Marvasi, Diomede

Diomede Marvasi (Cittanova (Reggio Calabria) 13 agosto 1827 – Castellamare di Stabia (Napoli) 18 ottobre 1875)

Quartogenito di dodici figli, di cui 5 maschi e sette femmine, nacque a Casalnuovo – oggi Cittanova – da Tommaso, notaio, e da Girolama Guzzo, entrambi appartenenti a facoltose famiglie del luogo. Il cognome originario era “Marvaso” e, in tempi più remoti, “Malvaso”; sarà lo stesso Diomede, a Napoli, a sostituire quella “o” finale con una “i”. La famiglia fu sempre politicamente orientata verso idee liberali e massoniche e il nonno Francescoantonio prese parte alla rivoluzione del 1799 e ai moti del 1820, mentre il padre fu carbonaro, massone iscritto alla Loggia di Monteleone, fiero oppositore dei Borboni, più volte incarcerato con l’accusa di cospirazione contro lo Stato. 
Il giovane Diomede studiò nel Real Collegio di Monteleone (oggi Vibo Valentia) e nel 1844 si trasferì a Napoli per intraprendere gli studi giuridici. Qui frequentò dapprima la Scuola del Puoti e poi quella del De Sanctis, del quale divenne amico. La formazione politica familiare lo portò inevitabilmente ad avvicinarsi ai circoli liberali napoletani e a stringere amicizia con A. C. De Meis, Pasquale Villari, Luigi Settembrini, i fratelli Bertrando e Silvio Spaventa, Luigi La Vista e i Poerio. Nel 1847 subì un primo arresto per motivi politici, ma questo non lo fece desistere dal proseguire la sua attività e nel febbraio del 1848, appena rientrato da Firenze, senza esitazione, firmò un Indirizzo ai Borbone, in cui si chiedeva al sovrano di ripristinare la costituzione del 1820. Silvio Spaventa gli affidò le notizie di cronaca de «Il Nazionale», il giornale che aveva fondato con Alessandro Poerio e che annoverava tra i collaboratori anche la principessa Cristina Trivulzio di Belgioioso, con la quale collaborò alla formazione di un Corpo di spedizione di volontari calabresi da inviare in aiuto agli insorti di Milano.
Il 15 maggio 1848 era in prima linea nelle manifestazioni a sostegno del Parlamento napoletano e non si sottrasse agli scontri con i soldati tanto da rimanere ferito da un colpo di baionetta durante i combattimenti in città. Sfuggì alla violenta reazione borbonica che si abbatté sui rivoltosi, rifugiandosi su un vascello francese dal suggestivo nome di “Souvenir” e riparando poi a Malta o, forse, nel suo paese natale. L’anno successivo rientrò a Napoli, fu subito arrestato e tradotto nel carcere della Vicaria. Deferito alla Gran Corte criminale con l’accusa, tra le altre, di essere affiliato alla Giovine Italia, venne assolto per insufficienza di prove. In realtà, fallito un tentativo di evasione, organizzato dai liberali di Casalnuovo, il padre, ricorrendo ad amicizie altolocate e con gran dispendio di denaro, riuscì a guadagnare qualche testimone e a “far involare” le carte più compromettenti. Uscito dal carcere iniziò a svolgere l’attività forense, ma nel 1851 fu di nuovo arrestato con l’accusa di partecipazione a progetti eversivi; riuscì a scamparla ancora una volta, però due anni dopo fu processato e condannato. La sentenza lo descrive come un «esaltato liberale», «testa tra le più riscaldate» e per questo fu condannato all’esilio perpetuo. Imbarcato sul piroscafo francese «Hellespont», che avrebbe dovuto condurlo in America, durante uno scalo a Messina, elusa la vigilanza, si rifugiò su una nave inglese diretta a Malta. Nel settembre del 1853 lasciò Malta e insieme a De Sanctis raggiunsero Torino, dove ritrovarono, oltre a De Meis e a B. Spaventa, un folto gruppo di fuoriusciti napoletani. Non ancora abilitato all’esercizio della professione forense, iniziò a studiare la legislazione piemontese e a frequentare lo studio dello Scialoja. Qui, insieme con Mancini e con G. Pisanelli, cominciò a lavorare a un Commentario del Codice di procedura civile degli Stati sardi, pubblicato a fascicoli a Torino tra il 1855 e il 1858. Nel 1856 la partenza di De Sanctis per Zurigo, dove era stato chiamato a insegnare Letteratura italiana nella locale Università, lasciò gli esuli napoletani molto amareggiati, ma l’amicizia anziché spegnersi si rafforzò attraverso un costante e ricco scambio epistolare. Nel giugno dello stesso anno presentò alla corte di appello di Torino istanza per l’ammissione all’esercizio del patrocinio legale che fu accolta ai primi di gennaio del 1857. Il processo che lo fece conoscere fu quello contro Giuseppe del Re, che aveva scritto un carme in onore di Agesilao Milano, colui che aveva attentato alla vita del re di Napoli, Ferdinando II. La difesa di Diomede fu così appassionata che l’imputato ne uscì assolto. Nel marzo del 1860 gli viene offerta dall’Università di Modena la cattedra di diritto costituzionale, che accettò a malincuore poiché avrebbe preferito l’insegnamento del Diritto Penale, magari a Pisa. Il successo della spedizione garibaldina gli consentì di tornare a Napoli, dove giunse il 6 agosto in compagnia di De Sanctis e De Meis. A ottobre fu nominato giudice della Gran Corte criminale di Santa Maria Capua Vetere con funzione di sostituto procuratore generale; a dicembre ottenne, la carica di direttore (equivalente a sottosegretario) del dicastero di Polizia della Luogotenenza, diventando così diretto collaboratore di Silvio Spaventa che ricopriva la carica di Consigliere, cioè di ministro dell’Interno.
Nel gennaio del 1861, nelle prime elezioni unitarie, fu eletto deputato per il collegio di Cittanova; l’elezione, a seguito di un infuocato dibattito parlamentare, venne annullata per incompatibilità con la carica che ricopriva nel dicastero di Polizia a Napoli. Ripresentò la propria candidatura nello stesso collegio nell’elezione suppletiva, tenutasi nel mese di aprile; nuovamente eletto, per non essere dichiarato decaduto per incompatibilità, lasciò l’incarico.
Nel 1862 sposò la contessa Elisabetta Miceli, vedova Viollard, dalla quale ebbe sei figli. Nel 1863 fu nominato procuratore generale presso il tribunale di Napoli, con il compito di indagare sulle trame e le cospirazioni del Comitato centrale borbonico che, fomentava speranze di restaurazione del passato regime e alimentava il brigantaggio. Nell’esercizio di questo delicato incarico mostrò doti di equilibrio, correttezza e pragmatismo. Pur essendo riuscito a raccogliere le prove del favoreggiamento di Francesco II (in esilio a Roma) nei confronti del brigantaggio, non ritenne opportuno procedere contro di lui e successivamente, si oppose all’arresto di alcuni giornalisti perché ciò avrebbe provocato una seria lesione alla libertà di stampa e di opinione.
Nell’ottobre del 1866, il Senato costituito in Alta Corte di giustizia per giudicare l’ammiraglio Carlo Pellion conte di Persano, gli affidò l’incarico, insieme a Camillo Trombetta e Lorenzo Nelli, di sostenere la pubblica accusa nel processo. A lui fu affidata la requisitoria finale pronunciata nella tornata dell’11 aprile 1867, nel corso della quale non mancò di evidenziare e dimostrare l’imperizia, la negligenza, la disobbedienza di Persano, chiedendo come pena la degradazione e la radiazione dell’ammiraglio dalla Regia Marina. Questa requisitoria, considerata un capolavoro di eloquenza, tradotta in più lingue, divenne famosa a livello europeo.
Nel 1868, promosso consigliere presso la Corte di Cassazione di Napoli, entrò a far parte della commissione per la riforma dei codici. Su sollecitazione di Silvio Spaventa, accettò la candidatura alle elezioni del 1870 nel collegio di Cittanova, ma fu sconfitto nel ballottaggio per soli sei voti.  Nello stesso anno, insieme con alcuni amici, acquistò «La Patria», il giornale che meglio rappresentava la politica dei moderati. Nel 1872, dopo lo scioglimento del Consiglio comunale di Napoli, fu nominato regio commissario straordinario. Nel novembre del 1873 ricevette la nomina a procuratore generale presso la corte d’appello di Napoli e nel marzo del 1874 fu nominato procuratore generale presso la Corte di Cassazione napoletana. Qualche mese dopo, il 15 novembre 1874, giunse la nomina a senatore del Regno. In precarie condizioni di salute per una pericardite, il suo ultimo intervento pubblico fu il discorso di inaugurazione dell’anno giudiziario 1875 a Napoli. Ricoverato in una clinica di Castellammare di Stabia, si spense all’età di 48 anni, con accanto la moglie e il fratello Decio. (Antonio Orlando) © ICSAIC 2020

Opere

  • Scritti (a cura di Francesco De Sanctis ed Elisabetta Miceli), De Angelis Editore, Napoli 1876.

Nota bibliografica

  • Vittorio Visalli, Diomede Marvasi, «L’Antologia calabrese illustrata», I, 1, 1894;
  • Francesco De Sanctis, Lettere da Zurigo a Diomede Marvasi (1856-1860), con prefazione e note di Benedetto Croce, Ricciardi, Napoli 1913;
  • Benedetto Croce, Lettere di Diomede Marvasi, in Ricerche e documenti desanctisiani. Dal carteggio inedito di Francesco De Sanctis, in «Atti dell’Accademia Pontaniana», vol. XLV, 1915; 
  • Vincenzo Morelli, Diomede Marvasi nella vita e nell’ideale, La Fiaccola, Santa Maria Capua Vetere, 1924;
  • Mario Vinciguerra, Lettere di Diomede Marvasi a Silvio Spaventa, «Archivio Storico per la Calabria e la Lucania», VIII, fasc. III-IV, 1938;
  • Mario Vinciguerra, Lettere di Nicola Amore a Diomede Marvasi, «Archivio Storico per la Calabria e la Lucania», IX, fasc. III-IV, 1939;
  • Bruno Barillari, Diomede Marvasi, in Almanacco Calabrese, Roma 1955;
  • Luigi Lenzi Aliquò, Filippo Aliquò Taverriti, Diomede Marvasi, in Gli scrittori calabresi, vol. IV, Il corriere di Reggio Calabria, 1955; 
  • Ugo Arcuri, Diomede Marvasi e la sua requisitoria contro l’ammiraglio Persano, Scilla Editore, Reggio Calabria, 1966;
  • Vincenzo De Cristo, Cittanova memorie glorie (a cura di Arturo Zito de Leonardis), Mit, Cosenza, 1974;
  • Domenico De Giorgio, Ricordo di Diomede Marvasi, «Historica», fasc. I e III, 1976;
  • Id. Diomede Marvasi magistrato, «Historica», fasc. II, 1979;
  • Arturo Zito de Leonardis, Cittanova di Curtuladi, Mit, Cosenza, 1986;
  • Vincenzo Marvasi, Diomede Marvasi. Patriota Scrittore Magistrato, Rubbettino, Soveria Mannelli 2001;
  • Antonio Orlando, Il collegio elettorale del mandamento di Cittanova (1861-1919), in Rocco Lentini (a cura di), Un paese del Sud, Istituto “Ugo Arcuri” per la storia dell’antifascismo in provincia di Reggio Calabria, Villa San Giovanni 2005; 
  • Fiorenza Tarozzi, Diomede Marvasi, in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 71, Roma 2008;
  • Giovanni Russo, Diomede Marvasi. Breve rassegna bio-bibliografica, «L’alba della Piana», luglio 2009;
  • Antonio Orlando, Diomede Marvasi da rivoluzionario a magistrato, in Antonio Orlando, Ernesto Scionti e Ottavio Scrugli (a cura di), 150 anni di storia unitaria. Il contributo della Calabria al processo di unificazione nazionale, Atti, Polistena 2015.
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