Perpiglia, Marco (“Pietro”)

Marco Perpiglia (“Pietro”) [Roccaforte del Greco (Reggio Calabria) 13 ottobre 1910 – 23 ottobre 1983]

Secondo di sei figli, nacque da Rocco e da Caterina Sergi. La madre era figlia di Marco Sergi, un vecchio garibaldino che nel 1862, a 17 anni, aveva raggiunto Garibaldi in Aspromonte. Dopo le elementari, il padre lo affidò a don Domenico Spanò, stimato sacerdote, nominato canonico-teologo dal vescovo Cognata di Bova. Seguì con interesse le lezioni del sacerdote.
All’età di 17 anni venne convocato in caserma dai Carabinieri e fu sottoposto a un interrogatorio e accusato di disinteresse verso il regime. Rispose che il suo tempo era impegnato nelle terre del padre con i fratelli e quindi non aveva tempo di interessarsi di politica. I carabinieri lo minacciarono, ed egli espresse allora il suo pensiero facendo presente che col fascismo la gente era sempre più povera, camminava scalza e in una casupola vicina un ammalato stava morendo perché i familiari non avevano neanche un soldo per comprare una pastiglia di chinino.
Da allora diventò antifascista e continuò a esserlo per tutta la vita. Si iscrisse al Partito comunista. 
Ancora minorenne s’innamorò di Giuseppina Russo che sposò nel 1930 dopo la classica “fuitina”, e che sarebbe diventata la sua compagna di vita, partigiana anche lei durante la Resistenza, che lo seguì in tutte le sue peripezie. Abbandonò gli studi, contro il volere del padre che deluso, lo mandò a Bova Superiore presso un suo amico ebanista ad apprendere un mestiere. Dopo Bova andò a Reggio Calabria e a 21 anni era già un esperto artigiano.
All’età di 23 anni si trasferì con la moglie a La Spezia, lavorando all’Arsenale come ebanista nella produzione di mobili pregiati per le navi. La moglie invece trovò lavoro presso lo jutificio della Montecatini. Si iscrisse al Pci. A La Spezia prese contatto con le organizzazioni clandestine antifasciste ma fu costretto, perché nel mirino della polizia fascista, a trasferirsi in Francia con il fratello Ninì, lasciando un lavoro sicuro, la moglie e un bambino di due anni, Rocco.
Allo scoppio della guerra civile spagnola del 1936 partì volontario in difesa della Repubblica. Dopo aver attraversato clandestinamente i confini francesi, raggiunse Albacete, centro di addestramento dei volontari, provenienti da tutta Europa e fu incorporato nel reparto mitraglieri nel IV Battaglione della XII Brigata d’assalto Garibaldi. Partecipò alla battaglia di Guadalajara, in cui i franchisti subirono una pesante sconfitta da parte delle Brigate Garibaldine. Aveva 26 anni. Col suo comportamento, attirò l’attenzione di Luigi Longo, comandante delle Brigate Garibaldine, che oltre a nominarlo segretario aggiunto del Pci nelle zone occupate, lo nominò Commissario Politico della Compagnia Mitraglia, incarico che assolse con grande impegno, prodigandosi affinché gli uomini fossero riforniti di tutto quello che serviva per continuare a combattere.
Da commissario si spostava da un fronte all’altro, combattendo sul fronte di Estremadura e Caspe, sino all’ultima disperata battaglia dell’Ebro, dove una pallottola lo colpì alla gola uscendogli da una spalla. Dopo la sconfitta dell’Ebro, intraprese il lungo viaggio con tutti i reduci verso la Francia col pensiero di rientrare in Italia. Ma in Francia il governo Petain, rinchiuse i combattenti di Spagna in campi di concentramento. Fu internato, prima in quello di Saint Cyprien, poi in quello di Gurs e in ultimo in quello di Le Vernet da cui riuscì a fuggire. Alla stazione di Mentone, fu arrestato e consegnato alla polizia italiana che lo riportò a La Spezia, dove, incarcerato, apprese dalla moglie la perdita del figlioletto Rocco travolto da un camion (la coppia aveva già perso la primogenita Adelina, nata subito dopo il matrimonio e morta pochi mesi dopo).
Processato dal Tribunale speciale fu condannato a cinque anni di confino a Ventotene. Durante il processo affermò dignitosamente le sue idee. A Ventotene si incontrò con altri combattenti di Spagna e con antifascisti di tutte le categorie. Al confino, grazie alla presenza di Pertini, Scoccimarro, Terracini, Parri, Altiero Spinelli, maturò la sua cultura politica.
Crollato il fascismo, fu liberato e tornò a La Spezia. Entrò subito nelle organizzazioni antinaziste, operando in seguito nel Cln, in qualità di segretario del Pci. Con i vecchi compagni organizzò i Comitati sindacali clandestini e con la moglie divenne uno dei principali promotori delle lotte sindacali della città, iniziando una propaganda nell’ambito delle varie fabbriche di La Spezia per preparare il grande sciopero del 1944.
Scoperta dalla Gestapo, Giuseppina fu arrestata e messa in fila per essere inviata nei campi di concentramento insieme alle operaie, che avevano svolto attività antinazista. Fu fortunata poiché saltata nel conteggio alternato nella scelta di coloro che dovevano essere mandate nei campi di concentramento.
Scoperto e portato in una caserma dell’esercito, a La Spezia, lui fu torturato insieme a un altro compagno, con il quale riuscì poi a fuggire. Braccato dai fascisti che perquisirono più volte la sua abitazione, fu costretto a entrare in clandestinità. Raggiunse la montagna ed entrò nella Brigata Gramsci con il nome di battaglia “Pietro”. Si adoperò per raccogliere mezzi, armi e uomini e fondò insieme ad altri sei compagni la Brigata Centocroci, nella IV zona operativa ligure, di cui diventò Ispettore di zona sino alla Liberazione. La moglie militò nella Brigata Gramsci. Durante la guerra partigiana collaborò con le altre brigate e con la Brigata del «Battaglione Internazionale», formata da prigionieri evasi di diverse nazioni, al comando del maggiore Lewis Ross, nome di battaglia dell’inglese Gordon Lett, di stanza a San Rossore, sempre nella IV zona operativa ligure. Il 25 aprile del 1945, con tutti i comandanti, entrò a La Spezia con 2.500 partigiani, accolti dagli spezzini in tripudio di festa.
Alla fine del 1945 decise di trasferirsi in Calabria con l’intenzione di collaborare insieme agli esponenti locali alla ricostruzione del Pci. Prima di lasciare La Spezia perché senza lavoro, la Federazione provinciale del partito lo propose come candidato alla Costituente, ma egli rifiutò e propose un altro compagno di sicura capacità. Nel 1948 gli fu offerta la candidatura al Senato ma rifiutò anche questa. In Calabria riabbracciò i genitori, fratelli e sorelle e poi s’insediò nella Federazione provinciale del Pci di Reggio Calabria, collaborando con vari esponenti del partito, spiegando la Resistenza in diversi paesi e aprendo varie sezioni del partito, nel suo paese per primo, Roccaforte del Greco, e quindi, tra le altre, a Palmi e Siderno.
Per divergenze con alcuni compagni di partito, l’anno successivo ritornò a La Spezia, assumendo l’incarico di segretario della Sezione del Pci «Sud Arsenale» con un numero enorme di iscritti, operai delle varie fabbriche.
Nel 1962 ritornò definitivamente in Calabria con la moglie e si stabilì a Roccaforte del Greco, accanto ai genitori. Continuò a mantenere rapporti con i compagni di partito della provincia. Non trovandosi d’accordo con la linea politica di alcuni di loro si ritirò definitivamente dall’attività di partito. Si immerse nella lettura dei suoi amati libri, leggeva regolarmente «l’Unità» ed era abbonato alla rivista «Rinascita» diretta da Palmiro Togliatti.
Giuseppina nel frattempo ebbe un ictus. Con gli anni cominciò a non stare bene per problemi asmatici e cardiaci. Quando comprese che i farmaci non gli erano più di aiuto, decise di togliersi la vita.  Aveva 73 anni. La moglie morirà nove anni dopo.
L’Amministrazione comunale di Roccaforte del Greco gli ha dedicato una piazza e una targa marmorea con la sintesi della sua vita; un’altra targa nella casa natale è stata posta dall’Associazione LiberaMente. Alla moglie è stata intitolata la Sala del Consiglio Comunale di Roccaforte del Greco.
Nel 2005, il regista reggino Maurizio Marzolla realizzò un docufilm sulla sua vita e quella della moglie Giuseppina con il titolo «La spiga di grano e il sole». (Carmelo Azzarà) © ICSAIC 2021 – 10 

Nota bibliografica

  • Antonio Bianchi, Storia del movimento operaio di La Spezia e Lunigiana 1861-1945, Editori Riuniti, Roma 1975;
  • Giuseppe Errigo, Lotte popolari in Calabria nel dopoguerra, Casa del Libro, Reggio Calabria 1984;
  • Enzo Misefari, Partigiani di Calabria, Pellegrini, Cosenza 1988;
  • Salvatore Carbone, Un popolo alla macchia. La persecuzione fascista in Calabria, Brenner, Cosenza 1989;
  • Nuccia Guerrisi e Rocco Lentini, I partigiani calabresi nell’Appennino ligure-piemontese, Rubbettino, Soveria Mannelli 1996;
  • Carmelo Azzarà, Marco Perpiglia Pietro: un calabrese volontario in Spagna e partigiano in Liguria, Bollettino Istituto calabrese per la storia dell’antifascismo e dell’Italia contemporanea, 1-2, f.15/16, 1996, pp. 40-42;
  • Nuccia Guerrisi, Cospirazione e guerra di liberazione a La Spezia. Marco Perpiglia comandante partigiano calabrese, «Sud contemporaneo», 1-2, 2004, pp. 13-22;
  • Luigi Palamara, 60° anniversario della Liberazione, Centro polifunzionale di Roccaforte del Greco, 1 maggio 2005;
  • Giorgio Castella, Lotte e Libertà, Città del Sole, Reggio Calabria 2013;
  • Giuseppe Lavorato, Rosarno, Città del Sole, Reggio Calabria 2016;
  • Toni Rovatti, Combattere lontano da casa. L’esperienza dei partigiani meridionali nelle regioni del nord, in Enzo Fimiani (a cura di), La partecipazione del mezzogiorno alla liberazione d’Italia (1943-1945), Le Monnier, Firenze 2016, ad indicem;
  • Carmelo Azzarà, La spiga di grano e il sole. Marco Perpiglia il partigiano Pietro e la moglie partigiana Giuseppina Russo, Caruso Editore, Reggio Calabria 2018;

Nota archivistica

  • Archivio Centrale dello Stato, Ministero dell’Interno, Direzione generale di Pubblica Sicurezza, Direzione Affari Generali e Riservati, Confino politico, fasc. 778.
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