Levato, Giuditta

Giuditta Levato [Calabricata (Catanzaro), 18 agosto 1915 –  28 novembre 1946]

Contadina di origine, figlia di Rosa e Salvatore, nacque a Calabricata, all’epoca nel comune di Albi, oggi nel comune di Sellia Marina. A ventun anni sposò Pietro Scumaci, ma presto dovette provvedere da sola alla famiglia, poiché il marito fu chiamato alle armi. Giuditta coltivava i campi e raccoglieva il grano, così da assicurare il pane ai suoi due piccoli figli. Finita la guerra, il marito rientrò sano e salvo ma per la loro condizione di contadini sfruttati dalla borghesia agraria avida e violenta, erano costretti a vivere, come la gran parte dei loro compaesani, nella più grave povertà, in una casa povera e malsana, nella promiscuità di persone e animali.  Tale condizione le fece  maturare il desiderio di liberarsi definitivamente del sopruso e di tutte le umiliazioni subite. 
La spinta a intraprendere un piano di lotta per la rivendicazione delle terre è riposta sulla fiducia collettiva di dare corso alle disposizioni contenute nel nuovo decreto Gullo, tendente a stabilire l’uguaglianza e il diritto alla terra a tutti i contadini. Giuditta non aveva studiato, ma questo non le impediva di esprimere le sue idee di giustizia e di libertà, e con tanto ardore, tanto da mettersi a capo di un movimento di donne e di uomini. Si iscrisse al Partito comunista, e il suo impegno e la sua passione consentirono l’apertura di una sezione del partito in paese, della cooperativa e della Lega dei contadini.
La mattina del 28 novembre 1946, Giuditta e tutti i suoi compagni della cooperativa si muovono verso i campi avuti in concessione e che presto avevano cominciato a coltivare. Grazie alla legge Gullo, alla cooperativa era stata terra incolta nel latifondo crotonese.
Il barone Pietro Mazza, latifondista, non disposto a concedere la terra incolta, è lì ad attenderli, con tutta la sua brigata di campieri, per riprendersi la parte del latifondo che gli era stata sottratta per legge. Ordina che una mandria di buoi pascoli nei campi seminati per impedirne la coltivazione. Scoppia subito la reazione degli occupanti. Alcune donne della cooperativa, in testa Giuditta, si avvicinano e cercano di opporre resistenza, nel tentativo di allontanare i buoi dai campi appena seminati. Un mandriano del barone apre il fuoco e colpisce Giuditta all’addome, al settimo mese di gravidanza. Cade a terra, esangue, la portano prima a casa, poi in ospedale. Qui, al sindacalista e dirigente del Partito comunista, futuro senatore, Pasquale Poerio, che le sta al capezzale, lascia le sue ultime parole: «Compagno, dillo, dillo a tutti i capi, e agli altri compagni che io sono morta per loro, che io sono morta per tutti. Ho tutto dato io alla nostra causa, per i contadini, per la nostra idea; ho dato me stessa, la mia giovinezza; ho sacrificato la mia felicità di giovane sposa e di giovane mamma. Ai miei figli, essi sono piccoli e non capiscono ancora , dirai che sono partita per un lungo viaggio, ma ritornerò certamente, sicuramente. A mio padre, a mia madre, ai miei fratelli, alle mie sorelle, dirai che non voglio che mi piangano, voglio che combattano, combattano con me, più di me per vendicarmi. A mio marito dirai che l’ho amato, e perciò muoio perché volevo un libero cittadino e non un reduce umiliato e offeso da quegli stessi agrari per cui hai tanto combattuto e sofferto. Ma tu, o compagno, vai al mio paesello e ai miei contadini, ai compagni, dì che tornerò al villaggio nel giorno in cui suoneranno le campane a stormo in tutta la vallata».
Giuditta morì all’età di trentun anni, dopo tre giorni di agonia, insieme al nascituro che aveva in grembo.
Fu  la prima vittima della lotta contro la repressione agraria in Calabria, prima di Isabella Carvelli e Francesco Mascaro, a Petilia Policastro, nel 1947, e di Angelina Mauro, Francesco Nigro e Giovanni Zito aMelissa, nel 1949.
Il Consiglio regionale della Calabria, nel dicembre ha intitolato a Giuditta Levato la sala conferenze del Palazzo Campanella. Anche la sala conferenze del Museo storico militare diCatanzaro porta il suo nome.Strade col suo nome sono state intitolate in Calabria e in altre regioni. La cantastorie Francesca Prestia ha scritto e musicato la ballata intitolata «Bella Giuditta». (Teresa Grano) © ICSAIC 2019

Nota bibliografica

  • Alfonsina Bellio, Giuditta Levato. Il silenzio, la lotta, il riscatto, «Rivista calabrese di storia del ’900», 1-2, 2008;
  • Rosina Donatella Cosco, Odonimia imperfetta. Ma dove sono finite le donne? Esistono tante Giuditta Levato!, «Calabria letteraria», 7-12 (lug.-dic.), 2008, pp. 66-67;
  • Ciccio Caruso, La giurlanda, Città del sole, Reggio Calabria 2009;
  • Lina Furfaro, Giuditta Levato. La contadina di Calabricata, Falco Editore, Cosenza 2013;
  • Claudio Cavaliere, Bruno Gemelli, Romano Pitaro, L’ape furibonda, Rubbettino Editore, Soveria Mannelli 2018.
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