Woditzka, Giovanni (“Nino”)

Giovanni (“Nino”) Woditzka [Zara, 21 agosto 1898 – Trieste, 29 settembre 1969]

Molto spesso nominato come Wodizka e talvolta come Wodiska, cominciò prestissimo la sua attività politica nelle file del Pri. Partecipò all’avventura fiumana, inquadrato nel “Battaglione dalmata” anche se su posizioni distanti da quelle del nazionalismo di D’Annunzio.
Convinto assertore delle posizioni della sinistra repubblicana, diresse il settimanale del Pri triestino «L’Emancipazione» e scrisse su «La Voce Repubblicana» con lo pseudonimo di Libero Giuliano. La sua attività non poteva passare di certo inosservata agli occhi del prefetto che lo schedò presso il Casellario politico centrale descrivendolo, fra l’altro, come «un individuo saccente e presuntuoso [che] verso l’autorità serba contegno altero e sprezzante». 
A Trieste collaborò alla creazione diversi circoli repubblicani e nel 1924 fu candidato, non eletto, alla Camera dei deputati, nella lista repubblicana della Circoscrizione Venezia Giulia. Nel 1925 fu condannato per un articolo su «La Voce». Durante l’intero ventennio Woditzka assunse una politica di coraggiosa contrapposizione che lo portò a un continuo e ininterrotto entrare e uscire dal carcere e dal confino fascista. L’interesse e il timore che le gerarchie fasciste ponevano sulle sue attività trovano una prima istantanea conferma nella stessa copertina del fascicolo Cpc intestato al leader repubblicano giuliano; in questa Woditzka veniva definito «pericoloso di 3a categoria, attentatore».
Il 15 aprile del 1928 il Tribunale speciale per la difesa dello stato lo condannò a tre anni di carcere e altrettanti di vigilanza speciale di Pubblica sicurezza per aver divulgato un appello di carattere antifascista. Dopo un iniziale periodo di detenzione ad Ancona, il 5 marzo del 1930 venne trasferito allo stabilimento penale di Capodistria, «luogo più confacente alle sue condizioni di salute essendo da tempo affetto da tubercolosi». 
Liberato anticipatamente, la polizia subito annotò che riprese la sua cospirazione antifascista con Giustizia e Libertà, sin dal settembre del 1931. Alla fine del settembre 1932 passò clandestinamente la frontiera per perfezionare i rapporti col movimento «Giustizia e Libertà». Tornato in Italia fu nuovamente arrestato e assegnato al confino a Ponza per il massimo consentito dalla legge: 5 anni. Il suo stato di salute peggiorava progressivamente e, nonostante l’opposizione mostrata dal prefetto, che lo considerava «elemento assai pericoloso», dopo un periodo presso l’Ospedale degli Incurabili, fu liberato condizionalmente il 15 maggio 1934. Sottoposto a stretta vigilanza, il 24 gennaio del 1936 fu ancora arrestato e poi assegnato nuovamente al confino, sempre per il massimo possibile: 5 anni, prima a Ponza e poi a Ventotene. A causa del peggioramento della sua tubercolosi, divenne necessario il suo trasferimento verso una località attrezzata alle cure. Il Ministero dell’Interno diede parere favorevole in tal senso ma con obbligo di trovare una sistemazione nell’estremo Sud, il più lontano possibile da Trieste. Venne dunque trasferito a Spezzano della Sila, poi a Rende e a Cosenza, nella Villa Marulli, ove rimase sino al 1941, trattenendosi un mese oltre il termine del periodo di confino. Nel frattempo anche la moglie, Rosina Burich, che condivise le scelte politiche del marito,arrestata a Zara nel 1937 venne confinata in Calabria, ma non nella stessa località del marito, bensì a Belvedere Marittimo.
Woditzka prese subito contatto con gli antifascisti calabresi e, in rappresentanza dell’appena costituito Partito d’Azione, fu il promotore del Fronte unico per la libertà (successivamente Cln). Fu lui a mettere il veto alla partecipazione nel nuovo organismo di Pietro Mancini, accusato di aver chiesto, nel 1929, la liberazione dal confino con una certa genuflessione. Mantenne sempre un atteggiamento di intransigenza verso il regime che toccava anche momenti di spavalderia antifascista. Comportamenti così dirompenti che indussero altri antifascisti calabresi a domandarsi se Wodizka non fosse un provocatore fascista infiltrato nelle fila degli antifascisti(5).  
Caduto il regime, fu protagonista della ricostruzione democratica. Fu tra i principali artefici della «Rivolta di Cosenza» quando, il 4 novembre del 1943, la popolazione insorse per cacciare il prefetto fascista Enrico Endrich, che il governo d’occupazione angloamericano (Amgot) aveva scandalosamente lasciato al suo posto. 
Ebbe anche forti frizioni con gli altri raggruppamenti di sinistra. Il principale si verificò al momento della ricostruzione sindacale. Nominato dal Cln commissario della Camera del lavoro di Cosenza, si scontrò subito contro la componente comunista guidata da Ubaldo Montalto. Pomo della discordia fu il mantenimento, o meno, dell’adesione alla Cgl che a Bari, prima, e a Napoli, dopo, si era formata su basi unitarie ma era stata poi superata, all’indomani della liberazione di Roma, dal «Patto di Roma» stipulato da Pci-Dc-Psiup che aveva costituito la Cgil. Nonostante l’appoggio degli anarcosindacalisti di Unità Proletaria capeggiati da Egisto Scarselli, il braccio di ferro (che vide la componente sindacale cattolica poco attiva) fu vinto, nel giugno del 1944, dall’asse Psi-Psiup. 
La lotta politica, molto cruenta contro i rigurgiti fascisti (ma pure nei confronti dei rivali socialisti) fu combattuta anche e soprattutto tramite il giornale «Emancipazione» che, richiamando la battagliera testata triestina, svolse un’attività giornalista molto intensa. 
Il Partito d’azione, grazie al suo carisma e al suo attivismo, ebbe a Cosenza un seguito notevole tanto da diventare una delle principali federazioni azioniste del Centrosud. Anche per tali motivazioni, come segretario provinciale del partito e direttore dell’organo ufficiale cosentino, ricevette l’incarico, dal Centro meridionale del Pd’a, di organizzare il primo congresso del partito che si svolse nella stessa Cosenza a partire dal 4 agosto 1944. Il dibattito fu acceso e vide i due leader delle contrapposte tendenze fronteggiarsi senza esclusione di colpi. In particolare, Ugo La Malfa (filoliberale) ed Emilio Lussu (filosocialista) si scontrarono anche radicalmente. Prevalse nettamente la seconda impostazione politica, pure grazie all’appoggio della federazione cosentina. 
All’indomani della liberazione di Trieste (maggio 1945) tornò nella sua città dove svolse una nuova intensa attività politica. Le cronache del tempo parlano di un suo comizio, tenutosi il 27 marzo del 1946, al quale partecipò «una folla acclamante di 150.000 persone». Nel frattempo venne nominato vicecommissario nazionale dell’Inps e, nelle varie assisi del partito, venne eletto come membro degli organismi dirigenti nazionali.
Durante il dibattito circa lo scioglimento del Pd’a sostenne la tendenza di adesione al Psi, rappresentando posizioni autonomiste rispetto all’alleanza con il Pci. Successivamente aderì all’Usi (Unione socialista indipendente). Ma, toccato dalla malattia sempre più invalidante, la sua attività politica divenne progressivamente marginale. Morì a Trieste all’età di 71 anni. (Fulvio Mazza) © ICSAIC

Nota bibliografica

  • Fulvio Mazza, Nino Wodizka e il Partito d’Azione a Cosenza, «Periferia», 12-13, 1982, p. 1.
  • Fulvio Mazza, Il Cln di Cosenza e la ricostruzione sindacale, in Nicola Gallerano (a cura di), L’altro Dopoguerra, Roma e il Sud, 1943-1945, Franco Angeli, Milano 1985, pp. 393-394..
  • Fulvio Mazza, La Rivolta di Cosenza, «Il Quotidiano della Calabria», 1 settembre 2013.
  • Vanni Clodimiro, La politica del Partito d’azione di Cosenza, «Storia Contemporanea»,  3, 1980, pp. 413-465
  • Fulvio Mazza, Il Partito d’azione nel Mezzogiorno (1942-1947),  con altri saggi e testimonianze, Rubbettino, Soveria Mannelli 1992
  • Antonio Alosco, Il Partito d’Azione e il Regno del Sud, Guida, Napoli 2002

Nota archivistica

  • Archivio Istituto regionale per la storia del movimento di liberazione nel Friuli Venezia Giulia, Fondo: Woditzka Giovanni – Burich Rosa
  • Archivio Istituto campano per la Storia della Resistenza, Fondo: Pasquale Schiano.
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