Rossi, Cesare

Cesare Rossi [Rossano (Cosenza), 21 agosto 1899 –31 agosto 1942]

Nato da Virgilio e Achiropita Dolente. Sposato con Sigismina Toscano, ebbe otto figli per alcuni dei quali i nomi rispecchiavano la sua personalità: Spartaco Pasquale, Virgilio Carlo, Cesare junior morto di tifo a 17 anni, Maria Achiropita, Italia Spagna Grazia, Alba Vittoria, Mario morto ustionato all’età di due anni e Gioconda. 
Esercitava il mestiere di calzolaio e di commerciante di scarpe e fin da giovanissimo aveva militato nel Partito Socialista ricoprendo nel 1920 la carica di vice segretario della sezione di Rossano, all’epoca della prima amministrazione socialista della città con sindaco Francesco Rizzo.
Dopo il congresso di Livorno del 1921 aderì al Partito Comunista d’Italia e per la sua storia politica era sorvegliato in modo insistente dalla polizia in relazione all’attività di proselitismo che svolgeva con assiduità e riservatezza.
Nel 1920 fu sottoposto a processo per affissione di manifesti, ma il pretore il 4 giugno 1920 decise per il non doversi procedere perché il fatto non costituiva reato. Nel 1924, infatti, dopo il delitto Matteotti nei pressi del suo laboratorio espose un manifesto intitolato «lutto proletario» e una cinquantina di operai da lui guidati chiese l’iscrizione al Partito socialista italiano e in una delle tante perquisizione che subì, nello stesso a casa sua furono trovati una lista di contribuenti sottoscrittori dell’«Avanti!» e un timbro con la dicitura «Sezione del Partico Comunista di Rossano». 
Sottoposto di nuovo a processo nel 1926 per danneggiamenti, il 17 febbraio 1926 fu prosciolto dal pretore in quanto il fatto non costituiva reato. Nel novembre del 1926 fu diffidato ai sensi dell’articolo 166 del Testo Unico della legge di pubblica sicurezza. L’8 giugno 1929 fu invece condannato a pagare 20 lire di ammenda per contravvenzione sempre alla legge di pubblica sicurezza. Nel 1936, assieme a Greorio Minnicelli, Arnaldo Masaniello Pettinato e Marco De Simone, costituì na cellula comunista che riprese che riprese l’opposizione al fascismo.
Una relazione del prefetto di Cosenza del 29 novembre 1937 riferisce che Rossi faceva leggere i suoi libri, all’epoca sovversivi, «agli studenti De Simone Salvatore di Luciano e De Simone Espedito Antonio allo scopo di avvicinarli alle teorie comuniste». Un’altra relazione firmata dal Commissario di PS di Rossano, sempre del novembre del 1937, riporta che presentò Salvatore Marco De Simone ad alcuni confinati. Inoltre proprio insieme a Marco De Simone, Roberto Curti e Carmine Greco, in quel periodo, costituì a Rossano la prima cellula comunista cittadina.
Con il clima di sospetti di cui la polizia fascista l’aveva circondato, intorno a lui si era creato il deserto con pesanti ripercussioni sulla sua attività commerciale e con conseguenti criticità sul bilancio familiare. Però la triste situazione economica mai incise sui suoi ideali e sull’impegno politico che ovviamente espletava con le accortezze che i tempi richiedevano.
La mattina del 30 marzo 1937 i rossanesi si svegliarono trovando sulle mura di un palazzo di Rossano delle scritte antigovernative e la polizia accusò Rossi di questo episodio, insieme ai due De Simone citati prima. Nello specifico un’artigianale perizia calligrafica trovò delle similitudini tra le scritte sul muro e la grafia di Espedito Antonio De Simone. Inoltre i tre vennero ulteriormente inquisiti per la bandiera rossa che fu posta il 4 novembre dello stesso anno sopra il Monumento ai Caduti, dove quella mattina si sarebbe dovuta tenere la cerimonia della celebrazione della vittoria della prima guerra mondiale.
La perquisizione che subì da parte della polizia nella sua abitazione, nel novembre del 1937, portò al ritrovamento del libro I fondamenti del comunismo di Friedrich Engels e un altro di Lenin dal titolo Le elezioni per l’Assemblea Costituente e la dittatura del proletariato, più alcuni fogli dattiloscritti contenenti discorsi anticlericali. Egli era inoltre un fedele lettore de «Il Becco Giallo», rivista satirica antifascista, costretta a chiudere nel 1926 e dal 1927 stampata in Francia.
Nella seduta del 4 dicembre 1937 la Commissione provinciale per i provvedimenti di polizia decretò per Rossi la pena della “ammonizione”.
È quindi immaginabile l’atmosfera che in città lo circondava e che portava la sua clientela tradizionale dal guardarsi bene dall’andare a fare acquisti nel suo negozio, che invece fino ad allora aveva fornito le scarpe anche alla Rossano bene.
Giuseppina Callegari, nota antifascista confinata a Rossano, in quel periodo abitava in affitto in una casa di proprietà dell’ebanista Isidoro Toscano, doppio cognato di Cesare Rossi perché ognuno dei due aveva sposato la sorella dell’altro. Risiedendo a fianco, Giuseppina frequentava casa Toscano e in un suo libro di ricordi parla della situazione di estremo disagio economico che vivevano i Rossi per le idee di Cesare. Racconta: «Rossi, che aveva un negozio di calzature, essendo entrato nel mirino della polizia fascista, aveva visto sparire a poco a poco tutta la clientela, sicché la sua famiglia era ridotta alla fame. Con la moglie Gerosimina veniva di tanto in tanto a trovare la sorella cieca. Quando questa offriva loro qualcosa vi si gettavano come lupi affamati”.
Il 16 giugno del 1938, comunque, avvenne un altro episodio che aggravò ulteriormente la sua posizione. Quel giorno degli operai che stavano eseguendo dei lavori nella Villa Labonia, trovarono in uno scantinato seminterrato alcune copie del giornale «L’Asino», un foglio satirico socialista chiuso dal regime nel 1925, più una bandiera rossa dell’ex associazione giovanile comunista di Rossano, ventitré cartoline illustrate   raffiguranti leader socialisti e comunisti e una quarantina di opuscoli editi dalla casa editrice Nerbini di Firenze.  
Messo alle strette dalla polizia – si può immaginare con quali metodi – il giardiniere-custode della villa, il socialista Giuseppe Novelli, dopo aver prima negato di essere a conoscenza delle origini di quanto ritrovato, confessò che glielo aveva portato quattro anni prima Cesare Rossi, affinché lo nascondesse. La polizia invece sospettò che l’esigenza di nascondere il materiale fosse nata in Rossi dopo i fatti della bandiera rossa al Monumento ai Caduti, per evitare che saltasse fuori durante le perquisizioni che subì in quella occasione.
Nella relazione che il prefetto fece su tale vicenda il 4 agosto 1938 è riportato che l’attività antigovernativa di Rossi era svolta con «circospezione nell’ambiente operaio e contadino e tra l’elemento giovane è veramente deleteria, per cui è considerato come persona da sorvegliare attentamente». 

Finalmente in una riservata della prefettura di Cosenza del 24 aprile 1942 indirizzata                                                                                                        al Ministero si legge: «Il sovversivo in oggetto dal 1938 ad oggi non ha più dato luogo a rilievi con la sua condotta politica. Rossi però conserva tuttora idee contrarie all’attuale Regime e perciò viene riservatamente vigilato». E il 31 agosto dello stesso anno, dopo una vita di lotta per le sue idee e di sofferenze, morì a Rossano a soli 43 anni. Solo dopo morto e una lunga causa fatta dai familiari ebbe il riconoscimento di perseguitato politico del fascismo.
La città ha inteso onorare la sua memoria e per non disperderne il ricordo gli ha dedicato un piazzale cittadino antistante l’edificio del Tribunale. (Martino Antonio Rizzo) © ICSAIC 2021 – 10 

Nota bibliografica

  • Franco Scottoni, Solo dopo morto il riconoscimento di perseguitato ad un antifascista, «L’Unità», 16 novembre 1976;
  • Virgilio Rossi, In memoria del compagno Cesare Rossi, «La Regione», n. s., IX, 5, sett.-ott. 1981, pp. 21-22;
  • Giuseppina Callegari, Piccola borghese, Ed. La Pietra, Milano 1986;
  • Pasqualina Maria Trotta, Quaderno di un antifascista: Arnaldo Masaniello Pettinato, «Bollettino dell’Istituto calabrese per la storia dell’antifascismo e dell’Italia contemporanea», 1, giugno 1988, pp. 52-53;
  • Isolo Sangineto, Intervista al Sen. Salvatore Marco De Simone, «Bollettino Icsaic», fasc. 10, 1991, pp. 41-61.

Nota archivistica

  • Archivio Centrale dello Stato, Casellario politico centrale, busta 4438, f. Rossi Cesare;
  • Archivio Icsaic, Fondi minori, fasc. 35, Materiale Cesare Rossi di Rossano.
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