Renda, Antonio Raffaele

Antonio Raffaele Renda [Radicena, oggi Taurianova, (Reggio Calabria),  28 settembre 1875 – Roma, 17 aprile 1959]

Nacque, terzogenito di quattro figli, da Alfonso Maria, pasticcere, e da Filomena Carolina Rechichi, sarta. Il padre era di origine siciliana ed era arrivato in Calabria come maestro dell’arte dolciaria, chiamato da un imprenditore del luogo. Dopo aver frequentato le scuole elementari nel suo paese natale, prosegue gli studi liceali a Catanzaro dove il padre si era trasferito per ragioni di lavoro. 
Nel 1895 s’iscrive al Partito Socialista e risale all’anno successivo un suo articolo pubblicato sul settimanale «Alba» col quale commemora il socialista William Morris, poeta, pittore e architetto, fondatore insieme con Karl Marx della Socialist League. All’età di ventitré anni consegue la laurea in Lettere e Filosofia presso l’Università di Messina. Nel 1899 mentre si trova a Roma, prende parte ad alcuni moti studenteschi e nel corso di uno scontro con le forze dell’ordine, viene arrestato.
Tornato a Catanzaro inizia a collaborare con il giornale cittadino «La Giostra» e con il settimanale socialista di Messina «Il Lavoro». In quello stesso anno fonda e dirige la rivista «Il Pensiero contemporaneo», Rassegna quindicinale d’arte e scienza socialeche si fa subito apprezzare perché conduce un’inchiesta sulla questione meridionale, alla quale collaborano numerosi studiosi di tutte le tendenze, tra cui Gaetano Salvemini e Cesare Lombroso. Le sue posizioni politiche e l’interesse che dimostra per la psicologia e le scienze sociali attirano l’attenzione di numerose testate che richiedono la sua collaborazione. Scrive, oltre che sulla stampa socialista («L’avvenire del Lavoratore»; «Il Riscatto»), per quotidiani come «Il Corriere di Napoli», il «Roma» e il «Resto del carlino», firmando spesso con pseudonimi quali «Reading» o «Tester».
Nel 1900 viene arrestato a Gioiosa Jonica per associazione a delinquere, istigazione alla disobbedienza delle leggi ed eccitamento all’odio tra le classi sociali, dopo un rapido processo viene assolto da ogni accusa. Nel 1902 ottiene un incarico per l’insegnamento di filosofia ad Aosta e l’anno successivo a Campobasso dove rimane fino al 1910, tranne una breve parentesi, nel 1908, presso il Liceo Campanella di Reggio Calabria.
Il 28 dicembre del 1910 sposa a Rogliano Katia Wanda Domanico (o Domenico, come riportato nel testamento olografo), ma non avranno figli e adotteranno una bambina di nome Amalia.
Le sue simpatie politiche ben presto si indirizzano verso la corrente massimalista del Partito Socialista e poi evolvono rapidamente verso il Sindacalismo Rivoluzionario, che gli appare un movimento più idoneo ad affrontare le problematiche legate alla questione meridionale. Diventa un attivo propagandista tanto che la sua azione desta notevoli preoccupazioni presso le autorità amministrative e politiche della città molisana, le quali chiesero a più riprese e senza riuscire a ottenerlo, il suo trasferimento in altra sede. 
Nel 1911 conosce a Firenze Franz Brentano, professore di filosofia e teologia nelle Università di Monaco e di Berlino, ex prete, fautore della «psicologia empirica», che lo avvicina a problematiche di stampo idealistico e metafisico spostando così il centro dei suoi interessi e dei suoi studi.  
Nel 1914 viene nominato professore di filosofia presso l’Istituto Superiore del Magistero di Napoli e qui rimarrà fino al 1927. Allo scoppio della Grande Guerra si schiera, come gran parte dei Sindacalisti e dei suoi amici e conterranei Francesco Arcà, Paolo Mantica, Agostino Lanzillo e Michele Bianchi, su posizioni interventiste, senza, tuttavia, partecipare al conflitto. Questa scelta lo isola dal movimento e favorisce un progressivo allontanamento dalla lotta politica. 
Si dedica con sempre maggiore impegno all’insegnamento e con rinnovata dedizione all’approfondimento e allo studio di tematiche di psicologia sociale. Quando lascia l’incarico di docente, i suoi alunni napoletani gli scrivono una commovente e appassionata lettera di commiato. Nel ringraziarlo per l’opera prestata, per l’affetto che ha sempre manifestato ai suoi allievi e per il lavoro incessante, esprimono tutto il loro «entusiasmo per tutto un mondo che Ella ci ha fatto intravedere, ha accresciuto in noi il bisogno di indagare, di conoscere, di sapere sempre più chiaramente, in modo che la luce del nostro spirito diventi sempre più viva, e noi per essa, sempre migliori. Forse Ella a questo aveva mirato, ed è riuscita».  E concludono: «se è vero che noi La lasciamo, è anche molto vero che non per questo Ella ci abbandona per sempre… quanto Ella della sua vita ci ha dato, e che ci servirà di guida nei giorni futuri, ispirerà sempre la nostra opera improntata a quel carattere di missione proprio dell’opera sua».
«Il compito di un docente, specie di un professore di filosofia, – aveva detto nella sua ultima lezione – è comunicare il valore della verità e la possibilità per l’uomo stesso di adeguare ad esso il più possibile la propria condotta etica».
Dopo aver conseguito la libera docenza, ottiene l’incarico di Storia della filosofia all’Università di Messina che tiene fino al 1930, anno in cui si trasferisce a Palermo come docente di Storia e filosofia medioevale nella facoltà di Lettere cui si aggiunge qualche anno dopo, l’insegnamento di    Storia moderna. Da tempo distaccato dalle idee rivoluzionarie e fortemente critico nei confronti del Partito Socialista, giudicato incapace di «superare l’intima contraddizione tra pensiero e azione e conciliare il rigidismo particolaristico della sua concezione classista con la necessità dell’azione politica», s’avvicina al fascismo, grazie ai buoni uffici di Lanzillo e di Bianchi.  Giustifica questa sua adesione, per il momento, puramente idealistica, ritenendo il nuovo partito l’unico capace di arrecare innovazione in uno Stato completamente irrigidito in forme antiquate ed altrimenti insuperabili. Il fascismo «come vivente sintesi che si svolge nella sua infinita capacità di assorbimento e di trasformazione, può accogliere tutte le forze che possono contribuire all’accrescimento dello Stato ed alla sua evoluzione e non alla sua distruzione ed al suo fallimento».
A parte questo omaggio, forse non del tutto disinteressato, che si sostanzia in collaborazioni con le riviste teoriche del regime quali «Polemica», «L’Ordine fascista», «La Stirpe di Roma», «Critica fascista», dedica in quegli anni una particolare attenzione alla didattica collaborando con la rivista «Il Maestro», che si definisce «periodico settimanale della classe Magistrale» e con la «Rivista applicata di pedagogia».
Contestualmente continua a interessarsi di psicologia pubblicando studi e ricerche su «Filosofia della Scienza», rivista mensile di Psicologia sperimentale, spiritismo e scienze occulte e su «Psiche», rivista di studi psicologici, nel tentativodi ritagliarsi un proprio spazio autonomo di studio al di fuori del soffocante controllo fascista. Il tentativo non riesce e nel 1932 deve, si tratta del classico consiglio che ha tutta la sostanza di un’imposizione, prendere la tessera del Partito fascista.
Quello che non è mai venuto meno, neppure negli anni più bui, è il suo interesse per la filosofia kantiana di cui propone, sulle orme del Brentano, una lettura incentrata interamente sulla metafisica e che lo porta, in opposizione all’idealismo di Gentile e di Croce, verso un’interpretazione del criticismo kantiano in senso etico-religioso. Mantenne la cattedra a Palermo fino al 1950 e poi per altri tre anni accademici fino al 1953, continuò l’insegnamento come professore emerito. Dopo il definitivo pensionamento si stabilì a Roma. Nella capitale continuò la sua attività culturale partecipando a numerosi convegni.sNel suo testamento – morì a 84 anni – stabilì di lasciare al comune di Taurianova un busto in bronzo di Socrate, il suo archivio e tutti i suoi libri che hanno qualitativamente incrementato il patrimonio della Biblioteca comunale che ora porta il suo nome. (Antonio Orlando) © ICSAIC 2020

Opere

  • Il pensiero mistico, Sandron, Milano-Palermo
  • La Questione meridionale, Sandron, Milano- Palermo 1900;
  • Il destino delle dinastie. L’eredità morbosa nella storia di Torino, Bocca, Milano, 1904;
  • La dissociazione psicologica, Bocca, Torino 1905;
  • Psicologia legale, Zamorani & Albertazzi Ed., Bologna 1906;
  • Le passioni, Bocca, Torino 1906;
  • L’oblio. Saggio sull’attività selettiva della coscienza, Bocca, Milano 1911;
  • I valori della guerra. Conferenza tenuta in Napoli nel maggio 1916, Treves, Milano 1917;
  • La validità della religione, Detken & Rocholl, Napoli 1921;
  • Politica e scuola ed altri saggi, Edizioni La Voce, Firenze 1921;
  • Stato e classi, Alpes, Milano 1925;
  • Il criticismo. Fondamenti etico-religiosi, Sandron, Palermo 1927;
  • Valore dello Stato corporativo, s.n., Napoli 1929;
  • Valori spirituali e realtà, Principato, Messina 1931;
  • Il pensiero di F. Fiorentino, Bruzia, Catanzaro 1935;
  • Conoscenza e moralità in Kant, Palumbo, Palermo 1944;
  • Problemi fondamentali della filosofia moderna, Palumbo, Palermo 1945;
  • Dall’idealismo all’attualismo. Lezioni di storia della Filosofia, a cura di Giuseppe Maria Sciacca. Anno accademico 1949-50, Università di Palermo], SNT, Palermo 1950.

Nota bibliografica

  • Giuseppe Maria Sciacca, Giacomo Mossa, Calogero Caracciolo (a cura di), Antonio Renda, Edizioni di filosofia, Torino 1954;
  • Calogero Caracciolo, L’ idealismo e i suoi limiti nel pensiero di Antonio Renda, Palumbo, Palermo 1960;
  • Augusto Placanica, Fermenti dell’intellettualità meridionale nella crisi di fine secolo (1896 – 1899), Frama Sud Edizioni, Chiaravalle Centrale 1975;
  • Giuseppe Masi, Antonio Renda, in Franco Andreucci e Tommaso Detti, Il movimento operaio italiano – Dizionario biografico (1853 – 1943), vol. IV, Editori Riuniti, Roma 1978;
  • Isabella Loschiavo, Antonio Renda e le sue opere, Virgiglio Editore, Rosarno 1995;
  • Piero Di Giovanni (a cura di), Le avanguardie della Filosofia italiana nel XX secolo, Franco Angeli, Milano 2002;
  • Angelo Vecchio Ruggeri, Il pensiero storico filosofico di Antonio Renda, intellettuale ed educatore calabrese,«Calabria sconosciuta»34, 132, 2011, pp. 11-13.

Nota archivistica

  • Archivio Centrale dello Sato, Casellario Politico centrale, busta 4275.
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