Curcio, Cesare

Cesare Curcio [Pedace (Cosenza) 18 novembre 1904 – 25 agosto1961]

Nacque da Giuseppe Curcio e da Rosaria Leonetti, una famiglia di estrazione contadina che viveva nel rione Spicuniellu del centro storico, coabitando con la famiglia dello zio Luigi Curcio. Fin da giovane dovette aiutare i genitori nella coltivazione dei campi in Sila e nella cura di piccoli terreni nelle aree limitrofe al paese. Nonostante le sue umili origini riuscì a conseguire il diploma di perito industriale e avviare un’officina meccanica per camion gestita in società sino al 1932. Inoltre, svolse attività di manovale edile e di trasportatore. All’indomani del primo conflitto bellico, nel 1919 era già parte attiva della gioventù socialista di Pedace e nel settembre 1921, pochi mesi dopo la scissione di Livorno, aderì al Partito comunista d’Italia, dirigendo la gioventù comunista della sezione di Pedace.
Nel 1924 il maresciallo dei carabinieri di Pedace, accompagnato da alcuni fascisti cosentini, si presentò alla sua porta richiedendo la consegna delle chiavi della sezione del partito e al suo rifiuto fu minacciato e malmenato. Nel 1926, con Fausto Gullo, Luigi Prato e altri, fu arrestato per attività antifascista clandestina e incarcerato per otto giorni nel carcere di Spezzano della Sila. Nel 1928, sospettato di avere diffuso stampa antifascista, fu imprigionato per trentadue giorni nelle carceri di Cosenza. Nel 1930, in occasione delle nozze del principe Umberto di Savoia, fu arrestato a titolo precauzionale per la durata di otto giorni. Nel febbraio 1932 con Aladino Burza e Eduardo Zumpano svolse propaganda comunista a Cosenza e nei paesi della pre Sila: nel maggio dello stesso anno fu imprigionato per sessanta giorni, nel corso dei quali fu sottoposto, con Aladino Burza, Gennaro Sarcone, Antonio Sicoli, Francesco Sicilia, Eduardo Zumpano e altri a violenze che arrivarono alla tortura. 
A seguito della vicenda le autorità di pubblica sicurezza cosentine incaricarono la Commissione provinciale per l’assegnazione al confino di polizia, istituita nel 1926, di allontanare Curcio dal territorio calabrese. Con ordinanza del luglio 1932, la Commissione assegnò Curcio per due anni al confino di polizia a Ponza, dove rimase esattamente un anno, cinque mesi e venticinque giorni. Beneficiando dell’amnistia per il primo decennale del regime, fu liberato anticipatamente nel novembre 1933 e ritornò a casa con un provvedimento tramutato in ammonizione. 
Ritornato in Calabria riprese la lotta antifascista, in stretta collaborazione con altri compagni cosentini, tra cui Fausto Gullo con il quale era entrato in contatto dal 1925. L’opposizione al regime gli costò altri tre mesi di carcere nel 1936 per avere partecipato a una riunione di contadini, violando i limiti imposti dall’ammonimento. Nel 1938, sospettato di avere violato l’ammonimento, a causa di alcune scritte contrarie al regime fascista apparse sui muri del comune di Serra Pedace e perciò imprigionato per quarantadue giorni.
Nel marzo 1943 ospitò nella sua casa di montagna Pietro Ingrao, rifugiatosi in Calabria per sfuggire all’arresto della polizia fascista. Nel corso della sua permanenza Ingrao partecipò a diversi incontri organizzati da Curcio con contadini e operai silani. All’indomani della Liberazione, Ingrao ritornerà in Calabria per incontrare Cesare e la popolazione locale e ringraziarli per averlo protetto dalle autorità fasciste. Fino alla caduta del fascismo nel luglio 1943, Curcio partecipò attivamente all’organizzazione e al lavoro del Comitato di Liberazione Nazionale della provincia di Cosenza. La sua firma apparve, insieme con quella di Annunziato De Luca e Michele De Marco, detto Ciardullo, per indicare quest’ultimo come sindaco di Pedace in attesa delle future elezioni amministrative. 
Nelle lotte contadino-bracciantili del secondo dopoguerra assunse un ruolo da protagonista nell’occupazione delle terre nella Sila, azione che gli causò più volte l’arresto. Nell’ottobre 1944, al termine del processo che condannò quattordici operai per proteste contro le dure condizioni di lavoro imposte dagli statunitensi nei cantieri forestali di Camigliatello, Curcio, dopo la sentenza, accusò la corte di essere ancora fascista e di conseguenza gli operai che protestavano per i loro diritti non potevano essere condannati. Processato e condannato per direttissima per oltraggio alla corte fu incarcerato un anno a Colle Triglio, l’attuale Palazzo Arnone di Cosenza. La notizia si diffuse rapidamente nei paesi della Sila e la popolazione organizzò una manifestazione di solidarietà, che arrivò sotto il carcere per richiederne la liberazione. La rivolta si concluse pacificamente e senza incidenti, poiché le autorità di pubblica sicurezza concessero a Curcio di parlare alla folla, ed egli la invitò a tornare a casa perché sarebbe stato liberato il giorno seguente. Tuttavia, la detenzione durò otto mesi e riuscì a uscire anticipatamente solo grazie all’intervento dell’allora ministro Fausto Gullo.
Nel marzo 1945 assunse il ruolo di presidente dell’Associazione dei contadini di Pedace, i quali avevano costituito la «Cooperativa proletaria». Nelle elezioni amministrative dell’aprile del 1946 riuscì a essere eletto sindaco di Pedace, ottenendo dal consiglio comunale quattordici voti favorevoli e uno solo contrario. In occasione della campagna del 2 giugno per l’elezione dei membri dell’Assemblea Costituente, fu candidato nella lista del Pci nella Circoscrizione di Catanzaro-Cosenza-Reggio Calabria e con 5.201 preferenze non risultò eletto.
Dal 1946 al 1952 fu membro del comitato e della segretaria allargata della federazione di Cosenza. Nel 1947, dopo aver frequentato la scuola dei quadri del partito, ricoprì la carica di segretario provinciale di Cosenza della Federterra, iniziando a occuparsi così anche di tematiche sindacali. Nell’ottobre 1949, dopo avere scontato tre giorni di carcere, guidò una rappresentanza della Confederterra provinciale per richiedere al prefetto di Cosenza l’immediata restituzione del demanio comunale in contrada Chiulitura, dato arbitrariamente in fitto agli agrari Solima e Giuliano, come se si trattasse di un terreno comunale patrimoniale o privato. Nello stesso anno, dopo avere presieduto a Rende una riunione sindacale, fu vittima di un incidente stradale con la sua moto che lo rese parzialmente invalido e zoppicante. 
Nel 1952 entrò a far parte del Consiglio provinciale di Cosenza. In occasione delle elezioni del 7 giugno 1953, Paolo Cinanni, rifiutando la proposta del segretario regionale Mario Alicata di candidarsi alla Camera indicò in sua sostituzione Curcio, il quale raggiunse 9.516 preferenze e fu il sesto eletto comunista nella Circoscrizione calabrese. La sua nomina suscitò grande entusiasmo nella Sila, essendo il primo contadino calabrese a entrare a Montecitorio in un secolo di vita parlamentare. 
Eletto deputato, abbandonò l’incarico di consigliere provinciale, e entrò nel gruppo comunista alla Camera. Nella II legislatura fu membro dal 1953 al 1955 dell’XI Commissione lavoro – emigrazione – cooperazione-previdenza e assistenza sociale – assistenza postbellica – igiene e sanità pubblica; dal 1953 al 1958 in quella speciale per l’esame del disegno di legge n. 501 sulle provvidenze per le zone colpite dalle alluvioni in Calabria; dal 1955 al 1958 entrò nella Commissione lavori pubblici e in anche in quella speciale per l’esame del disegno di legge n. 1738 per provvedimenti straordinari per la Calabria, nonché delle similari proposte di legge nn. 1147 e 2837. 
Nella sua esperienza parlamentare firmò quindici progetti di legge e intervenne una sola volta alla Camera, in occasione della seduta pomeridiana del 19 luglio 1956 nel corso della discussione per la conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 15 giugno 1956, n. 521, concernente la proroga delle disposizioni degli articoli 12, 13, 14 e 15 della legge 12 maggio 1950, n. 230, e dell’esenzione dall’imposta di bollo prevista dall’articolo 3 della legge 18 maggio 1951, n. 333, e successive integrazioni.
Nel 1957 si sposò con l’insegnante Alessandrina D’Ambrosio, dal cui matrimonio due anni dopo nacque Giuseppe. Ricandidatosi alle elezioni politiche del 25 maggio 1958 ottenne 11.607 consensi, collocandosi decimo nella circoscrizione calabrese, senza riuscire a riconfermare il suo seggio alla Camera. Proseguì il suo lavoro politico nella sezione del Pci locale e nell’organizzazione dei contadini-braccianti silani.
Nelle elezioni amministrative del 6 novembre 1960 fu nuovamente eletto sindaco di Pedace, ottenendo dai quattordici consiglieri presenti tredici voti favorevoli e una scheda bianca. Nel medesimo anno si ammalò gravemente di tumore e morì nell’agosto dell’anno successivo. (Prospero Francesco Mazza) © ICSAIC 2020

Nota bibliografica

  • Salvatore Carbone, Il popolo al confino: la persecuzione fascista in Calabria, Lerici, Cosenza 1977;
  • Paolo Cinanni, Lotte per la terra e comunisti in Calabria (1943/1953), Feltrinelli, Milano 1977;
  • Un dirigente del movimento operaio e contadino: Cesare Curcio, in «Quaderni silani», 13, 1986, pp. 47-51.

Nota archivistica 

  • Archivio Centrale dello Stato, Casellario politico centrale, busta 1560, fasc. Cesare Curcio;
  • Archivio personale Cesare Curcio, buste 1-7, fascicoli 1-111.
  • https://elezionistorico.interno.gov.it/
  • https://storia.camera.it/
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