Repaci, Leonida

Leonida Répaci [Palmi (Reggio Calabria) 5 aprile 1898 – Marina di Pietrasanta (Lucca), 19 luglio 1985]

Leonida Répaci è l’ultimo dei dieci figli di Antonino Répaci e di Maria Parisi. Il padre, che è imprenditore edile, muore quando Leonida ha un anno appena, e l’infanzia del futuro scrittore è segnata da un altro evento tragico, il violento terremoto del 28 dicembre 1908 che distrugge Palmi: in seguito al terremoto, il piccolo Répaci si trasferisce a Torino presso il fratello Francesco, che fa l’avvocato. Nel capoluogo piemontese, completa gli studi e si iscrive alla Facoltà di Giurisprudenza, non riuscendosi a laureare a causa dello scoppio della prima guerra mondiale. Arruolatosi come tenente dapprima nel corpo degli Alpini sulle Giudicarie e poi nei reparti d’assalto lanciafiamme, viene ferito a Malga Pez e congedato col grado di capitano. Nel 1918 torna a Palmi, dove vede morire una sorella e due fratelli per l’epidemia della «spagnola». 
Nel primo dopoguerra, dopo essersi laureato a Torino nel 1919, partecipa attivamente alla vita politica: milita nel Partito Socialista; collabora all’«Ordine nuovo» di Gramsci (firma gli articoli con lo pseudonimo di Gamelin); assiste, a Livorno, nel 1921, alla nascita del Partito Comunista d’Italia. Dopo la «marcia su Roma», lascia Torino per Milano e, nella capitale lombarda, esercita la professione di avvocato per due anni; inizia poi a collaborare all’«Unità», scrivendo articoli di critica letteraria, teatrale e musicale; lavora inoltre al suo primo romanzo, L’ultimo cinereo, che pubblica nel 1923, ottenendo un discreto successo (l’edizione del 1934 verrà sequestrata dalla censura fascista), successo che lo induce ad abbandonare la professione forense per dedicarsi completamente alla letteratura e alla politica. Il 1925 è un anno particolarmente denso di avvenimenti: Répaci esordisce, a Milano, come commediografo con La madre incatenata; in agosto, mentre è in vacanza a Palmi, durante una rissa tra opposte fazioni politiche, muore il gerarca fascista Rocco Gerocarni e Répaci, arrestato per concorso in omicidio, viene assolto dopo aver passato sette mesi in carcere e, rientrato a Milano, abbandona la militanza politica nel Pci. Un anno fondamentale nella sua vita è il 1929 perché sposa Albertina Antonielli, fonda il Premio Viareggio assieme a Carlo Salsa e Alberto Colantuoni, pubblica due raccolte di racconti (Cacciadiavoli e Racconti della mia Calabria) e un nuovo romanzo (La carne inquieta), libri che lo impongono definitivamente all’attenzione della critica e del pubblico; inizia inoltre la sua opera più impegnativa (Storia dei Rupe), e per il primo volume (I fratelli Rupe) vince nel 1933 il premio Bagutta. Collabora, negli anni successivi, con diversi periodici: «L’Illustrazione italiana», «La Stampa», «La Gazzetta del Popolo» e, per quest’ultimo quotidiano, nel 1932 compie, come inviato speciale, il giro del Mediterraneo e nel 1935 il giro del mondo, lasciandone testimonianza in Con la ciurma di Alessandro e Giro del mondo di ieri. In questi anni stringe amicizia con esponenti di spicco del mondo culturale che, a Milano, si riuniscono nella celebre trattoria in via Bagutta e si fa conoscere anche per la sua avversità al regime e per il suo temperamento esuberante, come dimostrano il duello con Galeazzo Ciano e la partecipazione, come padrino, sia al duello tra Ottavio Pastore e Curzio Malaparte sia al duello tra Roberto Farinacci e Cecchino Buffoni. Il 25 luglio del 1943 vede Répaci impegnato come partigiano nella resistenza romana, nelle file del Psiup.
Nel secondo dopoguerra si impegna molto nel campo giornalistico: con Renato Angiolillo fonda «Il Tempo» e ne è condirettore per nove mesi; istituisce «L’Epoca» che vive poco più di un anno; passa poi a dirigere «L’Umanità»; collabora con «Milano sera», «Paese sera» e con altri periodici. Inoltre continua a praticare la scrittura creativa, a occuparsi del Premio Viareggio e di nuove iniziative culturali: nel 1947 fonda il Premio Fila delle Tre Arti e nel 1948 è tra i fondatori del Premio Sila; nel 1950 organizza, con Franco Antonicelli, il Convegno nazionale La Resistenza e la Cultura italiana e fa parte del Consiglio mondiale per la pace insieme ad altri illustri intellettuali e artisti (Aragon, Brecht, Picasso, Sartre, ecc.); l’anno successivo è membro della Giuria Internazionale per i Premi della Pace e nel 1955 presiede la commissione delle forze pacifiste del mondo durante il Congresso mondiale della Pace svoltosi a Helsinki; infine, a metà degli anni Cinquanta, dirige il mensile «Realtà sovietica», organo ufficiale dell’Associazione dei rapporti culturali con l’Unione Sovietica, presieduta da Antonio Banfi.
La sua fama di scrittore è consacrata da due premi letterari e dal cinema: nel 1956 vince il Premio Crotone per Un riccone torna alla terra; nel 1958 il Premio Villa San Giovanni per il volume comprendente i primi tre libri della Storia dei Rupe; nel 1959 recita, nella parte di se stesso, nel film La dolce vita di Fellini. Negli anni Sessanta abbandona quasi completamente le collaborazioni giornalistiche per dedicarsi alla stesura della Storia dei Rupe. Nel piano definitivo di questo romanzo ciclico, portato a termine dopo il 1968, alla prima parte Principio di secolo (1900-1914), si aggiungono Tra guerra e rivoluzione (1915-1918), Sotto la dittatura (1919-1939) e la Terra può finire (1939-1968); Tra guerra e rivoluzione vince nel 1970 il Premio Sila. In questo periodo Répaci si dedica anche alla pittura, ottenendo un discreto successo nelle mostre allestite a Milano e a Roma.
Alcuni anni prima della morte dona alla città natale la sua villa, detta “Pietrosa”, i suoi libri e i suoi quadri, che sono oggi raccolti nella Casa della Cultura di Palmi, a cui si sono aggiunti fotografie e lettere inedite, materiale che restituisce le tappe dell’iter biografico, culturale e politico di Leonida Répaci, dell’uomo e dell’intellettuale che ha attraversato il Novecento, imponendosi per l’impegno e anche per il suo carattere esuberante. Scrittore fra i più fecondi ed eclettici del Novecento, ha lasciato più di una quarantina di opere e ha ottenuto entusiastici consensi da critici autorevoli (Debenedetti, Flora e Ravegnani sono quelli che, più di altri, hanno contribuito a valorizzare la sua opera), ma non ha ancora il posto che indubbiamente gli spetta nelle storie letterarie; scrittore dismisurato, straripante, torrentizio, sanguigno, è stato tentato da tutti i generi letterari: poesia, romanzo, racconto, teatro, e saggistica.
Esordisce come poeta con Il Ribelle e l’Antigone (1919) e, in seguito, pubblica I poemi della solitudine (1920), Poemetti civili (1973), La parola attiva. Poesia come racconto (1975), La Pietrosa racconta (1984) e Mamma leonessa(1984). Dopo la sua morte appariranno altri due volumi: Ogni volta (1986) e Poesia aperta (1986).
La produzione di romanzi e racconti è ingente: oltre alla Storia dei Fratelli Rupe (che è un’opera ciclica, tra le più imponenti del nostro panorama letterario, perché è costituita da dodici libri contenuti in quattro tomi di circa mille pagine l’uno, per un totale di circa quattromila pagine, in cui vengono ripercorsi settant’anni di vita italiana e non solo, dal 1900 al 1968), a cui lo scrittore lavora, a partire dal 1932, tutta la vita, pubblica L’ultimo cireneo (1923), All’insegna del gabbamondo (1928), Cacciadiavoli (1929), La carne inquieta (1930), Racconti della mia Calabria(1931), Galoppata nel sole (1933), Un filo che si svolge in trent’anni (1954), La tenda rossa (1954), Un riccone torna alla terra (1954), Il deserto del sesso (1957), Il pazzo del casamento (1959), Amore senza paura (1963), Magia del fiume (1965), Il caso Amari (1966) e Lanterne rosse a Monteverde (1974). Per quanto riguarda il teatro scrive non solo otto opere teatrali [Questo nostro tempo (L’attesa), La madre incatenataFavola di MartinoLa barba alla morte (Crisalide), La vogliaIl superuomo e la montagnaNotturno del tempo e dell’illusioneLuciano 1930, e sono state raccolte in Omaggio al teatro (1958)], ma anche numerose critiche drammatiche, raccolte in Teatro di ogni tempo(1967). Come critico d’arte Répaci è autore di una serie di articoli su scultori e pittori in seguito alla sua collaborazione con «L’illustrazione italiana», riunite nel volume Galleria (1948). Le fotografie e le lettere conservate presso la Casa della Cultura di Palmi testimoniano i sodalizi con le personalità più prestigiose del mondo culturale e politico, nazionale e internazionale. La fede politica e il legame con la terra d’origine dettano i motivi fondamentali della sua imponente produzione: calabrese e socialista, è quasi impossibile leggere la sua opera senza tener conto di questa doppia connotazione che si traduce in impegno umano e letterario. (Monica Lanzillotta) © ICSAIC

Nota bibliografia

  • Répaci controluce. Antologia e critica, a cura di Giuseppe Ravegnani, 2 voll., Ceschina, Milano 1963; 
  • Répaci 70 e la cultura italiana, a cura di Elio Filippo Accrocca, 2 voll., Costanzi, Roma 1968; 
  • Antonio Altomonte, Leonida Repaci, La Nuova Italia, Firenze 1976;
  • Geno Pampaloni, Leonida Repaci, in NovecentoI Contemporanei, vol. 8, a cura di Giovanni Grana, Marzorati, Milano 1979;
  • Omaggio a Leonida Répaci, «Calabria Libri», numero speciale dedicato a L. Répaci, IV, nn. 13-14-15-16, gennaio-dicembre 1985;
  • Eugenio Ragni, Leonida Répaci, in Letteratura Italiana Contemporanea, diretta da G. Mariani e M. Petrucciani, IV,  Editoriale Scuola, Roma 1995, pp. 607-614;
  • Santino Salerno, Leonida Repaci. Una lunga vita nel secolo breve, Rubbettino, Soveria Mannelli 2008;
  • Santino Salerno (a cura di), Sonavan le quiete stanze. La Pietrosa di Leonida Repaci, Rubbettino, Soveria Mannelli 2009. 
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