Talarico, Vincenzo

Vincenzo Talarico [Acri (Cosenza), 28 aprile 1909 – Fiuggi (Roma), 16 agosto 1972]

Nacque da Matteo e Raffaella Jorio. Nel suo paese frequentò le scuole elementari; a San Demetrio Corone il ginnasio inferiore e superiore, da alunno interno nel Collegio Italo-albanese, e a Cosenza il liceo, al “Telesio”, dove conseguì la maturità classica nel 1927. Pur avendo particolare inclinazione verso gli studi letterari, per assecondare la volontà paterna, si iscrisse alla Facoltà di Giurisprudenza all’Università di Roma che, negli anni Trenta, era diventata la città universitaria alla moda, ma non aveva tanto in cima ai suoi pensieri l’idea di una laurea, quanto la carriera di giornalista, «un giornalista che gli si configurava come l’espressione più vera della libertà di poter dire quello che si vuole», come rileva il suo biografo Giuseppe Julia, che lo conosceva bene, essendo suo coetaneo, compaesano e compagno di collegio. Lo stesso Julia riferisce che in un opuscolo pubblicato in età giovanile, col titolo di  Vita romanzata di mio nonno, «è racchiuso in anticipo tutto Talarico giovinetto, che in Acri già alla sua età sapeva cogliere simpaticamente il comico e il ridicolo di certi personaggi del paese, il Talarico del collegio di San Demetrio Corone, quello di Cosenza, e quello di Roma, dove maturò e si sviluppò ciò che in nuce fermentava nel fondo della sua personalità, che è sempre stata identica in ogni momento della sua esistenza scanzonata, caratterizzata dalla vocazione all’umorismo».
Esordì nel giornalismo nel 1932. Fu redattore, critico teatrale, collaboratore e inviato speciale di numerosi quotidiani e riviste, tra cui «Il resto del Carlino, «La Gazzetta del Mezzogiorno,  «L’Europeo»,  «Epoca», «Il Messaggero», «La Stampa», «La Gazzetta del Popolo», «Settimo giorno», «Il Travaso» e soprattutto il «Momento sera». Nel 1952 divenne direttore del settimanale umoristico«Cantachiaro».
Scrive ancora il suo biografo Giuseppe Julia che Talarico fu «alieno dal formarsi una famiglia,viveva solo, scapolo impenitente, e abitava un appartamento, monocamera, nel centro di Roma, in via della Consulta». Ricorda Eugenio Scalfari in «La sera andavamo in Via Veneto» che, nel dopoguerra, Talarico faceva parte del gruppo di intellettuali, artisti e scrittori che, indugiando fra gli storici caffè di Piazza del Popolo e le trattorie attorno a Piazza di Spagna, animavano d’intelligenza e d’arguzia le notti romane: Patti, De Feo, Steno, Pannunzio,Flaiano, Russo, Brancati, Mazzacurati, Guttuso, Savinio, per i quali egli era soltanto “Vincenzino”, senza bisogno d’aggiungere altro. Erano proverbiali in quel giro di amici, la sua capacità affabulatoria, la sua ironia sferzante,il suo gusto per la conversazione brillante. A proposito del suo lavoro di giornalista, Julia scrive che «quando Vincenzo Talarico si qualifica cronista disimpegnato coglie nel vero della sua vocazione di giornalista, perché egli vuole mettere in risalto “un suo interesse esclusivamente cronachistico”, bene intendendosi non cronaca delle piccole cose, ma delle cose importanti e con almeno un pizzico di piccante».
È noto che Talarico scrisse, tra l’altro, articoli satirici sull’amore tra Mussolini e la Petacci, guadagnandosi dal duce l’appellativo di «ignobile libellista»; fu per questo ricercato dai fascisti e dovette rimanere nascosto finché Roma non fu liberata. Ma tutto questo avvenne dopo il 25 luglio del 1943. Prima, all’inizio della sua attività giornalistica a Roma (anni Trenta) era stato «fascista né più né meno del 95 per cento degli italiani».
In versi non scrisse mai nulla, né compose mai satire. Il suo forte era la prosa, «una prosa moderna, fresca, scintillante, da perfetto giornalista» (Julia). La sua preparazione letteraria gli venne riconosciuta da Maria Bellonci, che lo chiamò a far parte della Giuria del Premio Strega,un compito che assolse meticolosamente ma anche con quelle punte di ironia che lo caratterizzavano.
I libri suoi più importanti sono due: I passi perduti  e Otto settembre. Letterati in fuga. I pezzi che compongono il primo libro sono apparsi prima su vari quotidiani e riviste, e occupano 290 pagine. Più interessante Otto settembre. Letterati in fuga, che presenta l’odissea pietosa di tanti ex fascisti che abbandonano Roma, dopo l’armistizio, in cerca di salvezza. Oltre a questi due libri, vanno ricordati: Pasquino insanguinatoVita di Scanderbeg, Mussolini in pantofoleClaretta Petacci,fiore del mio giardino, Le escursioni degli intellettualiIl caffè Aragno a Roma.
Chi legge questi libri – scrive Giovanni Russo – «si rende conto di come Talarico fosse molto più di un cronista mondano, uno scrittore che sapeva cogliere gli aspetti della realtà con un umorismo che lo avvicina ad Ennio Flaiano». L’importanza culturale di Vincenzo Talarico è riconosciuta anche dall’attore calabrese Aroldo Tieri, anche lui trapiantato a Roma dalla sua Corigliano, e suo intimo e carissimo amico,del quale era più giovane di soli otto anni. Tieri scrive che «Vincenzino Talarico era un autentico rappresentante della cultura italiana» e, «oltre ad essere un giornalista di razza, fu un attore abbastanza conosciuto e un critico teatrale apprezzato», ma «era anche un personaggio importante nel campo della letteratura e della cultura italiana e sedeva con altri intellettuali quasi come un sovrano».
Un’altra preziosa testimonianza su Talarico è quella di Mario Verdone, critico cinematografico: «Era sempre presente alle prime teatrali delle maggiori sale dell’Urbe: Quirino, Argentina, Valle, Eliseo, apprezzato direttore del «Cantachiaro», critico, collaboratore e attore nei film di Luigi Zampa, autore del commento del film India di Roberto Rossellini. Era un personaggio rappresentativo della vita culturale e teatrale romana, e lo vedevo con Vitaliano Brancati, Umberto Onorato, ed altri artisti ed intellettuali». Ettore Zocaro, firma storica della redazione culturale dell’ANSA, ricorda di Talarico «il suo spirito aperto e libero nella Roma colta degli anni ’50 e ’60» e lo definisce «presenza ricorrente in una città allora ricca di fervori letterari e giornalistici e di un cinema in stato di grazia», «figura inscindibile dal contesto spregiudicato e irrequieto che, in quegli anni, era costituito da numerosi intellettuali di punta, i quali cercavano di affermare, di far valere la loro indipendenza professionale di fronte alle pressioni politiche della Democrazia Cristiana e del Partito Comunista».
Un posto non secondario Talarico occupa anche nel campo della filmografia. Il suo esordio nel cinema risale al 1940, come sceneggiatore del film Senza cielo, diretto da Alfredo Guarini. Nel 1953 scrisse la sceneggiatura di Anni facili di Luigi Zampa, che gli valse l’attribuzione di un “Nastro d’argento”. Altri film che lo videro attore sono: Mio figlio professore (1946) di Renato Castellani, Dov’è la libertà ?… (1954), di Roberto Rossellini, Il vigile (1960) di Luigi Zampa, Un giorno in pretura (1953), Un americano a Roma(1954) di Alberto Sordi, Il mattatore (1960), di Dino Risi. Numerose le sceneggiature da lui scritte per tanti film, tra cui Il lupo della Sila(1949) di Duilio Coletti, Mare chiaro (1949) di Giorgio Ferroni, Totò cerca pace (1954), Pane, amore e gelosia (1954), Il bigamo (1956) di Luciano Emmer. Nel 1963 gli fu assegnato il Premio Saint Vincent per il giornalismo. Morì a Fiuggi prematuramente, all’età di 63 anni, lasciando un vuoto nel giornalismo e nel cinema. Acri, suo paese natale gli ha intitolato una via e una sezione del Premio Letterario Nazionale “Vincenzo Padula”. Anche Roma, dove si è svolta tutta la sua vita di giornalista e di artista, gli ha intestato una strada. (Franco Liguori) © ICSAIC

Opere

  • Vita romanzata di mio nonno,Casa editrice quaderni di poesia, Como 1932;
  • Vita di Scanderbeg, Società nazionale Dante Alighieri, Roma 1943;
  • Splendori e Miserie delle Sorelle Petacci, (pseudonimo Mercutio), IGP – D. Conte, Napoli 1944;
  • Mussolini in pantofole, Istituto editoriale di cultura,Roma 1944;
  • Otto settembre, letterati in fuga, Ed. Canesi, Roma 1965;
  • I Passi Perduti, Immordino, Genova 1967.

Nota bibliografica

  • Giuseppe Julia, Storia della letteratura acrese,Tip. Graphisud, Acri1984, pp. 275-279;
  • Giovanni Scarfò, La Calabria nel cinema, Edizioni Periferia, Cosenza 1990;
  • Giovanni Russo, Con Flaiano e Fellini a via Veneto: dalla “Dolce vita” alla Roma di oggi”, Rubbettino, Soveria Mannelli 2005;
  • Gustavo Valente (a cura di), Dizionario bibliografico biografico geografico storico della Calabria, vol. VII (Aggiunte a aggiornamenti a cura di Giulio Palange), Geo-Metra, Cosenza 2008;
  • Antonio Panzarella, Santino Salerno (a cura di), Vincenzo Talarico, un calabrese a Roma, Rubbettino, Soveria Mannelli 2007;
  • Walter Veltroni, Quel calabrese sceso a Roma, Ivi, p. 15;
  • Mario Oliverio, Un intellettuale non conformista, Ivi, p. 19;
  • Mario Bozzo, Giornalista, attore e critico di talento, Ivi, p. 21;
  • Antonio Panzarella e Santino Salerno, Un marziano a Roma, Ivi, p. 23;
  • Raffaele La Capria, Un conversatore brillante, Ivi, p. 63.
  • Marisa Merlini, Un gran signore, un vero intellettuale, Ivi, p. 65;
  • Walter Pedullà, Humor e intelligenza sottile, Ivi, p. 67;
  • Giovanni Russo, Mussolini lo definì “ignobile libellista”, Ivi,p. 85;
  • Aroldo Tieri, Quasi un sovrano, Ivi, p. 101.
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