Pelaggi, Bruno Alfonso (“Mastro”)

Bruno Alfonso Pelaggi [Serra San Bruno (Vibo Valentia), 15 settembre 1837 – 6 gennaio 1912]

Nato da Gabriele e Giuseppina Drago, «mastro» scalpellino divenuto noto come poeta dialettale col nome di “Mastro Bruno», non si conosce molto della sua infanzia e dell’adolescenza, se non da notizie riferite da fonti familiari e tramandate oralmente, su cui dunque non sempre sono stati trovati riscontri certi. Il padre, falegname, apparteneva al ceto degli artigiani a cui, a Serra San Bruno, all’epoca veniva attribuito un valore tale da renderne note le «maestranze» anche oltre i confini della Calabria. La madre di Pelaggi era figlia dello scalpellino Antonio Drago, il cui mestiere fu trasmesso ai figli e al nipote, che prima di diventare «mastro» fu «discepolo» nella bottega di famiglia. Secondo il nipote Angelo Pelaia, Pelaggi a 17 anni fu arruolato nella fanteria borbonica. Dal matrimonio con Clementina Arena, sposata quando aveva 30 anni, nacquero le figlie Maria Stella, Serafina (poi emigrata negli Stati Uniti), Virginia e Nazzarena (morta all’età di 24 anni), almeno stando a quanto riferiscono il nipote e il pronipote, Biagio Pelaia, mentre altre fonti menzionano anche altre figlie (Beatrice, Maria Germana, Maria Modesta e Maria Giovanna).
Uno degli elementi più controversi e fin troppo spesso oggetto di dibattito rispetto alla biografia di Pelaggi è quello riguardante il suo presunto analfabetismo. Secondo la tradizione sarebbe stato istruito da un sacerdote serrese, don Francesco Cuteri, anche se in famiglia c’era anche uno zio, don Francesco Pelaggi, morto quanto lui aveva 19 anni, che avrebbe certamente potuto impartirgli delle nozioni di grammatica e aritmetica. Stando all’atto di matrimonio di Pelaggi e Clementina Arena, il poeta all’epoca si dichiarò analfabeta e il suo nome apparve anche nell’elenco delle persone che non sapendo leggere e scrivere furono cancellate dalle liste elettorali ai sensi di una legge del gennaio 1882. È certo però che Pelaggi in seguito seppe almeno scrivere il suo nome: la sua firma, come ha documentato lo storico dell’arte Domenico Pisani, è riportata in calce ad un verbale della Confraternita di Maria Santissima Assunta, in cui il poeta ricoprì la carica di secondo consultore (Pisani, 2012). Al di là della capacità o meno di leggere e scrivere, però, è indubbio dalla lettura delle sue poesie che Pelaggi possedesse una certa cultura letteraria e politica, forse anche per la sua frequentazione con uno dei notabili serresi dell’epoca, Bruno Chimirri, parlamentare della destra storica e più volte ministro del Regno d’Italia. In alcuni componimenti è inoltre evidente l’uso di strumenti espressivi come l’onomatopea e vi si intravedono anche dei rudimenti di metrica.
Della sua attività di scalpellino si conoscono alcune notizie ricostruite da Domenico Pisani e, inoltre, è certo che fu tra gli artigiani locali che contribuirono, alla fine del XIX secolo, alla ricostruzione della Certosa gravemente danneggiata dal terremoto del 1783. A confermarlo sono due documenti ritrovati dallo storico Tonino Ceravolo durante l’esame dei fondi archivistici relativi alla documentazione certosina ottocentesca, uno dei quali è una scrittura privata sottoscritta il 4 giugno 1888 che reca in calce la firma di Pelaggi e riguarda l’impegno contrattuale a costruire le opere in pietra di sei finestroni e due facciate del refettorio della Certosa (Ceravolo, 2018).
La sua indole poetica era invece nota a livello locale anche mentre era in vita e divenne poi famosa dalla metà degli anni Sessanta del Novecento con la prima pubblicazione che raccoglie i suoi componimenti, curata dal nipote Angelo Pelaia (figlio di Biagio e di Virginia Pelaggi). Se ne occuparono in seguito, tra gli altri, anche Umberto Bosco, Pasquale Tuscano, Antonio Piromalli, Pasquino Crupi, Sharo Gambino, il pronipote Biagio Pelaia (nipote di Angelo), Giampiero Nisticò, Tonino Ceravolo e Domenico Pisani. 
Stando alla tradizione familiare, sarebbe stata la figlia Maria Stella a scrivere materialmente le poesie che il padre le dettava. Quello di Pelaggi è però a tutti gli effetti un caso letterario ancora aperto e che mai probabilmente si chiuderà, perché le sue poesie sono giunte ai giorni nostri grazie alla tradizione orale e il manoscritto che sarebbe stato vergato dalla figlia Maria Stella è andato perduto. «Li stuori», come venivano chiamati i componimenti di «mastro» Bruno, sono state probabilmente ricopiate e trasmesse tramite altri manoscritti non autografi e verosimilmente non vergati da un’unica mano, così che il rischio di aggiunte, emendazioni, modifiche e interpolazioni è concreto, tanto più che al momento mancano studi lessicologici e lessicografici che possano fornire strumenti validi di analisi. Per questo, in mancanza di un archetipo riconducibile con certezza agli anni della sua produzione poetica, resta aperto il problema delle fonti, tanto più che nelle varie pubblicazioni in cui sono state raccolte le sue poesie il numero dei componimenti cambia più volte, dai 21 del volume di Angelo Pelaia (1965) ai 31 a cui si arriva sommando due inediti (più un terzo conosciuto solo in parte) riportati nell’ultimo lavoro di Domenico Pisani (2019), il quale ritiene di aver scoperto un manoscritto «coevo» del poeta. 
Nei suoi versi dialettali si rintraccia il bozzettismo (tipico di molte poesie vernacolari ottocentesche) attraverso cui Pelaggi descrive la quotidianità e i personaggi della Serra San Bruno dell’epoca (Li scarpi d’Affruonzu, Li zuoccula di Tiresa, La navetta trasa e nescia), da cui traspare un raro senso dell’ironia e del sarcasmo, una gustosa felicità compositiva e da cui, solo in qualche caso, emergono anche toni campanilistici di derisione verso gli abitanti di altri paesi (La Pigghjata di Bregnaturi). Scrisse anche dei componimenti celebrativi nei confronti di Chimirri (Don Bruninu Chimirri e li sirrisi) e di scherno verso i suoi rivali politici (Chichiriddì). Mentre quando il Comune di Serra, nel 1893, stanziò i fondi per la realizzazione degli impianti elettrici di illuminazione pubblica, «mastro» Bruno vergò O chi luci, o chi luci, o chi alligrizza con cui indirizzò puntuali critiche all’ente e ai consiglieri comunali per come fu attuata la gestione dei soldi destinati a un’innovazione di tale portata. 
Quello della denuncia sociale è in effetti uno dei tratti distintivi della poesia dialettale di Pelaggi, che scrisse versi a tratti drammatici per la mai sopita questione meridionale, da cui spesso emerge prepotente la delusione per come il passaggio dal Regno dei Borbone a quello dei Savoia non mutò, se non in peggio, la condizione di arretratezza e povertà del Sud (Quand’era giuvinottu). Tra i suoi componimenti più celebri e dagli accenti lirici più alti ci sono infatti le “lettere” con cui si rivolge ai governanti del suo tempo per metterli al corrente delle ingiustizie che erano costretti a subire i ceti subalterni dell’Italia meridionale (A ‘Mbertu Primu). Facendosi portavoce sdegnato delle condizioni dei lavoratori del Sud, Pelaggi dimostrò di avere piena coscienza del momento storico in cui viveva, e dalla delusione per la mancata risposta dei regnanti scaturì Tu, Signuri, cu mmia ti la pigghiasti.
La questione meridionale è anche al centro delle due “lettere” indirizzate a Dio e al diavolo (Littira allu PatritiernuLittira allu dimuonu), intrise della rassegnazione di chi non nutre ormai nessuna speranza nell’intervento delle istituzioni e per questo si rivolge con un’ultima, disperata e paradossale istanza perfino ai poteri ultraterreni. I toni della denuncia sociale, da cui emerge (come rilevato da Biagio Pelaia) se non una coscienza politica quantomeno un «istinto» di classe, lasciano poi spazio alla leopardiana Alla luna, una delle poesie più note (ma anche più problematiche dal punto di vista dell’incertezza delle fonti) in cui Pelaggi dà sfogo a un lamento personale intimista e pessimista.
Dopo aver trascorso la sua vita quasi interamente a Serra San Bruno, da cui si spostò solo per brevi periodi per necessità di lavoro, «mastro» Bruno fu colto da paralisi nel 1909. Probabilmente all’epoca era già segnato da alcune tristi vicende familiari (la morte di due figlie e della moglie, l’emigrazione di un’altra figlia) e le sue condizioni di salute si aggravarono poi ulteriormente. Morì a Serra San Bruno il 6 gennaio 1912 e non pubblicò mai nulla durante la sua vita. (Sergio Pelaia) © ICSAIC

Nota bibliografica

  • Angelo Pelaia (a cura di), Le poesie di Mastro Bruno, Fata, Catanzaro 1965.
  • Sharo Gambino, Mastru Brunu, Mit, Cosenza 1973.
  • Biagio Pelaia (a cura di), Tutte le poesie, Tipo-Legatoria Mele, Serra San Bruno 1976.
  • Giampiero Nisticò (a cura di), Poesie, Edizioni Effe Emme, Chiaravalle Centrale 1978.
  • Biagio Pelaia (a cura di), Li stuori – “poesie”, Tipo-Legatoria Mele, Serra San Bruno 1982.
  • Domenico Pisani, Mastro Bruno Pelaggi e il suo tempo: note biografiche, politiche e letterarie, in Fabrizia, Serra San Bruno, a cura di Fulvio Mazza, Rubbettino, Soveria Mannelli 2012.
  • Tonino Ceravolo (a cura di), Mastro Bruno Pelaggi. Poesie, Rubbettino, Soveria Mannelli 2014.
  • Gabriele Scalessa, Pelaggi Bruno, in Dizionario biografico degli italianiad vocem, Istituto dell’Enciclopedia italiana fondata da Giovanni Treccani, Roma 2015.
  • Tonino Ceravolo, Mastro Bruno Pelaggi sconosciuto, «il Vizzarro», 8 aprile 2018 www.ilvizzarro.it/apertura/l-inedito-mastro-bruno-pelaggi-sconosciuto.html (consultato il 21 settembre 2019)
  • Domenico Pisani, Bruno Pelaggi e il suo tempo. Un poeta e le lotte politiche fin de siècle a Serra San Bruno, ConSenso Publishing, Rossano Calabro 2019.
RSS
Facebook
Facebook
Twitter
Visit Us
YouTube
Instagram