De Maria, Maria

Maria De Maria [Palmi (Reggio Calabria), 9 febbraio 1918 – 11 ottobre 1971]

Nasce da Antonio e da Carmela Cavallaro, una famiglia di buone condizioni economiche. Perde la madre quando ancora è una bambina e ciò la segna profondamente. Il padre è plurilaureato ma sceglie e di dedicarsi alle sue proprietà. Geloso delle figlie, non le fece andare a scuola, cosa che consentì solamente al figlio maschio. Per cui, come le sorelle Pina (anche lei raffinata poetessa, nonché scrittrice di fiabe e racconti rimasti inediti) e Teresa, Maria frequenta solamente le scuole elementari. Ama stare sola ed ha pochi amici. Riesce tuttavia a coronare il suo sogno di bambina: compone liriche in lingua e in vernacolo calabrese, e ottiene stima e consensi da autorevoli critici del tempo.
«Casalinga semplice, solitaria, ma ricca di vena poetica», come è stata definita, è considerata «una delle voci più significative e più alte della poesia in dialetto calabrese» (Salerno). Unagiuria composta, tra gli altri, dal romanziere Giovan Battista Angioletti, dal critico letterario Enrico Falqui, dallo scrittore Sergio Solmi, nel 1957 le assegnò il premio letterario «Villa San Giovanni» per la raccolta inedita di poesie in vernacolo calabrese, Scogghiu sulu, per «la linea di chiara modernità. Sia per quello che riguarda il verso, ora nervoso, ora scattante, sia per quel che riguarda la sua concezione stessa della poesia, qualcosa di vivo e vitale. che ridonava grazia a un dialetto in sé rozzo, e una purezza di accenni ed una compostezza di toni già mirabilmente adulti e compiuti» (Trisolini).
Tra Rainer Maria Rilke e la nostalgia per la madre, la delicatezza della sua vena poetica scaturisce dalla semplicità e dolcezza della sua anima assetata di un bene perso sin dalla primissima infanzia e che sente vivo nel suo cuore nello struggente desiderio di vederlo, toccarlo, accarezzarlo: la mamma.
L’appassionata lettura di Rilke, suo autore preferito, le apre la strada a comprendere, attraverso la poesia, quanto sentiva come umana creatura nel profondo del cuore e la sua produzione poetica risente di quell’essenza divina che rende l’esistenza più sopportabile e a comprendere la natura come messaggera, manifestazione della grandezza di Dio.
«La lirica della De Maria – nota Carmela Galasso – ci richiama agli aspetti più belli della natura; descrive, infatti, con stile chiaro, efficace, fresco il vento, gli scogli neri e solitari, i fiori, le nuvole, il cielo, il mare».
Le raccolte di liriche sono: Scogghiu sulu (pubblicata nel 1958) e Piccole parole nere (1968), raccolta in lingua in cui palesa la stessa sensibilità squisita della raccolta in vernacolo. Sono liriche che hanno per motivi dominanti la natura. la profonda fede della poetessa e la fervida credenza in Dio, i fatti che ella ci narra della sua anima e ai quali si unisce la pietà per i vecchi e per i fanciulli poveri, spaziando in diversi orizzonti che affascinano e prendono l’anima di chi legge.
Nel 1982, per iniziativa della Fidapa di Palmi e curate dalle sorelle, sono pubblicate postume diverse liriche inedite col titolo: Bagliori di eterno.
Nello scritto commemorativo, così scrive Giuseppe Selvaggi di Maria De Maria: «Nella veglia del treno, mi sono trovato a pregare per la sua ombra. Si fa quando ci tornano dinanzi i morti. Il requiem che allontana l’ombra e ci fa dormire tranquilli. “Non per la mia anima, co sì come la intende, lontana. Per le mie pagine”, mi rispondeva Maria De Maria. Per le sue pagine? Davvero, cosa faremo per le sue pagine, dopo questo pubblico requiem? La sepoltura dell’anima di un poeta non può esser e la sua tomba, ma il libro aperto sotto gli occhi e la vita dei vivi. Non terra. Aria, in cui sfogliare le pagine».
Avrebbe potuto avere migliore fortuna ma «il suo carattere riservato e la sua genuina sensibilità – scrive Carmela Galasso – non le permisero di essere conosciuta ed apprezzata nel mondo letterario, come, invece, effettivamente meritava».
È morta precocemente nella città in cui nacque e visse per 53 anni. Un piazzale di Palmi portail suo nome. (Isabella Guidi) © ICSAIC 2020

Opere

  • Scogghiu sulu, Ed. dell’Arco, Roma 1958;
  • Piccole parole nere, Ed. Maia, Siena 1968;
  • Bagliori di eterno, Tip. linotypia Varamo, Polistena 1982.

Nota bibliografica

  • Ferdinando Virdia, Un poeta a Villa S. Giovanni, «Fiera Letteraria», 28 luglio 1957;
  • Domenico Zappone, Due poeti, «Gazzetta del Sud», 17 dicembre 1958; 
  • G. Malara, Memoria di Maria De Maria, «Piccolissimo», aprile-maggio 1972; 
  • Antonio Piromalli, Lettere vanitose, «Gazzettino del Jonio», 30 novembre 1968; 
  • Vincenzo Saletta, Piccole parole nere, «Studi Meridionali», IV, 1970;
  • Domenico Zappone, La cara Maria, «Gazzetta del Mezzogiorno»,24 novembre 1971;
  • Domenico Zappone, Ricordo di Maria De Maria, «Il Quadrato», novembre 1971;
  • Pietro Pizzarelli, Miscellanea di poeti, «Gazzetta del Sud», 22 agosto 1972;
  • Giuseppe Selvaggi, Gilda Trisolini, Domenico Zappone, Maria De Maria, a cura del Comune di Palmi, Arti Grafiche Marafioti, Polistena 1972;
  • Alfonsino Trapuzzano, La donna calabrese di ieri e di oggi nella vita e nell’arte, Rubbettino, Soveria Mannelli 1980;
  • Isabella Loschiavo Prete, Antonio Orso, Ugo Verzì Borgese, Poeti e scrittori. Rassegna bio bibliografica del Novecento dei comuni della Piana di Gioia Tauro, Calabria Letteraria Editrice, Soveria Mannelli 1986, pp. 459-461;
  • Santino Salerno, A Leonida Repaci. Dediche dal ’900, Rubbettino, Soveria Mannelli 2003, p. 141;
  • Carmela Galasso, Biografie di personaggi noti e meno noti della Calabria, Pellegrini, Cosenza 2009, p. 164.
  • Pasquino Crupi, La letteratura calabrese, vol. III, Il Novecento, Pellegrini, Cosenza 2009, p. 168.

 

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