Pedullà, Gesumino

Gesumino Pedullà [Siderno Superiore (Reggio Calabria), 12 febbraio 1912 – Lagonegro (Potenza), 16 settembre 1944]

Chiamato Peppino (da Giuseppe, suo secondo nome) in famiglia e dagli amici, fu il primo dei sette figli di Salvatore e di Marcella Reitano. Di fisico gracile, la sua passione è sempre stata lo studio e la lettura; preferiva perdere ore di sonno pur di continuare a leggere. Leggeva, come se fossero scritti in italiano, testi in sanscrito; studiava senza sosta la lingua antica e quella moderna. Apprendeva facilmente con la stessa facilità riusciva a trasmettere agli altri il suo sapere. Aveva talento e determinazione, per questo non cedeva mai alla stanchezza. La sua dedizione allo studiolo rendeva diverso dagli altri coetanei, ma lui sapeva celebrare la sua diversità con una disarmante autoironia.
Fratello del noto critico letterario e scrittore Walter Pedullà, frequentò le elementari a Siderno e le medie a Locri. Dopo il diploma di maturità classica conseguito presso il Liceo Classico «Ivo Oliveti» di Locri si iscrisse alla Facoltà di Lettere e Filosofia a Roma. Una volta laureato fu incoraggiato da illustri maestri a proseguire gli studi: Nicola Festa l’avrebbe voluto come assistente a Letteratura Greca; mentre Niccolò Tuccio lo invitò a dedicarsi con lui alla ricerca sulle lingue indoeuropee.
Purtroppo non poteva più fermarsi a Roma. Il dovere lo richiamava in Calabria: doveva ritornare a Siderno per aiutare la famiglia numerosa. Così, ritornato a casa, iniziò a insegnare latino e greco presso il Liceo Classico di Locri; mentre il pomeriggio effettuava parecchie lezioni private, soprattutto gratis, agli studenti che vedevano in lui un fratello maggiore, di notte, nella sua camera, continuava i suoi studi. Era un professore diverso dagli altri: riteneva che, alla base dell’insegnamento, dovesse esserci il dialogo con gli alunni; allo stesso tempo non aveva alcuna indulgenza nei confronti degli alunni fannulloni: dai suoi allievi esigeva la massima preparazione.
Quando andò via da Siderno non fu per sua scelta ma perché trasferito in un liceo del Lazio, ad Alatri (in provincia di Frosinone), “punito” per il suo essere un antifascista. Gesumino, in famiglia, con gli amici e a scuola, non faceva che esprimere la sua opposizione al regime che trascino l’Italia nel baratro della guerra e, spesso, si divertiva a raccontare barzellette contro il Duce. I suoi ideali e l’avversione verso il fascismo lo portarono a diventare un convinto comunista (come ebbe a dire il fratello Walter, il comunismo fu la sua utopia); così, dopo l’8 settembre 1943, entrò nella Resistenza con un ruolo attivo.
Quell’intellettuale dal fisico fragile dimostrò di possedere un irriducibile coraggio nel difendere le proprie idee. Il suo, infatti, era il primo nome nella lista di resistenti consegnata dai fascisti ai tedeschi. Durante una retata Gesumino e altri compagni furono catturati e portati in campagna, lasciati in un casolare a sbucciare patate in attesa di essere trasferiti nei campi di concentramento. Nella notte, però, Gesumino riuscì a scappare insieme a un amico. Furono braccati dai nazifascisti e protetti, oltre che dai domenicani del vicino convento, anche dai contadini. Nei momenti di maggior pericolo si rifugiava sugli alberi, dai quali scendeva solo dopo aver visto passare i nazifascisti; fece sempre di più di quello che il suo corpo poteva sopportare.
Nel 1944 arrivarono gli inglesi, i soldati dell’esercito di Montgomery, che liberarono Alatri. Il 4 luglio comunicò alla direzione nazionale del Partito Comunista la costituzione della sezione di Alatri della quale era stato eletto segretario. Felice e libero, progettò di ritornare a casa, ma a Siderno non arrivò mai. Durante il viaggio era contento, pur se con la febbre. Si fermò a Lagonegro, in Basilicata, dove viveva la sorella Lina, ma la febbre continuava a salire e gli fu diagnosticato il tifo. La malattia era grave, ma a Napoli circolavano i primi antibiotici. Purtroppo quelli che arrivarono nel letto di Gesumino, venduti come antibiotici, in realtà erano solo acqua.  Si spense, così, a Lagonegro a soli 32 anni. I suoi resti, dopo 16 anni, ritornarono in Calabria e furono traslati nel cimitero di Siderno Superiore.
Gesumino non aveva mai detto a nessuno quello che aveva fatto in quegli anni, ma quando ad Alatri appresero la notizia della sua morte, i comunisti gli intitolarono la sezione del paese in cui aveva formato alla resistenza una generazione di studenti liceali.
L’Amministrazione Comunale di Siderno ha deciso di intitolargli la scuola media, diventata autonoma nel gennaio del 1953. Un giusto riconoscimento nei confronti di un uomo che ha vissuto lasua vita in modo coerente, seguendo i suoi principi, valorizzando il sapere e trovando sempre il coraggio di esprimere il proprio pensiero. (Rosalba Topini) © ICSAIC 2020

Nota bibliografica

  • Walter Pedullà, Giro di vitaMateriali per l’autobiografia di un critico letterario, Manni, Lecce 2011;
  • Ermisio Mazzocchi, Lotte politiche e sociali nel Lazio meridionale: storia della Federazione del PCI di Frosinone (1921-1963), Carocci, Roma 2003, p. 63;
  • Rosalba Topini, Gesumino Pedullà, un uomo “plasmato” con cultura e coraggio, «La Riviera», 31 maggio 2020. 
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