Barillaro, Emilio

Emilio Barillaro (San Giovanni di Gerace (Reggio Calabria), 1 gennaio 1904 – 25 marzo 1980)

Nacque da Francesco, applicato di segreteria comunale, e da Alfonsina Ientile, ostetrica. Secondo di otto figli, insieme ai fratelli trascorse, al suo paese, da lui molto amato e dal quale non volle mai allontanarsi, una fanciullezza spensierata, rivelando precocemente una particolare sensibilità per l’arte e per il bello. Dopo le scuole elementari frequentate al paese (da lui chiamato il mio bel San Giovanni), si iscrisse al Ginnasio della vicina Gioiosa Jonica, dove conseguì la licenza media. Continuò i suoi studi al Liceo Classico di Gerace Marina (odierna Locri), concludendoli brillantemente con il conseguimento della maturità. Si iscrisse, quindi, alla facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Messina, dove ebbe come insegnanti affermati giuristi del tempo. Si laureò all’età di 24 anni e subito iniziò a esercitare la professione forense, facendosi apprezzare sia come civilista che come penalista e anche, come patrocinante in Corte di Cassazione. Fu uno dei più valenti avvocati del foro di Locri del suo tempo e si distinse anche per la sua generosità sul piano professionale, non pretendendo mai lauti compensi dai suoi assistiti e prestando anche il suo patrocinio gratuito, quando si trovava a difendere persone indigenti.
Nel 1934 sposò la giovane insegnante Eugenia Hyeraci, di nobile famiglia sangiovannese, nonché sua cugina, dalla quale ebbe cinque figli. Durante il ventennio del regime mussoliniano, si distinse per la sua attività antifascista. Così scrive egli stesso al riguardo in uno scritto autobiografico: «Vennero gli anni del dispotico ventennio, che mi trovarono tetragono ad ogni conformismo e mi posero all’avanguardia della lotta clandestina, cagionandomi la cancellazione dall’Albo professionale forense per difetto del prescritto requisito della buona condotta politica e un’annotazione di polizia quale individuo socialmente pericoloso, per la sua attività sobillatrice e subdolamente ostile agli Organi costituiti».
Coltivò gli hobbies della musica e della pittura, ma la sua grande passione fu l’archeologia, unitamente allo studio della storia millenaria della Calabria che egli volle capire e penetrare a fondo, indagando con le sue ricerche sulle antiche popolazioni che l’abitarono nei secoli. L’archeologia e l’etnografia lo impegnarono a tempo pieno per tutta la vita, e il suo fervore di studio in queste discipline non fu un dilettantismo fine a se stesso, ma studio serio e approfondito delle antichità della nostra regione, della Locride in particolare, che si affiancava alla partecipazione diretta a campagne di tutela e valorizzazione del patrimonio archeologico, messe in atto dalla Soprintendenza alle Antichità della Calabria.
Nella premessa alla sua Guida storico-archeologica di Locri Epizefirii (1966) scrive che quel libro era «il modesto frutto della sua sconfinata passione per la Storia, maestra della vita, e soprattutto per l’archeologia, madre della storia», una «passione invincibile», che si portava dietro fin da bambino, quando amava collezionare «tante piccole cose antiche». Ricorda, inoltre, che, quando, da adulto, iniziò a praticare la ricerca archeologica sul campo, «le vaste battute d’investigazione, durate lunghi anni, facendo palmo a palmo il territorio della Vallata del Torbido» lo portarono a scoprire «ben undici necropoli – un patrimonio archeologico d’insospettata entità – di cui una pre-protostorica indigena, risalente alla prima età del Ferro». Nel 1957 fu nominato Ispettore onorario alle Antichità e Belle Arti per i comuni di San Giovanni di Gerace, Martone e Gioiosa Jonica, carica che gli fu rinnovata fino al 1966. Tra il 1960 e il 1961 segnalò al Soprintendente dell’epoca (Alfonso De Franciscis) la scoperta, nella valle del Torbido, della necropoli indigeno-ellenizzata di S. Stefano di Grotteria, lo stanziamento neolitico di Monte Scifa di Mammola e l’insediamento d’età classica di Monte Palazzi di Croceferrata.
Avrebbe voluto essere autorizzato a fare saggi di scavo in quei siti, ma rimase deluso dalla risposta di De Franciscis, che lo ringraziava, senza concedergli l’autorizzazione a scavare, essendo lui semplicemente un «ispettore onorario», al quale spettava soltanto il compito di vigilanza sul territorio di competenza e di eventuali segnalazioni. Ma, nonostante le difficoltà, non si arrese e continuò a fare sondaggi esplorativi, anche se – come riferisce lui stesso – da archeologo “dilettante” e, quindi, “irregolare”. Il suo campo di ricerca si esplicò sul litorale della Locride che va da Caulonia (antica Castelvetere) fino a Capo Bruzzano e in tutti i centri dell’entroterra nei quali, come un cercatore minuzioso e cocciuto di metalli preziosi, andava scavando, frugando fra i ruderi e le macerie di costruzioni secolari, chiedendo alla gente del luogo notizie su notizie.
Il suo rapporto con la Soprintendenza alle Antichità della Calabria, nonostante la carica assegnatagli di “ispettore onorario”, non fu mai facile, specialmente quando arrivò a Reggio Calabria il soprintendente Giuseppe Foti, che, più volte si trovò a non acconsentire alle sue richieste, chiedendogli, in una sua comunicazione ufficiale, di «imbrigliare», le sue «velleità d’impenitente ricercatore».
L’episodio che segnò l’epilogo dei rapporti tra il soprintendente e il suo ispettore onorario, fu la pubblicazione di un’intervista concessa da Barillaro a una corrispondente della “Gazzetta del Sud”, in cui si dava allo stesso Barillaro il merito esclusivo di aver fatto tornare dal Museo Nazionale di Napoli al Museo Nazionale di Reggio Calabria, il gruppo scultoreo di Castore e Polluce, detto anche dei Dioscuri, proveniente dalla contrada Marasà di Locri Epizefirii. Il soprintendente Foti replicò, affermando che il merito di quella restituzione era principalmente suo, «autore di reiterati interventi presso il competente Ministero, nonché di una vibrata campagna di stampa in proposito». La vicenda dei complicati rapporti tra Foti e Barillaro si concluse con l’intervento dell’Ispettore generale della Direzione delle Antichità e Belle Arti e la rinuncia di Barillaro a ogni «ambiziosa iniziativa», nonché con l’ammissione della sua «intemperanza di indagatore indemoniato».
Non cessò, tuttavia, come fa notare Domenico Falcone, in uno studio monografico a lui dedicato (2009), «l’impegno di Barillaro per la difesa del patrimonio culturale calabrese, attraverso i suoi scritti archeologici, storico-artistici, storiografici e monumentali, che lo videro impegnato, senza cali di tensione, fino a quando la malattia non prese il sopravvento sul suo corpo, ma non sulla sua mente».
Durante la sua intensa attività di archeologo e di giornalista-scrittore, ebbe modo di conoscere non pochi eminenti personaggi, che lo ebbero in grande amicizia: da Corrado Alvaro (al quale ispirò il capitolo del romanzo Mastrangelina, dove viene descritto il trafugamento clandestino da Locri della cosiddetta Persefone di Berlino) a Benedetto Croce, da Umberto Zanotti Bianco a Giuseppe Isnardi, da Amedeo Maiuri al glottologo tedesco Gerhard Rohlfs.
Barillaro, comunque, anche se noto soprattutto per i suoi numerosi saggi archeologici e storico-artistici, fu anche poeta e narratore. La sua attività di poeta iniziò molto presto, con la pubblicazione de I Canti della Jonia (1936) e, dopo molti anni, fu ripresa con l’uscita del Dramma di un’anima (1979).
Fu anche autore di alcuni romanzi brevi, tra cui meritevole di segnalazione è Il pazzo della foresta (1938).
In qualità di giornalista, collaborò a diverse importanti testate, tra cui «Il Messaggero», «La Tribuna», «Il Popolo di Roma», «Calabria Letteraria» e altre ancora.
Superano il centinaio le sue pubblicazioni, che rappresentano un contributo fondamentale alla cultura calabrese. Ebbe anche importanti premi letterari, tra cui il «Premio Bos» per la novellistica, il «Premio di saggistica archeologica» dell’Unione Culturale Calabrese, il «Premio della Cultura» della Presidenza del Consiglio dei Ministri, Il «Premio Bergamotto d’oro».
Si spense, dopo una lunga e dolorosa malattia, all’età di 76 anni, a San Giovanni di Gerace che gli ha intitolato una strada. (Franco Liguori) @ ICSAIC 2022 – 5

Opere principali

Monografie storico-archeologiche

  • I proverbi calabresi, Rispo9kli, Napoili 1952;
  • Matriarcato e ierodulia a Locri Epizephirii, Roma 1955;
  • Persephoneion.Alla ricerca del tempio di Persefone a Locri Epizephirii, Mit, Corigliano Calabro 1958;
  • Grandi precursori dell’Ellade antica, Mit, Corigliano Calabro 1959;
  • Teatri antichi in Calabria. Il Teatro greco-romano di Locri Epizephirii, Mit, Corigliano Calabro 1964;
  • Lokroi Epizephirioi, Mit, Corigliano Calabro 1964
  • Lokroi Epizephirioi. Guida storico-archeologica, Mit, Cosenza 1966
  • Arte, archeologia e cultura in Calabria. Panorama storico, Pellegrini, Cosenza 1968
  • Tavola cronologica delle culture preistoriche e protostoriche in Italia, Athena, Napoli 1968
  • Calabria. Guida artistica e archeologica, Pellegrini, Cosenza 1972;
  • Reliquie paleocristiane nella Locride italica, Nossis, S. Giovanni di Gerace 1972;
  • Fiumi navigabili nella Locride antica, Nossis, S. Giovanni di Gerace 1973 ?;
  • Dizionario bibliografico e toponomastico della Calabria (in 3 volumi), Cosenza 1976;
  • Gioiosa Jonica. Lineamenti di storia municipale, Effe Emme, Chiaravalle Centrale 1976;
  • La villa di Casinius a Casignana, Frama Sud, Chiaravalle Centrale 1979;
  • Le statue di Riace. Saggio critico, Frama Sud, Chiaravalle Centrale 1979.

Opere letterarie

  • I Canti della Ionia, Nossis, Locri 1936
  • Il pazzo della foresta. Romanzi brevi, A. Rondinella, Napoli 1938;
  • Pettina e lizzi. Liriche in vernacolo calabrese, Nossis, S. Giovanni di Gerace 1977;
  • Dramma di un’anima. Canti onirici crepuscolari della terza età, Nossis, S. Giovanni di Gerace 1978;
  • Nonna Maria (racconto), Frama Sud, Chiaravalle Centrale 1979.

Nota bibliografica

  • Francesco Russo, Una vita per la Calabria: Emilio Barillaro, Mit, Cosenza 1971;
  • Emilio Frangella, Emilio Barillaro ci ha lasciato, «Calabria Letteraria», 4-6 (apr.-giu.), 1980, pp. 3-6;
  • Stefano Scarfò, Emilio Barillaro, «Calabria Letteraria», XXXVI, 7-8-9, 1988, pp.  68-69;
  • Pasquino Crupi, Storia della letteratura calabrese. Autori e Testi, vol. IV, Cosenza 1997, pp. 33-34;
  • Giovanni Pittari, Emilio Barillaro faro della cultura calabrese, «Calabria Letteraria», n.4-6 (apr.-giu.) 2004, pp. 80-83;
  • Carmela Galasso, Dizionario di personaggi noti e meno noti della Calabria, Pellegrini, Cosenza 2009, p. 62;
  • Domenico Falcone, Emilio Barillaro.Archeologia nella Valle del Torbido, Rubbettino, Soveria Mannelli 2009;
  • Rocco Liberti, Memorie di studiosi calabresi contemporanei, II, «Quaderni Mamertini», 67, Litografia Diaco, Bovalino 2016, pp. 12-14