Fici, Giovanni

Giovanni Fici (Siena, 1 gennaio 1920 – Reggio Calabria, 30 maggio 1988)

Primo di cinque figli nati dal matrimonio della veneta Carmen Daipré e del siciliano Michele Fici, conosciutisi a Siena dove il padre era ufficiale dell’esercito regio, si trasferì presto con i genitori a Catania, dove nacquero le due sorelle Anna Maria e Maria Teresa e i due fratelli Edoardo e Luigi.
Pur non avendo alcun legame parentale con la città natale, lasciava talvolta trasparire un malcelato orgoglio per essere nato a Siena, città dove, a suo dire, si parlava il migliore italiano.
Quando era ancora adolescente, il padre, che non avrebbe mai più rivisto, abbandonò la famiglia: egli dovette accudire e seguire le sorelle e i fratelli nei loro studi.
Nonostante le difficoltà e le ristrettezze economiche, riuscì a frequentare con grande profitto il Liceo Classico «Nicola Spedalieri» di Catania e, nel poco tempo libero, un corso di pittura.
Nel 1938 si iscrisse alla facoltà di lettere dell’Università cittadina, la più antica della Sicilia, e qui conobbe una reggina, Ada Battelli, che divenne compagna di studi prima e di vita dopo. Nel 1940 la sua classe fu chiamata alle armi, ma egli non fu mandato al fronte e riuscì a laurearsi, insieme alla futura moglie, nell’estate del 1942.
Poco dopo la laurea seguì la famiglia Battelli, sfollata da Reggio Calabria ad Antrodoco, in provincia di Rieti, dove risiedevano alcuni parenti, e qui cominciò ad insegnare.
Dopo l’8 settembre sfuggì rocambolescamente ai fascisti, che erano venuti a conoscenza delle sue posizioni da sempre contrarie al regime, restando per alcuni giorni nascosto nel sottotetto della casa dei parenti. Ad Antrodoco si sposò il 28 ottobre 1944. All’inizio dell’estate del 1945, la famiglia Battelli rientrò a Reggio Calabria, dove quasi subito i due novelli sposi la raggiunsero e iniziarono a insegnare.
Giovanni Fici divenne presto docente amato e stimato, inizialmente presso la Scuola media statale «Vittorino da Feltre», successivamente all’Istituto magistrale «Tommaso Gullì» e infine presso il Liceo classico «Tommaso Campanella», dove ebbe per molti anni la cattedra di italiano e latino. Risale a quegli anni una febbrile attività di studio e scrittura, affiancata a quella di docente, dedicata agli allievi liceali e a tanti futuri insegnanti che richiedevano il suo aiuto per la preparazione ai concorsi. Scrisse una nota su Scilla e una sul 50° anniversario della prima trasmissione radio attraverso l’Atlantico, poi un breve saggio su Machiavelli ed infine, dopo aver ottenuto l’ambita cattedra del liceo classico, pubblicò nel 1964 il volume Lineamenti critici della letteratura italiana, un’opera innovativa che aveva il pregio di offrire una visione sintetica, ma chiara e rigorosa, della storia della critica della letteratura italiana. L’opera, esauritasi velocemente per il successo e l’apprezzamento dei colleghi, fu riveduta e ampliata tre anni dopo per una seconda edizione, in cui furono aggiunti due fondamentali capitoli su Pirandello e sui Contemporanei.
All’inizio degli anni Settanta cominciò a insegnare alla Facoltà di Magistero dell’Università di Messina, dove con passione lavorò con il professor Calogero Colicchi fino al 1978, quando un ictus cerebrale pose improvvisamente e bruscamente fine alla carriera universitaria, relegandolo su una sedia a rotelle fino alla scomparsa. Prima di quell’evento era comunque riuscito a pubblicare, nel 1974, Note pascoliane (appunti per una interpretazione della poetica pascoliana), frutto di un’attenta e meticolosa ricerca di documenti e testimonianze, effettuata personalmente a Castelvecchio Pascoli, in Garfagnana. Il testo è corredato da una ricca appendice con articoli di Pascoli stesso, D’annunzio, Pirandello, Gargano, Croce e Pietrobono, reperiti e riprodotti con tanta difficoltà in un’epoca in cui anche una fotocopiatrice poteva considerarsi un lusso.
Il male che aveva sopraffatto il fisico non ebbe tuttavia il sopravvento sullo spirito: con la sensibilità culturale e l’amore verso il sapere, che lo avevano costantemente accompagnato nella vita, continuò ad ascoltare l’amata musica classica e a dipingere, pur con la mano sinistra.
Personalità eclettica, si appassionava a tanti campi del sapere, dalla letteratura alle lingue straniere (la sua ricca biblioteca conteneva classici inglesi, francesi, tedeschi e qualcosa anche in russo, letti senza grandi difficoltà), dalla medicina alla botanica. Amava la solitudine tanto da rifugiarsi appena possibile in una casetta sui piani dello Zomaro, nel Reggino e, nel cuore dell’Aspromonte, ascoltava musica e dipingeva paesaggi e nature morte che oggi abbelliscono le case delle tre figlie, Maria, Renata e Isabella.
Presso la filiale del Banco di Napoli di Reggio Calabria partecipò nel 1976 a una mostra collettiva, riscuotendo ampi consensi. Tra un quadro dei sentieri aspromontani e un ascolto della Moldava di Smetana, preparava originali liquori di erbe aromatiche e le dispense delle lezioni che, ciclostilate, hanno per anni costituito un prezioso sussidio didattico per gli studenti di ogni ordine e grado.
Ha formato più generazioni di professioniste e professionisti che lo ricordano con grande affetto per il suo carattere estroverso e mai serioso e per il suo amore specialmente dedicato a Pascoli e Dante, del quale conosceva a memoria l’opera maggiore. Amava recitare la Divina Commedia, dondolandosi sulla sedia, e spiegarla con dovizia di particolari, che rendevano piacevoli e comprensibili persino le più complesse parti di astronomia.
Morì per un edema polmonare acuto nella sua casa di Reggio Calabria, quando aveva solo 68 anni. (Marco Surace) © ICSAIC 2021

Opere

  • Lineamenti critici della letteratura italiana ad uso delle scuole medie superiori, Ceschina, Milano 1964 (II ediz. 1967);
  • Il Pascoli a Messina, «Nuovi quaderni del Meridione», n. 37 e 38, Banco di Sicilia, Palermo 1972;
  • Note pascoliane, Editori meridionali riuniti, Reggio Calabria 1974.
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