Romeo, Stefano Luigi

Stefano Luigi Romeo (Santo Stefano in Aspromonte (Reggio Calabria), 13 settembre 1819 –10 agosto 1869)

Figlio di Giuseppe, farmacista, e Giuseppa Priolo, si formò in un ambiente giacobino e murattiano. Cugino di Domenico e Giannandrea Romeo, fu avviato agli studi presso il Seminario di Reggio Calabria ma nel 1834, a soli quindici anni, insieme al cugino Pietro Aristeo Romeo fu allontanato da tutte le scuole del Regno delle Due Sicilie, perché trovato in possesso di libri inneggianti a idee repubblicane e all’Unità d’Italia, riconducibili alla Giovine Italia. Si iscrisse nel 1836 alla facoltà di medicina dell’Università di Napoli, ma nel 1840 fu arrestato perché indicato come potenziale aderente alla setta della Giovine Italia. Si trasferì quindi all’Ateneo di Messina, laureandosi nel 1841. Viene descritto come «bella figura di studioso, di repubblicano, di idealista, senza compromessi, rivela nelle sue lettere tutto il suo carattere ardente, leale, senza incrinature».
Il 28 aprile del 1842 sposò la diciasettenne Vincenza Morabito proveniente da una famiglia della piccola borghesia terriera di Podargoni, piccolo centro del reggino sito alle falde dell’Aspromonte: i due furono sempre un’anima e un cuore sia nella vita coniugale che nell’impegno politico e patriottico, e dal felice matrimonio nacquero Giuseppe Cincinnato, Domenico Maccabeo, Aurelio, Ambrogina, Antonia e la primogenita Giuseppina Sanfelice. 
Nel 1844 Stefano Romeo fu coinvolto nel processo ai fratelli Bandiera. Prese parte alla cospirazione che portò all’insurrezione del 2 settembre 1847 nella città di Reggio Calabria, in seguito alla quale fu processato e condannato alla pena di morte, poi sospesa. Fu quindi trasferito un mese dopo a Napoli, insieme a Giannandrea Romeo e ad altri patrioti che erano stati arrestati insieme a lui. L’8 maggio 1848 venne eletto deputato al parlamento napoletano, come da verbale della commissione centrale elettorale della provincia di Reggio, insieme ai deputati Antonio Cimino, Antonino Plutino, Carmelo Faccioli. Nella sua qualità di segretario della Camera dei deputati stese e firmò, sotto dettatura di Pasquale Stanislao Mancini, la Protesta del parlamento napoletano contro Ferdinando II, per la giornata del 15 maggio 1848, quando scoppiò il moto a Napoli. Riuscì a salvare il manifesto durante una perquisizione, nascondendo il documento nel nodo della cravatta, riuscendo successivamente a pubblicarlo dopo la fuga a Livorno. Ritornò in Calabria dove, sui Piani della Corona in Aspromonte, insieme a Casimiro De Lieto e Antonino Plutino, costituì un Governo provvisorio, nel tentativo di scatenare l’insurrezione a Reggio e in provincia, per poi unirsi al Governo presieduto da Ricciardi che operava a Cosenza e Catanzaro, ma senza successo in quanto molti patrioti si defilarono. 
Dopo la battaglia dell’Angitola e la sconfitta dell’insurrezione in Calabria, fuggì per l’Italia. Nel 1849 si trasferì a Roma per combattere in difesa della Repubblica Romana, che era stata proclamata con a capo Giuseppe Mazzini, Aurelio Saffi e Carlo Armellini. Alla sua caduta fuggì in Toscana dove, col grado di capitano del Genio, combatté contro gli Austriaci che volevano restaurare con la forza il Granduca Leopoldo. Dovette fuggire nuovamente e, nel 1850, per un breve periodo trovò rifugio a Malta, per poi spostarsi in esilio in Turchia, da dove però si tenne sempre in contatto con altri esuli sparsi per l’Italia e l’Europa. Dall’esilio in Turchia scoprì ospitalità, tolleranza e la possibilità di vivere senza il rischio della repressione poliziesca. La Turchia in quel periodo si dimostrò molto accogliente e più che tollerante verso i profughi italiani e ungheresi, malgrado le forti proteste di Austria e Russia, dovute al fatto che l’Impero Ottomano aveva stipulato un trattato con l’Austria per l’estradizione degli esuli italiani e ungheresi  sistematicamente disatteso, come avvenne anche nel caso di Benedetto Musolino. La Turchia rappresentò, quindi, una sicura protezione per gli esuli italiani. 
Stefano Romeo, appena giunto a Costantinopoli, si preoccupò dei profughi ungheresi, scrivendo a Casimiro De Lieto affinché diffondesse sulla stampa europea la loro causa contro la tirannide austriaca.
Romeo si guadagnò la stima dei funzionari ottomani, che gli proposero un ruolo all’interno dell’amministrazione che, però, prevedeva la sua conversione religiosa che declinò con garbo; per tutto il periodo in Turchia visse esercitando la professione di medico e praticando l’attività del commercio all’ingrosso di cereali, con notevolissimi guadagni, destinati in massima parte al sostegno dei patrioti in difficoltà e, in seguito, all’acquisto delle armi necessarie all’impresa dei Mille di Garibaldi.
Nel decennio 1849-59 visse sereno seguendo gli avvenimenti tramite la stampa e le lettere che spesso gli venivano inviate da Casimiro De Lieto. Non fu un convinto assertore della causa italiana guidata dai Savoia, poiché riteneva che la forma di stato migliore fosse quella repubblicana. Fu comunque disposto ad accantonare questa sua idea, ponendo innanzitutto l’Indipendenza e l’Unità nazionale come obiettivo primario rispetto la forma di stato repubblicana: «prima italiano e poi repubblicano». Aderì al programma del Partito d’Azione. Non sì rassegnò mai all’idea di non vedere libere Venezia e Roma, in tal senso si spese per questi obiettivi imprescindibili con tutte le proprie forze.
Ancora esule in Turchia nell’agosto del 1860, Stefano Romeo venne a sapere da Casimiro De Lieto dell’arruolamento volontario del figlio Cincinnato, appena sedicenne, tra i volontari di Garibaldi. In questa circostanza scrisse al figlio, commosso, lodando la sua decisione e incoraggiandolo a comportarsi con onore in battaglia, anche se col cuore in pena al pensiero di poterlo perdere. Ma l’amore alla Patria lontana prese il sopravvento: «Quando verrà il giorno della battaglia ricordati dell’Italia, ma quando avrai superato i pericoli della mitraglia ricordati di me, dell’ansia che mi spezza il cuore».
Nel 1860, alla caduta dei Borbone e con l’unione delle Province Napoletane al Regno d’Italia, poté finalmente fare ritorno a casa; ma si accorse che «appena arrivano nel mezzogiorno, i governativi preferiscono tutti eccetto che gli uomini del Partito d’Azione: «meglio Calderari e Sanfedisti che Garibaldini! E Garibaldi a Caprera è un’onta pel Re e pel Paese».
Nel 1861 fu eletto deputato ed entrò a far parte della prima Camera dei Deputati del Regno d’Italia nella VIII legislatura, sedette tra i banchi all’estrema sinistra proprio accanto all’amico Garibaldi e l’anno successivo fu onorato da Urbano Rattazzi dell’onorificenza dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro. Rieletto nel 1865 per la IX legislatura, si recò a Firenze, nuova capitale d’Italia e sede della Camera dei Deputati. Ma la sua delusione consolidata per il mondo della politica e la sua salute sempre più gravata da anni di sacrifici e privazioni, unita al desiderio di stare con la moglie e i figli, lo spinsero, nel febbraio del 1868, a rassegnare le dimissioni da deputato e a fare ritorno a Santo Stefano d’Aspromonte. L’entusiasmo e la speranza del 1860 erano ormai un lontano ricordo, per questo scrisse con rabbia e delusione: «posso distruggere il mio passato che pur tanti dolori ci costò? Mi pare arrivato il momento di ritornare a Jumurgina, o altrove, allora vedrai come mi saprò staccare da questa cloaca, che si chiama vita politica».
In realtà, l’idea di abbandonare la vita politica era già maturata prima, e il momento nodale della sua breve e tormentata esperienza parlamentare si concluderà dopo la sconfitta di Mentana, per aver sperimentato «l’inefficacia dei voti parlamentari», così scriveva protestando al Presidente della Camera e per il «modo di come è inteso ed attuato il regime costituzionale in Italia fin dal 1861». Usciva ufficialmente dalla scena politica dichiarando, in un manifesto indirizzato ai cittadini del collegio di Reggio, in cui s’intravedono chiare venature dell’emergente polemica meridionalista, che in quelle condizioni la sua presenza alla Camera sarebbe stata vana e inutile e, soprattutto, non voleva che fosse «una lusinga ingannatrice verso [gli] elettori, mostrando possibile la lotta dove non lo è», chiosando con una violenta accusa verso i colleghi parlamentari.
Fu un alto esponente della Massoneria. Morì a Santo Stefano in Aspromonte a poco più di un mese dal compiere i cinquant’anni. Per sua espressa volontà, la sua tomba fu collocata nell’orto dell’Abazia, dove tutt’oggi si trova, e sulla quale si legge la seguente epigrafe: «di Stefano Romeo qui giace il frale / molto ei soffrì ma al fin vinse i borboni / e ai posteri indisse la morale / che sparir denno dei tiranni i troni». (Fabio Arichetta) © ICSAIC 2020

Nota bibliografica

  • Aurelio Romeo (Jejè), Pietro Aristeo Romeo e il suo tempo, Tipografia P. Lombardi, Reggio Calabria 1887; 
  • Aurelio Romeo, Pensiero ed azione, Ceruso, Reggio Calabria 1895;
  • Vittorio Visalli, Lotta e martirio del popolo calabrese, Mauro, Catanzaro 1928; 
  • Gian Biagio Furiozzi, L’emigrazione politica in Piemonte nel decennio preunitario, L.S. Olschki, Milano 1979;
  • Giuseppe Musolino, S. Stefano in Aspromonte. Cinque patrioti, un ragazzo e la bandiera, Rexodes Magna Grecia, Reggio Calabria 2003;
  • Giuseppe Musolino, S. Stefano in Aspromonte. Storia e Protagonisti, Rexodes Magna Grecia, Reggio Calabria 2009;
  • Fabio Arichetta, Il moto del 2 settembre 1847: il martirio dell’élite neoguelfa della libera muratoria reggina, «Calabria Sconosciuta», XXXVII, 143-144, 2014, pp. 67-69;
  • Domenico De Giorgio, Stefano Romeo esule in Turchia, Historica», XI, 1, 1958, pp. 14-18; .4, pp.120-122.  
  • Domenico E. M. Romeo, Una donna calabrese del Risorgimento Vincenza Morabito Romeo, «Historica», XXXVI, 1, 1982, pp. 37-44. 

Nota archivistica

  • Comune di Santo Stefano, Registro dei nati, Atto n. 69, 1819;
  • Archivio di Stato di Reggio Calabria, Fondo Vittorio Visalli;
  • Archivio del Museo Nazionale del Risorgimento Italiano, Fondo Casimiro De Lieto. 

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