Plutino, Antonino

Antonino Plutino (Reggio Calabria, 10 dicembre 1811 – Roma, 25 aprile 1872) 

Nacque da Fabrizio e Caterina dei baroni Nesci. Il contesto famigliare è impregnato dalle idee giacobine dei nonni paterni Carlo e Gerolama Filocamo che, a seguito della intensa attività cospirativa erano stati coinvolti nel settembre 1797 nell’omicidio del Governatore di Reggio, Giovanni Pinelli. La famiglia, pertanto, lo pervase con una forte cultura illuminista e razionalista, votata alla causa della rivoluzione francese, e successivamente legata a Gioacchino Murat; d’altronde, la famiglia della madre annoverava tra i congiunti uno zio, Filippo Nesci, che in qualità di ufficiale della cavalleria murattiana aveva partecipato alla campagna di Russia.
Compì gli studi secondari presso il seminario di Bova; successivamente si trasferì a Napoli, dove studiò giurisprudenza, laureandosi nel marzo del 1837. Nella realtà napoletana venne a contatto con tanti giovani patrioti calabresi e intellettuali provenienti da tutto il regno. Divenne amico di Carlo Poerio e aderì alla Giovine Italia di Giuseppe Mazzini. Ritornato a Reggio, esercitò la professione legale. In quegli anni nelle provincie calabresi, un gruppo di giovani iniziò a divulgare le idee liberali e libertarie, costruendo una rete relazionale con finalità politico-cospirativa e stabilendo contatti con la capitale: Plutino vi prese parte con passione e fu inviato proprio nella capitale per assumere informazioni e allargare la rete a nuovi patrioti.
Nel 1838 nacque il periodico letterario «La Fata Morgana», diretto inizialmente dallo storico reggino Domenico Spanò-Bolani e, dopo le sue dimissioni, da Antonino Plutino che lo diresse sino alla prima soppressione da parte dell’autorità. Questo periodico rappresenta un importante momento culturale, perché vede la luce grazie a una intensa collaborazione: oltre che dall’apporto di giovani, intellettuali e sacerdoti della città dello stretto, fu alimentato anche con contributi provenienti da tutta la regione e, in alcune circostanze, da oltre i confini della Calabria. Plutino si distinse in particolare per un breve saggio dal titolo Reggio incendiato dai Turchi l’anno 1543, pubblicato sul numero di marzo 1838, e per la forte determinazione dimostrata nella conduzione della rivista.
Partecipò nel 1844 al moto di Cosenza, fu arrestato, detenuto dapprima presso il castello di Reggio, poi nel carcere di Cosenza, infine fu trasferito in quello di Santa Maria Apparente a Napoli. Venne scarcerato dopo circa due anni, grazie ai buoni uffici del fratello Agostino, dopo che questi inviò una supplica a Francesco Saverio Del Carretto, al tempo Ministro di Polizia. 
Tornato in libertà, Plutino riuscì a sottrarsi a un nuovo arresto trovando rifugio a Santo Stefano d’Aspromonte dall’ottobre 1846 al giugno 1847, presso la famiglia Romeo. La sua definitiva liberazione avvenne dopo l’incontro del fratello Agostino con Ferdinando II, in visita a Reggio, che per lui si mostrò nuovamente clemente. 
Nell’organizzazione del moto del 1847 a Reggio, appoggiò Giannandrea Romeo, capo militare del moto, e suo fratello Domenicoche ne fu il protagonista politico. Il moto del 2 settembre fu soffocato nel sangue per l’intempestività dei patrioti messinesi e per l’assenza di unità d’intenti. Dopo la morte di Domenico Romeo e di alcuni patrioti, Antonino e il fratello Agostino riuscirono a sfuggire alle intense ricerche di polizia ed esercito, espatriando a Malta, dove incontrarono numerosi patrioti provenienti dal Sud Italia. 
Quando Ferdinando II concesse la costituzione nel gennaio del 1848, fu nuovamente graziato e tornò in Calabria. Fu eletto deputato e si trasferì a Napoli, ma ancor prima dell’inaugurazione della Camera stabilita per il 15 maggio, il dissenso fra il re e i parlamentari su alcuni temi fondamentali, compresa la formula del giuramento, indussero Ferdinando II a rompere il rapporto con i deputati e a sciogliere il Parlamento, mentre nella città di Napoli esplodeva la rivolta tra i deputati detti quindicini e l’esercito regio. 
Nuovamente dovette fuggire con il fratello Agostino prima a Malta, poi a Roma e Livorno, città che dovette abbandonare per l’arrivo delle truppe austriache nel maggio 1849. Subito dopo si trasferì con il fratello a Marsiglia, dove Agostino avviò una importante attività commerciale inerente alla seta, toccando anche Lione. Nel 1852 i fratelli furono arrestati ed espulsi dalla Francia; si trasferirono a Genova, dove Antonino presiedette un comitato di soccorso per patrioti in difficoltà economiche, grazie alle risorse finanziarie messe in campo da Agostino. Successivamente si trasferì a Torino, dove prese contezza del governo costituzionale del Regno di Sardegna. Durante questo periodo abbandonò definitivamente il progetto mazziniano per l’indipendenza dell’Italia, convinto che soltanto i Savoia, per l’azione politico militare sino ad allora svolta, potessero realizzare l’Unità.
Nello stesso periodo Plutino aderì alla Società nazionale, unendosi a Giuseppe Garibaldi per la liberazione dell’Italia meridionale, dove ebbe un ruolo centrale nella preparazione della spedizione dei Mille, alla quale partecipò seguendo il generale prima in Sicilia e poi in Calabria, ove venne ferito nella cruenta battaglia di piazza Duomo a Reggio Calabria, il 21 agosto 1860.
Il giorno dopo la battaglia Garibaldi nominò Antonino «governatore generale della provincia di Reggio con poteri illimitati», e il fratello Agostino «comandante della seconda e terza categoria della provincia di Reggio», svolgendo le funzioni di vicegovernatore, per coadiuvare il fratello.
Da subito Plutino cercò di epurare l’amministrazione locale: fece procedere all’arresto di 154 cosiddetti “reazionari” e all’allontanamento di 36 borbonici; nel procedere con le espulsioni cacciò via dalla città anche l’arcivescovo Mariano Ricciardi, suscitando malumore in città. A più riprese dovette occuparsi delle rivolte legittimiste scoppiate a Cinquefrondi, Pellaro e Pedavoli. Subì anche le conseguenze della frattura del fronte liberale cittadino, dove non pochi dei rappresentanti locali accusavano i fuoriusciti, rientrati in Calabria, di opportunismo. A ciò si aggiunse l’ulteriore circostanza negativa che, nel frattempo, i rapporti fra Garibaldi e il governo sabaudo si erano man mano incrinati, con la conseguenza che Antonino Plutino, seppur divenuto prefetto nel nuovo Stato italiano, operò con sempre maggiore difficoltà per via del suo forte legame con il nizzardo. Nel febbraio 1861 fu trasferito a Cosenza, poi a Cremona e poco dopo a Cuneo; nel marzo 1862 fu trasferito alla prefettura di Catanzaro, sede che abbandonò definitivamente con le dimissioni che rassegnò nell’agosto 1862 per solidarietà verso Garibaldi e per la mancata soluzione della questione romana. Nel telegramma inviato al presidente del Consiglio Urbano Rattazzi si legge: «Miei precedenti mi vietano dare esecuzione ordini Lamarmora che credo fuori Statuto. Pertanto rassegno mia dimissione, prego Ministero di accettarla. Plutino». Le dimissioni furono immediatamente accolte.
Antonino Plutino fu eletto alla Camera dei Deputati in occasione delle elezioni suppletive del 12 aprile 1863, in conseguenza delle dimissioni del deputato Francesco Muratori nel collegio di Cittanova. Venne rieletto, sempre nel collegio di Cittanova, per la IX, X e XI legislatura. Importante il suo impegno in favore dell’implementazione dei collegamenti stradali in Calabria e Sicilia e per la realizzazione della ferrovia ionica. Si impegnò anche sulla progettualità delle infrastrutture portuali, facendo fronte comune con gli altri deputati calabresi. Si schierò in favore dell’abolizione della pena di morte e, nella discussione del progetto di bilancio dell’anno 1868, richiamò l’attenzione del ministro su alcuni abusi nell’applicazione della tassa sui fondi rustici, manifestando sempre insofferenza e delusione verso un regime fiscale che vessava i già sofferenti ceti popolari meridionali. Morì celibe a Roma all’età di sessant’anni. (Fabio Arichetta) © ICSAIC 2020

Nota bibliografica 

  • Camera dei Deputati, Portale storico, http://storia.camera.it/deputato/antonino-plutino-1811#nav (20 novembre 2016);
  • Fabrizio Plutino, Memoria delle vicende politiche dei fratelli Agostino e Antonino Plutino, Tamagna, Napoli 1861; 
  • Tommaso Sarti, I rappresentanti del Piemonte e d’Italia nelle tredici legislature del Regno, A. Paolini, Roma 1880; 
  • Paolo Pellicano, Memorie della mia vita, Stab. tip. di V. Morano, Napoli 1887;  
  • Vittorio Visalli, I Calabresi nel Risorgimento italiano. Storia documentata delle rivoluzioni calabresi dal 1799 al 1862, I-II, Edizione Brenner, Cosenza 1989; 
  • Raffaele De Cesare, La fine di un Regno, s.n., Città di Castello 1900; 
  • Giuseppe Garibaldi, Memorie autobiografiche, Giunti Editore, Roma 2011; 
  • Giovanni Olivieri, I Plutino nel Risorgimento nazionale. Cenni biografici corredati di documenti inediti, s.n., Campobasso 1907;  
  • Vittorio Visalli, Lotta e martirio del popolo calabrese (1847-1848), Franco Pancallo Editore, Locri 2008; 
  • Nino Tripodi, I fratelli Plutino nel Risorgimento italiano, con particolari cenni alle rivoluzioni locali del 1847, ’48,’60, S. A. industrie grafiche meridionali, Messina 1932; 
  • Nello Rosselli, Recensione a I fratelli Plutino nel Risorgimento italiano. Con particolari cenni alle rivoluzioni locali del 1847-48-60, di Nino Tripodi, «Archivio storico per la Calabria e la Lucania», III, 1, 1933, pp. 133-137; 
  • Domenico da Empoli, La protesta del 1848 dei deputati napoletani, «Klearchos», I, 1-2, 1959, pp. 46-56; 
  • Gaetano Cingari, Reggio Calabria, Laterza, Roma-Bari 1988; 
  • Maria Pia Mazzitelli, L’archivio di Antonino e Agostino Plutino, «Calabria sconosciuta», XV, 54, 1992, pp. 81-92; 
  • Ermanno Capani, Agostino e Antonio Plutino, i dioscuri del Risorgimento calabrese, «Calabria sconosciuta», XVII, 61, 1994, pp. 71-74;
  • Angelo Gallo Carrabba, Il gran rifiuto di Nino Plutino prefetto in camicia rossa, «Camicia rossa», XXXII, 1-2, 2012, pp. 12 s.; 
  • Giovanni La Motta, Rivoluzione calabrese. Ricordanze inedite di un patriota fuorilegge (Reggio Calabria 1819-Corfù 1881), testo e note a cura di Pasquale Casile, Città del Sole, Reggio Calabria 2014; 
  • Urbano Rattazzi, Epistolario di Urbano Rattazzi, Vol.I, a cura di Rocco Roccia, Gangemi Editore, Roma 2010;
  • Pietro Stilo, I fratelli Plutino e i grecanici nel risorgimento, Tesi di laurea, Università degli Studi di Messina Facoltà di Scienze Politiche, aa. 2001-2002.

Nota archivistica 

  • Archivio di Stato di Reggio Calabria, Fondo Plutino
  • Archivio di Stato di Reggio Calabria, Fondo Visalli.
RSS
Twitter
Visit Us
Follow Me
YouTube
Instagram