Corso, Raffaele

Raffaele Corso [Nicotera (Vibo Valentia), 8 febbraio 1883 – Napoli, 28 luglio 1965]

Ebbe i natali a Nicotera, all’epoca in provincia di Catanzaro, dal medico Diego e da Teresa Stilo, nativa di Oppido Mamertina. Sposò Francesca Russo, figlia del preside Vincenzo, storico e letterato nicoterese, dalla quale ebbe tre figli: Teresa, docente di lettere; Diego, medico; Vincenzo, ufficiale dell’Aeronoautica.
Il padre Diego, che oltre a esercitare la professione di medico si dedicò con  passione e competenza anche agli studi storici e archeologici, lo avviò alla conoscenza dell’archeologia e delle tradizioni popolari, tant’è che egli volle rendergliene merito nella dedica alla prima serie di Riviviscenze: «Alla dolce memoria del padre mio che primo mi guidò nei campi ameni delle tradizioni popolari».
Frequentò le scuole primarie e il ginnasio a Nicotera e completò gli studi superiori al Liceo classico di Monteleone (oggi Vibo Valentia). Durante questi anni giovanili pubblicò alcune poesie su un giornale locale. Quindi si trasferì a Napoli per studiare Giurisprudenza, ma fu attratto dagli studi storici e dalle ricerche di etnologia, appassionandosi a tradizioni popolari, usi e costumi, anche di altri popoli. Negli anni della formazione, gli fu guida affettuosa Giuseppe Pitrè, l’antesignano e mecenate in Italia degli studi demopsicologici e il primo a occupare a Palermo l’unica cattedra universitaria allora esistente. Tra maestro e allievo nacque un solido rapporto di reciproca stima, testimoniato dalle 154 lettere che Pitrè inviò allo studioso nicoterese.
Nel 1906 si laureò con la tesi Proverbi giuridici italiani, che fu pubblicata e tradotta in due lingue, e si propose di delineare una nuova scienza, l’archeologia giuridica, intendendo con tale espressione ricollegarsi al concetto di sopravvivenza del Tylor e di farne la scienza «delle reliquie sociali e morali, dei simboli frammentari e delle infrante istituzioni, per comprendere quanto del passato è scomparso, quanto del vecchio rivive, quanto sulle antiche tracce si rinnova».
Per lui 1’archeologia giuridica ebbe la stessa importanza data dalla storia al materiale archeologico e paleografico, infatti «essa studia l’eredità barbarica, i resti dei monumenti giuridici, gli avanzi delle legislazioni attraverso le mine, le trasformazioni, le sostituzioni nel tempo e nello spazio, e li mette in rapporto con la storia».
Uomo di vasta cultura e di eccezionale talento, attratto dal retaggio delle antiche usanze, si trovò sospinto a svelare le motivazioni autentiche custodite nel cuore dei semplici, della gente umile e volle interpretare fino in fondo quella cultura, quella vita spirituale, quel mondo pittoresco e favoloso che affiorava autentico, integro ed incontaminato nelle tradizioni popolari, tramandate oralmente da generazione in generazione.
Fu suo il merito se la tradizione popolare, ritenuta un puro «collezionismo di riti, di detti, di proverbi, di usi delle classi subalterne», divenne profonda indagine con l’adozione del metodo analitico e di comparazione, che donò al folklore orientamenti innovativi, anticipatori di vedute più moderne e lo elevò a dignità scientifica.
Intanto videro la luce altri lavori: Gli sponsali popolari, Doni nuziali, Patti d’amore e pegni di promesse, Consuetudini sessuali, quest’ultimo stampato a Lipsia, in lingua tedesca.
Dall’Italia e dall’estero, gli arrivarono consensi positivi per l’introduzione del nuovo metodo di ricerca critica che certamente dava un’impostazione diversa alle tradizioni popolari; altre manifestazioni di stima gli giunsero dal Croce, dal Torraca, dal D’Annunzio, da Vittorio Emanuele Orlando, da giuristi, letterati e politici, e soprattutto dal Loria, etnologo insigne, a cui ven ne affidata la direzione del Museo d’Etnografia italiana, aperto nel 1906 a Firenze.
Il Loria chiese la collaborazione del Corso, allora venticinquenne, che gliela espresse con tanta competenza e fecondità di risultati da destare meraviglia allo stesso Loria.
Nel 1911 partecipò al Congresso etnografico di Firenze e riscosse un’affermazione che gli rese tanta notorietà nel mondo della cultura da esser chiamato nel 1914 alla docenza universitaria per 1’insegnamento dell’Etnografia all’Istituto di Antropologia di Roma fino al 1922, anno in cui «per chiara fama» gli fu conferita la cattedra di Etnografia all’Istituto universitario orientale di Napoli, ove rimase fino al 1953, data del collocamento in pensione.
Fu ricreatore delle dottrine demologiche e suscitatore d’interesse tant’è che i suoi corsi furono frequentatissimi da parte di giovani colonialisti, aspiranti alla carriera diplomatica, per la quale era indispensabile la conoscenza dei popoli e della loro cultura.
Nel periodo coloniale, si recò più volte in Africa orientale per conoscere gli usi e i costumi di quelle popolazioni, e nel 1935 la Società geografica lo incaricò di effettuare una ricerca nel Fezan. Quei viaggi e quelle escursioni gli consentirono di approfondire la conoscenza del mondo africano, ancora intatto e inesplorato. Pubblicò, a proposito diversi studi. Istituì così a Napoli due corsi di cultura africana: «L’Africanista» e «Le Istituzioni Abissine». 
Tra i folkloristi è stato considerato il più schierato apertamente con il regime e la sua ideologia. Anche perché, quando nel 1938 il regime assunse posizioni decisamente razziste, fu tra i firmatari del Manifesto degli scienziati razzisti. Studi recenti ipotizzano che la sua adesione al fascismo, come quella di tanti altri folkloristi, potrebbe avere  avuto motivazioni strumentali, per cui bisogna procedere con cautela nell’attribuirgli la “patente” di fascista. 
Fu chiamato a presiedere la Sezione di Etnografia africana al Congresso Internazionale di Scienze Antropologiche ed etnografiche di Londra. Ricoprì la carica di presidente della Società africana italiana e infine fu nominato membro del Governing of Body the International African Institut of London. 
Partecipò a tutti i congressi nazionali e internazionali che si svolsero dal 1911 al 1957 e ovunque apportò il suo geniale contributo scientifico.
Fondò e diresse dal 1925 la rivista «Il Folklore italiano» (per l’avversione del fascismo a nomi stranieri dovette cambiare testata in «Archivio per la raccolta e lo studio delle tradizioni popolari italiane»), tenuta in grande considerazione in Italia e all’estero, e nel 1946 varò la rivista «Folkore».
Fu nel suo campo un luminare e per dirla con Morore Best «da Napoli Raffaele Corso illumina il mondo».
Innumerevoli e di ampio respiro culturale le sue pubblicazioni (circa 250 che spaziano su tutti gli aspetti dell’etnografia), di cui nella sezione “Opere” oltre a quelle già citate, le più significative, alcune delle quali considerati i libri guida del nuovo metodo comparativo. Per la Calabria scrisse molti articoli e saggi, tra i quali: Una leggenda americana in Calabria; La Fanciullezza di S. Gennaro; Sulla patria di S. Gennaro; La leggenda del rinnegato di Nicotera; Echi leggendari delle incursioni barbaresche su Nicotera; Per un passo in onore di S. Francesco di Paola; Saggio sui blasoni popolari calabresi; Le consuetudini di Catanzaro; Piccole industrie calabresi; Usanze popolari in Calabria; Visione del Natale nella vecchia Calabria; La leggenda calabrese di donna Canfora; Miti e leggende di Calabria: la canzone popolare di  Rosa  e Flora;  Wellerismi calabresi,  napoletani,  pugliesi  e siciliani;  Il folklore  della Calabria ed i suoi studi; Per un Museo delle tradizioni popolari in Calabria; La Pasqua in Calabria; Una canzone popolare calabrese;  Tradizioni festive in Calabria; L’arte popolare in Calabria; Le farse di Carnevale in Calabria; Il mito delle sirene nella tradizione popolare calabrese; Il ciclope e le tradizioni popolari calabresi; Amuleti calabresi; L’arte  tessile di  Calabria;  Santi pluviali  in  Calabria;  L’ulivo  nella  Calabria; Tradizioni sull’olivo in proverbi calabresi; L’aleologia nei proverbi calabresi.
Era molto legato alla sua città natale e ogni anno vi tornava per l’estate. Collocato a riposo ma nominato professore emerito, ebbe un telegramma con grandi attestazioni di stima da parte di Aldo Moro, all’epoca Ministro della Pubblica istruzione, e una lettera del Presidente della Repubblica Giovanni Gronchi che gli comunicava la firma del decreto e si felicitava con lui per il conferimento del titolo di Professore emerito. 
Morì a Napoli, nella sua casa di via Michelangelo, all’età di 82 anni.
La Biblioteca comunale e una via di Nicotera portano il suo nome. A lui è intitolato il Museo calabrese di Etnografia di Palmi. (Pasquale Barbalace) © ICSAIC 2020

Opere

  • L’arte dei pastori, s.n., sl, 1920;
  • FolkloreStoria, obiettometodo, bibliografia,  Casa editrice Leonardo da Vinci, Roma  1923  (3ª ediz. R. Pironti, Napoli 1946);
  • Patti d’amore e pegni di promessa, Casa Ed. La Fiaccola D. Di Rubba, S. Maria Capua Vetere 1925;
  • Reviviscenze. Studi di tradizioni popolari italiane. Serie prima,  F. Guaitolini, Catania 1927;
  • Etnologia giuridica, Unione Tipografico-Editrice Torinese, Torino 1938
  • Africa ItalianaGenti e costumi, Raffaele Pironti, Napoli 1940;
  • Africa. Cenni razziali, Ediz. Universitarie, Roma 1941
  • Etnografia. Prolegomeni, R. Pironti, Napoli 1942;
  • Aspetti di vita africana, R. Pironti, Napoli 1943;
  • I popoli dell’Europa : Caratteristiche generali e distribuzione geografica. Appunti, R. Pironti, Napoli 1943;
  • I popoli dell’Europa; usi e costumi, R. Pironti e Figli, Napoli 1948;
  • Studi africani, R. Pironti e Figli, Napoli 1950;
  • Problemi di etnografia, Conte, Napoli 1956;
  • La vita sessuale nelle credenze, pratiche e tradizioni popolari italiane, ed. it. a cura di Giovanni Battista Bronzini; saggio introduttivo di Lutz Röhrich, L. S. Olschki, Firenze 2001.

Nota bibliografica

  • Teodor Onciulescu, L’opera scientifica del prof. Raffaele Corso, in Atti del Congresso di etnografia, R. Pironti e Figli, Napoli 1952;
  • Calabria 1908-10: la ricerca etnografica di Raffaele Corso, a cura di Luigi Lombardi Satriani e Annabella Rossi, De Luca, Roma 1973;
  • Marina Santucci, Corso Raffaele, in Dizionario biografico degli italiani, vol. 29, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, Roma 1983;
  • Ricciotti Mileto, Etnografia e folklore nelle opere di Raffaele Corso, Rubbettino, Soveria Mannelli 1985;
  • Pasquale Barbalace, Scuola Cultura e Società in un comune calabrese. Nicotera (Sec. XIX-XX), Laruffa Editore, Reggio Calabria 2003, pp. 187-190.
  • Carmela Galasso, Corso Raffaele, in Biografie di personaggi noti e meno noti della Calabria, Pellegrini, Cosenza 2009, pp. 134-136.
RSS
Twitter
Visit Us
Follow Me
YouTube
Instagram