Jerace, Vincenzo

Vincenzo Jerace [Polistena (Reggio Calabria), 5 aprile 1862 – Roma, 22 maggio 1947]

Settimo dei figli di Fortunato e Mariarosa Morani, fratello di altri due artisti, Francesco e Gaetano, fu pittore, scultore e ceramista. A Napoli frequentò lo studio del fratello Francesco indirizzandosi verso la scultura.
Si sposò una prima volta con la contessa  Luisa Pompeati, conosciuta a Trento nel 1890, morta la quale dopo dieci anni di matrimonio (l’artista firmava le sue opere Vincenzo, o Vicenzo; dopo la scomparsa della consorte, in ricordo, aggiunse  una «L», per cui dopo il 1901 le opere sono firmate: Vicenzo L. Jerace). Si risposò nel 1917 con la veneta Pia Pischiutta.
Allievo di Saverio Altamura nell’Accademia di Belle Arti di Napoli, a soli 18 anni  fu presente alla IV Esposizione Nazionale delle Belle Arti di Torino del 1880 e, nella stessa città, otto anni dopo all’Esposizione d’Arte Sacra ebbe la medaglia d’oro per un candelabro in bronzo, custodito attualmente nel tesoro della Basilica di Pompei. Si aggiudicò invece una Medaglia d’argento nel 1882 all’Esposizione Nazionale di Palermo. Scultore animalista, ancora nel 1882 modellò un gesso, ora disperso, in omaggio a Garibaldi, Il Leone d’Aspromonte, opera che, esposta all’Esposizione di Bella Arti di Roma dell’anno successivo, ottenne dalla critica pareri contrastanti. Il monumento si sarebbe dovuto collocare sul monte Sant’Elia di Palmi, per essere veduto dal mar Tirreno, secondo la volontà dell’autore; ma gli fu negata la commissione in granito. 
Fu vincitore del concorso per il gruppo in marmo Sinite parvulos venire ad me, eseguito per il Parco Monumentale di Los Angeles in California.
Partecipò alle Promotrici napoletane de1883 con opere in bronzo e in gesso; del 1888 con un bronzo, Neme e unoStudio a sanguigna; del 1890 con un bronzo e un camino; del 1896 con sei opere, tra cui le sanguigne Studio di donna calabrese, e Lilis, un grande cartone acquistato dal re Umberto I, Tigre, bronzo, Fauna e Maialina, bronzi argentati; del 1897 col bronzo La Vomerese e una Radiolaria, vaso in marmo.  Nel 1884 fu presente con quattro bronzi, Noli me tangere,  ArieteSomarello, di derivazione palizziana, e un Vaso alla Mostra di Milano, che lo vide presente anche nel 1892, con Giovane contadino con maialino, che un critico ritenne essere «degno di un Cellini» e nel 1906, con tre disegni a sanguigna. Fu presente  all’Esposizione Nazionale di Venezia del 1884, non ancora Biennale Internazionale che vide la luce l’anno successivo, col camino Decus pelagi,
Il decoro del mare, esposto due anni dopo alla Mostra di Brera a Milano (assieme a un Tacchino e a un Maialino) e alla Mostra di Londra e nel 1890 alla Promotrice napoletana, prima di essere acquistato dal Principe di Sirignano. Nel 1887 espose alla prima edizione della Biennale di Venezia una delle sue opere più celebri, Ex cubitor, figura simbolica donna-angelo-serpente, ripresentata a Londra nel 1888 e alle edizioni successive del 1895, del 1897, del 1910 assieme a due sculture, Tigre in agguato, collezione Regina Margherita (esposta precedentemente all’Esposizione di Bruxelles del 1897) e Tacchino. Prese parte inoltre alle Mostre di Barcellona del 1887, con La Maialina, premiata con medaglia d’oro, in collezione del Museo d’Anversa, del 1888, del 1896 con vari Studi a sanguigna e alcuni Vasi in bronzo e in marmo, per uno dei quali ebbe una menzione ufficiale, e del 1910.
All’Esposizione di Arte Sacra di Torino del 1888 gli venne conferita la Medaglia d’oro; mentre ad Anversa nel 1894 Jerace rappresentò l’Italia assieme allo scultore chietino Costantino Barbella e al pittore Giulio Aristide Sartorio: lì espose quattordici opere, tra cui alcune sanguigne, AuroraBeatrix e Lea, acquistata dal Re per il Palazzo Reale di Napoli, e la famosa Radiolaria, vaso in marmo, acquistato dal locale Museo di Arte Moderna.
Per l’ anno Santo del 1900  modellò la statua colossale del Redentore, collocata sulla montagna dell’Ortobene, a Nuoro, e per essa fu insignito da Leone XIII della Croce di Benemerenza (Fin ora si è sempre ritenuto che la statua fosse di bronzo. Il Cristo, h. m.5,20, fatto analizzare dal restauratore Carlo Usai è risultato essere di ottone).
Il nuovo secolo lo vide presente a Roma, dove si era trasferito, all’Esposizione «In arte Libertas» (1902), con ben diciassette opere; a Torino, 1908, con due Ritratti a sanguigna e una Mensola; a Roma, 1911, con Dente per dente; a Milano, 1916, con Lonza dantescaTigre in agguato e Aurora; e, su invito del Frangipane, alla 1a Mostra d’Arte Calabrese, Catanzaro, 1912, con due sanguigne e uno studio di tipo muliebre calabrese; e alle Biennali Calabresi di Reggio Calabria (nel 1920 espose La vigilanza, Un calice e L’olocausto). Nel 1928 fu invitato alla Mostra Silana delle Arti popolari a San Giovanni in Fiore, dove espose Osculater me, acquistata l’anno successivo per 1300 lire dalla Provincia di Reggio Calabria. Lavorò molto a sanguigna, e nella prima esposizione nazionale di Bolzano del 1923 ottenne la medaglia d’oro.
Fu anche un eccellente ceramista (realizzò ceramiche di grandi dimensioni, grazie alla collaborazione del tecnico Fernando Frigiotti), ispirandosi al mondo microscopico degli animali marini; gli studi all’acquario di Napoli nel 1887 gli fecero conoscere le forme di vita sottomarina, i radiolari, che tradusse in vasi originalissimi e singolari, che ornano ville e scaloni (a Napoli nel Palazzo Reale, sulla scala del Duca di Sirignano, e a Villa Pierce a Napoli; a Castellammare di Stabia a Villa Imperato) produsse molto. Tra le opere principali: i bassorilievi Fauna e Flora nel palazzo del Principe di Sirignano a Napoli; il Busto a Pio X al Roma; numerosi Monumenti ai Caduti della guerra 1915-’18 (in Calabria nei comuni di Rossano, Mongrassano, Lamezia Terme, Tropea, Vibo Valentia, Villa San Giovanni e poi a Bevagna, Rocca di Papa, Veroli, Sant’Andrea di Conza); Pitture e affreschi a sanguina; Affreschi nel salone del Duca di Guardia Lombarda di Napoli; la Lelle nella Pinacoteca di Capodimonte a Napoli; il Rubbi nel palazzo del governo di Bolzano; Evellina Oddone a Cettigne in Montenegro. Fra le pitture da ricordare L’angelo del Dolore, Aurora Italica, la Calabrese, la Matelda, il Plenilunio, la Pace, la Preghiera.
Illustrò gli «Amori degli Angioli» dal poema inglese di Thomas Moore.
Sue opere si trovano in vari musei (nella Pinacoteca di Dresda la Faunetta che allatta; nella Galleria d’Arte Moderna di Roma La figlia Luisa, 1928; nella Provincia di Catanzaro una Maternità in gesso; agli Uffizi di Firenze un Autoritratto, carboncino, 1890) e in grandi collezioni private. 
Piero Bargellini scrisse che Vincenzo Jerace fu in qualche maniera il corrispondente in scultura del Palizzi pittore. Fu socio onorario dell’Istituto di Belle Arti di Napoli e socio corrispondente della Secessione di Monaco di Baviera. Assunse anche la direzione dell’Istituto Magistrale «Suor Orsola Benincasa» di Napoli, portandovi una ventata di freschezza facendo disegnare dal vero le oltre quattrocento allieve. Pubblicò un volume di critica, «La donna nelle opere di Michelangelo», Giannini editore in Napoli 1892.
Morì a Roma quando aveva 85 anni. (Enzo Le Pera) © ICSAIC

Nota bibliografica

  • Thieme-Becker-Vollmer, Allgemeines Lexikon der Bildenden Künstler des XX. Jahrhunderts, 1907-1950, XVIII, 1925, p. 526;
  • Agostino Mario Comanducci, Dizionario illustrato dei pittori, disegnatori e incisori italiani moderni e contemporanei, Patuzzi, Milano 1945 e successive edizioni;
  • Raffaele De Grada, Radiolari. Vita e opera di Vincenzo Jerace, Mazzotta Milano 1983;
  • Elettrio Corda, Dall’Aspromonte all’Ortobene: le molteplici attività artistiche di Vincenzo Jerace, tip. Solinas. Nuoro 1993; 
  • Alfonso Panzetta, Dizionario degli scultori dell’Ottocento e del Primo Novecento, Allemandi, Torino 1994;
  • La pittura Napoletana dell’Ottocento, Pironti, Napoli 1996;
  • Vincenzo Cataldo, Lo scultore Vincenzo Jerace e il monumento ai cinque martiri di Gerace, Gerace 2001;
  • Carolina Brook, Jerace, Vincenzo, Dizionario Biografico degli Italiani, Vol. 62, Roma 2004;
  • Enzo Le Pera, Enciclopedia dell’arte di Calabria, Ottocento e Novecento, Rubbettimo, Soveria Mannelli 2008.
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