Murizzi, Gemma

Gemma Murizzi [Gioiosa Jonica (Reggio Calabria), 27 gennaio 1896 – 17 novembre 1966]

Nata da Letizia Rodinò e Rocco Murizzi, terza dei quattro figli sopravvissuti della coppia, è artista squisita, voce non secondaria della scultura calabrese. Proveniente da Tresilico, il padre Rocco fu scultore di ascendenza napoletana giunto a Gioiosa Jonica alla fine dell’Ottocento chiamato dalla Banda Municipale per restaurare la statua della Madonna del Carmine della Matrice.
Le sue sculture, statue lignee e di cartapesta, originali e colorate tramandano i volti dei popolani, a testimoniare l’animo del luogo e alimentare una sincera fede popolare. Nota come Donna Gemma, alla scultura ha unito la passione per la pittura e la fotografia “al magnesio”, subentrando, alla morte prematura del fratello Nicola, pittore, scultore e fotografo, nel suo laboratorio (Artistico studio fotografico). Al pari di molte donne calabresi della sua generazione, come di quella successiva, Gemma non frequenta alcuna scuola, imparando a leggere e scrivere da autodidatta, aiutata dal fratello Nicola; men che meno ha accesso alla formazione artistica regolare frequentando le Accademie ma si forma in ambito familiare, erede dell’arte paterna. Dal matrimonio contratto all’età di 23 anni con Giovanni Incorpora – la perdita di un occhio lo rende invalido di guerra – prima impiegato nelle Ferrovie Calabro-Lucane e poi nelle Poste, nascono cinque figli: Gaudio, Rosa, Fulgida, Aurora e Salvatore, noto artista attivo in Sicilia che «fu personalità poliedrica sia nei generi che nell’uso dei materiali e che al pari della madre si misurò, fra l’altro, col tema dei presepi colorati – un esemplare è presente nel Museo mondiale di Strasburgo –, baroccheggianti, «vere scatole magiche» (De Fazio 2020).
La morte del padre, di Nicola e la Grande Guerra, indeboliscono le condizioni della famiglia, portando Gemma a proseguire l’opera dei congiunti e procurare di che vivere con le risorse del proprio mestiere. Che, iniziato sin da giovanissima collaborando col padre, dura circa sessant’anni durante i quali modella con la creta migliaia di pezzi d’arte sacra e profana. Alti dai 10 fino ai 30-40 centimetri trasgredendo la consuetudine che li vuole di piccolo formato, per i pastori la scultrice cerca ispirazione nel ristretto mondo che la circonda: le donne gioiosane con i coloratissimi costumi, i pastori che tornano dalla campagna e le statue dei santi di cui abbonda la storia familiare e le chiese del paese. Nasce una campionatura di temi che va dalla madonna con bambino, alla sacra famiglia, ai santi, angeli, re magi, fino agli animali, ai contadini con le braccia carichi di doni, figurine in terracotta policromata nutriti dell’eredità classica, delle movenze e suggestioni liberty fino a sfiorare certi echi espressionisti.
Unico laboratorio per il lavoro artistico della scultrice diventa la casa, teatro della quotidiana battaglia del vivere come lei stessa racconta in alcuni documentari trasmessi dalla Rai nel 1965: «…la giornata era gravosa e mi lasciava stanca e spossata. Poi scendeva la sera… Correvo in cucina dove nell’angolo scuro c’era il mastello con la creta umida avvolta nel cencio. Ne prendevo un pezzetto e cominciavo a modellare le figurine: un pastore, una pecora, un massaro ricco, uno povero, un agnellino, una zampogna e pifferaio … La notte si faceva profonda: non si sentivano voci, tutto era silenzio, ma nel mio cuore saliva un inno, un canto, ero felice. Man mano che le modellavo mettevo le figurine in fila, sul davanzale della finestrella, per asciugarle nella frescura della notte. All’alba i ragazzi si svegliavano e correvano in cucina per ammirare sul davanzale i “cciapòpuli novi” che si vendevano all’incanto». 
Alla produzione più significativa della scultrice è da annoverare Il Presepe di Palazzo Amaduri (Museo Civico), dono della famiglia Murizzi Incorpora alla cittadina di Gioiosa Jonica. Oltre ai personaggi della storia sacra – Sacra Famiglia, Re Magi, bue e l’asinello – il Presepe, col suo intreccio di fede e arte, si arricchisce dei cammelli ammantati di colori vivacissimi, di donne al fiume, rocche medievali sugli sproni dei monti, torri dirute, e capanne di frasche, tramandando un’arte depositaria dei costumi e delle tradizioni della Calabria. Altre voci ricorrenti della produzione della Murizzi sono numerosi esemplari dello Zampognaro di Mammola, dei Balli calabresi, di Donne alla fontana, di scene bucolichenature morteAnnunciazione – Maria fisica, più aggettante, l’Angelo etereo, immateriale a bassissimo rilievo – , Deposizioni, una Via Crucis(chiesa Madre, Gioiosa Jonica). Sculture minuscole fra le più riuscite e acclamate dell’artista, sono le Donne al telaio – telaio perfetto, con il subbio, la stella, i licci, l’ordito, il pettine, la cassa, la spola e la pietra che stira la tela tessuta –, racconti di un costume popolare e di un mestiere scomparso. Diversi gli Autoritratti – assieme al figlio e al padre – e i ritratti di uomini politici e personaggi storici come quello di Corrado Alvaro, suo conterraneo ed estimatore col quale intrattiene un significativo scambio epistolare. La fatica del lavoro scultoreo è riscattato dall’ eccellente fattura con cui sono rifinite le sue famose Maddamme, giovani leggiadre, scalze, poste su piedistalli, dal portamento impettito nella saja di seta blu cangiante a mille pieghe e con grembiule nero, con le brocche di forma greca sul capo nell’atto d’ incedere danzante verso la grande fontana della piazza.
Numerosi e prestigiosi sono stati i tributi alla sua arte; nel 1920 Reggio Calabria (Mostra «Mattia Preti») le conferisce una medaglia d’argento per le opere: Ballo calabrese e Vendemmia, e nel 1946 Roma la premia per il miglior presepe; nel 1951, con tre opere – Il Crocifisso e la GraziaIl soldato pentito, Sacro cuore alla Beata Margherita – rappresentò la Calabria alla Mostra dell’Antoniano – Premio Leone Dehen di Bologna e nel 1960 si aggiudicò il primo premio per i migliori pezzi da presepe a Linguaglossa; è del 1963 il conferimento da parte di Alfonso Frangipane, suo fervido estimatore e presidente della «Società Mattia Preti», di una Coppa d’Argento e del 1964 il premio di secondo grado per migliore pezzo da presepe (Roma); la XII Mostra per presepi e pezzi da presepe di Palazzo Braschi (Roma, 1965), evento che chiama a raccolta trenta scultori da tutto il paese – ceramiche, impasti e terrecotte – che del Presepe si occupano e della rappresentazione sacra sentono il profondo significato artistico che religioso, consegna a Gemma il diploma d’onore di primo grado per il miglior Presepe d’Italia: un quadro plastico che conta più di ottanta figure. 
Anche la fotografia le consegna importanti riconoscimenti: una medaglia d’oro giunge dall’Accademia fisico-chimica di Palermo e un’altra dalla Mostra Internazionale di Firenze con Donne gioiosane alla fonte. Lo stesso dato reale della scultura è trasferito negli scatti che per anni escono dal suo laboratorio; ai temi ricorrenti affianca la famiglia al completo, la barba bianca di Decio Garibaldi, nipote dell’eroe dei due mondi, il soldato straniero che chiede la foto da inviare a casa. 
A partire dagli anni Quaranta, l’interesse destato dalla sua arte è testimoniato dall’attenzione di autorevoli intellettuali, artisti e scrittori fra tutti Francesco Messina o Corrado Alvaro. La poesia che lo scrittore di San Luca trova proprio nei contadini del suo paese, gli stessi che numerosi la scultrice realizza per il presepe, induce lo scrittore a chiederle di fargli avere un Presepe tipico della nostra terra con «la grotta, il ciaramellaro, la stalla, la donna al telaio, i Magi, le madame con doni» che una volta ricevuto le scrive: «Gentile signora, i suoi figli passati da casa mia le avranno detto quanta festa abbiamo fatto per il suo presepe. Troverà qui acclusa una somma con cui vorremmo almeno compensarla della sua fatica materiale, mentre la cura e l’amore che ella ha messo nelle sue figurine, fanno parte della sua e nostra poesia della vita». E ancora nel luglio del 1955: «Gentile signora, da un pezzo dovevo scriverle per dirle la mia ammirazione per il suo lavoro di figurinista. Le due figurine che ebbi…, rinnovano in me l’emozione provata… e mi hanno convinto sempre meglio della sua arte delicata, della sua sensibilità ed emotività di fronte ai suoi modelli… ora le sue due opere sono in mostra nella mia biblioteca e ricevono le più belle lodi di chi ha occasione di vederle».
L’ingente produzione della scultrice, a partire dagli anni Venti, approda presso numerose collezioni in Italia e in Europa, andando a gremire le sacre rappresentazioni domestiche ed ecclesiali. 
Per non disperdere, conoscere, documentare la sua variegata attività sono state allestite diverse rassegne retrospettive dei suoi lavori; fra le tante si ricordano quelle del 1967 (Comune di Locri), del 1996, in occasione del primo centenario della nascita (Gioiosa Jonica). Dal 1992 lo stesso Comune, al fine di non smarrire la tradizione, ha istituito il Premio Donna Gemma per il migliore “Presepe Paesano”. (Antonietta De Fazio) © ICSAIC 2021 – 12 

Nota bibliografica

  • Ricordo di Gemma Murizzi maestra nell’arte della creta, in «Scena Illustrata», 82, 9 settembre 1967;
  • Gemma Incorpora Murizzi maestra nell’arte della terra, Edigraf, Catania 1967;
  • Raffaello Causa, Il presepe “cortese”, in Civiltà del 700 a Napoli 1734-1799, catalogo della mostra, Firenze 1980, pp. 292-300;
  • Saro Gambino, Le terrecotte di Donna Gemma, in «Calabria», 21, gennaio 1987;
  • Camillo Mazzone, I cento anni di donna Gemma, in «Il Giornale di Calabria», 3, febbraio 1996;
  • Una famiglia di artisti, in «La Sicilia», 2 gennaio 2000;
  • Gaudio Incorpora (a cura di), Il Diario di Donna Gemma, Soveria Mannelli 2002;
  • Antonietta De Fazio, La Calabria e i suoi artisti. Dizionario dei pittori (1700-1930), Soveria Mannelli 2020, p. 176;
  • Salvatore Incorpora, Gemma Murizzi Incorpora scultrice, in «Calabria Sconosciuta», Reggio Calabria 59, s.d.

Nota archivistica

  • Comune di Gioiosa Jonica (Reggio Calabria), Registro delle nascite, atto n. 49, parte I, 17 gennaio 1896;
  • Comune di Gioiosa Jonica (Reggio Calabria), Registro dei matrimoni, con Incorpora Giovanni Vincenzo Clemente, atto n. 1, parte II, serie C, 11 gennaio 1919.
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