Pellicano, Paolo

Paolo Pellicano (Reggio Calabria, 1 marzo 1813 –  16 marzo 1886)

Nacque da Pietro e Lucrezia Spanò. Il nonno materno Agamennone fu uno dei martiri della Repubblica Napoletana.  L’ambiente in cui crebbe lo plasmò nella forte e drammatica esperienza rivoluzionaria familiare: il padre, grande estimatore di Gioacchino Murat, gli trasmise un forte afflato liberale; entrò all’età di sette anni al regio collegio di Reggio Calabria, dove ebbe come insegnante di filosofia il sacerdote Giuseppe Battaglia, uomo di fede repubblicana prima e murattiana in seguito. Battaglia spinse il giovane Pellicano, formatosi con lo studio delle opere filosofiche ed economiche del Genovesi, ad abbracciare la carriera ecclesiastica, sostenuto in tale scelta dalla famiglia, un modo per poter praticare l’arte oratoria a cui era votato.
Ordinato sacerdote nel maggio 1836, partì per Napoli allo scopo di terminare la sua formazione, seguendo le lezioni di eloquenza e letteratura presso la Scuola di lingua italiana il cui fondatore, Basilio Puoti, teneva lezioni per allievi come Luigi Settembrini e Francesco De Sanctis. Seguì i corsi di diritto canonico tenuti dal giurista Giuseppe Romano, pur rimanendo pochi mesi a Napoli a causa dello scoppio di un’epidemia di colera. 
Fece quindi ritorno a Reggio Calabria, ricevendo la nomina a parroco della chiesa di S. Giorgio extra moenia dal 1837 al 1841, per poi essere trasferito a quella di S. Lucia. Nello stesso anno aderì alla Giovine Italia. In questi anni fu tra i promotori e poi direttore del periodico letterario «La Fata Morgana», pubblicato dal 1838 al 1844, ed ebbe fra i suoi collaboratori i maggiori esponenti del mondo liberale reggino e calabrese. Oltre a pubblicare articoli su «La Fata Morgana» di matrice pedagogica e a carattere omiletica, alimentò i suoi interessi letterari con una discreta produzione che gli valse l’invito ad associarsi a diverse società letterarie e scientifiche calabresi. Nel 1845 completò i suoi studi a Messina, laureandosi in Diritto Canonico e Civile e nello stesso anno fu nominato canonico del capitolo metropolitano, partecipando al congresso degli scienziati italiani svoltosi a Napoli. Apprezzato per la sua predicazione forbita e fluente, nel 1846 recitò il quaresimale nella cattedrale di Reggio. Nel mese di agosto del 1847 Pellicano si recò più volte a Messina per prendere contatti con i patrioti siciliani, mentre nella sua abitazione nei pressi della Scala di Giuda si fabbricavano munizioni. Il 2 settembre 1847 fu nominato presidente della giunta provvisoria di governo a Reggio. Una scelta di chiara matrice filoguelfa e costituzionale della rivolta. Gli insorti infatti erano scesi in strada inneggiando all’Italia e a Pio IX, chiedendo il ripristino della Carta del 1820 e proclamando come sacra e inviolabile la figura del sovrano.
Il 4 settembre entrarono in città le truppe che eseguirono arresti, perquisizioni e le esecuzioni. 
Condannato a morte, la pena fu commutata in ergastolo, da scontare presso il bagno penale di Nisida. Il 23 gennaio 1848 fu graziato e il governo costituzionale lo incaricò di predicare dall’ambone della Basilica dello Spirito Santo di Napoli a favore della nuova costituzione; le sue predicazioni riscossero un successo di popolo, al punto che il suo ritratto litografico fu venduto e diffuso in centinaia di copie per le vie di Napoli, tanto che il popolo lo ribattezzò «l’apostolo della carità ed il martire della Santa Causa». 
Il ministro dell’Istruzione Carlo Poerio il 24 marzo 1848 lo inserì nella commissione per la riforma della pubblica istruzione. Il nuovo governo di Carlo Troya lo nominò coadiutore del ministro degli Affari ecclesiastici, divenendo inconsapevolmente uno degli obiettivi principali delle forze reazionarie e legittimiste che lo vedevano come un nemico della Corona. L’11 maggio 1848 infatti gli fu teso un agguato nella chiesa di Gesù Nuovo: ferito da numerosi colpi di baionetta dai soldati della Real Marina, si salvò grazie all’intervento di una pattuglia della Guardia Nazionale. La notizia dell’attentato si diffuse prontamente in tutta Napoli e sotto le finestre dell’ospedale in cui era ricoverato si raccolsero numerosi calabresi che inneggiavano a una terribile vendetta qualora il loro beniamino fosse morto. Tutto ciò era il preludio della svolta reazionaria che sarebbe arrivata il 15 maggio, con gli scontri tra i quindicini e i legittimisti. Pellicano mantenne il suo ruolo di coadiutore per gli Affari ecclesiastici, per lasciarlo solo dopo il 27 marzo 1849, congedandosi con onore. Prima di lasciare la città per rientrare a Reggio, si recò a Gaeta per informare il Papa sulla complessiva situazione politica napoletana.
Ritornato nella sua Reggio, venne sottoposto a uno stretto regime di sorveglianza da parte della polizia. Nei mesi successivi, l’ala reazionaria dei vertici ecclesiastici ottenne che dal 1° aprile 1850 fosse sospeso a divinis per cinque anni e confinato nel comune di Terreti, alle falde dell’Aspromonte. Scontate le sue condanne, si defilò dalla vita politica cittadina sino al 1861, quando venne eletto presidente del Circolo popolare nazionale e riprese la direzione della nuova edizione del giornale «La Fata Morgana», pubblicato poi per soli due anni sino al 1862, quale organo di stampa del Circolo. Si concentrò integralmente sulla formazione dei giovani nel campo educativo e pertanto fu nominato direttore spirituale del regio liceo e del convitto di Reggio nel novembre 1861, che dal 1865 divenne il convitto nazionale Tommaso Campanella. Nel 1864 venne nominato direttore delle scuole tecniche di Reggio Calabria, carica che ricoprì sino alla morte.
Il 4 febbraio 1880 Pellicano accettò la nomina a protopapa della Cattolica dei Greci di Reggio, su proposta del Municipio e decreto del Re, datato 27 ottobre 1879. Il fatto suscitò un notevole scontro in ambito ecclesiale, a causa di un suo scritto Ricordi intorno al movimento politico di Reggio nel 1847 in cui, secondo l’ala reazionaria della Chiesa, manifestava ancora idee liberali.  Morì a Reggio Calabria all’età di 73 anni. Una strada del centro della città porta il suo nome. (Fabio Arichetta) © ICSAIC

Opere

  • Vita di Vincenzo Cannizzaro pittore reggino, Dai tipi del R. Orfanotrofio, Reggio Calabria 1838; 
  • Elogio funebre del cavaliere Francesco Plutino da Reggio, Tip. del Reale Orfanotrofio provinciale, Reggio Calabria 1841; 
  • La pesca del pesce spada. Epistola, Tip. del Reale Orfanotrofio, Reggio Calabria 1843; 
  • Elogio funebre scritto in morte del sommo pontefice Gregorio XVI, Reale Orfanotrofio, Reggio Calabria 1846; 
  • Il canonico Pellicano a Ruggiero Settimo, s. n., Napoli 1848; 
  • S. Paolo a Reggio. Dissertazione del canonico Pellicano, Pe’ tipi del Reale Orfanotrofio,Reggio di Calabria 1855; 
  • Novena in onore di S. Francesco di Paola scritta dal canonico P. P. per la Congrega intitolata a quel santo, Siclari, Reggio Calabria 1856;
  • Sacro novenario in onore di Maria Santissima delle Consolazioni speciale patrona della citta di Reggio, Tip. Siclari, Reggio Calabria 1857; 
  • Parole funerali per Marianna Plutino, nata Deblasio, Tip. Siclari, Reggio Calabria 1864; 
  • Alla memoria di Carlo De Blasio barone di Palizzi e di Petrapannata, Tipografia di G. Barbèra, Firenze 1866;
  • Relazione fatta [con Francesco Mantica] al Consiglio Comunale all’apertura della sessione d’autunno del 1868 dal sindaco e rapporti del direttore delle scuole elementari e tecniche, Stamperia Siclari, Reggio Calabria 1868; 
  • In morte di Vittorio Emanuele Re d’Italia. Parole del canonico Pellicano dette nel Duomo di Reggio Calabria, Siclari, Reggio Calabria 1878;
  • Ricordi intorno al movimento politico di Reggio nell’anno 1847, Morano, Napoli 1879; 
  • Notizie statistiche raccolte dal direttore P. P. P. Scuola tecnica pareggiata di Reggio Calabria, Cerus, Reggio Calabria 1880; 
  • Memorie della mia vita, Stab. tip. di V. Morano, Napoli 1887.

Nota bibliografica

  • Francesco Durelli, Sul canonico Paolo Pellicano, s.n., s.l. dopo 1847;
  • Luigi Manzi, I prodromi della rivoluzione del ’48 in Aquila e Reggio Calabria, F. Morello,Reggio di Calabria 1893; 
  • Francesco D. Fava, Il moto calabrese del 1847, Tip. F. Nicastro, Messina 1906; 
  • Giuseppe Paladino, Il quindici maggio del 1848 in Napoli, Albrighi, Segati e C., Milano-Roma-Napoli 1921; 
  • Vittorio Visalli, Lotta e martirio del popolo calabrese: (1847-1848), I, Il Quarantasette, Mauro, Catanzaro 1928; 
  • Antonio Basile, Il clero calabrese e la rivolta del 1848, «Archivio storico per la Calabria e la Lucania», XXIV, 1955, 2; 
  • Lucrezia Zappia, La Fata Morgana e i moderati reggini (1838-1844), «Archivio storico per le province napoletane», vol. 96, 1978; 
  • Nicola Ferrante, La contestata nomina del canonico Paolo Pellicano a protopapa della Cattolica, «Historica», 38, 1985;
  • Antonino Messina, Il clero calabrese nel Risorgimento italiano, Laruffa, Reggio Calabria 1986; 
  • Antonio De Lorenzo, Le quattro motte estinte presso Reggio di Calabria, Brenner, Cosenza 1993;
  • Lucrezia Zappia, Enti locali e potere centrale. L’opposizione all’accentramento (1861-1865). Il caso di Reggio di Calabria, GEI, Roma 1994;
  • Domenico Coppola, Profili di illustri calabresi, Pellegrini, Cosenza 2010, pp. 101-104;
  • Enrico Francia, Pellicano, Paolo, Dizionario Biografico degli Italiani, vol, 82, 2015;
  • Viviana Mellone, Napoli 1848. Il movimento radicale e la rivoluzione, Franco Angeli, Milano 2017.

Nota archivistica

  • Archivio Storico Diocesano Reggio Calabria-Bova, Registro battezzati 1811-1815 della parrocchia di San Filippo e Giacomo in Reggio Calabria;
  • Archivio di Stato di Reggio Calabria, Fondo Visalli
  • Archivio di Stato di Reggio Calabria, Fondo Plutino;
  • Archivio di Stato di Reggio Calabria, Intendenza di Calabria Ulteriore PrimaAtti del IV uffizio – Real Collegio (1817-1869). 

Tympani, Giuseppe

Giuseppe Tympani (Gerace (Reggio Calabria), 18 novembre 1904 – Reggio Calabria, 14 giugno 1981)

Giuseppe Francesco Timpani (così nell’atto di nascita, senza la “y” nel cognome), nacque a Domenico, calzolaio, e da Maria Concetta Siciliano, casalinga. Orfano di padre in tenera età, frequenta il Seminario da esterno. Presa la licenza ginnasiale, si iscrive all’Istituto Magistrale di Locri dove si diploma. Inizia così la sua attività d’insegnante elementare nelle frazioni Puzzello e Zuccù di Gerace. A 22 anni, nel 1926, insieme a Domenico Scoleri e Alfredo Pedullà Audino,fonda la Federazione Italiana liberi intellettuali (FILI), la cui presidenza fu affidata al poeta Vincenzo Gerace. Il programma della FILI è quello di «difendere la libertà del pensiero e di combattere qualunque manifestazione di pseudo arte». Insieme a Antonino Anile, poeta, scienziato e uomo politico, la FILI raduna scrittori e intellettuali calabresi, tra i quali, Nicola Giunta, Natalino Lanucara, Franco Saccà ed Enzo Bruzzi. All’iniziativa aderiscono molti illustri scrittori, poeti e artisti dell’epoca, come Eugenio Montale, Sem Benelli, Massimo Bontempelli, Curzio Malaparte, Leonida Repaci, Francesco Perri, Libero Bovio, Mario La Cava, Francesco Cilea, e case editrici come Mondadori e Vallecchi.
Nel 1927 pubblica «Rime dell’Adolescenza. Liriche», con prefazione di Anile: «Queste rime – scrive profeticamente Anile – rivelano un temperamento poetico, al quale la disciplina degli studi e le necessità aspre della vita daranno vigore». In quegli anni scrisse anche Camicia Nera e curò l’antologia di giovani autori Giovinezza. Si sa anche ce stava scrivendo il romanzo Alba di sangue, di cui non si hanno tracce. Si iscrive al Magistero di Messina dove consegue nel novembre 1928 l’abilitazione alla Direzione Didattica e l’11 novembre 1931 si laurea in Filosofia e Pedagogia.
Nel 1933 si sposa con una ragazza di Bovalino Superiore, Vittoria Francesca Pipicelli. E nello stesso anno ottiene il posto di ruolo a Reggio Calabria, ma preferisce la frazione Pellaro vicino alla città. 
Cinque anni dopo lascia la scuola elementare e insegna Italiano e Storia all’Istituto magistrale “T. Gulli” di Neggio.
Nel 1940 gli muore la figlia Rosetta. Dallo strazio di questa perdita nasce forse la sua più bella opera, «Elegia a Rosetta», un lamento lirico, pubblicata quattro anni dopo.
Dopo un periodo di silenzio dovuto alla guerra, nel 1946 riprende l’attività della FILI che organizza diverse manifestazioni. Nel 1948 fonda la rivista «Italia Intellettuale», mensile, poi bimestrale, di varia cultura e organo della FILI da lui finanziato, che dirige fino alla morte. Contemporaneamente è redattore della rivista «Realismo Lirico». Negli anni Cinquanta e fino al 1975, anno in cui va in pensione, insegna all’Istituto Tecnico Commerciale «Raffaele Piria» di Reggio.
Fu collaboratore di periodici e di quotidiani. Sul quotidiano reggino «La Voce di Calabria», nel 1957 pubblica a puntate un «Diario della sua adolescenza colpita dal dolore».
Pubblicò articoli, saggi, memorie, bozzetti teatrali, ma molti suoi scritti sono rimasti inediti, come le opere teatrali Il Capolavoro (1929) e Fata Beneficenza (1933). Nel 1960 appare Soliloqui; nel 1971 viene pubblicata La vie et le temps,una scelta di poesie tradotte in francese da Solange de Bresseux; nel 1972 pubblica Frammenti di vita e nel 1975 Poesie scelte
Sulla la tristezza e sulla malinconia si sono soffermati in tanti. «La poesia di Giuseppe Tympani – scrive Antonio Piromalli nella sua La Letteratura calabrese – vive nel mondo degli affetti teneri e delicati, di passioni sentite col cuore e con l’anima; c’è nei suoi versi il trasporto e l’entusiasmo della giovinezza ma anche la tristezza e la malinconia di un temperamento pensoso». E Pasquino Crupi, scrive  che «egli canta il paese triste, la dolce sua casa, il camposanto, la strada di campagna, le giornate d’inverno, il novembre dei defunti, la giostra della villa comunale di Reggio Calabria, la sala d’aspetto delle stazioni, la stanza d’albergo, il gatto, il letto di morte, i fiori del suo giardino, la sua radicalità, la suora di carità, la nonna, la mamma, il fratello, i figli, la figlia Rosetta, morta in tenera età» «Era eternamente silenzioso, ieratico, afflitto», ricorda Domenico Defelice, secondo cui era «un orizzonte serrato alla gioia, quello di Giuseppe Tympani, una corsa precipitosa verso il totale, generale dissolvimento, anche se, in fondo, egli ha sempre intravisto una luce e una speranza»; e il poeta «era un’ombra tetra, resa più inquietante dai vestiti lisi e scuri che indossava, sempre intabarrato e una lunga sciarpa al collo anche col sole a picco dell’estate».
Poeta, animatore culturale, insegnante e critico letterario è stato insignito, due volte, del Premio della cultura dalla presidenza del Consiglio dei Ministri.
Muore a 77 anni, nella sua casa, pianto da figli, parenti e amici.
Il 22 ottobre 2011 l’amministrazione comunale di Gerace, in collaborazione con l’associazione reggina Anassilaos, organizza un convegno e gli dedica una targa ricordo posta sulla facciata alla sua casa natale. Una strada di Reggio Calabria è intitola al suo nome. (Vincenzo Cataldo) © ICSAIC

Opere

  • Rime dell’adolescenza. Liriche 1924-1927, Tip. I. Cavallaro, Gerace 1927 (poi Città del Sole, Reggio Calabria 2010);
  • Giovinezza (con la collaborazione di Salvatore Carella, Alfredo Pedullà Audino, Domenico Scoleri)Federazione Naz. liberi Intellettuali, Gerace 1931;
  • Elegia a Rosetta, Reggio Calabria 1944 (poi Maia, Siena 1951);
  • Soliloqui. 1944-1956, Porfiri, Roma 1960;
  • La vie et le temps, «Italia Intellettuale», Reggio Calabria 1971;
  • Frammenti di vita, Reggio Calabria 1972;
  • Poesie scelte (1924-1974), La Prora, Milano 1975;
  • Poesie e pagine scelte, Città del Sole, Reggio Calabria 2013.

Nota bibliografica essenziale

  • Ernesto Puzzanghera, Pagine controluce, La Procellaria, Reggio Calabria 1963, pp. 35-42;
  • Giuseppe Benedetto, La poesia di Giuseppe Tympani, Ed. Italia intellettuale, s. l. 1968
  • Antonio Piromalli, La Letteratura calabrese, Pellegrini, Cosenza 1996;
  • Pasquino Crupi, La Letteratura calabrese, Lineaerre, Reggio Calabria 1999, p. 145;
  • Domenico Defelice, Giuseppe Tympani, “una pena, un mistero, un destino”, «Lettere Meridiane», n. 4, ottobre-novembre-dicembre 2005.

Nota archivistica

  • Comune di Gerace, Registro delle nascite, atto n. 159, 1903

Elia De Seta Pignatelli, Maria

Maria Elia De Seta Pignatelli di Cerchiara [Firenze, 24 marzo 1894 – Nicastro (Catanzaro), 10 marzo 1968]

Figlia dell’ammiraglio e conte Giovanni Emanuele Elia, inventore della torpedine “da blocco” marina, e di Beatrice Benini, fu esponente di primo piano del fascismo clandestino in Sud Italia dopo l’8 settembre 1943 e nell’ottobre 1946 fondò a Roma il “Movimento italiano femminile ‘Fede e Famiglia’”, la prima organizzazione neofascista sorta dopo la conclusione del conflitto. 
Negli anni giovanili accompagnò il padre in molti viaggi, prima di stabilirsi in Calabria nel 1919. Qui entrò a far parte dei circoli dell’élite socioculturale e negli anni Venti fu animatrice di salotti, sia in Calabria, nella sua casa di Sellia Marina e nella villa di Buturo in Sila, che nelle sue residenze di Palermo e Roma. Svolse attività in diversi campi, partecipando a una serie di campagne di scavo archeologico, e impegnandosi per la tutela del patrimonio artistico calabrese. Dal 1923 fu direttrice della scuola femminile di avviamento al lavoro di Catanzaro. 
Entrò in contatto con diverse figure di prima fila del mondo artistico e letterario italiano, da Renato Guttuso a Corrado Alvaro, da Massimo Bontempelli a Mario Missiroli, da Filippo Tommaso Marinetti a Gabriele D’Annunzio, che la definì «Madonna silana» nell’Alcione e nel 1937 allestì, nella sua Galleria Mediterranea a Palermo, una delle prime mostre di arte contemporanea in Sicilia. 
Sposatasi molto giovane con il marchese Giuseppe de Seta, figlio di Francesco de Seta, già senatore del Regno e prefetto di Palermo, se ne separò dopo pochi anni. Negli anni Venti ebbe una relazione sentimentale con Michele Bianchi , calabrese, “quadrumviro” della Marcia su Roma, primo segretario del Partito nazionale fascista e ministro dei Lavori pubblici dal 1929 fino alla morte nel 1930, e per questo fu un personaggio noto più che altro alle cronache rosa del regime. 
Nel 1942, a 48 anni si unì in seconde nozze con il principe Valerio Pignatelli di Cerchiara, un militare pluridecorato dal passato alquanto movimentato: dopo aver partecipato alla guerra italo-turca e alla Prima guerra mondiale, si recò volontario in Russia nel 1920, per combattere contro i bolscevichi, e successivamente si trasferì in Messico, venendo tra l’altro nominato imperatore di una piccola regione meridionale del Paese. Rientrato in Italia, si iscrisse al Partito nazionale fascista negli anni Trenta, venendone più volte espulso per le sue posizioni eterodosse, si batté con Farinacci e combatté in Etiopia e, con i fascisti, nella Guerra civile spagnola. 
Il legame con Pignatelli, cui Benito Mussolini affidò nei primi mesi del 1943 il comando delle Guardie ai Labari, struttura militare sorta per arrestare il possibile sbarco alleato, segnò per Maria l’inizio di una nuova fase, che la vide inizialmente attiva col secondo marito nel movimento neofascista clandestino. Dopo l’armistizio, i due coniugi infatti crearono una rete per raccogliere informazioni a favore della Repubblica sociale italiana, operando a Roma, a Napoli e in Calabria e, nell’aprile del 1944, M.E., su incarico del marito, attraversò le linee e si incontrò con Benito Mussolini a Gargnano, per informarlo dell’attività dei fascisti al Sud. 

Dopo il rientro a Napoli, fu arrestata col marito dagli inglesi. Entrambi furono processati nel febbraio del 1945, nel noto «processo degli ottantotto» celebrato a Catanzaro, che vide imputati tutti i maggiori esponenti dell’organizzazione fascista clandestina, un gruppo di stampo eversivo-terroristico. La rete cospirativa di cui maia e il marito facevano parte fu particolarmente attiva e ciò fu possibile grazie all’aiuto del giornalista Orazio Carratelli e di Luigi Filosa esponenti del Movimento sociale italiano (MSI), Il processo si concluse con condanne lievi, pare grazie all’intervento dei servizi segreti americani, interessati a servirsene per contrastare il potenziale «pericolo comunista» al Sud. 
Mentre il marito fu scarcerato in seguito all’amnistia del giugno 1946 e si impegnò per dare forma politica legale al movimento neofascista, attraverso la costituzione del Movimento sociale italiano, lei fuggì dal carcere di Terni, dove era rinchiusa e, il 28 ottobre 1946, fondò a Roma, in territorio vaticano e in clandestinità, il Movimento Italiano Femminile «Fede e Famiglia» (Mif), con lo scopo di fornire aiuti materiali e assistenza legale agli ex fascisti detenuti all’indomani della Seconda guerra mondiale. 
Affiancata da un sacerdote, Silverio Mattei, prelato della Sacra congregazione dei riti, e da un gruppo di signore appartenenti in maggioranza alla nobiltà “nera” romana e meridionale, o consorti di ex gerarchi, come Lina Barracu, moglie di Francesco Maria Barracu, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio durante la Repubblica Sociale Italiana rapidamente diede veste legale al Mif, dotandolo in occasione del primo congresso nell’aprile 1947 di uno statuto che prevedeva organi collegiali e di una struttura articolata in sedi regionali e provinciali, che ufficialmente provvedeva a mettere a disposizione gratuitamente avvocati e fornire assistenza spirituale e materiale ai fascisti detenuti. Gli assistiti furono diverse migliaia nei vent’anni circa in cui il Mif operò.
Maria fu l’anima dell’associazione e attraverso di essa in parallelo, almeno fino ai primi anni Cinquanta, procurò aiuti anche a latitanti ricercati per reati di collaborazionismo, che in qualche caso furono fatti espatriare. Le mete principali furono la Spagna, dove poté avvalersi dei rapporti stabiliti con la Falange dal consorte Valerio Pignatelli, e l’America Latina (Argentina soprattutto). Qui il tentativo di collegarsi alle componenti fasciste delle folte collettività italiane presenti in loco fu condotto più a fondo, con l’obiettivo, rivelatosi alla lunga velleitario, di mettere in piedi una rete transnazionale non solo per fini di assistenza ma anche per svolgere più direttamente attività politica. 
Prima di morire in un incidente stradale nei pressi di Nicastro in una sera di marzo 1968 dopo avere visitato il castello normanno, aveva disposto che il suo fondo libraio costituito da oltre 1500 volumi andasse alla Biblioteca provinciale Bruno Chimirri di Catanzaro,  mentre il ricchissimo archivio del Mif fosse versato all’Archivio di Stato di Cosenza, dove attualmente si trova, ordinato e inventariato.
La sua tomba è nel cimitero di Sersale, accanto ai due figli Emanuela e Francesco; mentre il figlio Vittorio De Seta, che nel 1947 s’iscrisse al Pci ed è stato un regista documentarista molto famoso, è sepolto nella vicina Sellia Marina.

Opere

  • Introduzione alla Calabria, Casa del Libro, Cosenza 1965;

Nota bibliografica

  • Francesco Tigani Sava, Il processo degli ottantotto a Catanzaro (1943-1945), Edizioni scientifiche italiane, Napoli 1978;
  • Giuseppe Conti, La RSI e l’attività del fascismo clandestino nell’Italia liberata dal settembre 1943 all’aprile 1945, in «Storia contemporanea», 4-5, 1979, pp. 941-1018;
  • Roberto Guarasci, La Lampada e il Fascio. Archivio e storia di un movimento neofascista: Il “Movimento italiano femminile”, Laruffa, Reggio Calabria 1987;
  • Federica Bertagna, La patria di riserva. L’emigrazione fascista in Argentina, Donzelli, Roma 2006;
  • Federica Bertagna, Un’organizzazione neofascista nell’Italia postbellica: il MIF “Fede e famiglia” di Maria Pignatelli di Cerchiara, in «Rivista calabrese di storia del ’900», 1, 2013, pp. 5-32;
  • Giuseppe Parlato, Valerio Pignatelli, in Enciclopedia Treccani, vol. 83, 2015;
  • Claudio Cavaliere, Bruno Gemelli, Romano Pitaro, L’ape furibonda. Undici donne di carattere in Calabria, prefazione di Susanna Camusso, Rubbettino, Soveria Mannelli 2018;
  • Francesca Simmons, La Torre della Marchesa, Brenner Editore, Cosenza 2018 

Nota archivistica 

  • Archivio Centrale dello Stato, Segreteria particolare del Duce, Carteggio riservato, b. 100, fasc. 478;
  • Archivio di Stato di Cosenza, Fondo “Movimento Italiano Femminile”, bb. 88.

Morello, Giuseppe

Giuseppe Morello [Bagnara Calabra (Reggio Calabria) 8 novembre 1929 – Roma 25 settembre 2012]

Nasce da Carmelo e da Carmela Paone ed è il sesto di sette figli. Conseguita la licenza elementare nel paese natale, su consiglio dell’abate della Chiesa Madre di Bagnara, viene mandato a Pinerolo per proseguire gli studi. Conseguita la maturità classica e dopo un breve periodo trascorso a Bagnara, negli anni Cinquanta è a Roma, dove si iscrive all’Università Internazionale degli Studi Sociali «Pro Deo» e nel 1954 discute la tesi: «La Comunità Europea del carbone e dell’acciaio (Testa di ponte per il progresso della federazione europea)». In quegli anni collabora con «Il Popolo», quotidiano della Democrazia cristiana, con l’ufficio stampa dell’Istituto di Previdenza dei Giornalisti (Inpgi) e con il quotidiano il «Progresso italo-americano» di New York. 
Giornalista professionista dal 1960, si iscrive all’Ordine di Roma.
Cattolico, vicino alla sinistra democristiana, area Elia-Bodrato, nel 1962 – dopo aver avviato la sua attività professionale nel campo della informazione economica e sindacale (24 Ore) entra alla Rai (Direzione dei servizi comuni e di collegamento politici e parlamentari – Direttore Jader Jacobelli) come responsabile del Servizio commissioni parlamentari della Camera dei Deputati. Il 6 ottobre dello stesso anno il matrimonio con Biancamaria Ermini, avranno due figli, Adele e Giovanni. Considerato uno dei cronisti più autorevoli, in Rai svolse ininterrottamente tutta la sua successiva attività professionale. Dal 1969 al 1984 è coordinatore dei Servizi di resoconto e dell’Informazione Legislativa dell’Assemblea e delle Commissioni Parlamentari della Camera e del Senato e curatore della rubrica radiofonica «Le Commissioni Parlamentari» per la quale nel 1979 riceve il Premio Campione d’Italia. Dal 1979 al 1980 è capo dell’ufficio stampa del Ministero delle Partecipazioni Statali con il prof. Siro Lombardini. Nel 1986 è nominato responsabile della Struttura unitaria dei Servizi parlamentari della Rai con la qualifica di vicedirettore, successivamente ne diventa direttore fino al dicembre 1994. Nel gennaio del 1995 è chiamato dal Consiglio di Amministrazione della Rai a coordinare il comitato di esperti composto da Jader Jacobelli, Bruno Vespa, Italo Moretti e Livio Zanetti, incaricato di elaborare la «Carta dell’informazione e della programmazione a garanzia degli utenti e degli operatori del Servizio pubblico radiotelevisivo». Nell’ottobre del 1995 entra nel Consiglio di Amministrazione della Rai e – in una fase di crisi ai vertici – assume l’incarico di Presidente il 23 aprile del 1996. Il 27 luglio del 2000 riceve dal Presidente Carlo Azeglio Ciampi l’onorificenza di Grand’Ufficiale dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana. 
Esperto di rapporti tra informazione e politica, ha pubblicato diversi saggi sul tema e nel corso della sua carriera ha ricoperto numerosi incarichi istituzionali e negli organismi di categoria come nel decennio 1966 – 1979 da segretario della Commissione nazionale per l’abilitazione professionale dei praticanti giornalisti.
Dal 1977 al 1981 è Segretario dell’Associazione stampa parlamentare e successivamente, dal 1981 al 1986, Presidente dello stesso organismo professionale, un incarico che anni primi ha svolto un altro giornalista calabrese, Gaetano Natale. Socio dell’Istituto di Studi Legislativi (ISLE), è più volte segretario e Presidente dell’Associazione Stampa Romana. In campo ordinistico ricopre la carica di Presidente dell’Ordine dei giornalisti del Lazio e Molise. Consigliere nazionale dell’Ordine dei Giornalisti per un decennio (1976-1986) ne diventa Presidente nel 1989. Da Consigliere nazionale, “Peppe”, come lo chiamano gli amici e i colleghi, si dedica con impegno e dedizione alla formazione degli aspiranti professionisti. In questo quadro, in qualità di responsabile del Comitato Tecnico Scientifico del Consiglio nazionale, si occupa dell’organizzazione e della promozione delle scuole di giornalismo. È anche vicepresidente del Centro italiano d studi superiori per la formazione e l’aggiornamento in giornalismo radiotelevisivo.
Promotore del «Quadro di indirizzi e di modelli di riferimento per il riconoscimento delle strutture formative di accesso la giornalismo alternative al praticantato vigente», lavora per la riforma dell’accesso in una prospettiva di liberalizzazione della professione e per una migliore qualificazione culturale e professionale delle nuove leve. Attento ai problemi della formazione, dell’etica e della deontologia professionale ha fatto parte nel 1991 della Commissione nazionale di studio per l’organizzazione del Corso di Laurea in Scienze della Comunicazione e del Diploma universitario in Giornalismo
Decano della Stampa Parlamentare, autore e curatore di saggi e ricerche sulla comunicazione politica e la storia del giornalismo parlamentare, dal 1981 al 1989 è membro della Commissione tecnico-consultiva della Presidenza del Consiglio dei Ministri per le provvidenze all’editoria e per le ristrutturazioni delle aziende editoriali. Nel luglio del 1989 è Presidente del Consiglio dell’Ordine dei Giornalisti di Roma e membro del Consiglio Direttivo dell’Associazione Stampa Parlamentare. 
Ha svolto anche una importante attività di ricerca e studio. Collaboratore dell’Istituto di studi e ricerche “Carlo Cattaneo” di Bologna, promotore e curatore, con Gianfranco Pasquino e Arturo Parisi della Ricerca su «Informazione/Parlamento» edita dalla Camera dei Deputati, in collaborazione con l’Associazione Stampa Parlamentare. Curatore de «Il tempo e gli uomini della Costituzione», edito dall’Associazione Stampa Parlamentare 
Autore di contributi e ricerche sulle origini del giornalismo parlamentare, sull’ordinamento professionale dei giornalisti italiani, sul problema delle scuole, dell’accesso e della formazione professionale. In rappresentanza dell’Ordine dei giornalisti è componente dell’Associazione Europea per gli Istituti e le Scuole di formazione al giornalismo. 
Il suo decesso avvenne al Policlinico «Agostino Gemelli», nel compianto del mondo giornalistico e parlamentare. Aveva 82 anni. 
Cordoglio viene espresso dall’Associazione della Stampa Parlamentare, che «ne piange la perdita ricordando che è stato già suo presidente e segretario e, nell’attuale mandato, membro del collegio dei probiviri», dalla Fnsi e dall’Ordine dei Giornalisti.
Ora riposa nella cappella di famiglia a Bagnara: ha voluto così, il legame con la Calabria era infatti molto forte anche se fin da adolescente era dovuto partire. (Elida Sergi) © ICSAIC

Saggi e interventi principali

  • La burocrazia parlamentare. Funzioni, garanzie e limiti, Camera dei deputati. Ufficio stampa e pubblicazioni, Roma 1983 («Quaderni di studi e legislazione», 29) 
  • Stampa parlamentare nel segno della storia, «Stampa romana», n. 7-8, 1979, p. 8.
  • Informazione e Parlamento, Atti del seminario di studio promosso  dalla Associazione stampa parlamentare, Roma, 15 dicembre 1983, Camera dei deputati. Segreteria generale. Ufficio stampa e pubblicazioni, Roma 1984. («Quaderni di studi e legislazione» 32)
  • Luoghi, forme e procedure del giornalismo parlamentare, in L’informazione politica e il giornalismo (Quaderni di giornalismo), Indaco, [s.l.] 1992, pp. 115-122;
  • Comunicazione, in L’informazione parlamentare negli anni ’90: il caso italiano nel confronto europeo, Camera dei deputati, Roma 1992, pp. 488-497 («Quaderni di studi e legislazione», 32)
  • Il dover essere giornalista oggi. Il problema della deontologia professionale, Litograf, Roma [s.d.]

Nota bibliografica

  • Concita De Gregorio, A sorpresa il quinto uomo Rai, «La Repubblica», 19 ottobre 1995
  • Rai, è Morello il quinto consigliere, «Italia Oggi», 19 Oottobre 1995
  • Jader Jacobelli, La svolta della TV: ordinamento, nuove tecnologie, programmi, audience, Laterza, Roma-Bari 1997, pp. 115, 213
  • Tiziano Bonini (a cura di), La radio in Italia. Storia, mercati, formati, pubblici, tecnologie, Carocci, Roma 2013, ad nomen. 

Mazzia, Angelo Maria

Angelo Maria Mazzia [Roggiano Gravina (Cosenza), 7 ottobre 1823 – Napoli, 22 gennaio 1891]

Figlio di Francesco Antonio e di Maria Raphaela Paladino, ebbe cinque sorelle. Nel gennaio del 1836 rimase orfano della madre e il padre si risposò, nel mese di ottobre dello stesso anno, con Maria Francesca Palermo. Ancora ragazzo, a Roggiano, dopo i primi insegnamenti appresi al seguito del sacerdote Raffaele Graniti, ricevette una formazione umanistico-religiosa nella “Scuola Pia”, per poi continuare lo stesso tipo di studi nel seminario vescovile di San Marco Argentano, sotto la guida dei religiosi don Gregorio Policastrello  e don Stefano Paladino (suo parente). Sin dai primi anni dell’adolescenza, pur applicandosi con interesse agli studi classici, Mazzia nel contempo rivelò una spiccata inclinazione artistica che lo spinse a esercitarsi con profitto, nelle discipline delle arti figurative. 
Da autodidatta, quindi, diede sfogo al suo talento artistico acquisendo le prime conoscenze tecniche ed espressive del disegno, della pittura e sul versante della scultura, per poi nel 1840 eseguire già le sue prime opere giovanili sia per il clero locale che per quello di Morano Calabro. Fu allora che, grazie al generoso sostegno avuto da alcuni suoi concittadini, nel novembre del 1842, all’età di diciannove anni,  prese la decisione di recarsi a Napoli per intraprendervi gli studi  artistici al Reale Istituto di Belle Arti. Ben presto, però, dopo 8 mesi di ristrettezze economiche, in cui visse, su consiglio del direttore del regio Istituto di Belle arti, Antonio Niccolini, chiese un sostegno finanziario al Ministro Segretario di Stato degli Affari Interni, affinché potesse dare continuità ai suoi studi. La supplica venne accettata e il governo borbonico, tramite l’Intendenza provinciale di  Cosenza, gli  fece concedere dal suo Comune una “pensione” annua di 6 ducati al mese, che poi però non riceverà con regolarità e per questo motivo, nel corso degli anni Quaranta, visse una vita di stenti. 
All’Istituto di Belle Arti, alla Scuola di Pittura, il giovane artista svolse l’apprendistato sotto la guida di Camillo Guerra e dei maestri di disegno Costanzo Angelini, Giuseppe Cammarano, Giuseppe  Mancinelli e Aniello D’Aloysio. 
Nel 1849, a causa delle precarie condizioni economiche in cui era costretto a vivere,  da Napoli  rientrò a Roggiano con lo scopo di ottenere questa volta una vera “pensione” per gli studi, da parte del Consiglio dell’Intendenza bruzia, che fortunatamente nel 1851 gli concesse un sussidio mensile di 12 ducati. A seguito poi, di questo provvidenziale sostegno finanziario deliberato a suo favore, nei primi anni Cinquanta, donò alla Deputazione Provinciale cosentina le opere raffiguranti: Marco Aurelio SeverinoBruno Amantea e l’Omero al sepolcro di Achille, nel quale dipinto (costruito in chiave classicistica) appare evidente il debito formativo verso la pittura del  Guerra. L’opera fu acquisita  dall’Ordine  degli avvocati della stessa città bruzia, nella cui sede tuttora si custodisce. A Napoli, nel 1845, ancora studente, l’artista partecipò per la prima volta alla mostra Biennale borbonica con  il dipinto La Madonna, esemplato da un omonimo soggetto mariano di Guido Reni; poi  a quella del 1848 espose l’opera  L’abate Gioacchino;  a quella del 1855  il San Sebastiano dopo il Martirio e infine all’edizione del 1859 fu presente con la tela l’Assunziondella Vergine (Napoli, Cappella del Palazzo Reale) e con  la classicheggiante  Santa Cristina sorpresa dal padre mentre dispensa ai poveri gli idoli d’oro infranti. Successivamente, sempre a Napoli, partecipò anche a due mostre della Società Promotrice di Belle Arti: a quella del 1862 con  Il sangue  del Martire (soggetto desunto dal Morelli)  e poi a quella del 1866 con il Dante nella bolgia degliipocriti, che  vuole alludere alla fine di Firenze come capitale dello Stato Unitario. 
La pittura di Mazzia, che in massima parte fu influenzata dagli svolgimenti di matrice neoclassica del Guerra e del Mancinelli, pervenne a una propria riconoscibilità stilistica, alcune volte mutuata anche da istanze puriste, con un linguaggio didascalico e visionario, traslato da un sentimento romantico ad alta soggettività lirica ed espressiva, come per esempio suggerisce la tela della Vergine Cristiana alle catacombe, 1860 ca. (Napoli, Avvocatura dello Stato).
Sposato ebbe un figlio di nome Emanuele, che nacque a Napoli nel 1867, al quale tra l’altro, nel 1873-1874, il pittore Giuseppe Cosenza, versatile anche nella poesia, dedicò un suo componimento poetico dal  titolo: «Ad  Em. lino Mazzia  (pel suo giorno di nascita – A Em.lino Mazzia, quando eravamo, la sua famiglia a Portici, io a Resina, 1873-4)»
Nel 1872 espose alla mostra di Brera, a Milano,  il Dante che dalla Luce guarda Roma nelle tenebre, il quale dipinto l’anno successivo fu presentato anche alla mostra universale di Vienna. L’opera, senz’altro fra le più significative della produzione del Mazzia, ebbe anche un benevolo giudizio critico (il 29 luglio del 1872), sul giornale partenopeo  «Il Piccolo», da parte di Luigi Settembrini.  Poi ancora nel 1877, con un bozzetto dello stesso soggetto dantesco, si fece apprezzare, di nuovo a Napoli, alla mostra  dell’Esposizione Nazionale. Fra gli  altri  soggetti ispirati al Sommo Poeta,  trattati dall’artista calabrese, è da ricordare anche il disegno Dante e Beatrice (coll. privata), eseguito nel corso della seconda metà degli anni Sessanta, replicando il soggetto di una stampa incisoria, derivante a sua volta da un disegno di Ary Scheffer, pittore francese di ispirazione romantica. Mazzia si cimentò anche in opere da cavalletto, eseguendo vari ritratti di personaggi illustri, tra i quali: il Ritratto di Gian Vincenzo Gravina, 1847 (Roggiano, Amministrazione Comunale), quello del Sacerdote Ferdinando Balsamo, 1853 (Roggiano, coll. privata) e il Ritratto di T. Tasso,1850 ca. (Cosenza, biblioteca civica). Quest’ultimo dipinto, concepito con sentita fierezza romantica, è quasi una replica del disegno Studio per il Tasso che si presenta alla sorella, del 1848, del Morelli (Torino, civica Galleria d’Arte Contemporanea). Un altro dei suoi ritratti più noti, resta quello del maestro Costanzo Angelini, 1852 ca. (Napoli, Galleria dell’Accademia); mentre al 1889 risale l’Autoritratto, assai lodato nel 1912 dal Frangipane, a Catanzaro, in occasione della prima Mostra d’arte biennale calabrese. L’opera è caratterizzata da un’espressione cupa e malinconica: come se l’artista avesse voluto comunicarvi una sorta di crisi esistenziale, mettendo in ombra anche la sua incondizionata fede in Dio. 
Nel 1860 Mazzia vinse il concorso per l’insegnamento del Disegno Elementare, nella Scuola di Disegno e Figura, al regio Istituto di Belle Arti di Napoli, riformando tale insegnamento con l’introduzione del disegno geometrico. Subito dopo, nel 1861, fu nominato Assistente del maestro Raffaele Postiglione, nella Scuola di Disegno e Figura. La sua attività di docente di Disegno la svolse anche a Portici, sin dal mese di ottobre del 1872, nella locale Scuola Superiore d’Agricoltura. Nella cittadina vesuviana, tra l’altro, strinse anche amicizia con il pittore corregionale Giuseppe Cosenza.
Nel 1871, sul suo magistero d’insegnamento, pubblicò un opuscoletto  dedicato agli alunni del R. Istituto di Belle Arti partenopeo, il quale  verrà poi  ristampato nel 1879, col titolo: Sull’insegnamento elementare del Disegno, con l’aggiunta della Relazione, dall’Annuario della Reale Scuola Superiore d’Agricoltura di Portici. Nel 1879, l’artista per alcuni giorni ritornò a Cosenza, dove nel salone del Palazzo del Consiglio Provinciale, collaborò al fianco di Enrico Andreotti, per l’esecuzione pittorica di alcuni ritratti di personaggi storici. 
Morì a Napoli all’età di 67 anni (Tarcisio Pingitore) © ICSAIC

Nota bibliografica essenziale

  • Angelo De Gubernatis, Angelo Mazzia, in  Dizionario degli artisti italiani viventi, fascicolo IV,  Gonnelli Editore, Firenze 1890, p. 290.
  • Costanza Lorenzetti, L’ Accademia di belle arti di Napoli: (1752-1952),  Le Monnier, Firenze,  1953,  p. 124. 
  • Isabella Valente, Angelo Mazzia, in Le forme del reale, in F. C. Greco, M.A. Petrusa, I. Valente, La pittura napoletana  dell’Ottocento (a cura di F. C. Greco), T. Pironti editori, Napoli, 1993.
  • Francesco Guzzolino, Angelo Maria Mazzia: pittore simbolista culturale della scuola napoletana dell’800,  Roggiano Gravina CS), Postorivo editore, 1994.
  • Gianluca Berardi, Mazzia Angelo,  in Pittori & Pittura dell’Ottocento                                                  Italiano, Volume secondo, Dizionario degli Artisti, Edizioni Istituto Geografico, De Agostini, Novara, 1999, p. 72. 
  • Enrichetta Salerno, Pitture decorative dell’Ottocento in Calabria: il palazzo del Governo a Cosenza,  in «Calabria Letteraria», XLIX, 10-12, ott-dic. 2001, pp. 55-59.
  • Tarcisio Pingitore, Angelo Mazzia, in catalogo Rubens Santoro e i pittori della provincia di Cosenza fra Otto e Novecento (a cura di T. Sicoli-I.Valente), Edizioni AR&S, Catanzaro 2003, pp. 150-151. 
  • Enzo Le Pera, Mazzia Angelo Maria, in La  Calabria e l’Arte/Dizionario degli artisti calabresi dell’Ottocento e del Novecento, Gazzetta del Sud, Grafiche Femia, Marina di Gioiosa Ionica 2005, pp. 102-103.
  • Giovanna Capitelli, I soggetti danteschi di Angelo Mazzia, in Tonino Sicoli (a cura di), Declinazioni accademiche e registro romantico nei pittori calabresi dell’Ottocento. Intorno ad alcune opere inedite di Vincenzo Morani e Angelo Mazzia, in Ottonovecento. Arte in Calabria nelle collezioni private, Centro «A. Capizzano», Maon,  Rende 2013, pp. 18-21, 42.

Guarasci, Antonio

Antonio Guarasci [Rogliano (Cosenza), 7 maggio 1918 – Polla (Salerno), 2 ottobre 1974]

Nacque da Luigi e Luigina De Rose, secondogenito di sei fratelli. Insegnante, storico e politico, fu il primo presidente della Regione Calabria. La sua prima formazione iniziò presso il ginnasio di San Demetrio Corone dove si iscrisse nel 1930, mentre nel 1932 iniziò a frequentare il liceo classico “Bernardino Telesio” di Cosenza (nelle volontà testamentarie destinò a questa scuola la propria biblioteca). Con lo scoppio della Seconda guerra mondiale venne mobilitato e destinato sul fronte africano dove, nel 1942, venne fatto prigioniero nella battaglia di El Alamein e trasferito negli Stati Uniti nel campo di Seattle (Washington), dove venne in contatto con diversi antifascisti. Negli anni di prigionia, la necessità di comunicare con le autorità del campo e la famiglia in Italia, portarono Guarasci a imparare l’inglese.
Ritornato in Calabria nel 1946 si iscrisse alla Democrazia cristiana e conobbe, nello stesso periodo, don Luigi Nicoletti. Successivamente si laureò in Filosofia a Roma.
Iniziò la sua carriera professionale in varie scuole della provincia: prima a Luzzi e poi presso l’Istituto magistrale “Lucrezia della Valle” di Cosenza. Nel 1948 sposò Geltrude Buffone. Proprio durante la prigionia aveva conosciuto il padre di Geltrude e ritornato in Calabria aveva avuto modo di frequentare la famiglia Buffone di Rogliano. 
Nel 1952 venne eletto prima componente del comitato provinciale della Democrazia cristiana e successivamente consigliere provinciale per il collegio di Rogliano. Dal 1955 cominciò a insegnare presso il Liceo Classico Telesio di Cosenza, dove rimarrà fino al 1969, per poi passare anche all’insegnamento universitario presso l’Università di Lecce e di Salerno.
Guarasci, insieme ad altri esponenti politici del suo tempo, tra gli anni Cinquanta e Sessanta, sarà tra i protagonisti di un passaggio generazionale, ma anche intellettuale e programmatico, all’interno della classe dirigente calabrese. In questo periodo il vecchio nobilitato, che aveva fatto da nervo centrale alla struttura politica democristiana in Calabria, verrà infatti sostituito da un nuovo ceto politico professionale (tra cui molti docenti) diffuso e radicato orizzontalmente. Una trasformazione che scaturiva dai forti cambiamenti economico-sociali che, anche la realtà calabrese, viveva in quegli anni, con chiari effetti sulla vita politica locale. 
Inoltre, in questi anni, riuscì a consolidare la sua posizione all’interno dei quadri direttivi della Democrazia cristiana. Nel 1954 entrò nella giunta esecutiva del partito a livello provinciale, con l’incarico di dirigere anche l’«Impegno»; successivamente assunse il ruolo di dirigente provinciale dell’ufficio scuola, della Spes e di componente della consulta Enti locali. All’interno del partito, insieme a Misasi e Giovanni Galloni, si fece portavoce di un progetto di rinnovamento che porterà alla nascita della corrente interna denominata «sinistra di base».
Riconfermato, nel 1956, consigliere provinciale per il collegio di Rogliano, venne nominato anche assessore all’attività culturali e assistenza fino al 1960. Rieletto consigliere nel 1960 ricoprì nell’esecutivo l’incarico di assessore ai lavori pubblici (fino al 1962); sarà proprio lui ad avviare il discorso sull’edilizia scolastica a Cosenza. Sempre nel 1962 assunse la presidenza della Provincia. Incarico che gli permetteva di travasare in più vaste progettazioni le competenze acquisite a livello culturale e dall’impegno tra le fila della Dc provinciale. In questo contesto si ritrovò protagonista di un’esperienza politica originale: la prima amministrazione provinciale di centrosinistra del Mezzogiorno (si collocava solo dopo quella di Milano e Genova). Sotto la sua presidenza l’istituzione provinciale avviò, tra le altre cose, la realizzazione del grande complesso scolastico di via Popilia a Cosenza (Liceo scientifico, Istituto tecnico commerciale e industriale), mentre a Paola dell’Istituto tecnico agrario. Avviò anche, in questo periodo, il finanziamento di un ospedale psichiatrico a Cosenza. Alla provincia venne riconfermato anche nel 1964 con l’incarico di assessore alla programmazione e nel 1967, venne di nuovo eletto presidente. Nel suo impegno alla provincia ribadì anche la necessità per la Calabria di avviarsi verso un concreto processo di industrializzazione. 
Eletto consigliere regionale nel 1970 fu protagonista della neonata esperienza di governo regionale, diventandone anche primo presidente. Anche in questo ruolo Guarasci seppe coniugare la riflessione teorico-intellettuale con un’organica e concreta azione politica, ispirata a un meridionalismo propositivo e non vittimista, volto a far dialogare la Calabria con orizzonti più vasti. Nel governo della regione cercò, per questo, la massima convergenza con gli altri partiti che componevano l’assemblea. Cercò infatti di valorizzare i rapporti tra consiglio e giunta, tenendo, però, ben distinta la dimensione politico-direzionale e il momento amministrativo-esecutivo.
La «via calabrese allo sviluppo» di Guarasci, anche se attenta alle peculiarità e alla complessità della Calabria, non era confinata all’interno di un progetto territoriale, ma aperta al contesto politico-economico nazionale ed europeo. In questo contesto si inseriva la volontà di Guarasci di sostenere un rilevante processo di modernizzazione degli apparati tecnico-scientifici, ma anche di quelli istituzionali ed economici della regione. L’esito più evidente di questo processo di modernizzazione fu l’incremento, nel primo quinquennio degli anni Settanta, degli investimenti e delle occupazioni in Calabria. Si trattava certamente di una ripresa che, rispetto ad altre regioni meridionali, arrivava in ritardo, ma non era il frutto di politiche assistenziali e del solo intervento dello Stato nell’economia della regione. Tutto questo era stato favorito in quegli anni anche dalla presenza, nella compagine governativa e istituzionale nazionale, di esponenti di primo piano delle realtà politica calabrese; contatti e rapporti che da Guarasci vennero valorizzati per far dialogare la Regione Calabria con il governo centrale. Durante la sua presidenza vennero inoltre incentivate le politiche a favore della scuola, della sanità locale e delle infrastrutture viarie, per far uscire molti territori da un forte isolamento interno.
A livello culturale l’impegno di Guarasci in questi anni contribuì ad arricchire e innovare gli studi storici in Calabria, come dimostravano i suoi contributi su don Carlo De Cardona e il movimento cattolico, sul Risorgimento e la questione meridionale; azione culturale che si tradusse anche in proposta politica con il suo impegno, iniziato dal 1963, per l’istituzione dell’Università della Calabria. Una proposta nuova, originale a cui l’Italia intera guardava con ammirazione e curiosità per le sue caratteristiche: accentrata, residenziale e a indirizzo tecnico-scientifico, concepita come un campus anglosassone e strutturata in dipartimenti. Ma quello che ancora oggi del progetto universitario di Guarasci può affascinare è il suo voler evitare a questa istituzione i vizi del provincialismo per aprirla ai Paesi del Mediterraneo. Un’istituzione universitaria che fosse però motore di sviluppo economico e mobilità sociale, culturale e umana anche per il territorio che l’ospitava.
Perse la vita tragicamente nel 1974 a causa di un incidente stradale nei pressi di Polla. In sua memoria, nel 1983, a Cosenza venne istituita la fondazione “Antonio Guarasci”. Diverse strade, piazze e spazi pubblici sono stati intestati a lui in molti centri della regione. (Giuseppe Ferraro)  © ICSAIC.

Opere principali

  • Umberto Caldora, Antonio Guarasci, (a cura di), La Cassa di Risparmio di Calabria e di Lucania. Primo centenario 1861-1961, Tip. San Giuseppe, Roma 1961;
  • Carlo De Cardona e il movimento cattolico a Cosenza, 1898-1906, in Atti del 2° Congresso Storico Calabrese (Catanzaro-Cosenza, 1960), Fausto Fiorentino, Napoli 1961, pp. 653-674;
  • La Sila nel Risorgimento: 1790-1847, «Quaderni di cronache calabresi», Cosenza 1968;
  • La questione meridionale e la Calabria nella cultura italiana dell’ultimo secolo, MIT, Cosenza 1969;
  • Politica e società in Calabria dal Risorgimento alla RepubblicaIl Collegio di Rogliano, Frama’s, Chiaravalle Centrale 1973;  
  • La Calabria nell’età della Restaurazione, in Atti del 47° Congresso di storia del Risorgimento italiano (Cosenza 15-19 settembre 1974), Istituto per la storia del Risorgimento italiano, Roma 1974;
  • La Calabria in età contemporanea: ricerche e studi, a cura di Pietro Borzomati, Daga, Roma, 1985;
  • Popolarismo Meridionalismo Regionalismo, a cura di Pietro Rende, Daga, Roma 1988.

Nota bibliografica

  • Pasquale Perugini, Gaetano Cingari, Antonio Guarasci storico e politico, a cura della Regione Calabria, Reggio Calabria 1975;
  • Franco Alimena, Guarasci: la battaglia per l’Università in Calabria, Pellegrini, Cosenza 1988;
  • Pietro Rende, Antonio Guarasci, primo presidente della regione Calabria, in Cultura e società nella Calabria del Novecento, v. 1, Periferia, Cosenza 1989;
  • Luca Addante, Cosenza e i cosentini: un volo lungo tre millenni, Rubbettino, Soveria Mannelli 2001, p. 74;
  • Enzo Arcuri (a cura di), La via calabrese allo sviluppo nel progetto di Antonio Guarasci, Fondazione Antonio Guarasci, Cosenza 2005;
  • Vittorio Cappelli, Antonio Guarasci tra storiografia e politica, in «Rivista calabrese di storia del ’900», 1, 2016, pp. 53-58;
  • Vittorio Cappelli, Politica e politici in Calabria. Dall’Unità d’Italia al XXI secolo, Rubbettino, Soveria Mannelli 2018;
  • Fausto Cozzetto, Antonio Guarasci storico, «L’Acropoli», XVII, 3, 2016, pp. 308-317.

Sitografia

Gaudio, Tony

Tony Gaudio [Cosenza, 20 novembre 1883 – Burlingame, (California, Usa), 10 agosto 1951]

Gaetano Antonio, detto Tony, nacque da Francesco, di professione negoziante, e da Marietta Severini. Apprese in famiglia i segreti del mestiere di fotografo grazie al fratello maggiore Raffaele, nato nel 1873, valente tecnico e ritrattista fotografico, titolare dello studio-laboratorio “Regina Margherita” in piazza S. Giovanni Gerosolimitano e successivamente in via Carmine (oggi via Sertorio Quattromani). Frequentò l’Istituto d’Arte a Roma. Come cineoperatore girò vari cortometraggi d’attualità e vedute documentarie collaborando con Arturo Ambrosio, fondatore della Ambrosio Film di Torino, e secondo alcuni anche con la francese Pathé per il Passage du Mont St.-Bernard, episodio della prima parte di Épopée napoléonienne (1903, di Lucien Nonguet).
Nel 1906 si trasferì a New York assieme al fratello Eugenio, di tre anni più giovane. Inizialmente lavorò come esecutore di song slides, fotografie dipinte a mano e proiettate da una lanterna magica in contrappunto alle esibizioni dei cantanti e dei musicisti di vaudeville che, tra un film e l’altro, intrattenevano il pubblico dei nickelodeon, i primi cinema americani. Nel 1908 venne assunto dalla Vitagraph in qualità di tecnico. Passò quindi alla Independent Moving Pictures del produttore Carl Laemmle, il quale lo incaricò di supervisionare la costruzione del laboratorio della compagnia, promuovendolo in seguito direttore del reparto operatori.
La sua prima pellicola americana come autore della fotografia è Princess Nicotine, or The Smoke Fairy (1909). Nel 1911 curò la fotografia e scrisse i copioni di vari cortometraggi della IMP, quasi tutti interpretati dalla nascente stella Mary Pickford e diretti da uno dei pionieri del cinema americano, Thomas Harper Ince. Nel 1914 partecipò a due film della Biograph, Classmates e The Woman in Black, quest’ultimo interpretato da Lionel Barrymore. Nel 1916, assieme al fratello Eugenio, si trasferì in California, a Los Angeles, dove nascevano i nuovi studios di Hollywood. Prima fu impiegato alla Universal, appena fondata da Laemmle, poi divenne l’operatore di fiducia del regista Fred J. Balshofer nelle società di produzione create da quest’ultimo, la Quality e la Yorke, sussidiarie della Metro, la compagnia dove intanto aveva trovato posto il fratello Eugenio e da cui sarebbe nata, nel 1924, la Metro Goldwin Mayer.
Oltre ai percorsi professionali, in quegli anni anche le vite private dei due fratelli si incrociano: Antonio sposa Rosina Pietropaolo, originaria di Amantea, ed Eugenio la di lei sorella Vincenzina. Alla morte prematura di Eugenio, nel 1920, Tony era sotto contratto con la First National come operatore di fiducia delle sorelle Norma e Constance Talmadge. Nel 1923 e nel 1924 assunse la presidenza dell’American Society of Cinematographers, l’associazione di categoria che il fratello aveva contribuito ad istituire nel 1919. Nel 1925 realizzò due film come regista, The Price of Success e Sealed Lips. A causa di un incidente sul set de La tentatrice (The Temptress, 1926, di Fred Niblo), interpretato da Greta Garbo, subì l’amputazione del mignolo della mano sinistra. Nel 1928, dopo aver lavorato a fianco di registi come Allan Dwan, Frank Borzage, Frank Lloyd, Sidney Franklyn, John M. Stahl e l’oggi dimenticato Robert G. Vignola, di origini lucane, firmò un vantaggioso contratto con la Warner, che aveva appena acquisito la First National: Tony Gaudio era ormai la «grande firma» della fotografia cinematografica degli anni Venti.
All’epoca del muto la macchina da presa era ancora una proprietà personale del lighting cameraman, che poteva apportarvi modifiche a seconda delle proprie esigenze. Anche Gaudio, forte di un’artigianalità appresa agli albori dell’era fotografica e dell’esperienza acquisita sin da bambino nel laboratorio cosentino del fratello Raffaele (lo racconta un articolo dedicatogli nel 1937 dalla rivista «American Cinematographer»), studiò varie migliorie tecniche per la sua Mitchell, a cominciare da un sistema ottico che permetteva di ottenere un ingrandimento dell’inquadratura nel mirino, innovazione poi adottata dalla casa costruttrice su tutte le macchine in produzione. Sperimentò con successo anche un bagno chimico che preparava la pellicola alle riprese in «effetto notte», per filmare di giorno simulando la luce notturna, messo a punto per il film The Song of Love (1923, di Chester Franklin e Frances Marion). Nonostante il carattere difficile e la personalità poco incline ai compromessi, Gaudio era diventato uno dei direttori della fotografia più richiesti di Hollywood, apprezzato sia per la capacità di valorizzare la bellezza delle star che per le competenze tecniche. Il magnate Howard Hughes lo volle per le scene aeree del suo Gli angeli dell’inferno (Hell’s Angels, 1930), film che gli procurò la prima di sei candidature al premio Oscar. Nello stesso anno siglò le immagini di un altro film memorabile, Piccolo Cesare (Little Caesar, di Melvyn LeRoy). Nel 1936 vinse la sua unica statuetta per Avorio nero(Anthony Adverse), ancora per la regia di LeRoy. La Warner gli affidò l’immagine di Bette Davis, star dalla difficile fotogenia, che Gaudio fotograferà in undici film, da Ex-Lady (1933, di Robert Florey) fino a Il signore resta a pranzo(The Man Who Came to Dinner, 1942, di William Keighley). Fu la stagione di massima creatività di Gaudio, che alla Warner lavorò con registi del calibro di Michael Curtiz, William Dieterle e Raoul Walsh.
Assertore convinto della superiorità dell’immagine sul parlato e del cinema come arte visiva per eccellenza, affinò una tecnica fotografica che egli stesso definiva «lighting as in life» e che mirava a ottenere un’immagine realistica, lontana dalla piatta teatralità del cinema sonoro degli anni Trenta: a questo scopo divenne maestro nell’uso dei «Dinky Inkies», piccoli illuminatori a intensità regolabile che gli consentivano di ottenere una luce mirata su volti, oggetti e particolari dell’inquadratura. Sono tanti i film o le sequenze che recano il marchio inconfondibile del suo occhio: la scena della confessione di Florence Vidor all’ignaro marito in Husband and Lovers (1924, di John M. Stahl) o quella iniziale di Ombre malesi (The Letter, 1940, di William Wyler), uno dei film fotograficamente più raffinati tra quanti prodotti dalla Warner, i giochi di luci e ombre sui volti degli attori in Avorio nero o l’illuminazione di scabro realismo di Una pallottola per Roy (High Sierra, 1941), pietra miliare del gangster movie. Le scelte formali di Gaudio, che privilegiavano i chiaroscuri, le ombre e la luminosità contrastata, si adattavano perfettamente alla strategia finanziaria della Warner, improntata alla rapidità di lavorazione e al basso budget, e furono l’elemento determinante di quell’innovativo stile, asciutto e diretto, caratteristico dei film dello studio. Considerato oggi un maestro della fotografia cinematografica in bianco e nero, si cimentò anche col Technicolor: col sistema two-strip filmò On with the Show! (1929, di Alan Crosland), con il three-strip iniziò a girare il celebre La leggenda di Robin Hood (The Adventures of Robin Hood, 1938), ma il produttore Hal B. Wallis, giudicando che le riprese procedessero troppo a rilento, sostituì Gaudio con Sol Polito, altro grande operatore di origine siciliana in forza alla Warner, e il regista William Keighley con Michael Curtiz. Negli anni Quaranta lavorò da indipendente, ottenendo altre due nomination all’Oscar: una per il bianco e nero di Corvetta K-225 (Corvette K-225, 1943, di Robert Rosson e Howard Hawks), l’altra per il Technicolor de L’eterna armonia (A Song to Remember, 1945, di Charles Vidor). Il suo ultimo film, sempre in Technicolor, è Minuzzolo (The Red Pony, 1949), diretto da Lewis Milestone, il regista che anni prima lo aveva licenziato per insubordinazione dal set di The Front Page (1931).
Nel corso della sua lunga carriera, Gaudio curò la fotografia di centinaia di pellicole, nei cui titoli di testa è accreditato a volte col nome di battesimo di Antonio, altre con quello di Gaetano, altre ancora con quello americanizzato di Tony. Ebbe quattro figli: Francesco, Tony, Elena e Vera. Morì nel 1951 per un attacco cardiaco. É sepolto all’Hollywood Forever Cemetery di Los Angeles. (Ernesto Fagiani) © ICSAIC

Nota bibliografica

  • Tony Gaudio, Difficulties of Screen Photography: Natural Photography and the Necessary Screen Illusion, «Moving Picture World», 21 luglio 1917, pp. 392–393.
  • Tony Gaudio, Backward, Turn Backward«The International Photographer», n. 5, 1933, pp. 18-19;
  • Tony Gaudio, Precision Lighting, «American Cinematographer», luglio 1937, p. 278;
  • Anonimo, Little Close-Ups of the ASC: Tony G. Gaudio, «American Cinematographer», febbraio 1922, p. 45;
  • Gaudio Inventor of Epoch-making Device, «American Cinematographer», novembre 1923, p. 5;
  • Tony Gaudio Wins Camera Honors, «American Cinematographer», aprile 1937, pp. 139 e 148;
  • Alex Evelove, Long Record and More Honor for Tony Gaudio on His Screen Work, «American Cinematographer», giugno 1938, pp. 230-231;
  • Walter Blanchard, Aces of the Camera XV: “Tony” Gaudio ASC, «American Cinematographer», marzo 1942, pp. 112 e 137-138;
  • John A. Gallagher, Tony Gaudio, in International Dictionary of Films and Filmmakers, vol. IV, 4 ed., St. James Press, Farmington Hills 2000, pp. 310-312;
  • Stefano Masi, Tony Gaudio, in Dizionario mondiale dei direttori della fotografia, vol. I, Le Mani, Recco 2007, pp. 330-332;
  • Patrick Keating, Hollywood Lighting from the Silent Era to Film Noir, Columbia University Press, New York 2010;
  • I fratelli Gaudio: due cosentini nella storia del cinema, www.famedisud.it.

Gaudio, Eugene

Eugene Gaudio [Cosenza, 31 dicembre 1886 – Los Angeles (USA), 1 agosto 1920]

Fratello minore di Tony Gaudio (v.), Eugenio nacque a Cosenza da Francesco, di professione negoziante, e da Marietta Severini. Apprese i segreti della tecnica fotografica dal fratello Raffaele, il maggiore della famiglia nato nel 1873, fotografo a quel tempo molto noto in città come titolare dello studio-laboratorio fotografico «Regina Margherita» in piazza S. Giovanni Gerosolimitano e successivamente in via Carmine (oggi via Sertorio Quattromani). Nel 1906 Eugenio e Gaetano Antonio si trasferirono negli Stati Uniti, a New York, per lavorare come fotografi e operatori di cinema. Nel 1909 entrarono nella Independent Moving Pictures del produttore di origine tedesca Carl Laemmle: Gaetano Antonio (divenuto Tony) come capo del reparto operatori, Eugenio (che aveva americanizzato il suo nome di battesimo in Eugene) in qualità di supervisore dei laboratori, incarico che ricoprirà successivamente anche in un’altra compagnia, la Life Photo Film.
Nel 1915 si trasferì in California per lavorare come direttore della fotografia alla Universal, che Laemmle aveva appena fondato ad Hollywood. Il primo film in cui il nome di Eugene Gaudio appare nei credits fu The House of Fear (1915, di Stuart Paton), che da subito rivelò le doti del giovane cinematographer italiano. Nelle scene notturne Gaudio padroneggiò con maestria le nuove lampade portatili «Panchrome Twin Arcs», creando dei riuscitissimi effetti di controluce. L’anno successivo diresse la fotografia di 20,000 Leagues Under the Sea, ancora per la regia di Paton; il film, ispirato al romanzo di Jules Verne, ebbe un enorme successo di pubblico. Le pionieristiche sequenze sottomarine furono girate immergendo in profondità nelle acque delle Bahamas la “photosphere”, un marchingegno d’acciaio e vetro impermeabile, resistente alla pressione e pesante oltre quattro tonnellate, all’interno del quale era installata una cinepresa. I fratelli di origine inglese John e George Williamson, inventori e progettisti dell’apparecchio, calandosi a turno nel globo assieme a Gaudio effettuarono le riprese subacquee come operatori alla macchina. Nel 1918, passato alla Metro, lavorò soprattutto a fianco del regista francese Albert Capellani e della diva di origine russa Alla Nazimova.
La padronanza tecnica e le innovazioni visive di Gaudio emergono in particolare in due dei film girati in team con Capellani e Nazimova. Il primo è Out of the Fog (1919), oggi perduto, del quale la stampa specializzata dell’epoca sottolineò entusiasticamente la riuscita della fotografia nel restituire l’atmosfera nebbiosa della costa del Massachusetts, dove furono realizzate le riprese. L’altro è The Red Lantern (1919), che impegnò Gaudio nel tour de force delle scene ambientate in una strada di Pechino, completamente ricostruita in uno studio affollato da centinaia di comparse. Gaudio illuminò il set con 70 lampade ad arco, 25 piccoli spot e un potente riflettore puntato sui protagonisti ricorrendo anche, per accrescere l’effetto visivo delle lanterne accese alle finestre, alla doppia esposizione della pellicola. Ormai riconosciuto tra i più talentuosi protagonisti dell’industria cinematografica hollywoodiana, Gaudio contribuì a fondare,assieme a quattordici suoi colleghi, l’American Society of Cinematographers (ASC), istituita l’8 febbraio 1919 e tuttora esistente come associazione professionale i cui membri vengono selezionati ad invito tra quanti maggiormente si sono distinti per creatività e innovazione nell’industria cinematografica statunitense (nel 1923 e nel 1924 la presidenza dell’ASC fu assunta dal fratello Tony). L’ultimo dei ventidue film da lui fotografati è Life’s Twist (1920, di William Christy Cabanne).
Trasportato d’urgenza all’Angelus Hospital di Los Angeles, Eugene Gaudio morì a soli 34 anni, per una peritonite. Alla Nazimova volle che il ricavato dell’anteprima a Hollywood dell’ultimo film da lei interpretato, Madame Peacock(1920, di Ray C. Smallwood), fosse integralmente devoluto alla moglie del suo ex-operatore di fiducia, Vincenzina Pietropaolo, originaria di Amantea e sorella di Rosina, moglie di Tony. La tomba di Eugene Gaudio si trova all’Hollywood Forever Cemetery di Los Angeles, dove è sepolto anche il fratello. (Ernesto Fagiani) © ICSAIC

Nota bibliografica

  • Hanford C. Judson, In Search of the House of Fear, «The Moving Picture World», 5 dicembre 1914, pp. 1388-1389;
  • Nazimova Film Has Big Night Scenes, «The Moving Picture World», 22 marzo 1919, p. 1643;
  • Eugene Gaudio, «American Cinematographer», febbraio 1922, p. 18;
  • I fratelli Gaudio: due cosentini nella storia del cinema, www.famedisud.it.

Gangale, Giuseppe

Giuseppe Gangale [Cirò Marina (Crotone), 7 marzo 1898 – Muralto  (Canton Ticino), 13 maggio 1978]

Giuseppe  Tommaso Saverio Domenico Gangale (è questo il suo nome completo allo Stato civile), filologo, albanologo, filosofo, poeta, nacque nella Marina di Cirò (all’epoca frazione del Comune di Cirò) da Giovanni Luigi, di antica famiglia della minoranza calabro-arbresh, e da Maria Teresa Polizzi, una colta maestra elementare catanzarese, di idee aperte e liberali. Come riferisce lo storico locale Mezzi, «trascorse la sua fanciullezza e crebbe sotto le cure affettuose di una cameriera di Carfizzi, di nome Maria Rosa, di cui mantenne dolci ricordi per tutta la vita e che nominava spesso con gratitudine per averlo abituato a parlare in quel dialetto, l’arbresh, che doveva divenire poi nella vita il suo campo preferito di studio e di ricerca».
Dopo aver frequentato il ginnasio e il liceo presso il Collegio italo-greco di S. Adriano a San Demetrio Corone, dove conseguì nel 1916 la maturità classica, si trasferì a Firenze per seguire i corsi di filosofia, laureandosi nel 1921 con una tesi sui Pensieri di Biagio Pascal. Subito dopo si specializzò in Storia delle religioni, con Vittorio Macchioro, che gli trasmise la passione per le leggende folkloriche  e la metafora di una Calabria come «terra del rimorso». 

Partecipò alla guerra del 1915-18, congedandosi col grado di tenente.
A Firenze conobbe e sposò, nel 1926, Maddalena De Capua, una giovane ebrea di origine sarda, che si occupava di letteratura infantile. In seguito alla sua morte avvenuta nel 1977, il 20 marzo 1978, in Danimarca, sposò Margarita Uffer, svizzera, sua assistente universitaria a Ginevra e sua compagna-ombra nella vita. Dai due matrimoni non nacquero figNel biennio 1921-22, a Firenze, venne in contatto con l’ambiente evangelico, in particolare con la Chiesa Battista. Nel gennaio del 1923 aderì alla Massoneria e fu Maestro della Loggia “Tommaso Campanella” di Catanzaro (Dalmas-Strumia). Fu lui a coniare il termine Massonevangelismo per indicare quella doppia militanza.
Nel 1922 – scrive Cassiano – «si schierò su posizioni di aperto filo fascismo», e che «soltanto nel 1924 si accorse finalmente, capovolgendo il suo giudizio, che il fascismo era un movimento fondamentalmente reazionario, conservatore e violento, e ne denunciò apertamente i crimini, l’assassinio di Matteotti e di Piero Gobetti; bollò il manifesto di Gentile e sottoscrisse quello di Benedetto Croce»  (Strumia). Nel 1923 si trasferì a Roma e divenne redattore della rivista di critica culturale filosofica «Coscientia» che subì otto sequestri da parte della Questura di Roma , in seguito ai quali non fu più pubblicata (1927). Sotto la sua direzione il periodico, da organo del protestantesimo italiano, «si trasformò in foglio di dibattito politico-culturale antifascista e di rinnovamento civile» (Cassiano), al quale collaborarono eminenti esponenti della cultura del tempo, tra cui Macchioro, Mario Vinciguerra, Giovanni Ansaldo, Lelio Basso, Tommaso Fiore, Piero Gobetti. Con quest’ultimo intrattenne rapporti di fraterna amicizia e insieme a lui firmò nel 1925 il «Manifesto degli intellettuali» di Benedetto Croce.
L’incontro culturale più importante e decisivo, però, lo ebbe nel 1935 in Germania, all’Università di Tubinga, con Gerhard Rohlfs, noto studioso delle minoranze linguistiche europee che lo indusse a seguire i corsi di filologia dell’ateneo tedesco e a conseguire la laurea in filologia classica.  Si sviluppò in Gangale, dopo questo incontro, l’interesse per le minoranze etniche e le loro lingue (arbresh, romancio, ladino), grazie anche alla sua eccezionale capacità di apprendere le lingue. Durante il suo soggiorno in Germania, ricoprì l’incarico di Lettore di italiano e fu a stretto contatto con Rohlfs, approfondendo i suoi studi sul dialetto albanese in Calabria. I suoi numerosi viaggi in varie parti dell’Europa lo portarono a interessarsi di varie lingue minoritarie:  durante un soggiorno estivo in Alto Adige nacque in lui un forte interesse per il ladino e il romancio; quando si recò in Olanda prese a interessarsi dell’olandese come lingua minore; quando fu nei paesi baltici, si interessò allo studio dei dialetti estoni, retici e finnici.
Nel 1937 si recò  in Baviera, dove ottenne la cittadinanza tedesca e poté insegnare all’Università di Tubinga. Nel 1940 passò in Danimarca:  qui fu prima insegnante ospite presso l’Università di Aarthus e, poi, nel 1941, Lettore di reto-romancio all’Università di Copenaghen, dove intensificò le ricerche sulle minoranze nordiche e lavorò su islandese e faroense. Nel 1943 si spostò in Svizzera, all’Università di Coira, dove resterà fino al 1948 e «fu incaricato ufficialmente dal governo federale di Berna dello studio della crisi linguistica della zona retoromancia centrale» (Mezzi). Come scrive Belluscio,  la «preziosa esperienza elvetica trovò una sua naturale continuità in un’area altrettanto interessante dal punto di vista linguistico e dialettale, quella calabro-albanese», considerato che «il proficuo contatto con gli ambienti accademici danesi lo portò a collaborare con Louis Hijelmslev dell’Università di Copenaghen, e grazie a questo contatto ebbe l’opportunità di ritornare in Calabria per interessarsi allo studio dell’arbyresh della Calabria centrale, cioè delle otto comunità dell’allora non ancora smembrata provincia di Catanzaro: Zangarona, Caraffa di Catanzaro, Vena di Maida, Marcedusa, San Nicola dell’Alto, Carfizzi e Pallagorio».
Nel 1949 tornò nuovamente a Copenaghen e riprese le lezioni di retoromancio e di proto retico in quella Università. Dal 1950 lavorò presso l’Istituto di Glottologia della stessa Università, come specialista di lingua albanese; nel 1952 gli fu affidato l’incarico di recuperare i manoscritti perduti da Girolamo De Rada nella zona della diaspora arberisca meridionale e, tra il 1955 e il 1962, effettuò importanti viaggi di studio e di ricerca in trentasei comuni albanofoni, descritti in lunghi rapporti in lingua danese.
Nel 1963 fondò a Catanzaro il Centro greco-albanese, che aveva sede nella Biblioteca Comunale; nel 1967 il Centro fu spostato a Crotone, ma anche lì ebbe vita breve, «per la scarsa sensibilità della classe dirigente cittadina» (Mezzi). Anche a Cirò Marina, suo paese natale, che prese a frequentare nei primi anni Settanta, tentò di fondare, senza fortuna, un Istituto di studi calabro-greci.  Ma gli effetti positivi del suo tenace e lungo impegno di studio e di ricerca in difesa delle lingue minoritarie, si videro a distanza di un ventennio dalla sua morte, avvenuta, quando aveva 80 anni, a Muralto, nel Canton Ticino (Svizzera). 
Nel 1999, infatti, il Parlamento italiano approvò la legge n. 482 «per la tutela delle minoranze linguistiche storiche presenti sul territorio della Repubblica Italiana» e «molte delle regioni nelle quali sono presenti comunità alloglotte (tra cui la Calabria) approvarono leggi regionali per la difesa della lingua e della cultura di quelle comunità» (Belluscio).
Cirò Marina ha onorato la memoria di Gangale con l’erezione di un busto bronzeo, opera dell’artista Raffaele Elio Malena, collocato nella villetta del Lungomare, e con l’intitolazione dell’Istituto Tecnico Commerciale e per Geometri.  Nel 2002 le sue ceneri  sono state collocate nel cimitero di Cirò Marina. (Franco Liguori) © ICSAIC

Opere principali

  • Rivoluzione protestante, Eed. Piero Gobetti, Torino 1925;
  • Tesi ed amici del Nuovo Protestantesimo, Bilychnis, Roma 1926
  • Calvino, Doxa, Roma 1927
  • Apocalissi della cultura, ed. Doxa, Roma 1928
  • Revival, Doxa, Roma 1929
  • Il Dio straniero, Doxa, Milano 1932
  • Lingua arberisca restituendo, Tip. Pirozzi, Crotone 1976
  • Fragmenta ethnologica Arberisca Mediae Calabriae, Rubbettino Ed., Soveria Mannelli 1979
  • Saggio sulla trascrizione del Milosao di De Rada, Parma 1984.
  • Poesie, a cura di Paolo Sanfilippo, Chiavari, 1987

Nota bibliografica

  • Enrico Ferraro, Bibliografia di Giuseppe Gangale, in «Katundy yne», IX,  26, 1978;
  • Daniele Gambarara, Giuseppe Tommaso Gangale, «Rivista italiana di dialettologia», 1978;
  • Paolo Sanfilippo, Giuseppe Gangale, araldo del nuovo protestantesimo, Ed. Lanterna, Genova 1981;
  • Margarita Uffer, Giuseppe Gangale, Terra Grischuna, Coira 1986;
  • Alberto Cavaglion, Giuseppe Gangale e la cultura italiana negli anni Venti, Sellerio, Palermo 1991;
  • Egidio Mezzi, Giuseppe Gangale glottologo, in Cirò dotta, Belvedere Spinello, 1992;
  • Giovanni Scilanga, Chi era Giuseppe Gangale, in «Annuario dell’Istituto Commerciale e per Geometri» (Cirò Marina), 1995, pp. 5-17;
  • Antonella Cosentino, Anselmo Terminelli, Giuseppe Gangale, in Fulvio Mazza (a cura di), Cirò-Cirò Marina. Storia Cultura Economia, Rubbettino, Soveria Mannelli 1997, pp. 274-277;
  • Corrado Iannino, Giuseppe Gangale: un italiano nel Novecento d’Europa, edizioni 88900 Res/Series, Crotone 1999;
  • Davide Dalmas,  Anna Strumia (a cura di), Una resistenza spirituale: “Conscientia” 1922-1927,Claudiana, Torino 2000, p. 3;
  • Saverio Napolitano, Giuseppe Gangale e la questione meridionale, in «Rivista storica calabrese», XXXVII, 2016, pp. 7-22;
  • Domenico Antonio Cassiano, Giuseppe Gangale (1898-1978), in «Nuove Lettere Meridionali», 1, 2017, pp. 153-164;
  • Giovanni Belluscio, Giuseppe Gangale per la rinascita dell’arberisht nella Calabria centrale: l’utopia dimenticata… l’utopia realizzata, in www.mondoarberesco.it;
  • Anna Strumia, Giuseppe Gangale: l’esilio di un evangelico, in www.unishepherd.it.

Foderaro, Salvatore

Salvatore Foderaro [Cortale (Catanzaro), 26 febbraio 1908 – Roma, 10 giugno 1979]

Persona di larga cultura, nasce da Giovambattista e Maria Teresa Cimino in una famiglia agiata di Cortale, piccolo centro del catanzarese. Fu giurista, magistrato, accademico e politico, deputato della Repubblica. Dopo aver conseguito la maturità classica, si iscrive alla facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Roma e si laurea con il massimo dei voti il 7 luglio 1930. Nel 1933 vince il concorso in Magistratura, lavorando prima in Calabria (Nicastro, Nocera Tirinese, Vibo Valentia) e poi nel Lazio. Nel 1937 sposa Luigia Berardelli, sorella del poeta Franco, dalla quale ha due figlie, Francesca e Maria Teresa. A soli 31 anni diventa Consigliere onorario di Corte d’Appello, anche se gli impegni in magistratura non lo allontanano dal mondo accademico.
Lascia la magistratura e concentra tutta la sua attività nella ricerca: al centro dei sui interessi si pone, nei primi anni di approfondimento, l’organizzazione dello stato fascista e pubblica nel 1940 due monografie: La Milizia volontaria nel Diritto Pubblico Italiano e La divisione dei Poteri. Successivamente abbandona i temi più direttamente legati alle istituzioni fasciste ed entra nel vivo della ricerca con il suo Contributo alla teoria della personalità degli organi dello Stato, volume recensito favorevolmente da Vittorio Emanuele Orlando sulla Rivista di Diritto Pubblico «La Giustizia Amministrativa» del febbraio 1942 «per la coscienza e la serietà della preparazione, per il ricorso alle fonti migliori, per l’equilibrio e la misura onde l’indagine è condotta, per quella chiarezza e quell’ordine nell’esposizione che sono conformi alle migliori tradizioni della Scuola Italiana di Diritto Pubblico».
Dopo un primo incarico da libero docente in Diritto Costituzionale all’Università di Camerino, nel 1942 risulta primo nel concorso a cattedra di Diritto Pubblico e il 5 novembre viene chiamato dall’Università di Perugia. Ma non tradisce l’amore per la letteratura. Notissime le sue prolusioni, acuta la critica alle opere di ogni tempo. Conosce un po’ tutti i letterati del tempo, da D’Annunzio a Marinetti a Guido da Verona. Amico e cognato di Franco Berardelli, il grande poeta morto adolescente, nei suoi scritti, chiarisce Titta Madia, avvocato e deputato anch’egli calabrese, vi è «un sottofondo di poesia …, poesia che vibra nell’animo, nel gesto della generosità e in quello dell’amore, nel sorriso che gli serve a nascondere una vena di commozione». 
Centurione della Milizia Volontaria per la Sicurezza nazionale, componente della Commissione di Disciplina del Partito Nazionale Fascista e incaricato dalla fine del 1941 all’ottobre 1942 del collegamento tra il Partito e il Ministero di Grazia e Giustizia, dopo l’8 settembre del 1943 si schiera per il Governo Regio e da allora fino al 1944 prende parte alla lotta partigiana nel fronte militare clandestino in Umbria e nel 1950 viene insignito della croce al valore militare con la seguente motivazione: «Fervente patriota, appartenente a bande armate operante nel Fronte della Resistenza, si distingueva per attività, coraggio ed alto rendimento…Durante i mesi dell’accanita lotta contro l’oppressore faceva rifulgere, in ogni circostanza, il suo elevato spirito combattivo e la sua assoluta dedizione alla Patria». 
Deferito alla Commissione per l’epurazione del personale universitario nel maggio 1945, nel settembre successivo, gli fu comminata soltanto una lieve sanzione disciplinare.
La sua partecipazione alla vita politica risale agli anni del dopoguerra. Si iscrive alla Democrazia Cristiana e ed è il secondo eletto alla Camera dei Deputati nel 1948 nella circoscrizione di Catanzaro, Cosenza e Reggio Calabria. È proclamato il 26 aprile. La sua elezione viene però contestata perché accusato di essere autore di libri e testi scolastici di propaganda fascista, direttore di rivista politica fascista, alto gerarca. Dopo lunghe indagini e discussioni la convalida arriva il 29 luglio 1949. Confermato per cinque legislature consecutive dal 1948 al 1972, fa parte di diverse Commissioni parlamentari (Giustizia, Trasporti, Lavori Pubblici, Affari Costituzionali, Mezzogiorno, Affari Esteri), della Giunta per le Autorizzazioni a Procedere e di quella delle Elezioni. 
Significativa la sua partecipazione, come Sottosegretario ai Trasporti, nel governo Tambroni, dall’aprile al luglio 1960. Svolge, per incarico del Ministero della Pubblica Istruzione e per il Ministro degli Affari Esteri diverse missioni culturali ed economiche in Africa. Foderaro ama profondamente l’Africa, tanto da indurlo a dire: «Porto sempre con me l’immagine dell’Africa che ho visitato e percorso, è un’immagine viva, palpitante, spesso fastosa nelle sue creature e nelle sue manifestazioni tradizionali, affascinante nei suoi simboli e nella sua natura…. È il continente nero degli animali e delle mille avventure, degli esploratori, delle danze e dei tramonti indescrivibili e delle tempeste di sabbia, del Nilo e del Sahara, del Kilimangiaro e delle Cascate Vittoria, del Safari e dei Parchi nazionali…, degli africani desiderosi di quell’emancipazione che il tempo della schiavitù prima e del colonialismo dopo, hanno frenato per l’interesse di quell’“Uomo Bianco” che troppo spesso ha veduto in questa terra il motivo del tornaconto dimenticandosi che i suoi figli, i cosiddetti “negri”, sono anche loro figli di madre natura». Presidente dell’Istituto Italiano per l’Africa, al tema dei rapporti tra l’Italia e questo continente dedica un numero elevatissimo di saggi e articoli, tra i quali spicca l’opera in tre volumi Le Costituzioni degli Stati Africani (1968). Si occupa anche dei problemi urgenti nell’amministrazione della Giustizia, tant’è che nel discorso pronunciato alla Camera dei Deputati nella seduta del 6 ottobre 1949, contestando il contraddittorio di alcuni suoi colleghi, ribadisce l’importanza di riconoscere il corpo giudiziario come potere autonomo, conformemente all’art. 104 della Costituzione, sganciandolo così dall’influenza del potere esecutivo. Come Sottosegretario ai Trasporti svolge nel corso del mandato governativo un’intensa attività. Non c’è stazione ferroviaria in Calabria che non rechi l’impronta del suo intervento. A lui si deve l’ammodernamento dei più importanti impianti della rete ferroviaria calabra: quelli di Sant’Eufemia Lamezia, Soverato e Paola, l’approvazione del progetto di ammodernamento del tronco ferroviario Paola – Cosenza, la realizzazione del doppio binario Paola-Francavilla-Angitola e la Gioia Tauro-Villa San Giovanni. A Foderaro si devono, inoltre, il miglioramento dei collegamenti tra la Calabria e la Sicilia (nuove navi traghetto), tra il Meridione e l’Africa, il complesso Ina-Casa a Crotone, l’istituzione del trasporto merci a domicilio (motrice e carrello) a Nicastro.
Consapevole dell’importanza di creare a Montecitorio un clima favorevole alla Calabria, nel discorso pronunciato alla Camera dei Deputati nella seduta del 15 giugno 1948, non disdegna di ricorrere a uno stile forte: «La Calabria è una polveriera che da un silenzio apparente potrebbe passare ad una tremenda esplosione! Un fermento nuovo, un senso di scontento e di insofferenza, un sentimento fiero di protesta circola ormai in tutta la Calabria… ormai ogni calabrese, a qualunque categoria sociale appartenga… non vuole altro che questo: la rinascita della Calabria». Famosi i suoi interventi a sostegno degli agricoltori, dei detenuti, dell’edilizia scolastica e carceraria, degli insegnanti elementari, dei direttori didattici, dei professori, dei commercianti della sua terra di Calabria. Notevole e instancabile inoltre, il suo operato a favore dell’istituzione dell’Università in Calabria: «La Calabria, patria di studiosi e di poeti, ha diritto all’Università».
Titta Madia di lui scrive: «Vorrei affermare che Foderaro è soprattutto Calabrese, poiché per lui viene prima la Calabria e poi l’Italia… perché l’Onorevole Foderaro è uno dei pochissimi parlamentari italiani che non invano è andato a Montecitorio, conoscendo egli le ansie, le sofferenze, i bisogni, le richieste e la secolare profonda tragedia della sua terra».
Preside per otto anni della facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Perugia, viene chiamato alla Cattedra di Istituzioni di Diritto Pubblico della Facoltà di Economia e Commercio dell’Università di Roma dal 1° novembre del 1969. Trae dall’attività didattica dapprima un Corso di istituzioni di diritto pubblico e poi un Manuale di diritto pubblico.
Cattolico praticante, fervente, particolarmente francescano nello spirito e per austerità di vita, ha dedicato al Santo una monografia: San Francesco di Paola e la sua azione sociale (1958). Nel 1974 viene nominato Cavaliere di Gran Croce Ordine al merito della Repubblica italiana e l’anno dopo gli viene assegnata la Medaglia d’oro ai benemeriti della scuola, della cultura e dell’arte.
Colpito dal morbo di Parkinson muore nel 1979. A lui vengono intitolate Largo Foderaro a Cortale e Via Salvatore Foderaro a Lamezia Terme. (Stefania Valente) @ ICSAIC

Opere

  • La milizia volontaria e le sue specialità: ordinamento giuridico, Cedam, Padova 1939;
  • La Milizia volontaria nel Diritto Pubblico Italiano, Cedam, Padova 1940; 
  • La divisione dei Poteri, Cedam, Roma 1940;
  • Contributo alla teorica della personalità degli organi dello Stato, Cedam, Padova 1941;
  • Collegio uninominale e scrutinio di lista nella fase odierna del diritto costituzionale italiano, Cedam, Padova 1946;
  • La personalità interorganica, Cedam,  Padova, 1964;
  • Principi ispiratori delle costituzioni dei Paesi Africani, Giuffrè, Milano 1964;
  • Istituzioni di Diritto Pubblico, (4 volumi), Bulzoni, Roma 1970;
  • Manuale di Diritto Pubblico, Cedam, Padova 1973;
  • Istituzioni di diritto e procedura penale, Cedam,  Padova 1975;
  • Africa libera, Edin, Roma 1975 (Edizione in inglese Indipendent Africa, Colin Smythe Ltd, 1976;
  • Tutela dell’ordine pubblico e ordinamento penitenziario, appendice alle istituzioni di diritto e procedura penale, Cedam,  Padova 1976.

Nota bibliografica

  • Atti Parlamentari, Camera dei Deputati, Documenti, Relazione della Giunta delle Elezioni, seduta del 15 luglio 1949;
  • Istruzione e Qualificazione, «Il Mattino»,  17 novembre 1957;
  • Giulia Caravale, Foderaro, Salvatore, in Dizionario Biografico degli italiani, Vol. XLVIII, Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma 1997;
  • Titta Madia, Riviste forensi, “Oratori del Giorno”, “Passaporto degli Oratori”, da un profilo dell’On. Salvatore Foderaro;
  • Piero Papini, Un uomo per la Calabria, Salvatore Foderaro, s.e., Roma s.d.

Costabile, Franco

Franco Costabile [Sambiase (Catanzaro) 27 agosto 1924 – Roma, 14 aprile 1965]

Francesco Antonio, questo il suo nome allo Stato civile, nasce a Sambiase, all’epoca comune autonomo in provincia di Catanzaro (oggi Lamezia Terme). La madre è Concetta Immacolata Gambardella, di famiglia borghese, mentre il padre, Michelangelo Francesco Pietro Costabile, è un inquieto giovane intellettuale che, prima ancora della nascita di Franco, abbandonerà la famiglia per trasferirsi in Tunisia, dove insegnerà francese. Lo stigma psicologico dell’abbandono paterno agirà profondamente nella sua vicenda biografica e poetica, determinando la tonalità desolata e identitaria del suo canto civile. A rafforzare il vissuto traumatico l’episodio del suo viaggio infantile in Tunisia insieme alla madre, nel maggio del 1933, dove a nove anni conosce il padre ma insieme esperisce il suo ripudio, poiché egli si rifiuterà di tornare in Italia per riunirsi alla famiglia. 
Compie gli studi classici al Liceo Francesco Fiorentino di Nicastro, dove si lega particolarmente al carismatico professore Oreste Borrello, filosofo esistenzialista e letterato, con cui rimarrà in un fertile contatto intellettuale anche dopo la sua partenza dalla Calabria. Dopo la maturità si iscrive alla Facoltà di Lettere a Messina, ma dopo poco, subito dopo la guerra, decide di trasferirsi a Roma. È politicamente vicino al Partito d’azione, tanto che dal 1944 collabora con «L’Italia libera», che ne è l’organo ufficiale, e promuove egli stesso un periodico di ispirazione azionista, «La via». A Roma Costabile intercetta quel periodo di collettivo fermento e di profondo rinnovamento culturale seguito alla devastazione bellica. All’Università La Sapienza è allievo di Giuseppe Ungaretti, docente di Storia della letteratura italiana moderna e contemporanea e riconosciuto maestro di poesia, attorno a cui si riuniscono in un fecondo cenacolo artistico molti giovani studenti e letterati che presto diventeranno amici e sodali del giovane calabrese, tra cui Elio Filippo Accrocca, Raffaello Brignetti, Giorgio Caproni, Sergio Saviane. Entra nelle cerchie di intellettuali e artisti romani, da cui è riconosciuto e sostenuto, intrattenendo rapporti di amicizia e reciproca stima con Giacomo Debenedetti, Libero de Libero, Giuseppe Berto, Domenico Purificato, Enotrio Pugliese, Leone Piccioni, Giorgio Petrocchi, Pietro Citati, Giorgio Bassani, Pier Paolo Pasolini. E tuttavia le poesie contenute nel primo libro di Franco Costabile, La via degli ulivi, pubblicato a sue spese presso la piccola casa editrice Ausonia di Siena nel 1950, testimoniano il rovello doloroso dello straniamento, la sindrome dell’emigrato che non trova il proprio posto nel mondo.
Dopo la pubblicazione nel 1950 del libro di esordio, Costabile è impegnato a Roma in vari ambiti di lavoro intellettuale: oltre a collaborare, dopo la laurea in Lettere, con la cattedra di paleografia della Sapienza, è redattore di due importanti progetti editoriali di rifondazione del tessuto culturale, l’Enciclopedia Cattolica diretta dal Cardinale Giuseppe Pizzardo, che esce presso la Città del Vaticano tra il 1948 e il 1954, e l’Enciclopedia dello Spettacolo diretta da Silvio D’Amico e pubblicata tra il 1954 e il 1966. Inizia inoltre a insegnare materie letterarie nelle Scuole superiori, prima come supplente e poi, vincitore di concorso a cattedra nel 1960, di ruolo presso un Istituto tecnico. Collabora inoltre con varie riviste letterarie, in particolare, fin dalla sua fondazione nel 1960, con «L’Europa letteraria» diretta da Giancarlo Vigorelli, dove recensisce regolarmente libri di letterature europee. E sulle più importanti riviste di quegli anni, «Letteratura», «Inventario», «Botteghe oscure», «Tempo presente», «L’Europa Letteraria», tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio dei Sessanta escono molte delle poesie che nel 1961 confluiranno, con interessanti varianti, nel suo secondo libro, La rosa nel bicchiere, pubblicato a Roma presso l’editore Canesi. Il titolo è una potente allegoria della Calabria,  alludendo a una bellezza desolata e insidiata che resiste nell’abbandono e nell’inerzia. Al centro della nuova raccolta l’immobilità di un tempo metastorico, il conflitto di classe tra possidenti e braccianti, la sopraffazione delle donne da parte dei maschi padroni, il dramma dell’emigrazione, le promesse dei politici mai mantenute. Alla natura realistica dei contenuti, la poesia di Costabile associa una dizione rapida, epigrammatica, spiazzante per lingua e immagini, che sottrae il testo a ogni rischio di retorica. 
Nel corso degli anni Cinquanta e dei primi anni Sessanta la vita privata di Franco Costabile tenta percorsi di radicamento e rasserenamento. Nei 1953 sposa Mariuccia Armao, una sua giovane ex-allieva, e il pittore Domenico Purificato è il suo testimone di nozze. Si trasferisce nel quartiere romano di Montesacro. Dalla loro unione nascono due figlie, Olivia (1955) e Giordana (1957).  Continua a lavorare in ambito intellettuale: nel 1960 cura per l’editore bolognese Cappelli l’edizione delle Lettere da Sant’Anna di Torquato Tasso; con Giorgio Petrocchi e Pietro Citati è autore di una corposa e sapiente antologia per la Scuola media, La bella età, che esce per Garzanti nel 1964; e, ancora nel 1964, il suo testamento spirituale, Il canto dei nuovi emigranti, esce in un volume collettaneo di alcuni tra i maggiori scrittori contemporanei, che raccoglie testi letterari focalizzati sui mali della modernizzazione, Sette piaghe d’Italia, nella cui Introduzione si legge che «Il canto dei nuovi emigranti entra di colpo tra i più spietati, ed ispirati, inni civili dal ’45 ad oggi» (Sette piaghe, p. 9). 
Nei primi anni Sessanta la poesia di Franco Costabile, grazie soprattutto a La rosa nel bicchiere e poi al Canto dei nuovi emigranti, inizia a essere riconosciuta da molti nella sua forza di discorso civile e di contronarrazione del boom economico. Tra i riconoscimenti di questi anni, nel 1961 una trasmissione in Rai dedicata ai suoi versi, presentati da Libero De Libero e letti da Valeria Moriconi; la segnalazione al Premio Viareggio de La rosa nel bicchiere nel 1961; il Premio Frascati per il Canto dei nuovi emigranti nel 1964. 
Gli ultimi anni sono però segnati da una progressiva chiusura in sé stesso e da uno stato di profonda prostrazione, accentuato da due episodi: l’abbandono da parte della moglie e delle figlie, che si trasferiscono a Milano, e, nel 1964, la morte della madre dopo una lunga malattia.
Il 14 aprile 1965 si toglie la vita nella sua casa romana per inalazione di gas. Un anno dopo, nel 1966, i suoi amici romani pubblicano un suo commosso ricordo sull’«Europa letteraria», parlando di un «suicidio di protesta» e dando spazio a testi inediti e ai versi di Ungaretti a lui dedicati, poi incisi sulla sua tomba. Nel 1966 sarà ricordato ufficialmente a Sambiase, mentre negli anni successivi la sua ricezione e il suo ricordo conosceranno momenti di altalenante fortuna, massima negli anni Ottanta e poi progressivamente degradante. (Caterina Verbaro) © ICSAIC

Opere

  • Via degli Ulivi, Ausonia, Siena 1950.
  • Prefazione a Torquato Tasso, Lettere da Sant’Anna, a cura di Franco Costabile, Cappelli, Bologna 1960, pp. 5-14.
  • La rosa nel bicchiere, Canesi, Roma 1961. 
  • Giorgio Petrocchi, Pietro Citati, Franco Costabile (a cura di), La bella età. Antologia italiana per la scuola media unificata, Garzanti, Milano 1964.
  • 1861Cammina con DioIl canto dei nuovi emigranti, in Carlo Bernari, Leonardo Sciascia, Lucio Mastronardi, Domenico Rea, Dante Troisi, Andrea Zanzotto, Franco Costabile, Sette piaghe d’Italia, Nuova Accademia, Milano 1964, pp. 169-186.
  • Cammina con Dio (con Enotrio Pugliese), Editiones dominicae, Verona 1966.
  • La rosa nel bicchiere e altre poesie, Qualecultura, Vibo Valentia 1985; nuova edizione ivi, 2006.
  • Il canto dei nuovi emigranti, Jaca Book, Milano 1989.
  • Via degli Ulivi e altre poesie, Associazione Franco Costabile, Lamezia Terme 2004.
  • Calabritudine e poesia: critica letteraria, Associazione Franco Costabile, Lamezia Terme 2006.

Nota bibliografica

  • Giorgio Petrocchi, recensione a Franco Costabile, Via degli ulivi, in «La via», 20 ottobre 1950.
  • Libero Bigiaretti, Prefazione a Franco Costabile, La rosa nel bicchiere, Canesi, Roma 1961, pp. IX-XI.
  • Giuseppe Ungaretti, Elio Filippo Accrocca, Giancarlo Vigorelli, In memoria di Franco Costabile, in «L’Europa letteraria», VI, 35, maggio-giugno 1965, pp. 84-86.
  • Enzo Ronconi, Costabile Franco, in Id., Dizionario della letteratura italiana contemporanea, Vallecchi, Firenze 1973, pp. 248-249.
  • Antonio Jacopetta, Franco Costabile, poeta di Calabria, Silipo e Lucia, Catanzaro 1977.
  • Giampiero Nisticò, Franco Costabile: ricostruzione di un poeta, Frama Sud, Chiaravalle Centrale 1979.
  • Mario Petrucciani, Per una ricerca sulla cultura romana del dopoguerra, in Alberto Frattini e Marcella Uffreduzzi, Poeti a Roma 1945-1980, Bonacci Editore, Roma 1983, pp. 231-234. 
  • Giusi Verbaro Cipollina, Calogero e Costabile o il sogno tragico poiesis-thanatos, in Ead., Le alchimie dello stregone. Appunti e riflessioni sulla poesia italiana degli anni ’80, Rubbettino, Soveria Mannelli 1984, pp. 69-94.
  • Antonio Jacopetta (a cura di), Omaggio a Franco Costabile: vent’anni dopo la morte, in «La Provincia di Catanzaro», IV, 5-6, 1985. Contiene scritti di Elio Filippo Accrocca, Umberto Bosco, Raffaello Brignetti, Giorgio Caproni, Vincenzo D’Agostino, Alberto Frattini, Antonio Jacopetta, Luigi Maria Lombardi Satriani, Giuseppe Muraca, Giampiero Nisticò, Vincenzo Paladino, Antonio Piromalli, Enotrio Pugliese, Francesco Spadafora, Saverio Strati, Giusi Verbaro Cipollina.
  • Saverio Strati, Franco Costabile e la Calabria infame, ivi, pp. 35-42 (già in «Quinta Generazione», X, maggio-giugno 1982).
  • Antonio Piromalli, Disperazione e registrazione in Franco Costabile, ivi, pp. 52-56.
  • Francesco Adornato, L’itinerario tragico di Franco Costabile, in Franco Costabile, La rosa nel bicchiere e altre poesie, Qualecultura, Vibo Valentia 1985, pp. 9-33.
  • Pasquale Tuscano, Franco Costabile e la tradizione lirica in Calabria, in «Il ragguaglio librario», n. s., 5, maggio 1988.
  • V. D’Agostino, (a cura di), Costabile. Poeta della generosa e tragica sfida di un universo offeso, in «La Provincia di Catanzaro», VII, 1-2, 1988. Contiene scritti di Emilio Argiroffi, Ennio Bonea, Domenico Cara, Vincenzo D’Agostino, Mario De Gaudio, Raul Maria De Angelis, Francesco De Luca, Alberto Frattini, Sharo Gambino, Alberto Granese, Antonio Jacopetta, Luigi Maria Lombardi Satriani, Walter Mauro, Giuseppe Muraca, Giuseppe Petronio, Gianvito Resta, Giuseppe Selvaggi, Domenico Teti, Giusi Verbaro Cipollina.
  • Gianvito Resta, La poesia come protesta, ivi, pp. 36-50.
  • Alberto Granese, La conflittualità del reale e l’unità del simbolo nella poesia di Franco Costabile, ivi, pp. 62-72.
  • Walter Mauro, L’ipotesi realista nella poesia di Costabile, ivi, pp. 94-98.
  • Goffredo Plastino, Più calabrese dei calabresi, in Franco Costabile, Il canto dei nuovi emigranti, foto di Mario Giacomelli, a cura di Goffredo Plastino, Milano, Jaca Book, 1989, pp. 9-14.
  • Filippo D’Andrea, Franco Costabile. I tumulti interiori di un poeta del Sud, s.l., Graficheditore, 2018.

Cannata, Antonio

Antonio Cannata  [Polistena (Reggio Calabria), 3 febbraio 1895 – Roma, 2 ottobre 1960]

Nacque in una antica famiglia dell’aristocrazia locale: sua mamma Concetta Savarese e suo padre, il barone Francesco, ricco proprietario terriero. Lasciò Polistena, cittadina che ha dato i natali ad altri importanti artisti calabresi, i Morani, gli Jerace, Giuseppe Renda, Michelangelo Russo, gli Scerbo, Giovan Battista Valensise, e si trasferì a Napoli per frequentare il liceo classico e l’Accademia di Belle Arti. Fu allievo di Casciaro. Sposò Palmira Giuseppina Carignani, sorella del pittore Roberto, da cui non ebbe figli. Ne ebbe invece due, Antonio e Francesco, dalla sua convivente Concetta Saggese.
Esordì nel 1920 nella città partenopea, dove aprì studio, e dove conobbe vasta popolarità, entrando subito nel clima della cultura artistica cittadina. Nel corso della sua carriera partecipò alle Promotrici di Belle Arti «Salvator Rosa» di Napoli, 1920-21, 1922; alle Sindacali di Napoli, 1930, 1932, 1933, 1934, 1935, 1936 e 1940; alla Biennale di Reggio Calabria, 1924; a tre Biennali di Venezia (1930 con Fondaco rustico, oggi nella sede centrale del Banco di Napoli, 1934 con due pastelli, 1936 con una pittura, Il vecchio campanile); alla Triennale d’Oltremare di Napoli (1940). Ordinò anche molte personali in numerose città italiane: 1925, Torino, Amici dell’arte; 1925, 1927, 1928, Napoli, Circolo Calabrese; 1928, Roma, Associazione Calabrese, con cinquanta opere, mostra per la quale così scrisse Vincenzo Gemito: «Mi esprimo così sulle vostre opere, pastelli sensibili ed amorevoli per quanto in nostra epoca si produce. Se stessi in migliore fortuna non ve li avrei fatti portare a Roma che ne sarà orgogliosa»; 1932, Reggio Calabria, con trentuno opere, tra cui Marina di Ostia, Case rustiche calabresi, Paglia della Piana, Lago di Como, Cortile di Caivano; Napoli, Compagnia degli Illusi, con una nota in catalogo di Salvatore Di Giacomo: «Il pittore Antonio Cannata non è il primo venuto: è ormai un conosciuto e apprezzato paesista che già da tempo ha superato le sospettose e difficili barriere della critica, e infine s’è imposto ad essa con la sua bella sincerità, con la sobrietà del colorito, con quell’alito di sana poesia che scalda e fa palpitare ogni preferita evocazione. Le sue tele, assai personali, esprimono con forma suggestiva e penetrante gli stati di un’anima intimamente commossa e a cui ripugnano la studiata ricerca degli effetti e la deformazione della verità a profitto d’ogni suo falso per quanto immediato successo. Offre cime dolomitiche, ora massicce e scure, or bagnate di luci quasi abbaglianti, ariosi paesaggi assolati, interni pittoreschi, rustiche case napoletane, tramonti malinconici, solitarie e silenziose vie campagnole radunano in questa mostra d’un coscenzioso ed elevato artista quanto di meglio e di più toccante hanno potuto esprimere il suo spirito e la sua tavolozza».
Grande successo riscosse la mostra che ebbe  nel 1933 al Salone del Municipio di Catanzaro (X Mostra del pittore Antonio Cannata), ove presentò trenta opere, tra cui Nuvole sull’Aspromonte, Aia calabrese, Montagne di Cittanova, Arco di Tito, Valle del Bufalo (Sila), Case rustiche di Polistena, Le Dolomiti, Monte S. Elia (Palmi), Montagne di Cittanova, Anoia visto da Polistena, Via del Ponte Vecchio, Tramonto sul lago di Patria, nel cui catalogo venne riportato un giudizio dello scultore Francesco Jerace: «Fra le macchie coloristiche che si squadernano oggi come pittura, voi, caro Cannata, sapete ritrarre specialmente la Calabria nostra con la sentimentabilità del conterraneo con la colorazione della nostra bella Regione, e ne gioisce il vecchio amante del Brutio». 
L ‘anno successivo tenne una personale a Cosenza, nella Nuova sede dell’Accademia Cosentina (XI Mostra del pittore Antonio Cannata, dedicata a Michele Bianchi), con quarantaquattro opere, tra cui Tramonto nella Sila Piccola, Aspetti dell’ Ampollino, Il Vesuvio, Una via di Polistena, Il castello di San Giorgio Morgeto, Prato fiorito, Venezia, Marina di Pozzuoli, Napoli orto botanico, Frutta, Nella villa di Catanzaro, Laghetto, Vecchia vite, Pesci, Primavera. Espose anche all’estero, Parigi, New York, Bruxelles, ottenendo sempre buon successo in virtù dell’alta qualità della sua pittura, sempre legata ai motivi più semplici della vita romantica e grazie soprattutto al colore, elegante morbido dolce, rifuggendo da ogni scuola o tendenza; certi suoi interni, o anche alcuni dipinti di cortili fanno pensare alla «poetica delle piccole cose» di pascoliana memoria.
Fu molto apprezzato tra la borghesia della sua epoca, ed ebbe varie onorificenze: Commendatore Mauriziano, Cavaliere del Supremo Ordine Militare di Malta; Vittorio Emanuele III lo nominò Grande Ufficiale della Corona d’Italia. Ben ventisette suoi dipinti erano presenti in una delle residenze di Benito Mussolini.
Nel 1932 lo studio dell’artista, in via Foria a Napoli, fu visitato dal poeta Libero Bovio, che sull’arte di Cannata  così si espresse: «È un antico, questo pittore, che ha una sensibilità moderna. Egli sa che il nuovo è nel vero, e che tutto il resto è acrobazia e menzogna». Alla domanda del pittore: «Che vi pare? Che nome dareste a questa mia pittura?», il poeta di rimando: «Un solo nome, un grande nome, Poesia». Il mare, il paesaggio in genere, le vedute vesuviane furono tra alcuni dei soggetti del pittore. E su alcuni dipinti di pescatori intenti a lavorare sulle proprie barche l’incisivo giudizio di  Pietro Gioia: «Il luminoso registro tonale giocato sulle gradazioni degli azzurri definisce un’atmosfera limpida ma allo stesso tempo vaporosa, che sembra quasi dissolversi nelle trasparenze acquatiche dei primi piani; senza dubbio in dipinti come questi si fa più evidente l’adesione a certi modelli della pittura di Pratella e Campriani».
Fu presente alla 2ª Mostra d’arte di Polistena del 1955, con due Paesaggi
Le sue opere sono collocate in gallerie private, soprattutto in Calabria, a Napoli e a Roma e nelle pinacoteche pubbliche. Tra queste ultime: Museo di Palmi, Municipio civico di Polistena, Palazzo San Giorgio sede dell’amministrazione comunale di Reggio Calabria, Pinacoteca civica di Reggio Calabria. Il pastello Case del Calvariofu acquistato del Governo nazionale per la Galleria d’arte moderna di Roma, città nella quale aprì anche uno studio, in viale Castro Pretorio, 113. Dagli anni Novanta a oggi oltre cento opere sono passate nelle vendite delle case d’asta italiane.
Il suo paese di nascita gli ha dedicato una strada.
Tra gli altri, di lui hanno scritto: Alfredo Schettini, Trilussa, Ferdinando Russo, Francesco Jerace, Vincenzo Gemito, Piero Scarpa, Carlo Barbieri, Luigi Parpagliolo, Libero Bovio. (Enzo Le Pera) © ICSAIC

Nota bibliografica

  • G. Calogero, Antonio Cannata, in «Brutium», IV, 8, 1924;
  • A.L.V., Pittori calabresi espositori a Milano (Cannata, Colao, Monteleone, Ortona, Roscitano), in «Brutium», X, 5, 1932;
  • Chi è?, 1940, ad vocem;
  • Enrico Aeberli, Le arti figurative nella Calabria attuale, in «Il Ponte», Firenze, sett.ottobre 1950 Reèrimt a cura di Gianfranco Manfredi e Pantaleone Sergi, Editoriale Bios, Cosenza 1994s;
  • Thieme-Becker-Vollmer, Allgemeines Lexikon der Bildenden Künstler des XX. Jahrhunderts, 1953-1962, vol. 1 (1953), p. 382;
  • Agostino Mario Comanducci, Dizionario illustrato dei pittori, disegnatori e incisori italiani moderni e contemporanei, Luigi Patuzzi, Milano 1971;
  • Antonio Pelaggi, Museo provinciale di Catanzaro, Catalogo delle opere in pittura, Frama sud, Chiaravalle Centrale 1976;
  • Saur, Allgemeines Kunstlerlexikon Die bildenden Kunstler, 1992, vol. 16 (1997), p. 156;
  • Bénézit, Dictionnaire des Peintres, Sculpteurs, Dessinateurs et Graveurs, Grund editeur, 1999, vol. 3, p. 188;
  • Alessandro Masi e Tonino Sicoli (a cura di), La Divina bellezza, Edizioni L’una di sera 2002;
  • Ugo Campisani, Artisti Calabresi, Ottocento e Novecento, Pellegrini, Cosenza 2005; 
  • Enzo Le Pera, Enciclopedia dell’arte di Calabria, Ottocento e Novecento, Rubbettimo, 2008;
  • Antonio Floccari, Antonio Cannata, Arti Grafiche Edizioni, Ardore Marina 2009.

Benedetto, Enzo

Enzo Benedetto (Reggio Calabria, 10 novembre 1905 – Roma, 27 maggio 1993)

Enzo Benedetto è figura rilevante del Futurismo calabrese, assieme ad Antonio Marasco e Armiro Yaria. Vivo per miracolo durante il terremoto del 1908, Benedetto era figlio di Alice Botta, pia e colta Dama di San Vincenzo imparentata con lo storico Giuseppe, e di Saverio direttore centrale delle Ferrovie dello Stato; sposato con Lina, spezzina, che era donna molto bella  e che faceva la modella per pittori. Ebbe quattro sorelle: Emilia, maestra elementare; Eugenia, morta di tifo a cinque anni a Napoli; Ida, pianista; Vanda, scrittrice. Non ebbe figli e al cane diede il nome di Leika. Pittore, scultore, scrittore, parolibero, magnifico organizzatore di rassegne, aderì al Futurismo nel 1923 e l’anno successivo fondò a Reggio Calabria la rivista «Originalità», testata suggerita da Filippo Tommaso Marinetti, conosciuto l’anno precedente e sempre disponibile verso i giovani artisti, il quale gli aveva scritto: «Caro Enzo Benedetto, ho letto i tuoi scritti arguti e precisi coi quali hai saputo brillantemente difendere il futurismo. Bravo di tutto cuore! Un titolo di giornale futurista? eccolo: Originalità».
Collaborerò con piacere al tuo giornale. Una augurale e affettuosa stretta di mano dal tuo F.T. Marinetti. Della rivista uscirono soltanto due numeri, sul primo dei quali venne pubblicato un editoriale di Marinetti, che diede al giovane artista l’appellativo di Record. Conseguita la licenza liceale frequentò la facoltà di giurisprudenza a Messina, conseguendo la laurea nel 1930, senza mai esercitare la professione.
Nel 1925 iniziò a collaborare con vari giornali. Nel 1926 si rese promotore di una sala futurista alla  IV Biennale di Reggio Calabria, esponendo anche sue opere, assieme a quelle di Depero, Dottori, Tato, Fillia, Benedetta Marinetti e altri. Nel 1927 si trasferì a Roma, dove l’anno successivo collaborò con la rivista «L’Interplanetario», diretta da Libero De Libero e Luigi Diemoz, sulla quale anche Alberto Moravia pubblicò i suoi primi scritti. Iniziò anche a esporre in una serie di collettive: nel 1927 prese parte alla Mostra Nazionale del Futurismo di Palermo, organizzata da Pippo Rizzo, con due opere (Donna Italiana del 1927 e De Pinedo del 1926 poi andato disperso e replicato come polimaterico nel 1990. Ora il quadro si trova al Museo dell’Aeronautica Gianni Caproni a Trento); nel 1928 alla Mostra Futurista di Imola; l’anno successivo alla 1ª Mostra d’arte calabrese a Roma;  nel 1930 al Circolo Artistico Internazionale di Roma. Per un decennio curò una pagina futurista sul «Quotidiano», che veniva pubblicato a Messina.
Nel 1931 aderì al manifesto dell’Aeropittura, firmato da Balla, Depero, Marinetti, Tato, Dottori, Prampolini, Somenzi, Fillia. Scrive Enrico Crispolti, certamente il maggiore critico che si è interessato del Futurismo e di Benedetto: «Fra gli anni Venti e Quaranta la sua pittura era impegnata in sintesi plastiche dinamiche in qualche misura narrative, praticando anche l’ aeropittura ma non eleggendola. Mentre dagli anni Sessanta ha lavorato in termini di un particolare dinamismo plastico non-figurativo di notevole impressività immaginativa attraverso costruzioni plastiche complesse, entro una prospettiva in realtà di «concretismo» affidato ampiamente al colore in una a volte quasi gioiosa spettacolarizzazione. Ed è stata appunto una stagione del tutto nuova e originale del suo lavoro, alla quale in fondo credo resti maggiormante affidata l’immagine di Benedetto pittore».
Prese parte alla la Guerra Mondiale durante la quale fu fatto prigioniero in Libia dagli Inglesi, trascorrendo sette anni nel famigerato «Campo 25» di Yol, in India,con vista dell’Himalaya.
Di ritorno in Patria, Benedetto riprese la sua attività di artista e scrittore con le generazioni dei futuristi ancora militanti, in particolare strinse un sodalizio quarantennale con Stefania Lotti (1927-2008) che si protrarrà fino agli anni Novanta. 
Nel 1947 ordinò la sua prima personale alla Galleria di Roma. Fecero quindi seguito numerose mostre: 1948, Capri e Reggio Calabria; 1949, IX Biennale di Reggio; 1951, Milano, Centro San Babila; e Bologna, Mostra Nazionale di Pittura e Scultura futuriste, Palazzo del Podestà; 1951-52 partecipazione alla VI Quadriennale con Bottiglie; 1962, mostre di Monaco di Baviera e di Parigi. 
Nel 1959 fondò il mensile «Arte viva» e nel 1967 si rese promotore del Manifesto «Futurismo-oggi», a cui aderirono tra gli altri i futuristi Crali, D’Albisola, Delle Site, Marasco, Pettoruti e Sartoris, e sulla cui rivista, nata due anni dopo, scrissero Mario Verdone, Marzio Pinottini, Giorgio Di Genova, Gino Agnese, Giovanni Lista. 
Durante gli anni Settanta organizzò le rassegne: Quindici futuristi, Prato, Palazzo Pretorio, 1970; Sedici futuristi, Genova, 1972; Diciotto futuristi, Lugo di Romagna, 1973; Venticinque futuristi, Faenza, 1974. Nello stesso anno partecipò alla «Rassegna di Poesia visiva», Torino, Galleria civica d’arte moderna e tenne personali a Losanna e Trieste.
Gli anni Ottanta registrarono personali a Milano, Galleria Vismara 1985 e 1989; Cosenza, Galleria Arcobaleno 1988; Roma, Complesso Monumentale di San Michele a Ripa 1991, Grande mostra antologica documentaria organizzata dal Ministero per i Beni Culturali e dall’Università degli Studi «La Sapienza» di Roma, a cura di Enrica Torelli Landin; Portogruaro 1992.
Anche dopo la morte la presenza dell’artista è particolarmente significativa nelle rassegne a tema.
Nel 1996 gli venne dedicato uno spazio molto significativo alla grande mostra «Futurismo e Meridione», curata da Enrico Crispolti al Palazzo Reale di Napoli. L’ anno successivo fu presente alla mostra «Calabria Futurista, documenti, immagini, opere», a cura di Vittorio Cappelli e Luciano Caruso, organizzata dal Comune di Cosenza con la collaborazione della Biblioteca Civica di Cosenza, della Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze, della Fondazione Primo Conti di Fiesole e del Dipartimento di Sociologia dell’Università della Calabria; come anche all’esposizione «Gli altri del Futurismo» al Centro Cultura e Costume a Milano. Successivamente vide la luce il primo numero (copertina di Stefania Lotti) della pubblicazione «Simultaneità», spin-off della rivista «Futurismo-Oggi». Nel 1998 fu incluso nella mostra «Futurismo-I grandi temi 1909-1944», a cura di Enrico Crispolti, Franco Sborgi, Guido Giubbini, Franco Ragazzi, Edoardo Sanguineti, prima al Palazzo Ducale di Genova e poi alla Fondazione Antonio Mazzotta di Milano. 
Nel primo anno del secolo XXI alcune sue opere vennero esposte nella grande mostra «Futurismo 1909-1944» al Palazzo delle Esposizioni di Roma, a cura di Enrico Crispolti e organizzata dal Palazzo delle Esposizioni e dal Museo Sprengel di Hannover.  Nel 2004 al Centro Capizzano di Rende la mostra «Benedetto+Futurismo», a cura di Tonino Sicoli e Claudio Crescentini. E l’anno successivo, nell’ ambito di Taormina Arte, fu presente nella mostra «Futurismo in Sicilia», ospitata nella Chiesa del Carmine, a cura di Anna Maria Ruta. Nel 2008 sue opere alla rassegna«Futurismi» al Centro Saint-Bénin di Aosta sul «Futurismo tra le due guerre”.  Nella ricorrenza del centenario del Futurismo, 2009, molte le collettive che hanno ospitato suoi dipinti: Milano, Lattuada studio, «Futurismo e Aeropittura. Velocità e dinamismo dal Trentino alla Sicilia”; Cavallino (Lecce), Galleria del Palazzo Ducale, «Futurismo. Nel suo centenario, la continuità», a cura di Luigi Tallarico; Istituto Italo-Latino-Americano, Roma, «Enzo Benedetto/Emilio Pettoruti, Il Futurismo in America Latina”; Galleria Il Marzocco, Roma, «Enzo Benedetto, Multiple sensazioni grafiche”; Museo del Presente, Rende (Cosenza), «Zang Sud Sud. Boccioni, Balla, Severini e il futurismo meridionale», a cura di Tonino Sicoli e Alessandro Masi.
Intensa anche la sua attività pubblicistica: «Viaggio al pianeta Marte», romanzo, 1930; ripubblicato dalle Edizioni Arte Viva, Roma 1971; «Un cane in chiesa», inedito; «Tanti anni», 1966; «Racconti del tempo perduto», 1968; «Vita e Miracoli Di Un Ente Pubblico», Edizioni Arte Viva, Roma 1969; «Quarta dimensione, Dinamismo plastico», Edizioni Arte Viva, Roma 1973; «Malmerendi futurista», Edizioni Arte Viva, Roma  1973; «Futurismo centoX100», 1975; «Adulterio – Ponte – Pronto. Sintesi teatrali», Edizioni Arte Viva 1978; «Almanacco Futurista», 1980.
Ha realizzato le scene per «Albertina» di Valentino Bompiani e ha tenuto varie conferenze (a Roma; a Reggio Calabria, Facoltà di Architettura). 
Roma gli ha dedicato una strada nel quartiere delle Capannelle. (Enzo Le Pera) © ICSAIC

Nota bibliografica

  • Agostino Mario Comanducci, Dizionario illustrato dei pittori, disegnatori e incisori italiani moderni e contemporanei, Luigi Patuzzi, Milano 1971;
  • Carlo Belloli, Enzo Benedetto. Protagonista del Futurismo, Ideatore del cromotesturalismo inoggettivo, Arte Struktura, mIlano 1980;
  • Giorgio Di Genova, Storia dell’arte italiana del ‘900, Generazione primo decennio, Bora, Bologna 1986;
  • Monica Pignatti Morano, Nadia Di Santo (a cura di), Enzo Benedetto. Mostra antologica, Archivio Centrale dello Stato- Università «La Sapienza», Roma 1991;
  • La Pittura in Italia, Il Novecento/1, Electa, Milano 1992;
  • Gino Agnese, Carlo Belloli et alii, in «Futurismo-Oggi», a. XXV, n. 2, febbraio 1993 (numero speciale in memoria di Enzo Benedetto);
  • Enrico Crispolti (a cura di), Futurismo e Meridione, Electa, Milano 1996;
  • Vittorio Cappelli, Luciano Caruso (a cura di), Calabria Futurista 1909-1943. Documenti, immagini, opere, Rubbettino, Soveria Mannelli 1997;
  • Vittorio Cappelli, Tra i vulcani, i terremoti e il mare: il Futurismo sullo Stretto, in Anna Maria Ruta (a cura di)Fughe e ritorni. Presenze futuriste in Sicilia, Electa, Napoli 1998;
  • Maria Teresa Chirico, Enzo Benedetto, in Dizionario del Futurismo, a cura di Ezio Godoli, Vallecchi, Firenze 2001;
  • Anna Maria Ruta, Originalità, in Dizionario del Futurismo cit;
  • Luigi Tallarico, Il Futurismo e la Calabria, Iiriti, Reggio Calabria 2003;
  • Claudio Crescentini, Tonino Sicoli (a cura di), Benedetto + Futurismo, testi di A. Antoniutti, A. Bagnato, V. Cappelli, P. Chianese, M. Verdone, Edizioni AR& S, Catanzaro 2004;
  • Vittorio Cappelli (a cura di), Calabria Futurista 1909-1943, Rubbettino, Soveria Mannelli 2009;
  • Bruno Corà, Massimo Di Stefano, Leonardo Passarelli, Tonino Sicoli (a cura di), Dal secondo Futurismo all’Arte Concreta e dintorni, Marasco Benedetto Rotella e la ricerca astratta, 1920-1970, Maon, Rende 2014.

Nota archivistica

  • Archivio Centrale dello Stato, Archivio Benedetto, Lettera di F.T. Marinetti a Benedetto, 1924.

Armino, Antonio

Antonio Armino [Palmi (Reggio Calabria), 5 novembre 1901 – Napoli, 23 ottobre 1956]

È stato un protagonista dell’antifascismo meridionale, direttore del giornale «L’Azione», fondatore della Camera Generale del Lavoro di Napoli, collaboratore di Giuseppe Di Vittorio nella Cgil, Consultore di Stato.
Figlio di Lorenzo, un discreto proprietario terriero di Melicuccà, e di Vincenza Maria Soccorsa La Crapia (sic), appartenente a una nota famiglia di armatori palmesi, venne indirizzato agli studi presso il seminario vescovile di Catanzaro.
Concluso il Liceo si trasferì prima a Roma e poi a Napoli dove conseguì la laurea in legge. Nella capitale venne arrestato una prima volta dalla polizia fascista che trovò nella sua abitazione di via dell’Orso documenti compromettenti fra i quali la copia di una lettera di Salvemini inviata da Londra agli antifascisti italiani. Nel capoluogo partenopeo svolse da subito attività clandestina con i movimenti di Libera Italia e di Giustizia e Libertà, che confluiranno nel Centro Meridionale, l’organizzazione del Partito d’Azione (Pd’A) nel Mezzogiorno, guidata da Pasquale Schiano di cui Armino fu tra i più stretti collaboratori. 
Pubblicista, aveva iniziato la sua attività come corrispondente dall’Albania de L’Ora di Palermo, non si sposò e non ebbe figli.
Dopo l’8 settembre del 1943, nelle drammatiche giornate che seguirono l’armistizio, Armino rimase a Napoli mantenendo le fila dell’organizzazione azionista in città e partecipando alle Quattro Giornate. A lui, instancabile organizzatore, si deve l’adesione al Pd’A di Francesco De Martino.
La parte più intensa dell’attività di Armino si svolse nel biennio 1943-1945. Proprio ad Armino, in quanto calabrese, Pasquale Schiano delegò l’opera di organizzazione del Pd’A in Calabria. Nel convegno dei comitati provinciali del Pd’A, svoltosi a Napoli dal 18 al 20 dicembre 1944 in vista del primo congresso dei Cln dell’Italia liberata, Armino tenne, insieme a Salvatore de Pascale, una relazione che chiedeva l’abdicazione del re, la partecipazione di tutte le forze italiane alla guerra di liberazione contro i tedeschi e la successiva convocazione di un’assemblea costituente. 
Nel 1944 fu nominato direttore del giornale «L’Azione». Il primo numero settimanale uscì il 29 marzo e divenne bisettimanale dal gennaio 1945, arrivando a stampare oltre dodicimila copie. L’intransigenza di Armino si manifestò nell’avversione al governo Badoglio. Dopo la svolta di Salerno, con la quale i comunisti aprirono a un esecutivo di unità nazionale senza pregiudiziali antimonarchiche, Armino si schierò risolutamente contro ogni partecipazione al governo Badoglio. Nell’editoriale de «L’Azione» del 5 aprile 1944, pur polemizzando con Togliatti, Armino si apriva alla collaborazione ma con precise garanzie che dovevano consistere nell’allontanamento del re dall’esercizio del potere e nell’esclusione da ogni incarico governativo degli uomini compromessi con il regime fascista. Insieme ai comunisti Enrico Russo, Vincenzo Iorio e Vincenzo Gallo, ai socialisti Vincenzo Bosso e Nicola Di Bartolomeo e all’altro azionista Dino Gentili, Armino fu protagonista della rinascita del sindacato nel novembre del ‘43, pochi mesi dopo la liberazione di Napoli, divenendo uno dei sei membri del comitato direttivo della nuova Camera Generale del Lavoro (Cgl), la prima esperienza di sindacato in Italia dopo il ventennio fascista. 
A fine gennaio 1944 a Bari, dove si trovava per partecipare al congresso dei Cln, si oppose al tentativo di liquidare l’esperienza sindacale napoletana, sostenendo l’accordo raggiunto in precedenza a Napoli per l’unità sindacale nella Cgl in vista del congresso di Salerno. Il congresso sindacale di Salerno del 18-20 febbraio 1944, il primo per l’Italia liberata, fu preceduto da un convegno che si svolse a Torre Annunziata nei giorni 5 e 6 febbraio. Dalla presidenza del convegno Armino espose la situazione che si era venuta a creare con la nuova confederazione sindacale nata a Bari, ottenendo il favore anche dei rappresentanti comunisti che sconfessarono la posizione assunta dal loro partito nel capoluogo pugliese.
A Salerno, dove venne riaffermata la natura del sindacato libero, unitario e ispirato alla lotta di classe, risultò tra i sette membri eletti del consiglio direttivo della Cgl. La sua azione sindacale era improntata, rispetto alle tendenze azioniste presenti nel Nord Italia, a una maggiore intransigenza e radicalità e a una visione classista e socialista che gli consentì di collaborare attivamente con il gruppo di comunisti rivoluzionari che faceva capo a Enrico Russo. 
Si oppose al Patto di Roma del 3 giugno 1944 voluto da Togliatti anche per escludere gli azionisti, considerati un pericoloso concorrente a sinistra. Il 9 giugno sottoscrisse l’ordine del giorno del direttivo Cgl che «dichiara[va] di non poter riconoscere alcuna nomina che non sia fatta per espressa volontà delle masse lavoratrici». Nell’assemblea che si tenne a Napoli il 28 giugno 1944, in preparazione del Congresso del Pd’A di Cosenza, Armino difese la posizione della Cgl «giacché – scrisse – l’organizzazione meridionale risponde ai principi democratici mentre quella di Roma riproduce gli schemi fascisti di investitura dall’alto». Ispirandosi alla lotta di classe, principio che «non è stato mai tradito, ma è stato salvaguardato e difeso costantemente», si schierò contro il parere dell’esecutivo nazionale del suo partito e in netta opposizione con Oronzo Reale che riteneva opportuno battersi per il quarto posto nella neonata Cgil dopo comunisti, socialisti e democristiani.
Al congresso del Pd’A, tenutosi a Cosenza dal 4 al 6 agosto 1944, fu tra i primi firmatari, con Emilio Lussu, Guido Dorso, Francesco De Martino, Guido Calogero, Aldo Garosci e altri, del terzo ordine del giorno nel quale il Pd’A è definito «un movimento socialista, antitotalitario, autonomista e liberale, che intende realizzare il socialismo nella libertà e nello Stato in funzione permanente di libertà». Questo ordine del giorno prevalse su quello moderato a firma, tra gli altri, di Ugo La Malfa, Manlio Rossi Doria, Oronzo Reale, Riccardo Bauer, Bruno Visentini e Adolfo Omodeo. Il 6 agosto Armino tenne la relazione sindacale, centrata sull’unità di tutte le sinistre, l’autonomia del movimento sindacale dai partiti politici e la polemica con il patto di Roma: «Noi siamo stati i primi e più tenaci assertori dell’unità sindacale, ma esigiamo, in nome della libertà e della democrazia, che il movimento sindacale prenda le mosse dal basso e non sia imposto per esclusivo gioco politico dall’alto”. La relazione, assai appassionata, fu interrotta spesso da applausi e ottenne l’unanime consenso dei delegati. Il comizio della domenica mattina in piazza a Cosenza fu tenuto da Emilio Lussu e da Armino, i veri protagonisti di quell’assise. Quando nell’agosto del ‘44 la Camera del Lavoro di Napoli dovette tuttavia capitolare, Armino costituì, con Pierleoni, Bonelli e Iorio, il Comitato della Sinistra Sindacale con il compito di confluire nella CGIL e lottare dall’interno per la difesa dei principi della lotta di classe, dell’unità sindacale e della democrazia interna. Il comitato, tuttavia, non poté però operare e da lì a poco si sciolse.
Nel settembre del 1945 fu chiamato dal Pd’A a rappresentare la Calabria alla Consulta, primo libero Parlamento post-fascista, istituita dal governo di Ferruccio Parri con lo scopo di svolgere le funzioni di Camera dei deputati in attesa di indire regolari elezioni politiche. Assegnato alla Commissione del Lavoro e della Previdenza sociale dal primo ottobre 1945, sono sue le interrogazioni volte a sollecitare provvedimenti a favore delle industrie meridionali. Dopo la scissione dell’ala destra del Pd’A al Congresso Nazionale del 1946, che indebolì gravemente anche l’organizzazione napoletana, Armino affrontò, con Alberto Cianca, Pasquale Schiano e Francesco De Martino, la battaglia del referendum istituzionale e per l’elezione dei rappresentanti alla Costituente che segnò la fine del partito con la netta vittoria, a Napoli, della monarchia e l’assai deludente risultato elettorale, appena l’1,2% dei voti.
Nella Cgil di Di Vittorio fu segretario nazionale della federazione dei minatori sino al 1956 quando abbandonò quel sindacato per assumere l’incarico di commissario straordinario a Napoli per la Uil. Il 2 giugno 1956 il Presidente della Repubblica Giovanni Gronchi gli conferì l’onorificenza di Cavaliere. Da lì a poco, di ritorno da un viaggio in Danimarca, morì in seguito a collasso cardiaco segnando un grave lutto per l’antifascismo e il sindacalismo italiano. Le sue spoglie sono custodite nella cappella di famiglia nel cimitero di Melicuccà. (Pino Ippolito Armino) © ICSAIC

Nota bibliografica

  • «L’Azione», Napoli, 1944-1945;
  • Pasquale Schiano, La Resistenza nel Napoletano, CESP, Napoli 1965;
  • Emilio Lussu, Sul Partito d’Azione e gli altri, Mursia, Milano 1968; 
  • Antonio Alosco, Il partito d’Azione a Napoli, Guida, Napoli 1975;
  • Gloria Chianese, Sindacato e Mezzogiorno: la Camera del Lavoro di Napoli nel dopoguerra, Guida, Napoli 1987;
  • Arturo Peregalli, L’altra Resistenza, Graphos, Genova 1991;
  • Fulvio Mazza, Il partito d’Azione nel Mezzogiorno, Rubbettino, Soveria Mannelli 1992;
  • Antonio Ghirelli, Napoli operaia, Franco Di Mauro, Sorrento 1994;
  • Antonio Alosco et al., Cinquant’anni. La UIL della Campania dal 1950 al 2000, Dany, Napoli 2001;
  • Antonio Alosco, Il partito d’Azione nel Regno del Sud, Guida, Napoli 2002;
  • Giovanni Di Capua, Il biennio cruciale, Rubbettino, Soveria Mannelli 2005;
  • Giovanni De Luna, Storia del Partito d’Azione, UTET, Torino 2006; 
  • Antonio Alosco, Il sindacato eretico, Spartaco, S. Maria Capua Vetere 2006; 
  • Pino Ippolito, Azionismo e sindacato. Vita di Antonio Armino, Rubbettino, Soveria Mannelli 2012.

Alfano, Ottavio

Ottavio Alfano [Luzzi (Cosenza), 18 novembre 1882 – 5 luglio 1956]

Nobile figura di educatore, mazziniano e massone, positivista e modernista, colto e un po’ dandy, nasce a Luzzi da Gennaro e Palmina Pugliese, una antichissima famiglia. Dopo aver frequentato le Scuole Normali di Caserta, nel 1902 prende servizio presso la Scuola Elementare di Luzzi. Nel 1908 sposa Rosa Carmela Caloiero. Alla fine della seconda guerra mondiale, dato che non aveva avuto figli dalla moglie, adottò il nipote Gaetano Cavalcante con consorte e i tre figli, che aggiunsero il cognome Alfano a quello proprio. I dati bibliografici relativi al periodo della formazione intellettuale la dicono caratterizzata e condizionata dal Positivismo, dominante soprattutto in ambito pedagogico, quello nel quale eserciterà la sua attività magistrale. Nel 1918 frequenta i Corsi Magistrali presso la Società Umanitaria a Milano. In tempi in cui l’istruzione era privilegio delle classi borghesi medio-alte, istituì, da Direttore Didattico, le classi VI, VII e VIII, divenute poi Scuola di Avviamento Professionale, frequentate dai figli dei contadini e degli operai. Fu per diversi anni, il liquidatore della Cassa Rurale e Artigiana, e in questo suo incarico dimostrò grande capacità e lucidità nell’affrontare il dilemma tra casi umani e interesse collettivo. La caparbietà con la quale svolse il ruolo di commissario liquidatore si sintetizza in una frase colta dai suoi appunti: «la vita consapevole è fonte di tutti i miglioramenti». Nel 1942 ricopre la carica di Direttore Didattico del Circolo di Bisignano, e nel 1943 diventa Commissario Prefettizio del comune di Luzzi. Agli inizi degli anni Cinquanta, viene nominato Ispettore Onorario dalla Soprintendenza di Reggio Calabria. 
È rimasto nella memoria collettiva dei Luzzesi come Maestro di vita, un Maestro per eccellenza (Peluso, 2010). Fautore dell’istruzione totale, della legalizzazione, dell’igiene, della refezione scolastica, delle disinfezioni, promosse e ottenne l’Istituzione della Cassa Scolastica di Risparmio, creò un’attrezzata Biblioteca Civica, ricca di migliaia di volumi, tutti rilegati con tela marroncina e titoli in oro. Come scrive Gallo, «i libri, purtroppo, andarono miseramente dispersi, quando, a seguito dei bombardamenti su Cosenza dell’anno 1943, molti sfollati si riversarono nei paesi, e alcuni di essi furono ospitati nell’edificio delle scuole elementari di San Francesco, dove era collocata la biblioteca. I libri furono trafugati e venduti ai collezionisti nei mercatini rionali di diverse località, persino a Napoli”.
Egli va inoltre citato per avere istituito il lavoro manuale e le passeggiate scolastiche, curato il canto corale e il disegno, impartito l’insegnamento agrario. Usò la sua formazione intellettuale per trasferire ai propri alunni insegnamenti quali: accrescere il numero di quelli capaci di osservare i fatti, abituarli a leggere il libro della natura. Inoltre, ha cercato di inculcare nei suoi allievi anche temi etici a lui cari come: il dovere del singolo di contribuire al perfezionamento dell’umanità, credere nell’individuo, nel dovere, nell’umanità, nell’incrollabile fede del progresso.
Alfano, però, va ricordato in particolare per la sua grande passione per la fotografia, che aveva scoperto per caso, da studente. Straordinario è infatti il valore del fondo fotografico che ci ha lasciato. Le seicento foto conservate su lastre rappresentano «una storia per immagini di un paese che i più hanno dimenticato, uno spaccato di un mondo suggestivo ormai lontano, dal quale l’Autore delle foto aveva capito fino in fondo il significato cercando di restituircelo e di fermarlo per i posteri» (La Marca, 2010). 
Con il suo obiettivo ha fermato il tempo e immortalato la realtà del suo paese in un periodo ben definito: la prima metà del Novecento. Quelle di Alfano sono fotografie di estrema bellezza e di grande interesse per la ricostruzione della storia di un paese e della sua gente, ma anche per la storia della fotografia in generale. Sono fotografie dove è possibile trovare emozioni, sorrisi, espressioni, vita sociale, con intere famiglie e gruppi fotografati in contorni paesaggistici ormai perduti.
Secondo Smargiassi (2010) «fu un fotoamatore di un genere molto particolare, uno di quei notabili, borghesi o aristocratici, che nel Sud dell’Italia ancora disunita sentirono in qualche modo il richiamo della modernità e il dovere di portarvi dentro la propria comunità ancora arcaica e senza tempo, e colsero al volo l’opportunità tecnologica che dava loro la nuova pratica della fotografia per offrire la propria sofferta testimonianza umana della crisi di quel mondo». 
Alfano, attraverso le immagini fotografiche, “scrive” quasi una microstoria di Luzzi e dei Luzzesi (Papaianni, 1997). Le numerosissime immagini, infatti, permettono di esplorare e analizzare nei dettagli vari aspetti della vita quotidiana, dei costumi, delle tradizioni, dell’evoluzione del territorio (Tedesco, 2010). Le sue fotografie ci riportano in casa un patrimonio profondo e ricco di suggestioni: piazze, strade, paesaggi, gruppi di famiglia, ragazzi che giocano, contadini che lavorano nei campi, capanne di legno dell’altopiano silano. 
«Quarant’anni di storia e di costume luzzese (e non solo), sistematicamente documentati dall’occhio della fotocamera e interpretati da un vero Maestro dell’immagine com’era l’Alfano: un regista che sa utilizzare l’obiettivo come la macchina da presa, dispone i personaggi, li fa ‘recitare’, e dalle sue lastre viene fuori una vera rappresentazione teatrale. Con la fotografia Alfano ha avuto la capacità di carpire per frammenti una realtà e per frammenti raccontarla» (La Marca, 2010), regalandoci un patrimonio di grande valore che sicuramente il tempo non potrà mai più cancellare. 
Solo in seguito alla pubblicazione del volume L’istantanea e la posa, edito nel 2010, il nome di Ottavio Alfano è assurto agli onori della cronaca e oggi può a essere annoverato tra le personalità più apprezzabili della società calabrese degli anni a cavallo delle due guerre mondiali. Personaggio ecclettico, uomo creativo, aperto ai nuovi messaggi che arrivavano dall’esterno, rappresenta l’incarnazione tipologica perfetta del piccolo intellettuale meridionale dell’età giolittiana (Smargiassi, 2011).
Muore a Luzzi a 74 anni d’età. (Antonio La Marca) © ICSAIC

Nota bibliografica

  • Antonio La Marca (a cura di), Fotogrammi della memoria, Associazione culturale “Insieme per Luzzi”, Luzzi 1997.
  • Ottavio Cavalcanti (a cura di), L’istantanea e la posa. Ottavio Alfano fotografie 1909-1952, Rubbettino, Soveria Mannelli 2010. 
  • Nicola Paldino, La conoscenza e il progresso, in O. Cavalcanti (a cura di), L’istantanea e la posa cit., pp. 10-11. 
  • Umile Franco Peluso, Sul filo dei ricordi, in O. Cavalcanti (a cura di), L’istantanea e la posa cit., pp. 48-50. 
  • Gerardo Gallo, Ottavio Alfano, in O. Cavalcanti, L’istantanea e la posa cit., p. 53
  • Manfredo Tedesco, Un passato da recuperare, in O. Cavalcanti, L’istantanea e la posa, cit., p. 9.
  • Antonio La Marca, Una storia per immagini, in O. Cavalcanti, L’istantanea e la posa…, cit., p. 12.
  • Michele Smargiassi, Il maestro, la camera, il borgo, in Blob di Repubblica, 1 marzo 2011.
  • Franco Papaianni, Fotografi luzzesi, in A. La Marca (a cura di), Fotogrammi della memoria, Associazione culturale “Insieme per Luzzi”, Luzzi 1997, pp. 69-80.
  • Gerardo Gallo, Ottavio Alfano, in L. Altomare (a cura di), I memorandi, Emmegrafica, Luzzi 2009. pp. 36-39.