Cimato, Giuseppe

Giuseppe Cimato [Gallico Marina (Reggio Calabria), 14 dicembre del 1812 – Siderno (Reggio Calabria), 9 agosto 1897]

Patriota del Risorgimento Italiano, nato dal capitano marittimo ed armatore, Paolo e da Maria Crupi, famiglia originaria di Messina. Affiliato alla «Giovane Italia» e animato da sentimenti liberali, per sfuggire alle persecuzioni degli sbirri borbonici, si trasferì a Siderno dove il 13 giugno 1838 si unì in matrimonio con Concetta Romeo, di Francesco, degna compagna della sua vita. Capitano marittimo anche lui, mantenne contatti con i compagni in esilio mediante viaggi effettuati con i propri bastimenti a vela.
Intorno al 1834, è assegnatario di suolo comunale alla Marina di Siderno, “per uso di fabbriche” cioè di edifici.
Animatore delle congiure contro il Borbone seppe affrontare con temerarietà i più gravi peri— coli specialmente per le corrispondenze con i compagni in esilio a Malata, a Cipro, in Grecia e sulle coste adriatiche, che egli mantenne mediante viaggi effettuati con i propri bastimenti a vela. Sopportò continue denunce, perquisizioni domiciliari e sulle navi al suo comando.
Arrestato e compromesso assieme a Michele Bello, Pietro Mazzoni, Gaetano Ruffo, Domenico Salvadori, Rocco Verduci, i cinque martiri del 1847, venne sottoposto, nelle carceri di Gerace, a continue torture. Tra i capi d’imputazione elevati a suo carico così si legge: «Dopo cinque ore della notte del detto giorno cinque i sediziosi G. Cimato e P. Scozzafave, unitamente ad altri di Roccella batterono e infransero lo stemma reale che era affisso sull’arco della porta d’ingresso del botteghino dei generi di privativa della suddetta Marina di Siderno»,
In carcere, ai suoi aguzzini che lo invitavano a piegarsi con grande coraggio, rispondeva cos: «La vostra forza bruta, che è quella stessa del vile Maramaldo e di cui si adorna il vostro re, mi sprona alla maggiore resistenza. Potrete uccidermi, ma non potrete mai distruggere la mia idea, per la quale ho sfidato e sfido la morte».
Condannato anche lui a morte e sollecitato dal vescovo di Gerace, monsignor Perrone, che era stato incaricato dal sottintendente Bonafede, di chiedere la grazia al re, Giuseppe Cimato rispose sdegnosamente: «che il suo ideale lo aveva tanto innalzato che, abbassarsi al re, alla negazione di Dio, sarebbe lo stesso che precipitare nel fango. Giuseppe Cimato conosce la via del dovere e dell’onore, non quella della viltà.
Fu graziato dal re Francesco II di Borbone il quale temeva una rivolta popolare per la fucilazione, avvenuta alcuni giorni prima, di Michele Bello e dei suoi compagni.
Ritornato in libertà Giuseppe Cimato umiliò lo stemma reale ed affrontò e bastonò il capurbano del tempo e si diede poi alla latitanza trovando rifugio nelle montagne o nella torre medievale esistente in Siderno Marina. Costretto a rimanere a Siderno il Cimato subì un tracollo finanziario.
Nel 1860 mandò i figli Paolo, 21 anni, e Natale, 18 anni, incontro a Garibaldi, che coni suoi «mille garibaldini» era sbarcato a Melito Porto Salvo. Paolo e Natale Cimato parteciparono alla presa di Reggio e furono tra quei ardimentosi che tentarono la scalata del castello dove si erano asserragliati i borbonici.
Garibaldi nominò Paolo Cimato, nell’Aspromonte, suo ufficiale, mentre il quarto figlio del patriota, Antonino, fece parte della Guardia Nazionale. 
Giuseppe Cimato fu di animo generoso e nobile e risparmiò sempre i suoi nemici che lo avevano spiato e denunciato. Ospitò nella sua casa i bersaglieri e malgrado le sue condizioni di salute abbastanza critiche per le persecuzioni subite guidò la spedizione contro i briganti borbonici che terrorizzavano il territorio di Martone, scampando miracolosamente alla morte.
A Giovanni Nicotera, ministro dell’Interno nel governo Crispi, che gli voleva concedere un assegno vitalizio per le benemerenze riconosciute, Giuseppe Cimato — dice la monografia sul patriota sidernese pubblicata dallo «Studio araldico di Genova» —, non potendo scrivere di proprio pugno, perché divenuto paralitico, fece rispondere in suo nome, dal figlio Antonino, e inviare la lettera tramite il più piccolo dei suoi figli, Leopoldo, segretario particolare del ministro Nicotera, che «nessun compenso era dovuto ad un cittadino, seppur vecchio ed invalido, che aveva offerto la vita sua e dei suoi figli per l’unità della Patria diletta».
Giuseppe Cimato morì a 85 anni nella sua casa di Siderno Marina di via Giuseppe Mazzini, via che ora è intitolata a suo nome (dal 4 agosto 1966), dove unitamente ai cinque martiri di Gerace e a tanti altri compagni cospirò contro il Borbone. Anche Reggio Calabria gli ha dedicato una strada.
La sua leggendaria figura di cospiratore e patriota sarà sempre ricordata dai sidernesi. È sepolto nel cimitero di Siderno Superiore. Sulla lapide si legge: «Qui riposa nella pace del Signore / Giuseppe Cimato 1812-1897 / Grande patriota e padre di eroici garibaldini / Amò la patria quanto la propria famiglia / E tutto sacrificò per la causa dell’indipendenza / Rifiutando onori e compensi». (sulla base di una biografia di Luigi Malafarina) © ICSAIC 2020

Nota bibliografica

  • Nino Tripodi, I fratelli Geraci nel Risorgimento italiano, Edizioni Museo di Reggio C., Reggio Calabria 1930;
  • Luigi Malafarina, Siderno, Edizioni Frama’s, Chiarvalle Centrale 1973, pp. 52-5;
  • Luigi Vento, Siderno 1861-1918. Cicli amministrativi, vicende, personaggi, Vol. I, Grafiche Messaggero, Padova 1988. 
  • Domenico Romeo, Storia di Siderno, dall’eversione della feudalità all’avvento del fascismo, Arti grafiche, Ardore M., 1999.
  • Vincenzo Cataldo, Cospirazioni, economia, e società, Arti grafiche, Ardore M., 2000.
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