Nicoletta, Giulio

Giulio Nicoletta [Crotone, 21 agosto 1921 – Giaveno (Torino), 23 giugno 2009]

Il padre era un dipendente delle ferrovie e la madre, casalinga e aiutava l’economia famigliare facendo la sarta. La sua formazione seguì quella stabilita durante il Ventennio dal regime fascista: fece parte, infatti, dei balilla e degli avanguardisti. Frequentò anche il locale circolo dell’Azione cattolica. Dopo aver conseguito la maturità classica, intraprese gli studi di giurisprudenza a Napoli che interruppe successivamente per svolgere il servizio militare. Avrebbe ripreso l’università dopo la guerra a Torino, ma non riuscì a laurearsi. Allievo ufficiale carrista tra Roma e Bologna, divenne sottotenente di completamento nel 1° distaccamento carristi di Vercelli. Il 25 luglio 1943, alla caduta di Mussolini, venne incaricato di trasportare dei reparti alpini della Val di Susa a Torino a difesa dell’ordine pubblico. Nei giorni successivi venne incaricato di sgomberare il materiale industriale che doveva essere protetto dai bombardamenti. Gli anni di guerra e soprattutto i mesi dell’estate 1943 avevano fatto mutare la posizione di Nicoletta nei confronti del regime: non era più lo studente che nel giugno 1940 si era recato in piazza a Crotone a gridare «viva la guerra». 
Al momento dell’armistizio, l’8 settembre 1943, si trovava a Beincaso, dove il 9 l’avrebbe raggiunto anche il fratello Franco da Trieste per una licenza (l’altro fratello Cesare era in Albania). Il 10 Nicoletta venne mandato a Torino, al palazzo degli Alti comandi in corso Oporto, per prendere ordini sull’atteggiamento da tenere in quel determinato contesto. Gli stessi comandi però riflettevano un clima generale di disorientamento seguito al proclama di Badoglio tale da non poter stabilire nessun reale coordinamento. Rientrato subito dopo a Beinasco, non trovò più il presidio dell’Autocentro e neppure quello dei carristi e insieme al fratello Franco decisero di salire verso le montagne.
Nei primi giorni dopo l’armistizio, insieme al fratello trovarono ospitalità a Bruino presso una famiglia che aveva già dato rifugio a quattro ex prigionieri inglesi. Proprio in questo contesto attorno alla sua figura cominciò a raccogliersi un gruppo di giovani disorientati e alla ricerca di una guida. Il 23 le voci sulla presenza nelle vicinanze di un reparto organizzato, comandato da un maggiore degli alpini, spingevano i Nicoletta, insieme ad alcuni giovani di Bruino, a risalire il Sangone riuscendo a raggiungere il maggiore Luigi Milano in una baita sopra l’Indritto. L’incontro con il maggiore Milano rappresentò per il piccolo gruppo guidato da Nicoletta il primo ingresso nella lotta armata contro i nazifascisti in Piemonte. Nel gruppo guidato da Milano, Nicoletta ebbe la possibilità di confrontarsi per la prima volta con la vita partigiana, con i suoi antagonismi interni e i rapporti tra questa e la popolazione locale.
La sera del 22 ottobre il maggiore Milano venne catturato dai tedeschi, mentre si trovava a un incontro con alcuni imprenditori sfollati all’albergo Lago Grande di Avigliana. La perdita di Milano privava i partigiani della val Sangone di un elemento centrale. Nel vuoto lasciato dall’arresto del maggiore Milano, però, cominciarono a emergere i nuovi comandanti della vallata che avrebbero diretto poi le brigate fino alla liberazione di Torino, come Nicoletta. Dopo la cattura di Milano, Giulio, insieme al fratello Franco si distinsero in una serie di azioni per prelevare viveri da un magazzino tedesco di Beinasco, mentre ad Avigliana furono recuperati sacchi di farina e scarpe. L’azione più importante venne messa in atto all’ammasso granario di Orbassano, con la partecipazione di una quindicina di uomini, compresi tutti i comandanti le brigate. Durante l’azione, però, furono sorpresi dal fuoco tedesco e costretti a combattere. Giulio, gridando “Savoia”, spinse gli altri a lanciarsi contro i tedeschi fino a costringerli alla resa.
Il gruppo di partigiani successivamente decise di dividersi in due bande, lasciando agli uomini la possibilità di scegliere con chi aggregarsi. Giulio e Franco decisero di spostarsi verso il col Bione, tra Mattonera e Pianiermo, una divisione che rimase in vigore fino alla primavera del 1944.
Nei primi mesi del 1944 ai fratelli Nicoletta si aggregarono le reclute provenienti da Orbassano, Beincaso, Grugliasco e Volvera. Ben presto l’assenza sul territorio di poteri pubblici capaci di garantire l’ordine pubblico e l’amministrazione della giustizia comportò il diffondersi di fenomeni delinquenziali. Di fronte a questa situazione le brigate partigiane cominciarono ad occuparsi di questioni relative all’ordine pubblico. Il 9 febbraio 1944 i fratelli Nicoletta e alcuni uomini di Sergio De Vitis intervennero, ad esempio, presso il Santuario di Trana per mettere fine alla mancanza di ordine causata da una cattiva amministrazione da parte del locale commissario del fascio repubblicano Marcello Martinasso.
Lo sciopero generale del marzo 1944 vide la convinta adesione anche di Nicoletta. L’adesione allo sciopero da parte sua non indicava, però, alcun coinvolgimento con la politica: rimaneva convinto di rappresentare in quei mesi di lotta il governo del Regno del Sud. 
L’azione delle brigate rimase autonoma fino all’estate del 1944, quando venne istituito il comando della IV zona. Ma tra febbraio e marzo 1944 si fece sempre più urgente il problema di un comando unitario. Per questo, alla fine di marzo, Nicoletta proponeva la creazione di un unico comando con autorità su tutte le formazioni. La scelta del comandante cadde sul tenente Paventi, ma la sua autorità sin da subito si dimostrò molto debole. 
Ben presto nell’organizzazione dell’azione partigiana si fece sempre più necessaria la necessità di unificare le bande della Val Sangone. Questa scelta non si presentava facile, nessuno dei comandanti offriva un carisma tale da affermarsi sugli altri, a questo si aggiungevano le divergenze ideologiche e personali. Il 12 giugno, alle porte di Coazze, sotto un castagno alla presenza di cinque membri del Cln, dei comandanti le formazioni e degli uomini più autorevoli delle varie brigate, venne proposto da Guido Usseglio proprio il nome di Giulio Nicoletta. Anche se la sua nomina venne accettata da tutti, su richiesta di Sergio De Vitis, Nicoletta dovette lasciare il comando della propria formazione. Nicoletta accettò questa decisione e non volle nemmeno che fosse scelto per comandare la brigata il fratello Franco, ma sostenne la candidatura di “Frico”, il calabrese Federico Tallarico. Insieme ai membri del Cln Nicoletta sostenne di adottare come metodo di lotta una linea prudente e non intransigente: nessun attacco contro i tedeschi, tranne in caso di necessità difensiva. Il ruolo di Nicoletta aveva principalmente la funzione di coordinamento e di mediazione fra le diverse iniziative, ma soprattutto era attento a mantenere il comando neutrale.
Nel mese di giugno veniva attuata l’occupazione della polveriera di Sangano che era stata concordata con Nicoletta dal comandante della “Felice Cima”, che si diceva rappresentare anche il Cln regionale. In realtà come lo stesso Nicoletta ebbe modo di appurare tale decisione era frutto solo di una corrente politica, quella garibaldina, e non di tutto il Cln. A questa azione si univa anche quella alla polveriera Nobel-Allemandi e dinamitificio Valloia in Valle di Susa. Quest’ultima operazione, però, inaspettatamente mise in difficoltà i partigiani per l’arrivo di forze fasciste che catturavano Fassino il capo della “Calo Carli”. Nicoletta vista la situazione creatasi decideva di scendere su Avigliana e mandava una squadra al comando di Cordero di Pamparato verso Trana per bloccare il ponte sul Sangone ed evitare un eventuale aggiramento. Ad Avigliana, come lo stesso Nicoletta ricorderà, era impossibile intervenire per la forza di uomini e armi dei tedeschi. L’attacco tedesco causò la perdita di alcuni partigiani, tra cui Sergio De Vitis, portando Nicoletta alla decisione di ripiegare. L’amarezza di Nicoletta per l’avvenimento fu tanta, soprattutto in relazione alla mancata collaborazione del gruppo dei garibaldini che proprio con lui avevano concordato gli attacchi.
Ai primi di luglio la brigata autonoma Val Sangone riprendeva la sua attività. Durante l’estate 1944, come Nicoletta ricorderà, si cercò di recuperare quanto più materiale possibile dai depositi nemici. Le operazioni di agosto dei tedeschi costarono la perdita del comandante Felice Cordero di Pamparato. La scelta di non intervenire per liberarlo venne spiegata successivamente da Nicoletta con l’impossibilità di trattare non avendo prigionieri da scambiare, ma anche valutando che un eventuale liberazione con la forza avrebbe comportato una reazione tedesca sul paese di Giaveno. Il periodo compreso tra l’estate e la fine dell’autunno 1944 sarà ricordato da Nicoletta come il più ricco di tutta l’esperienza partigiana, fatto di continui contatti con i civili. Nel corso di quei mesi anche le funzioni del movimento partigiano aumentarono di più su altri aspetti della vita pubblica, maggiormente nell’amministrazione della giustizia. Il 27 marzo 1944 lo stesso Nicoletta presiedeva un tribunale che condannava a morte Irma P. ritenuta colpevole di spionaggio. In un caso discusso 3 ottobre 1944 invece Nicoletta richiedeva maggiori prove prima di emettere una sentenza, questo dimostrava il tentativo di ricercare elementi certi prima delle condanne. Non voleva nemmeno che si tenessero processi per reati commessi sotto il fascismo, di questi secondo Nicoletta, se ne sarebbe occupata la magistratura ordinaria dopo la liberazione. La preoccupazione principale di Nicoletta in questo periodo era di dimostrare alla popolazione misura ed equilibrio. Le divisioni interne in alcuni casi minacciarono inoltre di creare profonde fratture nel movimento partigiano, come a metà novembre 1944, quando il Comando della IV zona, tentò di sostituire Nicoletta con Giuseppe Falzone. 
Nell’inverno 1944-1945 Nicoletta, come lui stesso dichiarerà, si sentirà un clandestino in mezzo a tedeschi e fascisti, costretto a muoversi continuamente. In quell’inverno abiterà infatti a Vinovo, a None, a Cumiana, a Giaveno. Ma tra la metà di gennaio e la fine di febbraio riusciva di nuovo a stabilire una buona organizzazione del movimento partigiano con un centro d’azione spostato maggiormente verso Torino.  Il 1° febbraio Nicoletta stabiliva che, invece di risalire in montagna, bisognava restare in pianura portando giù anche le armi. A metà febbraio si verificava un incidente tra Nicoletta e la missione alleata del capitano O’ Regan. I rapporti fino a quel momento, nonostante le reciproche diffidenze, erano stati corretti. Ma, come ricorderà Nicoletta, O’Regan non era stato mai rispettoso dell’autonomia del movimento partigiano, portando Nicoletta a contrapporsi decisamente a questa linea. Ma il ruolo di O’Regan ben presto impose a Nicoletta di non arrivare ad una completa rottura e, viste la richiesta di scuse da parte del capitano, venne obbligato dalle circostanze a fare un passo indietro.              
Nei giorni precedenti l’insurrezione di Torino, le autorità municipali fasciste lasciavano di fatto il potere ai Cln o ai comandi partigiani. Nicoletta venne contattato da molti personaggi che fino ad allora erano rimasti ai margini delle attività partigiane per offrire la loro collaborazione. In Nicoletta, come negli altri membri della divisione autonoma «Sergio De Vitis», si fece forte la volontà di liberare Torino senza aspettare gli angloamericani. Lo sciopero generale del 18 aprile era stato visto da Nicoletta infatti come il prologo della definitiva liberazione del Piemonte. Nelle fasi preparatorie alla liberazione alla Divisione autonoma «Sergio De Vitis» venne assegnato il duplice compito di rastrellamento nella pianura e di occupazione della città tra corso Stupinigi e Santa Rita. Al comando di Nicoletta c’erano circa un migliaio di uomini: le brigate di Nino Criscuolo, Giuseppe Falzone, Franco Nicoletta e Guido Quazza, ai quali, alle porte di Torino, si sarebbero aggregati i reparti di Guido Usseglio rientrati dal Monferrato. 
Il 26 aprile alle prime luci dell’alba le formazioni si mossero verso le linee di attestamento; alle ore 11.00 lo schieramento era completato. Invece di marciare sulla città, le formazioni verso mezzogiorno ricevettero una comunicazione, da parte del Comando IV Zona, di rinviare alle prime ore del mattino del 27 la liberazione. Il rinvio era scaturito dai contrasti sorti in quell’ore tra il Cln e il colonnello Stevens che cercava di dilazionare il momento dell’insurrezione. Superati questi contrasti, il 27 a mezzogiorno giungeva l’ordine di marciare sulla città e alle 13.00 i partigiani della Val Sangone si mossero verso Torino. Il 28 la liberazione di Torino era completata.
Nel dopoguerra Nicoletta resterà a Torino e diventerà dirigente della Ceat, svolgendo un’intensa opera per mantenere viva la memoria della resistenza che secondo la sua analisi non era da considerarsi una guerra civile.
Morì a Giaveno il 23 giugno 2009.  (Giuseppe Ferraro) © ICSAIC

Nota bibliografica 

  • Tobia Cornacchioli, Giuseppe Masi (a cura di), Intervista al comandante partigiano Giulio Nicoletta, in «Bollettino Icsaic», f. 12, pp. 49-62. 
  • Rocco Lentini, Nuccia Guerrisi, I partigiani calabresi nell’Appennino Ligure-Piemontese, Rubbettino, Soveria Manell 1996. 
  • Gianni Oliva, La Resistenza alle porte di Torino, Franco Angeli, Milano 1989. 
  • Claudio Pavone, Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità nella Resistenza, Bollati Boringhieri, Torino 2006.
  • Guido Quazza, La Resistenza italiana. Appunti e documenti, Giappichelli, Torino 1966. 
  • Meridionali e Resistenza. Il contributo del Sud alla lotta di Liberazione in Piemonte 1943-1945, a cura di Claudio Dellavalle, Consiglio regionale del Piemonte, Torino. 
  • «L’eco del Chisone», 1 luglio 2009. 
  • Intervista rilasciata da Giulio Nicoletta il 14 Novembre 2003 presso il laboratorio d’informatica della succursale di Via Sestriere della Scuola Media “Primo Levi” di Cascine Vica – Rivoli (Torino). Presente anche il Sig. Branca Gino. 
  • Claudio Dellavalle (cura di), Guerra e Resistenza nella Val Sangone tra memoria e storia 1939-1945, Fotolitografia Dalmasso, Coazze 1985. 
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