Tedeschi, Geppo

Geppo Tedeschi [Tresilico (Reggio Calabria), 11 agosto 1907 – Roma, 17 marzo 1993]

Figlio di Giosafatte e Carmelina Tedeschi, il futuro aedo avverte sicuramente sin dai primi anni l’afflato della poesia, in quanto molti membri della famiglia, dal bisnonno al padre, si cimentano in tale agone letterario. Naturalmente, essendo maturati altri tempi, egli si sente attratto da un nuovo filone, il genere futurista, nel quale eccellerà. In successione alla frequenza delle scuole elementari al paese natìo, si porta a Locri e a Messina, ma «colui che lo scagliò verso la luce», come scrive in una dedica, è l’arcidiacono Antonino Tripodi, il cui studio privato accoglie tanti discenti. Risulta fatidico il suo incontro proprio a Messina con il fondatore del Futurismo, Filippo Tommaso Marinetti. Inizia giovanissimo a verseggiare e sua prima palestra è probabilmente la rivistina «Albòri» che tra Cittanova e Oppido interessa, per merito soprattutto dei fratelli De Cristo, gli abitanti della vasta plaga. Forse il suo primigenio parto potrebbe figurare Nobile veglia, breve lirica apparsa sul n. 8 dell’annata 1927. Altro è dell’anno seguente, mentre un terzo viene ospitato nel 1831 da “La coltura Regionale” di Raffaele Santagati. Un paio di anni dopo assapora ormai il credo futurista. Carlo Bezini alias Nicola Zerbi lo indica addirittura capo della «seconda ondata futurista», ma con patente di «futurista razionale». Nel 1932 coglie il primo alloro, un diploma di medaglia rilasciato dall’Istituto Napoletano di Coltura con le composizioni Lucciola e Nuvole al vento.
Al 1932 rimonta un iniziale poema. È Gli affari del primo porto mediterraneo di Genova curato da “Il Radicchio”, che lo fa conoscere in più ampio raggio. In esso rifulge la nuova maniera di poetare. A tutta prima sembra di essere investiti da un informe calderone di parole in libertà, ma alla fine ci si rende conto che bastano pochi tocchi a farci penetrare nella vita frenetica di un grande porto: «Tin ton tann/Galoppi di cinghie e stantuffi/arruffio di operai/che rinnovano chiglie,/che spingono timoni e sfiatatoi». L’anno appresso è ancora la Liguria ad affascinare il poeta tresilicese con “Il Golfo della Spezia”, con cui partecipa alla sfida avanzata da Marinetti a recarsi a un preciso appuntamento. Pian piano diventa collaboratore di diversi periodici e socio di varie associazioni. Nel 1937 gli viene concesso il Premio Sabaudia, mentre Angelo Formiggini lo inserisce nel noto Dizionario «Chi è?». Prepotente ritorno alla ribalta nel 1939 con Idrovolanti in siesta sul Golfo di Napoli, aeropoema elogiato già l’anno precedente al Premio Nazionale di Poesia Golfo di Napoli e stampato dallo Studio Editoriale della stessa città. Si tratta di un ennesimo lavoro in stile prettamente futurista. Del medesimo anno è la diramazione sulle pagine della «Gazzetta di Messina» di un suo «manifesto futurista sulla poesia sottomarina» che sarebbe stato ben accolto a Parigi e oggi è considerato «storico». Eccone l’inizio: «Paroliberi vi esorto a decantare a colpi di genio novatore e orgoglio italiano i guizzanti colori blu fondo delle zostere le gradinate spavalde di pesciecc.». Nello stesso anno il poeta ottiene un premio dall’Accademia d’Italia per la silloge Corti Circuiti, pubblicata con Carabba di Lanciano e prefata da Marinetti. La sua militanza futurista prosegue nel 1940 con I canti con l’acceleratore. L’anno decorso aveva espresso sempre con Carabba “Il suonivendolo” con la prefazione di Alfredo Baccelli.
Nel 1941, editore Carabba e prefatore Marinetti, lancia un romanzo: Gli adoratori della Patria, presentato a Roma, città dove Tedeschi avvia con successo i Mattutini di poesia, un appuntamento domenicale cui partecipano numerosi e validi artisti dell’epoca. Del 1942 è Ruralismo calabrese materializzato a Faenza, nel quale brilla quella ode conosciuta con titolo Oppido Mamertina, che consacra al paese, che intanto ha inglobato la piccola Tresilico: «Spara spara,/mio lirico giardino,/ la tua cassa infernale/ di colori/ spara i tuoi gelsomini,/ i tuoi mortai di rose,/ Le tue mine/ di bocche di leoni», dove l’estro del poeta si esprime in forma del tutto originale e accattivante. Tra 1940 e 1943 il nome di Tedeschi sarà presente nella «Storia della Letteratura Italiana» del Flora. Ben valutato da questi, ma anche da altri intellettuali, il ciclo primigenio del nostro poeta si esaurisce nel 1943 con Rosolacci tra il grano, opera edita dalla milanese Gastaldi, nella quale s’intravedono nuovi interessi. Nell’ultimo scorcio dell’era fascista il brillante poeta si ha la nomina a podestà, ma nell’incarico dura pochi mesi.
Trascorso un certo periodo di stasi la vena di Tedeschi produce nel 1951 Canne d’organo che, stampato da Gastaldi, si avvale della prefazione di Giuseppe Lipparini, nella quale questi discetta sullo stile sia della prima che della seconda maniera.
Intanto, nel prosieguo si avvicendano nuovi premi e l’inserimento in alcune antologie per la scuola media di una qualche importanza, come quella molto nota del Pedrina. Nel 1957 si riprende con Zufoli sul colle con l’editore romano Corso e forse Poeti maledetti a Milano con prefazione del solito Lipparini. S’inseguono ulteriori premi, il Vallombrosa nel 1958 e l’anno successivo il Dante Alighieri e la medaglia d’argento di un’Accademia francese per una serie di conferenze sulla poesia rurale di D’Annunzio tenute a Parigi.  Intanto dal 1955 al 1959 svolge in Oppido le funzioni di Presidente dell’Ospedale Civile. Nell’ultimo anno si trasferisce definitivamente a Roma. Qui non se ne sta con le mani in mano e nel 1963 si offre all’attenzione degli appassionati con Tempo di aquiloni (Roma ed. Scena Illustrata) e il gioiello è rappresentato da Seduto sugli scalini di Trinità dei Monti. Continua diuturnamente a mietere allori e i premi non si contano. Nel 1968 in unione con gli ultimi futuristi aderisce al Manifesto di Futurismo Oggi lanciato da Enzo Benedetto. Nel 1974 ristampa con la Gabrieli di Roma L’ombra si bevve i cavalli. Nel 1973 appare Epigrafiche e in seguito si evidenziano nuovi impegni, ma nel 1975, considerando di aver raggiunto un ragguardevole traguardo, dà fuori una «Antologia poetica dal futurismo a oggi» presso l’editore romano Corrado Cartia, che sarà riedita nel 1986 dal Corso. Del 1978 è Volti (Magalini, Brescia), una serie di «schizzi a mano libera» d’illustri personaggi con i quali è venuto a contatto, da Marinetti a Boccioni, da Lipparini ad Anile ecc. Sempre instancabile, nel 1985 se ne esce con Hanno bruciato i cespugli (Edizioni Bresciane), cui segue nel 1989 Sussidiario campestre con le medesime Ed. Bresciane. Nel 1990 è la volta di È un gabbiano senza pace il vento che dedica all’antico maestro Marinetti. Nel 1992 si replica di nuovo Epigrafiche.
L’usignolo dell’Aspromonte, come spesso era chiamato, finì di cantare nel 1993. (Rocco Liberti) © ICSAIC 2019

Nota bibliografica

  • Mario Moles, Scrittori, III, Studio Propaganda Editoriale, Napoli 1931, p. 179;
  • Carlo Bezini, Un premio a Geppo Tedeschi, «La Coltura Regionale», IX-1933, nn. 4-5, p.16;
  • Dizionario biografico dei meridionali, dir. da Raffaele Rubino, III,Istituto Grafico Editoriale Italiano, Napoli 1974, , p. 249;
  • Pietro De Seta, Il paesaggio nella poesia di Geppo Tedeschi, «La Voce Bruzia», settembre 1965;
  • Paolo Apostoliti, Scrittori calabresi del Novecento, Campanile, Catanzaro 1953;
  • Domenico De Felice, L’usignolo dell’Aspromonte, “Corriere di Reggio”, XVI-1969
  • Domenico Triggiani, Per la storia della letteratura italiana contemporanea, Bari 1967,
  • Giuseppe Morabito, Poesia calabrese del secondo novecento, Edizioni Parallelo 38, Reggio Calalbria 1975, pp. 211-213, 253-254;
  • Giambattista Lazzaro, Geppo Tedeschi, in Il Dizionario del Futurismo, a cura di Ezio Godoli, vol. II, Vallecchi, Firenze, 2001, p. 1162;
  • Rocco Liberti, L’ultimo futurista calabrese: Geppo Tedeschi l’usignolo d’Aspromonte, «Calabria Sconosciuta», XVII-1994, b. 61, pp.31-36; id., «Quaderni Mamertini», n. 35, Diaco, Bovalino 2003;
  • Vittorio Cappelli, Calabria futurista (1909-1943), Rubbettino, Soveria Mannelli 2009, pp. 43,45-6,119-120, 125-126, 128, 137-138, 153-154.

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