Molè, Enrico

Enrico Molè [Catanzaro , 7 novembre 1889 – Roma, 11 novembre 1963]

Nato da Francesco, avvocato molto noto a Catanzaro, e da Elisa Doria, una nobildonna di origine genovese. Il nonno, suo omonimo, aveva trasferito la famiglia da Polia (ora in provincia di Vibo Valentia) a Catanzaro dove era presidente di quel Tribunale (in seguito fu presidente della Corte d’Appello di Napoli). Frequentò le scuole nella città natale e a soli 16 anni conseguì la maturità al Liceo Classico Galluppi. Nel 1907 si trasferì a Napoli dove conseguì la laurea in Giurisprudenza. È di quel periodo il suo avvicinamento al giornalismo che fu la passione di tutta una vita: a Napoli, infatti, collaborò al periodico satirico «Monsignor Perrelli» e debuttò sulle pagine del «Mattino». Nel 1909, divenne collaboratore di «Vita», un giornale radicale.
A Milano, una tappa importante della sua vita, invece, collaborò a diversi quotidiani. Lì conobbe quella che sarebbe diventa sua moglie, la cantante lirica Josephine Calleja, che sposò a Napoli, poco prima che, dopo Elsa e Franco, nascesse la loro terza figlia, Maria Maddalena, e che morì nel 1920.
Il suo destino non era l’avvocatura che tuttavia esercitò sia a Napoli (dove avrebbe potuto lavorare nello studio di Enrico De Nicola) e a Catanzaro ma il giornalismo e la politica. La sua firma, quindi, apparve su «La Vita» e sull’«Avanti!» e poi su «Il Secolo». In parallelo svolse un’intensa attività politica che lo portò a essere un uomo di punta dei democratici di sinistra per cui nel 1921 si candidò al parlamento e venne eletto deputato nella lista dei socialisti riformisti nel collegio di Catanzaro. Tre anni dopo venne confermato nel collegio Basilicata-Calabria, quando si candidò nella lista di opposizione costituzionale: assieme a Nicola Lombardi fu sostenuto dalla massoneria di Palazzo Giustiniani.
Il 1924 fu un anno importante nella vita di Molè: nel corso della campagna elettorale, a Monteleone (l’odierna Vibo Valentia) conobbe Lucrezia De Francesco, primo preside donna in Italia, che sposa il 20 dicembre dell’anno dopo in seconde nozze e che le diede altri tre figli,  Elena, Gabriella e Marcello. Sempre nel 1924 divenne collaboratore del quotidiano «L’Ora» di Palermo e quindi redattore capo del quotidiano di Giovanni Amendola, il «Mondo» di Roma e fu tra i fondatori dell’Unione nazionale democratica di Amendola. Dopo il delitto Matteotti fu uno dei cinque segretari parlamentari tra i deputati aventiniani. Si dimise anche da consigliere provinciale di Catanzaro, dove rappresentava il mandamento di Borgia, perché il consiglio non volle approvare un ordine del giorno nel quale si denunciava l’omicidio del leader socialista e si facevano voti per un ritorno alle libertà garantite dallo Statuto.
Instauratasi la dittatura mussoliniana, fu dichiarato decaduto dalla carica parlamentare, radiato dall’Ordine dei Giornalisti e tenuto sotto osservazione della polizia. Dopo il 1926, fu costretto a ritirarsi in Calabria. Entrò, allora, nello studio del padre ed esercitò la professione di avvocato, «specialista in difese criminali», e in pari tempo «civilista abile». 
Rientrò a Roma durante la guerra e già nel 1942 riprese i contatti con l’antifascismo clandestino e dopo la liberazione di Roma nel 1944, abbandonò nuovamente l’attività di avvocato e tornò alla politica e al giornalismo: sembrava destinato alla direzione del «Messaggero». Tra i fondatori della Democrazia del Lavoro (Dl), partito di ispirazione democratico-progressista e radicalsocialista che il 13 giugno 1944 assunse il nome di Partito Democratico del Lavoro (Pdl), in quota Pdl, fu uno dei componenti del Comitato di Liberazione Nazionale. Sempre in rappresentanza di tale partito fu nominato sottosegretario all’Interno nel secondo governo Bonomi, Ministro dell’Alimentazione nel successivo governo Parri (giugno-dicembre 1945) e, ancora, Ministro alla Pubblica Istruzione nel primo governo De Gasperi (10 dicembre 1945 – 1 luglio 1946). 
Nel giugno 1946 si candidò alla Costituente nella circoscrizione di Catanzaro e fu eletto con oltre 22 mila preferenze. Dal 12 luglio 1946 divenne capogruppo della Democrazia del Lavoro. Convinto che «solo la Repubblica può dare all’Italia concordia ordine e pace», alla Costituente intervenne più volte sia in commissione sia in aula, in particolare sulla definizione dell’art. 1 e votò contro l’art. 7 sui rapporti tra Stato e Chiesa. Con il varo della Costituzione divenne senatore di diritto in quanto era stato dichiarato decaduto dal fascismo nella seduta della Camera il 9 novembre 1926 ed era stato deputato alla Costituente.
In disaccordo con Meuccio Ruini lasciò il Partito del Lavoro, che in breve tempo bruciò i consensi ottenuti, e aderì al Fronte Popolare. Nel 1948 si riavvicinò ai socialisti democratici. Continuò allora la propria attività politica lontano dalla Calabria. Nel 1952, da vice presidente del Senato, fu candidato al Campidoglio nella Lista Cittadina appoggiata dal Pci. Nel 1953 fu rieletto senatore nel collegio di Parma come candidato unico dei partiti di sinistra e il  25 maggio 1958 nel IV collegio di Roma come indipendente nella lista del PCI. Fu vice presidente del Senato e presidente del gruppo parlamentare degli Indipendenti di sinistra.
Ebbe un’intensa attività parlamentare, con una particolare attenzione alla Calabria e al Mezzogiorno. Membro autorevole dell’Accademia dei Lincei.  Nel 1963, si ritirò a vita privata, ma il 2 ottobre dello stesso anno, il Parlamento, in seduta comune, lo elesse al Consiglio Superiore della Magistratura (fu presidente della commissione per gli incarichi direttivi).
L’incarico durò pochissimo. Si ammalò e morì durante un ricovero al Policlinico Umberto I all’età di 74 anni. Non ebbe funerali religiosi in quanto il Vicariato di Roma li vietò. Fu sepolto al cimitero del Verano.
Il 22 gennaio 1964 fu commemorato a Palazzo Madama e definito «fiero difensore delle libertà democratiche, sempre a fianco dei lavoratori». Intervennero i senatori Secchia, Cingolani, Roda, Morabito, Barbaro, Bergamasco, Schietroma e Taviani e il vice presidente del Senato Zelioli Lanzini. (Pantaleone Sergi) © ICSAIC

Nota bibliografica e sitografica

  • Ricordo di Enrico Molè. Commemorazione al Senato della Repubblica, 22 gennaio 1964, Aziende tipografiche eredi Bardi, Roma 1964;
  • Ferdinando Cordova, Il fascismo nel Mezzogiorno: le Calabrie, Rubbettino, Soveria Mannelli 2003, ad indicem;
  • Mario Casalinuovo, Socialisti d’Italia e di Calabria (1919-1994), Abramo, Catanzaro 2007;
  • Andrea Di Stefano, Molè, Enrico, in Dizionario biografico degli italiani, vol. 75, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, Roma 2011 (URL consultato il 30 agosto 2019);
  • Vincenzo Ruperto, Enrico Molè. Un democratico calabrese tra i  protagonisti del ’900 italiano, http://www.francavillaangitola.com/storia/enrico%20mule%27.htm (URL consultato il 30 agosto 2019). 
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