Mauro, Domenico

Domenico Mauro [San Demetrio Corone (Cosenza), 17 dicembre 1812 – Firenze, 7 gennaio 1873]

Nacque a San Demetrio Corone, paese albanese della Sila Greca, da Angelo Maria e da Carolina Lopes. I Mauro erano una famiglia facoltosa e di illustri origini. Il padre Angelo era un affiliato alla Carboneria, molto attivo nel territorio delle comunità albanesi della provincia di Cosenza. A otto anni Domenico entrò nel Collegio di Sant’Adriano che, come scrive Gaetano Cingari, «aveva una tradizione rivoluzionaria quale nessuna altra scuola regionale poteva vantare in tutto il Mezzogiorno». Lì Domenico si istruì negli studi di latino e greco e nella lettura di poeti come Dante, Foscolo, Alfieri e Byron. Nel 1831 fu mandato dal padre a studiare filosofia nel Seminario diocesano di Rossano, ma qui trovò un clima completamente diverso, ottuso e bigotto, e oltremodo conservatore, dal quale prestò si allontanò, iscrivendosi all’Università di Napoli ai corsi di laurea in lettere e in giurisprudenza. 
A Napoli aprì una scuola privata gratuita, in cui utilizzava come unico libro di testo la «Divina Commedia», che gli serviva, durante le sue lezioni, come punto di partenza. Il governo borbonico, sospettando che con questa attività d’insegnamento gratuito Mauro, potesse diffondere tra i giovani idee sovversive, lo tenne sempre d’occhio, spiando i suoi movimenti e , a volte, mettendolo in carcere. Mauro poté, comunque, esprimere tutta la sua passione per la politica, la letteratura, il giornalismo, incurante dell’occhiuta polizia borbonica che lo teneva costantemente sotto osservazione. 
Nel 1840 fondò il periodico «Il Viaggiatore», «col fine di riunire attorno a sé quanti calabresi potesse, forniti di mente, di buon volere e di patriottismo per tentare un’insurrezione nella provincia» (Martorelli). Il giornale, che si proponeva «come il manifesto di un gruppo di giovani intellettuali meridionali per il rinnovamento della società nelle sue strutture» (Cassiano), fu soppresso dal governo borbonico al decimo numero. I suoi articoli, considerati antigovernativi e sediziosi dal regime borbonico, gli costarono la condanna e la reclusione, nel 1843, nel carcere di S. Maria Apparente. Nello stesso anno, insieme ad altri ardimentosi giovani italo-albanesi, partì da Napoli per dar vita a un moto rivoluzionario in Calabria, un moto che si concluse nel fallimento e che gli spalancò le porte del carcere di Cosenza prima e di Napoli poi. Il fallimento di quell’impresa «con la scia di morti che si portò con sé, lo scosse in modo particolare poiché coinvolgeva la comunità arbresh cosentina» (Parise). Riacquistata la libertà nel 1844, nel marzo dello stesso anno, si mise alla testa di un altro moto di ribellione: anche questo destinato al fallimento e represso con ferocia. Nel carcere di Cosenza ebbe modo di conoscere i fratelli Bandiera, protagonisti della sventurata iniziativa mazziniana. Nel moto del 1844, così come in quello del 1843, Mauro aveva sperato nell’apporto dei calabresi «ricchi» e quell’apporto non c’era stato, e ne concludeva che «i ricchi in Calabria non valgono nulla» e, dunque, non rimaneva che poggiare ogni speranza di liberazione sul popolo. Tornò in carcere nel 1847 e venne rimesso in libertà nel 1848, all’epoca della concessione dello Statuto. Lo scoppio, in quello stesso anno, dei moti cosentini, lo vide nuovamente in campo, convinto che le campagne avrebbero offerto un esercito contadino, capace di travolgere i Borboni, ma questa rivolta contadina non ci fu ed il moto insurrezionale fallì. Mauro riuscì a sfuggire alla repressione, riparando nell’isola greca di Corfù dove – come riferisce Cingari nel saggio «Romanticismo e democrazia nel Mezzogiorno. Domenico Mauro» – «si era subito impegnato attorno ad un progetto di mobilitazione di albanesi e greci per tentare uno sbarco sulle coste del Napoletano e riaccendere l’insurrezione; e a ciò era spinto sia dalla sua condizione di italo-albanese, che gli consentiva un rapido legame con la popolazione locale, sia dall’isolamento in cui si era venuto a trovare dopo l’esito infelice della rivoluzione in Calabria”. Per avere altri sostegni alla sua causa, si recò anche ad Atene, dove risiedeva una cospicua colonia di emigrati italiani. Ma il 1848 fu anche l’anno in cui «il sogno di poter costruire una monarchia costituzionale sembrava essere a portata di mano» (Parise). Il re Ferdinando II decise di firmare la Costituzione, chiamando gli elettori ad eleggere il primo Parlamento napoletano. Mauro venne eletto deputato con una votazione plebiscitaria. 
Dopo il tradimento del re, il 15 maggio a Napoli vennero innalzate le barricate e si chiese l’instaurazione della Repubblica. Fu allora che Mauro ritornò in Calabria e organizzò un Comitato di salute pubblica per il proseguimento della rivoluzione. Lui stesso fu nominato commissario civile del Distretto di Castrovillari, coadiuvato da Giuseppe Pace e Pier Domenico Damis. Il 30 giugno 1848, al valico di Campotenese, guidò tremila volontari albanesi in uno scontro sfortunato con le truppe borboniche del generale Lanza. Nel maggio del 1849 era a Roma per dare una mano alla difesa della Repubblica. Espulso dalla città alcuni mesi dopo la restaurazione papale, riprese la via dell’esilio e si recò via mare a Genova, dove rimase fino al 1853, anno in cui si trasferì a Torino dove visse, spesso in indigenza, fino al 1860. 
Nel 1860 seguì Garibaldi nell’impresa dei Mille, assieme al fratello Raffaele e al cugino Demetrio Baffa, e gli facilitò l’attraversamento della Calabria e la risalita verso Napoli. Dopo l’Unità d’Italia fu eletto alla Camera dei Deputati dal 1865 al 1870 (IX e X Legislatura), militando tra le file della sinistra, senza segnalarsi per iniziative di rilievo.
Morì a Firenze il 17 gennaio 1873, all’età di 61 anni ed è sepolto nel cimitero di San Miniato al Monte.
Pochi giorni dopo la sua scomparsa, Francesco De Sanctis, durante una lezione del suo corso di letteratura a Napoli, così lo ricordò: «Era un uomo semplice, che non parlava mai di sé, stimava naturali tutte le azioni che il mondo chiama eroiche, quasi egli non sapesse o non potesse fare altrimenti. Non aveva mai creduto che compiere il proprio dovere fosse scala a ricompense». 
San Demetrio Corone, suo paese natale, lo ricorda con una strada a lui intitolata: quella su cui si affaccia il palazzo di famiglia dei Mauro (sulla facciata è stata murata una lapide marmorea con incisa una epigrafe), in cui ha sede dal 1993 il «Centro Studi Risorgimentali Domenico Mauro», che custodisce la Biblioteca privata e l’Archivio dell’illustre famiglia, con documenti che vanno dal 1780 al 1924, catalogati e ordinati nel 2000 su iniziativa dell’Ufficio Centrale per i Beni archivistici, d’intesa con l’Archivio di Stato di Cosenza. 
«Liberale in politica, il Mauro fu romantico in letteratura» (Crupi). Oltre che poeta e commentatore di Dante, fu un valoroso giornalista. Fu redattore del «Globo» (Napoli, 1837), del «Ricoglitore fiorentino» (Napoli, 1841), dell’«Equilibrio» (Napoli, 1841), del «Popolo d’Italia» (1863-65). Dopo la soppressione del suo «Il Viaggiatore», riprese la battaglia per la letteratura romantica su «Il calabrese», fondato e diretto da Saverio Vitari nel 1842 e stroncato dal governo borbonico nel 1848. Per Mauro «la letteratura è la rappresentanza della società» (Crupi). 
La sua opera poetica si compone di un volume di versi scritti in varie epoche e pubblicati nel 1862 a Napoli col titolo Poesie varie, dove domina il tema politico. La sua opera di poesia più nota è rappresentata dal poemetto Errico, stampato prima a Zurigo (1845) e poi a Napoli (1869). L’intento dell’opera è patriottico. Tra le opere poetiche di Mauro, va ricordata anche una tragedia di stampo alfieriano, composta dopo il 1860, Teramene, rimasta inedita e pubblicata nel 1973 (centenario della morte del poeta) dall’editore Pellegrini, a cura di Michele Amato. Di notevole interesse sono, infine, due opere di critica letteraria del Mauro: Allegorie e bellezze della Divina Commedia (Napoli, 1840) e Concetto e forma della Divina Commedia (Napoli, 1862). Da segnalare, ancora, fra le opere di Mauro: Vittorio Emmanuele e Mazzini (Genova, 1851); Degli avvenimenti politici d’Italia. Discorso storico-critico (Genova, 1854). (Franco Liguori) © ICSAIC

Nota bibliografica

  • Luigi Accattatis, Le biografie degli uomini illustri delle Calabrie, Cosenza 1877, pp. 379-385;
  • Francesco Martorelli, I romantici calabresi del secolo XIX. Domenico Mauro, Fabiani, Gerace 1906;
  • Umberto Bosco, Domenico Mauro, in «Enciclopedia Italiana», Istituto Enciclopedia Italiana, Roma 1934;
  • Luigi Aliquò Lenzi, Filippo Aliquò Taverriti, Gli scrittori calabresi-Dizionario bio-bibliografico, vol. II, Editrice «Corriere di Reggio», Reggio Calabria 1955, pp. 191 e sgg.;
  • Gaetano Cingari, Romanticismo e democrazia nel Mezzogiorno: Domenico Mauro, ESI, Napoli 1965
  • Antonio Piromalli, La letteratura calabrese, Guida, Napoli 1977, pp. 138-141
  • Pasquale Tuscano, Calabria, Ed. La Scuola, Brescia 1986, pp. 116-118
  • Attilio Marinari (a cura di), Romanticismo calabrese-Saggi. Grisolia, Marina di Belvedere 1988;
  • Domenico Cassiano, Domenico Mauro, «Il Serratore», I, 1, 1988;
  • Raffaele Sirri, Dal cerchio al centro, Periferia, Cosenza 1989, pp. 9-56;
  • Pasquino Crupi, Storia della letteratura calabrese. Autori e Testi, vol. III (Ottocento), Cosenza 1996, pp. 27-34
  • Pasquino Crupi (a cura di), Domenico Mauro. Errico, novella calabrese, Pellegrini, Cosenza s. d.;
  • Francesco De Sanctis, Il Romanticismo naturale calabrese, Iiriti Editore, Reggio Calabria, 2002;
  • Giuseppe Monsagrati, Mauro, Domenico, in «Dizionario Biografico degli Italiani», vol. 72, Roma 2008;
  • Adriano Mazziotti, Domenico Mauro l’antiborbonico, in «Il Quotidiano», 6 dicembre 2012.
  • Domenico Cassiano, Intellettuali e politici calabro-arbresh nel Risorgimento, Libreria Aurora, Corigliano Calabro 2011, pp. 81-158;
  • Oreste Parise, Un patriota albanese, in «Mezzoeuro», 11 maggio 2013;
  • Domenico Cassiano, Domenico Mauro. Letteratura e rivoluzione, Ed. Libreria Aurora, Corigliano Calabro, 2015;
  • Franco Liguori, Domenico Mauro, il maggiore intellettuale e politico della Calabria albanese dell’Ottocento(recensione al saggio di D. Cassiano ), «Il Nuovo Corriere della Sibaritide», I, 3, 2016, pp. 17-19. 
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