Galasso, Lorenzo

Lorenzo Galasso [Nicotera (Vibo Valentia, 24 marzo 1884 – 27 marzo 1927]

Teologo, lessicografo e letterato, terzo di 5 figli (tre maschi e due femmine), nacque a Nicotera, all’epoca in provincia di Catanzaro, da Domenico Andrea, falegname, e da Maria D’Ambrosio, donna di casa. Nicotera fu il paese a cui si sentì legato e che spesso ricordava per la sua storia, la cultura che accumunò grandi personalità, l’architettura svevo-normanna, in particolare il suo rione, voluto da Federico II, che assemblava Chiesa, Castello e Giudecca. 
Da ragazzo frequentò la scuola elementare del suo paese facendosi notare dai maestri per la vivacità dell’ingegno e l’interesse dimostrato nell’apprendimento delle varie discipline. I genitori, pur nella scarsa agiatezza, lo iscrissero al Seminario Diocesano. Da seminarista esterno, egli ebbe modo di frequentare quotidianamente con impegno e profitto i vari corsi, onorando le discipline e riscuotendo il plauso dei docenti. Completati gli studi e conseguita la maturità con il massimo dei voti, rimase come stregato da tanta dottrina, della quale assimilò il messaggio umano e cristiano di amore e fratellanza in Cristo, e scelse di abbracciare il sacerdozio, dotato com’era di profondo amore verso il prossimo, verso i poveri, gli ammalati, gli sfruttati che, non dimentichiamo, in quel torno di tempo, ossia a fine Ottocento, vi era una massa enorme di non alfabetizzati e di sofferenti. 
Giovanissimo a soli 21 anni venne ordinato sacerdote e fece parte in qualità di mansionario del numeroso e colto Capitolo della Cattedrale, sotto l’autorevole guida dell’arcidiacono Orazio Brancia, impostando il suo lavoro con ammirevole cura e dedicando parte del suo tempo alla preparazione dei giovani cattolici ai quali inculcava il Vangelo sottolineando il ruolo dei laici per il rinnovamento della fede. 
Inaspettatamente, nel mentre adempiva con zelo il suo lavoro, nel 1907, a soli 23 anni il vescovo di Nicotera monsignor Domenico Taccone Gallucci lo nominò parroco di Comparni, paesino nel Comune di Mileto, dal quale il vescovo era originario.
Quel distacco dalla sua famiglia, dall’amato paese, dagli amici fu per lui un vero esilio. Così descrive l’ambiente nella sua prima pubblicazione, il saggio demo-sociologico Arabi e Beduini d’Italia, «dal tono insieme polemico e diaristico», secondo Goffredo che lo considera «il più esteso documento finora noto sul tarantismo in Calabria»: «Tu [io] sei caduto ad un angolo della terra, tra gente, che, a volerla paragonare è non si troverebbe grande differenza…. in una landa tenebrosa, in un carcere, in un inferno… Come mai un prete, un parroco, si fosse determinato a rintanarsi, tra gente idiota e rozza, tra poche catapecchie sudice e sgangherate, in una chiesetta angusta e disadorna, senza organo, senza Vescovo e senza clero, in quel silenzio sepolcrale dei villaggi senza vita e senza moto, ecc.». Infine conclude con un inno a Nicotera: «Addio bella Nicotera, culla di ingegni e di eroi. Se dal tuo seno potessero sparire tanti veleni saresti molto più bella e più grande». A Comparni rimase 14 anni. E fu non solo il parroco ma anche, come ricordsèa Carmela Galasso, «lo scrivano, l’insegnante serale, il difensore dei poveri e degli emarginati di quella popolazione così depressa».
Volle partecipare come volontario alla prima guerra mondiale per offrire il suo contributo ai fratelli italiani ancora sotto il tallone dell’Impero austro-ungarico e per l’affermazione degli ideali di libertà e di democrazia. Per tre anni il Ministero della Guerra lo assegnò come cappellano nel Corpo della Sanità presso l’Ospedale militare di Bari, ove il Comando militare, avendo riconosciuto le sue grandi doti di oratore, molto eloquente, lo incaricò di dare corso a vari cicli di conferenze, molto applaudite, sia per i militari sia per i superiori. 
Appartengono a quel periodo le sue pubblicazioni I giovani italiani alla Patria, inno in versi, con dedica al Principe di Piemonte, il quale gli fece avere una lettera di compiacimento; Inno a Trento e Trieste, musicato dal maestro Achille Longo, alle’epoca direttore del Complesso bandistico di Nicotera; Tripoli e CireneDon Renzo da Sir Cecco, in dispregio al re asburgico; infine una preghiera alla Vergine per l’Italia. Il dopo guerra fu tristissimo: tanti giovani bracciati, analfabeti e malvestiti emigrarono per le lontane terre d’oltre oceano, altri battagliarono per l’occupazione delle terre incolte. Rientrando nella sua parrocchia nel 1918 chiese invano al vescovo del tempo mons. Giuseppe Leo di volerlo restituire alla sua famiglia e alla sua comunità civile e religiosa. In quegli anni, quando la fame era grande, il giovane parroco tornato al suo posto, riprese il suo ministero e svolse con rigore il suo mandato pastorale coniugando l’impegno sociale e la testimonianza del Vangelo. Non fu il curato di campagna di manzoniana memoria, egli ebbe cura delle varie forme di disagio e di sofferenza dei suoi parrocchiani che furono rispettati, curati, trattati per quello che presentava la loro peculiarità.
Il 1921 fu per lui l’anno di grazia dato che il nuovo Vescovo, mons. Felice Cribellati (a Nicotera dal 1921 al 1952), accolse la sua accorata richiesta di essere riassegnato al Capitolo della Cattedrale del suo paese natio. A Nicotera il suo ritorno, dopo 14 anni di “esilio”, fu accolto festosamente da sacerdoti e laici, in particolare dalla mamma, per la quale nella dedica alla sua opera più importante scrive: «Alla dolce mamma mia… nell’amore e nel dolore martire del mio martirio». 
Si affacciava minaccioso il fascismo. Già a Nicotera l’avv. Diagora Di Bella (figlio degenere di tanto nome) aveva fondato la camera dei fasci, e le battaglie nel paese tra socialisti, nuovi arrivati e cattolici erano all’ordine del giorno. Rinfrancato nella casa paterna, non solo pubblicò una raccolta di poesie (L’emigrante italiano) ma ritrovò la serenità di rivedere il lavoro più importante delle sue pubblicazioni e diede alla stampa nel 1924 il Saggio di un Vocabolario Calabro-Italiano ad uso nelle Scuole” che ebbe l’encomio di Antonino Anile, sottosegretario di stato al Ministero Pubblica istruzione («Reverendo amico, come già le scrissi il suo vocabolario Calabro-italiano ch’è davvero un’opera meritoria, non può non avere la nostra approvazione .Mi abbia con stima suo devotissimo A. Anile») e del berlinese Gerhard Rohlfs, professore di Filologia romanza delle Università di Tubingen e di Monaco che lo definì «uno dei migliori vocabolari della Regione per la praticità e per la scrupolosa accentuazione», nonché di altri autorevoli autori.
In quello stesso anno, vinse il concorso di Teologo della Cattedrale e divenne animatore di numerose conferenze, oratore dalla parola calda ed emotiva. I suoi panegirici furono ascoltati da un pubblico sempre più numeroso e da autorevoli intellettuali. Personalità di elevato spessore morale e culturale non diede mai l‘impressione di discontinuità tra il sacerdote e l’oratore, anzi offrì un ottimo modello di vita pastorale. Fu nominato rettore della chiesa della santa croce, da poco aperta al culto. Nel 1925 difese la sede dell’Azione cattolica e i giovani iscritti presi di mira dai fascisti divenuti insolenti e minacciosi.
Scrisse anche un dramma in tre atti, Le due martiri: Calabria e Basilicata.
Ma la sua stella brillò ancora per poco. La morte lo colse per un’appendicite fulminante a soli 43 anni. Unanime fu il compianto da parte dei confratelli e del popolo, che aveva ritrovato in Lui il sacerdote, il fratello, l’amico. (Pasquale Barbalace) © ICSAIC 2020

Opere

  • Arabi e Beduini d’Italia. Studî pratico-sociologici sul proletariato calabrese, Stabilimento Tipografico C. Colombo, Polistena, 1915;
  • L’emigrante italiano, Tip. del Progresso, Laureana di Borrello 1924;
  • Saggio di un Vocabolario Calabro-Italiano ad uso delle scuole, Tip. del Progresso, Laureana di Borrello 1924 (ristampa anastatica, a cura di Michele De Luca, Metauro Edizioni, Pesaro 2013).

Nota bibliografica

  • Goffredo Plastino, Sul tarantismo in Calabria 1990-1991, sn., s.d. in www.academia.edu/31297099/Sul_tarantismo_in_Calabria_1990_1991_
  • Carmela Galasso, Galasso Lorenzo, in Biografie di personaggi noti e meno noti della Calabria,Pellegrini, Cosenza 2009, pp. 209-210.
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