Martino, Antonino

Antonino Martino [Galatro (Reggio Calabria), 8 giugno 1818-17 marzo 1884]

Figlio di Domenico, agiato bracciante, e di Francesca Sorrentino, filatrice, fu avviato agli studi dallo stesso genitore, inizialmente presso lo zio materno, don Nicola Sorrentino, un prete affiliato alla Carboneria, e, in seguito, presso altri due sacerdoti, don Andrea Alvaro e il suo omonimo nipote, anch’essi animati da ideali liberali. Inoltre, il Martino entrò ben presto in contatto con altri preti galatresi della stessa corrente politica: don Michelangelo Albanese, don Giuseppe Carlino Fazio, don Giuseppe Galloro e don Bruno Macrì i quali costituirono per il giovane chierico «una vera e propria palestra di studi e di cospirazione politica», come ha affermato Umberto Di Stilo. Perfezionata la formazione nel Seminario Vescovile di Mileto, fu ordinato sacerdote il 24 settembre 1842 da mons. Vincenzo Maria Armentano. 
Subito sceso nell’agone politico in difesa della libertà e della verità, già il 5 giugno del 1849, l’abate Martino, dopo essere stato denunciato per detenzione abusiva di armi, fu costretto alla latitanza perché condannato a quattro anni di reclusione per aver cospirato contro il Governo borbonico, incitando il popolo alla ribellione. Fu arrestato il 13 febbraio successivo ma riuscì a fuggire dal carcere di Cinquefrondi, liberando anche i suoi compagni di prigionia e iniziando una serie di rocambolesche fughe ed evasioni, basti pensare che si fece costruire nella sua casa un caminetto mobile che fungeva da nascondiglio. 
Durante una delle diverse relegazioni nella prigione cinquefrondese, compose l’Indirizzo a Ferdinando II, nel quale stigmatizzò le effimere riforme attuate in senso liberale dal Borbone e denunciò la decadenza di una monarchia: «Regna il vizio in trono assiso/l’innocente è bersagliato;/o tiranno, guarda al fine/guarda i danni e le rovine». Quindi, dopo altri mesi di latitanza, venne nuovamente arrestato, il 17 luglio 1850, per tornare ad evadere poco tempo dopo, grazie ad una lima con la quale riuscì a segare le sbarre della sua gattabuia. 
Nel 1851 compose la Pasquinata sul concorso indetto dal vescovo Filippo Mincione per un canonicato della chiesa di Cinquefrondi, un testo carico d’ironia e un attacco fermo al clientelismo: «Non vitti nudhu mari senza scogghi/nè Curia viscuvili senza mbrogghi» e ancora più amara è la conclusione: «Giustizia di lu celu s’affacciau,/dezzi n’occhiata e poi scappau, periu». 
In seguito, un’amnistia concessa per la nascita della principessa Maria Luisa salvò il Martino da una nuova condanna ma non riuscì a evitargli il confino nel Convento francescano di Laureana di Borrello. Qualche tempo dopo, passò a San Ferdinando come economo della chiesa patronale dei marchesi Nunziante e maestro dei figli del popolo dal 1854 al 1859. In quest’anno, fu nominato cappellano della chiesa ricettizia di San Pietro di Caridà di cui divenne l’arciprete nel 1874. 
Nel 1860 scrisse La stessa Calabria a sua madre l’Italia, un atto di fede nella causa unitaria e un invito alla concordia di pensiero e di azione: «Strazzata non si’ cchiù, si’ tutta ed una» mentre nel dicembre del 1866 venne l’ora del suo capolavoro, il celebre Paternoster dei liberali calabresi a Vittorio Emanuele II, un disilluso grido di denuncia dei soprusi compiuti dai nuovi governanti, uno sfogo di vera delusione occasionato dalla spregiudicata tassazione imposta dai Piemontesi e un preoccupato campanello d’allarme per il divario che si andava inesorabilmente creando tra Nord e Sud d’Italia: «Lu pani ndi strapparu di li mani/lu pani nostru, o patri, e mo languimu» dove il poeta lapidariamente conclude: «Ca di la furca passammu a lu palu,/sed libera nos a malo». 
L’anno dopo compose Il testamento di nostra madre, un’ulteriore espressione di delusione e amarezza: «Eu moru, figghi cari, vui scusati/si st’unità fu nu veru San Carlinu:/campati di mò nsupra pezziati,/ma d’ogni pezzu fati un San Marinu» e, sulla stessa linea, scrisse L’agonia d’Italia: «Vi benedicu, o figghi, e terra e mari,/ma megghiu era pe bui non fussi nata». 
Quindi, ricordiamo La preghiera del calabrese al Padre eterno contro i Piemontesi, composta nel 1874, a Unità ormai ultimata, un vero e proprio bilancio di un’epoca e un’impietosa ma reale lettura della nuova situazione politica e sociale: «Diciasett’anni sugnu chi ciangimu:/ lu pani cu li gralimi ammogghiamu». 
Infine, degne di nota sono, tra gli altri numerosi componimenti, le Poesie sacre, espressione dell’animo cristiano e dell’afflato spirituale dell’abate Martino, testimonianza della sua intima pietà, della sua fiducia nell’amore misericordioso di Dio e della sua devozione per la Vergine Maria senza, però, dimenticare l’interessante Scuola morale dei Fanciulli, una raccolta di Brevi conferenze morali-politico-religiose-economiche tratte dalle Divine Scritture, destinate dal sacerdote galatrese ad uso dei suoi nipoti, espressione di un altro aspetto della biografia dell’abate: la sua passione per l’insegnamento e l’istruzione dei più piccoli. 
L’intensa esistenza terrena di Antonino Martino si concluse, il 17 marzo 1884, a Galatro. Qui l’agonizzante arciprete volle essere portato in barella da Caridà per esalare l’ultimo respiro là dove era nato. Egli seppe cantare, col dialetto della sua gente e l’ispirazione dell’umile Musa del Metramo, fiume che bagna il suo paese natale, le speranze e i dolori di un popolo che, pur in apparenza redento, rimase, come cantò Mameli nel suo Inno, «calpesto e deriso». (Letterio Festa) © ICSAIC

Opere

  • Antonino Martino, Di la furca a lu paluSatire politiche e di costume in Lingua calabra. Testo completo di tutti gli scritti de la “Musa del Metramo”, a cura di Piero Ocello, Edizioni del Centro Italiano Pedagogico Sociale, Roma 1984.
  • Antonino Martino, Poesie politiche di un liberale deluso 1851-1883, a cura di Giuseppe Antonio Martino, Qualecultura, Vibo Valentia 2014.

Nota bibliografica

  • Umberto Di Stilo, Un prete patriota calabrese, «Gazzetta del Sud», 18 marzo 1984.
  • Ferdinando Castelli, Antonino Martino prete e patriota, «L’Osservatore Romano», 29 aprile 1984.
  • Pietro Borzomati, Con l’arma del dialetto, «L’Osservatore Romano», 29 giugno 1984.
  • Giuseppe Antonio Martino, Il contributo dei versi dell’abate Antonino Martino da Galatro al riesame delle vicende storiche che hanno caratterizzato l’unificazione nazionale, «Calabria Sconosciuta», XXXVII, 143-144, 2014, pp. 43-44.
  • Nino Cannatà, Un vinto del Risorgimento: l’abate Antonino Martino, «L’alba della Piana», VIII, 1, 2016, pp. 30.
  • Luigi Aliquò Lenzi-Filippo Aliquò Taverriti, Gli scrittori calabresi. Dizionario bio-bibliografico, Corriere di Reggio, Reggio Calabria 1955, 2ª ed., vol. IV, pp. 93-95.
  • Filippo Ramondino, Il Clero della Diocesi di Mileto. Dizionario bio-bibliografico, Qualecultura, Vibo Valentia 2007, pp. 141-142.

Riferimenti archivistici

  • Archivio Comune di Galatro, Stato Civile, Registro dei nati, a. 1818, p. 38; Registro dei morti, a. 1884, f. 13.
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