socialista «La Propaganda» fin dalla sua fondazione nel 1899 ma non si mette in evidenza né si segnala per azioni che possano destare l’attenzione delle autorità di Pubblica Sicurezza. 
Nel 1902 ritorna a Polistena ed entra subito in contrasto con il padre che si aspetta che inizi a esercitare l’attività di avvocato mentre egli preferisce dedicarsi al proselitismo e alla propaganda. 
Nel maggio dell’anno dopo tiene un comizio per commemorare l’on. Giovanni Bovio, che era morto in aprile, e collabora con l’«Avanti!» e «La Luce», giornale socialista che si stampa a Reggio Calabria. Inizia la sua attività politica costituendo, insieme con altri giovani professionisti e intellettuali, un circolo culturale che viene chiamato «Circolo delle anime erranti» che arriva a contare oltre 200 soci, ma che non mantiene i propositi rivoluzionari enunciati e ben presto rifluisce verso attività meno impegnative. Nel 1904, con Francesco Arcà e Pasquale Creazzo, accompagna Enrico Ferri, candidato nel collegio di Cittanova, nel suo giro elettorale e l’anno successivo sostiene Arcà che si presenta candidato per un seggio al consiglio provinciale. Questo suo attivismo attira l’attenzione dei carabinieri che lo segnalano come «sovversivo» e «socialista» e lo descrivono come un soggetto che «non gode buona fama nel pubblico per le idee sovversive che professa; di carattere violento [anche se] …possiede buona educazione ed è di intelligenza sveglia». Interessanti anche le annotazioni sul carattere e sul comportamento: si parla di «espressione fisionomica altera»; di «portamento svelto» e di abbigliamento abituale «decente con poca ricercatezza». 
Secondo la relazione che il Prefetto di Reggio Calabria invia alla Direzione Generale di P.S. presso il Ministero dell’Interno, è una persona che «ha buona cultura. È laureato in Legge, non esercita la professione, né si dedica ad altri lavori, provvedendo al di lui sostentamento il padre col reddito dei beni stabili che possiede». Il solerte funzionario non manca di far notare che «verso la famiglia si comporta mediocremente, per il fatto che non vuole assecondare il desiderio del genitore» di avviare l’attività professionale. Il Prefetto dispone che venga sorvegliato e che la sua corrispondenza sia intercettata poiché lo ritiene, per le sue capacità oratorie, per la sua cultura, per il suo portamento e la facilità di relazionarsi con gli altri, specialmente con «individui della classe operaia», un propagandista pericoloso. Tutte le annotazioni negative sono dirette ovviamente a sminuire il ruolo e l’influenza che egli riesce a esercitare all’interno della comunità polistenese e negli ambienti socialisti della zona.
Nel 1907 viene nominato giudice conciliatore del comune di Polistena ed è costretto a rallentare l’attività politica, tuttavia la P. S. non smette di esercitare un’attenta vigilanza. 
Nel 1913, nelle prime elezioni a suffragio universale maschile, favorisce la candidatura dell’avv. Francesco Arcà e insieme con Pasquale Creazzo e Diomede Marvasi forma il Comitato elettorale socialista pro-Arcà, una sorta di «Comitato di Garanti» visto che Arcà ha abbandonato il Partito Socialista schierandosi con i sindacalisti rivoluzionari e quindi non può essere considerato il candidato ufficiale del Partito. Segue con passione la lunga battaglia elettorale che si sviluppa a Polistena, a Cinquefrondi e a Radicena (odierna Taurianova), considerati, insieme con Cittanova, i centri nevralgici in cui si gioca la partita delle elezioni contro il fortissimo candidato giolittiano, avv. Giovanni Alessio, deputato uscente.
Coinvolto negli incidenti del 25 agosto del 1913 a Polistena, durante i festeggiamenti in onore di san Rocco, generati da una provocatoria imposizione poliziesca e poi degenerati in tafferugli e tumulti, con coraggio difende i compagni arrestati e presenta una memoria difensiva che viene diffusa sulla stampa socialista.
A ottobre, una settimana prima dello svolgimento delle elezioni, a Cittanova, mentre è in corso una riunione del Comitato elettorale di Arcà, un gruppo di persone rimaste sconosciute, lancia alcune pietre e spara colpi di pistola contro la sede del Comitato. Presente alla riunione, è tra i primi ad accorrere e ad affrontare a viso aperto gli avversari che, però, si dileguano nell’ombra. L’aggressione viene denunciata anche in Parlamento, ma ha l’effetto di inasprire ulteriormente la vigilanza sui socialisti. L’elezione di Arcà, alla quale ha contribuito con grande impegno, passata la prima fase di entusiasmo per essere riusciti a portare in Parlamento l’unico deputato socialista della Calabria, lo lascia fortemente deluso sia per la scelta del neo-deputato di iscriversi al Gruppo dei Socialisti indipendenti sia per le posizioni filo interventiste che Arcà assume allo scoppio del conflitto. 
Nei confronti della guerra, invece, mantiene all’inizio una posizione rigorosamente neutralista in sintonia con la posizione assunta dalla federazione di Palmi e dagli altri socialisti della Piana e della zona Jonica e successivamente manifesta apertamente la sua netta opposizione al conflitto. Terminata la guerra s’adopera fin dai primi mesi del 1919 per la ricostituzione della sezione socialista e promuove la costituzione di una cooperativa di lavoratori – «La Riscossa» – con lo scopo di favorire l’occupazione dei tanti reduci e di ottenere l’assegnazione dei terreni incolti o mal coltivati così come indicato dai R. D. Visocchi, Falcioni e Micheli. Le adesioni nel giro di pochi mesi crescono in maniera imponente e così la Cooperativa si struttura in più sezioni produttive che comprendono il comparto edilizio, quello agricolo e quello calzaturiero. L’anno dopo la Cooperativa apre anche una sezione di consumo con uno spaccio riservato ai soci. «La Riscossa» verrà sciolta nel 1925 e incorporata negli Enti del regime. La disastrosa situazione alimentare verificatasi nell’estate del 1920, porta a una esasperazione degli animi tale che molti militanti socialisti, irretititi dalle manovre di alcuni esponenti della borghesia locale, si rendono protagonisti di violente azioni di protesta che costringono il Partito da lui guidato sulla difensiva. L’incendio del Municipio di Polistena del 7 luglio 1920, frutto di un’azione impulsiva e scomposta di un gruppo di giovani socialisti, sobillati ad arte da alcuni ex sindacalisti rivoluzionari, lo obbliga a prendere le distanze dai responsabili e al contempo ad approntare per gli arrestati, in accordo con la Direzione nazionale del Partito, una adeguata difesa. La sconfitta alle elezioni amministrative del 1920 fu inevitabile e il Blocco liberal-conservatore, dentro il quale confluirono pure gli ex sindacalisti, aderirà ben presto al fascismo.
Nel 1921, comunque, è candidato nella lista del Partito Socialista Ufficiale alle elezioni politiche ottenendo un risultato discreto, quasi 2.000 voti di preferenza, ma senza essere eletto. Il 1° maggio del 1922, a Polistena, al termine di un imponente corteo, tiene un comizio per celebrare la festa dei lavoratori, che, in realtà, è l’ultimo dei grandi scioperi generali della Piana. Tra il 1924 e il 1926 svolge un’intensa attività antifascista, ma a causa delle continue persecuzioni ben presto è costretto ad abbandonare la politica attiva.
Se gli vengono risparmiati ulteriori umiliazioni nonché il confino e il carcere, ciò è dovuto alla stima e all’amicizia che per lui nutre Gregorio Cavatore, fascista della prima ora, vice-questore e capo della squadra mobile di Reggio Calabria, che ammira la sua coerenza e la sua correttezza. Si ritira a vita privata dedicandosi alla professione di notaio che esercita a Polistena e dal 1939 anche a Taurianova. Ammalatosi di polmonite, sposa poco prima di morire, Giuseppina Raso, con la quale aveva intrecciato da tempo una relazione e che gli aveva dato due figli. Secondo una romantica leggenda, la polmonite fu causata da una prolungata esposizione a torso nudo per la realizzazione di un suo busto in terracotta dello scultore Narino Tigani; busto che oggi si trova esposto nel Museo di Polistena, città che lo ricorda con una via intestata a suo nome. (Antonio Orlando) © ICSAIC 2020

Nota bibliografica 

  • Enzo Misefari, Le lotte contadine in Calabria nel periodo 1914-1922, Edizioni Jaca Book, Milano 1972;
  • Giuseppe Masi, Socialismo e Socialisti di Calabria (1861-1914), Società Editrice Meridionale, Salerno-Catanzaro 1981;
  • Vincenzo Fusco, Polistena. Storia sociale e politica (1221-1979), Edizioni Parallelo 38, Reggio Calabria 1981;
  • Antonio De Leo, Storia del Socialismo in Calabria, La Brutia Editrice, Polistena 1984;
  • Gaetano Cingari, Il Partito Socialista nel Reggio (1888-1908), Laruffa, Reggio Calabria 1990.

Nota archivistica

  • Archivio Centrale dello Stato, Casellario Politico Centrale, b. 3287.

Romeo, Pietro Aristeo

Pietro Aristeo Romeo [Santo Stefano in Aspromonte (Reggio Calabria), 5 luglio 1817 – 18 novembre 1886]

Nacque da Giovanni Andrea e da Caterina Marra. Insieme al cugino Stefano frequentò il Seminario di Reggio, da dove vennero entrambi espulsi con l’accusa di diffondere idee sovversive ed eterodosse rispetto la dottrina cattolica. Partecipò attivamente alla vita cospirativa e rivoluzionaria sotto la guida del padre, che fu Gran Maestro della Carboneria. Iscritto nelle liste degli attendibili, aderì alla Giovine Italia. Studiò Ingegneria a Genova dove conseguì la laurea. 
Partecipò al movimento insurrezionale di Reggio Calabria del 2 settembre 1847, organizzato dallo zio Domenico insieme ad Antonino Plutino, al Canonico Paolo Pellicano e ad altri patrioti. Il moto fu represso nel sangue, un insuccesso determinato dal fatto che i patrioti messinesi insorsero non come pattuito, ma il giorno prima; pertanto il destino degli insorti reggini fu compromesso sin dall’inizio della sollevazione, poiché le truppe borboniche, già in allarme, con due veloci piroscafi approdarono a Reggio costringendo gli insorti alla fuga. Successivamente, il 15 settembre, le guardie urbane di Pedavoli riuscirono a raggiungere il gruppo guidato da Domenico Romeo che venne ucciso presso il borgo di Podargoni, in località Marrappà, alle falde dell’Aspromonte dove, dopo un violento scontro, Pietro Aristeo fu catturato e costretto ad assistere alla decapitazione del corpo esamine dello zio, la cui testa mozzata fu infilzata su una picca dopo che egli si era rifiutato di portarla tra le braccia, malgrado minacciato di morte. La testa del martire fu esposta presso le carceri di San Francesco, a Reggio Calabria, a macabro monito per quanti desiderassero una costituzione per uno stato liberale e libertario.
Nel 1848 fu condannato all’ergastolo e successivamente amnistiato. Insieme al padre si trasferì in esilio nel Regno di Sardegna. Un giornale torinese, nell’edizione dell’11 novembre 1848, gli dedicò la prima pagina con il ritratto stilografico di Pietro e del Gianandrea: «I Romeo, già avevano i petti afforzati contro i pericoli della guerra, non furono manchevoli alle promesse fatte alla patria, gli annali delle cui sventure vanno mescolati a quelli delle loro glorie. Sì: la fortuna disponga pure a suo grado degli eventi; ma la gloria sta sempre nelle mani degli uomini che han saputo meritarla. I Romeo provarono dì esservene una per loro indipendente del successo. In varie guise sferzati dal flagello della sventura, le loro virtù, l’altero e indomabile coraggio, l’alio sentimento d’onore, l’altissimo affetto per la libertà, gli animi nobili e fieri rimasero non maculali, e a malgrado l’avversità della sorte, furono degni dell’ammirazione del mondo».
La fama d’essere una famiglia di grandi patrioti, protesa nella lotta per l’Indipendenza e l’Unità d’Italia, li anticipò nei salotti della capitale sabauda, al punto che a Torino furono accolti con grande entusiasmo. In questo clima aderirono al progetto cavouriano e allo sviluppo di una realtà organizzativa rivolta a favorire la rinascita dei comitati liberali nel Sud, in attesa della giusta congiuntura per avviare nuovi moti.
Sempre a Torino, Pietro Aristeo prese contezza della gestione della macchina amministrativa e della progettazione e costruzione della linea ferrata come mezzo di mobilità e di sviluppo dei territori. Collaborò per un breve periodo con lo studio dell’ingegnere Sarti, specializzato nella progettazione di arsenali navali e di linee ferroviarie con tutti i relativi collegamenti integrati. Si fece apprezzare per le proprie competenze e per la ricerca di soluzioni progettuali innovative. Ottenne l’incarico di progettare e dirigere i lavori della linea ferroviaria che collegava Tortona a Voghera, all’interno della più importante linea Alessandria-Piacenza, ancor oggi essenziale via di collegamento a cavallo delle regioni Emilia, Lombardia e Piemonte.
Nel 1859, allo scoppio della II guerra d’Indipendenza contro l’Austria, lasciò lo studio dell’ingegnere Sarti per arruolarsi tra i volontari: il 21 agosto dello stesso anno fu assegnato come Istruttore presso il battaglione Cacciatori; successivamente guidò le truppe di stanza a Reggio Emilia, ottenendo la nomina a tenente due mesi dopo. In seguito fu inviato in missione a Rimini dal Governo Nazionale delle Province Modenesi e Parmensi. Alla fine della guerra e fino al 1860 soggiornò a Torino per collaborare e sostenere gli esuli meridionali. Fu un periodo di importante formazione politica alla luce dello Statuto Albertino e delle istituzioni che si erano nel frattempo sviluppate.
Dopo l’Unità d’Italia fu eletto alla Camera dei deputati nel collegio di Reggio Calabria, sedendo in mezzo ai cavouriani, tra i banchi della destra storica. 
Fu tra i promotori dell’abolizione della pena di morte, in quanto faceva parte di un gruppo di deputati del neonato Regno d’Italia che percepiva l’abolizione della pena di morte come un dato imprescindibile per la costruzione di un sistema penale moderno, adeguato a uno Stato che fosse tale.
Nei diversi progetti di legge che si susseguirono sino all’entrata in vigore del Codice Zanardelli del 1889, l’abolizione della pena di morte fu sostenuta con forza dai diversi circoli patriottici e in tal senso Pietro Aristeo aveva sostenuto l’azione politica di Pasquale Stanislao Mancini che in parlamento fu il capofila della battaglia abolizionista. Fu organizzata una campagna in tal senso che raccoglieva le opinioni di giuristi, studiosi e politici attraverso il «Giornale per l’abolizione della pena di morte» fondato nel 1861 da Pietro Ellero e Francesco Carrara. 
Fu iniziato in Massoneria nella Loggia Domenico Romeo di Reggio Calabria, intitolata a suo zio, la prima che fu fondata in Calabria dopo l’Unità d’Italia.
Nel 1874 fu nominato dal consiglio provinciale come componente della Commissione per il censimento dei terreni incolti insieme ad Antonio De Leo.  
Nel 1875 entrò a far parte della società geografica Italiana. Presidente di numerose commissioni di Concorsi agrari regionali, per l’incremento della produzione e della qualità della produzione agricola calabrese.  
Una volta ritiratosi dalla politica attiva, si dedicò alla sua azienda agricola di monte Basilicò e all’associazione anticlericale la «Fratellanza Operaia», di cui fu eletto Presidente; si spense all’età di 69 anni a Santo Stefano in Aspromonte. (Fabio Arichetta) © ICSAIC 2020

Fonti archivistiche

  • Comune di Santo Stefano in Asprmonte, Registro dei nati, Atto di nascita n. 27, 1817;

Fonti bibliografiche

  • Giornale per l’abolizione della pena di morte, Voll. I-III, Tipografia Giuseppe Redaelli, Milano 1861; 
  • Aurelio Romeo (Jejè), Pietro Aristeo Romeo e il suo tempo, Tipografia P. Lombardi, Reggio Calabria 1887; 
  • Aurelio Romeo, Pensiero ed azione, Ceruso, Reggio Calabria 1895;
  • Vittorio Visalli, Lotta e martirio del popolo calabrese, Mauro, Catanzaro 1928; 
  • Gian Biagio Furiozzi, L’emigrazione politica in Piemonte nel decennio preunitario, L.S.Olschki, Milano 1979;
  • Giuseppe Musolino, S. Stefano in Aspromonte. Cinque patrioti, un ragazzo e la bandiera, Rexodes Magna Grecia, Reggio Calabria 2003;
  • Giuseppe Musolino, S. Stefano in Aspromonte. Storia e Protagonisti, Rexodes Magna Grecia,  Reggio Calabria 2009.

Russo, Francesco

Francesco Russo [Castrovillari, 28 febbraio 1908 – Roma, 28 agosto 1991]

Figlio di Giovanni e di Concetta Formato, nacque a Castrovillari dove rimase fino all’adolescenza. Avviato agli studi classici nella città calabrese, si trasferì a Roma (15 ottobre 1922) nella Congregazione dei Missionari del Sacro Cuore, conseguendo la licenza ginnasiale al «Nazareno» nel luglio del 1926. Entrato nel Noviziato dei Missionari del S. Cuore di Marsiglia nell’ottobre del 1926, emise la professione di fede il 15 novembre 1927 e nel luglio del 1929 conseguì la maturità classica al Liceo Mamiani di Roma. Sin da giovane manifestò il desiderio di abbracciare la vita consacrata, così il 24 luglio 1932 fu ordinato sacerdote dal card. Francesco Marchetti Selvaggiani nella chiesa di Sant’Ignazio di Roma. Compiuti gli studi umanistici e teologici, conseguì la Licenza all’Università Gregoriana nel 1933 e iniziò a insegnare nel Seminario della Piccola Opera del Sacro Cuore a Narni. 
Da sacerdote svolse il suo primo ministero nella chiesa di Nostra Signora del Sacro Cuore a Firenze fino al 1935, per poi passare per due anni alla parrocchia di Natick nel Rhode Island (Usa), durante la quale fu ammesso anche quale membro del Council of Knights of Columbia (giugno 1936).
Ritornato in Italia, (1937-1947) fu primo parroco della parrocchia di Santa Teresa del Bambin Gesù a Palermo per dieci anni e successivamente trasferito a Roma con l’incarico di bibliotecario alla casa provincializia. Negli anni successivi fu direttore della Piccola Opera del Sacro Cuore a Ferentino (Fr), associando alla cura delle anime quasi sempre l’attività di insegnamento e di ricerca. Promosse la Mostra bibliografica documentaria di storia della Chiesa in Calabria durante il Congresso Mariano e fece parte del Comitato per il 1° Congresso degli Studi storici calabresi (1954). Dal 1958 al 1962, fu nominato Visitatore apostolico prima dell’Istituto delle Figlie di Nostra Signora del Sacro Cuore di Napoli e poi della Congregazione dell’Immacolata di Santa Maria Capua Vetere; infine tornò a Roma (1965) intento al ministero nella Chiesa di Nostra Signora del Sacro Cuore al Circo Agonale. 
Spinto da intensa e fervida passione per la ricerca e l’esplorazione documentaria, frequentò assiduamente biblioteche e archivi sin dal 1927, iniziando una feconda attività scientifica e letteraria, testimoniata da numerose produzioni scientifiche e pubblicazioni. Fece parte del Direttivo della Deputazione di Storia Patria per la Calabria e fu socio della Società Napoletana di Storia Patria; nel 1963 fondò l’Unione culturale calabrese e nel 1978 fu ammesso quale socio dell’Academia Sistina a Roma.
La sua opera più importante resta il Regesto Vaticano per la Calabria, 12 volumi di schede e sintesi dei documenti riguardanti la Calabria, sparsi per le biblioteche europee o custoditi nell’Archivio apostolico vaticano. Per quest’opera monumentale ebbe il premio della Presidenza del Consiglio il 5 dicembre 1979. Altre opere di forte interesse storico sono la Storia della Chiesa in Calabria e gli studi su Gioacchino da Fiore. Polemizzò fra l’altro con Leone Tondelli, giudicando apocrifo Il libro delle figure attribuito a Gioacchino e contribuì in campo paleografico con gli studi sui codici greci del Nuovo Testamento appartenenti al «gruppo Ferrar».
Per i suoi studi ebbe numerose onorificenze, tra le quali si ricordano la medaglia d’argento al merito della cultura dal Capo dello Stato, il premio Villa San Giovanni per la saggistica (1960), la medaglia d’argento della città di Stilo nel centenario della morte di Tommaso Campanella (1968), la Commenda dell’Ordine ospedaliere di San Lazzaro di Gerusalemme a Salzburg (Austria) (1970), il tetradramma d’oro a Roma nel 1977, la medaglia d’oro Calabria a Roma nel 1980 e infine nell’81 la medaglia di bronzo dalla Provincia di Cosenza. 
Muore a Roma il 28 agosto del 1991. Durante la commemorazione il cardinale Pietro Palazzini lo definì «miracolo da certosino», mentre mons. Raffaele Barbieri, nella prefazione alla Storia della Diocesi di Cassano scriveva di lui: «La natura gli fu prodiga delle doti proprie dello storico: grande erudizione, pazienza certosina, ordine nelle ricerche, spirito di discernimento e dominio delle passioni. Amore ardente poi alla sua terra natale fece di lui un figlio devoto ed un servitore fedele». 
Il 30 novembre 2008, l’Amministrazione di Castrovillari ha scoperto una lapide commemorativa sulla casa natale, in via Cedraro, traversa di Via dei Martiri del 1799. (Vincenzo Antonio Tucci) © ICSAIC 2020

Opere essenziali

  • La Chiesa bizantina di Sotterra a Paola: storia ed arte, Tip. F. Chiappetta, Cosenza 1949;
  • L’abbazia di S. Maria di Camigliano presso Tarsia; documento sulla condanna di Gioacchino da Fiore. Arti grafiche A. Chicca, Tivoli, 1951;
  • La metropolia di S. Severina, Arti grafiche A. Chicca, Tivoli 1951;
  • Il Santuario della Madonna delle armi presso Cerchiara: brevi cenni, Tipografia Oreste Rossi, Roma 1951;
  • Gli scrittori di Castrovillari, Tip. Patitucci, Castrovillari 1952;
  • I santi Martiri argentanesi: Senatore, Viatore, Cassiodoro e Dominata: Storia e critica, Scuola tip. S. Nilo, Grottaferrata 1952;
  • L’immagine della SS. Achiropita che si venera nella Cattedrale Santuario d Rossani, Tip. Rossi, Roma 1952;
  • Il codice porpureo di Rossano, Oreste Rossi, Roma 1953;
  • Gli antichi codici calabresi. 1953;
  • Bibliografia gioachimita, L. S. Olschki, Firenze 1954;
  • Scritti storici calabresi; pref. di Luigi Costanzo, Cam, Napoli 1957;
  • Storia dell’Arcidiocesi di Cosenza, Rinascita artistica editrice, Napoli 1958;
  • La Diocesi di Nicastro, Cam, Napoli 1958;
  • Gioacchino da Fiore e le fondazioni florensi in Calabria, F. Fiorentino, Napoli 1959;
  • Dalle origini al Concilio di Trento, Laurenziana, Napoli 1961;
  • Il contributo della Calabria al patrimonio culturale europeo, Agar, Napoli 1962;
  • La Guerra del Vespro in Calabria nei documenti vaticani, Società napoletana di storia patria, Napoli 1962;
  • Medici e veterinari calabresi: sec. VI-XV): ricerche storico bibliografiche, Tip. Laurenziana, Napoli 1962;
  • Storia della diocesi di Cassano Ionio, Laurenziana, Napoli 1964;
  • I seminari calabresi: origini e storia, Laurenziana, Napoli 1964;
  • I frati minori cappuccini della provincia di Cosenza: dalle origini ai nostri giorni, Laurenziana, Napoli 1965;
  • Storia della Chiesa di Reggio Calabria, Laurenziana, 3 voll., Napoli 1965;
  • Dante e Gioacchino da Fiore, Leo S. Olschki, Firenze 1966;
  • Il santuario-Basilica di Paola, Edizione San Francesco di Paola, Paola 1966;
  • Un secolo di penetrazione culturale calabrese nell’Europa Centro-Settentrionale, 980-1080, a cura del Club del libro, S. Fili 1967;
  • Storia della Diocesi di Cassano Ionio, vol. III, Laurenziana, Napoli 1968;
  • Nostra Signora del Sacro Cuore: già S. Giacomo degli Spagnoli, Marietti, Roma 1969;
  • Filippo Gesualdi da Castrovillari, ministro generale dei minori conventuali e vescovo di Cerenzia-Cariati: 1550-1618: monografia storica, Gesualdi, Roma 1972;
  • La vita come missione in D. Peppino Bellizzi,  Arti Grafiche del Pollino, Castrovillari 1979;
  • Storia della Chiesa in Calabria dalle origini al Concilio di Trento, Rubbettino, 2 voll. Soveria Mannelli 1982;
  • Il santuario di S. Maria del Castello in Castrovillari, Patitucci, Castrovillari 1982;
  • I fraticelli in Sicilia nella prima meta del sec. XIV, Officina di studi meridionali 1987;
  • Gli ascetica di S. Basilio Magno e S. Nilo, Rossano – Grottaferrata 1989;
  • Polsi nel regesto vaticano, Laruffa, Reggio Calabria 1990;
  • Regesto vaticano per la Calabria,  vol. X, Gesuladi, Roma 1990;
  • Regesti delle pergamene di S. Angelo a Nilo: la cappella Brancaccio dei frati minori conventuali, Tipolitografia Laurenziana, Napoli 1991;

Nota bibliografica

  • Luigi Costanzo, Un giovane calabrese, storico della Calabria; in Mario Gallo (a cura di). Don Luigino Costanzo ed i suoi scritti, Grafica Reventino, Decollatura 1985, pp. 414-421.
  • Studi di storia della Chiesa in Calabria offerti al padre Francesco Russo nei suoi ottant’anni, Deputazione di storia patria per la Calabria (n. s.), VIII (1-4, gennaio-dicembre), 1987. 

Sapia, Giovanni

Giovanni Sapia [Rossano Calabro (Cosenza), 2 gennaio 1922-1 giugno 2018]

Nacque da famiglia artigiana. Il padre Francesco esercitò il mestiere di sarto; la madre, Grazia Montemurro, affiancò il marito nella stessa attività. La data di nascita che risulta all’anagrafe comunale è il 2 gennaio 1922, anche se nacque in realtà il 25 dicembre 1921 e furono i suoi genitori a dichiararne la nascita più tardi per ritardarne il servizio militare. Ricordava anche lo stesso Sapia che «era la notte di Natale» quando venne alla luce e che per questo la madre lo chiamò Giovanni Battista Salvatore.
Dopo aver frequentato per un anno il Ginnasio della sua città, per volere dei genitori che avrebbero voluto vederlo prete entrò nel Seminario di Rossano e vi frequentò le classi ginnasiali. Passò poi, per il liceo, nel Seminario di Reggio Calabria, dove completò gli studi medi ma, trattandosi di scuola non legalmente riconosciuta, si ritrovò senza un titolo legale che gli permettesse di iscriversi all’Università, e decise di conseguire il diploma di abilitazione magistrale a Cosenza, grazie al quale, superato il relativo concorso, iniziò l’attività di insegnante nelle Elementari. Nel frattempo conseguì nella scuola pubblica la maturità classica e poté iscriversi alla Facoltà di Lettere dell’Università di Roma, dove si laureò. Qui ebbe tra i suoi maestri l’italianista Umberto Bosco e il latinista Onorato Tescari che avrebbe voluto averlo come suo assistente. 
Sapia, però, era molto legato alla famiglia e alla sua città e, dopo la laurea tornò a Rossano, dove, superato il relativo concorso, divenne ordinario di italiano e latino del Liceo classico cittadino. Si sposò con Ida Montalti, che gli diede due figli:Francesco e Graziella. Nel 1958 fu, per pochi mesi, sindaco di Rossano, dopo le dimissioni dell’avv. Antonio Berlingieri, dimessosi perché eletto senatore. Tre anni dopo fu chiamato a dirigere il Liceo Scientifico di Corigliano Calabro, del quale fu preside incaricato fino al 1967.
Dall’anno scolastico 1967-68 fino al pensionamento (1990) fu preside titolare del Liceo Classico di Rossano. Nei lunghi anni di presidenza in questa scuola, Sapia si fece promotore di molteplici iniziative, tra cui la Celebrazione del Centenario dell’Istituto (1971) e l’intitolazione dello stesso a San Nilo (1986). «Fedele ai pedagogisti che vogliono il popolo istruito e le persone di cultura costantemente aggiornate» (Sena) , sua costante preoccupazione fu quella di estendere l’impegno educativo al di fuori della scuola stessa. Agli inizi degli anni Ottanta, su sua iniziativa sorse a Rossano prima l’Associazione «Roscianum», protesa al recupero e al culto di valori, tradizioni e memorie della comunità cittadina, e poi l’Università Popolare (1980), che realizzerà numerose e qualificate iniziative culturali di più ampio respiro per circa un quarantennio. Quella più importante rimane il Congresso Internazionale su San Nilo (1986) consacrato in un ponderoso volume di Atti, con ampia e dotta prolusione dello stesso Sapia.
Da sottolineare anche il suo impegno affinché il Codex Purpureus Rossanensis diventasse bene dell’umanità riconosciuto dall’Unesco e quello in difesa del mantenimento del Tribunale a Rossano. Ma oltre che uno straordinario operatore culturale, egli fu «la figura indubbiamente più interessante del panorama culturale rossanese del secondo Novecento» (Marco), operando in diversi ambiti, dal giornalismo alla saggistica, dagli studi filologici alla critica letteraria, dalla storiografia alla narrativa.
Nel 1944, poco più che ventenne fondò e diresse il periodico, «’U vettu». Lo stesso Sapia, ricordando quell’esperienza giornalistica giovanile lo definiva «voce scomoda e presaga, che la censura imposta dagli alleati s’affrettò a soffocare». Negli anni successivi pubblicò su quotidiani e periodici di varia natura («Nuova Rossano», «La Voce», «Il Corriere della Sibaritide», «Il Serratore», «Il Quotidiano della Calabria», «Gazzetta del Sud») i suoi articoli di letteratura, di storia e di varia umanità.
Il campo di studi dove Sapia diede il meglio di sé fu, comunque, quello filologico. Nel 1978 pubblicò la monografia La Carta rossanese e il Barber. Lat. 3205. Oggetto di questo studio critico-filologico di Sapia è l’atto notarile di una donazione del conte Ruggero II all’Abbazia del Patìr di Rossano, scritto in un latino decadente e molto corrotto, nel quale è intercalata una pagina di sapore volgare, che autorevoli studiosi consideravano come uno dei primissimi documenti della lingua volgare. Lo studioso rossanese dà una diversa interpretazione al documento, col sostegno di un ampio corredo filologico, sostenendone la natura di apografo e inserendolo nel novero delle scritture napoletane del Quattrocento. L’opera, per il suo contributo alla storia della lingua italiana, fu insignita nel 1978 del Premio Villa San Giovanni per la filologia. 
Tra gli altri scritti filologici, si segnalano: Due inediti di Diego Vitrioli nell’Archivio Severi di Perugia(1986) e Tra Calabria e Umbria. Classicisti del secondo Ottocento (1988). Tra i libri di critica letteraria, va segnalata innanzitutto la monografia Cerchio d’amore. La poesia di Giuseppe Selvaggiedita nel 1984, che l’autore stesso, amico e coetaneo del poeta cassanese, definisce nella prefazione, «una meditata e chiara traccia del cammino spirituale e dei temi poetici di Selvaggi, con un’indicazione critica ancorata all’analisi; un discorso sulla poesia di un calabrese, fatto da un calabrese». Analogo saggio critico Sapia dedicò a Gerardo Leonardis, poeta nativo di Calopezzati, che visse e operò a Roma. Il libro s’intitola Un poeta jonico. Gerardo Leonardis (1990).
Fu anche grande conoscitore della letteratura dialettale calabrese e in questo ambito, ha lasciato un’opera importante: Ciardullo (Michele De Marco), una monografia di oltre trecento pagine (edita nel 2000) che analizza criticamente la vita e l’opera di Ciardullo, definendone i tratti principali dell’uomo e dello scrittore.
Uno scritto di notevole interesse letterario è anche Dante Maestro (2016), una raccolta di saggi danteschi nati da un lungo amore che ha accompagnato la vita dell’autore, da sempre appassionato e acuto lettore della Divina Commedia.
Un altro ambito culturale che interessò l’attività letteraria di Sapia fu quello della storia, in particolare della storia della sua amata città. Due opere afferenti a questo ambito sono il Profilo storico della Città di Rossano (1993) e la raccolta di saggi Rossano tra storia e memoria (2001).
L’opera di Sapia che ha maggiormente attirato l’attenzione della critica, infine, è Il romanzo del casale, uscito nel 2009 e ripubblicato recentemente (marzo 2020). Pasquale Tuscano, in un suo ampio saggio sul romanzo, scrive che «Sapia, col dono della sua saggezza e della sua parola ornata, piegata magistralmente ora all’ironia, ora alla rabbia, ora alla dolcezza degli eventi gradevoli, ci ha saputo consegnare l’epoca della civiltà agro-pastorale nella sua realtà di paesaggi e di anime, assicurandone la memoria, in tempi di sempre più diffusa smemoratezza, anche alle generazioni future».
Dopo la ripubblicazione, il romanzo ha avuto molte recensioni lusinghiere. Su «L’Osservatore Romano» (5 marzo 2020), se n’è occupato Marco Beck, che definisce Il romanzo del casale«melodico e tuttora vitalissimo» e il suo autore «un romanziere di vocazione realista».
Per la sua intensa e molteplice attività culturale, Sapia è stato insignito di importanti riconoscimenti, tra cui la «Medaglia d’oro ai Benemeriti della Scuola, della Cultura e dell’Arte» (1990) e il «Premio Heracles – Città di Cariati» (2008).
È morto a Rossano a 96 anni. A meno di un mese, il Comune di Corigliano-Rossano gli ha intitolato la Sala Rossa del Palazzo San Bernardino, nel centro storico di Rossano, già sede del Consiglio comunale. (Franco Liguori) © ICSAIC 2020

Opere essenziali

  • La Carta Rossanese e il Barber. Lat. 3205, D’Anna, Messina-Firenze 1978;
  • Cerchio d’amore. La poesia di Giuseppe Selvaggi, Università Popolare, Rossano 1984:
  • Due inediti di Diego Vitrioli nell’Archivio Severi di Perugia, Pellegrini, Cosenza 1986;
  • Tra Calabria e Umbria. Classicisti del secondo Ottocento, Perugia 1988;
  • Un poeta jonico: Gerardo Leonardis, Editrice Sallustiana, Roma 1990;
  • Profilo storico della Città di Rossano, Lyons Club Rossano Sybaris, Rossano 1993;
  • Ciardullo (Michele De Marco), Mangone, Rossano 2000;
  • Rossano tra storia e memoria, Libreria Aurora, Corigliano 2007;
  • Il romanzo del casale, Pironti, Napoli 2009 (poi, Rubbettino, Soveria Mannelli 2020);
  • Cuore e storia di una Città, Ferrari, Rossano 2015;
  • Dante maestro, Ferrari, Rossano 2016;
  • Il Patire. Storia e colori di un’antica abbazia, Imago Artis, Rossano 2017.

Nota bibliografica

  • Gennaro Mercogliano, La fuga di Vitrioli in uno studio di Giovanni Sapia,«La Voce», 15 gennaio 1987;
  • Costantino Marco, Civiltà, cultura e intellettuali nel XX secolo, in Fulvio Mazza (a cura di), Rossano. Storia, Cultura Economia, Rubbettino, Soveria Mannelli 1996;
  • Franco Liguori, Rossano tra storia e memoria. Una raccolta di saggi di G. Sapia, «Il Serratore», XIV, 68, 2001, pp.30-33;
  • Luigi Renzo, Rossano tra storia e memoria in un volume di Giovanni Sapia, «Gazzetta del Sud», 22 settembre 2001;
  • Pietro De Leo, Sapia racconta la sua Rossano, «Il Domani», 25 agosto 2002;
  • Salvatore Bugliaro, Dizionario degli scrittori rossanesi, Ferrari Editore, Rossano 2009;
  • Pasquale Tuscano, Tra storia e invenzione: Il romanzo del casale di Giovanni Sapia, «Critica letteraria», 153, 2011;
  • Giovanni Casciaro, Il romanzo del casale di Giovanni Sapia, «La Voce», XVIII, 10 ottobre 2014;
  • Franco Emilio Carlino, L’Università Popolare di Rossano. Le opere e i giorni (1979-2014), Università Popolare Ida Montalti Sapia, Rossano 2015;
  • Rosa Rugna (a cura di), Giovanni Sapia tra cultura e scuola, Editrice Libreria Aurora, Corigliano 2017;
  • Franco Sena, G. Sapia: l’uomo, lo scrittore, l’animatore culturale, in Rosa Rugna (a cura di), Giovanni Sapia cit., pp. 276-278
  • Inserto sulla morte del Preside Giovanni Sapia, «Il Nuovo Corriere della Sibaritide», III, 4, 2018;
  • Franco Emilio Carlino, Giovanni Sapia. L’intellettuale rossanese a un anno dalla morte, «Il Nuovo Corriere della Sibaritide», IV, 2, 2019;
  • Marco Beck, Un nuovo Gattopardo, «L’Osservatore Romano», 5 marzo 2020;
  • Claudio Toscani, Il realismo umano di Sapia, «Avvenire», 27 marzo 2020;
  • Antonio Cavallaro, Il romanzo del casale. Il Gattopardo calabrese, «Il Quotidiano del Sud», 10 aprile 2020.

Stratigò, Vincenzo

Vincenzo Stratigò [Lungro (Cosenza), 17 dicembre 1822 – 29 settembre 1885]

Figlio del magistrato Angelo e della nobildonna napoletana Matilde Mantile. Avviato agli studi dallo zio don Luigi Stratigò, cultore di lingue classiche, entrò nel pontificio collegio Corsini-Sant’Adriano di San Demetrio Corone, rinomata scuola di studi classici e tempio della cospirazione antiborbonica. Negli anni Quaranta si iscrisse nella Facoltà di Legge dell’Università di Napoli, dove cominciò a frequentare le logge rivoluzionarie.
Nel 1844 prese parte ai moti di Cosenza e per questo venne espulso dall’università partenopea con conseguente interdizione agli studi. 
Cominciò a scrivere poesie, e probabilmente, proprio in quell’anno furono composti i Vjershë arbresh [Stornelli albanesi], contenuti nel libretto ms.: A Matilde Mantile in segno di candido affetto e perenne memoria; cosi come appartengono al periodo che va dal 1844 fino al 1857, sempre inserite nel succitato libretto, le poesie in italiano: Il poeta Cesareo (1844); La donzella del sacerdote (1849); Sorgi, sorgi famoso Scander; La colomba; L’albanese (1857);In morte di una vergineIl fulmine d’amore; Epigrafe; L’amorticida; L’amanticida; A Francesco Nullo; A Galluppi.
Nel 1848 partecipò ai moti di Napoli con il grado di luogotenente dell’esercito nazionale sotto la guida del generale Ignazio Ribotti. Subito dopo i moti del 15 maggio gli venne vietata la residenza a Napoli e gli venne imposto il rimpatrio a Lungro. Giunse comunque in tempo per partecipare alla resistenza di Campotenese e alla battaglia di Monte Sant’Angelo. 
In questi primi anni di latitanza (1848-1852), così come riportato dal figlio Angelo in una biografia del padre (dattiloscritto inedito), scrisse un Proclama agli albanesi e Apostrofe agli avi miei in cui riecheggiano le vicende della resistenza del popolo albanese contro l’oppressione turca. Queste due opere non sono giunte a noi e sono probabilmente da annoverare tra i suoi numerosi scritti sequestrati dalla polizia borbonica. 
Il 23 ottobre 1852, in virtù del decreto d’indulgenza, gli venne concessa la libertà. Ma già nel 1853 fu inviato insieme al padre Angelo al domicilio forzato a Catanzaro e poi confinato a Badolato dove, per mancanza di mezzi di sussistenza, violò il confino e si ritirò clandestinamente a Lungro vivendo da latitante fino al 1855. 
L’esilio politico che egli subì nel 1853 portò alla morte il padre Angelo, a quell’epoca giudice di Tiriolo, trasferito a Muro Lucano per punizione. Lì, colto dal colera, dopo pochi giorni, Angelo Stratigò si spense.
Nel 1854 Vincenzo compose la poesia La partenza del retore, insieme all’opera omonima che l’autore intitola: Il Brigante. Brano di una novella inedita. Versi. Questo manoscritto composto da 17 facciate, oltre ai brani succitati, contiene la poesia in ottave dal titolo: In morte di Vincenzina Vaccaro, scritta nel 1844, e alcuni appunti in prosa relativi allo scritto Protesta per Vincenzo Stratigò, poi pubblicato nel 1874. 
Nel 1857 Vincenzo Stratigò si trasferì a Rossano per insegnare latino e greco ai figli del marchese Malena. Non appena la polizia scoprì il provvedimento di sorveglianza che pendeva nei suoi confronti, lo allontanò immediatamente da quella città. Intanto la sua famosa ode L’albanese, veniva fatta circolare clandestinamente tra i contadini dei paesi italo-albanesi per incitarli alla rivolta contro la dittatura borbonica. 
Nel decennio 1850-1860 contraddistinto da un fermento ideologico di notevole portata, fu molto vicino al pensiero di Giuseppe Mazzini. 
Intanto a Lungro, tramite la cospirazione segreta, divulgava le proprie idee rivoluzionarie in versi in italiano e in albanese. Nel 1858 compose la poesia Il bacio e il fiore.
Il 16 luglio 1859, ispirato dalla battaglia di Palestro, tentò di sollevare le colonie albanesi per recarsi in aiuto dei fratelli in Lombardia e in ciò, assistito dai suoi più fedeli collaboratori tra cui Pietro Irianni, Cesare Martino e altri rivoluzionari lungresi, organizzò una sommossa antiborbonica. Per tale azione i suoi fratelli Giuseppe e Demetrio furono arrestati e tradotti nel carcere di Cosenza; sua madre venne rinchiusa nelle prigioni di Lungro e egli stesso fu costretto alla latitanza con una taglia sul capo di 8500 lire. Oppressa dalla repressione borbonica e carica di debiti, la famiglia Stratigò, per far fronte ai bisogni del carcere e della latitanza, fu indotta ad alienare la maggior parte dei propri beni. Dalla corrispondenza che il nostro ebbe con la madre, dopo l’unità d’Italia, si apprende come l’unico punto di riferimento stabile per gli Stratigò fosse Vincenzo, allora capitano dell’esercito italiano, e che il sostentamento della famiglia dipendesse dal suo salario. 
In latitanza, comunque, egli continuò a organizzare la rivoluzione che sarebbe poi culminata nella battaglia del Volturno liberando l’Italia meridionale dal giogo dei Borboni. Insieme ai fratelli Angelo e Domenico Damis, Pietro Irianni, Giuseppe Samengo, Cesare Martino e Pasquale Trifilio, Stratigò comandò una delle cinque compagnie lungresi che presero parte alla marcia trionfale di Giuseppe Garibaldi. 
Profondamente deluso dell’operato del governo italiano insediatosi dopo l’Unità, ritornò a Lungro dove si dedicò gli studi di economia, politica, storia e geografia: lì sposò la lungrese Maria Raffaella Vaccaro dalla quale ebbe tre figli: Matilde, Angelo e Rosina. Dal 1861 al 1885 anno della sua morte, si intensifica la sua produzione letteraria. L’Epistolario amoroso giunto a noi, riporta in alcune lettere date significative comprese tra gli anni 1863-1864, certune anche il luogo di stesura: Torino, Salerno, Milano e Napoli, città nelle quali dovette risiedere per ragioni legate alla sua professione di ufficiale dell’esercito.
Nel 1864 fondò una scuola serale a Lagonegro e per tale motivo il sindaco gli conferì la cittadinanza onoraria. Incorporato nell’esercito, sempre nel 1864, fece parte del Tribunale di guerra per la repressione del brigantaggio in Basilicata. Nel 1866 venne nominato Capo di Stato maggiore. Tornato a Lungro riprese gli studi sulla questione del Mezzogiorno, sull’evoluzione del proletariato e continuò a scrivere poesie. Come aderente al movimento socialista subì perquisizioni alle quali rispose con scritti di protesta. Nel settembre del 1874, accusato di internazionalismo socialista, subì in casa una perquisizione durante la quale gli vennero sequestrati molti manoscritti tra cui il Trattato di Geografia Politico Economico. Profondamente amareggiato per quanto accaduto, scrisse una Protesta per Vincenzo Stratigò
In occasione della morte del Re Vittorio Emanuele II, avvenuta a Roma il 9 gennaio del 1878, compose l’ode Parliam di lui fratelli, ahime! Disparve. Appartengono a questo periodo che va dal 1861 al 1885 molte delle poesie scritte in albanese. Nel triennio 1882-1885 compose opere di carattere economico e sociale come: Disquilibrio tra lo Scambio e la Produzione (1882), manoscritto che mette in evidenza i problemi economici e sociali che affliggevano allora le masse contadine italiane. Dello stesso anno è lo scritto: Vincenzo Stratigò e il Comizio popolare di Cosenza. Sempre nel 1882 compose il Discorso in morte di Giuseppe Garibaldi
Dopo una lunga carriera da ufficiale e una vita spesa per far emancipare le popolazioni calabro- albanesi, si spense a Lungro a 63 anni. Insieme a Pierdomenico e Angelo Damis di Lungro, ai fratelli Domenico e a Raffaele Mauro di San Demetrio Corone e a tanti altri patrioti arbëreshë, come scrive Attilio Vaccaro nel saggio Gli Italo-albanesi nei moti risorgimentali in Calabria, lo Stratigò è da annoverare tra  «gli albanesi di Calabria che diedero un contributo memorabile in pensiero e in azione, destinando alla nobile causa non solo combattenti ma anche coraggiosi martiri». (Nicola Bavasso© ICSAIC 2020

Opere

  • Opere Poesia e Prosa, a cura di Nicola Bavasso e Giovanni Belluscio (Albanologia 15; Università della Calabria), Rende 2011.

Nota bibliografica

  • «Giornale delle Due Sicilie», n. 156 del 19 luglio 1859.
  • Alberto Straticò,  In morte di Vincenzo Stratigò, Edizioni Patitucci, Castrovillari 1885.
  • Alberto Straticò, Il Genio di Skanderbeg, Palermo, 1892.
  • Cesare Lombroso, In Calabria, Edizioni Giannotta, Catania 1892.
  • Giuseppe Ferrari e Kolë Kamsi, “Vincenzo Stratigò poet abresh”, «Buletini i Universitetit të Tiranës, Seria Shkencat Shoqerore», 1, Tiranë 1959.
  • Kolë Kamsi , V. Stratigò, «Nëndori», II, Tiranë 1959, pp. 137-143.
  • Ziaudin Kodra, Vinçenc Stratikoi, «Historia e letersisë shqipe», II, Tiranë 1959, pp. 195-202.
  • Comitato Commemorazione del Risorgimento, Parliamo di Lungro in occasione del Centenario dell’Unità d’Italia, Lungro 1963.
  • Alfredo Frega, Il poeta soldato Vincenzo Stratigò (1822-1885), in Zgjimi Risveglio n. 2-3, 1970, pp. 7-11.
  • Historia e Letërsisë Shqipe, kapitulli VII Vinçenc Stratikoi,  Enti i teksteve dhe i mjeteve mësimore i Krahinës socialiste autonome të Kosovës, Prishtinë 1975, pp. 394-399.
  • Nicola Bavasso, Ungra katund i Arbërisë-Lungro Centro dell’Arbëria, Edizioni Masino, Lungro 2003.
  • Attilio Vaccaro, Il Pontificio Collegio Corsini: presidio di civiltà e ortodossia per gli Albanesi di Calabria (prima parte), in «Hylli i Dritës», 28/3, 2008, pp. 145-181; (seconda parte) 28/4, 2008, pp. 102-136.
  • Attilio Vaccaro, Gli Italo-albanesi nei moti risorgimentali in Calabria, in Unità multipleCentocinquant’anni? Unita? Italia, a cura di  Giovanna De Sensi e Marta Petrusewicz, Rubbettino, Soveria Mannelli 2014,  pp. 448-496. 

Nota archivistica

  • Archivio Storico della famiglia Stratigò – Lungro
  • Archivio Storico della famiglia Damis – Lungro
  • Archivio Privato della famiglia Alfredo Frega – Lungro

Verbaro, Giusi

Giusi Verbaro (Catanzaro, 26 marzo 1938 – Soverato, 27 agosto 2015)

Nasce da Adriana Marani, maestra, e Domenico Cipollina, cancelliere capo al Tribunale prima di Catanzaro e poi, da metà degli anni Cinquanta, quando la famiglia si trasferisce per favorire gli studi delle figlie, di Firenze. 
Giusi Verbaro consegue la maturità classica e, dopo il trasferimento a Firenze, conclude gli studi scientifici laureandosi in Biologia nel 1961 e iniziando la carriera di docente di Scienze Matematiche nelle scuole medie superiori, attività che prosegue a Catanzaro, dove torna a vivere dopo il matrimonio con l’avvocato Giuseppe Verbaro e dove nascono i suoi tre figli: Caterina (1962), Demetrio (1965) e Viviana (1970). Giusi assume il cognome del marito.
L’eclettismo culturale di Giusi Verbaro, che nasce anche dalla ricerca di una sintesi armonica tra la positività della scienza e l’equilibrio metrico-ritmico della poesia, si sostanzia nella sua produzione letteraria, che spazia dalla lirica alla narrativa alla saggistica, e nell’attività di promozione culturale e poetica. Sin dalla fine degli anni Sessanta si dedica alla scrittura in prosa e in versi: nascono i primi racconti (ancora inediti) e le liriche, alcune delle quali confluiranno nella raccolta d’esordio, Voglio essere voce, edita a Firenze nel 1970. Il decennio che intercorre tra la prima e la seconda raccolta poetica separa il primo periodo compositivo, in parte contraddistinto da un linguaggio ermetico, dalla più matura fase creativa, principiata dal volume Traiettorie e traslazioni (1979) e segnata da una ricerca linguistica costante, che si muoverà sui binari paralleli della memoria e dell’erranza costituenti lo sfondo metaforico della riappropriazione dell’identità dell’io lirico.
Tra gli anni Settanta e Ottanta Verbaro scrive per vari volumi antologici (tra cui Care donne, 1979) ed è parte integrante del dibattito critico sul rinnovamento poetico interpretato nelle raccolte A valenze variabili (1981), Mediazioni e ipotesi per maschere (1985) e Utopia della pazienza (1986), declinando nel discorso letterario caratteri tematico-formali che diventano emblemi della sua produzione: l’ispirazione al verso informale, al recupero della carica analogica della parola, alle esperienze del post-ermetismo e della psicoanalisi.
Nel 1982 la poetessa pubblica la raccolta Un dio per la domenica, di ambientazione calabrese e toni sociali, e cura l’opera Poeti della Calabria che rientra nelle antologie regionali edite da Forum-Quinta Generazione e volte a far conoscere la lirica italiana della stagione post-neoavanguardista.
Nel 1984 vede la luce Le alchimie dello stregone, raccolta di scritti saggistici sulla poesia che testimonia la notevole perizia interpretativa nell’indagine critico-letteraria. Al 1988 risale il volume Itaca Itaca, che antologizza, in forma revisionata e sotto l’egida del tema del viaggio, le liriche di A valenze variabili Mediazioni e ipotesi per maschere, proponendo altresì una selezione di contributi critici essenziali.
Con gli anni novanta inizia un nuovo ciclo d’indagine: il discorso lirico si apre alla tematica amorosa, connessa alla ricerca di senso poetico e variamente declinata come forza eroica propria della figura archetipica (L’eroe, 1989), come culmine espressivo della dislocazione dell’io (Per amore, per follia, 1991), come epopea simbolica e tragitto avventuroso (Le lune e la Regina, 1993). La plaquette Otto tempi d’amore, composta nel 1990 e tradotta in francese due anni più tardi (Touches d’automne), si può ascrivere a tale fase poetica.
Gli anni Novanta vedono l’approdo a una concettualizzazione del fare lirico: l’incessante indagine linguistica fa emergere le radici mitico-memoriali degli scenari poetici prediletti, per cui il senso della parola diviene il mito dell’inquieto e ciclico viaggiare del poeta. Il «romanzo in versi» Nel nome della madre (1997) tematizza l’unione temporale di passato e presente attraverso il simbolo del cerchio, mediatore di una catarsi filtrata dal recupero memoriale di una dimensione ‘altra’, ma non perduta. Nel volume Isola (2000) si avverte un’incidenza preponderante di sensazioni oniriche.
Suggestioni marine forgiano il volume illustrato Fondali (2001), dove le interpretazioni pittoriche di Dario Sforza conferiscono un cromatismo performativo ai versi scelti di Giusi Verbaro.
Il motivo della circolarità temporale, connesso al valore creativo della parola poetica e al senso profetico dell’attesa, permea anche il volume Luce di Hakepa (2001) e il processo di ricognizione e riappropriazione dei ricordi prosegue nei versi di Solstizio d’estate (2008).
La riflessione critica sul tema amoroso continua ad attraversare la produzione poetica della Verbaro nell’antologia L’amorosa avventura. Antologia della poesia d’amore italiana contemporanea (da lei curata nel 2000) e nel volume con audiobook L’amore impossibile (2006).
La produzione del nuovo millennio annovera le sillogi La casa sulla scogliera. Poesie 1997-2010 al cui centro è l’immaginario del paesaggio marino calabrese, e Il vento arriva da uno spazio bianco (2013), in cui l’impronta del recupero memoriale si fa più riconoscibile, poiché impressa nello ‘spazio bianco’ dell’azione poetica che custodisce i ricordi dell’io lirico.
La variegata produzione di cartelle d’arte (Appunti d’autunnoNostosFondaliAngeli) testimonia la collaborazione tra la Verbaro e vari artisti del tempo.
Giusi Verbaro ha affiancato alla scrittura l’attività costante di operatrice culturale, fondando e dirigendo Premi letterari (il Premio Nicolina Cortese Siciliano, Città di Catanzaro, 1986-1997; il Premio Sant’Andrea sullo Jonio, 1999-2008; il Premio Cariati, 1989-1991), conducendo attività seminariali di approfondimento (rivolti a docenti e studenti) sulla poesia contemporanea, organizzando convegni e promuovendo eventi presso varie istituzioni culturali in Calabria e a Firenze.
Le liriche di Giusi Verbaro sono state tradotte ed edite in Francia, Spagna, Portogallo, Grecia, Germania e Argentina e il valore poetico della sua opera letteraria è stato riconosciuto in ambito critico da voci autorevoli (tra cui Caproni e Luzi) e premiato dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri (nel 1985 per la poesia e nel 2002 per la saggistica). In una carriera più che trentennale Giusi Verbaro ha vinto anche i premi Regium Julii nel 1972, Nicolardi nel 1974, Nuovo Molise nel 1979, Bari Palese nel 1985 e nel 1991, Ceppo Proposte nel 1986, De Libero nel 1989, Casentino nel 1989, La Pira nel 1989, Città di Quarrato nel 1989, Lerici-Pea nel 1990, Alfonso Gatto nel 1991, Milazzo nel 1992, Circe-Sabaudia nel 1998, S. Nicola Arcella nel 1989 e nel 2000, Anassilaos nel 2001, Camaiore nel 2008. Si ricordano, altresì, i premi Selezione Viareggio nel 1981, 1983, 1985, 1986, 1991, 1993.
L’interesse per la sua opera ha condotto alla realizzazione dei due videodocumentari Per la poesia di Giusi Verbaro: una mai ricomposta meraviglia (regia di Gabriella Maleti) e Giusi Verbaro: l’erranza le rotte (regia di Salvatore Corea).
A Giusi Verbaro, mancata a Soverato all’età di 77 anni, è stata intitolata la Sala di Consultazione della Biblioteca Comunale di Catanzaro «Filippo De Nobili»
Il Fondo delle carte della poetessa è raccolto presso l’Archivio di Stato di Firenz. Nel 2019 è uscito il libro postumo Le tracce nel labirinto. Leggere e far leggere la poesia contemporanea. (Angela Francesca Gerace) © ICSAIC 2020

Opere

Poesia

  • Voglio essere voce, Regione Letteraria, Firenze 1970.
  • Traiettorie e traslazioni, Forum-Quinta Generazione, Forlì 1979.
  • A valenze variabili, Forum-Quinta Generazione, Forlì 1981.
  • Un dio per la domenica, Fata, Catanzaro 1982.
  • Mediazioni e ipotesi per maschere, Vallecchi, Firenze 1985.
  • Utopia della pazienza, Forum-Quinta Generazione, Forlì 1986.
  • Itaca Itaca, Forum-Quinta Generazione, Forlì 1988.
  • L’eroe, Confronto, Fondi 1989.
  • Otto tempi d’amore, Carpena, Sarzana 1990.
  • Per amore, per follia, Periferia, Cosenza 1991.
  • Le lune e la Regina, Book, Castel Maggiore 1993.
  • Nel nome della madre. Ritratto di signora e altre figure, Manni, Lecce 1997.
  • Isola (con supporto Dvd), L’Alternativa, Catanzaro 2000.
  • Luce da Hakepa, Book, Castel Maggiore 2001.
  • L’amore possibile (con audiobook), L’Alternativa, Catanzaro 2006.
  • Solstizio d’estate. Romanzo in poesia, Manni, Lecce 2008.
  • La casa sulla scogliera. Poesie 1997-2010,  L’Alternativa, Catanzaro 2010.
  • Il vento arriva da uno spazio bianco, Interlinea, Novara 2013.

Saggistica, antologie, cartelle d’arte

  • Poeti della Calabria, Forum-Quinta Generazione, Forlì 1982.
  • Le alchimie dello stregone, Rubbettino, Soveria Mannelli 1984.
  • Appunti d’autunno, con Giovanni Marziano, L’Alternativa, Catanzaro 1995.
  • Nostos (con Alessandro Russo), L’Alternativa, Catanzaro 1998.
  • L’amorosa avventura. Antologia della poesia d’amore italiana contemporanea, Abramo, Catanzaro 2000.
  • Fondali, con Dario Scorza, L’Alternativa, Catanzaro 2001.
  • Angeli, con Vanni Rinaldi, L’Alternativa, Catanzaro 2009.
  • Dove va la poesia. Conversazione di Giusi Verbaro con Mario Luzi, a cura di Caterina Verbaro, in «Quaderni del ’900», Mario Luzi poeta del Novecento. Modernismo, Lirica, Ermeneutica, a cura di Alberto Comparini, XVII, 2017, pp. 197-202.
  • Le tracce nel labirinto. Leggere e far leggere la poesia contemporanea, a cura di Caterina Verbaro, Rubbettino, Soveria Mannelli 2019.

Nota bibliografica

  • Giuseppe Zagarrio, Giusi Verbaro Cipollina, in Febbre, furore e fiele. Repertorio della poesia italiana contempornea 1970-1980, Mursia, Milano 1983, pp. 331-332.
  • Luigi Reina, Il ritorno di Orfeo, in Poesia e regione. Un secolo di poesia in Calabria, Edisud, Salerno 1991, pp. 129-153.
  • Mauro Francesco Minervino, Senza fine, senza terra. Metafore del viaggio nella poesia di Giusi Verbaro, Book, Castel Maggiore 2003.
  • Donato Valli, Parole della storia e storia di parole in “Luce da Hakepa” di Giusi Verbaro, in Aria di casa. Esperienze di volontariato letterario, serie III, tomo II, Congedo, Lecce 2005, pp. 381-384.
  • Giusi Verbaro in Ernestina Pellegrini (a cura di), Scritture femminili in Toscana. Voci per un autodizionario, Le Lettere, Firenze, 2006, pp. 309-313.
  • Ricordo di Giusi Verbaro, in “Capoverso”, 31, gennaio-giugno 2016, pp. 68-90.
  • Martino Santillo, L’utopia luminosa di Giusi Verbaro, in “Incroci”, Utopia, luglio-dicembre 2017, pp. 74-83.
  • Giuseppe Panella, Giusi Verbaro: il vento impetuoso della poesia, in “Testimonianze”, Con gli occhi dei poeti, 518-519, 2018, pp. 220-225.
  • Daniele Maria Pegorari, La biologia perfetta di Giusi Verbaro, in “Poesia”, XXXI, 336, aprile 2018, pp. 70-72.

Porchia, Antonio

Antonio Porchia [Conflenti (Catanzaro), 13 novembre 1885 – Buenos Aires, 9 novembre 1968]

Primo di sette figli – quattro maschi e tre femmine – nasce in una famiglia di buone condizioni economiche e sociali, ma segnata da una singolare vicenda: suo padre, Francesco, nato nel 1850, era un prete “spretato”, che abbandonò l’abito talare per una ragazza, Rosa Vescio, della quale s’innamorò pazzamente. Questa scelta estrema determinò il destino della famiglia condannata a un perenne peregrinare (“trashumancia”, la chiamerà Antonio) da una città all’altra per evitare lo scandalo e l’emarginazione sociale. Alcuni suoi parenti e uno dei suoi migliori amici, Julian Polito, hanno, invece sempre sostenuto che Antonio si è inventato tutto e che è vero che suo padre era stato educato e cresciuto in seminario, ma non manifestò mai l’intenzione di abbracciare il sacerdozio. Era un commerciante di legname e per questo aveva necessità di spostarsi da un posto all’altro e in ultimo, proprio un anno prima di morire,  si trasferì ad Avellino per ragioni strettamente legate alla sua attività. Per quale motivo Antonio abbia “inventato” tutto questo neppure i suoi amici più stretti sanno spiegarlo, forse perché gli piaceva stupire con una storia così particolare, affascinante e, sostanzialmente, innocua.
Nel 1900, ad appena cinquant’anni, suo padre muore improvvisamente e Antonio è costretto ad abbandonare gli studi per badare alla famiglia; matura così l’idea di emigrare in Argentina, progetto che si realizza nel 1902.  Partono da Napoli su una nave, la «Bulgaria»,  battente bandiera tedesca, lasciando in Italia il più piccolo dei fratelli e sbarcano a Buenos Aires. Antonio trova lavoro dapprima come manovale, poi passa a fare il cestaio e infine trova una stabile occupazione come controllore al porto. S’iscrive al sindacato e comincia a frequentare gli ambienti anarchici, aderisce alla Fora (Federation obrera regional argentina), scrive su «Organizacion Obrera», organo ufficiale del Sindacato e inizia a collaborare con una piccola rivista anarchica, «La Fragua»
Le sue poesie diventano fulminanti aforismi  e ve n’è uno che lo renderà subito famoso. «En todas partes mi lado es el izquierdo. Nacì de ese lado» («In ogni parte il mio lato è il sinistro. Sono nato da questo lato»). Nei primi anni la famiglia abita nel quartiere di Barracas, poi si trasferisce a San Telmo e nel 1918 insieme con il fratello Nicola, compra una vecchia tipografia e avvia questa nuova attività. Si distacca dal movimento anarchico e si avvicina al Sindacalismo, dedicandosi alle problematiche dei lavoratori immigrati. Nello stesso anno, grazie all’aiuto di tutti i suoi familiari, si trasferisce nel quartiere La Boca, abitato prevalentemente da italiani. Abbandonerà questa casa solo nel 1936, quando si stabilirà con l’intera famiglia allargata, in calle San Isidro al quartiere Saavedra. Per Antonio sono anni di grande fervore, di intensa attività e, soprattutto, di notevole impegno politico e letterario.  La sera, nel chiuso del suo studio, rielabora la sua giornata e dipana le “voces”, poesie, delicate e intimiste, segrete e recondite.
Nel 1936, a causa di sopraggiunte ristrettezze economiche, è costretto a vendere la bella casa di San Isidro e a trasferirsi al barrio Olivos in un appartamento più piccolo. Fino a questo momento i suoi versi sono conosciuti solo dai suoi amici più cari e, sebbene pressato da familiari e amici, non si è mai deciso a pubblicarli. Solo nel 1940, dopo aver fondato la «Asociacion de Arte y Lettras Impulso», decide finalmente a pubblicare le sue prime riflessioni in un volumetto intitolato La Fragua: Voces, che esce nel 1943  tirato in mille esemplari. Il libro passa inosservato, anzi, come racconta Roberto Juarroz, i pacchi dei libri tornarono indietro perfettamente integri. Nei primi mesi del 1946, Antonio viene a conoscenza dell’esistenza di un ente pubblico che si chiama «Sociedad Protectora de Bibliotecas Populares» che coordina una vasta rete di piccole e medie biblioteche popolari sparse in tutto il paese e invia alcune copie del libro. È un successo clamoroso e inaspettato, tanto che nel 1948 occorre fare una seconda e una terza tiratura del primo volume, mentre, in fretta e furia, viene stampato un secondo volume. Sulla prestigiosa rivista «Sur», diretta da Victoria Ocampo il critico francese Roger Caillois scrive una entusiastica recensione e invita Antonio a collaborare con la rivista. Caillois, all’insaputa di Antonio, traduce il libro in francese e non riuscendo a pubblicare Voces in volume, inserisce una parte delle poesie nella rivista annuale «Dits» e le poesie più recenti in «Le Licorne» una rivista parigina d’avanguardia. Henry Miller e Raymod Queneau restano così ammirati dalla freschezza e dalla forza di quegli aforismi che propongono al Club Frances del Libro di assegnare a Porchia per il 1949 il premio internazionale degli autori stranieri. La giuria internazionale è di parere diverso, tuttavia gli conferisce una speciale menzione e lo invita a visitare la Francia e a tenere una serie di conferenze. Antonio, onorato, stupito e allo stesso tempo, frastornato da tanto improvviso successo, risponde con una delle sue frasi taglienti: «Las distancias no hicieron nada. Todo està aqui» (Le distanze non hanno fatto nulla. Tutto è qui»). Non si muove, però, da Buenos Aires e non si muoverà mai. Si susseguono, invece, le traduzioni della sua opera all’estero, prima in Belgio nell’antologia Poesie vivante en Argentine, poi di nuovo in Francia, in Germania grazie a Fridrich Weiniger, negli Stati Uniti, a Chicago, a opera di W.S. Merwin e ultimo in Italia, soltanto nel 1979, a cura di Vincenzo Capitelli che pubblica a Milano una stringata selezione delle “voces”.
Il successo internazionale non modifica la sua ricerca, non cambiano i temi delle sue riflessioni, anzi si accentua la sua riservatezza, il suo intimismo, la sua solitudine che non è emarginazione bensì distaccata innocenza e spirituale sapienza. «Se vive con la esperanza de llegar a ser un recuerdo» («Si vive con la speranza di diventare un ricordo»), dice in un’edizione del 1959 e probabilmente pensa al suo disperato amore rubatogli da una morte atroce e repentina e a lei dedica un verso – «No ves el rio de llanto porque le falta una lagrima tuya» («Non vedi il fiume del pianto perché manca una lacrima tua») – che diventerà, negli anni Sessanta,  così celebre da essere scritto a lettere cubitali sui muri dei quartieri popolari.  La sua opera fa da traino a quella dei pittori che si erano raccolti nell’associazione «Impulso» ed ognuno di loro regala al Presidente un proprio quadro, sicché, col passare degli anni, P. forma una sua personale galleria rappresentativa della moderna pittura argentina. Quando  Petorutti, Victorica, Quinquela Martin, Castagnino, Soldi, Buttler e Corner divennero famosi e molto quotati, qualcuno suggerì ad Antonio, che non navigava in buone acque, di cominciare a vendere qualche quadro e anche in quella occasione lui rispose con una delle sue frasi al fulmicotone: «Mis cosas son muchas, y son una, si intento separarme de una» («Le mie cose sono molte e sono una, se provo a separarmi da una»).
Su insistenza di Jorge Luis Borges, che è il Presidente, Porchia accetta di entrare a far parte de la Sociedad Argentina de Escritores, ma in cambio chiede che sia lo stesso Borges a scrivere la prefazione all’ennesima edizione di Voces, verrà accontentato e Borges ne scriverà quattro di prefazioni. Dopo le lusinghiere recensioni in Francia e negli Usa molti giovani critici chiedono di intervistarlo, a fatica egli si sottopone alle domande e preferisce che a parlare siano i suoi amici più intimi, Juarroz e Pugliese. In un’intervista, rilasciata nel 1964 a Ines Malinow, parla di Dio e della fede  – «El no saber hacer supo hacer a Dios» («Non sapendo come fare seppi fare Dio») – ma accenna anche al suo sfortunato amore per una donna e afferma che, dopo la morte di quella ragazza, non è più riuscito a innamorarsi. 
Nel 1966, dopo aver festeggiato gli ottant’anni, a causa di una brutta caduta, subisce una commozione cerebrale dalla quale non si riprenderà più vivendo per mesi in uno stato di sonnolenza e di delirio. Nel marzo del 1968 viene ricoverato in ospedale per tentare di rimuovere un grumo di sangue al cervello, l’operazione riesce e si registra una certa ripresa, ma, improvvisamente, agli inizi di novembre, le condizioni peggiorano e neppure un nuovo ricovero riesce a scongiurare il peggio; la morte sopravviene all’alba del 9 novembre 1968, quando mancano venti giorni al suo ottantaduesimo compleanno. (Antonio Orlando)  ICSAIC 2020

Opere

  • Voces reunidas, Universidad Nacional Autónoma de México, Distribuciones Integrales,  Città del Messico 1999;
  • Voces reunidas, a cura di Daniel Conzàlez Dueñas, Alejandro Toledo, Angel Ros Domingo, Alción Editore, Buenos Aires 2006; ; 
  • Voix reunies, a cura di Daniel Faugeras, Eres Editore, Toulouse 2013;
  • Voci, a cura di Fabrizio Caramagna, Genesi Editore, Torino 2013;
  • Voci, a cura di Ernesto Franco, Il Melangolo, Genova 1994.

Nota bibliografica

  • Dionisio Petriella e Sara Sosa Miatello, Diccionario Biográfico Italo-Argentino, Associazione Dante Alighieri, Buenos Aires 1976, ad vocem;
  • Lo straordinario caso letterario di Antonio Porchia, emigrato calabrese in Argentina, «LiConflenti», II, 5, Conflenti, dicembre 2002;
  • Vincenzo Villella, Lo straordinario caso letterario di Antonio Porchia, Premio Letterario ”F. Mastroianni”, Platania 2004;; 
  • Vittoria Butera, Pillole di saggezza, Gezabele editore, Falerna 2004;
  • Armido Cario, Antonio Porchia e le “Voci” della coscienza, «Il Lametino», 16 settembre 2004;
  • Antonio Orlando, Storie dell’emigrazione. Antonio Porchia ovvero l’apogeo dell’aforisma, «La Riviera», giugno 2006;
  • Paolo Gasparini, Un inmigrante entre extranjeros: Antonio Porchia como “gnomon” del misterio, «Confluenze», I, 2, 2009.

Crucoli, Luigi

Luigi Crucoli (Reggio Calabria, 2 giugno 1867 – Milano, 21 gennaio 1942)   

Nacque da Orazio, insegnante elementare, e da Iole Mussola. Giovanissimo, dal 1884, a seguito del padre occupato quale maestro, dimorò per cinque anni tra  Catanzaro e Reggio. Frequentò le scuole tecniche e fece apprendistato nell’arte della stampa, senza conseguire risultati soddisfacenti. Per il suo carattere turbolento e la scarsa propensione al lavoro, venne messo alla porta da tutte le tipografie locali. Fu assunto in una fabbrica di bibite gassate.
Coniugato con Maria De Nardo, ebbe una figlia.
«Di principi sovversivi e dedito all’ozio e al vagabondaggio», secondo le fonti di polizia, nel corso della sua militanza, gli furono comminate diverse ammonizioni. La prima, 13 marzo 1887, dal pretore di Reggio in quanto indiziato di reati contro le persone e la proprietà. Al fine di sfuggire ai rigori della legge  ed evitare seccature, dopo una sosta presso i compagni di Trani, riparò in Francia e in Svizzera. Il soggiorno fu utile: contattò alcuni esponenti del socialismo europeo ed affinò le sue conoscenze dottrinarie. 
Da qualche anno, aveva avviato una collaborazione ad alcuni giornali anarchici:  l’Amico del Popolo di Napoli, la Fiaccola di Marsala, il Paria di Ancona, la Groupe cosmopolite Revolutionnnaire Socialiste di Parigi, e uno scambio di corrispondenza con socialisti, italiani, francesi e spagnoli. Nel 1885 tra i redattori del bollettino settimanale Il Piccone di Napoli e nel 1887 collaboratore dell’Humanitas di Napoli, organo comunista anarchico. Fautore della corrente antiorganizzativa, nello stesso anno fu inserito nella redazione de Il Demolitore di Napoli, diretto da Francesco Cacozza, calabrese di Fiumefreddo Bruzio, dipendente delle ferrovie, da tempo nel capoluogo partenopeo e tenace oppositore del metodo organizzativo, ritenuto uno strumento di corruzione della spontaneità ribellistica delle masse.
Temprato dalle esperienze di pubblicista, l’8 marzo 1888 (appena rientrato dall’estero), a Reggio fece uscire L’Operaio, periodico a sfondo anarchico (la  raccolta dei sette numeri è conservata nella  Nazionale di Firenze), e ben presto incalzato per i concetti, di cui si faceva portatore: abolizione della proprietà privata ed auspicio della rivoluzione socialista anarchica, 
Seguace di Bakunin, il giornale, avente come sottotitolo un motto di La Fontaine, Il nostro nemico è il nostro padrone, utilizzò una propaganda elementare,  diffondendo i postulati socialisti con articoli non tutti originali, ma scelti con cura e appropriati (Turati, 19-20 marzo, n. 2). Nella presentazione Chi siamo,  la redazione  scriveva: «presto detto, siamo lavoratori, siamo la nera falange dei miserabili torturati dalla fame […] Tutto esce dalle nostre mani, ma tutto ci vien negato». Sottoposto a una particolare censura a causa dell’arditezza e della vocazione barricadera di alcuni trafiletti (n. 6, articolo dedicato alla preparazione della dinamite), fu costretto a cessare le pubblicazioni: difficoltà finanziarie ed espletamento dell’obbligo di leva del direttore. Nell’ultimo editoriale, Non vi temo,Crucoli lanciò una precisa accusa contro le manovre repressive poste in atto nei riguardi del gerente responsabile  Francesco Spinelli, invitato a non firmare il giornale.
Chiamato dallo zio materno, emigrato in Egitto (giugno 1896), con regolare passaporto lo raggiunse al Cairo. Assieme si spostarono a Massaua, dove impiantarono una fabbrica di gassose. Nell’agosto dell’ anno successivo si  associò a Reggio ai Figli del lavoro, un aggregato d’ispirazione socialista, comprendente 100 operai, anche specializzati. Mediante una commistione sindacale e politica, la finalità dell’operazione  si prefiggeva di rimpiazzare il vecchio gruppo risalente al 1893.                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              
Nell’agosto, diede alle stampe «La Luce», periodico anticlericale, organo di rigenerazione sociale, subito preso di mira dal prefetto, temuto dalla classe borghese ed osteggiato dal clero. Schieratosi sotto la bandiera del socialismo, il giornale, nel coinvolgere i «buoni», «quali che siano le loro idee e le loro convinzioni», aspirava a  suscitare un’azione politica al di fuori di ogni modello. 
Il foglio, definito attiguo all’anarchismo e non molto osservante della linea ufficiale del partito, non fu accolto favorevolmente da alcuni ambienti socialisti. La sezione di Palmi, all’avanguardia in quegli anni, lo respinse al mittente.
Nei moti del 1898, durante una delle tante manifestazioni di protesta, fu arrestato. Accusato di eccitamento all’odio fra le classi e altri reati e condannato a 6 mesi di carcere. Di conseguenza il giornale, più volte sequestrato e anche scomunicato, dovette essere sospeso. Alla ripresa, prendendo a pretesto le condizioni dell’ambiente e il grado di cultura regionale, il taglio politico, segnato, qua e là,  da una parabola evolutiva, si accentuò maggiormente. Ultimato il congresso socialista di Roma (settembre 1900), «La Luce» si avvicinò al riformismo di Turati e nel 1901 sponsorizzò una collaborazione col partito capeggiato dall’on. Biagio Camagna, del quale aveva appoggiato la candidatura alle politiche del 1900. L’intento era  la genesi di un blocco democratico reggino contro Domenico e Demetrio Tripepi, maggiorenti conservatori, e, soprattutto, contro il cardinale Gennaro Portanova. 
Le aperture poco ortodosse lo portarono a una rottura insanabile con il circolo socialista, determinando la sua estromissione dal giornale e l’allontanamento dalla sezione (1901). Non rimase, però, inattivo: il 6 marzo 1902 stampò il settimanale «La Giovine Calabria», genericamente affine ai movimenti popolari. A guidarlo in questa mutazione politica, a parte i dubbi tra la sua formazione libertaria e l’accettazione  della prassi partitica, non mancò il legame con la massoneria. Iscritto alla loggia Stefano Romeo-Aspromonte, insieme con Eugenio Boccafurni e Davide Pompeo, socialisti della prima ora, si rese promotore di una scissione. I tre fratelli, volendo imprimere una svolta di sinistra, costituirono una nuova setta muratoria, L’Avvenire sociale.
Nel 1910 si trasferì a Milano, dove trovò un impiego presso la Biblioteca popolare di via San Barnaba. Fondatore di una società di incoraggiamento dell’istruzione popolare e dell’arte fotografica, continuò a frequentare le riunioni indette dalla Camera del lavoro. Dal 1915, dividendosi fra Reggio e Milano, mantenne una «regolare condotta politica e morale», continuata anche durante il fascismo. Tra il 1917 e il 1918, a Reggio pubblicò «L’Imparziale», atipico per la sua monotematcità, con la guerra in primo piano in tutte le pagine (usciva ogni tre o quattro giorni), mentre sottovalutava il contesto politico-amministrativo. Ostile al Camagna, vicino ai socialisti e a Bruno Surace, segretario della CdL, e alla massoneria. 
Nel 1924 fu  chiamato ad amministrare i beni dell’ex deputato popolare Nino Sales e nel  1929 fu radiato dal registro dei sovversivi. Mori a 75 anni. (Giuseppe Masi) © ICSAIC 2020

Nota bibliografica

  • Filippo Turati, Uomini della politica e della cultura, a cura di A. Schiavi, Laterza, Bari 1949, p. 160;
  • Leonardo Bettini,  Bibliografia dell’anarchismo, vol. I, CP Editrice,  Firenze 1972, ad indicem;
  • Giuseppe Masi, Per una storia della stampa socialista a Reggio Calabria. I primi giornali «Il socialista» di Cosenza e «L’Operaio» di Reggio Calabria, «Historica», XXV, 3, 1972, pp. 117-133;
  • Pier Fausto Buccellato e Marina Iaccio, Gli anarchici nell’Italia meridionale. La stampa (1869-1893), Bulzoni, Roma 1982, ad indicem;
  • Gaetano Cingari, Il partito socialista nel reggino, 1888-1908, Laruffa Editore, Reggio Calabria 1990, ad indicem
  • Giuseppe Masi, Crucoli Luigi,in Dizionario biografico degli anarchici italiani, a cura di Maurizio Antonioli, Giampietro Berti, Santi Fedele, Pasquale Iuso, vol. 1, Bfs, Pisa 2003, ad nomen;
  • Nicola Criniti, La stampa politica di Reggio Calabria e provincia (1860-1926), Rubbettino, Soveria Mannelli 2007, ad indicem;
  • Katia Massara, Rivoluzionari e migranti. Dizionario biografico degli anarchici calabresi, Bfs Edizioni, Pisa 2010, ad indicem;

Nota archivistica

  • Archivio Centrale dello Stato, Casellario Politico Centrale, busta 1549;
  • Archivio Storico di Reggio Calabria, Prefettura, Relazione 1888, Inventario 34.

Falcomatà, Italo

Italo Falcomatà (Reggio Calabria, 8 ottobre 1943 – 11 dicembre 2001]

Nacque da Bruno, fabbro ferraio, e Lucia Buda, ricamatrice, che aveva già dato alla luce quattro figli: Gaetano, Giuseppe, Marco e Tiberio. Ottenuta la Maturità al Liceo Classico «Tommaso Campanella» di Reggio Calabria, si iscrisse alla Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Messina, dove conseguì la Laurea in Lettere Classiche discutendo una tesi di Storia Contemporanea dal titolo Il Corriere di Calabria e l’opinione pubblica reggina nella Grande Guerra (1914-1918), di cui era relatore il prof. Alberto Monticone. Vincitore di concorsi a cattedra di Lettere italiane e Storia negli Istituti Magistrali e Tecnici, dopo un anno di insegnamento a Fuscaldo (Cosenza) fu docente di Italiano e Storia nell’Istituto Tecnico Industriale «Antonio Panella» di Reggio Calabria, città presso la cui Università per Stranieri «Dante Alighieri» tenne l’insegnamento di Storia dell’Italia Contemporanea. Intrapresa la carriera accademica sotto la guida del prof. Gaetano Cingari, fu docente a contratto di Storia Contemporanea nella Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Messina nell’anno accademico 1992-1993. 
Dedicatosi alle ricerche storiche, fu autore di numerosi saggi aventi per oggetto personaggi e vicende politiche, economiche e sociali del Mezzogiorno d’Italia in Età contemporanea. Nel 1978 pubblicò il volume Giuseppe De Nava. Un conservatore riformista meridionale, Editori Meridionali Riuniti, con introduzione di Gaetano Cingari, ristampato nel 2009 per la casa editrice Città del Sole di Reggio Calabria nella Collana «Italo Falcomatà, scripta et verba», curata dalla Fondazione «Italo Falcomatà», diretta da Rosa Neto Falcomatà, con prefazione di Giuseppe Caridi. La ristampa di questa biografia – rigorosa e attenta ricostruzione storica non solo dell’illustre uomo politico ma anche del contesto in cui visse e operò – appare per diversi aspetti di stringente attualità poiché a distanza di oltre un quarantennio permangono tuttora irrisolte le varie questioni affrontate da De Nava, primo reggino ad avere ricoperto incarichi ministeriali nel governo italiano. Le principali problematiche con cui dovette misurarsi De Nava, già evidenziate da Cingari nella introduzione alla prima edizione, stanno infatti alla base delle discrasie che ancora oggi separano la Calabria dalle regioni centro-settentrionali. La pubblicazione di questo volume valse a Falcomatà il conferimento del prestigioso premio Sila.
Nel 1990 diede alle stampe per l’editore Bulzoni di Roma il volume Democrazia repubblicana in Calabria. Gaetano Sardiello, in cui, come nella precedente biografia, l’Autore incentra l’attenzione sia sul personaggio sia sulle complesse questioni da lui affrontate durante il proficuo percorso politico. In comune con De Nava, Sardiello, oltre ai natali reggini, aveva l’onestà intellettuale, il rigore morale e la visione liberale e illuminata dell’azione politica, tutte doti che Falcomatà, pur di diverso orientamento ideologico, dimostrò di ammirare profondamente e ritenne quindi opportuno mettere in evidenza quale modello comportamentale da additare ai lettori e alle giovani generazioni in periodi caratterizzati dalla crescente corruzione che aveva contaminato la politica, aberrazione della quale si sarebbe venuti a conoscenza in modo clamoroso agli inizi degli anni Novanta a livello nazionale con le inchieste di «Mani pulite» e le condanne di tangentopoli e a livello locale con lo scandalo originato dalle «fioriere d’oro» e culminato con gli arresti di numerosi amministratori reggini, ritenuti colpevoli di peculato. Un argomento del quale Falcomatà si occupò diffusamente in alcuni saggi fu la Grande Reggio, istituita nel 1927 su iniziativa dell’ammiraglio Giuseppe Genovese Zerbi, podestà al quale ha pure dedicato altri studi.
Collaborò con pregevoli articoli alle Riviste «Historica», «La Procellaria», «Argomenti meridionali» e, per la qualità delle sue ricerche, su proposta unanime del Consiglio Direttivo fu inserito tra i Deputati della Deputazione di Storia Patria per la Calabria; ha fatto parte della Giuria dei Premi Rhegium Julii e ha, a sua volta, ricevuto importanti premi e riconoscimenti, tra cui il Premio Anassilaos, il Premio Scilla e Cariddi, il Premio Unione Nazionale Scrittori, il Premio Calabria, il Premio Calabresi nel mondo.
La sua carriera politica ha avuto inizio quando, ancora adolescente, aderì alla Federazione Giovanile Comunista Italiana per passare poi nelle fila di quel Partito, di cui è stato un brillante intellettuale e un esponente di primo piano, ricoprendo importanti cariche pubbliche e istituzionali. Fu segretario della sezione reggina «Girasole» del Pci-Ds dal 1974 al 1982, componente del Direttivo provinciale e del Consiglio nazionale dei DS, componente del Comitato Stato-Città. Nel 1980 fu eletto al Consiglio comunale di Reggio Calabria, nelle cui sedute, alle quali partecipava assiduamente, si segnalò per la grande attenzione dedicata ai problemi delle periferie. Fu candidato nella Circoscrizione calabrese alla Camera dei Deputati per il Pci nel 1983 e per il Pds nel 1992, risultando tra i primi dei non eletti e riscuotendo in entrambe le competizioni un notevole consenso nella città di Reggio.
Il 28 novembre 1993, nel primo Consiglio Comunale svoltosi dopo l’intervento giudiziario per gli scandali amministrativi, fu eletto sindaco di Reggio Calabria. Durante questo suo primo mandato, dimostrò le sue eccellenti doti diplomatiche, riuscendo a evitare lo scioglimento del Consiglio Comunale a causa delle dimissioni del precedente sindaco Giuseppe Reale. Candidato in una coalizione di centrosinistra, nelle elezioni dell’aprile 1997 fu rieletto sindaco direttamente dal popolo sconfiggendo Antonino Monorchio, candidato del Polo delle Libertà. Malgrado fosse privo della maggioranza in Consiglio Comunale – grazie alle già citate qualità di abile mediatore – fu ugualmente in grado di portare a termine il suo mandato e di utilizzare i fondi  del Decreto Reggio, da anni inevasi, per il risanamento e l’abbellimento urbanistico della città che fu dotata di uno splendido Lungomare, successivamente a lui intitolato.
Ricandidatosi a sindaco, nell’aprile 2001 fu rieletto al primo turno con il 56% dei voti su Antonio Franco, candidato di Alleanza Nazionale. Nel luglio dello stesso anno rivelò ai suoi concittadini di essere affetto da leucemia, malattia che ne avrebbe provocato la morte l’11 dicembre 2011, strappandolo prematuramente all’affetto della moglie Rosetta e dei figli Valeria e Giuseppe. Del suo decesso, che ha destato profonda commozione, hanno dato notizia anche i principali organi di stampa nazionale: «Ha sperato, ha lottato, ha sofferto in silenzio per cinque mesi. E in silenzio se n’è andato Italo Falcomatà, il sindaco del riscatto di Reggio – ha scritto ad esempio su “la Repubblica” Pantaleone Sergi – il più popolare e amato dalla gente, il più votato. La notizia della morte rimbalzata da Roma, la città l’apprende e ammutolisce». 
Per la riqualificazione urbanistica e il rinnovamento morale e politico da lui promossi, il periodo in cui è stato sindaco della città viene comunemente ricordato come «la primavera di Reggio». Nel 2014, sulle orme del padre, il figlio Giuseppe è stato eletto sindaco di Reggio Calabria. (Giuseppe Caridi) © ICSAIC 2020

Opere

  • Giuseppe De Nava. Un conservatore riformista meridionale, Editori Meridionali Riuniti, Reggio Calabria 1978 (II. ed. Città del Sole, Reggio Calabria 2009);
  • Democrazia repubblicana in Calabria. Gaetano Sardiello (1890-1985), Bulzoni, Roma 1990;
  • La penna e la voce. Scritti storico-politici 1977-1990, Città del Sole, Reggio Calabria 2010;
  • Il “Corriere di Calabria” e l’opinione pubblica reggina nella Grande Guerra (1914-1918), Città del Sole, Reggio Calabria 2014;

Nota bibliografica

  • Pantaleone Sergi, Reggio Calabria: è morto il sindaco Italo Falcomatà, in «la Repubblica», 12 dicembre 2001;
  • Patrizia Labate, Sindaco…grazie! Italo Falcomatà raccontato dai suoi cittadini, Città del Sole, Reggio Calabria 2003;
  • Costanza Pera, L’uomo del disordine. Ricordo di Italo Falcomatà, Città del Sole, Reggio Calabria 2005;
  • Oscar Gaspari, Rosario Forlenza, Santo Cruciani, Storie di sindaci per la storia d’Italia, Donzelli, Roma 2009;
  • Giuseppe Caridi, Prefazione, in Italo Falcomatà, Giuseppe De NavaUn conservatore riformista meridionale,Città del Sole, Reggio Calabria 2009².
  • …e a Reggio sbocciò la Primavera, Città del Sole, Reggio Calabria 2012.

Giudiceandrea, Giovambattista Tommaso

Giovambattista Tommaso Giudiceandrea [Calopezzati (Cosenza ) 24 giugno 1931 – Cosenza, 28 aprile 2015]

Trascorre la sua infanzia a Rossano, dove la sua numerosa famiglia – composta dai genitori Edoardo e Angelina e dai fratelli Giuseppe, Epifanio, Fausto, Nella, Maria e Andrea (il più piccolo, che morirà per avere ingoiato delle pillole di chinino) – si era stabilita intorno al 1936 dopo il fallimento della Cassa rurale di Calopezzati della quale suo padre era uno dei fondatori.
Sin da piccolo è un osservatore curioso del mondo e ben presto comincia a rendersi conto delle diseguaglianze sociali che dominano la sua realtà e condizionano la vita di molti suoi conoscenti: «Ero solo un bambino, ma avvertivo chiaramente che a quella gente era riservato un destino assai ingiusto», scriverà infatti in seguito. Ad alimentare in lui i primi dubbi sul regime fascista saranno anche i ribelli etiopi confinati a Longobucco, dove, in casa del nonno, medico condotto, trascorre le sue estati; «Attraverso i confinati e le loro storie giungevano a noi ragazzi, e non solo a noi, fatti che ci davano la sensazione, sia pur vaga, che il fascismo non doveva essere tanto perfetto e forte come voleva apparire, se aveva tanti oppositori».
Nel 1940 si trasferisce con la famiglia a Garian, in Libia, dove si era stabilito suo padre arruolatosi come volontario nell’esercito italiano e dove il piccolo Giovambattista Tommaso rimarrà fino all’anno successivo, per poi tornare a Rossano dove completerà i suoi studi conseguendo la maturità classica. Sempre a Rossano si avvicina al Pci, che vi aveva aperto una sezione nel 1944 frequentata dal fratello Giuseppe, alla quale Giovambattista si iscriverà nel 1948, non ancora diciottenne. Evidentemente viene subito notato dai funzionari di partito, tanto che nell’estate di quell’anno viene incaricato dalla Federazione comunista cosentina di costituire la sezione della Federazione giovanile, della quale sarà poi il primo segretario. Decide allora che quella è la sua strada e nel 1950 rinuncia a proseguire gli studi in giurisprudenza provocando nella sua famiglia sgomento e preoccupazione, accanto alla segreta speranza che il suo sia solo un fuoco di paglia destinato ben presto a spegnersi.
Concepiva allora la politica – e così continuerà sempre a considerarla – «come un impegno di partecipazione alle lotte, in quegli anni assai acute, per affermare i principi di pace, di libertà e di emancipazione che mi sembravano e mi sembrano tuttora tanto impellenti ed irrinunciabili». 
In Federazione conosce Rita Pisano, già affermata dirigente del partito, che sarà sua compagna di vita e di lotta. Intanto, viene mandato dal partito alla Scuola centrale della Fgci di Milano, che frequenta tra il 1950 e il 1951. A Cosenza vive assieme ad altri compagni nei dormitori dello stabile occupato dalla Camera Confederale del Lavoro e consuma i pasti alla mensa popolare di Viale Trieste, in una condizione di «dignitosa povertà» accettata senza rimpianti. Lavora instancabilmente tentando di costituire una sezione della Fgci in ogni paese della provincia nel quale è presente una sezione del partito e subisce intanto i primi arresti per avere partecipato a manifestazioni non autorizzate (come avviene nel 1951, quando, in occasione dell’arrivo a Cosenza di un battaglione di soldati di leva, viene fermato mentre distribuisce manifestini pacifisti assieme a Rita Pisano e rimane in carcere per un paio di giorni) e per avere organizzato comizi e raccolte di firme contro la guerra e le bombe atomiche, per il disarmo e l’applicazione dei decreti Gullo; proprio in questo periodo, con i contadini della Presila, esasperati dall’arroganza dei proprietari e dalla sete di giustizia, organizza una «marcia della fame» che fa affluire a Cosenza centinaia di contadini con a capo una delegazione composta da tutti i sindaci comunisti della zona. 
Intanto il suo rapporto con Rita Pisano si rafforza, tanto che i due si sposeranno con rito civile nel Municipio di Pedace il 16 gennaio 1954. La loro unione, dalla quale nasceranno Angelina Ethel (la primogenita, chiamata poi semplicemente Ethel in onore della Rosenberg giustiziata negli Stati Uniti assieme a suo marito con l’accusa di essere una spia sovietica), Maria, Andreina, Edoardo Antonello, Agatina Sandra e Giuseppe, sarà lunga e felice. Con sua moglie Giovambattista condividerà affetti, amicizie e passione politica, vivendo un’intesa profonda che li vedrà sempre insieme anche di fronte alle scelte più difficili. Il matrimonio viene subìto dalla famiglia Giudiceandrea, che non crede in quell’unione e che crede che essa possa significare per il ragazzo la rinuncia definitiva alla laurea. Quell’iniziale opposizione dei suoi familiari gli provoca una grande amarezza, assieme a una «sensazione di slealtà verso le persone che mi appartenevano, che mi amavano e che amavo» e dalle quali – tuttavia – «dovevo acquistare una autonomia che la vita impone a tutti». I primi tempi sono particolarmente duri, anche sotto l’aspetto economico; lui e Rita condividono una modesta abitazione, ricavata da alcuni locali della Camera del Lavoro, con una coppia di compagni marchigiani, Ferdinando (detto Nino) Cavatassi e Maria Santiloni. In questo periodo Tommaso (come veniva generalmente chiamato) lascia la guida della Fgci e fa il suo ingresso nel Comitato federale comunista provinciale.
Nel 1956, dopo la celebrazione del XX Congresso del PCUS, le rivelazioni di Chruscev e la speranza della destalinizzazione, arrivano l’invasione della Cecoslovacchia e le repressioni sovietiche seguite alla rivolta polacca e a quella ungherese, che i due coniugi vivono in maniera diversa: mentre lei continua ad avere fiducia nel partito, lui comincia a nutrire le prime perplessità sul sistema e sulla gestione del potere comunista, tanto da cominciare a mettere in dubbio anche il suo ruolo di funzionario di partito e a pensare che il socialismo «se non si fosse rinnovato sarebbe crollato». Tuttavia prosegue nel suo impegno e nel 1963 sostituisce Gino Picciotto, eletto alla Camera dei deputati, alla guida della Federazione comunista cosentina. Divenuto segretario, l’anno successivo lascia l’incarico di consigliere provinciale e, assieme ai compagni del gruppo comunista, occupa la sede del Consiglio comunale di Cosenza, venendo denunciato, rinviato a giudizio e quindi assolto – assieme a Franco Ambrogio e a Giuseppe Carratta – dall’accusa di avere esposto su un edificio pubblico la bandiera di uno Stato straniero, che era invece quella rossa della Federazione provinciale del Pci.
Nel 1967 si dimette dall’incarico di segretario per concedersi quello che lui stesso definisce «un periodo di “riposo”», durante il quale riprende gli studi per partecipare al concorso magistrale, che sostiene e supera risultando primo fra circa diecimila candidati grazie al diploma magistrale ottenuto nel 1949; «quel titolo di studio – rifletterà successivamente – che allora mi sembrava aggiuntivo e superfluo, ma che 27 anni dopo si rivelò utilissimo quando mi trovai a decidere di interrompere il mio rapporto di funzionario di partito».
Il suo impegno si volge quindi verso la costituzione del sindacato della scuola sotto la sigla della Cgil, che in pochi mesi raccoglie centinaia di adesioni. Inizia a svolgere il suo nuovo lavoro di maestro elementare nell’autunno del 1965. Insegna in piccole frazioni dei comuni di Longobucco, Aprigliano e Acri, dove sperimenta metodi pedagogici moderni prima che gli venga assegnata una cattedra a Cosenza, dove sceglie la sede del «Villaggio del Fanciullo», un centro che ospitava bambini appartenenti a famiglie in difficoltà con annessa scuola elementare; contemporaneamente, inizia a preparare i candidati alla prova scritta del concorso magistrale.
I rapporti con il partito, intanto, diventano sempre più freddi e viene estromesso da tutti gli organismi dirigenti, così come sua moglie negli stessi anni. Il culmine viene raggiunto nel 1975, quando entrambi vengono espulsi per essersi opposti alla non riconferma di Rita Pisano come candidata sindaco alle elezioni amministrative del comune di Pedace. Lo scontro con la Federazione cosentina porta al distacco della sezione pedacese – che sosteneva la Pisano – dal partito e alla nascita del Movimento per il volto umano del comunismo, che nel nome e nei propositi si rifaceva all’esperimento di democrazia socialista tentato da Alexander Dubcek durante la primavera di Praga.
Rimasto vedovo nel gennaio 1984, si risposa dopo qualche anno, con il consenso dei figli, con Nina Radoni, figlia di una sorella di Rita, che aveva vissuto sin da piccola in casa Giudiceandrea dopo essere rimasta orfana di padre. Nel 1988 viene eletto sindaco di Calopezzati e guida una coalizione che comprende comunisti e socialisti; riconfermato, rimane in carica fino al 1997. Durante i suoi mandati svolge un’intensa azione di razionalizzazione e miglioramento dei servizi, di costruzione di opere pubbliche e risanamento dei bilanci comunali, riservando al tempo stesso una grande attenzione al rispetto dell’ambiente e ai diritti di tutti i cittadini.
Favorevole alla svolta della Bolognina, promuove un’azione di sostegno al progetto di Achille Occhetto, aderisce al Pds e partecipa al congresso della provincia di Cosenza, occasione durante la quale viene reintegrato negli organismi dirigenti. Negli ultimi anni continua a scrivere su diverse riviste, si dedica al rilancio dell’attività del partito nel rossanese e partecipa intensamente alla vita di varie associazioni culturali, nonostante le sue precarie condizioni di salute. Prima di morire, lascia ai suoi figli una raccolta di lettere in due volumi, una sorta di testamento spirituale nel quale ripercorre la sua vita raccontandosi con grande sincerità.
La sala Consiliare del comune di Calopezzati porta suo nome (Katia Massara) © ICSAIC 2020

Opere

  • Lettere ai figli, Calabria Letteraria Editrice, Soveria Mannelli 1998;
  • Lettere ai figli 2a parte, , Associazione Culturale Brutium, Cosenza 2012;
  • Idee per la Sinistra. Antologia di scritti, Progetto 2000, Cosenza 2019.

Nota bibliografica

  • Morto Giovanbattista Tommaso Giudiceandrea, «NuovaCosenza.com», 28 aprile 15 (http://www.nuovacosenza.com/politica/15/apr/28/giudiceandrea.html).

Gradilone, Alfredo

Alfredo Gradilone [Rossano (Cosenza), 10 maggio 1889 – Roma, 15 ottobre 1972]

Nacque da Gennaro, noto commerciante rossanese, e da Emilia Mauro di Cassano Jonio. Fece gli studi classici al Ginnasio della sua città e successivamente al Liceo Telesio di Cosenza, dove fu discepolo di Nicola Misasi e conseguì la maturità. Dopo la maturità, andò a studiare inizialmente presso l’Università Libera di Macerata, seguendo i corsi di Giurisprudenza. Poi, assecondando le sue inclinazioni letterarie, tralasciò gli studi giuridici e s’iscrisse alla Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Napoli, dove si laureò in Lettere. Si sposò ed ebbe due figlie. Giovanissimo si affermò nel giornalismo calabrese e meridionale per la conoscenza dei maggiori problemi economici, sociali e culturali della Regione e per un vivace spirito polemico compiendo, negli anni dal 1910 al 1924, un’esperienza che lo mise a contatto con i più importanti uomini politici, scrittori e pubblicisti del tempo. 
Partecipò alla guerra 1915-18 come ufficiale di fanteria guadagnandosi una medaglia al valore e conseguendo poi l’onorificenza di Cavaliere di Vittorio Veneto. Entrò nell’Amministrazione dello Stato con importanti incarichi di carattere giornalistico, al Ministero delle Corporazioni, quale redattore di «Sindacato e Corporazioni» e poi al Ministero del Lavoro e della Previdenza Sociale con le mansioni di Capo dell’Ufficio Stampa, di Direttore della Biblioteca e collaboratore fisso del periodico «Rassegna del Lavoro».
Tra il 1924 e il 1930 la sua attività giornalistica s’intensificò e si manifestò non solo in Italia, ma anche all’estero, in qualità di corrispondente. Gradilone collaborò con articoli letterari, ma anche su temi economici, al quotidiano «La Patria degli Italiani» di Buenos Aires, ai quotidiani «Fanfulla» e «Il Piccolo» di San Paolo del Brasile e a «Il Tempo» di New York. Un significativo apporto diede anche al giornalismo locale, quale redattore della «Nuova Rossano»: su questo foglio Gradilone scrisse per molti anni (dal 1910 al 1924), commentando avvenimenti cittadini, regionali e nazionali. Grande attenzione riservò sempre ai temi sociali, denunciando le condizioni di arretratezza delle popolazioni meridionali e affermando la necessità di assicurare al Mezzogiorno la più grande attenzione da parte dello Stato. Egli riteneva molto importante il compito delle élites politico culturali; e contrapponeva un suo «socialismo riformatore» a ogni spirito rivoluzionario. Fu accusato per questo di essere «retrivo e reazionario e contro le sante rivendicazioni proletarie», ma egli si difese respingendo tale accusa e ribadendo la sua posizione liberale e democratica. Fa notare Costantino Marco che «l’emersione e l’affermazione del movimento fascista trovarono in intellettuali come il Gradilone quanto meno una benevola aspettativa di riscatto nazionale,ed anche regionale». Il fascismo, infatti, «gli apparve come una forma di socialismo capace di fronteggiare il pericolo rivoluzionario  da una parte e la borghesia capitalistica dall’altra, di promuovere il risollevamento materiale del popolo e di recuperare i valori risorgimentali compromessi dal giolittismo» (Sapia), e tutto questo determinò la sua adesione al Pnf. Ma alla speranza seguì la delusione, per cui prese a criticare il fascismo e, nel luglio del 1923, fu espulso dal partito.
Oltre che al giornalismo, si dedicò anche all’attività letteraria. Negli anni della sua gioventù dominava incontrastata nelle lettere italiane la triade Carducci-Pascoli-D’Annunzio, e anche Gradilone fece le sue esperienze di poeta e scrittore in prosa, attenendosi ai modelli dei tre scrittori tardo-ottocenteschi. Iniziò le sue prime prove con un volume di versi, il cui titolo, Sulle strade della vita e del sogno è di per sé significativo per comprenderne la sostanza lirica e in particolare le manifeste suggestioni ispirative. Seguirono due romanzi: Oltre la vita (1925) e L’altra passione(1930), di forte contenuto drammatico e notevoli per l’approfondimento psicologico, la cui scrittura risente in modo evidente del modello dannunziano.
Gradilone scrittore fu attratto anche dai temi filosofici e sociali e fu affascinato dalle correnti positivistiche dello scientismo. Si ricorda a tal proposito il saggio «Il mito di Cristo» (1920),che ha per argomento un’interpretazione critica delle origini del Cristianesimo. Ma egli fu fondamentalmente un letterato e come tale seguì l’evoluzione dalla letteratura alla politica propria del mito nazionalistico di Alfredo Oriani e di Enrico Corradini che fecero della nazione un’entità metafisica alla quale riportare i destini di ognuno e di tutti, e nella quale riposava lo stesso diritto.
La permanenza nelle Amministrazioni statali lo rese sensibile alle problematiche giuridiche, economiche e sociali. Nel 1942 diede alle stampe a Firenze un volume dal titolo Bibliografia sindacale e Corporativa, che con le sue oltre mille pagine, si presentava come un repertorio di tutta la produzione italiana e straniera relativa ai problemi del lavoro e del movimento operaio. Il contatto con questa vasta produzione lo spinse a scrivere un’opera di grande mole: la Storia del Sindacalismo, realizzata attraverso una collana di sette volumi (oltre 3000 pagine), edita dalla casa editrice Giuffrè di Milano, tra il 1957 e il 1969. I paesi cui l’opera presta minuziosa attenzione sono di grandissimo rilievo politico: l’Inghilterra, la Francia, la Germania, la Russia, gli Stati Uniti, oltre, naturalmente all’Italia. L’opera fu vista subito come una vera e propria novità editoriale ed ebbe molta fortuna come testo universitario, considerato anche il fatto che Gradilone era stato anche docente di Diritto del Lavoro. «È stato mio intendimento» – scrive lo stesso Gradilone nella presentazione del I volume – «seguire il movimento sindacale, inquadrandolo nel contemporaneo clima politico ed economico, cioè nel clima storico […]. Ma la storia del sindacalismo moderno ha avuto e ha stretti legami con la storia del diritto del lavoro e del diritto sociale, e anche quest’ultimo nesso ho cercato di mettere in risalto per ogni particolare ragguaglio ai fini del diritto comparato».
L’opera a cui rimane legata indissolubilmente la fama di Gradilone, tuttavia, è la sua Storia di Rossano, della quale si hanno, a distanza di quarant’anni l’una dall’altra, due edizioni. La prima edizione fu pubblicata a Roma nel 1926 ed ebbe il plauso incondizionato dello storico Pietro Fedele, all’epoca ministro della Pubblica Istruzione, che la definì un lavoro di prim’ordine». La seconda edizione (1967), non è affatto una ristampa pura e semplice della prima , in quanto – come scrive l’autore stesso nella prefazione, «l’opera, omesse alcune parti e varie ripetizioni, ha guadagnato considerevolmente di concretezza, essendovi stato utilizzato e rielaborato un copioso materiale documentativo per circa trecento pagine». Il corposo volume si articola in 17 capitoli, per 902 pagine complessive, e sviluppa un excursus storico che va dalle origini, fra il mito e la storia,fino ai giorni dell’Unità nazionale, attraverso i secoli di dominio magno greco, romano, bizantino, normanno e poi svevo e angioino, spagnolo, francese, borbonico. Ma tutto è visto non con l’obiettivo puntato sulla sola Rossano e paesi vicini, ma con un grandangolare che gli ha permesso di inquadrare la storia della sua città in quella più vasta della nazione: cosicché «lungi dall’essere un’opera locale, che possa cioè interessare e soddisfare il campanile, la Storia di Rossano è la storia d’Italia vista da Rossano» (Gambino). Una storia ricca di avvenimenti, di personaggi di rilievo nel campo religioso (potentemente scolpita la figura di San Nilo), della politica, dell’economia, dell’arte, per la cui ricostruzione si avvalse di una vastità di fonti storiche e d’archivio, che usa per le sue citazioni. Per quest’ultima opera e per la sua produzione letteraria nel suo complesso, gli furono assegnati il Premio Città di Palermo nel 1967 e il Premio della Cultura della Presidenza del Consiglio, nel 1970.
Dopo una vita tutta dedita allo studio e alla ricerca, morì a Roma, all’età di 83 anni. Nel 1988 il Comune di Rossano gli ha intestato una strada allo Scalo e nel 2008 gli è stato intitolato l’Istituto Tecnico Commerciale di Rossano. (Franco Liguori) © ICSAIC 2020

Opere

  • La canzone dell’occulta (poemetto), Tipografia “Il Giornale di Calabria”, Cosenza 1912;
  • Il mito di Cristo (saggio), Ed. Rinascenza, Sampierdarena 1920;
  • Sulle strade della vita e del sogno (poesie), Ed. Rinascenza, Sampierdarena 1920;
  • Oltre la vita  (romanzo), Gruppo Editoriale, Genova 1925;
  • Storia di Rossano, Pallotta, Roma 1926 (II ed. riveduta e ampliata, Mit, Cosenza 1967);
  • L’altra passione (romanzo), Casa Editrice Nazionale, Genova 1930;
  • Bibliografia sindacale corporativa, Istituto Nazionale di Cultura Fascista, Roma 1942;
  • Storia del Sindacalismo (7 volumi), Giuffrè, Milano 1957-1969.

Nota bibliografica

  • Sharo Gambino, La Storia di Rossano di Alfredo Gradilone, «Calabria Letteraria», 1967;
  • Luigi Renzo, Viaggio nella storia di Rossano. Curiosità, fatti, personaggi, Studio Zeta, Rossano 1988, p. 49;
  • Mario Rizzo, Rossano. Persone, personaggi e curiosità, Edizione Libreria Manzoni, Rossano 1995, pp. 65-68;
  • Costantino Marco, L’impegno di Alfredo Gradilone giornalista fra la Grande Guerra e il Fascismo, in Fulvio Mazza (a cura di), Rossano. Storia Cultura Economia, Rubbettino, Soveria Mannelli 1996, pp. 268-276;
  • Costantino Marco, Gradilone storiografo di Rossano e del sindacato, in F. Mazza (a cura di), Rossano cit., pp. 276-281;
  • Giovanni Sapia, Una vita per la Città. Alfredo Gradilone, in Rossano tra storia e memoria, Ed. Libreria Aurora, Corigliano Calabro 2001, pp. 123-129;
  • Gustavo Valente, Dizionario bibliografico biografico geografico storico, vol. II, p. 443, Edizioni Geometra, Cosenza 2006;
  • Giovanni Sapia, Intervento in occasione dell’intitolazione ad A. Gradilone dell’Istituto Tecnico Commerciale di Rossano, «Corriere della Sibaritide», XXXII, 9-10, 2008, pp. 5-6;
  • Salvatore Bugliaro, Dizionario degli scrittori rossanesi dal Medioevo ad oggi, Ferrari Editore, Rossano 2009, pp. 177-179;
  • Mario Sapia (a cura di), Atti dell’intitolazione dell’Istituto Tecnico Commerciale Statale di Rossano ad Alfredo Gradilone, Grafosud, Rossano 2009;
  • Franco Carlino, Lo storico rossanese Alfredo Gradilone, personalità di rilievo nel panorama culturale calabrese, Weboggi.it, 24 luglio 2018.