Riggio, Achille

Achille Riggio (Cosenza, 10 marzo 1891 –  Reggio Calabria, 9  settembre 1951)

Nacque da Stanislao e da Rosina Catalano. La famiglia, dopo le scuole di base, gli fece proseguire gli studi superiori e si diplomò ragioniere. Subito dopo il diploma, nella guerra italo-turca del 1911-12, prese parte alle operazioni in Libia e intervenne poi nel primo conflitto mondiale combattendo sul Carso e sul fronte albanese. Alla patria dell’eroe Giorgio Castriota Scanderberg e ai mesi trascorsi in terra skipettara, dedicò un volumetto di carattere letterario. 
In età di lavoro, vinto un concorso nelle ferrovie, fu assegnato alla stazione di Brancaleone Marina. Iscritto al partito socialista massimalista e al sindacato dei ferrovieri, negli anni del biennio rosso svolse un’attiva propaganda, confluita nel 1922 in una breve monografia, comprendente alcune riflessioni storico-politiche sui presunti intendimenti rivoluzionari del proletariato.
Con l’avvento del fascismo al potere, fu penalizzato. Per il suo dissenso e il suo operoso sostegno alla vita del sindacato, dapprima da Catanzaro Marina fu distaccato a Trivigno, piccolo comune della provincia di Potenza, ma presto venne licenziato  «per scarso rendimento», e qualche anno dopo, nel 1927, con regolare passaporto, incoraggiato ad abbandonare l’Italia e a trasferirsi in Tunisia. Raggiunto, l’anno successivo, dalla famiglia (moglie e due figli), incrementò la già folta collettività italiana, da tanti anni perfettamente integrata nel tessuto multietnico della nazione maghrebina, e pronta a misurarsi con la dittatura e la politica di rivendicazione nei confronti della colonia francese.
Ottenuto dalle autorità del protettorato, previo esame, il riconoscimento del titolo equipollente del diploma, per vivere si impiegò come contabile in una azienda vinicola compiendo periodici viaggi nelle isole della vicina Sicilia.
Al momento di partire dall’Italia, presso il Tribunale di Gerace per una sua impresa commerciale conclusasi negativamente, gli fu intentato un processo per truffa, falso e appropriazione indebita, del quale, il 13 febbraio 1930, fu assolto per insufficienza di prove.
In Tunisia, per i primi anni, continuò a manifestare le sue idee antifasciste. Fu iscritto nella Rubrica di frontiera e nel Bollettino delle segnalazioni del Ministero dell’Interno, come individuo da fermare e perquisire. Collaborò, con lo pseudonimo di Guido Del Buzzo, al giornale «Tunisie socialiste», ma sorvegliato attentamente dal consolato italiano, negli anni Trenta attenuò il suo atteggiamento, dando prova di «ravvedimento», serbando una «buona condotta morale e politica» e non intrattenendo contatti con elementi sospetti. Conseguentemente, il 15 settembre 1937, il Prefetto di Reggio Calabria, visto il parere favorevole del Console generale di Tunisi, propose al Ministero la sua radiazione dal novero dei sovversivi. 
Non rientrò, però, in Italia. Seguitò a occuparsi del suo lavoro e ad applicarsi, nel contempo, agli studi storici verso cui si era orientato non appena messo piede in terra africana.
Durante il regime di Vichy, per precauzione i nuovi responsabili francesi lo deportarono in un campo di concentramento. Liberato alla caduta del maresciallo Petain (le vicende tunisine, dall’occupazione italiana a quella alleata furono narrate in più puntate in una rivista), poté ritornare in Italia stabilendosi a Reggio Calabria, dove riebbe l’impiego di capostazione nelle ferrovie. Vi rimase pochi anni perché preferì andare in pensione e proseguire il suo impegno di storico.
Senza maestri, autodidatta appassionato e coinvolto, è stato una figura atipica del mondo culturale calabrese. Da una giovanile formazione condita di futurismo e di avanguardismo e di altre influenze derivate da cenacoli collegati alla «Voce» di Prezzolini, successivamente, attraverso la lettura dei classici antichi e moderni, dei meridionalisti e del pensiero marxiano e leniniano, acquisì specifiche competenze nella professione di storico.
Le conoscenze avviate nel paese arabo al tempo dell’impresa libica, e rilanciate immediatamente nella nuova residenza da esule, lo stimolarono a indagare sulle relazioni italiane col mondo musulmano. A Tunisi, nei ritagli lasciati liberi dal lavoro, frequentò gli archivi locali, avvalendosi dell’aiuto amichevole di Pierre Grandchamp, insigne paleografo e archivista, specialista di cronache schiavistiche tunisine, al quale si devono il riordinamento e l’analisi dei documenti inediti della Repubblica veneziana e del vecchio consolato di Francia in Tunisia.
Intraprese una ricerca, poco consueta in quegli anni, basata su informazioni di prima mano tali da lumeggiare il periodo barbaresco e mettere al sicuro i documenti dei consolati cristiani e della missione dei Cappuccini italiani. Ha avuto, così, la possibilità di ricostruire, i rapporti della Calabria e di altri Stati italiani con le coste nordafricane nel corso dei secoli e, in genere, con le Reggenze di Tripoli e Algeri. 
I suoi scritti hanno avuto molto credito perché determinanti nel setacciare gli aspetti  socio-economici  delle regioni mediterranee, e segnatamente dell’Italia meridionale. I marinai delle galere amalfitane ai tempi della Repubblica sono stati i primi a commerciare con la Tunisia. 
Centrale il ruolo della Calabria nell’indagine di Riggio. La regione, proiettata nel Mediterraneo, appare sotto una luce diversa, fatta di mobilità, di scambi reciproci,  di mutazione nel paesaggio costiero con le sue torri di guardia, di convertiti o di rinnegati passati all’Islam e viceversa (molti i calabresi, in aggiunta al noto Occhialì). Il concorso apportato alla fondazione degli stati musulmani ha schiuso nuove prospettive, attentamente evidenziate  dalla successiva storiografia nella complessità delle sue dinamiche. 
La sua produzione, protrattasi per diversi anni,  è stata pubblicata in svariate riviste storiche, dall’«Archivio storico per la Calabria e la Lucania» (più di 18 contributi dal 1935) a «Historica», a «Calabria Nobilissima»; da «Oriente Moderno», periodico dell’Istituto per l’Oriente, all’«Archivio storico per le province napoletane», agli «Atti della Regia Deputazione di storia patria per la Liguria», al «Giornale storico e letterario della Liguria», a  «Il Ponte» (numero speciale della rivista offerto alla regione  Calabria, settembre-ottobre 1950), alla «Revue Tunisienne», all’«Archivio storico di Corsica» e alla «Rassegna storica del Risorgimento» (atti del XIX congresso)
Un ulteriore interesse riguarda una storia degli Italiani in Tunisia e i riflessi nel Maghreb degli eventi risorgimentali, momenti che non potevano rimanere estranei alla comunità italiana, la più consistente numericamente e la più rilevante socialmente, per aver solidarizzato con i molti patrioti scampati alla repressione e rifugiatisi in Africa, rendendo le due sponde del Mediterraneo più vicine. Da segnalare una prima biografia di Niccolò Converti, il medico e anarchico calabrese vissuto a Tunisi e non conosciuto di persona perché impeditogli.
L’intenzione di concretizzare il suo progetto storiografico, finalizzato ad approfondire le esplorazioni sulla Tunisia barbaresca (per un redattore dell’«Archivio storico per la Calabria e la Lucania» era divenuto un maestro), non poté essere realizzata.
La fatica e un male inesorabile minarono la sua forte fibra. Morì a 60 anni. (Giuseppe Masi) © ICSAIC 2020

Opere

  • Nel paese di Skanderbeg: 9 dicembre 1915-24 aprile 1917, V. Giannotta, Catania 1918;
  • Ferrovieri calabresi: ricerche e considerazioni sintetiche sulla massa pre-rivoluzionaria, Tip. La Perseveranza, Potenza 1922;
  • Bibliografia sommaria dell’Oriente e dell’Africa, Il Ghibli, Tunisi 1933;
  • Note per un contributo alla storia degli Italiani in Tunisia, Bascone e Muscat, Tunisi 1936;
  • Schiavi genovesi nell’archivio consolare veneto di Tunisi 1779-1784, Stab. Tip. L. Cappelli, Rocca S. Casciano 1939.

Nota bibliografica

  • Saverio Napolitano, Turco- barbareschi e devozione leonardiana nell’Alto Tirreno cosentino  (XV.XVII secolo), «Archivio storico per la Calabria e la Lucania», 2003, pp. 91-112;
  • Mirella Mafrici, Propaganda fide e schiavitù barbaresca: l’attività dei Cappuccini nel Maghreb tra Sei e Settecento, in Schiavitù religione e libertà nel Mediterraneo tra medioevo ed età moderna, a cura di Giovanna Fiume, «Incontri Mediterranei», 1-2, 2008, p. 125n;
  • Valentina Zecca, Una pagina delle relazioni tra Calabria e Nord Africa. Occhialì e il problema dei rinnegati nel XVI e XVII secolo, «Rivista sul Mediterraneo islamico», 1, 2017, pp. 7-24;
  • Necrologi in «Historica», 6, 1951, pp. 173-174; «Calabria Nobilissima», 1-2, 1951, pp. 59-60; «Archivio storico per la Calabria e la Lucania», 1951, fasc. I-IV, pp. 139-141

Nota archivistica

  • Archivio Centrale dello Stato, Ministero Interno, Casellario politico centrale, b.  4322, fasc. 38288.
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