Fera, Luigi

Luigi Fera [Cellara (Cosenza), 12 giugno 1868 – Roma, 9 maggio 1935]

Nacque da Rachele Crocco e da Michele, medico, professore di scienze naturali al liceo Bernardino Telesio di Cosenza e presidente del comizio agrario cosentino. Conseguita la maturità al Telesio, si trasferì a Napoli, dove frequentò i corsi di giurisprudenza e filosofia. Fu allievo dei filosofi Giovanni Bovio e Filippo Masci e frequentò i giornalisti Matilde Serao e Edoardo Scarfoglio. Raggiunto il privilegium, la laurea dottorale, nel 1892-1893 insegnò filosofia nel rinomato istituto cosentino e in seguito si dedicò all’attività forense in ambito penalista.
Aderì fin da giovane alla massoneria, manifestando un forte laicismo e anticlericalismo, e nel 1894 divenne redattore del settimanale laico, liberale e massone «La Lotta». 
Nelle elezioni amministrative di Cosenza del 1895 fu eletto in Consiglio comunale, dove fu fra i promotori del ripristino della biblioteca Civica di Cosenza e del museo civico. Impegno che gli garantì nel dicembre 1895 la nomina a segretario perpetuo dell’Accademia cosentina, diventandone un membro illustre. Nel 1898, con la riapertura della biblioteca, entrò nel primo consiglio di amministrazione e contribuì ad accrescerne il patrimonio librario. Nello stesso anno, con Nicola Serra e Oreste Dito, pubblicò il periodico «Cosenza laica», strumento di lotta contro il clericalismo locale.
Nel 1900 fu rieletto in consiglio comunale e con la caduta della giunta comunale, fu nominato sindaco di Cosenza, ma non riuscendo a costituire una maggioranza fu costretto a dimettersi pochi giorni dopo. Nel 1901 difese in tribunale la roglianese Caterina Morelli – unica figlia di Donato Morelli – dall’accusa di falsità di gravidanza e parto rivoltagli dal coniuge Salvatore Quintieri. L’arringa giudiziaria terminò con la vittoria dell’avvocato radicale. Nelle elezioni amministrative di Cosenza del 1901 fu rieletto nella giunta comunale. 
Nelle elezioni politiche del 9 novembre 1904 si candidò con i radicali nel collegio di Rogliano e con 1.318 preferenze fu eletto deputato del Regno d’Italia, battendo il ministeriale Luigi Quintieri; la sua elezione fu possibile grazie al sostegno ricevuto dalla famiglia Morelli e dalla sinistra roglianese.In Parlamento, nel 1906 sostenne la necessità della riforma dei patti agrari e contribuì all’approvazione della legge 25 giungo 1906, n. 255, «Provvedimenti a favore della Calabria», per fronteggiare i danni provocati dal sisma del settembre 1905. Al termine del III congresso nazionale del partito radicale (30 maggio – 2 giugno1907) entrò a fare parte della direzione centrale dell’organizzazione. Con il terremoto del dicembre 1908, intervenne alla Camera per richiedere provvedimenti a favore delle aree colpite. 
Nelle elezioni politiche del 7 marzo 1909, si candidò con i radicali nel collegio di Rogliano e con 1.595 preferenze riconfermò il suo seggio alla Camera. Nel IV congresso nazionale del partito radicale (28 novembre – 1º dicembre 1909), espose con Gino Bandini la relazione «La riforma elettorale», dichiarandosi favorevole al suffragio universale e al sistema elettorale proporzionale, causando il malcontento dei presenti. Nel gennaio 1911 fu relatore del progetto d’iniziativa parlamentare per l’erogazione degli interessi del fondo silano, poi legge 27 giugno 1912, n. 766. Nel mese di marzo sostenne, per il gruppo parlamentare radicale, la riforma del sistema elettorale e l’allargamento del suffragio, provocando così la caduta del governo di Luigi Luzzatti (31 marzo 1910 – 30 marzo 1911). Nello stesso anno fu relatore del progetto di legge del piano regolatore per l’ampliamento di Cosenza, poi legge 30 giugno 1912, n. 746. 
Nel 1911-1912 assunse posizioni filo-tripoline, confermate con la ratifica da parte dei radicali dei provvedimenti legislativi che posero la Cirenaica e Tripolitana sotto il controllo italiano, e nel V congresso nazionale del partito radicale (9-11 novembre 1912), dove manifestò entusiasmo per la guerra coloniale. Nel dicembre 1912, nell’elezione per entrare a fare parte della giunta per il bilancio, fu battuto dal repubblicano Pietro Pansini.
Nella competizione elettorale del 26 ottobre 1913, si candidò nel collegio di Rogliano e con 5.183 preferenze riconfermò il suo seggio. Nel VI congresso nazionale del partito radicale (31 gennaio – 2 febbraio 1914), si espresse a favore per la formazione di una maggioranza governativa antigiolittiana. 
Nella prima guerra  mondiale si dichiarò interventista, dapprima favorevole alla triplice Alleanza e in seguito per la triplice Intesa. 
Con la formazione del I governo di Paolo Boselli (18 giungo 1916 – 29 ottobre 1917), dopo oltre un decennio di opposizione governativa, divenne Ministro delle Poste e dei telegrafici, incarico riconfermato anche nel I gabinetto ministeriale di Vittorio Emanuele Orlando (29 ottobre 1917 – 23 giungo 1919). Al dicastero introdusse l’istituto dei fondi di cointeressenza, strumento di semplificazione burocratica dei servizi e meccanismo d’incentivazione individuale. Il suo lavoro ministeriale portò al regio decreto 2 ottobre 1919, n. 1858, o decreto Fera-Chimenti, sull’ordinamento degli uffici e del personale postale, telegrafico e telefonico; tuttavia, il programma non ebbe sviluppi futuri. A Cosenza fece costruire il palazzo delle poste sul Lungo Busento. 
Nelle elezioni politiche del 16 novembre 1919, si ricandidò nel collegio di Cosenza nella lista dei radicali, contrassegnata da un aratro, e con 10.988 consensi fu il primo eletto (7.051 voti di preferenza e 3.937 voti aggiunti riportati in altre liste). Tornato nelle file dell’opposizione ai governi di Francesco Saverio Nitti, dal 1919 al 1920 fu membro della giunta per il regolamento interna e nel V governo di Giovanni Giolitti (15 giugno 1920 – 4 luglio 1921) assunse la guida del ministero di Grazia e giustizia e degli affari di culto, dove propose diversi disegni di legge per la riforma dell’ordinamento giudiziario, sulla professione di avvocato e sulla circoscrizione giudiziaria. 
Nelle elezioni del 15 maggio 1921, le ultime cui partecipò, si candidò nel collegio di Catanzaro nella lista dell’unione nazionale democratica, contrassegnata dal simbolo dell’aratro, e con 29.611 consensi risultò il secondo eletto (22.313 voti di preferenza e 7.298 voti aggiunti riportati in altre liste), riconfermando il suo seggio. Nel 1922 entrò a fare parte del consiglio nazionale del partito democratico sociale italiano, nel quale erano confluiti i radicali. 
Nei confronti del governo di Mussolini assunse un atteggiamento contraddittorio, sostenendolo all’indomani della Marcia su Roma e, pur distanziandosi dalle violenze fasciste, giudicò possibile un’evoluzione democratica del partito mussoliniano e il suo inserimento nel sistema liberale. Considerò, infatti, il fascismo non un fenomeno superficiale e transitorio, ma un’avvertita esigenza del sentimento unitario nazionale, in grado di eliminare la sovversione socialcomunista. 
Nel 1923 fu membro della commissione dei diciotto, presieduta da Giovanni Giolitti, per l’esame del progetto di riforma elettorale, poi legge 18 novembre 1923, n. 2444 o legge Acerbo, dove trovandosi di fronte all’intenzione dei fascisti di annullare tutti gli altri partiti politici, iniziò a maturare una posizione critica nei confronti del nascente regime. Nel 1924 si ritirò dalla scena politica nazionale e non si ricandidò alle elezioni, rifiutando di entrare nel “listone” fascista. Nel II congresso nazionale del partito della democrazia sociale (28-29 marzo 1925), rivendicò il pieno rispetto dei poteri del Parlamento e delle libertà civili sancite nello statuto Albertino. Con il consolidamento del regime continuò a esercitare l’attività forense.
Morì a Roma all’età di 67 anni.
Nella sua esperienza parlamentare e governativa intervenne 121 alla Camera e la sua firma comparve in 295 progetti di legge. In Parlamento si scontrò spesso con Francesco Saverio Nitti sul tema della grande proprietà latifondista e sulla necessità di riformare i rapporti sociogiuridici fra proprietari terrieri e lavoratori della terra, dove il rispetto del diritto di proprietà non dovesse cancellare i bisogni delle classi sociali più svantaggiate. Nella sua attività s’impegnò per l’estensione e il potenziamento delle linee ferroviarie calabresi, per le questioni locali, come la costruzione dei laghi artificiali in Sila, per la riforma del sistema giudiziario e tributario, per la questione clericale, per il risanamento politico e amministrativo del Mezzogiorno e per l’estensione del suffragio universale. (Prospero Francesco Mazza) © ICSAIC 2020

Opere

  • Un episodio del 1799: con documenti (con Stanislao De Chiara), «Rivista abruzzese», Teramo 1902;
  • Discorso pronunziato da Luigi Fera ministro della Giustizia e degli Affari di culto a Catanzaro il 5 maggio 1921, Colombo, Roma 1921;
  • Discorsi e relazioni parlamentari: dai 15 giugno 1920 ai 4 di luglio 1921, Colombo, Roma 1923;
  • Per la patria e per la democrazia, Bocca, Roma 1924;
  • Ancora per la crisi costituzionale: discorso tenuto ai 6 luglio 1925 alla sezione democratica sociale napoletana, Luzzatti, Roma 1925;
  • La crisi della Costituzione, Vendier, Padova 1925;
  • Memoria difensiva per Giovanni Quintieri contro Salvatore Quintieri, Pallotta, Roma 1928;

Nota bibliografica

  • Nicola Serra, Commemorazione di seLuigi Fera nel maggio 1947, s.n., Cosenza s.d. 
  • Gaetano Cingari, Storia della Calabria dallUnità a oggi, Laterza, Roma-Bari 1982, ad indicem;
  • Vittorio Cappelli, Politica e politici, in  Piero Bevilacqua e Augusto Placanica, La Calabria, Einaudi, Torino 1985; ora: Politica e politici in CalabriaDall’Unità d’Italia al XXI secolo, Rubbettino, Soveria Mannelli 2018;
  • Adriano Roccucci, Fera, Luigi, in Dizionario bibliografico degli italiani, vol. 46, Roma 1996, pp. 171-174;
  • Luca Addante, Partiti ed élites politiche a Cosenza da Luigi Miceli a Luigi Fera, in «Daedalus»15, 2000, pp. 29-52;
  • Luca Addante, Luigi Fera: 1868-1935, in Cosenza e i cosentini: un volo lungo tre millenni, Rubbettino, Soveria Mannelli 2001, pp. 64-65;
  • Michele Chiodo, L’Accademia cosentina e la sua biblioteca: società e cultura in Calabria, 1870-1998, Pellegrini, Cosenza 2002;
  • Carmela Galasso, Fera Luigi, in Biografie di personaggi noti e meno noti della CalabriaPellegrini, Cosenza 2009, p. 187;
  • Vittorio Cappelli, I politici che hanno lasciato il segno, in Il Cosentino. Cento pagine di storia, imprese e territorio, a cura di Rosario Branda e Domenico Cersosimo, Editore Sipi, Roma 2010.
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