Molè, Elena

Elena Molè (Vibo Valentia, 21 settembre 1926 – Roma, 29 agosto 2009)

Nacque da Enrico, avvocato, giornalista, deputato, costituente e senatore, e da Lucrezia De Francesco, primo preside donna d’Italia, sposata in seconde nozze il 20 dicembre 1925 che dopo Elena gli diede altri due figli, Gabriella e Marcello.
Avviata agli studi classici, si laureò in giurisprudenza.
Sposata con il barone Evellino Marincola di San Floro, ebbe tre figlie: Elisa (1959), Josephine (1967) e Zina (1969).
Si dedicò sin da ragazza alla pratica artistica studiando disegno e scultura con Alessandro Monteleone [Taurianova (Reggio Calabria), 1897-Roma, 1967]. Curò con disegni espressionisti, l’illustrazione del volume del Don Quijote di Alonso Fernández de Avellaneda nella sua traduzione italiana curata da Gilberto Beccari (Firenze, 1952) ma il suo vero debutto artistico con dipinti, disegni e acquarelli avvenne con la mostra personale alla Galleria del Pincio di Roma nel 1954, presentata in catalogo dal critico d’arte Raffaele De Grada. Erano, quelle proposte, opere di una giovane «pittrice, sensibile che lavora con serietà per esprimere chiaramente un suo piccolo mondo poetico popolato di tipi contadini della Calabria (soprattutto donne e bimbi), di quei giovani meridionali che strappano la vita faticosamente con mille mestieri e mille espedienti, lavorando nella bella regione come muratori in città e tornando al paese nel tempo dei raccolti; di donne ormai vecchie e sfinite dopo una vita di lavoro e di stenti; di bimbi già avviati a un duro mestiere e già seri in volto», come scrisse il critico d’arte de «L’Unità», giornale con il quale in quegli anni sembra avere un rapporto diretto, contribuendo anche con la donazione di suoi quadri alla «Mostra dei Satiri» organizzata per la la “Befana” dall’organo comunista.
L’anno dopo venne ammessa alla VII Quadriennale Nazionale d’Arte di Roma e, l’anno seguente, alla XXVIII edizione della Biennale di Venezia con tre opere: Testa di donna, Via Aurelia, Lo studio. Nel novembre 1957 tenne una seconda mostra personale alla Galleria Bergamini di Milano, presentata in catalogo da Renato Guttuso, e nel 1959 partecipò tra gli artisti ammessi alla VIII Quadriennale Nazionale d’Arte di Roma, dove presentò tre dipinti: Paesaggio n. 1, Paesaggio n. 2 e L’Ava.
Alessandro Monteleone la volle come assistente alla sua cattedra di scultura all’Accademia di Belle Arti di Roma, dove rimase anche quando questa passò a Emilio Greco.
Nel 1976 divenne titolare della cattedra di scultura all’Accademia di Belle Arti di Palermo.
In questi anni si dedicò quasi esclusivamente all’insegnamento e alla pratica della scultura e del disegno. Le sculture e i disegni vennero presentati nel 1978 alla personale presso la Galleria del Grifo di Roma. Nel catalogo una breve missiva di Emilio Greco, rende omaggio all’assistente evidenziandone in particolare le doti disegnative: «pensando ai bei disegni che ho visto ultimamente nel suo studio, mentre Alessandro giocava in giardino con le sue bambine, ricordo il suo segno ben costruito, ricco di valori plastici e a volte concitato, e ritrovo in esso una coerenza assoluta con la sua umanità». 
Nello stesso catalogo, in un breve testo di presentazione, racconta della sua arte e della lunga ricerca di quegli anni: «Ho lavorato in silenzio per tanti anni, col piacere di chi ricerca in proprio senza scopi immediati e remote critiche; ma ora sento la necessità di sottoporre al giudizio degli altri quello che ho fatto. Ciò che mi fa esitare di più è l’intuizione che per i miei lavori il giudizio non può essere che o di completa accettazione o di rifiuto. I miei avori sono violenti e vitali, vogliono dire tante cose concrete senza compiacenze edonistiche. Lavoro con passione e senza freni razionali, a tempo pieno, come a tempo pieno vivo e ho vissuto. La mia non è esercitazione accademica o velleitaria esibizione: ho qualche cosa da dire e la dico. Se non seguo avanguardie e sperimentazioni attuali non è per ignoranza – le conosco e talvolta le ammiro – ma per una scelta rigidamente morale mi sono profondamente estranee. Io lavoro come parlo, parlo come penso, rifiuto ogni camuffamento ogni compromesso. Il gesto la materia non mi interessano se non quando diventano forma e forma di un contenuto. Sono fuori del mio tempo? Non so. Vivo quindi sono, quindi penso, quindi esprimo. Non so distrarmi in ricerche formalistiche. Quello che mi urge dentro deve venir fuori nella maniera più immediata possibile per non perdere l’efficacia della verità. Deve nascere come un figlio esce fuori dalla madre, non come la madre lo vorrebbe ma come la madre l’ha fatto, nutrendolo con i suoi più intimi istinti con le sue forze e le sue debolezze inconfessate, col suo sangue. E poiché è, vive la sua vita e non quella che la madre vorrebbe».
Morì a Roma nel 2009 all’età di 83 anni e le figlie, i nipoti, in parenti e gli amici ne ricordarono la grande umanità di madre e artista e la fede incrollabile nei suoi ideali. (Alessandro Russo) © ICSAIC 2020

Nota bibliografica

  • Mostra personale di Elena Molè: 3-12 novembre 1954, presentazione di Raffaele De Grada, Galleria del Pincio, La Tipografica, Roma 1954;
  • D. M., Elena Molè, «L’Unità», 12 novembre 1954;
  • Elena Molè presentata da Renato Guttuso, Galleria Bergamini, Milano 1957;
  • In lunghi elenchi di offerte il cuore del popolo romano, «L’Unità», 3 gennaio 1958;
  • Mostra personale di Elena Molè, Roma 15 maggio-9 giugno 1978, Galleria il Grifo, Roma 1978.

Nota archivistica

·       Archivio Biblioteca Quadriennale (Roma), Fondo documentario artisti contemporanei, Posizioni alfabetiche, Lettera M, Molè Elena.
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