Gallucci, Rosa Giovanna

Rosa Giovanna Gallucci [Mammola (Reggio Calabria) 27 ottobre 1920 – 17 dicembre 2017]

Ultima di tre figli, nacque da Giuseppe e da Maria Annunziata Zavaglia, una famiglia di ceto medio, per cui acquisì il titolo di “donna”, appellativo ai tempi concesso solo a una certa popolazione, ovvero nobili e benestanti. Nel 1927 fu il fratello maggiore Nicodemo ad avviarla alla professione fotografica. Nicodemo aveva intrapreso gli studi nella vicina Locri – scegliendo di specializzarsi in fotografia tra le alternative offerte dal padre, al posto dell’oreficeria – seguito dal fratello minore Piero che proseguì la carriera al suo posto, quando quest’ultimo decise di dedicarsi all’insegnamento.
Nel 1936, per via della scomparsa prematura di Piero, Rosa ebbe il permesso da parte del padre, genitore molto autoritario, di occuparsi in prima persona della fotografia, intraprendendo a soli sedici anni una carriera che ne durò circa cinquanta, divenendo l’unica della famiglia a non abbandonare mai la professione, nonostante le difficoltà nel praticarla. Non avendo infatti il permesso di uscire all’esterno del portone di casa, realizzò una sala di posa nel suo giardino e una camera oscura all’interno di una stanza.
Svolse una vita apparentemente ordinaria – figlia, moglie e madre affettuosa e rispettose delle consuetudini sociali di un tempo –, ma fu anche l’unica, tra Mammola e i paesi limitrofi, a praticare la fotografia; questo significa che davanti al suo obiettivo sono passate intere generazioni e differenti ceti sociali.
Per comprendere a pieno il contesto storico e sociale all’interno del quale si formò, è essenziale citare una frase del suo fornitore di materiale fotografico, che nel 1945 le disse: «da Napoli in giù, siete l’unica donna che servo» (Zavaglia 2004, p. 9). Testimonianza emblematica di un’epoca, per quanto non troppo lontana, che attesta come la fotografia fosse considerata una professione tipicamente maschile; eppure fin dagli albori le donne praticarono con molta maestria la tecnica, spesso in ambito di attività familiari ma oscurate dal pregiudizio. Se si pensa quindi a un paese del sud d’Italia, nell’entroterra calabro, nel quale le regole imposte dalla società erano fortemente radicate, la fotografia al femminile diventa un fenomeno ancora più raro e Rosa Giovanna Gallucci è stata in grado di oltrepassare questi ostacoli, facendosi strada all’interno di un ambiente normato da rigide imposizioni sociali.
Le fotografie di Gallucci, nonostante si possa definire quasi autodidatta (le uniche lezioni di fotografia furono quelle ricevute dal fratello Nicodemo), mostrano una particolare sapienza tecnica affinata dalla costante pratica, che si rivelano nelle composizioni precise all’interno delle quali collocava la figura da ritrarre, in relazione a uno sfondo spesso volutamente sfocato. Inoltre, le tonalità chiaroscurali, ottenute non solo dal preciso utilizzo della luce, ma anche dal ritocco a mano dei negativi, conferivano alle sue composizioni un carattere dalla particolare forza evocativa fino a giungere a effetti quasi pittorici. 
Dato ancor più interessante, tra gli anni Trenta e Quaranta del Novecento è tra quanti documentarono la seconda ondata migratoria che da quell’area della Calabria era diretta prevalentemente verso il Canada e gli Stati Uniti. La fotografa, oltre a testimoniare il difficile evento storico, attraverso il ritratto di coloro che partivano (ma anche di quanti restavano) indagava le distanze sociali che caratterizzavano il paese (che si affievolirono solo dopo gli anni Cinquanta del Novecento), lasciando trasparire una grande sensibilità nell’attraversare la sfera dell’intimità tramite lo spaziointerno ed esterno. La casa, il suo angolo di mondo, trascendeva dallo spazio puramente fisico e la fotografia, mezzo di codifica dello spazio, caratterizzava la visione soggettiva del fotografo. Con questo suo modo libero diede vita a un microcosmo del quale facevano parte l’«Operator e lo Spectrum», ovvero il fotografo e il soggetto (R. Barthes, La camera chiara, 2003, pp. 11-15). La diffusione delle sue immagini, anche oltreoceano, le permise di comunicare col mondo, segnando il passaggio dalla sfera interna a quella esterna.
La particolarità dei suoi ritratti, dentro cui confluivano quattro forze (come il soggetto si vede, come vuole apparire, cosa vede il fotografo, cosa vuole comunicare attraverso la fotografia), stava nella libertà dello sguardo del soggetto, dal quale emergeva la sua psicologia e che conferiva la verità della realtà che caratterizzava la società di quegli anni.
Nel 1949 si sposò con Nicodemo Zavaglia, da cui ebbe due figli (Antonio e Vanda) senza mai interrompere la propria attività. Fu l’unica fotografa di Mammola e dintorni fino ai primi anni Cinquanta del Novecento e fu in attività fino agli anni Ottanta. Oggi, a testimoniare la sua lunga carriera fotografica, insieme a quella dei fratelli Nicodemo e Piero, è un archivio, situato a Mammola, che raccoglie circa 20.000 negativi in vetro e su pellicola piana, sotto la cura della figlia di Vanda, che nel 2000 realizzò una mostra dal titolo Foto Gallucci: un passato vicino e lontano, nel 2002 Foto Gallucci: ritratto di un paese di migranti, entrambe realizzate nel paese natale della fotografa e che donò al Museo Nazionale d’Abruzzo, a Chieti, tre stampe (Zappatore, 1938 – Bambina con bambola, 1950 – I pantaloni di papà, 1960).
Questo importante repertorio di immagini riveste un significativo valore non solo dal punto di vista estetico, ma anche documentale quale fonte di una storia sociale che ha percorso una precisa area geografica della Calabria nel corso di un cinquantennio.
Morì a Mammola a 97 anni. (Francesca Cafarda) © ICSAIC 2020

Nota bibliografica

  • Vanda Zavaglia, Foto Gallucci: un passato vicino e lontano. Ritratti e costumi di un paese rurale della Calabria dagli anni 20 agli anni 50, Calabria letteraria, Soveria Mannelli 2000;
  • Vanda Zavaglia, Architettura antropologica di un microcosmo: l’archivio fotografico Gallucci, Edigrafital, Teramo 2004;
  • Vanda Zavaglia, Rosa Giovanna Gallucci: antropologia di un microcosmo, «Foto cult. Tecnica e arte della fotografia», #3, 2004;
  • Mara Rechichi, Donna Rosa Giovanna Gallucci, «L’Eco del Chiaro», luglio-agosto, 2012.
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