Santoro, Giovan Battista

Giovan Battista Santoro [Fuscaldo (Cosenza) 24 novembre 1809 – Napoli, 1895]

Figlio primogenito di Francesco, orefice, e di Maria Teresa di Carlo Colonnese, fu il capostipite di una numerosa famiglia di artisti. Sin da ragazzo manifestò la sua straordinaria vocazione artistica e successivamente, intorno ai vent’anni, si recò a Napoli, dove iniziò il suo apprendistato nel Reale Istituto di Belle Arti, studiandovi pittura, disegno e incisione. 
Nella città partenopea esordì come pittore nel 1830 alla mostra della Biennale borbonica con i due dipinti San Gerolamo e la SS.ma Vergine, esemplata da un’opera del Parmigianino. Poi a quella del 1837 espose il dipinto L’Immacolata che riecheggia l’omonimo soggetto di Luca Giordano della cattedrale di Cosenza, sul quale nel 1843 scrisse anche un giudizio critico, pubblicato sul giornale «Il Calabrese». Realizzò varie opere sia nella provincia bruzia che fuori i confini regionali, nelle quali seguì consolidati modelli iconografici classicistici, di derivazione raffaellesca e manieristica. Questi suoi svolgimenti presero essenzialmente forma attraverso due differenti modalità stilistiche: una basata su una scarna e liscia stesura coloristica dagli effetti quasi smaltati e l’altra, nella quale privilegiò un cromatismo più pastoso, luminoso e vivace, a sua volta permeato da effetti di luce dorata e talvolta anche con il disegno delle figure più sciolto e meno accademico.
Nel 1838, anno in cui morì il padre all’età di 49 anni, eseguì per del duomo di Cosenza la tela dello Sposalizio della Vergine, nella quale ritrasse anche se stesso. «Rimasto orfano e col peso di una numerosa famiglia, dovette adoperare tutta la sua versatilità peregrina per produrre in ogni branca delle arti plastiche, dipingendo quadri e decorazioni, modellando in stucco e financo in carta pesta, disegnando e litografando». (Frangipane, 1913). Ben presto, comunque, con spirito speranzoso e combattivo, oltre a farsi carico dei problemi di famiglia, il 13 marzo del 1939, all’età di 31 anni, decise di sposarsi (a Fiumefreddo Bruzio) con Carmela Perrusi, figlia di Rosario e di Elisabetta Vercillo, per poi trasferirsi a Cosenza, dove già nel 1840 nacque il primogenito Francesco. 
Nel 1842 eseguì per la cattedrale di Matera i due tondi raffiguranti San Giovanni da Matera e la Visione di San Eustachio, ambedue definiti da colori vivaci e con il disegno dall’andamento fluido e brioso; mentre sul soffitto della navata centrale realizzò, con esiti più di maniera, la Visitazione della Vergine Maria a Santa Elisabetta.
Successivamente, nel 1845 espose di nuovo alla biennale borbonica partenopea con il Ritratto di se stesso in uniforme di guardia d’onore, nonché eseguì il Ritratto dell’abate Salfi (Cosenza, Biblioteca civica). L’opera, appena sfiorata da istanze romantiche, presenta una tessitura cromatica con pochi colori, in contrasto fra loro, relazionati da una scala di toni chiari tendenti al bianco e da una cromia di toni scuri viranti al nero. Con un fare, invece, più ricercato e luminoso, sempre a Cosenza, l’anno successivo (1846) realizzò l’opera del Battesimo di Cristo per la chiesa di San Giovanni Battista. In essa le figure sono ben definite con esiti descrittivi e finemente torniti, nella loro resa di mimesi naturalistica. Inoltre, nella stessa città dei Bruzi, nel 1848 fu incaricato di realizzare il grande catafalco, nel duomo, per la cerimonia delle celebrazioni dei fratelli Bandiera e dei martiri della libertà, morti nel 1837 e nel 1844 a Cosenza; mentre l’anno dopo (1849) realizzò la statua lignea di Santa Teresa per la chiesa di Santa Maria del Rifugio, ad Acquappesa.
Sul suo conto si racconta anche che salvò la vita del suo protettore Domenico Sarri, di Mongrassano, condannato a morte nel 1850 dalla Gran Corte Speciale di Cosenza, reo di aver preso parte nel 1848 alle rivolte popolari antiborboniche di Castrovillari e Campotenese. L’artista, allora, volendo aiutare l’eroico compatriota, pare che avesse avuto l’idea di far giungere a Napoli al re Ferdinando II (o alla sua consorte) un dipinto raffigurante il Santo paolano (o una statua lignea dell’Immacolata) assieme a una supplica per ottenere la sua grazia.
Agli inizi dell’anno 1850 nel suo paese natio Santoro espresse la sua poliedrica attività artistica anche con l’apertura della bottega d’arte grafica «Litografia Calabra». Essa fu una vera novità per tutto il territorio calabrese, anche per il carattere seriale delle immagini sacre e non che il laboratorio si proponeva di realizzare. L’evento fu pubblicizzato dall’artista a Fuscaldo e nei paesi viciniori, attraverso la diffusione di un avviso, del quale si riporta il seguente stralcio: «G. Battista Santoro, pittore e scultore in legno, avendo da più anni uniformato il pensiero di recare in Calabria l’arte litografica dopo aver fatto in Napoli gli studi e la pratica tecnica in compagnia di un suo minor fratello, è riuscito alla perfine a mandare ad effetto il suo proponimento. E però fa voto al pubblico che, col debito permesso delle autorità, ha aperto in Fuscaldo, sua patria, una Litografia all’insegna di Michelangiolo, e si offre non solo a riprodurre nell’istesso formato, o in altro qualsiasi, le figure che gli verranno presentate, ma bensì di comporne del tutto originali, in specie nel genere sacro».
Con svolgimenti pittorici quasi di gusto tonale e dal tratto disegnativo spigliato, nel 1855 dipinse la movimentata ed espressiva scena della tela di San Francesco di Paola che attraversa lo Stretto di Messina, per la chiesa di Santa Maria di Portosalvo, all’Isola d’Ischia. 
Nel 1859 fu presente all’ultima edizione, della mostra biennale borbonica con il busto in gesso Il Ritratto della Maestà del Re Ferdinando II di gloriosa ricordanza, assieme ai tre dipinti: San Francesco d’Assisi in estasi sul monte A IverniaSan Francesco di Paola che traghetta il faro di Messina sul suo mantello e Vecchio pescivendolo
Nel suo continuo peregrinare da un luogo all’altro della provincia bruzia, nel 1866 fu a Luzzi e vi eseguì, per la chiesa di San Giuseppe, la tela dello Sposalizio della Vergine Maria, non firmata, ma datata. Nel dipinto sono esplicitati, con ricercata definizione naturalistica, tratti distintivi della sua pittura relativi sia al ricorrente effetto di luce dorata sia al registro stilistico e all’impianto compositivo, che quasi allo stesso modo concepì nell’omonimo soggetto, che aveva dipinto ventotto anni prima per il duomo di Cosenza Nella stessa chiesa luzzese e nel medesimo anno 1866, inoltre con la sua pittura influenzò il giovane pittore locale Giuseppe Cosenza, mentre stava eseguendo la sua opera San Francesco Saverio che catechizza un indigeno. Del maestro fuscaldese, la chiesa conserva ancora il dipinto Il martirio di Santa Aurelia Marcia, la cui drammatica scena ripropone l’iconografia della Santa, comune ad altri martiri cristiani, che subirono lo stesso tipo di sacrificio. Due anni dopo, nel 1868, a Paola per la chiesa di San Giacomo, dipinse la bellissima e luminosa tela della Sacra Famiglia
Nel 1912, a Catanzaro, alla Prima Mostra d’Arte Calabrese, furono esposti alcuni suoi Bozzetti di quadri religiosi e la stampa litografica relativa alla copertina del giornale «il Calabrese». Durante la sua movimentata vita ebbe cinque figli, nati quasi tutti in località diverse: Francesco Raffaele, Giovanni a Cosenza (1840); Raffaela Letizia Vincenza a Fuscaldo (1841); Guido Luca Mario (vissuto pochi giorni) a San Marco Argentano (1846); Virginia Pia Giuditta a Cosenza (1848) e Aurifino Guido Luca a San Giovanni Teduccio (1853).
Altre sue opere si conservano nei seguenti luoghi: a Fuscaldo, la Madonna dell’Assunta con S. Agata e S. Lucia (chiesetta di S. Lucia), la Madonna degli abbandonati sovrastante il paesaggio di Fuscaldo (chiesa matrice) e la tela dell‘Immacolata (convento di San Francesco di Paola). A Luzzi, la Madonna col Bambino 1853, (coll. eredi Ferdinando Vivacqua); a Cerisano, la tela della Visita della Madonna a S. Elisabetta, 1882 (chiesa di San Lorenzo Martire), la tela di San Biagio e Sant’Antonio Abate (1884), quella dell’Annunciazione (1884) e la tela raffigurante San Pietro, 1884 (chiesa del Carmine). A Mongrassano, la tela di San Francesco di Paola (chiesa parrocchiale di S. Caterina) e affreschi nel palazzo Sarri. A Cosenza, presso collezioni private, si conservano le opere Nobiluomo con frustino (1871), il Ritratto dell’ing. Martino (1872) e Ritratto di gentiluomo (1886). Un’altra sua scultura, a mezzo busto, raffigurate il Ritratto di Jacopo Sannazzaro, si trova all’Università di Napoli, nella quale città, in un periodo non precisato, si trasferì e nel 1895 morì all’età di 86 anni. (Tarcisio Pingitore) @ ICSAIC 2020

Nota bibliografica essenziale

  • Alfonso Frangipane, La prima mostra d’Arte Calabrese (Catanzaro MCMXII), Istituto Italiano d’Arti Grafiche, Bergamo, 1913, pp. 23-24. 
  • Pietro De Seta, Un antico paese del Sud (Rapporto monografico su Fuscaldo- Paola-Guardia – Piemontese), I vol. primo volume, Stab. Tip. De Rose, Cosenza, 1977, pp. 331-334.
  • Isabella Valente, Giambattista Santoro, in catalogo L’animo e lo sguardo/Pittori calabresi dell’Ottocento di scuola napoletana (a cura di T. Sicoli e I. Valente, editoriale progetto 2000, Cosenza, dic. 1997, p. 115.
  • Enzo Le Pera, Santoro Francesco Raffaele, in Arte in Calabria tra Otto e Novecento, Rubbettino, Soveria Mannelli 2001, p. 146. 
  • Tarcisio Pingitore, Giovan Battista Santoro, in catalogo Rubens Santoro e i pittori della provincia di Cosenza (a cura di T. SicoliI.Valente), Edizioni AR&S, Catanzaro 2003, p.153. 
  • Gemma Anais Principe, Giovan Battista Santoro, Ritratto dell’abate Francesco Salfi, 1845, in catalogo Cosenza e le Arti. La collezione di dipinti dell’800 della Provincia di Cosenza, 1861 -1931, Provincia di Cosenza, Cosenza 2013, p. 183.
  • Famiglia artisti Santoro, Archivio eredi Attanasio, a cura di Paolo Chiaselotti, 2009-2014, http:/www.sanmarcoargentano.it/ottocento/index.htm
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