Barletta, Amedeo

Amedeo Barletta [San Nicola Arcella (Cosenza), 17 novembre 1894 – Arroyo Hondo (Santo Domingo), 27 ottobre 1975]

Nasce a Casaletto, frazione di Scalea, in seguito divenuto Comune col nome di San Nicola Arcella, figlio terzogenito di Giuseppe, macellaio e commerciante di pelli, e di Filomena Barletta.
A causa delle cattive condizioni economiche, i genitori decidono di mandarlo a Portorico presso uno zio in fama di ricchezza. Nel 1912 emigra durante l’estate, il viaggio dura dal 20 luglio al 2 agosto, e dopo il passaggio a Ellis Island s’imbarca per Portorico.
Dopo una permanenza a Portorico dove lavora nell’emporio dello zio, nel 1918 parte per Caracas in cerca di fortuna, ma si ferma a Santo Domingo, dove apre un negozio di alimentari.
Il 12 dicembre 1920 ottiene la rappresentanza della General Motors per tutta la Repubblica Dominicana e fonda la Santo Domingo Motors Company che distribuisce prodotti della casa automobilistica statunitense. 
Nello stesso anno sposa Nelia Ricart, figlia di un noto banchiere. Dal matrimonio nascono due figli, nel 1922 Amedeo H. Barletta jr. e nel 1932 Nelia Barletta Ricart.
Nel 1927 aveva già venduto 800 autoveicoli realizzando mezzo milione di dollari. La sua ascesa coincide con la decisione governativa di aprire nuove strade e dotare l’isola di un sistema di collegamento adeguato, indispensabile allo sviluppo del commercio e dei collegamenti nel paese.
A settembre nel 1930 l’uragano San Zenon, uno dei più terribili uragani nella storia di Santo Domingo, provoca 4.000 vittime, 15.000 feriti, l’abbattimento nella capitale del 92% delle costruzioni. L’impresa Barletta è distrutta e tutte le auto risultano danneggiate. Ma rimette in piedi l’azienda e rimborsa alla G.M. quanto dovuto, la qual cosa gli consente di acquistare la fiducia dei suoi concessionari americani. Continua, così, nell’attività di vendita degli autoveicoli. 
Ad aprile del 1933 viene nominato Reggente del Consolato italiano. Esattamente due anni dopo si apre una crisi con il dittatore Rafael Leónidas Trujillo. Viene accusato di aver complottato per deporlo e viene imprigionato per 47 giorni di cui 38 in isolamento. L’accusa cela interessi economici se non una guerra commerciale a causa di una fabbrica di tabacchi rilevata da Barletta che era in concorrenza con quella di proprietà di Trujillo.
Viene liberato su pressioni del Dipartimento di Stato degli Usa e del Governo italiano che minaccia un intervento armato. Il 29 aprile 1935 il tribunale emette un verdetto favorevole alla liberazione di Barletta.
A liberazione avvenuta Amedeo lascia Santo Domingo e si reca a New York, da dove parte alla volta dell’Italia per un breve soggiorno a San Nicola Arcella.
Nel 1939 acquista la rappresentanza della General Motors a Cuba e si trasferisce a L’Avana dove fonda la Ambar Motors Corporation. A causa dell’entrata in guerra di Cuba a fianco degli Stati Uniti e della sua presenza nella lista nera degli italiani e dei tedeschi presenti sull’isola, nel 1941 abbandona Cuba, dove il governo confisca tutti i suoi beni, e si rifugia in Argentina. 
A fine conflitto, nel 1945, rientra a Cuba dove ricostruisce la Ambar Motors Corporation. Nell’isola dà luogo a una possente politica di investimenti: nel 1948 rileva la Compañía editorial El Mundo, fonda il Banco Atlantico, nel 1950 realizza la stazione televisiva Cubana Canal 2 e costituisce la Compañía immobiliare Motor Center. Inoltre è presidente della società Victor G. Mendoza Co, che importa macchine agricole e per zuccherifici.
Il 2 giugno 1955 viene nominato Cavaliere del Lavoro della Repubblica Italiana.
Nel 1960 i suoi investimenti vengono valutati 30 milioni di dollari.
La rivoluzione nell’isola porta al potere Fidel Castro. Il primo gennaio 1959 Cuba è castrista, la lunga lotta sulle montagne culmina con la presa del potere da parte delle truppe rivoluzionarie, ponendo fine al potere di Batista, cominciato col colpo di stato del 10 marzo del 1953 che aveva deposto il presidente costituzionale Carlos Prio Socarràs.
Il 21 febbraio 1960 Castro fa arrestare Barletta e confisca tutte le sue proprietà. L’accusa è illecito arricchimento ma anche quella di essere agente di Mussolini, spia e finanziatore di Trujillo e Batista, esponente della mafia legato a Frank Costello ed evasore fiscale. L’impero di Barletta subisce i colpi di un pesante attacco, inutile ogni tentativo di difesa. 
Ottenuta la liberazione, si rifugia nell’ambasciata italiana, dove resta per tre mesi e mezzo in attesa di una via d’uscita. Il 4 giugno 1960 Barletta con la famiglia lascia Cuba per sempre, senza potervi fare più ritorno. A bordo di un aereo commerciale vola alla volta di Miami.
Pubblica per due anni e mezzo «El mundo en el exilio» e sostiene finanziariamente alcune organizzazioni anticastriste.
Con la scomparsa del dittatore Trujillo, ucciso il 30 maggio del 1961, l’anno dopo Barletta può far ritorno a Santo Domingo, dove riorganizza le proprie attività e nel 1964 ottiene la distribuzione esclusiva di Nissan.
Nel 1965 una rivoluzione interna crea un clima di precarietà politica. Con l’arrivo al potere di Balaguer la situazione si stabilizza e la vendita delle auto riprende.
Nonostante l’età avanzata continua a lavorare affiancando il figlio nella gestione dell’Ambar Motors.
Muore nella sua residenza di Arroyo Hondo a Santo Domingo all’età di 81 anni. (Piero Di Giuseppe) © ICSAIC 2021 – 01

Nota bibliografica

  • Piero Di Giuseppe, Vita avventurosa di Don Amadeo, Ed. Atelier du faux semblant, Praia a Mare 2020;
  • Robert D. Crassweller, Trujillo la tragica aventura del poder personal, Editorial Bruguera, S.A., Barcelona 1968;
  • Emigrazione e presenza italiana a Cuba, circolo culturale B.G. Duns Scoto, Roccarainola 2004;
  • Tolentino Miraglia, Spinnu, Tipografias e livrarias Brasil S/A, Bauru, San Paolo 1956.
  • El otro paredon asesinatos de la reputation en Cuba, Eriginal Books LLC Miami Florida 2011;
  • Juan Antonio Blanco, Amadeo Barletta semblanza de un empresario, Eriginal Books LLC, Miami (Florida) 2013.
  • General Motors. The first 75 years of transportation products, Automobile Quarterly Magazine –  Princeton Institute for historic research, Spring (Usa) 1983.

Venti biografie di donne calabresi. Siamo così arrivati a cinquecento!

Care amiche e care amici,
Chiudiamo l’anno, un anno difficile per la pandemia che ha cambiato le nostre vite. Ma lo chiudiamo con un doppio successo. Con le venti biografie di donne, protagoniste spesso trascurate dalla storia, che abbiamo realizzato grazie al costante impegno di tanti collaboratori, come ci eravamo ripromessi il nostro Dizionario Biografico della Calabria Contemporanea ora conta cinquecento voci! Un traguardo importante per una nuova ripartenza con l’anno nuovo che ci auguriamo porti a tutti serenità e salute.
Questi sono i nomi delle nuove biografate con i rispettivi autori.

  • Paolo Palma (presidente Icsaic)
  • Vitttorio Cappelli (direttore Icsaic)
  • Pantaleone Sergi (curatore del Dizionario)

Scalise, Palmira

Palmira Scalise [Carlopoli (Catanzaro), 20 marzo 1894 – Quarto (Napoli), 18 maggio 1984]

Nacque a Castagna, frazione di Carlopoli da Luigi e da Costanza Villella, entrambi insegnanti elementari che, secondo la testimonianza di Giuseppe (primogenito della coppia), autore, nel 1905, di una tesi di laurea sull’Emigrazione della Calabria, che fu governatore in Africa e presidente del Consiglio di Stato, «avevano sempre aiutato la gente e donato loro case o terre per poter vivere, difendendo i poveri contro i ricchi e i prepotenti», a tal punto che quando morirono, il popolo volle che sulle loro lapidi venisse scritto «Madre del Popolo» e «Padre del Popolo».
Giovanissima, conseguì l’abilitazione magistrale e iniziò una lunga carriera d’insegnante, passando nelle scuole elementari di Castagna (1914-1927), di Cicala (1927-28), di Carlopoli (1928-34), Panettieri (1934-38), San Giorgio Albanese (1938-42) e Quarto, in prov. di Napoli, dal 1948 al 1957. Nel 1930 sposò Vittorio Fazio, dal quale ebbe un figlio, Roberto.
Lasciò Carlopoli per trasferirsi a Pozzuoli, dove visse il resto della sua vita, continuando, tuttavia, a mantenere ben saldi i legami con la sua terra e con l’ambiente culturale calabrese.
Secondo Francesco Butera, la Scalise «ha incarnato mirabilmente quella figura di maestro che, nei primi anni del Novecento, si andava delineando negli scritti di Maria Montessori, di Rosa Agazzi e di Giuseppe Lombardo Radice».
Nei suoi scritti dedicati alla scuola emerge, infatti, la concezione di un maestro che non pensa solo all’indottrinamento dell’alunno ma mira alla crescita della coscienza civile di tutto un popolo. Contrariamente all’andazzo dei suoi tempi in cui nella Scuola come in tutta la società, vigeva il concetto dell’ordine imposto, lei, al posto della bacchetta, consegnava al Maestro la responsabilità di essere prima di tutto «luce e guida morale» con le armi dell’affetto e della comprensione. Da donna aveva trovato la necessità di trovare una strada per l’affrancamento e il riscatto delle donne, soprattutto in quanto “mamme” alla luce di una riflessione sulla naturale connotazione di religiosa adesione al concetto di creatività.
La Scalise «rivelò fin da giovinetta doti di letterata, trovando un valido appoggio nella famiglia e un incoraggiamento costante nel romanziere cosentino Nicola Misasi, che conobbe a Roma nella casa del fratello Giuseppe». In seguito ebbe modo di conoscere la scrittrice Matilde Serao e di godere dell’amicizia e della stima di Gabriele D’Annunzio. Da poetessa (è nota con l’appellativo di Poetessa silana) ha ispirato i suoi scritti al patrimonio di vita vissuta in relazione con la e «dentro» la propria famiglia, la propria esperienza, la propria comunità, il proprio territorio, assunti come «valori«, nutriti e alimentati da una radicata visione classica e dei classici, da Virgilio a Dante, a Manzoni, fino a D’Annunzio suo contemporaneo e ammiratore. I luoghi di nascita, la Sila con i suoi maestosi alberi e con la sua maestosa campagna, nelle albe e nei tramonti, nella varietà delle stagioni, con il sole, con la pioggia o con la neve, sempre vengono evocati a temi di ispirazione, da tramutare in versi o in prosa. La sua lunga e feconda attività letteraria le permise di essere apprezzata e riconosciuta a livello nazionale e internazionale. Numerose sono, infatti, le raccolte di poesie, di novelle, di commedie, e di saggi critici da lei pubblicati nell’arco di settant’anni.
Tra le opere più importanti va citato Il Monastero di Corazzo (poema in versi), pubblicato nel 1961, «poema denso di emozioni, ed espressione di una ricerca interiore che l’autrice ha maturato lentamente filtrandola attraverso il diaframma dei ricordi personali legati alla sua infanzia e sublimati in un intreccio di storia e leggende, realtà e fantasia sul cui sfondo si svolse la vita dei monaci cistercensi» (Buono-Gigliotti). Nell’opera è ricordata tra le altre, la figura austera di Gioacchino da Fiore, che fu abate del monastero sito nel territorio del Reventino. 
Le notizie storiche sul monastero di Corazzo la Scalise le attinse da un manoscritto del 1782 di un certo don Giuseppe Talarico, parroco di Scigliano e dallo storico Francesco Pometti, che le offrirono sufficienti notizie in merito alla ricchezza e allo splendore dell’antico convento, che fu fondato intorno al 1060 dal conte Ruggero di Martirano.
Altra opera di notevole interesse è il racconto La Brigantessa (1967) che «narra la storia di Rosangela, orgogliosa ragazza calabrese, violentata da un prepotente signorotto di Carlopoli, un certo don Filippo. La giovane, dopo quella terribile esperienza, diventerà l’amante del brigante Mico Sirianni. In un conflitto a fuoco il bandito verrà ucciso e la banda annientata. Rosangela, dopo tante peripezie, fu incarcerata e processata. In seguito sposò l’avvocato difensore, ma fu costretta ad abbandonarlo per l’ostilità della famiglia e a fare la cameriera a Catanzaro» (Galasso).
Nel 1952 la Scalise si trasferì con la famiglia a Pozzuoli, per motivi di lavoro. E fu attratta da quei luoghi straordinari, caratterizzati da un acre odore di zolfo che si effonde per l’aria, lungo la terra che dal mare Tirreno s’inerpica sino ai Campi Flegrei. Quei luoghi le ispirarono un altro poema in 13 canti di vario argomento: Pozzuoli canta (poema in versi), «nel quale descrive le bellezze dei Campi Flegrei; l’incontro immaginario con la Sibilla Cumana; la vicenda umana ricca di pathos, tra il celebre musicista Giambattista Pergolesi e la nobile napoletana Maria Spinelli, che, ostacolata nel suo amore dai fratelli, si fece suora nel convento di Santa Chiara, dove morì un anno prima del famoso musicista» (Galasso).Altre opere della Scalise sono: Il dovere della donna nell’ora presente (dissertazione pubblicata nel 1917); L’angelo della carità (novella, 1919); La figura di Cristo nella scuola (1924); Giorgio Scanderbegh (commedia, 1942); Tornerò (elegia, 1962);  Calabria  piange  (1963); La Pasqua di un’anima studio sull’Innominato dei Promessi Sposi (1966); Nicola Misasi nello specchio dei suoi romanzi (1965); I miei morti (1966).
Per la intensa attività letteraria la Scalise ebbe numerosi premi e riconoscimenti in Italia e all’estero. Nel 1970 ricevette il Premio Letterario «Nicola Misasi» per il racconto La Brigantessa; l’anno successivo il Premio Internazionale «Europa», nonché il «Diplomme d’honneur», per il poema Il Monastero di Corazzo.
Le sono stata assegnati numerosi altri Premi, tra cui il Ramo d’alloro dell’Accademia Neocastrum, la Croce al Merito della Cultura dell’Accademia di Paestum, Il Premio Internazionale di Lettere e Scienze di Villa Alessandra, la Medaglia d’oro del Comune di Serrastretta «per aver illustrato con saggi e poesie la Calabria nel mondo», il Premio di Poesia Florense, il Premio di Poesia «Città di Soverato», e altri riconoscimenti assegnati da vari Enti, Comuni e Associazioni.
È stata socia dell’Accademia Cosentina, dell’Accademia Tiberina, dell’Accademia di Paestum, dell’Accademia Neocastrum. È stata compresa nel Dizionario degli Scrittori meridionali, nell’Antologia della Poesia Italiana contemporanea, nell’Antologia dei Letterati ed Artisti Cattolici.  
Morì a Quarto (Napoli), all’età di 90 anni. Carlopoli le ha intitolato una piazza del paese. (Franco Liguori) © ICSAIC 2020

Opere principali

  • Dolce illusione, Stab. Tip. Calabro, Catanzaro 1918;
  • Il dovere della donna nell’ora presente, Stab. Tip. Calabro, Catanzaro 1918;
  • Il Cantore della Sila, Editrice Bruzia, Catanzaro 1927;
  • La reliquia di Giorgio Scanderbeg, Tipografia Edoardo Patitucci, Castrovillari 1940;
  • Il Monastero di Corazzo, Tipografia A. Cortese, Napoli 1961;
  • Pozzuoli canta, Ghidini Fiorini Editore, Verona 1964;
  • Costellazioni, Pellegrini, Cosenza 1964;
  • Un araldo di poesia, Arti Grafiche V. Morano, Napoli 1964;
  • D’Annunzio e il suo epico canto, Pellegrini, Cosenza 1969;
  • La Brigantessa, Edizioni «La Voce Bruzia», Cosenza 1970.

Nota bibliografica

  • V. De Filippo, Il monastero di Corazzo, «La famiglia italiana», 11 novembre 1961;
  • V. Crispino, Un’epopea calabrese: il Monastero di Corazzo, «Cronaca di Calabria», ottobre 1964
  • Alfonso Frangipane, Il Monastero di Corazzo, «Brutium», luglio-settembre 1961;
  • A. Gigliotti, Il Monastero di Corazzo, «Rassegna calabrese», novembre-dicembre 1961;
  • L’antico monastero di Corazzo sintesi di fulgente storia, «Il Mattino», 16 ottobre 1964;
  • Attilio Pepe, La poesia di Palmira Fazio Scalise, «Cronaca di Calabria», ottobre 1964;
  • G. Mascaro, Palmira Fazio Scalise, poetessa dei Monti silani, «Calabria Letteraria», XXXII, 10-11-12, ottobre-dicembre 1984, pp. 130-135;
  • Salvatore Gigliotti, Palmira Fazio Scalise poetessa silana, «Calabria Letteraria», XLIII, 1-2-3, gennaio-marzo 1995, pp. 87-88;
  • Carmela Galasso, Scalise Palmira, in Biografie di personaggi noti e meno noti della Calabria, Pellegrini, Cosenza 2009, pp. 411-412;
  • Adele Talarico, Rosangela, brigantessa del Sud, «Nuovo Soldo.it», 14 maggio 2012.
  • Nuccia Fratto Parrello, Palmira Fazio Scalise, poetessa silana e altre voci di Calabria, Ursini Editore, Catanzaro 2016. 

Nota

  • Si ringrazia l’insegnante Raffaele Arcuri per la generosa collaborazione.

Riga, Graziella

Graziella Riga (Cortale (Catanzaro), 31 agosto 1941 – Lamezia Terme (Catanzaro), 14 maggio 2012),

Ultima di 5 figli, unica donna dopo quattro maschi, Grazia Vittoria Italia Elisabetta Maria (con tutti questi nomi viene registrata allo stato Civile), da tutti chiamata Graziella, nasce da Francesco, maestro elementare di 47 anni, e Rosa Sticco, 41 anni, casalinga originaria di Napoli e da tutti chiamata Titina che, dopo avere messo al mondo i figli maschi, ai vicini ripeteva sempre «’a femmina l’aggia ’a fà», una figlia femmina debbo farla. I genitori si erano conosciuti nel 1915 nella città campana, dove Francesco faceva il servizio militare nei bersaglieri, e si sposarono nel 1927, andando ad abitare inizialmente nel paese natale di lui, spostandosi nel dopoguerra a Nicastro (oggi Lamezia Terme).
Frequentato le Elementari e Medie nel paese natale e il Liceo Classico «Francesco Fiorentino» di Lamezia dove ottiene la maturità, Graziella si trasferisce a Pisa. Negli anni universitari è idealmente vicina al PCI, partecipe e animatrice delle iniziative dei comunisti pisani nell’Ateneo cittadino. Ha amici, però, tra i leader di Potere Operaio con i quali dialoga rimanendo sempre ferma nelle proprie posizioni. Si laurea giovanissima in lettere classiche e insegna inizialmente in alcune scuole medie del comprensorio lametino (tra i quali Nocera Terinese con incarichi temporanei) e poi si trasferisce come docente di latino e greco al “suo” Liceo «Fiorentino», che lascia quando viene eletta in Parlamento, e dove poi insegna ancora fino alla pensione.
Negli anni Sessanta fa parte del gruppo di giovani cattolici legati al Sacerdote Don Saverio Gatti e in quell’ambiente iniziò il suo interesse per i problemi sociali.
Di una bellezza aristocratica e mediterranea, fin da giovane si dedica con grande passione e impegno alla vita politica della Calabria e del Paese. 
La sua «intensa e appassionata» attività inizia alla fine degli anni Sessanta quando (il giorno di Natale del 1968, quando aveva 27 anni) si iscrive al Partito Comunista Italiano sulla scia dei fratelli: Pasquale (segretario della Fgci a Nicastro, maestro elementare che lascia la professione per assumere prima la corrispondenza dell’«Avanti», e poi, dopo la scelta del centrosinistra del Psi, de «l’Unità» e di «Paese Sera»), vince  la prima edizione delle «Olimpiadi della Cultura» promosse da un gruppo di intellettuali comunisti; Gianni, uomo politico entusiasta e rigoroso, subentrato a Vittorino Fittante, come segretario di Mario Alicata, più volte consigliere provinciale e componente delle segreterie provinciale e regionale del Pci; Mimì e Peppino, morto giovanissimo in un incidente stradale.  Il PCI ha bisogno di donne capaci e impegnate da valorizzare. Attivista politica e sociale, è figlia del suo tempo: è in prima fila nelle battaglie per il diritto allo studio, per la pace in Vietnam ma soprattutto lotta per abbattere le gabbie salariali che penalizzano i lavoratori del Mezzogiorno.
Nel 1970, così, viene eletta negli organismi dirigenti della Federazione di Catanzaro. Candidata al Consiglio Comunale di Lamezia Terme e al Consiglio Provinciale di Catanzaro viene eletta in entrambe le cariche. Viene eletta presidente della commissione comunale per le pari opportunità. Candida per il PCI anche alle prime elezioni per il Consiglio Regionale calabrese ma non viene eletta.
Alle elezioni politiche del 1972, invece, è candidata nella lista del PCI capeggiata da Pietro Ingrao, e a soli 31 anni, viene eletta alla Camera dei Deputati, una delle più giovani deputate di quella legislatura. Fa parte della V Commissione (Bilancio e Partecipazioni statali). Considerata una «pupilla» di Ingrao, si occupa di problemi dell’emigrazione con una proposta sulla istituzione e i compiti dei «Comitati per la tutela dell’emigrazione italiana» all’estero. Numerosi sono nel 1974 gli incontri con emigrati e i comizi in Svizzera e in Germania (manifestazioni a Colonia, a Stoccarda e altrove).
Prima donna parlamentare di Lamezia, viene riconfermata alle successive elezioni politiche del 1976, quando entra a far parte della XI Commissione Agricoltura e foreste: in questa sua attività di deputato collabora con Pio La Torre con il quale lavora a stretto contatto nella Commissione parlamentare Agricoltura, occupandosi, anche con la presentazione di disegni di legge, di contratti di trasformazione di mezzadria e di colonia in contratti di affitto, scioglimento degli enti di sviluppo agricolo, costruzione di abitazioni per i lavoratori agricoli dipendenti e sua estensione ai coltivatori diretti, provvidenze a favore delle popolazioni dei comuni della Sicilia e della Calabria colpiti dalle alluvioni del dicembre 1972 e del gennaio 1973, disciplina dell’affitto dei fondi rustici e, in generale di una riforma generale dell’agricoltura. Senza trascurare quelli che sono i temi delle industrie tessile e chimica in Calabria mai decollate.
In parlamento è molto attiva: 44 progetti di legge sono presentati anche con la sua firma, presentato numerose interpellanze e interrogazioni, e interviene diverse volte in aula, specialmente nelle discussioni che riguardano provvedimenti sul Mezzogiorno.
Conclusa l’esperienza parlamentare nel 1979 (candidata per la terza volta, non torna in Parlamento per soli 25 voti), riprende l’insegnamento senza trascurare il suo impegno politico. Milita ancora nel PCI con incarichi diversi (nel 1990 fa parte della commissione federale di garanzia). Quando il PCI scompare, sebbene tormentata, aderisce al PDS e quindi entra anche nei DS, facendo parte del Direzione nazionale del partito. Non aderisce, però, al Partito Democratico. Per continuare la propria militanza comunista, sceglie SEL (Sinistra Ecologia Libertà) e diventa componente della Direzione provinciale di Catanzaro. Per alcuni anni è dirigente della segretaria regionale dello Spi-Cgil, componente del comitato direttivo della Cgil, nonché animatrice dell’Auser. È amata dai suoi studenti: «Professoressa di straordinario valore, esponente politico coerente e stimata, persona per bene e donna che ha condotto battaglie con coraggio e con grande spirito di innovazione», come la ricorda Gianni Speranza, già dirigente regionale del Pci e sindaco di Lamezia Terme. 
Muore nel compianto generale all’età di 70 anni. 
La camera ardente viene allestita in Comune su corso Numistrano. A due giorni dalla scomparsa, il presidente della Camera comunica il decesso all’aula di Montecitorio esprimendo le più sentite condoglianze ai familiari. Il giorno successivo la sua figura viene ricordata alla Camera da tre parlamentari calabresi (Ida D’Ippolito, Doris Lo Moro e Mario Tassone).
Cortale il 13 dicembre 2013 gli intitola una strada. Il Comune di Lamezia, a quattro anni dalla scomparsa, invece, le dedica i giardini di Via Don Luigi Costanzo, antistanti il Liceo Classico «Fiorentino» dove ha passato la sua vita di studente e di docente. L’anno dopo, la famiglia decide di donare alla città di Lamezia Terme i libri suoi e del fratello Gianni che ora costituiscono il fondo librario «Gianni e Graziella Riga» presso la Biblioteca Comunale della città e altri libri e materiali di studio alla Biblioteca del Liceo «Fiorentino». Il Comune le intitola anche la «Casa del libro antico” situata in un palazzo del Settecento in cui ha sede anche la Biblioteca Civica. 
Riposa nel cimitero di Lamezia. (Pantaleone Sergi) @ ICSAIC 2020

Nota bibliografica

  • Mariateresa Costanzo, Graziella Riga: una vita nel PCI, «Lamezia Graffi & Desideri», I, 4, novembre 2006;
  • È morta Graziella Riga, ex parlamentare e sindacalista. Storica esponente del Pci all’epoca di Pietro Ingrao, «Quotidiano della Calabria», 14 maggio 2012.

Nota archivistica

  • Comune di Cortale, Registro delle nascite, atto n. 78, parte I, serie A, del 1 settembre 1941;
  • Comune di Lamezia Terme, Registro delle morti, atto n. 62, parte I, serie C.
  • https://storia.camera.it/deputato/grazia-riga-19410831

Nota

  • Si ringraziano per il contributo alla stesura di questa voce Angela Cerra dell’Ufficio Stato Civile del Comune di Cortale, l’on. Costantino Fittante e il dott. Giandomenico Crapis.

Pontorieri, Concetta

Concetta Pontorieri [Rombiolo (Vibo Valentia), 24 gennaio 1897 – Camaiore (Lucca), 6 giugno 2004]

Penultima di dieci figli, Concetta Immacolata Mattea, come viene registrata allo Stato civile, nasce a Rombiolo, all’epoca in provincia di Catanzaro, da Michele, cinquantasettenne proprietario agricolo e sindaco del paese, e dalla nobildonna Matilde De Caridi, una famiglia di possidenti benestanti. Rimane orfana di padre all’età di sette anni, ma cresce determinata e sicura del fatto che intende studiare. Dopo le scuole di base frequentate localmente e le superiori a Monteleone Calabro (oggi Vibo Valentia) decide infatti, di andare all’università cosa che nel 1916 annuncia alla famiglia creando grande scompiglio perché ciò avrebbe significato dover lasciare casa e paese per trasferirsi a Roma, una situazione a quel tempo impensabile. Rombiolo, infatti, è un paese contadino, afflitto da gravi problemi sociali ma con le sue antiche “regole” di vita che assegnano alla donna un ruolo subalterno e silenzioso. E quella di Concetta era infatti una decisione “scandalosa” che avrebbe cambiato non solo la sua vita. Per tali motivi la famiglia non l’accolse per niente bene e cercò inizialmente di osteggiarla. Probabilmente a tutti sarà sembrata una pazza.
«A quel tempo – ha raccontato lei stessa in un’intervista in occasione del suo centesimo compleanno – le ragazze di buona famiglia dovevano essere educate a casa. Figuriamoci se era loro permesso andare da sole a Roma a frequentare l’Università!».
Ma la sua ostinazione – favorita anche dai fermenti socialisti che si registrano a Rombiolo agli inizi del secolo, di cui Concetta è influenzata – ha il sopravvento e la famiglia, alla fine, dà il proprio il consenso. Uno dei fratelli, prima di partire lui stesso per la Grande Guerra, l’accompagna a Roma dove s’iscrive nella facoltà di Scienze naturali dell’Università «la Sapienza», scelta oltretutto inusuale per le donne di quella generazione, l’avrebbe salutata dicendole: «Avrei preferito accompagnarti al tuo funerale».
Tra le prime cinque donne iscritte nell’ateneo romano, per giunta in una disciplina scientifica, la giovane Concetta, sebbene catapultata da un povero paesino della Calabria in una grande realtà urbana entrando, così, in contatto con un mondo tutto nuovo, non si arrende e percorre con passo deciso la propria strada. Precorritrice e poi sostenitrice del femminismo, manifesta anche idee trotskiste, ma la politica non è la sua principale passione. Da Roma si trasferisce all’Università di Torino dove, prima donna di Calabria, si laurea nel 1921 con il massimo dei voti. All’Ateneo piemontese inizia anche la carriera accademica. È una delle prime donne, infatti, a fare lezione e ricerca in ambito scientifico in una università e collabora, inoltre, con il professore Lino Vaccari, un botanico appassionato, docente di Scienze Naturali al Liceo di Aosta, anche alla fondazione dell’Orto botanico di Chanus, sul Passo del Piccolo San Bernardo che oggi si trova in territorio francese, occupandosi di alcune specie rare sulle quali pubblica contributi scientifici importanti.
Dall’insegnamento universitario, tuttavia, ben presto passa a quello nelle scuole medie superiori. Trasferitasi a Milano, nel 1925 viene eletta socia effettiva della Società Italiana di Scienze naturali. Non paga di quanto ottenuto decide di passare all’insegnamento nelle scuole italiane superiori all’estero. Ha desiderio di conoscere altri paesi, di vedere il mondo, per cui va a insegnare dapprima a Zurigo, successivamente alla Scuola media italiana di Bucarest e infine a Sofia. Qui frequentò la corte della regina Giovanna. Tra la sovrana e la giovane docente calabrese nacque un rapporto di stima reciproca. 
Donna dalla personalità prorompente, la sua vita ebbe una svolta determinante proprio a Sofia, dove conobbe e s’innamorò del talentuoso violinista Boris Arghirov. Dicono che sia stato un colpo di fulmine. Sta di fatto che i due si sposarono e Concetta ne diede subito notizia alla famiglia. Sarà pure un aneddoto, però significativo, ma la madre, appena informata, avrebbe commentato in dialetto: «Girau, girau girau e ppoi cu’ pigghiau? Nu sunaturi i violinu» («ha viaggiato, viaggiato e viaggiato e poi chi s’è sposato? Un suonatore di violino).
Boris non è, però, un qualsiasi suonatore di violino, e non tutti in famiglia la pensano come Donna Matilde, se si considera, per esempio, che un fratello di Concetta decide di chiamare il suo ultimogenito Leone Boris. 
La coppia si sposa e, dopo poco tempo, Boris diventa primo violino dell’Orchestra Filarmonica del Cairo. La coppia si trasferisce ad Alessandria d’Egitto, dove Concetta trova un posto di insegnante nella locale scuola italiana. Ad Alessandria, il 2 giugno 1936, nasce la loro unica figlia che lei decide di chiamare Giovanna, come la regina bulgara.
Rientra in Italia quando Boris viene chiamato come primo violino dell’Orchestra dell’Accademia di Santa Cecilia di Roma. Torna a insegnare scienze naturali, fisica, chimica e geografia dapprima nell’Istituto tecnico V. Gioberti di Roma e quindi in altre scuole superiori. Ogni anno sceglie di ritornare in Calabria come commissario per gli esami di maturità. Quando va in pensione le viene assegnata la Medaglia d’Oro del Ministero della Pubblica Istruzione.
Grazie alla sua grande vitalità, anche da pensionata viaggia molto, cercando, soprattutto nelle ricorrenze a lei più care, prime fra tutte la festa dell’Immacolata, di ritrovarsi in compagnia di familiari e amici. Vive gli ultimi suoi anni nella residenza per anziani «Miami» in Versilia, trascorrendo serenamente le sue giornate circondata dall’affetto della figlia Giovanna, del genero Franco Vego Scocco, delle amate nipoti Laura e Chiara e del pronipote Andrea e di numerosi parenti e amici di famiglia. Per i suoi 100 anni, festeggiati il 24 gennaio 1997, vuole accanto a sé parenti e amici al Lido Camaiore ma riceve anche, tramite il sindaco Domenico Petrolo, l’abbraccio della sua comunità di origine. Festeggia anche i 105 «con una mente ancora capace di ordinare in filze ben distinte una mole imponente di ricordi», come scrive un giornale locale.
Si spegne a Camaiore all’età di 107 anni e 4 mesi, dopo una vita molto speciale, anzi straordinaria. (Francesca Raimondi) © ICSAIC 2020

Nota bibliografica

  • I 105 anni di Concetta Arghirov (Pontorieri), «La Nazione», 23 gennaio 2002;
  • Rosalba Topini, Concetta Pontorieri, la prima laureata calabrese, «La Riviera», 31 marzo 2019.

Nota archivistica

  • Comune di Rombiolo (Vibo Valentia), Registri degli atti nascita, atto n. 14, 27 gennaio 1887;
  • Comune di Camaiore (Lucca), Registro degli atti di morte, atto n. 28, parte I, 6 giugno 2004.

Nota

  • Si ringraziano il sindaco, prof. Domenico Petrolo, e l’ufficiale di Stato Civile del comune di Rombiolo, Pasquale Arena, per il contributo alla redazione di questa voce.

Oliva, Ermelinda

Ermelinda Oliva [Palmi (Reggio Calabria, 12 marzo 1929 –  9 aprile 2003]

Nacque da Cesare e da Gemma Cordiano, un’antica famiglia palmese. Nipote dell’avvocato Nicola Oliva, anch’egli poeta. Trascorse l’infanzia e la prima giovinezza a contatto con la natura in campagna, al Sovereto, una località ricca di uliveti a nord nel Comune di Gioia Tauro, dove il padre, coltivatore diretto, la condusse fin dall’età di cinque anni. Studiò a Palmi. Terziaria carmelitana, condusse una vita privata molto riservata.
Considerata una poetessa raffinata, sensibile, espressiva e genuina, esordì giovanissima nel campo letterario.
Nel 1955 apparve il suo primo volume La notte che passa. Le sue prose e poesie, da allora, sono comparse in molte riviste, settimanali e periodici. Nel 1958 pubblicò alcune sue liriche anche su «La Fiera letteraria», liriche che, secondo il poeta torinese Carlo Betocchi che ne curò la presentazione, sono «tra le più belle che si possono leggere oggi in Italia». 
Quattro anni dopo apparve Il flauto minuscolo al quale fu assegnato il Premio Amantea 1962. Iniziò, allora, un periodo intenso e produttivo. Negli anni Sessanta videro la luce altre sue opere ben accolte dal pubblico e dalla critica (La croce del Sud,1964; Il tempo della cicala, 1966; Lo zoccolo e il sasso, 1970). 
Sono questi gli anni in cui si fece maggiormente conoscere e apprezzare. Il suo nome varcò i confini nazionali«La Lucerna» di New York così si esprimeva sui suoi confronti: «Una notizia che farà piacere in special modo ai calabresi è l’esistenza, in Italia, di una giovane poetessa calabrese che scrive poesie di respiro classico ammirevole».
Nel periodo che va dal 1967 al 1975, ebbe una fitta collaborazione con vari quotidiani e periodici italiani tra i quali «Il Cittadino» di Genova, «La Gazzetta di Mantova», «Il Popolo» di Pordenone, «La voce di San Marco», «La Prealpina» di Varese, «Il Giornale del Popolo», «L’Illustrazione Ticinese» (Lugano), «L’Eco di Sicilia», «Il Corriere del Giorno» di Taranto, «La Provincia», «Il Mezzogiorno», «La Nuova Sardegna» di Sassari, «L’Unione Sarda» di Cagliari e «Il Corriere di Napoli».
Nella seconda parte degli anni Settanta arrivarono a compimento altre sue opere letterarie (poesie, romanzie racconti) e anche un primo testo di argomento religioso-teologico, nei quali si evidenzia la sensibilità del suo animo (E dove e quando,1978; Il raggio e lo specchio,1977; La conchiglia,1978). Di questi anni (1977) è Il Candelabro, in cui «La poetica di Oliva – come scrive P. Antonio Gallo nella prefazione – si caratterizza cosi in una sofferta intimità radiosa di gioia… che la colloca fuori di ogni scuola, in un certo senso anche al di là del tempo, quasi sfiorante le soglie dell’eterno…». La sua attività fu frenetica anche negli anni successivi, quando furono stampati Il flauto e la notte (1980); Noi chiediamo cavalli del 1983 (Premio letterario città di Frascati); il romanzo Le torce a vento del 1994; Quel suo paese in alto alla collina(1995); Le novelle (1997), oltre ai saggi L’indagine centrata sul mistero pubblicato nel 1980; L’errore scientifico intorno alla verità, apparso quattro anni dopo, seguito nel 1986 da L’errore teologico intorno alla verità, un ciclo “scientifico” chiuso nel 1990 con il saggio storico La diocesi scomparsa di Taureana e i suoi vescovi.
Per la sua importante produzione letteraria ha ricevuto, vari premi, attestazioni e giudizi lusinghieri. Di lei, infatti, si sono occupati favorevolmente molti studiosi italiani e stranieri. A incominciare da Diego Valeri cheha espresso giudizi lusinghieri sui suoi versi: «Vi è più sostanza di poesia in essi che in molti elaboratissimi poemi». In sintonia il giudizio dello scrittore reatino Sergio Solmi: «I suoi versi mi hanno molto colpito per la loro spontaneità (oggi rarissima) e il loro senso magico della natura». Vittorio Vettori la considerava un’intellettuale calabrese che ha espresso «l’anima femminile della Calabria… il senso più segreto di questa terra» e raccomandava il volume Le torce al vento  «a quegli intellettuali di oggi in cui il vento antico e perenne della calabresità conserva intatto il suo impeto, il suo valore di propulsione e di orientamento», E Antonio Piromalli scrive: «L’Oliva è poetessa di estrema purezza per convinzione estetica e psicologica: diciamo purezza nel senso che l’Oliva allontana l’autobiografismo e ricerca — per la struttura religiosa — il mistico e il cosmico». Anche lo scrittore palmese Domenico Zappone fu un suo ammiratore: «Carmelina Oliva parla non soltanto alle stelle, alla luna, ma agli uccelli, agli animali, alle selve, ai mari, alla notte, al caos, e sempre la sua forma espressiva ha la robustezza del diamante ed anche quella luce cangiante e ferma di stella prigioniera e remota». Mentre Gilda Trisolini, ne La poesia di Ermelinda Oliva a cura del Comune di Palmi, scrive tra l’altro: «La poesia di Linda è sempre in bilico tra la terra amata, con le sue tenebre e le sue ombre, e la luce sognata; e il suo fascino consiste appunto nell’umano sentore di un bisogno di trascendenza che solo la poesia e la preghiera possono dare… Direi che la poesia di Linda sia tutta una preparazione alla morte, questa sua poesia così ricca di vita e di calore, di fremiti di foglie, questo miracolo di purezza in tanto frastuono di macchine e mura che crescono ad appiattirci i giorni».
Sulla francese «Revue d’Information», invece, lo studioso Solange De Bressieux in merito dei suoi scritti religiosi così affermava: «Il gesuita P. Guido Reghelin non fa che cogliere egli pure nell’Oliva quanto primae dopo di lui avevano o avrebbero detto, fino a definire addirittura “preziosa” per la Chiesa oltre che per la letteratura calabrese ed italiana, l’opera silenziosa ed appartata di questa autrice». Aggiungendo ancora: «Ermelinda Oliva, oltre a chiarire alcuni punti della dottrina cattolica, rivela una fede intensa e vigilante, orientata verso il servizio di Dio e del prossimo».
Morì nella sua città all’età di 74 anni.
A Palmi un’Associazione Artistico Culturale porta il suo nome. Da anni viene organizzato in suo onore un Concorso di Poesia e Narrativa. (Isabella Guidi) © ICSAIC 2020

Opere 

Poesie e prose

  • La notte che passa, Tip. Zappone, Palmi 1955;
  • Il flauto minuscolo, Ed. Luce Serafica, Napoli 1962 (Premio Amantea, 1962;
  • La croce del Sud, Rebellato, Cittadella di Padova 1964;
  • Il tempo della cicala, Laurenziana, Napoli 1966;
  • Lo zoccolo e il sasso, Cittadella di Padova, Rebellato 1970;
  • Il Candelabro, Ed. Luce Serafica, Napoli 1977;
  • E dove e quando, Laurenziana, Napoli 1978;
  • Il raggio e lo specchio, Ed. Luce Serafica, Napoli 1978;
  • La conchiglia, Laurenziana, Napoli 1978;
  • Il flauto e la notte, Laurenziana, Napoli 1980;
  • Noi chiediamo cavalli, Laurenziana, Napoli 1983 (Premio letterario città di Frascati);
  • Le torce a vento. RomanzoLaurenziana, Napoli 1994;
  • Quel suo paese in alto alla collina, Laurenziana, Napoli 1995;
  • Le novelle, Laurenziana, Napoli 1997.

Saggi

  • Il raggio e lo specchio (Napoli, Ed. Luce Serafica, 1977); 
  • L’indagine centrata sul mistero, Laurenziana, Napoli 1980;
  • L’errore scientifico intorno alla verità, Laurenziana, Napoli 1984;
  • L’errore teologico intorno alla verità, Laurenziana, Napoli 1986;
  • La diocesi scomparsa di Taureana e i suoi vescovi, Laurenziana, Napoli 1990.

Nota bibliografica

  • Domenico Zappone (a cura di), Calabria nostra (autori scelti), Bietti Milano 1969; 
  • «La Lucerna», New York, settembre 1971;
  • Giuseppe Morabito (a cura di), La poesia calabrese del Secondo Novecento, Edizione Parallelo 38,Reggio Calabria 1975;
  • Luigi Malafarina e Franco Bruno, Calabria e Calabresi, Parallelo 38, Reggio Calalbria 1978, p. 676;
  • Gilda Trisolini, La poesia di Ermelinda Oliva, Tip. Evolo, Palmi 1972. 
  • Antonio Piromalli, Ermelinda Oliva, «Rinascita Sud», novembre-dicembre 1979; 
  • Solange De Bressieux, «Revue d’Information», jullet-september 1979; 
  • Isabella Loschiavo Prete, Antonio Orso, Ugo Verzì Borgese, Poeti e scrittori. Rassegna bio bibliografica del Novecento dei comuni della Piana di Gioia Tauro, Calabria Letteraria Editrice, Soveria Mannelli 1986, pp. 485-487;
  • Pasquale Tuscano, Per altezza d’ingegno: aspetti e figure dell’attività letteraria calabrese tra Otto e Novecento, Rubbettino, Soveria Mannelli 2002, pp. 246-249;
  • Carmela Galasso, Biografie di personaggi noti e meno noti della Calabria, Pellegrini, Cosenza 2009, pp. 329-330.

Notarianni, Teresa

Teresa Notarianni [Cosenza, 1 gennaio 1828 – Napoli, 23 luglio 1897)

Nacque da Nicola, letterato e giureconsulto e da Carmela Abate. Fece gli studi nella città natale e fu il padre a intuirne le capacità artistiche e letterarie e a incentivarla ad andare avanti su quella strada, nonostante la mentalità borghese trionfante che vorrebbe la donna vocata esclusivamente alla famiglia. Le aspettative paterne non andarono deluse. Ancora giovane, infatti, Teresa arrivò alla fama, affermandosi come pittrice ritrattista e poetessa valorosa: secondo Riccardo Giraldi «la poetica della Notarianni è densa di contenuti, ricca di immagini, semplice ed armoniosa nella lingua e nello stile».
Operò prevalentemente a Napoli, che allora rappresentava il punto d’approdo per coloro che avevano intenzione di cimentarsi nella pittura e di pubblicare i loro scritti (altre scrittrici calabresi – citiamo Giovanna De Nobili di Catanzaro, Mariannina Giannone di Acri ed Edwige Albani di Crotone – stamparono le loro opere nella città partenopea). 
Di Teresa Notarianni si hanno tre raccolte poetiche: dedica alla madre i suoi primi lavori nel volumetto Versi (pubblicata in occasione dell’Esposizione di Belle Arti il 20 settembre 1845 in Napoli), a cui seguì Rime (di appena 16 pagine), dedicata al padre, raccolta  apprezzabile che vide la luce l’anno dopo e che comprende una bellissima poesia che ha per epigrafe versi di Orazio «Carmine Di superi placuntur Carmine Manes», un sonetto in lode di Bernardino Telesio, un secondo sonetto a proposito di un articolo del periodico «Il Calabrese» che esprimeva lodi nei suoi confronti, un terzo sonetto in lode di Beatrice Oliva Mancini, per la tragedia di costei; Ines de Castro, una versione di Lucio A. Seneca dei versi che cominciano: Omnia tempus edax deposcitur omnia carpii, una versione d’una commedia francese che dice: Toujours joyeux content, un sonetto per il l’onomastico di Gaetano Vantaggi, un altro sonetto per la monacazione di Teresa Zeuli, il Ritratto del santo Bambino, sestine che hanno per argomento un sogno, Canzone a sua madre. E ancora terzine alla Gloria e versi sopra i suoi voti in società.
L’ultima sua opera, apparsa nel 1856, è infine la raccolta Per mio fratello, dedicata al fratello Federico, magistrato, morto molto giovane il 18 agosto 1954, anche lui poeta promettente in lingua latina e italiana, di cui piangeva il decesso prematuro «con quelle belle rime che bastano a mettere la nostra cosentina tra le poetesse più chiare che conti oggi la penisola», come scrisse Luigi Accattatis. «Questo lavoro – ha scritto Davide Andreotti nella sua Storia dei Cosentini – che solo vale un poema basta a dimostrare di che forza sia la Notarianni nello scrivere e nel poetare, sia per feracità di concetti filosofici e morali, che per copia d’immagini poetiche sempre vive e parlanti, e forza di espressione, ognora purgata d’ogni licenza, che il dire rende spianato grazioso e non mica pesante. Ma ciò che rende più ammirevoli i lavori di questa illustre nostra concittadina è qual sentimento di gloria che anima la poetessa — e che trasfuso nel lettore, finisce per empirti l’animo d’entusiasmo pel bello e pel vero, dopo che per la forma, ogni verso ti ha ricreato l’orecchio colla cara armonia della parola».
Prediligendo il ritratto, come pittrice fu presente, quando ancora aveva 17 anni, alla Mostra del Ritratto nella esposizione di Belle arti che si tenne il 30 maggio 1845 nella capitale borbonica, affermandosi con un quadro raffigurante una pastorella e due ritratti, uno del padre e l’altro del fratello. Nella esposizione del 30 maggio 1848 mostrò quadri rappresentanti le due Carità (due Pastorelle, Dafne e Cloe, copie del Raffaello, e del Lodovico Caracci), una Ebe (la Maddalena, copia del Guercìni), la sacra famiglia e altre piccole miniature in cui si distinse: Erminia dal Tasso, Ritratto virile, La SS. Vergine col bambino.
In molti paesi della sua terra d’origine, ma anche nel napoletano, sono noti diversi suoi lavori artistici. 
Delle scrittrici calabresi dell’Ottocento – eppure non furono poche e si fecero notare anche in campo nazionale – si conosce molto poco. Teresa Notarianni non fa eccezione. Si conosce, infatti, poco o niente della sua vita privata.
Morì a Napoli all’età di 69 anni. (Leonilde Reda) © ICSAIC 2020

Opere

  • Versi, s.n., Napoli, 1845;
  • Rime, Tip. Gaetano Migliaccio, Napoli 1846;
  • Per mio fratello, Tip. Federico Vitale, Napoli 1856.

 

Nota bibliografica

   

  • Davide Andreotti, Storia dei cosentini, Vol. 3, Stab. Tipografico di Salvatore Marchese, Napoli 1874, pp. 325-326;
  • Luigi Accattatis, Le biografie degli uomini illustri delle Calabrie, Vol. 4, Tip. Municipale, Cosenza 1877;
  • Luigi Aliquò Lenzi, Gli scrittori calabresi, s.n., Messina 1913, ad nomen;
  • Maria Bandini Buti, Poetesse e scrittrici, Tosi, Milano 1941-1942, 2 v. (Enciclopedia biografica e bibliografica italiana, serie VI).
  • Riccardo Giraldi, Il popolo cosentino e il suo territorio: da ieri a oggi, Pellegrini, Cosenza 2003, p. 194;
  • Catalogo dei libri italiani dell’Ottocento1801-1900, Editrice Bibliografica, Milano 1991;
  • Antonietta De Fazio, La Calabria e i suoi artisti. Dizionario dei pittori 1700-1930, Rubbettino, Soveria Mannelli 2020, ad vocem.

Molè, Elena

Elena Molè (Vibo Valentia, 21 settembre 1926 – Roma, 29 agosto 2009)

Nacque da Enrico, avvocato, giornalista, deputato, costituente e senatore, e da Lucrezia De Francesco, primo preside donna d’Italia, sposata in seconde nozze il 20 dicembre 1925 che dopo Elena gli diede altri due figli, Gabriella e Marcello.
Avviata agli studi classici, si laureò in giurisprudenza.
Sposata con il barone Evellino Marincola di San Floro, ebbe tre figlie: Elisa (1959), Josephine (1967) e Zina (1969).
Si dedicò sin da ragazza alla pratica artistica studiando disegno e scultura con Alessandro Monteleone [Taurianova (Reggio Calabria), 1897-Roma, 1967]. Curò con disegni espressionisti, l’illustrazione del volume del Don Quijote di Alonso Fernández de Avellaneda nella sua traduzione italiana curata da Gilberto Beccari (Firenze, 1952) ma il suo vero debutto artistico con dipinti, disegni e acquarelli avvenne con la mostra personale alla Galleria del Pincio di Roma nel 1954, presentata in catalogo dal critico d’arte Raffaele De Grada. Erano, quelle proposte, opere di una giovane «pittrice, sensibile che lavora con serietà per esprimere chiaramente un suo piccolo mondo poetico popolato di tipi contadini della Calabria (soprattutto donne e bimbi), di quei giovani meridionali che strappano la vita faticosamente con mille mestieri e mille espedienti, lavorando nella bella regione come muratori in città e tornando al paese nel tempo dei raccolti; di donne ormai vecchie e sfinite dopo una vita di lavoro e di stenti; di bimbi già avviati a un duro mestiere e già seri in volto», come scrisse il critico d’arte de «L’Unità», giornale con il quale in quegli anni sembra avere un rapporto diretto, contribuendo anche con la donazione di suoi quadri alla «Mostra dei Satiri» organizzata per la la “Befana” dall’organo comunista.
L’anno dopo venne ammessa alla VII Quadriennale Nazionale d’Arte di Roma e, l’anno seguente, alla XXVIII edizione della Biennale di Venezia con tre opere: Testa di donna, Via Aurelia, Lo studio. Nel novembre 1957 tenne una seconda mostra personale alla Galleria Bergamini di Milano, presentata in catalogo da Renato Guttuso, e nel 1959 partecipò tra gli artisti ammessi alla VIII Quadriennale Nazionale d’Arte di Roma, dove presentò tre dipinti: Paesaggio n. 1, Paesaggio n. 2 e L’Ava.
Alessandro Monteleone la volle come assistente alla sua cattedra di scultura all’Accademia di Belle Arti di Roma, dove rimase anche quando questa passò a Emilio Greco.
Nel 1976 divenne titolare della cattedra di scultura all’Accademia di Belle Arti di Palermo.
In questi anni si dedicò quasi esclusivamente all’insegnamento e alla pratica della scultura e del disegno. Le sculture e i disegni vennero presentati nel 1978 alla personale presso la Galleria del Grifo di Roma. Nel catalogo una breve missiva di Emilio Greco, rende omaggio all’assistente evidenziandone in particolare le doti disegnative: «pensando ai bei disegni che ho visto ultimamente nel suo studio, mentre Alessandro giocava in giardino con le sue bambine, ricordo il suo segno ben costruito, ricco di valori plastici e a volte concitato, e ritrovo in esso una coerenza assoluta con la sua umanità». 
Nello stesso catalogo, in un breve testo di presentazione, racconta della sua arte e della lunga ricerca di quegli anni: «Ho lavorato in silenzio per tanti anni, col piacere di chi ricerca in proprio senza scopi immediati e remote critiche; ma ora sento la necessità di sottoporre al giudizio degli altri quello che ho fatto. Ciò che mi fa esitare di più è l’intuizione che per i miei lavori il giudizio non può essere che o di completa accettazione o di rifiuto. I miei avori sono violenti e vitali, vogliono dire tante cose concrete senza compiacenze edonistiche. Lavoro con passione e senza freni razionali, a tempo pieno, come a tempo pieno vivo e ho vissuto. La mia non è esercitazione accademica o velleitaria esibizione: ho qualche cosa da dire e la dico. Se non seguo avanguardie e sperimentazioni attuali non è per ignoranza – le conosco e talvolta le ammiro – ma per una scelta rigidamente morale mi sono profondamente estranee. Io lavoro come parlo, parlo come penso, rifiuto ogni camuffamento ogni compromesso. Il gesto la materia non mi interessano se non quando diventano forma e forma di un contenuto. Sono fuori del mio tempo? Non so. Vivo quindi sono, quindi penso, quindi esprimo. Non so distrarmi in ricerche formalistiche. Quello che mi urge dentro deve venir fuori nella maniera più immediata possibile per non perdere l’efficacia della verità. Deve nascere come un figlio esce fuori dalla madre, non come la madre lo vorrebbe ma come la madre l’ha fatto, nutrendolo con i suoi più intimi istinti con le sue forze e le sue debolezze inconfessate, col suo sangue. E poiché è, vive la sua vita e non quella che la madre vorrebbe».
Morì a Roma nel 2009 all’età di 83 anni e le figlie, i nipoti, in parenti e gli amici ne ricordarono la grande umanità di madre e artista e la fede incrollabile nei suoi ideali. (Alessandro Russo) © ICSAIC 2020

Nota bibliografica

  • Mostra personale di Elena Molè: 3-12 novembre 1954, presentazione di Raffaele De Grada, Galleria del Pincio, La Tipografica, Roma 1954;
  • D. M., Elena Molè, «L’Unità», 12 novembre 1954;
  • Elena Molè presentata da Renato Guttuso, Galleria Bergamini, Milano 1957;
  • In lunghi elenchi di offerte il cuore del popolo romano, «L’Unità», 3 gennaio 1958;
  • Mostra personale di Elena Molè, Roma 15 maggio-9 giugno 1978, Galleria il Grifo, Roma 1978.

Nota archivistica

·       Archivio Biblioteca Quadriennale (Roma), Fondo documentario artisti contemporanei, Posizioni alfabetiche, Lettera M, Molè Elena.

Manfredi, Paola

Paola Manfredi [Soverato (Catanzaro), 11 settembre 1903 – Milano, 1 novembre 1965]

Quarta di nove figli, registrata allo Stato Civile con i nomi di Paolina Francesca, nasce da Giovanni, applicato ferroviario, e dalla gentildonna Teresa Ruffo. La madre appartiene a una famiglia che associa al nome un importante ruolo nelle lotte antiborboniche: è suo diretto parente Gaetano Ruffo, uno dei 5 Martiri di Gerace. Paola vive la sua infanzia a Bovalino, paese di origine della famiglia, e dopo le scuole di base, prosegue gli studi al ginnasio-liceo classico «Pasquale Galluppi» di Catanzaro. Conseguita la licenza liceale nell’anno scolastico 1921-1922, avrebbe voluto iscriversi alla Facoltà di medicina ma il suo desiderio viene contrastato dalla famiglia che non ritiene la professione medica «dignitosa per una donna».
Si iscrive quindi alla facoltà di Chimica dell’Università di Messina dove si laurea nell’anno accademico 1929-1930 con una tesi su «Insulina e sintalina», con il prof. Gaetano Martino, futuro docente di Fisiologia e ministro degli Esteri. L’anno dopo supera gli esami di Stato all’Università di Pisa (al tempo non era consentito sostenerli nell’ateneo in cui si era laureati). Partecipa a un concorso per titoli ed esami indetto dalla Amministrazione provinciale di Cosenza e agli inizi degli anni Trenta viene assunta come Assistente della sezione Chimica del Laboratorio provinciale di Igiene e profilassi.
Nel 1927 si iscrive al Partito nazionale fascista e nel 1932 al Sindacato. 
Nel 1936 sposa l’architetto Mario Ferrari, figlio del noto pittore montaltese Rocco Ferrari che, allievo di Perricci, aveva lavorato agli affreschi del Duomo di Napoli e del Quirinale a Roma. Anche la famiglia Ferrari ha un passato antiborbonico: Nicola, padre di Rocco partecipa ai moti di Cosenza, scontando vari mesi di carcere come prigioniero politico, ricevendo per questo dal nuovo Stato italiano la borsa di studio che permetterà al figlio Rocco di frequentale l’Accademia di pittura a Napoli.  
Dopo la nascita, nel 1938, dell’unico figlio Rocco Carlo, futuro architetto come il padre, continua il suo lavoro nella sezione chimica del Laboratorio provinciale di igiene senza mai trascurare la famiglia e il suo ruolo di madre. Promossa vicedirettore già nel 1937, affronta il periodo della seconda guerra mondiale con tutti i suoi drammi conducendo la famiglia anche in assenza del marito che è stato richiamato alle armi, senza mai trascurare il lavoro.
Nel 1940 s’iscrive all’Albo professionale dei chimici, e dal 1942, l’assenza per malattia dal Laboratorio del direttore (proseguita per tutto il periodo bellico) la porta a esercitare di fatto la funzione dirigenziale dell’Istituto di Igiene negli anni più duri della seconda guerra mondiale.
Dopo il primo devastante bombardamento di Cosenza del pomeriggio del 12 aprile 1943 a opera della Royal Air Force inglese che causò 70 vittime civili, numerosi feriti e ingenti danni, si trasferisce con il figlio in una casa rurale sulla strada per Mendicino. Nonostante la distanza di oltre 3 chilometri da compiere interamente a piedi due volte al giorno, con un comportamento che si potrebbe definire eroico, continua a garantire per vari mesi (fino alla fine di settembre 1943) la sua presenza quotidiana, permettendo al Laboratorio di svolgere la sua opera di sorveglianza particolarmente importante soprattutto in quel periodo critico.
Nel Ventennio partecipa ai riti di regime solo per quella parte imposta ai pubblici dipendenti, rimanendo critica verso il fascismo. Infatti, nel 1945 il ruolo da lei esercitato nei duri anni di guerra le viene riconosciuto con la nomina a Direttore (il termine Direttrice era ancora poco usato) del Laboratorio chimico di igiene della Provincia di Cosenza, tra le prime donne al Sud, in quegli anni, a ricoprire un incarico direzionale di responsabilità. Donna dalla parola dolce, lenta, persuasiva e il portamento elegante, continua con fermezza e capacità a dirigere le attività di sorveglianza che il laboratorio svolge, il controllo sulla qualità del cibo e la potabilità dell’acqua sull’intero territorio della Provincia. A Cosenza rimane per molti anni una delle pochissime donne, forse l’unica, con una importante funzione direttiva di una struttura fondamentale per il benessere sociale e la protezione della salute della popolazione.
Al lavoro di chimico e ai doveri della famiglia aggiunge un suo impegno personale esercitando per molti anni il ruolo di Consigliere dell’Ordine dei Chimici della Calabria.
In considerazione del lavoro svolto, viene invitata a trasferirsi a Roma all’Istituto superiore di Sanità; e successivamente le viene offerta la direzione del Laboratorio chimico di igiene, da impiantare a Tripoli, nella Libia resa indipendente e in quegli anni governata da un regime monarchico: ruoli che si vede costretta a rifiutare per gli impegni che la legano alla famiglia.
Non lascia il suo posto di lavoro, anche quando, nel 1955, viene colpita da una grave forma tumorale. Operata, infatti, riesce a resistere alla malattia per dieci anni, fino all’improvviso ricomparire del male.
Muore a Milano all’età di 62 anni, restando fino alla fine direttrice del “suo” Laboratorio.
Tra le poche donne laureate in una materia scientifica, tra le prime a ricoprire un ruolo direttivo in una struttura pubblica di particolare importanza e delicatezza, ha rappresentato una delle prime figure di donna impegnata nella professione in ruoli apicali, in anni in cui – almeno nel Mezzogiorno – era raro trovarne. Per oltre trent’anni ha svolto il suo lavoro con efficacia e competenza riconosciute generalmente, operando in difesa e salvaguardia della salute e del benessere alimentare della popolazione della vasta Provincia di Cosenza.
Il ritratto che pubblichiamo, è stato realizzato nel 1946 da Peter Recherm un pittore tedesco di buona mano che – rientrando dall’Africa dopo un periodo di prigionia – per qualche tempo si era fermato a Cosenza. (Leonilde Reda) @ ICSAIC 2020

Nota archivistica

  • Comune di Soverato, Registro degli atti di nascita, atto n. 24, 15 settembre 1903.
  • Comune di Milano, Atti di morte, atto n. 1998, registro 2, parte 2, serie B, anno 1965.

Nota

  • Si ringraziano l’architetto Rocco Carlo Ferrari e l’ufficiale dello Stato Civile del Comune di Soverato, Patrizia Ursino: la loro collaborazione ha consentito di ricostruire puntualmente la biografia.

Grandinetti, Maria

Maria Grandinetti [Soveria Mannelli (Catanzaro), 25 agosto 1891 – Roma, 26 aprile 1977]

Nacque da Giovanni, ingegnere agrimensore, e Angelina Maruca, una famiglia della borghesia intellettuale. Studiò presso l’istituto Vittoria Colonna. Fu tra le prime donne a frequentare l’Accademia di Belle Arti a Napoli, dove si era trasferita con la famiglia nel 1902, incoraggiata dal parere dell’ormai anziano pittore calabrese Andrea Cefaly, seguendo le lezioni di Paolo Vetri, e Michele Cammarano. Nel 1911 sposò Cesare Mancuso, uomo colo e facoltoso,, avvocato e magistrato nelle Forze armate nel periodo bellico, seguendolo prima a Bari, a New York e quindi stabilmente a Roma dal 1912, dove entrò in contatto con interessi primitivisti, secondo una definizione pubblicata in una precoce critica nel 1921 su «Cronache d’attualità»: la sua casa a Roma, in via Crispi, divenne un cenacolo frequentato da artisti e intellettuali, come De Chirico, Balla e Ungaretti.
Nel 1917 nacque Mario, il suo unico figlio. 
Definita «la più forte pittrice italiana» da Roberto Melli, esponente della Scuola romana, fu tra le artiste che si imposero all’attenzione della critica militante. Nel 1914 a Roma tenne le prime personali presso la sede dell’Associazione calabrese e l’Associazione abruzzese-molisana in Campo Marzio. Partecipò alla terza e quarta Esposizione Internazionale d’arte della «Secessione» romana nel 1915 (con i ritratti di Anna Prini Giuliano Prini, figli dello scultore Giovanni) e 1916 (con Natura morta e Figura).
Nell’ambito delle esperienze espositive romane, la pittrice si inserì nel gruppo di artiste d’avanguardia come Pasquarosa e Deiva De Angelis: partecipò nel 1918 alla Mostra d’Arte indipendente pro Croce Rossa presso la Galleria del giornale «Epoca», una delle tappe delle nuove prospettive di ricerca del linguaggio figurativo romano, organizzata da Mario Recchi ed Enrico Prampolini, esponendo tredici opere (ritratti, paesaggi e nature morte) insieme, tra gli altri, allo stesso Prampolini, Ardengo Soffici, Giorgio De Chirico e nello stesso anno fu la sola donna, con Edita Walterowna Broglio, a essere pubblicata con l’opera Casolare sul primo numero di «Valori Plastici». Fu vicina a un gruppo di artisti e intellettuali tra cui Giorgio De Chirico, Giacomo Balla e Giuseppe Ungaretti, assiduo frequentatore del suo salotto, che le dedicherà uno scritto in francese. Avversa al fascismo, iniziò un periodo di diminuita attività. 
Nel 1930 a Parigi incontrò il pittore Maurice Utrillo e il critico Waldemar George; quest’ultimo nello stesso anno presentò la sua monografia in inglese. Contestualmente si guadagnò una monografia anche in tedesco (edita sempre nel 1930 da Italo Tavolato) e in italiano, con la presentazione di Mario Recchi e Roberto Melli.
Nel 1931 fu presentata una personale a Parigi alla galleria Rosemberg diretta da Jeane Castel, per tramite di Alberto Savinio, evento intorno al quale si verificò un drammatico episodio che vide le tele della pittrice deturpate da alcuni tagli, forse per «una esplicita rappresaglia di carattere politico» (Grasso 2002). Nello stesso anno pubblicò una raccolta di testi critici (tra i quali dei contributi del 1925 già editi su «Il Popolo d’Italia») e spunti autobiografici che si apriva con la dichiarazione Così come sono: «se io dovessi dare una definizione di me, cioè, dire quella che sono, non potrei farlo perché io non mi conosco. […] Quando sono costretta a definire lo faccio per gli altri, altrimenti non avrei nessun mezzo di comunicazione cogli uomini. […] Normalmente dipingo dei quadri; ma, tutte le volte che finisco un lavoro, mi viene la voglia di distruggerlo. Credo che se verrà un giorno in cui potrò fare a meno di dipingere sarò felice; perché credo che la mia inferiorità stia nel non potere fare a meno di fare ciò» (Ivi, p. 9). La pittura è quindi un’urgenza, imprescindibile condizione che la determina, ma che a sua volta crea una sorta di dipendenza nell’esistenza. La sua arte è fatta di volumi: «La mia pittura rappresenta la definizione di alcuni stati d’animo, che, attraverso la lotta colla materia, ho potuto definire con le forme dettate dalla sintesi degli stati d’animo stessi» (ivi, p. 20). Nel 1933 allestisce una personale alla galleria Sabatello di Roma (4-15 marzo), con un successo di critica che le procurò l’acquisto da parte dello Stato Italiano del Ritratto di Teresa Labriola (1930, olio su tela, Roma, Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea).
Nel 1936 espose alla galleria Apollo di Roma e fu presente alle Quadriennali di Roma del 1935, 1939 e 1943. Nel 1940 due sue mostre personali sono allestite a Milano (Casa d’artisti, 12-21 febbraio), con un’introduzione al catalogo di Carlo Carrà, e Genova (Galleria Genova, 14-26 maggio). Nel 1942 espose al Teatro Quirino di Roma, con una presentazione di Alberto Savino.
In Maria Grandinetti Mancuso l’arte non mancò di mescolarsi all’impegno sociale: convinta sostenitrice della pace universale attraverso le arti, dedicò a questo obiettivo nel 1946 la fondazione della rivista «Arte contemporanea (Arte-scienza-pace)», attiva fino al 1968. In questo contesto si avvicinò nel 1951 all’associazione inglese General Welfare con cui fondò la Lega delle Arti e delle scienze, oltre ad aderire a congressi internazionali pacifisti. 
Trascorse gli ultimi anni della sua esistenza afflitta da disturbi psichici (dopo la morte del marito ebbe una patologia depressiva), proprio quando l’attenzione della critica sembra rivolgersi nuovamente alla sua pittura. Nel 1976 l’artista è infatti registrata nel libro inchiesta Il complesso di Michelangelo di Simona Weller, nella cui introduzione Cesare Vivaldi sottolinea quanto l’artista – all’epoca quasi dimenticata – fosse una «delle grandi personalità femminili del suo tempo» (ivi, p. 13), e nel 1980 compare, ormai postuma, tra le donne censite da Lea Vergine nel suo pioneristico catalogo della mostra a Palazzo Reale L’altra metà dell’avanguardia 1910-1940. 
Morì a Roma all’età di 86 anni, nell’ospedale psichiatrico di Santa Maria della Pietà, dove era ricoverata dal 1975. A Roma c’è una strada intestata a suo nome. (Maria Saveria Ruga) © ICSAIC 2020

Scritti

  • Così come sono, A. F. Formiggini editore, Roma 1931;
  • Conferenza della pittrice Maria Mancuso Grandinetti, tenuta il 4 maggio in Roma nel salone della Confederazione dell’industria, Stabilimento Tipo-litografico «La Tecnica», Roma 1934.

Nota bibliografica essenziale

  • Alfonso Frangipane, Pittori calabresi a Roma: La mostra di Maria Mancuso all’associazione calabrese, in «Terra Nostra», II, 7, 28-31 maggio 1914, pp. 1-2;
  • Giuseppe Ungaretti, La peinture de Maria Mancuso Grandinetti, s.l., s.d.;
  • Roberto Melli, Mario Recchi, La pittura di Maria Grandinetti Mancuso, Biblioteca editrice, Roma 1930;
  • Italo Tavolato, Die malerin Maria Mancuso Grandinetti. Mit einer enileitung, Roma 1930;
  • Some opinions of critics on the art of Maria Mancuso, Biblioteca d’arte editrice, Roma s.d. (1931?);
  • Simona Weller Il complesso di Michelangelo: ricerca sul contributo dato dalla donna all’arte italiana del Novecento, Pollenza 1976;
  • Lea Vergine, L’altra metà dell’Avanguardia (1910-1940). Pittrici e scultrici nei movimenti delle avanguardie storiche, Il Saggiatore, Milano (1980) 2005;
  • Monica Grasso, Grandinetti Mancuso, Maria, in Dizionario Biografico degli italiani, 58, 2002, ad vocem;
  • Francesca Lombardi, Maria Grandinetti Mancuso, pittrice romana. Dalla “secessione” al secondo dopoguerra, Rubbettino, Soveria Mannelli 2002;
  • Pier Paolo Pancotto, Artiste a Roma nella prima metà del ’900, Palombi, Roma 2006;
  • Enzo Le Pera, Enciclopedia dell’arte di Calabria. Ottocento e Novecento, Rubbettino, Soveria Mannelli 2008, ad vocem, pp. 202-205;
  • Tonino Sicoli, La metafisica dell’opulenza, «Il Quoridiano della Calabria», 5 aprile 2009.

Giugni, Jole

Jole Giugni  (Tripoli, 29 luglio 1923 – Roma, 6 luglio 2007).

Terza figlia di Salvatore ed Ester Fulco, nacque in Libia. Il padre, originario di Aieta, colonnello dei Reali Carabinieri, era di stanza nella colonia. La madre, nativa di Tortora (Cosenza), era una casalinga. Suoi fratelli furono Gina, Lina, e Mario. Intorno alla metà degli anni Trenta, dopo la promozione a generale, il padre venne collocato a riposo e assieme alla famiglia decise di ritornare a Praia a Mare (nel frattempo non più frazione di Aieta ma comune autonomo). Jole, dopo gli anni dell’istruzione nelle scuole primarie italiane a Tripoli, al rientro in Italia frequentò il Liceo-Ginnasio nella stessa Praia a Mare e poi si iscrisse alla Facoltà di Lettere e Filosofia all’Università di Napoli, presso la quale si laureò nel 1944 in Filosofia discutendo una tesi su La concezione dell’anima in San Tommaso, di cui fu relatore Benedetto Croce. Insegnò dapprima a Praia a Mare e nel luglio 1947, si trasferì a Crotone al seguito del marito, l’avvocato civilista Nicola Lattari, del quale assunse il cognome, appartenente a nota benestante famiglia di Fuscaldo, conosciuto ai tempi dell’università, con il quale ebbe tre figlie: Rachele, Ester e Barbara. A Crotone, insegnò storia e filosofia, presso il Liceo Classico Pitagora.
La passione per la politica – mai disgiunta dal ruolo di moglie ed educatrice, punto di riferimento per diverse generazioni di studenti crotonesi – avviluppò la sua persona sin da giovane età, cimentandosi nel secondo dopoguerra nelle discussioni e nelle competizioni politico-amministrative locali, militando tra le fila del Movimento sociale italiano.
Prima tappa di questo impegno politico, le elezioni amministrative per il rinnovo del Consiglio comunale della tarda primavera 1952, in cui la candidatura, pur avvenendo in un contesto politico cittadino “difficile”, ideologicamente assai contrapposto, in cui il movimento social-comunista era ampiamente egemone e maggioritaria, pure ottenne un successo inaspettato e importante. L’occasione, infatti, segnò il primo passo di un’ascesa graduale della sua parabola politica, riuscendo eletta anche nelle successive competizioni amministrative del 1956, 1960 e 1964.
Con le elezioni politiche dell’aprile 1963, con 15.202 preferenze risultò la prima donna calabrese eletta al Parlamento italiano.
«Nelle file del Msi – scriveva Domenico Napolitano, storico direttore del periodico “il Crotonese” – aveva conquistato a pieno titolo un ruolo di leader, grazie all’impegno serio che profondeva in ogni sua attività, ma grazie anche ad un’oratoria feconda che scaturiva da una voce calda ed autorevole».
In effetti, a oggi, la figura di Jole Lattari non è stata analizzata organicamente e, tranne pochissimi scritti apparsi sulla stampa periodica crotonese in anni più o meno recenti, non è stata adeguatamente rilevata, anche sotto il profilo storiografico, l’importanza del politico donna. A ciò si aggiunga, inoltre, che a lei (che nel frattempo non disdegnava di anteporre il cognome del marito al suo) si deve il primo volume analitico che raccoglie ed evidenzia il ruolo della Calabria politica nelle vicende dello Stato unitario e repubblicano attraverso l’opera per eccellenza su I parlamentari della Calabria dal 1861 al 1967, apparsa sul finire del suo mandato parlamentare, in cui pure non compare, forse per eccessivo pudore, quasi alcun accenno alla propria opera pubblica, tranne le brevissime notizie di rito, per completezza di informazione.
Ma è forse nella Presentazione dell’opera editoriale che si rinviene una delle chiavi di lettura della concezione di merito e di metodo della sua missione (politica e non), scaturente in primo luogo dall’aver chiara la visione di quanto incisiva o meno fosse stata l’opera dei colleghi parlamentari predecessori, qualunque partito appartenessero, in favore della Calabria e del Paese. Ma anche quanto dipendesse dalla formazione, dallo studio costante e dall’approfondimento dei problemi, l’efficacia di ogni azione politica e la risoluzione degli stessi. 
«In realtà – scrive la Lattari Giugni – […] quella del parlamentare è un’attività che non ha né può aver sosta; ed è anche scomoda ed ardua. A renderla bella è soltanto – finché dura – la passione: la passione appunto per un’attività scomoda, ardua e che tuttavia non può aver sosta. Una passione, pertanto, che – ove non degeneri nella tossica e pur tanto patetica ambizione che quasi sempre rende i parlamentari vittime di se stessi – rinfranca ogni giorno l’eletto e nel contempo lo consola quando – per dirla con il Giusti – gli elettori, dopo averlo suffragato, “lo mandano che Dio lo benedica/ spargendogli secondo il consueto/ gelsomini davanti e dietro ortica”» (pp. 10-11).
E certo non poteva mancare una ulteriore riflessione amara – seguita, appunto, a quel “finché dura” – sul carattere perdurante di «ostilità verso la classe politica» sebbene eletta, «di inimicizia degli italiani verso governanti imposti», in cui si sarebbe o si potrebbe rinvenire «l’antico retaggio di una lunga servitù politica», la cui stessa avversione e antipatia verso qualsivoglia politico, la stessa Donna Jole, riprendendo una citazione dell’onorevole lombardo Ambrosoli, consegnava al ruolo di essere pur sempre un privilegiato.
«E così – scriveva sempre Giugni nella Presentazione al libro –, ancora oggi, dopo oltre un secolo di vita unitaria (era il 1967), la gran maggioranza degli italiani pensa alla politica come ad una avventura, come ad una palestra di ambiziosi, come ad un campo di affari fruttuosi» (p. 11).
Eletta, dunque, per la prima volta nel Civico consesso di Crotone nel 1952 (e rieletta a più riprese, fino al giugno 1966), dal 1954 al 1969 farà parte del Comitato centrale del Movimento sociale italiano (facendo inoltre parte dell’Ufficio di Presidenza del Gruppo parlamentare tra il 1963 e il 1965) schierandosi con l’ala del segretario Arturo Michelini, alla cui linea si contrapponeva quella di Giorgio Almirante, e che, qualche anno più tardi, sul finire degli anni Sessanta, in aperta contrapposizione allo stesso Michelini – (per cui, al Congresso di Pescara, costituirà insieme ai parlamentari Pino Romualdi, Clemente Manco e Nicola Romeo, un gruppo di opposizione interna allo stesso) – si determinerà la mancata rielezione al Parlamento, in favore di Nino Tripodi.
Al riguardo, è giudizio di Domenico Napolitano che, in occasione delle elezioni politiche del 1968, «pur avendo incrementato i voti di preferenza, alla lista del Msi toccò un solo deputato, l’onorevole Nino Tripodi, uno dei più autorevoli esponenti, che la superò per poco più di un centinaio di voti di preferenza. Ma se avesse vinto la Lattari e non Tripodi, come forse nella realtà accadde, si sarebbe trattato di un caso politico di proporzioni nazionali».
Sarà componente della Commissione Permanente Istruzione e Belle Arti, segretario del Centro Parlamentare dello Spettacolo e del Turismo e, dall’aprile 1966, membro del Consiglio direttivo del CESPRE-Sezione italiana dell’Istituto internazionale studio precancerosi e condizioni premorbose.
Nell’ambito delle attività parlamentari fu firmataria di 37 progetti di legge (7 quale primo firmatario) e 85 interventi in sede assembleare e in altre sedi, la gran parte trattando di materie scolastiche.
Scuola, università e cultura sono state al centro del suo interesse parlamentare e su tali temi si ricordano numerose interpellanze e interrogazioni. Si occupò della problematica relativa all’istituzione della scuola media unificata; fece parte del comitato dei nove per lo sviluppo della scuola; dedicò grande attenzione alla modifica delle norme riguardanti i concorsi magistrali, all’istituzione delle scuole materne statali; per l’esame delle proposte di legge di riforma dell’ordinamento universitario e intervenne nel dibattito relativo al disegno di legge per il finanziamento del piano di sviluppo della scuola nel quinquennio 1966-1970.
A ciò si aggiunga un’attenzione costante al territorio crotonese e alle sue vicende e modificazioni sociali e produttive. Tra i tanti interventi viene ricordata una sua interpellanza per la difesa dello stabilimento Pertusola di Crotone che fu firmata anche dagli altri 23 deputati della Calabria, che salvò allora la metallurgia nella regione.
Il messaggio con cui, nella primavera del 2003, accoglieva il riconoscimento della Città di Crotone nel ricordare i 40 anni dalla elezione parlamentare, rappresenta forse il testamento politico e morale che ha voluto lasciare ai posteri, in cui traspare la profonda lucidità di analisi e di sintesi dei problemi che attanagliano l’amara terra di Calabria, la ragioni del suo mancato sviluppo e l’amore profondo per questa terra e il legame intenso con essa.
Nel 1968 le fu conferito il Premio Scogliera d’Argento quale prima donna calabrese in Parlamento; la Fidapa, nel 2003, con la collaborazione del Comune di Crotone, le assegnò una targa.
Morì nella capitale, dove risiedeva da tempo, all’età di 84 anni. (Christian Palmieri) © ICSAIC 2020

Opere

  • I parlamentari della Calabria dal 1861 al 1967, Casa editrice «L. Morara», Roma 1967;
  • Da Maggio a Maggio (1963-1968), Casa editrice «L. Morara», Roma 1968;
  • L’Università del sole, Casa editrice «L. Morara», Roma 1968;
  • Coscienza politica e feudalesimo elettorale in Calabria, Casa editrice «L. Morara», Roma 1969.

Nota bibliografica

  • Domenico Napolitano, Omaggio a Jole Lattari, «il Crotonese», 18-24 aprile 2003, pp. 6-7;
  • Jole Lattari. La sua amarezza per il destino della Calabria nel lungo messaggio inviato alla sua Crotone, «il Crotonese», 29 aprile-1 maggio 2003, pp. 4-5;
  • Pino Pantisano, Nostalgia di donna Jole, «il Crotonese», 29 aprile-1° maggio 2003, pp. 4-5;
  • Li Gotti: l’on. Lattari una stella offuscata dai nemici di Crotone, «il Crotonese», 27-30 luglio 2007, p. 16;
  • Fortunato Aloi, Jole Lattari esempio degli ideali di destra, «il Crotonese», 31 agosto-3 settembre 2007, p. 16;
  • Elio Cortese, Impossibile dimenticarla, «il Crotonese», 25 ottobre 2011, p. 27;
  • Rosalba Topini, Jole Giugni Lattari, prima donna calabrese in Parlamento, «La Riviera», 9 giugno 2019.

Nota

  • Si ringraziano Letterio Licordari, Giuseppe Serio e Alfonso La Regina per la collaborazione.

Gallucci, Rosa Giovanna

Rosa Giovanna Gallucci [Mammola (Reggio Calabria) 27 ottobre 1920 – 17 dicembre 2017]

Ultima di tre figli, nacque da Giuseppe e da Maria Annunziata Zavaglia, una famiglia di ceto medio, per cui acquisì il titolo di “donna”, appellativo ai tempi concesso solo a una certa popolazione, ovvero nobili e benestanti. Nel 1927 fu il fratello maggiore Nicodemo ad avviarla alla professione fotografica. Nicodemo aveva intrapreso gli studi nella vicina Locri – scegliendo di specializzarsi in fotografia tra le alternative offerte dal padre, al posto dell’oreficeria – seguito dal fratello minore Piero che proseguì la carriera al suo posto, quando quest’ultimo decise di dedicarsi all’insegnamento.
Nel 1936, per via della scomparsa prematura di Piero, Rosa ebbe il permesso da parte del padre, genitore molto autoritario, di occuparsi in prima persona della fotografia, intraprendendo a soli sedici anni una carriera che ne durò circa cinquanta, divenendo l’unica della famiglia a non abbandonare mai la professione, nonostante le difficoltà nel praticarla. Non avendo infatti il permesso di uscire all’esterno del portone di casa, realizzò una sala di posa nel suo giardino e una camera oscura all’interno di una stanza.
Svolse una vita apparentemente ordinaria – figlia, moglie e madre affettuosa e rispettose delle consuetudini sociali di un tempo –, ma fu anche l’unica, tra Mammola e i paesi limitrofi, a praticare la fotografia; questo significa che davanti al suo obiettivo sono passate intere generazioni e differenti ceti sociali.
Per comprendere a pieno il contesto storico e sociale all’interno del quale si formò, è essenziale citare una frase del suo fornitore di materiale fotografico, che nel 1945 le disse: «da Napoli in giù, siete l’unica donna che servo» (Zavaglia 2004, p. 9). Testimonianza emblematica di un’epoca, per quanto non troppo lontana, che attesta come la fotografia fosse considerata una professione tipicamente maschile; eppure fin dagli albori le donne praticarono con molta maestria la tecnica, spesso in ambito di attività familiari ma oscurate dal pregiudizio. Se si pensa quindi a un paese del sud d’Italia, nell’entroterra calabro, nel quale le regole imposte dalla società erano fortemente radicate, la fotografia al femminile diventa un fenomeno ancora più raro e Rosa Giovanna Gallucci è stata in grado di oltrepassare questi ostacoli, facendosi strada all’interno di un ambiente normato da rigide imposizioni sociali.
Le fotografie di Gallucci, nonostante si possa definire quasi autodidatta (le uniche lezioni di fotografia furono quelle ricevute dal fratello Nicodemo), mostrano una particolare sapienza tecnica affinata dalla costante pratica, che si rivelano nelle composizioni precise all’interno delle quali collocava la figura da ritrarre, in relazione a uno sfondo spesso volutamente sfocato. Inoltre, le tonalità chiaroscurali, ottenute non solo dal preciso utilizzo della luce, ma anche dal ritocco a mano dei negativi, conferivano alle sue composizioni un carattere dalla particolare forza evocativa fino a giungere a effetti quasi pittorici. 
Dato ancor più interessante, tra gli anni Trenta e Quaranta del Novecento è tra quanti documentarono la seconda ondata migratoria che da quell’area della Calabria era diretta prevalentemente verso il Canada e gli Stati Uniti. La fotografa, oltre a testimoniare il difficile evento storico, attraverso il ritratto di coloro che partivano (ma anche di quanti restavano) indagava le distanze sociali che caratterizzavano il paese (che si affievolirono solo dopo gli anni Cinquanta del Novecento), lasciando trasparire una grande sensibilità nell’attraversare la sfera dell’intimità tramite lo spaziointerno ed esterno. La casa, il suo angolo di mondo, trascendeva dallo spazio puramente fisico e la fotografia, mezzo di codifica dello spazio, caratterizzava la visione soggettiva del fotografo. Con questo suo modo libero diede vita a un microcosmo del quale facevano parte l’«Operator e lo Spectrum», ovvero il fotografo e il soggetto (R. Barthes, La camera chiara, 2003, pp. 11-15). La diffusione delle sue immagini, anche oltreoceano, le permise di comunicare col mondo, segnando il passaggio dalla sfera interna a quella esterna.
La particolarità dei suoi ritratti, dentro cui confluivano quattro forze (come il soggetto si vede, come vuole apparire, cosa vede il fotografo, cosa vuole comunicare attraverso la fotografia), stava nella libertà dello sguardo del soggetto, dal quale emergeva la sua psicologia e che conferiva la verità della realtà che caratterizzava la società di quegli anni.
Nel 1949 si sposò con Nicodemo Zavaglia, da cui ebbe due figli (Antonio e Vanda) senza mai interrompere la propria attività. Fu l’unica fotografa di Mammola e dintorni fino ai primi anni Cinquanta del Novecento e fu in attività fino agli anni Ottanta. Oggi, a testimoniare la sua lunga carriera fotografica, insieme a quella dei fratelli Nicodemo e Piero, è un archivio, situato a Mammola, che raccoglie circa 20.000 negativi in vetro e su pellicola piana, sotto la cura della figlia di Vanda, che nel 2000 realizzò una mostra dal titolo Foto Gallucci: un passato vicino e lontano, nel 2002 Foto Gallucci: ritratto di un paese di migranti, entrambe realizzate nel paese natale della fotografa e che donò al Museo Nazionale d’Abruzzo, a Chieti, tre stampe (Zappatore, 1938 – Bambina con bambola, 1950 – I pantaloni di papà, 1960).
Questo importante repertorio di immagini riveste un significativo valore non solo dal punto di vista estetico, ma anche documentale quale fonte di una storia sociale che ha percorso una precisa area geografica della Calabria nel corso di un cinquantennio.
Morì a Mammola a 97 anni. (Francesca Cafarda) © ICSAIC 2020

Nota bibliografica

  • Vanda Zavaglia, Foto Gallucci: un passato vicino e lontano. Ritratti e costumi di un paese rurale della Calabria dagli anni 20 agli anni 50, Calabria letteraria, Soveria Mannelli 2000;
  • Vanda Zavaglia, Architettura antropologica di un microcosmo: l’archivio fotografico Gallucci, Edigrafital, Teramo 2004;
  • Vanda Zavaglia, Rosa Giovanna Gallucci: antropologia di un microcosmo, «Foto cult. Tecnica e arte della fotografia», #3, 2004;
  • Mara Rechichi, Donna Rosa Giovanna Gallucci, «L’Eco del Chiaro», luglio-agosto, 2012.

Gagliardi, Caterina

Caterina Gagliardi [Reggio Calabria, 9 aprile 1829 – Vibo Valentia, 1914]

Nata De Blasio era figlia di Carlo, barone di Palizzi e Pietrapennata, e di Teresa dei marchesi Gagliardi di Monteleone. Fu educata a Napoli nel Collegio dei Miracoli. Nel 1855, a 26 anni, andò sposa al nobiluomo Antonio Genoese ma l’anno successivo rimase vedova. Dopo quattro anni di vedovanza, con dispensa papale vista la consanguineità, il 18 aprile 1860 sposò il fratello della madre, il marchese Enrico Gagliardi di Monteleone (oggi Vibo Valentia), dal quale acquisì il cognome, venendo così ricordata come Caterina Gagliardi.
La famiglia Gagliardi ebbe un ruolo di primo piano nella gestione della cosa pubblica locale e il marchese Enrico fu uno dei protagonisti delle vicende dell’arco risorgimentale: fu senatore nel 1861 e più volte sindaco della città nel 1853, dal 1865 al 1868 e dal 1873 al 1875, Con il marito, che appena nominato sindaco della città ebbe la ventura di salutare Garibaldi a nome della città, infatti, accolse il generale in maniera principesca nel vecchio palazzo Gagliardi.
Dal momento del matrimonio – dal quale nacquero quattro figli: Francesco (1861), Domenico (1863), Michelina (1865) e Luigi (1868) – «per più di mezzo secolo, la sua patria di adozione diviene la città di Monteleone dove, completamente libera da pregiudizi di casta, vive amata e venerata da tutti per le innumerevoli e importanti opere di civile liberalità che, con l’aiuto del marito, finché egli disse, svolge a favore della città e della Calabria» (Borrello).
Era una donna molto bella Caterina Gagliardi che in famiglia chiavano Titina. «Le foto dell’epoca ci restituiscono un tipo di bellezza femminile che rappresenta la figura ideale della donna dell’800, accanto al marito impegnato nella vita politica e sociale» (Dezzi Bardeschi, p. 115). Colta, generosa, altruista, infatti, fece parte delle pie istituzioni di Monteleone. Nel 1899 il Consiglio comunale di Monteleone la nominò presidentessa della congregazione di Carità: aiutò i bambini poveri, fondò l’Orfanotrofio femminile e l’Asilo infantile, e donò molto denaro per creare l’Ospedale.
La famiglia Gagliardi era una delle più ricche e cospicue della città e della Calabria e grazie a ciò contribuì con notevoli aiuti finanziari alla creazione della Banca popolare e del Monte frumentario di Monteleone.
Quando all’inizio degli anni Settanta dell’Ottocento Monteleone era in grave crisi economica con una carestia incombente, per dare lavoro al maggior numero di operai disoccupati (circa 300 furono quelli impiegati) spinse il marito ad avviare la colossale ricostruzione del palazzo Gagliardi e del sontuoso giardino botanico annesso di ben 25 mila metri quadrati, considerato il più completo della regione.
Si prodigò anche per i sinistrati del terremoto del 1908 nonostante il grave lutto familiare. La sua attività filantropica fu intensa. Nel 1894, quando si registrò un terribile terremoto, la marchesa mandò i figli Domenicoe Francesco a Palmi per aiutare i terremotati; lo stesso fece nel 1905, in occasione del devastante sisma che colpì specialmente il circondario di Monteleone. 
Dama di compagnia della regina Margherita, considerata una delle donne calabresi più rappresentative della seconda metà dell’Ottocento, nel 1881, così come aveva fatto già a Catanzaro, fece gli onori di casa durante la visita dei reali a Reggio e al pranzo in loro onore occupò il posto alla destra del re Umberto. Fu lei, ancora, il 12 settembre 1897, dopo un fervente discorso patriottico, a consegnare la bandiera di combattimento al comandante dell’incrociatore leggero «Calabria» in una cerimonia avvenuta nel porto di Reggio (il labaro, ricamato da donne di Calabria, era racchiuso in un artistico scrigno di legno cesellato dallo scultore Francesco Jerace): «Consegnando la bandiera la Marchesa Caterina Gagliardi pronunziò un altissimo discorso, con voce vibrante di quella commozione che, nelle grandi solennità, invade gli spirito superiori», scrisse il periodico «Calabria».
Il suo palazzo divenne un cenacolo culturale che ospitò momenti dedicati alla musica e al canto. Ben inserita anche nella realtà locale economica (presenziava ogni anno, nel rispetto delle tradizioni, alla pesca del tonno nelle sue tonnare di Pizzo e di Bivona), fu una donna di moderne vedute anche in politica. Nel 1913 favorì l’elezione a deputato del collegio di Monteleone del socialista Nicola Lombardi, il quale appena eletto si premurò di ringraziarla pubblicamente per il sostegno ricevuto.
La sua vita fu rattristata da diverse sventure familiari: la morte del marito avvenuta a Napoli nel 1891, delfiglio Domenico, e nel terremoto del 1908 la tragica fine del figlio Francesco, della figlia Michelina, del generoDiego Di Francia e di una nipote, fra le rovine della sua Reggio.
Morì compianta da tutti a 85 anni alla vigilia della Grande Guerra. Tenne l’elogio funebre il conte Vito Capialbi. In occasione della sua morte così scrisse Giuseppe Sinopoli sul «Giornale d’Italia», con tono encomiastico ma comunque descrittivo di una donna dalla forte personalità che aveva avuto un ruolo di primo piano nella società locale per oltre mezzo secolo: «Donna di straordinaria intelligenza, coltissima, di un’estesa istruzione letteraria ed artistica, che ne aveva reso fine e brillante lo spirito, che parlava correttamente molte lingue straniere, dotata di ricchissimo censo, essa poteva mettere in evidenza le sueelette qualità di gran signora… In qualunque occasione in cui Monteleone doveva rappresentare la vecchia ospitalità calabrese, era la marchesa Gagliardi che pensava a tutti». E ancora: «Nel suo palazzo la gran dama riceveva con signorile, anzi principesca grandiosità, con la più squisita cortesia, gli alti funzionari del Governo, Senatori, Deputati, Generali e Vescovi, scienziati e letterati illustri, come prima del 1860 aveva ricevuto Principi reali e grandi dignitari di Corte».
Vibo la ricorda con una via intitolata a suo nome. (Leonilde Reda) © ICSAIC 2020

Nota bibliografica

  • «Calabria», 14-15 settembre 1897;
  • Parla Nicola Lombardi, «Il Paese», 9 novembre 1913;
  • V. Genoese, Alla memoria della M.sa Caterina Gagliardi dei baroni de Blasio di Palizzi e di Pietrapennata, Tipografia Giuseppe Raho fu Francesco, Monteleone di Calabria 1915;
  • Alberto Borello, Vibo. Dolce nella memoria, Monteleone Editore, Vibo Valentia 2002;
  • Marco Dezzi Bardeschi, La rinascita di Palazo Gagliardi nel futuro della città di Vibo Valentia, «Limen», novembre-docembre 2007, pp. 30-35;
  • Carmela Galasso, Biografie di personaggi noti e meno noti della Calabria, Pellegrini, Cosenza 2009, pp. 207-208:
  • Marco Dezzi Bardeschi, Palazzo Gagliardi a Vibo Valentia. Restituito al futuro della città. Libro di storia e di cantiere, AlineaFirenze 2010.

Florio, Alba

Alba Florio [Scilla (Reggio Calabria), 21 aprile 1910 – Messina, 27 maggio 2011]

Nacque da Umberto, proprietario terriero, e da Giuseppina Trovato, gentildonna, come riportato negli atti dello Stato Civile del Comune di Scilla, ove è stata registrata con i nome di Maria Alba Fortunata.
Mentre l’unico fratello, Nicola, seguì gli studi in un collegio di Palermo, iscrivendosi poi all’Università di Messina, dove si laureò in Giurisprudenza (diventando in seguito un apprezzato magistrato), Alba – come accadeva in molte famiglie – rimase a casa, cementando un rapporto strettissimo con la madre, ma venne seguita da istitutrici private e dimostrò una particolare predisposizione per le materie letterarie. Aveva appena 14 anni anni quando le sue poesie accolte dal periodico locale «Scilla» il cui direttore, Rocco Bellantoni, per primo, le lesse e le commentò. Confluirono la sua prima raccolta, Estasi e preghiere, pubblicata nel 1929, e supportata dalla prefazione di Francesco Spoleti, intellettuale eclettico di famiglia borghese nativo di Bagnara che viveva tra Roma e Napoli. Nei suoi versi si intravedono legami con il Pascoli dei misteri e della contemplazione del cosmo, punto di rottura con gli schemi del classicismo.
Il suo carattere riservato e la sua vita appartata non favorirono la conoscenza del suo lavoro, essendo fuori dai circuiti editoriali e dai salotti delle grandi città. Anche dopo la pubblicazione della sua prima raccolta diede alle stampe le sue opere a piccole case editrici, in perfetta coerenza con le proprie convinzioni sul mondo della diffusione letteraria. La sua poesia venne definita da Antonio Piromalli, critico e autore di pregevoli pubblicazioni sulla letteratura calabrese, «solitaria e drammatica» e catturò l’attenzione di Vincenzo Gerace, poeta di Cittanova che proprio nel 1929 vinse il Premio Accademia Mondadori per la Letteratura Italiana, e che divenne il primo autorevole estimatore di Alba Florio, facendola conoscere, attraverso i suoi scritti, anche al suo amico Benedetto Croce.
Trascorsero alcuni anni prima che venisse data alle stampe una nuova raccolta. Oltremorte fu pubblicata, difatti, nel 1936, e in essa si ritrovano sia le influenze dei drammi presenti nella poesia di Giuseppe Ungaretti che le aperture stilistiche di Salvatore Quasimodo, che l’autrice conobbe di persona durante i soggiorni sullo Stretto del poeta siciliano che vinse anni dopo, nel 1959, il Nobel per la letteratura. La Florio trascorreva, spesso in solitudine, la sua esistenza prevalentemente in famiglia e con le contesse Zagari, due sorelle che avevano molti interessi culturali e che abitavano nei pressi della sua casa, posta di fronte alla Sicilia. Nei componimenti presenti in questa seconda raccolta sono evidenti i riferimenti ungarettiani, anche stilistici, ma soprattutto quelli legati alla corrispondenza dei naufragi del proprio io e dell’ostilità della natura, con i personaggi descritti divenuti prigionieri di destini privi di alternative e che «scontano la colpa di appartenere alle radici dell’albero del male».
La lirica di Alba Florio si svilupperà negli anni passando gradualmente da un crepuscolarismo intimista all’ermetismo. Nello stesso anno di pubblicazione, alla poetessa scillese venne assegnato il Premio nazionale “Maria Enrica Viola”, tra i cui giurati vi era Francesco Flora, critico letterario e storico della letteratura tra i più autorevoli del periodo, anch’egli molto vicino a Croce.
Nel 1939 la Florio completò e diede alle stampe Troveremo il paese sconosciuto e la raccolta di versi ebbe, a differenza delle prime, una più ampia cassa di risonanza (vinse, peraltro, il Premio “Fiera di Messina”). In questa raccolta appare più marcato il tema del pessimismo esistenziale, presente anche nell’autore suo contemporaneo e coetaneo Lorenzo Calogero, ma si svelano una personalità e una sensibilità non comuni, che si rivedranno in seguito nel suo impegno sociale, nella descrizione delle «madri povere che portano dentro bambini come una colpa» o in quella dei «soldati che tentano rari sorrisi di condannati». 
La produzione letteraria venne dilatata negli anni e questa raccolta fu l’ultima del periodo che precedette la seconda guerra mondiale e una fase importante della sua vita privata, quando instaurò un rapporto affettivo con Rocco Minasi, giovane avvocato anch’egli di Scilla che, oltre alla professione, era impegnato in politica e che fu tra i protagonisti della resistenza a Roma contro l’occupazione nazista. I due si sposarono a Messina dopo la fine del conflitto mondiale, il 18 dicembre del 1945. Frattanto, la Florio iniziò a muoversi da Scilla e, specie dopo la Liberazione dal nazifascismo, iniziò a frequentare anche la Libreria Saitta (detta anche Libreria dell’O.S.P.E.) a Messina, un cenacolo nel quale si ritrovavano figure importanti della cultura del Novecento come Quasimodo, Carlo Bo, Giacomo Debenedetti, Luca Pignato, nonché Giovanni Antonio Di Giacomo (poeta dialettale meglio noto come Vann’Antò) e Salvatore Pugliatti, messinesi entrambi questi ultimi, intellettuali poliedrici e valenti accademici: un gruppo che il libraio Antonio Saitta definì «una scocca di amici» che diede vita a importanti iniziative culturali, tra le quali, appunto, l’Accademia della Scocca.
Dopo l’elezione del marito alla Camera dei Deputati, nel 1953, si stabilì assieme a lui a Roma, ma mantenne i rapporti con gli intellettuali messinesi. Nella capitale continuò a rimanere immersa nelle sue solitudini e nelle sue riflessioni sulla vita, non disdegnando di interessarsi, prima ancora di molte altre, alle problematiche del femminismo e alle condizioni in cui lavoravano le donne (come le gelsominaie della sua terra), influenzata anche dai valori del socialismo divulgati dal marito.
Nel 1956 pubblicò la raccolta, concepita a Roma, dal titolo Come mare a riva (affidata alle edizioni Il Fondaco dell’OSPE di Messina), In essa l’essere umano diventa simile al naufrago che tenta di raggiungere il porto delle proprie esperienze e delle proprie lotte, ma non solo quelle personali, anche quelle di coloro che hanno gli stessi obiettivi, anche se prevale, attraverso la sua ricerca interiore, il dramma esistenziale.
Si deve ad Antonio Piromalli, l’aver fatto conoscere Alba Florio, che non ha mai avuto la notorietà che avrebbe meritato, e che risultò presente solo in alcune antologie, alcune destinate alle scuole superiori, curate da Paolo Borruto, Luca Pignato e da Vann’Antò. La critica, però, nel corso degli anni ha esaltato la valenza e l’intensità della sua lirica scavando nel personaggio e nei suoi assunti esistenziali, al punto che su più testi la Florio viene considerata «una delle ultime esponenti del Decadentismo italiano». 
La poetessa e il marito, che non ebbero figli, vissero tra Roma e Reggio Calabria, dove nel frattempo si era stabilita la madre, nel periodo (1965-1970) in cui Minasi venne eletto sindaco nella sua Scilla oltre che parlamentare (fu deputato per quattro legislature consecutive fino al 1972), supportandolo nella cura del collegio elettorale e dedicandosi ad attività sociali e sindacali, e quindi si trasferì a Messina dopo la scomparsa del coniuge, avvenuta nella capitale nel 1994. Ritiratasi a vita privata, come del resto era nella sua indole, scevra da protagonismi di ogni genere, si dedicò alla famiglia, soprattutto ai numerosi nipoti figli del fratello, ai quali era molto legata, in particolare a Umberto omonimo del padre.
La sua produzione letteraria si era fermata, ma lei aveva continuato a vergare fogli. Nel 2000, in occasione dei suoi 90 anni, dopo alcuni inediti pubblicati nel corpo di lavori di terzi autori, uscì la raccolta Ultima striscia di cielo, dai cui versi scritti in età ormai più che matura si coglie il senso del tempo che passa e che fa sentire più vicino quello che definì «il tempo ideale».
Morì a Messina all’età di 101 anni. Il Circolo Culturale “Rhegium Julii”, che ogni anno assegna i prestigiosi premi internazionali di categoria, ha intitolato a lei il premio speciale per la poesia nel 2019. (Letterio Licordari) © ICSAIC 2020

Opere

  • Estasi e preghiere, Industrie Grafiche Meridionali, Messina 1929;
  • Oltremorte, Istituto Grafico Editoriale, Milano 1936;
  • Troveremo il paese sconosciuto, Ugo Guanda Editore, Modena 1939;
  • Come mare a riva, Il Fondaco dell’O.S.P.E., Messina 1956;
  • Ultima striscia di cielo, Luigi Pellegrini Editore, Cosenza 2000

Nota bibliografica

  • Vincenzo Gerace, Ode ad Alba Florio di Scilla, Nosside-Accademia dei Placidi, Polistena 1929;
  • Angelo Romeo, Alba Florio, «Cronaca di Calabria», 9 dicembre 1937;
  • Giovanni Antonio Di Giacomo (Vann’Antò), Troveremo il paese sconosciuto, «Secolo nostro», gennaio 1940;
  • Antonio Piromalli, Poesia di Alba Florio, «Meridiano di Roma», 28 gennaio 1940;
  • Antonio Piromalli, Poeti lirici calabresi, Edizioni Cenacolo, Reggio Calabria 1952;
  • Antonio Testa, La poesia calabrese nel Novecento: Alba Florio, Lorenzo Calogero, Pellegrini, Cosenza 1968;
  • Antonio Piromalli, Alba Florio, in Letteratura Italiana. I contemporanei, vol. V, pp. 785-799Marzorati, Milano 1974;
  • Clara De Franco, Brevi biografie di scillesi da ricordare, Grafica Meridionale, Villa San Giovanni 1983, pp. 145-146;
  • Giuseppe De Marco, Liriche inedite di Alba Florio, Rubbettino Editore, Soveria Mannelli 1984;
  • Giuseppe De Marco, Simboli e parole in nove liriche di Alba Florio, «Calabria sconosciuta», 1985, pp. 59-62;
  • Giuseppe De Marco, L’impegno drammatico-esistenziale nella poesia di Alba Florio (con premessa di Antonio Piromalli), Todariana Editrice, Milano 1986;
  • Aurelia D’Agostino, Una città di arte e di cultura, in Fulvio Mazza (a cura di), Reggio Calabria. Storia cultura economia, Rubbettino, Soveria Mannelli 1993, pp. 303-304;
  • Paolo Borruto (a cura di), Antologia: omaggio ad Alba Florio. Premio Internazionale di poesia, Tipografia Jason, Reggio Calabria 1994;
  • Antonio Piromalli, Storia della letteratura italiana, Editrice Garigliano, Cassino 1994;
  • Pasquino Crupi, Romualdo Marandino, Antonino Zumbo, Roberto Romano, Salvatore Oliverio, Giovanni Sapia, Raffaele Sirri, Pasquale Tuscano, Lezioni di Letteratura Calabrese, Pellegrini, Cosenza 2005, pp. 189-190;
  • Gaetanina Sicari Ruffo, Per ricordare Alba Florio, «brunopino.blogspot.com», 31 maggio 2011;
  • Vincenzo Napolillo, Poeti contemporanei, Edizioni Sinestesie, Avellino 2018, pp. 79-82.

De Vincenti, Raffaela

Raffaela De Vincenti [Acri (Cosenza), 1 maggio 1872 – 23 novembre 1936]

Ultimogenita di sette figli, nacque da Tommaso, commerciante di pellami, e Maria De Bartolo. L’ambiente familiare in cui visse era quello tradizionale dei paesi calabresi, improntato a una rigorosa educazione, ma con un forte sentimento religioso unito all’attaccamento ai valori morali. Dell’infanzia di Raffaela si conosce poco, l’unica notizia rilevante è che frequentò dai sei ai nove anni una scuola elementare aperta nel rione Castello da una maestra del luogo; questi tre anni di scuola primaria costituiscono l’unica forma d’istruzione ufficiale e sistematica nella giovane Raffaela. Un’iniziale svolta nella vita avviene con l’arrivo ad Acri del nuovo parroco nella chiesa di San Nicola, don Francesco Maria Greco (10 settembre 1887), il quale sin da subito iniziò un rinnovamento dell’istruzione religiosa, organizzando una scuola catechistica e affidandola a ragazze particolarmente motivate. Il nome dato all’associazione di catechiste era «Figlie dei Sacri Cuori», in quanto lo stesso parroco aveva una profonda devozione verso il Cuore di Gesù e della Vergine Maria. 
Raffaela De Vincenti cominciò a frequentare la scuola catechistica e si distinse dimostrando da subito un entusiasmo straordinario e una non comune motivazione interiore allo studio del catechismo. Già prima di iniziare la frequenza aveva cominciato a studiare da sola dottrina cristiana. Tra la fine del 1887 e l’inizio del 1888, scelse come suo direttore spirituale Francesco Maria Greco. 
Il 13 ottobre 1889 l’associazione «Figlie dei Sacri Cuori» ottenne l’approvazione dal vescovo di Bisignano, Stanislao De Luca, e mons. Greco affidò la direzione della scuola a Raffaela, già vice-responsabile, la quale accolse con gioia l’invito dell’arciprete anche perché il desiderio più profondo della giovane era quello ci consacrarsi a Dio. Infatti, il 21 novembre del 1894, festa della Purificazione della Beata Vergine al Tempio, emise alla presenza di monsignor Greco i voti evangelici di castità, povertà, obbedienza. Tale data è considerata l’inizio dell’Istituto delle Piccole Operaie.
Con l’abito religioso, Raffaela cambiò il nome in suor Maria Teresa dei Sacri Cuori, in memoria della prima responsabile dell’associazione (Maria Teresa Greco, sorella dell’arciprete). Intanto, altre giovani seguirono il suo esempio, tanto che non si parlava più di una semplice associazione, ma si iniziava a parlare di un vero e proprio istituto religioso. Da «Figlie dei Sacri Cuori» cambiarono denominazione in «Piccole Operaie dei Sacri Cuori» (monsignor Greco le definiva informalmente «Piccole manovali»), perché col loro operato contribuivano all’edificazione del Regno di Dio nell’insegnamento della catechesi e nel servizio ai più bisognosi. Dopo la vestizione e la professione dei voti, suor Maria Teresa rimase nella casa paterna, in quanto l’Istituto non aveva una sede propria. Il 15 maggio 1899 il vescovo di Bisignano, mons. Vincenzo Ricotta, che l’anno prima aveva approvato a voce l’Istituto durante una visita pastorale ad Acri, ne inviò l’approvazione a mons. Greco. Lo stesso vescovo il 17 febbraio 1902, eresse l’Istituto delle Piccole Operarie dei Sacri Cuori in Congregazione religiosa di diritto diocesano.
Nel 1898, dopo la morte della madre e il matrimonio dell’ultimo fratello, suor Maria Teresa lasciò l’abitazione per stabilirsi, insieme alle prime compagne di cui era la superiora, in una casa che il padre le aveva donato: quella fu la «Casa culla» delle Piccole Operaie dei Sacri Cuori. La Casa madre, invece, fu individuata nel convento dei frati Minimi che sorgeva dall’altra parte di Acri, dopo i necessari interventi di restauro. Intanto le suore crescevano di numero: madre Maria Teresa, affiancando monsignor Greco, si occupò della loro formazione, inviandone alcune ad Acireale dalle Figlie di Maria Ausiliatrice e altre a Napoli e Roma. Nel maggio 1906, la cofondatrice ebbe un’udienza dal Papa, san Pio X, che l’incoraggiò nella vocazione e nell’impegno apostolico.
Ad Acri, intanto, sorgevano man mano varie attività: il noviziato, una scuola d’infanzia, un collegio e l’ospedale Charitas, il primo del paese, che rimase attivo fino agli anni Sessanta del Novecento. 
La prima casa filiale fuori Acri fu, nel 1911, il Ricovero Umberto I a Cosenza, un ospizio provinciale per anziani, infermi e poveri. Un significativo apostolato si compì il 26 ottobre del 1917, quando le suore furono inviate a San Demetrio Corone, uno dei paesi italo-albanesi, su invito di don Francesco Baffa, protopapas di San Demetrio Corone, dove aprirono una casa con un asilo infantile e un laboratorio per ragazzi. Per l’occasione, monsignor Greco fece compilare un catechismo liturgico del rito bizantino a uso dell’Istituto delle Piccole Operaie. Negli anni successivi furono aperte case delle Piccole Operai anche in altri centri albanesi della Calabria, Lungro, Vaccarizzo Albanese, Firmo e San Basile; infatti, la Congregazione delle Piccole Operaie dei Sacri Cuori è l’unica in Italia ad avere nel suo programma l’assistenza spirituale dei paesi di rito greco. Una loro presenza fu anche in Albania, sebbene nel 1945 con l’avvento del regime socialista le suore furono rimpatriate. La missione in Albania fu riaperta nel 1994.
È nel decennio 1920-30, comunque, che l’Istituto crebbe e si diffuse in modo capillare aprendo case filiale una dopo l’altra: una casa pia nel 1920 a Savelli nella diocesi di Cariati, una a Luzzi nel 1921 e un’altra a Cropani. Nel 1922, poi, un religioso laico dona alle Piccole Operaie una casa nel centro della Sila a Redipiano. La casa sarà aperta nel 1924 nella contrada di San Pietro in Guarano e intitolata a Nostra Signora di Costantinopoli. Nel 1923 prestarono la loro opera anche in una casa di cura a Crotone dove resteranno fino al 1931. Nel 1928 l’istituto contava in tutto 16 case filiale distribuiti in sette diocesi della Calabria. La prima filiale fuori regione fu a Napoli nel 1929.
Nonostante la sua malferma salute, madre Maria Teresa fu sempre in prima linea sia nella Casa madre di Acri sia nelle nuove fondazioni. Impegnata nel paziente e quotidiano lavoro di vigilanza, di mortificazione e di orazione, spese la sua vita soprattutto per la cura degli infermi e degli anziani, per l’assistenza ai bambini bisognosi e alle ragazze abbandonate, per l’impegno del catechismo parrocchiale, per la cura e lo sviluppo dell’Istituto.
Morì all’età di 64 anni.
Nel 1937 l’Istituto fu riconosciuto dallo Stato come ente giuridico ecclesiastico e il 7 luglio 1940 la Sede Apostolica diede il via dell’approvazione definitiva; infine nel 1954 la casa generalizia fu trasferita da Acri a Roma.
Nell’anno 1957 iniziò il processo diocesano super famam sanctitatisvirtutum et miraculorum. Il 19 maggio 1961 ebbe luogo l’esumazione delle salme dei fondatori che dopo la ricognizione canonica furono traslati il 22 maggio nella chiesa di San Francesco di Paola. Il 24 maggio le spoglie mortali di suor Maria Teresa De Vincenti e dell’arciprete Greco furono tumulate una accanto all’altro. Infine, nel 1977 giunge a conclusioni processo informativo diocesano e chiesto l’apertura canonica della causa dei Santi che venne concessa nel 1980. Monsignor Greco è stato beatificato dalla Chiesa nel 2016. (Vincenzo Antonio Tucci) © ICSAIC 2020

Nota bibliografia 

  • Suor Maria Teresa De Vincenti, s.d.
  • Alfonso M. Liguori, Suor Maria Teresa De Vincenti, Officina Poligrafica Editrice Subalpina, Torino 1938;
  • Processo informativo diocesano super fama sanctitatis, virtutum et miraculorum della Serva di Dio Suor Maria Teresa de Vincenti superiora generale e fondatrice dell’Istituto “Piccole Operaie dei SS. Cuori di Gesù e Maria. Disposto con decreto di S. E. Ill.ma e Rev.ma Mons. Luigi Rinaldi vescovo di San Marco e Bisignano / Diocesi di San Marco e Bisignano; positiones et articuli a cura del postulatore Mons. Michele Dionisalvi, Arti Grafiche Barbieri, Cosenza 1963
  • Alfonso Tisi, Suor Maria Teresa De Vincenti, Jannone, Salerno 1969; 
  • Francesco Ceraldi, Umile ed alta. Suor Maria De Vincenti nel centenario della nascita, «Granelli di senape», XXII 5-6 (maggio-giugno), 1972;
  • Francesco Ceraldi, Una suora vanto della Calabria: suor Maria Teresa De Vincenti, «Parole di Vita», 21 aprile 1972:
  • Madre Teresa De Vincenti, fondatrice delle suore “Piccole operaie dei Sacri Cuori”, «Granelli di Senape», XXIII, 7-10, 1973; 
  • L. Basile, Mons. Francesco Maria Greco e Suor Maria Teresa De Vincenti, una mirabile testimonianza di fede, in L’Osservatore Romano, 22 novembre 1994;
  • E. Bloise, Appunti vari e date storiche dal 1881 per la storia della Congregazione Suore Piccole Operaie dei Sacri Cuori, Casa Generalizia, Roma 1889-1990;
  • Lilla Sebastiani, Suor Maria Teresa De Vincenti 1872–1936, SEI, Torino 1996.