Guerrisi, Salvatore Antonio

Salvatore Antonio Guerrisi  [Cittanova (Reggio Calabria), 16 dicembre 1899 – 17 febbraio 1935]

Nasce in una modesta famiglia di artigiani, il padre Giuseppe Raffaele era calzolaio, la madre Rosa Cananzi, casalinga; dopo di lui seguiranno il fratello Vincenzo (1904) e due sorelle Teresa (1908) e Caterina (1910). Dimostra fin dalle scuole elementari una naturale attitudine per lo studio accompagnata da uno spiccato talento musicale che lo spinge a frequentare le lezione del maestro Angelo Scaglione per l’apprendimento del violino mentre, da solo, si dedica, invece, allo studio del mandolino. Non potendo frequentare un regolare corso di studi, sia perché le condizioni economiche della famiglia non lo consentono, sia perché alquanto cagionevole di salute, studia da autodidatta, dedicandosi prevalentemente alla letteratura e alla poesia. «Mio padre credeva di aver trovato in me – scriverà  – la stoffa del negoziantuccio di provincia, e sono dell’opinione che il suo discernimento non avrebbe fallato, se il Padre Eterno mi avesse fatto nascere due anni dopo…». Infatti un destino più grande decide per lui.
Alla fine del 1917, in un momento critico della guerra, dopo la drammatica sconfitta di Caporetto dell’ottobre di quell’anno, il Governo ordina l’immediata mobilitazione dei  «giovanissimi del ’99» da inviare subito al fronte. Il giovane Salvatore viene assegnato a un contingente internazionale destinato a raggiungere Verdun, in Francia. 
«Per andare colà – ricorda il poeta – si dovette attraversare tutta l’Italia e tutta la Francia. Sicché volente o nolente, mi ritrovai ad ammirare quei paesaggi che nemmeno l’attimo più sbrigliato della fantasia aveva saputo riprodurmi. Davanti alla maestà delle Alpi rimasi assolutamente conquiso. Da allora cominciò a far capolino nella mia anima quella sete di altezze, di lontananze e d’infinito che è stata e sarà la mia inestinguibile aspirazione». Il suo battaglione viene dislocato a Blercourt (oggi Nixèville-Blercourt) piccolissimo villaggio a circa sei Km. da Verdun. 
Nel “tritacarne di Verdun”, per la Francia, ancor oggi, sinonimo di forza, eroismo e sofferenza, la visione delle macerie, la desolazione di quei luoghi distrutti da un «déluge de feu», l’odore di cadavere, i racconti, le testimonianze dei pochi civili superstiti, sconvolsero la sensibilità del giovane Salvatore e lo portarono a riflettere sulla violenza e sul male, sull’ineludibilità del dolore. Al ritorno dalla guerra non avrebbe più voluto saperne di commercio, si riproponeva fermamente, nelle solitarie notti di guardia, di riprendere gli studi, di recuperare il tempo perso, di dedicarsi alla poesia per far capire ai suoi simili che le cose semplici sono quelle che appagano di più, che non vale domandarsi incessantemente perché si vive e si muore  e che «ad una rosa assetata di rugiada anteporrei un frutto polposo, ad una stella la fiamma di un camino, ad una lacrima del cuore un’insipida risata».
Risale a questo periodo la “scoperta” della fotografia che da semplice strumento di documento della realtà, si trasforma in una passione, in ricerca, in tentativo di dare immagine ai sentimenti dell’anima che la poesia, da sola, non è in grado di rappresentare.  
Tra la fine del 1919 e i primi giorni del 1920, nel pieno della seconda ondata di epidemia “spagnola”, ottiene l’agognato congedo e rientrato finalmente a casa si butta a capofitto nello studio con l’intento di recuperare tutto il tempo perduto. Seguito dal prof. Vincenzo De Cristo, storico e giornalista, che considererà sempre il suo unico “Maestro”, dopo diciotto intensissimi mesi di studio, si presenta da privatista agli esami per il conseguimento della Licenza liceale al Regio Liceo «Tommaso Campanella» di Reggio Calabria. Contro ogni aspettativa e superando anche molti allievi interni, passa brillantemente l’esame nella 1ª sessione del 1922 e forte di questo successo decide di proseguire gli studi all’Università. Resta il dilemma a quale facoltà iscriversi perché il cuore lo indirizza verso le Belle Lettere o la Filosofia, la ragione verso Giurisprudenza, la laurea che apre le porte di qualunque attività. Prevale la ragione e s’iscrive presso l’Università di Bari e nella sessione del 3 dicembre 1926 consegue la laurea in Legge. 
Il suo esordio letterario era già avvenuto due anni prima con la pubblicazione sulla rivista «Albori», fondata da Peppino De Cristo e Leonida Albanese, di alcune poesie scritte negli anni della guerra. L’accoglienza fu piuttosto fredda, dovuta, forse, alla limitata diffusione della rivista e a un ambiente ristretto e paesano. Ben altra accoglienza ricevette la raccolta Vesperi e aurore del 1926, dedicata alla madre, con prefazione del grande latinista Francesco Sofia-Alessio. E ancora più calorosa accoglienza ricevettero le tre raccolte pubblicate nel 1929, Lampade nel deserto, dedicata al padre, ,  le novelle Rose di Gerico, le liriche Tede d’Oriente – accese intorno al tramonto di un sogno, dedicate agli amici della «Accademia Albori». I giudizi critici sono molto lusinghieri, valga per tutti, quello espresso da Mario Gastaldi, presidente dell’Istituto Nazionale della Stampa: «c’è nei suoi versi un soffio potente di lirismo quale da tempo non mi era dato di riscontrare tra i moltissimi centoni poetici che mi pervengono da ogni parte d’Italia». Altri lo accostano a Corazzini «per il dolorismo», a Gozzano per «l’indifferenza ironica», a Sbarbaro per «l’atonia vitale», al Montale di Ossi di seppia per «l’isolamento dal consorzio umano». Tra il 1928 e il 1932 molte riviste letterarie italiane e francesi sollecitano la sua collaborazione e l’Accademia Latina di Parigi e quella Partenopea lo accolgono come socio. Solo che egli si aspettava di poter finalmente uscire dal «natio borgo» volando con ali proprie, ma l’occasione non si presentò. 
La sua poesia esprime il senso di crisi e di profondo malessere che attraversa il quindicennio giolittiano, che si aggrava nel dopoguerra e che non trova alcuna soluzione nel fascismo. Il suo rapporto con il regime è tormentato; pur rendendosi conto che il fascismo esprime quel vitalismo guerresco contro il quale egli si batte, tuttavia presta una certa attenzione al nuovo corso nella speranza che sia in grado di mantenere le roboanti promesse sbandierate ai quattro venti, quelle capaci di risolvere la grave situazione economica e occupazionale. Anche se alcuni dei suoi amici aderiscono in maniera più convinta, non diventa un fiancheggiatore del regime, né si fa portavoce dei suoi programmi e non si abbassa neppure a mendicare un posto pur trovandosi in serie difficoltà sia per la mancanza di un impiego stabile sia perché abbisogna di cure per l’aggravarsi del suo male. Tenta la carriera forense ma con scarsi risultati e arriva mestamente a concludere che se non aveva la stoffa del commerciante, non si ritrovava neppure quella dell’avvocato ma soltanto quella malinconica, e ben poco redditizia, del poeta.
Nel 1932 si presenta l’occasione tanto attesa. Partecipa a due diversi concorsi pubblici, uno come Ricevitore all’Ufficio del Registro e l’altro come Ispettore delle Dogane. Riesce a superarli entrambi, ma opta per il secondo che gli apre spazi nuovi e inesplorati e gli permette, finalmente, di vivere senza l’aiuto dei suoi cari. Nella primavera del 1933 assume servizio alla Regia Dogana Internazionale di Luino. Malgrado le sue condizioni di salute siano peggiorate, si butta con entusiasmo nella nuova professione, interrompendo per sempre la ricerca poetica.
Nel dicembre del 1934 torna a Cittanova per un breve periodo di ferie, durante la sua permanenza in famiglia lo sorprende una nuova e più violenta crisi del male che lo affligge da tempo. Rimane tra la vita e la morte per cinquantadue giorni. Ai suoi amici, a Domenico Cardillo in particolare, chiede solo due cose: rispettare le sue ultime volontà, un testamento contenente, in verità, più disposizioni di natura spirituale che disposizioni patrimoniali, e curare la pubblicazione delle liriche Ali senza cieli, rimasta in sospeso e per la quale aveva già sottoscritto un contratto con un editore.
Ai suoi funerali partecipò l’intero paese e migliaia di telegrammi giunsero da tutte le parti d’Italia e d’Europa, compreso quello di Gabriele D’Annunzio, che già gli aveva dedicato un sonetto, presago di una sorte infausta, «Non dubitare. La grande pace ti sarà concessa. Più d’una volta la leggesti in viso ai cadaveri freddi nelle bare/ che la morte mantiene le promesse». (Antonio Orlando) @ ICSAIC 2020

Opere

  • Vesperi e aurore. Versi, con preludio dell’umanista comm. F. Sofia-Alessio,  S.A.G. Editore, Cittanova 1926;
  • Lampade nel deserto. Carovane arsure oasi, Studio Editoriale “Roma Felix”, Roma 1929;
  • Tede d’Oriente (accese intorno al tramonto d’un sogno”, Edizioni Albori, Cittanova 1929;
  • Rose di Gerico. Favole della malinconia, Edizioni Albori, Cittanova 1929;
  • Ali senza cieli. Liriche, (a cura di Domenico Cardillo)  Stab. Tipogr. Rosario Pascale, Villa San Giovanni, 1938 (postumo).
  • Poesia e prosa – Opere complete, a cura di Giuseppe Luccisano e Raffaele Guerrisi, Grafiche Femia,Gioiosa Jonica 1999.
  • Cippi di sogni e di stelle, Idilli e Notturni in maggiore. Novelle, annunciati già a datare da 1929 come di prossima pubblicazione, non vennero mai pubblicati e ora sono stati inseriti, sebbene con titolo diverso, nelle opere complete dell’Autore.

Nota bibliografica

  • Carlo Benzini, Un poeta delicato”, «Albori», 30 maggio 1929; 
  • Pasquale Ceravolo, Un giovane poeta di Calabria, «Novissima Antologia», 6-7-8, 1929; 
  • Poesia tenue, «Italia e fede», 3 novembre 1929; 
  • Domenico Cardillo, Gli ultimi istanti di un poeta, «Albori», febbraio 1935;  
  • Francesco De Cristo, Il poeta e la morte. Epicedio per Salvatore A. Guerrisi, Reggio Calabria, 1935; 
  • Tiberius Florentino, In morte di Salvatore A. Guerrisi, «Albori», n. 3, 1935; 
  • Salvatore Mosca, Ricordando Salvatore Guerrisi, «Calabria d’oggi», 15 febbraio 1947; 
  • Fattino Perrelli, Ricordo di un poeta cittanovese, «Il Tempo», 3 febbraio 1966; 
  • Ugo Campisani, Lettere di Salvatore Guerrisi, «Corriere Bruzio», dicembre 1976; 
  • Enzo Bruzzi, Il poeta dei Notturni e della morte, «Il Corriere di Reggio Calabria», 3 marzo 1979;  
  • Arturo Zito de Leonardis, Omaggio a Salvatore Guerrisi, in Cittanova di Curtuladi, Mit, Cosenza 1986. 
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