Marra, Saverio

Saverio Marra [San Giovanni in Fiore (Cosenza), 10 settembre 1894 – 17 ottobre 1978]

Primogenito di cinque figli (i fratelli si chiamavano Salvatore, Giovanni, Fiorina e Maria Vincenza) nacque da Francesco, fattore agricolo, e Clarice Urso. Autodidatta, si appassionò da giovane all’arte fotografica, pur lavorando nell’agricoltura e nelle riparazioni meccaniche. Nel 1912, all’età di 18 anni, venne cooptato dal Genio Militare per la realizzazione di opere pubbliche in Libia, dove ebbe frequentazioni con tecnici esperti di fotografia. Al rientro in Italia venne assegnato al 71° Reggimento di Fanteria di stanza a Venezia, e poi al Servizio Sanitario Militare, dove venne notato dal suo capitano medico, Raffaele Caputo, che condivideva la sua stessa passione. Durante quel periodo iniziò la sua attività documentaristica, raccontando attraverso l’obiettivo operazioni militari, ma anche feriti, degenti, morti, fasi degli interventi chirurgici negli ospedali da campo, attività che fu propedeutica alla realizzazione, anni dopo, di una «storia fotografica» della Calabria del primo Novecento, in particolare dell’area silana, un corpus documentario di grande spessore artistico, storico e antropologico.
Terminata la Grande Guerra, nel 1919 rientrò in Calabria e andò a lavorare presso l’azienda agricola dei baroni Barracco, latifondisti napoletani, della quale il padre, era fattore, e dove aveva lavorato anche il suo omonimo nonno paterno. Con i guadagni del lavoro acquistò una macchina fotografica all’avanguardia rispetto a quelle prima utilizzate, una Zeiss di fabbricazione tedesca, dotata di soffietto allungabile e treppiede, e aprì una bottega di carpentiere nel centro di San Giovanni in Fiore e una sala per foto-ritratti e fototessere.
Dopo il matrimonio con Maria Piccolo (dalla quale ebbe tre figli: Ida, Donato e Giuseppe), nel 1920, andò a vivere presso il suocero, nel rione Costa, nei cui pressi trasferì le sue attività. L’attività di carpentiere e di meccanico, legata all’agricoltura, divenne secondaria, mentre quella di fotografo (era divenuta obbligatoria l’apposizione della foto sul documento di identità) lo impegnò molto e gli procurò buoni ritorni economici. Oltre alle fototessere e ai foto-ritratti si dedicò alla documentazione dei paesaggi silani e del Marchesato crotonese, e della vita sociale, immortalando fiere, matrimoni, feste patronali e rurali, manifestazioni di vario genere. Autodidatta, ma perfezionista, si abbonò alla rivista «Il Progresso Fotografico» e ad altre pubblicazioni per migliorare le tecniche di ripresa e stampa, investendo su attrezzature sempre migliori. Animato da più interessi (aveva venduto, ma con scarsa fortuna, anche radio e motociclette), si dedicò sempre di più all’agricoltura impiantando colture sperimentali e allevamenti innovativi di api, dimostrando sempre poliedricità, capacità di adattamento e propensione alle novità apportatrici di progresso.
In circa 40 anni di attività è stato testimone, assieme agli obiettivi delle sue macchine fotografiche, dei cambiamenti sociali e della storia dei suoi luoghi.
In gioventù non si interessò di politica ma dopo la marcia su Roma si dichiarò apertamente antifascista. Fu oggetto di attenzioni da parte degli esponenti locali del regime anche perché il suo studio era divenuto un ritrovo di militanti loro avversi: subì diverse perquisizioni nei locali da parte degli squadristi in cerca di materiale clandestino di propaganda contraria e venne più volte diffidato. Peraltro, gli fu imposto dai gerarchi del territorio di documentare comizi, manifestazioni di propaganda, celebrazioni, al fine di evitare rappresaglie nei confronti suoi e dei familiari. Un’esperienza, questa, che lo segnò molto e che lo indusse gradualmente a chiudere quella attività, anche a causa di problemi agli occhi.
Smise di lavorare intorno al 1950, ritirandosi in campagna per dedicarsi all’agricoltura, ma custodì circa 2.500 reperti (6.000, secondo alcune fonti), tra lastre fotografiche di marca Cappelli e pellicole di celluloide, catalogando e riclassificando in modo certosino i lavori eseguiti. Un patrimonio di indiscusso valore storico e artistico che rappresenta fedelmente, nella “poesia” dei contrasti in bianco e nero, ritraendo la quotidianità e gli “ultimi”, il concetto di “fotografia sociale”. Patrimonio che è stato ritrovato intatto dopo la sua scomparsa dal fotografo Mario Iaquinta, anch’egli sangiovannese. La «lastroteca Marra», di notevole rilevanza, costituisce, sia pur parzialmente rispetto all’entità del materiale, una sezione dedicata tra i reperti presenti nel «Museo demologico dell’economia, del lavoro e della storia sociale silana», come evidenziato dal dott. Pietro Mario Marra, nipote e già dirigente dello stesso museo, sito a San Giovanni in Fiore all’interno dell’Abbazia Florense, dove «il passato, anche se fatto di miseria» – come scrive Saverio Basile – «non va esorcizzato, perché parte della nostra identità». Gli eredi di Marra hanno ceduto al Comune silano il materiale rinvenuto da Iaquinta (denominato «Fondo fotografico Saverio Marra»), che è stato analizzato, codificato e selezionato da un gruppo di studiosi coordinato dal prof. Francesco Faeta, docente di antropologia culturale e visiva presso l’Università di Messina e direttore della Scuola di etnografia visiva presso l’Istituto superiore di fotografia e comunicazione integrata di Roma. Iaquinta nel 1980 avviò la sistematica riproduzione delle lastre di Saverio Marra, fornendo preziosi contributi per le attività coordinate dal prof. Faeta, da Donato e Pietro Mario Marra, rispettivamente figlio e nipote di Saverio, che vennero sintetizzate nel volume Saverio Marra fotografo: immagini del mondo popolare silano nei primi decenni del secolo e nel video a uso didattico dal titolo La stanza della memoria.
Il corpus fotografico di Marra ha assunto una valenza e una dimensione particolare perché costituisce uno spaccato della prima metà del Novecento della realtà sangiovannese e silana, una cartina di tornasole dei momenti importanti di comunità arretrate ma legate a valori autentici tra i quali spiccano quelli della famiglia, del mantenimento dei contatti con gli emigrati (San Giovanni in Fiore ha sempre avuto una forte incidenza migratoria), il rapporto con la morte. Non solo matrimoni, ricorrenze varie, adunate politiche, i cantieri dei bacini idroelettrici,  foto di famiglia da inviare oltre oceano, ma anche foto post mortem per testimoniare la continuità della presenza dei defunti tra i propri cari (con la bara in posizione verticale anche per via di obiettivi scarsamente duttili) in una visione decisamente più antropologica rispetto agli scatti con i quali in gioventù immortalava i feriti negli ospedali da campo, la morte come avvenimento normale nella storia degli esseri umani.
Per Marra la fotografia è stata mezzo di costruzione e conservazione della memoria, rituale contatto tra i componenti della società dell’epoca, oltre lo spazio e il tempo. È stato un fotografo libero, anticonformista, estroverso, di rara sensibilità: i suoi lavori denotano tecniche raffinate con risultati di elevata qualità, tenuto conto dei mezzi con i quali sono stati eseguiti. Di sicuro, l’espressione più alta dell’arte fotografica in Calabria, divulgatore ante litteram in chiave antropologica dell’etnografia audiovisiva.
Le sue opere sono state esposte in tutta Italia e la Fondazione Alinari per la fotografia, la più nota nel settore della «comunicazione della memoria», ha pubblicato un pregevole volume con una selezione (60 opere) di suoi ritratti. Due le mostre ufficiali dedicate a Marra, la prima nel 1983 a San Giovanni in Fiore, l’altra, nel 1984, presso il museo Palazzo Braschi a Roma. 
Ritiratosi da tempo in campagna, riprese in mano la macchina fotografica solo in occasione di importanti eventi familiari. Morì a San Giovanni in Fiore, dove è sepolto, all’età di 84 anni. Il Comune ha intitolato all’artista una via della cittadina. (Letterio Licordari) © ICSAIC 2021 – 08 

Nota bibliografica

  • Saverio Basile, San Giovanni in Fiore nelle lastre di Saverio Marra, «Calabria sconosciuta», I, 1, 1978;
  • Francesco Faeta (a cura di), Saverio Marra fotografo: immagini del mondo popolare silano nei primi decenni del secolo, Casa editrice Electa, Milano 1984;
  • Mario Iaquinta, Il volto di un paese antico, Grafica Florens, San Giovanni in Fiore 1996;
  • Pietro Mario Marra e Mariolina Bitonti, San Giovanni in Fiore – storia – arte – cultura, Tipografie Grafiche Zaccara, San Giovanni in Fiore 2005;
  • Le fotostorie – La famiglia in posa, «Patria Indipendente», 25 giugno 2006;
  • Francesco Faeta (a cura di), Gente di San Giovanni in Fiore. Sessanta ritratti di Saverio Marra, Ediz. bilingue italiana e inglese, Alinari Idea, Firenze 2007;
  • Emilio Arnone, Lo specchio di carta. Marra/Emilio Arnone fotografie 1929-2009, Edizioni Librare, San Giovanni in Fiore 2009;
  • Saverio Basile, Leggende Silane, Ediz. Teomedia, Cosenza 2011;
  • Saverio Basile, Lampi di memoria, «Il Nuovo Corriere della Sila», 15 febbraio 2012;
  • Sergio Straface, Il fondo fotografico Saverio Marra presso il Museo Demologico, «www.sergiostraface.it», 25 novembre 2016;
  • Saverio Marra: la fotografia come testimonianza storica, «Calabriafoto», 12 giugno 2019.

Nota

  • Si ringrazia l’avv. Filomena Bafaro, Ufficiale dello Stato Civile del Comune di San Giovanni in Fiore, per la preziosa collaborazione.
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