Grandinetti, Maria

Maria Grandinetti [Soveria Mannelli (Catanzaro), 25 agosto 1891 – Roma, 26 aprile 1977]

Nacque da Giovanni, ingegnere agrimensore, e Angelina Maruca, una famiglia della borghesia intellettuale. Studiò presso l’istituto Vittoria Colonna. Fu tra le prime donne a frequentare l’Accademia di Belle Arti a Napoli, dove si era trasferita con la famiglia nel 1902, incoraggiata dal parere dell’ormai anziano pittore calabrese Andrea Cefaly, seguendo le lezioni di Paolo Vetri, e Michele Cammarano. Nel 1911 sposò Cesare Mancuso, uomo colo e facoltoso,, avvocato e magistrato nelle Forze armate nel periodo bellico, seguendolo prima a Bari, a New York e quindi stabilmente a Roma dal 1912, dove entrò in contatto con interessi primitivisti, secondo una definizione pubblicata in una precoce critica nel 1921 su «Cronache d’attualità»: la sua casa a Roma, in via Crispi, divenne un cenacolo frequentato da artisti e intellettuali, come De Chirico, Balla e Ungaretti.
Nel 1917 nacque Mario, il suo unico figlio. 
Definita «la più forte pittrice italiana» da Roberto Melli, esponente della Scuola romana, fu tra le artiste che si imposero all’attenzione della critica militante. Nel 1914 a Roma tenne le prime personali presso la sede dell’Associazione calabrese e l’Associazione abruzzese-molisana in Campo Marzio. Partecipò alla terza e quarta Esposizione Internazionale d’arte della «Secessione» romana nel 1915 (con i ritratti di Anna Prini Giuliano Prini, figli dello scultore Giovanni) e 1916 (con Natura morta e Figura).
Nell’ambito delle esperienze espositive romane, la pittrice si inserì nel gruppo di artiste d’avanguardia come Pasquarosa e Deiva De Angelis: partecipò nel 1918 alla Mostra d’Arte indipendente pro Croce Rossa presso la Galleria del giornale «Epoca», una delle tappe delle nuove prospettive di ricerca del linguaggio figurativo romano, organizzata da Mario Recchi ed Enrico Prampolini, esponendo tredici opere (ritratti, paesaggi e nature morte) insieme, tra gli altri, allo stesso Prampolini, Ardengo Soffici, Giorgio De Chirico e nello stesso anno fu la sola donna, con Edita Walterowna Broglio, a essere pubblicata con l’opera Casolare sul primo numero di «Valori Plastici». Fu vicina a un gruppo di artisti e intellettuali tra cui Giorgio De Chirico, Giacomo Balla e Giuseppe Ungaretti, assiduo frequentatore del suo salotto, che le dedicherà uno scritto in francese. Avversa al fascismo, iniziò un periodo di diminuita attività. 
Nel 1930 a Parigi incontrò il pittore Maurice Utrillo e il critico Waldemar George; quest’ultimo nello stesso anno presentò la sua monografia in inglese. Contestualmente si guadagnò una monografia anche in tedesco (edita sempre nel 1930 da Italo Tavolato) e in italiano, con la presentazione di Mario Recchi e Roberto Melli.
Nel 1931 fu presentata una personale a Parigi alla galleria Rosemberg diretta da Jeane Castel, per tramite di Alberto Savinio, evento intorno al quale si verificò un drammatico episodio che vide le tele della pittrice deturpate da alcuni tagli, forse per «una esplicita rappresaglia di carattere politico» (Grasso 2002). Nello stesso anno pubblicò una raccolta di testi critici (tra i quali dei contributi del 1925 già editi su «Il Popolo d’Italia») e spunti autobiografici che si apriva con la dichiarazione Così come sono: «se io dovessi dare una definizione di me, cioè, dire quella che sono, non potrei farlo perché io non mi conosco. […] Quando sono costretta a definire lo faccio per gli altri, altrimenti non avrei nessun mezzo di comunicazione cogli uomini. […] Normalmente dipingo dei quadri; ma, tutte le volte che finisco un lavoro, mi viene la voglia di distruggerlo. Credo che se verrà un giorno in cui potrò fare a meno di dipingere sarò felice; perché credo che la mia inferiorità stia nel non potere fare a meno di fare ciò» (Ivi, p. 9). La pittura è quindi un’urgenza, imprescindibile condizione che la determina, ma che a sua volta crea una sorta di dipendenza nell’esistenza. La sua arte è fatta di volumi: «La mia pittura rappresenta la definizione di alcuni stati d’animo, che, attraverso la lotta colla materia, ho potuto definire con le forme dettate dalla sintesi degli stati d’animo stessi» (ivi, p. 20). Nel 1933 allestisce una personale alla galleria Sabatello di Roma (4-15 marzo), con un successo di critica che le procurò l’acquisto da parte dello Stato Italiano del Ritratto di Teresa Labriola (1930, olio su tela, Roma, Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea).
Nel 1936 espose alla galleria Apollo di Roma e fu presente alle Quadriennali di Roma del 1935, 1939 e 1943. Nel 1940 due sue mostre personali sono allestite a Milano (Casa d’artisti, 12-21 febbraio), con un’introduzione al catalogo di Carlo Carrà, e Genova (Galleria Genova, 14-26 maggio). Nel 1942 espose al Teatro Quirino di Roma, con una presentazione di Alberto Savino.
In Maria Grandinetti Mancuso l’arte non mancò di mescolarsi all’impegno sociale: convinta sostenitrice della pace universale attraverso le arti, dedicò a questo obiettivo nel 1946 la fondazione della rivista «Arte contemporanea (Arte-scienza-pace)», attiva fino al 1968. In questo contesto si avvicinò nel 1951 all’associazione inglese General Welfare con cui fondò la Lega delle Arti e delle scienze, oltre ad aderire a congressi internazionali pacifisti. 
Trascorse gli ultimi anni della sua esistenza afflitta da disturbi psichici (dopo la morte del marito ebbe una patologia depressiva), proprio quando l’attenzione della critica sembra rivolgersi nuovamente alla sua pittura. Nel 1976 l’artista è infatti registrata nel libro inchiesta Il complesso di Michelangelo di Simona Weller, nella cui introduzione Cesare Vivaldi sottolinea quanto l’artista – all’epoca quasi dimenticata – fosse una «delle grandi personalità femminili del suo tempo» (ivi, p. 13), e nel 1980 compare, ormai postuma, tra le donne censite da Lea Vergine nel suo pioneristico catalogo della mostra a Palazzo Reale L’altra metà dell’avanguardia 1910-1940. 
Morì a Roma all’età di 86 anni, nell’ospedale psichiatrico di Santa Maria della Pietà, dove era ricoverata dal 1975. A Roma c’è una strada intestata a suo nome. (Maria Saveria Ruga) © ICSAIC 2020

Scritti

  • Così come sono, A. F. Formiggini editore, Roma 1931;
  • Conferenza della pittrice Maria Mancuso Grandinetti, tenuta il 4 maggio in Roma nel salone della Confederazione dell’industria, Stabilimento Tipo-litografico «La Tecnica», Roma 1934.

Nota bibliografica essenziale

  • Alfonso Frangipane, Pittori calabresi a Roma: La mostra di Maria Mancuso all’associazione calabrese, in «Terra Nostra», II, 7, 28-31 maggio 1914, pp. 1-2;
  • Giuseppe Ungaretti, La peinture de Maria Mancuso Grandinetti, s.l., s.d.;
  • Roberto Melli, Mario Recchi, La pittura di Maria Grandinetti Mancuso, Biblioteca editrice, Roma 1930;
  • Italo Tavolato, Die malerin Maria Mancuso Grandinetti. Mit einer enileitung, Roma 1930;
  • Some opinions of critics on the art of Maria Mancuso, Biblioteca d’arte editrice, Roma s.d. (1931?);
  • Simona Weller Il complesso di Michelangelo: ricerca sul contributo dato dalla donna all’arte italiana del Novecento, Pollenza 1976;
  • Lea Vergine, L’altra metà dell’Avanguardia (1910-1940). Pittrici e scultrici nei movimenti delle avanguardie storiche, Il Saggiatore, Milano (1980) 2005;
  • Monica Grasso, Grandinetti Mancuso, Maria, in Dizionario Biografico degli italiani, 58, 2002, ad vocem;
  • Francesca Lombardi, Maria Grandinetti Mancuso, pittrice romana. Dalla “secessione” al secondo dopoguerra, Rubbettino, Soveria Mannelli 2002;
  • Pier Paolo Pancotto, Artiste a Roma nella prima metà del ’900, Palombi, Roma 2006;
  • Enzo Le Pera, Enciclopedia dell’arte di Calabria. Ottocento e Novecento, Rubbettino, Soveria Mannelli 2008, ad vocem, pp. 202-205;
  • Tonino Sicoli, La metafisica dell’opulenza, «Il Quoridiano della Calabria», 5 aprile 2009.
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