Dragosei, Italo

Italo Dragosei [Corigliano Calabro (Cosenza), 2 marzo 1915 – Roma, 23 giugno 1973]

Giornalista, critico teatrale e cinematografico, scrittore, poeta (e attore), nacque da Francesco e da Angelina Garritano. Il padre, chiamato dai suoi concittadini «Don Ciccio», fu un vero protagonista della vita politica, civile e culturale di Corigliano tra fine Ottocento e primo trentennio del Novecento, essendosi impegnato nel giornalismo, nella politica, nell’editoria, nell’arte, creando condizioni di vita più civili; l’opera più duratura del cav. Francesco Dragosei, fu il periodico «Il Popolano», da lui fondato il 15 dicembre 1882 e portato avanti fino al maggio 1930, anno della sua morte. Italo si formò proprio nella redazione (un vero cenacolo) del giornale paterno, e nell’annessa famosa tipografia, acquistando perizia sia nella composizione sia nell’impaginazione. Sempre a Corigliano, negli anni giovanili, iniziò a occuparsi di giornalismo cinematografico, frequentando il cinematografo che il padre, da vero pioniere, aveva introdotto a Corigliano.
Nel 1936, ventunenne, si trasferì a Roma (dove il primo anno lavorò all’Istituto di Statistica) per esercitare la professione di giornalista, di critico teatrale e cinematografico. Suoi articoli sono già presenti su «Cinemagazzino» del 1938, siglati “d”. Dopo un primo periodo da correttore di bozze a «Il Popolo di Roma», di cui era redattore capo il coriglianese Vincenzo Tieri, iniziò a collaborare a «Star», firmando i suoi articoli con gli pseudonimi di “Roberto Pinna”, “Sei” e “Vice”. Sullo stesso giornale scrivevano, in quegli anni, Libero Bigiaretti, Giuseppe Marotta, Antonio Pietrangeli ed altri nomi noti. Più tardi diventerà redattore di «Film», diretto da Mino Doletti, e poi redattore-capo di vari settimanali specializzati di spettacolo, umoristici e di costume, come «Cinema d’oggi», «Il Travaso delle idee», «Giorno illustrato».
A Roma nel 1941 sposò Graziella Pinna che gli diede cinque figli (Roberto, Francesco, Fabrizio, Giovannella e Laura).
Dal 1959 al 1965 fu capo-servizio della terza pagina e critico teatrale e cinematografico di«Momento Sera» e del «Il Giornale d’Italia». Lavorò, inoltre, come soggettista e sceneggiatore, sia da solo, sia in collaborazione con noti autori e registi, come Pasquale Festa Campanile, Tino Scotti, Alessandro Blasetti, Vittorio De Sica e altri. Come attore recitò in Luci del varietà (1950) per la regia di Federico Fellini e Alberto Lattuada. Come sceneggiatore o soggettista, si ricordano Altri tempi di Blasetti (1951), I morti non pagano le tasse (1952) diretto da Sergio Grieco, In Italia si chiama amore(1963) per la regia di Virgilio Sabel. Fu amico di Giuseppe Marotta e conservò viva amicizia col commediografo Vincenzo Tieri, suo concittadino, operante come lui a Roma. 
Collaborando negli anni Quaranta al giornale umoristico «Marc’Aurelio», conobbe Federico Fellini, col quale ebbe un lungo sodalizio. Dragosei fu anche amico di Corrado Alvaro e di Ercole Patti. Politicamente, pur non prendendo parte attiva alla vita del partito, ebbe una certa preferenza per i socialdemocratici (quando Vincenzo Tieri e Guglielmo Giannini fondarono «L’Uomo Qualunque» mostrò di non condividere le loro idee).
Nonostante avesse trascorsa quasi tutta la sua vita a Roma, salvo pochissimi rientri al paese natale, Italo Dragosei non dimenticò mai la sua Corigliano e, da giornalista di fama nazionale, seguiva i periodici locali quali «Cor Bonum», «Il Rapido», «La freccia», «Jonipress», e si dimostrò sempre favorevole a riprendere la pubblicazione della testata «Il Popolano», una prima volta nel 1945 e, successivamente, nel 1971.
Francesco Antonio Arena (1907-1977), avvocato, docente di filosofia e giornalista, suo amico e compaesano, autore di diversi scritti sulla personalità e l’attività giornalistica di Italo Dragosei, così ne scrive: «Era un patito della verità; amava intervenire e difendersi con puntigliosità dagli strali polemici che non gli sono mancati per fatti e circostanze assolutamente insignificanti. Si appassionava alle cose del paese, agli avvenimenti e ai vari personaggi. Pur vivendo a Roma, è riuscito a mantenere un filo diretto con Corigliano, con i suoi lettori, con gli amici, e a perpetuare nel tempo il ricordo del proprio genitore che fu geniale e coraggioso». 
Come scrittore ha lasciato alcune opere alquanto significative.  Dal libro inchiesta In Italia si chiama amore (1963) che tratta di «fatti d’amore e di corna in Italia, fatti di cronaca, fatti che fanno ridere o sorridere, che sembrano partoriti dalla fantasia dell’autore, ma appartengono alla realtà quotidiana» (Cumino), a Don Giovannino in Calabria, apparso nel 1964  (ristampato tre anni dopo col titolo Un mezzo signore), un «viaggio della memoria intorno a un personaggio, Francesco Dragosei (il padre dell’autore), e al paese natio, Corigliano, che risvegliano nell’autore una nostalgica ed ironica partecipazione a fatti e personaggi della sua adolescenza» (Cumino), a I diritti dell’uomo(1969), opera poderosa (657 pagine), curata insieme al figlio Francesco, in cui viene tracciato un quadro cronologico delle conquiste sociali e politiche-maschili e femminili che l’umanità è riuscita a raggiungere nel corso dei secoli, e infine Dossier infarto (1972) un reportage sull’intervento subito dallo scrittore a Houston (Texas), dove colpito da infarto, si recò per essere operato al cuore dal noto chirurgo dott. Denton Cooley, pioniere dei trapianti di cuore. Nel 1973 venne selezionato per il «Premio Strega». Come poeta, invece, nel 1972 ha pubblicato La dolce invidia, raccolta 23 liriche, in cui «si avverte un’angosciosa riflessione sulla vita, fonte di dolore per il poeta e per il resto dell’umanità» (Cumino).
Tra i riconoscimenti avuti, una medaglia d’oro per il premio giornalistico Città di Roma (1961) mentre come scrittore si segnalano il «Premio Letterario Fanny Branca-La Parrucca» (1963) e il «Premio Dattero d’oro» al Salone dell’umorismo di Bordighera (1964).
Morì all’età di 68 anni a causa di un quarto e definitivo infarto all’ospedale San Camillio di Roma dove era ricoverato da alcuni giorni. Riposa nel cimitero Flaminio. Corigliano gli ha intestato una strada. (Franco Liguori) © ICSAIC 2020

Opere

  • In Italia si chiama amore, Editrice Aro, Roma 1963;
  • Don Giovannino in Calabria, La Parrucca, Milano 1964 (ristampato nel 1967 dalla casa editrice Bietti di Milano col titolo di Un mezzo signore);
  • I diritti dell’uomo, Marotta, Napoli 1969;
  • La dolce invidia, Rebellato, Padova 1972;
  • Dossier infarto, Bietti, Milano 1972;

Nota bibliografica

  • Vincenzo Paladino, Narratori calabresi del ’900, Peloritana, Messina 1982, p. 181;
  • Stroncato da infarto il giornalista Italo Dragosei, «Corriere d’informazione», 28 giugno 1973;
  • Francesco A. Arena, Italo Dragosei, a cura di Salvatore Arena, Editrice Libreria Aurora, Corigliano Calabro 2000;
  • Francesco A. Arena, Francesco Dragosei, a cura di Salvatore Arena, Editrice Libreria Aurora, Corigliano Calabro 2000;
  • Enzo Cumino, Gli scrittori di Corigliano Calabro (dal 1500 al 1997), Mangone Industrie Grafiche,Rossano Calabro 1997, pp. 364-372;
  • Enzo Viteritti, La pratica culturale dal primo dopoguerra ad oggi, in Fulvio Mazza (a cura di), Corigliano Calabro. Storia cultura economia, Rubbettino, Soveria Mannelli 2005, ad indicem;
  • Enzo Cumino, 1973: muore Italo Dragosei, «Mondiversi», XI, 6, 2013, p. 31.
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