Perri, Francesco

Francesco Perri [Careri (Reggio Calabria) 15 luglio 1885 – Pavia 9 dicembre 1974] 

Primo dei cinque figli di Vincenzo, speziale del paese, e di Teresa Sciplini, frequentò le scuole elementari a Careri e proseguì gli studi nel Seminario di Gerace, ospite di uno zio prete. A dodici anni rimase orfano del padre; conseguì da privatista la licenza ginnasiale presso il «Campanella» di Reggio Calabria, ma a 19 anni dovette interrompere gli studi per lavorare come istitutore nell’orfanotrofio Lanza della stessa città.
Come tanti altri giovani d’ingegno figli del Sud anche Perri, sentendosi soffocato dal clima irrespirabile della immobile società calabrese di inizio secolo, aveva colto la prima occasione per trasferirsi al Nord, nel 1908 a Fossano, in provincia di Cuneo dopo aver vinto un concorso nell’amministrazione postale: nulla di più lontano dalla sua indole. Il trasferimento gli consentì di frequentare l’ambiente stimolante dell’Università di Torino, dove si sarebbe laureato in giurisprudenza, ma, soprattutto, di iniziare un lungo percorso di scrittore e di polemista politico.
La passione letteraria, affiorata già nella prima giovinezza (nel 1908 pubblicò il primo libro di poesie, Primi canti), non era mai disgiunta da una grande passione civile che lo avrebbe portato a difendere con una coerente continuità i diritti dei miseri contadini della sua terra e a partecipare alle lotte politiche di quel periodo travagliato della storia italiana.
Nel 1916 si sposò con Francesca Olocco e dal loro matrimonio sarebbero nati quattro figli.
Pervaso degli ideali democratici risorgimentali, sentì di non potersi sottrarre dal partecipare ad un conflitto che non soltanto rappresentava l’occasione per completare l’opera unificatrice del territorio nazionale, ma che, soprattutto, percepiva come un momento significativo della lotta tra i valori della democrazia e quelli dall’autoritarismo, che camminavano sulle gambe dei soldati degli imperi autocratici di Berlino e di Vienna. Alla sua esperienza in guerra è legato il poemetto La rapsodia di Caporetto pubblicato nel 1919 con lo pseudonimo di Ferruccio Pandora. 
Nell’immediato dopoguerra, grazie alle amicizie nate fra ex combattenti, entrò in contatto a Milano con Cipriano Facchinetti e Aurelio Natoli, che avevano dato vita all’antica testata mazziniana «L’Italia del Popolo». Nel clima di fiducia di quei mesi, pervaso dagli ideali wilsoniani, Perri vi iniziò la sua collaborazione, che durerà fino a quando la testata sarà costretta, per motivi finanziari, a cessare le pubblicazioni; e negli anni successivi collaborò a «La Voce Repubblicana», sin dal primo numero, uscito il 15 febbraio di quello stesso anno. Le speranze che dalla guerra potesse nascere una nuova Italia rigenerata dalla vittoria e dal compimento della sua unità territoriale, in cui finalmente le masse popolari, in particolare i contadini del Mezzogiorno, potessero conquistare la piena dignità dei loro diritti di cittadini, dovette, però, scontrarsi ben presto con una realtà complessa. Come quelle speranze si dileguassero dallo scenario italiano ed europeo con il passare dei mesi e degli anni a Perri fu subito chiaro. «Se gittiamo uno sguardo – scrisse sulla “Voce” –   alle vicende della politica europea, quanti motivi di amarezza. Cinque anni di stragi, di sacrifici e di sangue, per il trionfo, non delle idee per cui si è combattuto, ma di quelle contro cui si è combattuto».
Fino al 1925 Perri, con gli pseudonimi prima di Pan e poi di Paolo Albatrelli, fece sentire la sua voce, ammonendo sui pericoli che la labile democrazia liberale correva per il connubio tra monarchia e fascismo. Sin dal 1919 aveva smascherato l’illusorietà del fascismo, svelandone la pochezza culturale e la natura violenta e autoritaria. Con i suoi incalzanti articoli, tra il 1919 e il 1925, mise in guardia dalle fumisterie pseudo socialiste, pseudo repubblicane e pseudo rivoluzionarie, che infarcivano la retorica mussoliniana. Da questo punto di vista, il suo contributo fu essenziale per la costruzione programmatica del nuovo Partito repubblicano, che si andava ricostituendo sotto la guida di Giovanni Conti, Oliviero Zuccarini e Fernando Schiavetti.  La sua lucidità di analisi fu altrettanto essenziale per superare la crisi che all’interno del partito si era aperta, soprattutto in Romagna, a seguito della fascinazione esercitata dal primo fascismo, che si presentava come una forza nuova, espressione dei combattenti, tendenzialmente repubblicano, democratico e laico. Un’occasione storica per portare vittoriosamente a compimento la missione mazziniana della instaurazione della Repubblica. Era un’illusione. Cosa era e, soprattutto, cosa sarebbe diventato il fascismo Perri lo aveva compreso sin dal primo momento, sin da quando a Milano aveva assistito all’assalto e alla distruzione della redazione dell’«Avanti!». La sua denuncia sulla natura e le ambizioni del fascismo sarebbe proseguita senza soste sia con gli articoli, sia con la pubblicazione, inizialmente a puntate, sempre sulla «Voce» di un romanzo, Conquistatori, che narra le prodezze e le violenze fasciste in Lomellina.
La sua lucidità di analisi lo portò, all’indomani dell’assassinio di Matteotti, a non condividere, pur avendola tempestivamente sollecitata, la prosecuzione della politica aventiniana. Perri accusò l’aventinismo di velleità, per essersi affidato ad un intervento risolutore della Monarchia. Ai suoi occhi il connubio tra casa Savoia e Mussolini era ormai indissolubile e sperare che Vittorio Emanuele potesse scinderlo, una follia. Allorché il fascismo divenne un vero e proprio regime autoritario per gli antifascisti non rimase che espatriare o condannarsi al silenzio sotto l’incubo del Tribunale speciale. Perri fu tentato dall’espatrio, come tanti dirigenti repubblicani ormai troppo compromessi. Ma il peso della responsabilità verso la sua famiglia, che non aveva altro sostegno, lo indusse a restare e ad accettare le inevitabili umiliazioni e le sofferenze, anche economiche, che il suo status di antifascista, cioè di anti italiano, secondo i nuovi canoni etico-politici, comportava.
Furono anni duri. Perso il posto di lavoro a causa del suo antifascismo, dovette mettere a frutto la sua laurea in giurisprudenza nello studio di un amico. Ma furono anche gli anni del suo successo letterario grazie al premio Mondadori che riuscì a conquistare nel 1928 con il romanzo Emigrantiscritto di getto in pochi mesi e che esprimeva tutto il suo pessimismo per le condizioni di vita delle misere popolazioni meridionali costrette per sopravvivere ad abbandonare la loro terra e ad emigrare. Sempre in quegli anni riuscì a collaborare con «La Domenica del Corriere« e il «Corriere dei Piccoli» con gli pseudonimi di Ariel e Nepos e a pubblicare romanzi rosa e per l’infanzia. Ma, il fascismo avrebbe continuato a perseguitarlo e a rendergli la vita difficile. Sempre sorvegliato, nel 1932 dovette trascorrere anche parecchie settimane in prigione con il sospetto di aver svolto attività antinazionale. Con la crisi del regime, apertasi con le sconfitte belliche, avrebbe ripreso la sua attività politica riallacciando i contatti con Giovanni Conti e dedicandosi alla ricostituzione del Partito repubblicano a Milano e in Lombardia. 
Animatore dell’edizione clandestina dell’Alta Italia de «La Voce Repubblicana», ancora una volta si dedicò a smascherare il tentativo mussoliniano di riportare il fascismo nell’alveo delle sue origini socialiste e repubblicane. Il suo impegno per il partito e per la Repubblica sarebbe proseguito nei mesi della liberazione con la direzione del quotidiano genovese «Il Tribuno del Popolo» e nel 1946 con quella de «La Voce Repubblicana» dalle cui colonne avrebbe condotto l’ultima definitiva battaglia per la nascita della Repubblica, accettando anche di candidarsi all’elezione dell’Assemblea Costituente nel collegio della Calabria, affidando, però, la sua campagna elettorale ai sui articoli di fondo su «La Voce». Fu il primo dei non eletti, dopo Sardiello e Mazzei, con 2200 voti di preferenza.
Nei mesi successivi, lasciata la capitale e la direzione del giornale si allontanò dalla politica attiva. La svolta centrista non lo convinceva, tanto da abbandonare il Pri ed avvicinarsi al Partito socialista. Ma il suo rapporto con il socialismo sarebbe rimasto difficile, nonostante i buoni rapporti con Nenni, Pertini e Basso. Non amava gli estremismi, né le controproducenti e intemperanti manifestazioni sindacali, che vedeva come un pericolo per una democrazia non ancora pienamente matura. Ma, soprattutto, non riusciva a condividere la visione classista del socialismo. La sua bussola continuava ad essere la lezione mazziniana dell’interclassismo, del dovere e del progresso. Si sarebbe riavvicinato al Partito repubblicano con la nuova stagione di speranze del centro-sinistra e nel ’59 avrebbe ripreso a collaborare con il “suo” giornale, «La Voce Repubblicana», sotto la direzione di Ugo La Malfa, con il quale avrebbe intessuto un rapporto di stima e di amicizia, sino alla fine dei suoi giorni. Morì alle soglie dei novant’anni a Pavia, la città in cui da anni si era trasferito dopo una parentesi a Genova Pegli. Careri lo ricorda con una via a suo nome. (Giancarlo Tartaglia) © ICSAIC 2020

Opere principali

  • Fascismo, Libreria Politica Moderna, Roma 1922 (ripubblicato, con il titolo Il Fascismo. La battaglia di Pan, Laruffa, Reggio Calabria 2009).
  • I conquistatori, Libreria Politica Moderna, Roma 1925
  • Emigranti, Mondadori, Milano 1928.
  • Una notte d’amore, Maia, Milano 1929;
  • Povero cuore,  Rizzoli, Milano 1934;
  • Favola bella, Sei, Torino 1934;
  • L’idolo che torna , Bietti, Milano 1938;
  • Il discepolo ignoto, Garzanti, Milano 1940;
  • Racconti di Aspromonte, Sei, Torino 1940;
  • La Missione del Redentore, Mani di fata, Milano 1941;
  • I conquistatori, Garzanti, Milano 1945;
  • L’amante di zia Amalietta, Ceschina, Milano 1958;
  • Storia del lupo Kola, Sei, Torino 1964;
  • Dalla Calabria, Associazione culturale Francesco Perri, Ardore Marina 1998.

Nota bibliografica

  • Pasquino Crupi, La lezione verista di Francesco Perri, «il Giornale di Calabria», 26 luglio 1975;
  • Pasquino Crupi, Francesco Perri, Calabria Oggi, Reggio Calabria 1975;
  • Alberto Asor Rosa, Dizionario della letteratura italiana del Novecentoad vocem, Einaudi, Torino 1992;
  • Domenico Strangio, Francesco Perri, la vita, gli scritti, la critica, Editoriale Progetto 2000, 1995;
  • Associazione culturale “Francesco Perri”, Francesco Perri. Note bio-bibliografiche, Arti Grafiche, 1998;
  • Giulia Francesca Perri, Francesco Perri un repubblicano per la libertà, Rubbettino, 2008;
  • Giancarlo Tartaglia, Francesco Perri. Dall’antifascismo alla Repubblica, Cangemi Editore, Roma 2013.
RSS
Twitter
Visit Us
Follow Me
YouTube
Instagram