Pace, Giuseppe

Giuseppe Pace [Castrovillari (Cosenza), 27 gennaio 1826 – Eboli (Salerno), 4 maggio 1866]

Primogenito dei dodici figli di Muzio Pace, avvocato e imprenditore agricolo, e di Maria Baratta, figlia di  Giuseppe, grande proprietario terriero tra la Piana di Sibari e il Pollino nasce in una famiglia della borghesia illuminata calabrese. Di padre italo-albanese, compie gli studi giovanili nel collegio Sant’Adriano di San Demetrio Corone, la «fucina del diavolo», come era stato definito quel luogo di cultura dal Borbone, per poi iscriversi in legge a Napoli 
Nell’universo risorgimentale del Mezzogiorno si colloca tra le figure di rilievo più rappresentative. Il 1848 lo trova, insieme a tutta la sua famiglia, impegnato attivamente a Castrovillari e nel Circondario del Pollino, in difesa dei principi di libertà che ispirano il moto rivoluzionario. Si mostra subito un eccitatore di giovani fermenti, un trascinatore di animi inquieti, motivati dal sentimento di libertà e ostinati a realizzare una maggiore giustizia sociale anche mediante un rinnovamento totale. Con un battaglione di volontari calabresi appoggia l’insurrezione del 1848, e il 16 giugno sostiene uno scontro a fuoco di sei ore con le truppe borboniche comandate dal generale Busacca. Con i suoi uomini, nella Valle di S. Martino, ai confini tra Calabria e Basilicata, affronta anche le soverchianti forze guidate dal generale Lanza.
Fallita la rivolta, la reazione borbonica non si fa attendere e colpisce sia i famigliari (il padre, eletto deputato al Parlamento napoletano e la madre, sono entrambi condotti in carcere) sia Giuseppe, in un primo momento latitante, costretto, dopo 18 mesi, a costituirsi per evitare le ripercussioni sulla famiglia. 
Condotto in diverse carceri, da Nisida a Procida (un bagno di punizione dove trascorre 7 anni in cella insieme a malfattori) alla Darsena di Napoli, la Gran Corte Criminale, dopo averlo dichiarato «impenitente ed irriconciliabile», per i fatti del 1848 lo condanna a morte; pena commutata, poi, in 30 anni di carcere. Nel 1959 viene coinvolto in una cospirazione per cui trascorre un periodo di 6 mesi nelle famigerate e segrete prigioni di Stato di Santa Maria Apparente a Napoli, prima di essere prosciolto e riportato a Procida.
Unitamente ad altri 65 patrioti, tra i quali Settembrini, Poerio e Spaventa, conosce la deportazione nelle Americhe che, fortunatamente, si arresta in Irlanda. Esule a Londra, incontra Mazzini e successivamente rientra in Italia, a seguito dell’amnistia concessa da Francesco II, per arruolarsi in Piemonte, prima nei Cacciatori delle Alpi e, poi, nella Divisione Mezzacapo e partecipare alla seconda guerra d’indipendenza. Scoppiata la rivoluzione in Sicilia rientra in Calabria per organizzare l’insurrezione nel Circondario del Pollino e partecipare attivamente all’impresa di Garibaldi, con la creazione, a spese della sua famiglia, di un Reggimento di oltre 1100 uomini, formato in gran parte da Italo-Albanesi. Combatte con il generale Cosenz in Sicilia. Quindi il Reggimento Pace accompagna le truppe garibaldine lungo la risalita dello stivale fin dentro la capitale Napoli, ove riceve acclamazioni e manifestazioni di riconoscenza; con il grado di colonnello combatte “splendidamente” sul Volturno, tanto da meritare una menzione d’onore nelle Memorie del generale Garibaldi. Ancora si distingue in scontri impegnativi ed eroici sotto le mura di Capua, a Caserta Vecchia e soprattutto a Santa Maria in azioni che diverranno determinanti per le sorti della battaglia decisiva del 1 ottobre.
Finita la guerra rientra a Castrovillari e sposa la baronessa cosentina Marietta Gramazio, sua fidanzata fin dal 1848. Nel 1858, intanto, mentre si trovava in carcere, si era fatto riconoscere il cognome di Baratta Pace, anche perché dal nonno materno dal quale aveva ereditato un vasto territorio in contrada Mattina a Castrovillari  «con l’espressa condizione, che tanto lui, che i suoi discendenti debbano prendere il casato di Baratta in primo luogo ed indi quelli di Pace onde essere in futuro sempre i suoi rappresentanti».
Il suo impegno politico di liberale-unitario raggiunge il culmine con l’elezione a deputato al Parlamento italiano per il collegio di Cassano Jonio nelle elezioni del 18 febbraio 1961, confermata con il voto del 18 novembre 1865.  Come deputato si impegna in modo particolare per problemi regionali, come l’ampliamento del sistema viario e la costruzione di reti ferroviarie nel Mezzogiorno. Prende parte, a questo proposito, alla discussione del progetto di legge per la ferrovia da Taranto a Reggio Calabria. In assemlea parlò più volte quando si discuteva di argomenti militari. 
Resta tuttavia un uomo d’azione. Funzionario incorruttibile del nuovo Stato, ma anche validissimo stratega militare, su incarico del governo viene inviato in missione straordinaria a Potenza ove è nominato Ispettore delle Guardie Nazionali della Basilicata. Incaricato di studiare sul posto le misure più idonee per arginare il brigantaggio, il 20 agosto 1863 suggerisce a Silvio Spaventa, vecchio compagno di lotte e in quel periodo sottosegretario del Ministero degli Interni, principale ispiratore della politica di sicurezza interna dello Stato, la proposta di un comando unificato per la Basilicata, l’Irpinia, la Capitanata, il Barese e il Leccese, allo scopo di coordinare al meglio le operazioni contro il brigantaggio. La proposta è accolta in parte, dal ministro della Guerra Alessandro della Rovere e a Giuseppe Pace viene assegnato il Comando Ispettivo di tutta la Basilicata.  Con sede a Potenza, coordinerà la lotta al brigantaggio per tre lunghi anni, avendo al suo fianco uomini di coraggio e di valore, come gli italo-albanesi, Attanasio Dramis, esponente di primo piano dell’idea socialista e Angelo Damis, entrambi ex ufficiali del disciolto Esercito Meridionale che avevano combattuto con lui sul Volturno. Quando, però si rende conto dell’ampia portata politico-sociale del brigantaggio, di quella che assumeva sempre più l’aspetto di una lotta fratricida contro braccianti, disoccupati e affamati rifugiatisi sulle montagne per protesta contro il nuovo ordine; tutta gente che non poteva pagarsi il viaggio per le Americhe per crearsi una nuova vita, abbandona l’impresa lucana e si pone a disposizione del Ministro della guerra per essere impiegato in quella che diverrà la Terza guerra d’Indipendenza. Ottenuto il benestare, scende in Calabria per organizzare un corpo di volontari e andare a combattere per la liberazione di Venezia, ma una febbre tifoidea lo ferma ad Eboli, dove muore ad appena 40 anni e fu inumato nella Chiesa della Santissima Trinità di Castrovillari. Fu commemorato alla Camera 4 maggio successivo dall’on. Massari.
Esponente della corrente moderata del liberalismo risorgimentale, rappresenta un esempio tipico del vasto e variegato contributo del Mezzogiorno alla formazione dello Stato unitario. (Antonio Iannicelli) © ICSAIC 2020

Nota bibliografica

  • Cletto Arrighi, I 450 deputati del presente e i deputati dell’avvenire per una società di egregi uomini politici, letterati e giornalisti, vol. III, Presso gli editori, Milano 1865, pp. 35-40;
  • Camera dei deputati, Atti parlamentari, Discussioni, 4 maggio 1866.
  • Raffaele De Cesare, Una Famiglia di patriotti. Ricordi di due rivoluzioni in Calabria, Forzani, Roma 1889.
  • Salvatore Castromediano, Carceri e galere politiche, Tip. Salentina, Lecce 1895;
  • Ettore Miraglia, Carlo Maria L’Occaso patriota e letterato calabrese, Terrile Olcese, Genova 1942.
  • Umberto Caldora, Calabria Napoleonica (1806-1816), Fiorentino, Napoli 1960;
  • Gaetano Cingari, Romanticismo e Democrazia nel Mezzogiorno. Domenico Mauro 1812-1873, ESI, Napoli 1965;
  • Cesare Bertoletti, Il Risorgimento visto dall’altra sponda. Verità e giustizia per l’Italia Meridionale, Berisio, Napoli 1967;
  • Jole Lattari Giugni, I parlamentari della Calabria dal 1861 al 1967, Morara, Roma 1967, pp. 364-365;
  • Giuseppe Buttà, Un viaggio da Boccadifalco a Gaeta, Bompiani, Milano 1985;
  • Vittorio Cappelli, Politica e Politici, in Storia d’Italia. Le Regioni dall’Unità ad oggi. La Calabria, Einaudi, Torino 1985;
  • Angela Pellicciari, I panni sporchi dei Mille, Liberal, Roma 2009;
  • Carmine Pinto, 1857. Conflitto civile e guerra nazionale nel Mezzogiorno, «Meridiana», 69, 2010, pp. 171-200;
  • Antonio Iannicelli, Giuseppe Pace, colonnello di Garibaldi e deputato nazionale di Calabria Citra, Il Coscile, Castrovillari 2011;
  • Carmine Pinto, Pace, Giuseppe, in Dizionario Biografico degli Italiani, Vol. 80, Roma 2014.
  • Camera dei deputati, Portale storicoad nomen (http://storia.camera.it/deputato/ giuseppe-pace-18260527#nav).

Nota archivistica

  • Archivio di Stato di Cosenza, Sezione di Castrovillari, Testamento di Giuseppe Baratta;
  • Collezione delle leggi e de’ decreti reali del regno delle Due Sicilie, Decreto n. 5291 del 22 settembre 1858, Napoli.
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